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«Assassinio, assassinio! Che disgrazia!»
Un servitore comparve all’improvviso nel corridoio, urlando in preda al panico. La sua corsa frenetica fu bruscamente interrotta quando Al-Zhair lo afferrò per il colletto con la mano sinistra, stringendo con forza per immobilizzarlo.
«Chi è morto? Chi è stato ucciso?» domandò, la voce tesa e i denti serrati.
L’uomo, ansimante e con gli occhi spalancati per il terrore, balbettò: «Suo fratello, Al-‘Aziz! Oh, meglio… non è ancora morto, ma è stato avvelenato, e ormai… è come se lo fosse già!»
Al-Zhair lo scosse con rabbia. «Stupido ignorante! Come puoi gridare all’assassinio se non c’è ancora un cadavere? Vuoi seminare il panico in tutto il palazzo?! Per queste sciocchezze ti beccherai due frustate! Ora rispondi: hai chiamato i soccorsi, o ti sei limitato a correre come un folle da una parte all’altra?»
«P-perdonatemi, mio signore!» gemette il servitore, piegando il capo. «Vostro fratello sta molto male, ma sì, ho mandato a chiamare i medici. Ora sono già nella sua camera!»
Al-Zhair lo spinse via con un gesto brusco e si voltò verso Altair, il volto contratto da una furia glaciale. «Altair, vi riaffido Parvaneh.»
Poi, senza aspettare risposta, gridò alle guardie: «Scortate gli Assassini nelle loro stanze. Nessuno di loro dovrà uscire finché non darò io stesso l’ordine. Nessuna eccezione!»
Le guardie obbedirono immediatamente, mentre nel palazzo l’eco delle grida si mescolava al terrore per l’avvelenamento, lasciando sospeso nell’aria un presagio oscuro.
«Perché questo trattamento? Che cosa abbiamo fatto!?» si intromise Maria, indignata, la voce vibrante di rabbia.
Al-Zhair la fissò con uno sguardo freddo e autoritario. «Che abbiate fatto qualcosa o meno, non è questo il momento di discuterne. Fate come vi ho ordinato e vi prometto che avrete presto mie notizie. Ma badate bene…» la sua voce si abbassò, diventando tagliente come una lama, «non compiete atti di cui potreste pentirvi.»
Maria si morse il labbro, furiosa ma impotente. Altair, silenzioso, la afferrò per il braccio, invitandola con lo sguardo a non ribattere. Non avevano altra scelta che obbedire.
Parvaneh, nel frattempo, era ancora stordita, il volto pallido e la mente offuscata. Alexandra cercava di richiamarla dentro l’Animus, ma la sua voce, ormai fievole e distante, si stava spegnendo. Qualunque cosa fosse accaduta, aveva ferito entrambe, legandole in un dolore invisibile ma lacerante.
Maria le lanciò uno sguardo preoccupato. Cercò di razionalizzare ciò che vedeva, convincendosi che fosse solo un altro degli effetti collaterali della Mela. Dopotutto, non poteva immaginare che, dentro il corpo dell’Assassina, non vivesse soltanto Parvaneh… ma anche un’altra presenza, silenziosa e sconosciuta a tutti.
Non molto tempo dopo, i Nizariti furono convocati nella grande sala principale.
L’atmosfera era cupa, e il brusio dei presenti si spense quando gli Assassini fecero il loro ingresso. Il giovane governatore di Aleppo, Al-Zhair, sedeva tra i dignitari, il volto scuro e contratto.
Saladino non era presente: era rimasto accanto al figlio gravemente intossicato. Al suo posto, a presiedere l’assemblea, c’era suo fratello Safedino, un uomo dall’aspetto fiero e dall’aura autorevole, così rispettato da essere noto come “il Giusto”.
Safedino si alzò in piedi, la voce solenne ma carica di tensione:
«Assassini, vi abbiamo convocati per darvi una notizia spiacevole. Uno di voi quattro ha tradito la nostra ospitalità, tentando di assassinare il principe Al-‘Aziz con il veleno. Per tale crimine, il colpevole sarà processato.»
Un mormorio scosse la sala. Malik fece un passo avanti, indignato.
«Spettabile Safedino, questa è un’accusa gravissima! Non abbiamo mai mancato di rispetto alla vostra ospitalità. Non siamo quel genere di persone. Per quale motivo avremmo dovuto compiere un simile gesto? E soprