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I guerrieri presero solo lo stretto necessario, abbandonando ciò che avrebbe rallentato la marcia.
I cavalli, seppur più veloci, non erano adatti a lunghe tratte sotto il sole cocente del deserto, così li scambiarono con dromedari.
«Louis è dovuto partire per Tiro a informare il cugino…» disse Parvaneh, mentre Alexandra le aveva ceduto il controllo del corpo, non essendo capace di cavalcare il quadrupede. «Ma cosa gli dirà esattamente?»
«La verità,» rispose Altair con calma. **«Le scorte sono quasi esaurite, l’esercito rischia di morire di stenti, ma re Riccardo marcia ugualmente verso Gerusalemme, perché “Dio lo vuole”.»**
Parvaneh accennò un mezzo sorriso amaro. «Se Ugo è anche solo un po’ simile a Louis, possiamo sperare che invece di armarsi preferisca farsi un buon bicchiere di vino.»
Maria intervenne, con voce carica di frustrazione:
«Sapete, ci avevo sperato davvero, anche solo per un istante, che Riccardo cambiasse idea. In questi giorni ho avuto modo di parlarci più volte e… al di là della follia che lo spinge ora, schiacciato dalle pressioni esterne, ho visto in lui un uomo saggio. È un leader straordinario, sia per i suoi guerrieri qui in Terra Santa che per i sudditi in Inghilterra.»
Si interruppe un attimo, poi aggiunse con uno sguardo acceso:
«Mi ha persino chiesto di ripartire con lui, quando tutto questo sarà finito, per aiutarlo a punire suo fratello.»
Il volto di Altair si irrigidì. «Maria…» disse, la mascella contratta, «si è forse dimostrato particolarmente interessato a te?»
Il tono lasciava trapelare una gelosia che non riuscì a nascondere.
Maria sogghignò, divertita dalla sua reazione.
«E se anche fosse, Assassino? Hai qualcosa da obiettare?» replicò, con una scintilla di sfida nello sguardo.
Poi, con voce ferma: **«Beh, che ci abbia provato o meno, io non ho ceduto. Ero in missione, e non mi abbasso a certi mezzucci per raggiungere un obiettivo. Non sono una puttana.»**
Quelle parole caddero come un macigno.
Parvaneh abbassò lo sguardo, colpita nel profondo, mentre Malik la fissò di sottecchi, il volto impassibile ma gli occhi attenti, come se stesse osservando qualcosa che non gli piaceva affatto.
«Parvaneh, visto che hai avuto visioni del futuro, come credi che finirà tutto questo? Stiamo davvero lottando per uno scopo, oppure ci stiamo affannando per nulla? Altair mi ha detto che tra ottocento anni ci saranno addirittura due Guerre Mondiali.»
La domanda di Maria colpì Parvaneh di sorpresa. Persa nei suoi pensieri, trasalì, impiegando qualche istante prima di reagire. Poi si strinse nelle spalle, cercando di celare il turbamento.
Alexandra, la sua controparte, sapeva bene di cosa parlasse Maria: come studentessa di architettura, conosceva abbastanza bene la storia e i suoi avvenimenti futuri. Tuttavia, entrambe concordavano su un punto fondamentale — e lo dichiararono apertamente — che rivelare troppo avrebbe solo generato caos. Il mondo era in continuo mutamento, e conoscere in anticipo il corso degli eventi avrebbe rischiato di alterarlo in modi imprevedibili.
Parvaneh decise quindi di chiudere la questione:
«Non ho un quadro completo della situazione,» spiegò, evitando di soffermarsi sull’argomento.
Altair intervenne per stemperare la tensione:
«Su, non tormentiamola con queste domande. Sono questioni che non si risolvono nemmeno in una vita intera. Qualunque cosa accadrà, sarà compito dei posteri affrontarla. Noi faremo la nostra parte, qui e ora. Questo è tutto.»
Con quelle parole, diede un colpo di redini e scoccò la lingua sul palato, portandosi leggermente avanti rispetto al gruppo.
Più la convivenza forzata con la discendente proseguiva, più l’Assassina sentiva che qualcosa non andava.
Era come se un’incrinatura invisibile si stesse allargando dentro di lei, scavando nel profondo.
Non era solo la presenza di Alexandra a infastidirla: c’era qualcosa di sbagliato, di innaturale, che non riusciva a spiegarsi… e questo la faceva sentire estranea persino alla propria mente.
«Quanti giorni di cammino ci attendono ancora, Altair?» domandò Malik, aggiustandosi la tracolla con l’unico braccio rimastogli.
«Se manteniamo questa andatura, direi un paio di giorni al massimo.» rispose Altair, il tono calmo ma vigile. «È probabile che Riccardo sia già arrivato, e non escluderei che nel frattempo siano giunti anche nuovi rifornimenti. Ma finché non si muove, abbiamo ancora la possibilità di fare la differenza.»
Parvaneh si voltò verso di lui, gli occhi socchiusi contro la luce accecante del sole.
«E se invece di limitarsi a minacce, Saladino decidesse di attaccare?»
Altair rimase un istante in silenzio, riflettendo.
«Potrebbe farlo,» ammise infine, «ma anche lui avrebbe bisogno di tempo per radunare l’esercito e organizzare un’offensiva su larga scala. Non arriverebbe mai in tempo per impedire a Riccardo di avanzare. La minaccia di tagliare i viveri, invece, è molto più rapida e credibile.»
Il suo sguardo si fece più cupo. «È difficile dire se Saladino stia progettando qualcos’altro. L’ho visto cambiare negli anni… portare avanti una guerra per così tanto tempo logora anche un uomo come lui. È invecchiato precocemente, e questo potrebbe spingerlo a scelte che non possiamo prevedere. Quando saremo lì, se ne avremo l’occasione, cercheremo di raccogliere informazioni. Per ora concentriamoci sulla nostra missione principale.»
La benevolenza della sorte, tuttavia, li abbandonò proprio a un passo dalla meta.
All’orizzonte comparve una massa scura e inquietante. In un primo momento sembrava un banco di nubi, ma era troppo basso, troppo fitto, e si muoveva con una velocità innaturale.
Altair fu il primo a capire. «Tempesta di sabbia!» gridò, esortando il dromedario al galoppo.
Non c’era tempo per erigere tende o cercare riparo.
Il vento montava con violenza, ululando come una bestia furiosa.
Granelli di sabbia taglienti come aghi iniziarono a colpire i loro volti, pungendo la pelle e offuscando la vista.
In pochi istanti il mondo intorno a loro si dissolse in una coltre dorata e soffocante.
«Da questa parte!» urlò Malik, ma la sua voce fu subito inghiottita dal fragore della tempesta.
Si richiamarono a vicenda più volte, cercando disperatamente di non perdersi, mentre i dromedari, pur abituati a quelle condizioni estreme, ansimavano e si agitavano, incapaci di orientarsi.
Il vento era così forte da strappar via i suoni, trascinando via ogni parola.
Parvaneh stringeva le redini con forza, la bocca e il naso coperti da un lembo di stoffa. Il respiro era difficile, la gola bruciava.
Poi, improvvisamente, udì un grido.
Un suono lontano, soffocato, che le fece gelare il sangue.
«Altair?! Maria?!» gridò a sua volta, spingendo l’animale verso la direzione da cui pensava provenisse la voce.
Ma più avanzava, più la sensazione di essere sola cresceva.
La sabbia la circondava come un muro vivo e opprimente, e i richiami degli altri sembravano dissolversi nel nulla.
Il cuore le martellava nel petto.
C’era qualcosa di sinistro in quella solitudine improvvisa, come se la tempesta non fosse solo un fenomeno naturale, ma un confine invisibile tra il mondo che conosceva e un luogo che non avrebbe mai voluto varcare.
Continuò a gridare i nomi dei compagni, ma ben presto dovette tacere: la sabbia le entrava nella bocca e nel naso nonostante il panno a coprirle il volto. La gola bruciava e ogni respiro era una lotta.
Quando finalmente la tempesta si dissipò, attorno a lei si stendeva solo un terreno arido, immobile, deserto. L’aria era densa di polvere fine, il sole picchiava senza pietà e distorceva l’orizzonte con miraggi di calore. Il suo dromedario tremava, ma era vivo e in grado di muoversi, così poté subito ripartire alla ricerca degli altri.
Richiamò i compagni a gran voce, la voce ormai roca e affaticata, mentre la testa le girava e il caldo la stordiva. La borraccia piena, recuperata dal pozzo del giorno precedente, era la sola a salvarla dal crollo completo.
«Altair… Maria… Malik… dove sie…?»
I riflessi non la tradirono. Arrestò il quadrupede appena in tempo, davanti a un rialzo che inizialmente sembrava modesto, ma che dall’altra parte si faceva improvvisamente ripido. Scorse due figure: un dromedario a terra e un uomo riverso, la tunica nera sporca di polvere e sangue secco.
«Malik!» L’adrenalina le attraversò il corpo come un fulmine. Scese di corsa dal dromedario e si precipitò verso di lui, inciampando e rotolando più volte per il terreno accidentato.
«No, no, no… Malik… ti prego, Dio!» esclamò, inginocchiandosi al suo fianco e rigirando il corpo dell’amico. Il suo respiro era affannoso, la gola serrata dall’ansia. L’uomo non dava segni di vita.
Provò a scuoterlo e a chiamarlo più volte, mentre il panico minacciava di sopraffarla. Poi, ricordandosi delle abilità della sua discendente, Parvaneh le chiese aiuto. Alexandra si offrì di intervenire, ma pose una condizione: Parvaneh avrebbe dovuto promettere di collaborare senza protestare in futuro.
Un dolore acuto le attraversò il cuore, ma accettò: se ciò avrebbe salvato Malik, ne valeva la pena.
Alexandra prese il controllo, mani esperte e decise, e applicò il massaggio cardiaco con precisione.
Il tempo sembrava rallentare.
Poi, finalmente, un respiro flebile e irregolare attraversò le labbra del persiano. I suoi occhi si aprirono lentamente. Parvaneh esalò un sospiro tremante, tremante di sollievo e gratitudine, mentre il caldo opprimente e il silenzio del deserto sembravano meno minacciosi di prima.
Quando Malik riaprì gli occhi, dapprima tutto appariva appannato, come se il sole e la polvere avessero creato un velo tra lui e il mondo. Poi il viso in controluce di Parvaneh si fece sempre più nitido.
«Parvaneh? Ma… aaahhh… la testa…»
Lei lo aiutò a sollevarsi con calma, cercando di non agitare ulteriormente il suo mal di testa, e gli porse la borraccia. Malik bevve a piccoli sorsi, cercando di riprendere vigore.
Il suo dromedario purtroppo era morto nella caduta, ma almeno c’era ancora quello di Parvaneh. Degli altri due, invece, nessuna traccia.
Nelle ore successive si dedicarono alla ricerca dei compagni, ma il vento aveva cancellato ogni impronta, ogni segno del loro passaggio. Senza riferimenti, la loro posizione era incerta: solo Altair conosceva la strada.
«Secondo te sono…?» chiese Malik, esitante.
«Parvaneh, non pensarlo neanche per sogno. Hanno la scorza dura quei due. Probabilmente avranno trovato una grotta o qualcosa del genere, o magari si stanno dirigendo al villaggio. Io farei così, piuttosto che girare a zonzo in mezzo al deserto.»
«Noi due, però, non sappiamo dove si trova Hittin… anzi, non sappiamo nemmeno dove siamo ‘qui’», aggiunse Parvaneh, guardandosi attorno.
Malik scrutò l’orizzonte e a un certo punto indicò un gruppo di cactus. «Te lo ricordi? Siamo venuti da quella direzione. Se andiamo dritti, raggiungeremo il pozzo di ieri; se invece manteniamo la linea opposta, potremmo arrivare a Hittin o a uno dei villaggi vicini. Propongo prima il pozzo: la mia borraccia è vuota e la tua è già a metà. Non possiamo dividercela.»
La sera calava quando finalmente raggiunsero il pozzo. La poca acqua rimasta era già esaurita… e qualcuno stava già approfittando della fonte. Non erano i loro compagni, bensì dei briganti.
Appena notarono la coppia, i loro volti si illuminarono di un ghigno malefico: pregustavano un bottino facile.
«Scendete e nessuno si farà male!» intimarono, circondandoli e puntando le sciabole.
Viaggiando leggeri, senza le loro divise ordinarie, Malik e Parvaneh erano scambiati per due semplici vagabondi.
«Non abbiamo nulla da offrire, lasciateci in pace… o sarà peggio per voi!» minacciò Malik, scendendo con cautela dalla groppa del dromedario.
I briganti risero, deridendoli, e i loro occhi maliziosi si posarono su Parvaneh, insinuando che forse qualcosa di valore c’era.
Egli si frappose immediatamente tra lei e il gruppo, ma i briganti ne approfittarono per schernirlo, ridendo del suo solo braccio e della corporatura esile, ritenendolo incapace di fronteggiare cinque uomini.
All’improvviso, un sesto assalitore comparve alle spalle di Parvaneh, sollevandola da sotto il busto e stringendola con forza. La donna emise un grido che distrasse Malik, dando ai briganti l’occasione di colpirlo.
Il grido, però, era solo dovuto alla sorpresa: Parvaneh reagì immediatamente, sferrando una gomitata alla tempia del suo aggressore, che mollò la presa. Appena tornata a terra, si girò con rapidità e gli conficcò nella gola la lama celata. L’acciaio brillò sotto la luce del falò acceso poco prima.
Troppo tardi, i briganti compresero di avere davanti due Assassini. Ben presto il loro sangue si sparse sul terreno sabbioso.
Durante la lotta, a Parvaneh si riaprì la ferita di qualche giorno prima. Per fermare il sanguinamento e cicatrizzarla definitivamente, recuperarono un pugnale e lo passarono sul fuoco prima di applicarlo sulla ferita.
Malik esitò un attimo nel momento in cui si scoprì la spalla, mostrando un lembo di pelle liscia. Si riprese subito, irrigidendo la mascella e continuando la cura senza ulteriori distrazioni.
«Cosa facciamo di questi corpi? Non vedo cespugli o fossi dove nasconderli.»
Malik scrutò il terreno e annuì. «Non abbiamo la forza per trascinarli altrove. Speravo di poter riposare qui, ma a questo punto riforniamoci d’acqua, mangiamo qualcosa e torniamo sui nostri passi. Basta che gli animali non fiutino la nostra presenza dai morti.»
«Va bene… e, Malik, devo scusarmi per l’urlo di prima. Ti ho distratto e per poco non ti infilzavano.»
«Non devi preoccuparti», rispose lui, abbassando la voce. «Per lo meno non hai di nuovo sfruttato il tuo corpo per tirarmi fuori dai guai…»
Le parole, sussurrate, arrivarono chiare e dirette alle orecchie di Parvaneh. La fissò confusa per un attimo, poi lo sguardo le si fece lucido, consapevole di aver colto un’intenzione più profonda.
«Come puoi insinuare una cosa del genere? Come puoi pensare questo di me, proprio tu che mi conosci da tanti anni!»
Malik digrignò i denti, fece un passo avanti e la sua stazza troneggiò su di lei.
«Io non insinuo. Io ho visto! Te che uscivi dalla stanza di quel principe, e poco dopo egli dichiarava che nulla sarebbe stato fatto agli Assassini.»
«Il principe me l’ha promesso. Avremmo avuto tutti i principi ayyubidi alle porte di Masyaf a quest’ora, se non l’avessi fatto!» La gola le si strinse dal nervoso.
«Ma certo… apriamo le cosce a tutti quelli che minacciano la Confraternita! Solo perché il nostro terzo principio dice di non comprometterla in alcun modo, non vuol certo dire che avresti dovuto agire in questa maniera!»
«Parli bene tu, che tanto a te non l’avrebbero mai chiesto. E davvero pensi che andare a letto con lui fosse un piano studiato da me per raggiungere l’obiettivo!?» Le lacrime le bruciavano gli occhi.
Malik la fissò con durezza, ma non disse nulla. Lei, sentendosi giudicata, gli scagliò uno schiaffo, seguito da un gesto impulsivo: sputargli ai piedi.
«Ti odio! Hai capito? Ti odio! Pensavo fossi un uomo intelligente e d’onore… mai avrei pensato che potessi cacciar fuori tali sentenze! Senza nemmeno chiedermi spiegazioni…» La voce le si spezzò, rotta dalla rabbia e dal dolore.
«Puoi schiaffeggiarmi e sputarmi addosso quanto vuoi, i fatti parlano chiaro.»
«Davvero credi che la tua sia l’unica verità? Non ti sei chiesto se forse le cose sono andate diversamente? Io l’ho fatto per salvarti la vita!» Le lacrime scendevano in rivoli roventi lungo le guance.
«Salvarmi la vita? E in che modo? Evidentemente tu hai male interpretato la parte che “tutto è lecito”, allora.»
«A questo punto, ti chiedo: cosa ti importa a te? Me lo stai dicendo in faccia, ma ormai è chiaro che mi consideri una puttana. Ti arrabbi senza motivo! La Confraternita è al sicuro… e quell’evento è passato.»
Malik serrò la mascella, gli occhi freddi, indifferenti. «Non è gelosia, sciocca! Io sono il vice di Altair. Quando non c’è lui, è mio dovere riprendere chi sbaglia. Ho taciuto finora per evitare che venissi cacciata… ma ora che siamo soli, posso dirtelo chiaramente: fai di nuovo una cosa del genere e potrai dire addio al tuo posto tra noi. Il nostro Ordine non tollera espedienti simili… e non osare mai più schiaffeggiarmi, donna.»
Il cuore di Parvaneh si spezzò in un attimo. Tutti i ricordi d’infanzia con lui, tutte le complicità passate, sembrarono frantumarsi come vetro rotto. Vacillò, sentendosi vuota e tradita.
Inspirò a fondo, cercando di non crollare del tutto, e gonfiò il petto, assumendo un’espressione apatica.
«Molto bene. Ci siamo chiariti, allora.»
Il silenzio calò tra loro, pesante e straziante. Cenano senza parlare, il rumore dei dromedari e del vento nel deserto sembrava l’unico accompagnamento a quella tensione che li avvolgeva. Percorsero un lungo tratto di strada, seguendo le tracce lasciate il giorno prima. Ogni passo era scandito dal silenzio e dalla consapevolezza che qualcosa tra loro si era incrinato irrimediabilmente.
Avendo eliminato i briganti, i loro dromedari erano liberi di muoversi. Malik ne recuperò uno a cui era appesa una bisaccia contenente la mappa della regione… un piccolo colpo di fortuna in mezzo alla sfortuna.
Parvaneh poteva almeno sfogarsi con Alexandra, ma trattenere l’istinto di urlare tutta la frustrazione e l’astio accumulati verso Malik fu un’impresa ardua. L’americana, però, non poteva aiutarla: la sequenza di eventi che interessava all’Animus era ormai terminata, e si ripresentò nella sua mente, quando i due raggiunsero le porte di Hittin.
Nonostante fosse una località minore rispetto a Giaffa o Ascalona, Hittin non era poi così diversa da Masyaf. Le case si arrampicavano verso l’alto, creando un labirinto di vicoli e terrazze, eppure il villaggio era noto per la battaglia che pochi anni prima aveva visto Saladino trionfare sull’esercito di Guido di Lusignano.
Data la presenza del sultano, Hittin era fortemente sorvegliata. Nonostante ciò, riuscirono a entrare senza problemi, mescolandosi a una carovana di mercanti.
«Malik, prima dovremmo vedere se Altair e Maria sono già qui. Io salirò sui tetti per dare un’occhiata dall’alto, tu raccogli informazioni dagli abitanti.»
«Ora ti metti a dare ordini?», disse ironico. «Comunque va bene. Era scontato che avremmo fatto così. Incontriamoci al mezzodì in piazza per fare il punto della situazione.»
Così fecero, muovendosi con cautela per non attirare l’attenzione dei soldati. Le ricerche diedero presto frutti: la sera precedente, una coppia – il capo degli Assassini e una donna inglese – si era presentata al cospetto di Saladino con un messaggio importante. Avrebbero potuto incontrarlo solo il giorno seguente, e nel frattempo sarebbero rimasti sotto stretta custodia.
I due Assassini si diressero rapidamente verso il palazzo del sultano, arrivando proprio mentre Altair e Maria erano al suo cospetto. Non c’era solo Saladino: anche il fratello Safedino e alcuni dei suoi figli erano presenti.
«Altair, Maestro degli Assassini, vieni fin qui portando notizie importanti, dici. Parla dunque.»
Seduto sul suo scranno, Saladino appariva retto, ma lo sguardo tradiva la stanchezza. Gli anni e le battaglie avevano segnato profondamente il suo corpo e la sua mente. Di fronte a sé aveva visto più di quanto bastasse per due vite, eppure continuava a guidare il suo popolo, fino a che forze e ragione glielo avrebbero permesso.
«Spettabile Saladino, so bene che i nostri trascorsi non sono dei più rosei, ma se ora mi trovo davanti a voi, consapevole di tutti i rischi che ne derivano, è perché devo avvertirvi: re Riccardo sta assediando Gerusalemme.
In questi giorni ho cercato di rallentare la sua avanzata, ma invano. Il messaggero che avrebbe dovuto avvertirvi per tempo è scomparso, forse ucciso o per altre ragioni, non lo so. Sono quindi venuto personalmente, accompagnato da tre compagni: uno di loro è qui al mio fianco, gli altri due li abbiamo persi nella tempesta di sabbia.»
Pronunciando queste ultime parole, Altair non riuscì a celare un leggero rimpianto.
«Altair, ce l’abbiamo fatta!» esclamò Malik, facendo vibrare lo spiazzo. Le guardie di Saladino si irrigidirono immediatamente, pronte a difendere il sultano.
Tra i figli di Saladino, Al-Zahir riconobbe subito il volto dell’Assassina persiana. Lei, a sua volta, trattenne il fiato, il cuore che mancava un battito.
Saladino fece un cenno e permise al gruppo di avanzare, così che tutti potessero ricongiungersi.
«Ritornando al discorso», disse il sultano, la voce calma ma tagliente, «dici che re Riccardo ha assediato Gerusalemme e che i tuoi tentativi di rallentarlo sono falliti. Esattamente, cosa hai cercato di fare?»
Altair respirò a fondo e continuò: «Ho inviato al re falsi messaggi, facendogli credere che i suoi viveri stavano per essere tagliati. L’intento era rallentarlo, costringerlo a fermarsi, ma non siamo riusciti a gestire tutti gli arrivi. Come vi ho detto, colui che avrebbe dovuto avvertirvi non c’è più.
Non so se ciò che ho fatto rispecchi esattamente il vostro pensiero, ma il mio obiettivo era evitare un altro spargimento di sangue inutile. Queste campagne per riconquistare la città portano solo dolore e distruzione.
Se deciderete di proseguire la guerra, gli Assassini non resteranno a guardare: difendiamo gli indifesi, ma se proprio dovete combattere, che sia fuori dalle mura della città.»
Saladino tamburellò il dito sulla guancia destra, assorto nei suoi pensieri.
«Dovrei dunque credere a quanto dici…» mormorò, quasi a se stesso. «In effetti, anche io avrei agito così. Dove c’è la possibilità di evitare la guerra, io la colgo. Eppure, poco più di un anno fa, il nostro tentativo di pace è naufragato…
Potrei inviare messaggeri per ribadire il concetto, visto che “non mi hanno voluto ascoltare”, e bloccare i viveri del loro esercito. Nessun problema per la gestione.
Riconquistare Gerusalemme, la mia città, per quanto io rispetti Riccardo, non sarà un atto che passerà inosservato… ma di certo non rivelerò a voi, Assassini, le mie intenzioni.»
«Padre, non posso credere che tu dia per scontate le parole di questi eretici!» sbottò Al-‘Aziz, il secondogenito, sulla ventina, con folta barba nera a punta. «Hai capito chi hai di fronte? Potresti dare un semplice ordine e far tagliare loro la testa!»
L’aria si caricò di tensione; tutti trattennero il respiro, in attesa del responso del sultano. Prima, però, intervenne il terzogenito.
«È qui presente una donna coraggiosa e leale, che ha conquistato tutta la mia stima tempo addietro. Non avrei mai immaginato di rivederla, e invece eccola qui, rischiando ancora una volta la propria vita per ciò che ritiene giusto.»
Scese gli scalini, fino a trovarsi davanti a Parvaneh, osservandola intensamente. Lei sentì il viso scottarle, incapace di sostenere lo sguardo del principe.
«L’impresa è nobile, e senza secondi fini», concluse lui. «Per me possono essere lasciati andare, e dovrebbero persino ricevere il mio ringraziamento per il favore reso.»
«Non vi sbagliate, principe», replicò Altair con voce ferma. «Sapevamo che venire qui sarebbe stato rischioso. Il nostro Credo ci spinge ad agire, a mostrarci per arrestare una follia mossa dal fanatismo e dal desiderio di ricchezze.»
«Saladino, fratello mio…» intervenne Safedino, muovendosi leggermente in avanti per assumere un ruolo di rilievo. «Al-Zahir è uomo coscienzioso: non parlerebbe a sproposito. Se lui ritiene che, questa volta, possiamo fidarci degli Assassini, allora dovremmo seguire il suo consiglio. Loro sono noti per essere lame tra la folla; se avessero voluto attentare a uno di noi, non si sarebbero mai messi così apertamente in mostra.»
Saladino massaggiò le tempie, respirando profondamente mentre ascoltava tutti con pazienza, cercando di mantenere la calma e la dignità che gli erano proprie. Al termine dei discorsi, alzò una mano, ordinando silenzio.
«Non ho bisogno di ascoltare ulteriori difese», disse con voce ferma. «Altair l’anno scorso mi rese un grande favore, eliminando dei traditori tra le mie fila e quelle di re Riccardo. So per certo che è un uomo di valore, e quelli qui con lui non saranno da meno.» Fece un cenno della mano, concedendo loro la libertà. «Vi credo e vi lascio andare. Grazie a nome di tutto il sultanato.»
Il gruppo tirò un sospiro di sollievo, sollevato. Dopo aver salutato con i dovuti rispetti, fece per congedarsi.
«Aspettate… perché ve ne andate così presto?» intervenne Al-Zahir, la voce calda e persuasiva. «Siete stati travolti da una tempesta di sabbia, giusto? Sarete decisamente stanchi. Sarete miei ospiti per questa notte; domani potrete partire all’ora che preferite. Sono sicuro che mio padre non avrà nulla da ridire.»
Il gruppo si scambiò uno sguardo indeciso, valutando la proposta. Saladino acconsentì, ma a una condizione: avrebbero dovuto consegnare le armi fintanto che fossero stati sotto il suo tetto. Al-‘Aziz aprì bocca per protestare, ma si fermò subito: ormai il sultano aveva parlato, e si ritirò con evidente indignazione.
I servitori si presero cura di loro, e un bagno caldo e profumato spazzò via la stanchezza accumulata, facendo dimenticare subito le fatiche del viaggio.
Parvaneh, tuttavia, non si sentiva del tutto a suo agio. Al-Zahir non aveva mai distolto lo sguardo da lei durante l’incontro, e una sottile inquietudine le suggeriva che quella sera stessa l’avrebbe invitata a raggiungerlo. Avrebbe potuto confidarsi con Maria, ma tra loro il legame non era ancora abbastanza forte da condividere certe cose.
Quella sera Alexandra si ripresentò nella mente di Parvaneh, come sempre in modo improvviso ma carico di significato. Ormai era chiaro: ogni volta che la sua discendente si faceva sentire, stava per accadere qualcosa di importante, positivo o negativo, legato alla sua ricerca della Mela.
Seduta a tavola tra il sultano, i principi, i suoi compagni e altri membri della corte, Parvaneh cominciò a guardarsi intorno con crescente sospetto. Senza rendersene conto, le mani iniziarono a tremarle. Al-Zahir, seduto alla sua destra, se ne accorse immediatamente. Senza esitazione, prese la sua mano destra tra le proprie, calde e morbide, mani poco abituate alla fatica della vita, sebbene gravate da responsabilità importanti.
«Stai male? Scommetto che è stato il sole di questi giorni, per via della traversata.»
«No… no, sto bene. Vi ringrazio per la vostra preoccupazione, ma non abbiate pena. Sono solo un po’ stanca.» Parvaneh non poté fare a meno di cercare con lo sguardo Malik, sperando in un segnale, un minimo accenno di comprensione. Ma l’Assassino restava concentrato sul suo piatto, l’espressione accigliata.
Corrugò a sua volta la fronte e, con cortesia, ritirò la mano. Parvaneh continuò a osservare di sottecchi, percependo un’inquietudine crescente: qualcosa stava per accadere, ma tutto sembrava ancora apparentemente normale.
A un tratto, con voce frettolosa, disse: «Scusate, devo allontanarmi da tavola.»
Non riusciva a spiegarsi perché, ma aveva l’impressione che le pareti si stessero restringendo attorno a lei. I suoni del corridoio, il vociare dei commensali, sembravano martellarle nelle tempie, amplificati fino a farle vibrare il cranio.
Ogni passo lungo il corridoio le faceva percepire il mondo in modo distorto, come se la realtà stessa stesse perdendo consistenza. L’aria era più densa, più carica di tensione, e la sua mente cercava di afferrare un senso in quella percezione confusa: qualcosa stava per accadere, e lei lo sentiva con un’intensità che non poteva ignorare.
Dei flash di luoghi e cose che Parvaneh non aveva mai visto in vita sua iniziarono a scorrere nella sua mente: carri di metallo che si muovevano su ruote, oggetti a forma di freccia che sfrecciavano nel cielo, volti e suoni di un’altra vita che sembravano così reali da confonderla.
La voce di Alexandra si faceva distorta, metallica, e cercava di chiamarla, di riportarla al controllo. Ma il “glitch” non sfuggì a Lucy e Warren, che immediatamente si misero al lavoro per stabilizzare la situazione.
Dal naso della discendente cominciò a scendere sangue, cosa che non avrebbe mai dovuto accadere.
«Dottore, temo stia succedendo qualcosa. Potremmo perdere anche questo soggetto. C’è un sovraccarico di dati, anomali, come se la sequenza del suo DNA stesse subendo danni.»
«Signorina, non perda tempo in chiacchiere. La ragazza ha un forte legame con la Mela e non possiamo permetterci di perderla ora.»
«Non riesco a scollegarla dall’Animus e non posso forzare la chiusura: rischieremmo danni cerebrali irreversibili.»
«Allora lasci che resti collegata finché la macchina non la libererà da sola. Lei continui a monitorare la situazione costantemente. Io vado a controllare il signor Miles; mi tenga aggiornato in tempo reale.»
Quando Parvaneh riaprì gli occhi, si ritrovò di fronte al principe, chiaramente preoccupato, piegato su di lei mentre le asciugava il sangue dal naso con un fazzoletto.
«Cosa è successo, Parvaneh? Non può essere una semplice insolazione.»
«Io… non lo so…» riuscì a mormorare, ancora confusa e debole.
In quel momento Malik, Altair e Maria arrivarono correndo, cogliendoli proprio nel momento in cui il principe l’aveva sollevata e stava cercando di aiutarla a rimettersi in piedi. Rimasero sorpresi, sebbene l’Assassino con un solo braccio non mostrasse stupore.
Al-Zhair spiegò subito quanto accaduto, e le espressioni dei presenti mutarono, tra preoccupazione e tensione.
«Parvaneh, vai con Maria nelle vostre stanze e riposate. Domani partiremo presto per Masyaf.» ordinò Altair, avvicinandosi con passo deciso.
«No, Maestro degli Assassini. La vostra sottoposta ha avuto un brutto svenimento. Prima la farò visitare da un mio medico, poi ve la restituirò.» La voce del principe era ferma, ma portava con sé un’irremovibile autorità.
Non appena ebbe terminato, un urlo terrorizzato riecheggiò lungo i corridoi: uno dei servitori stava cercando di richiamare l’attenzione sull’accaduto, amplificando la tensione che già gravava nella stanza.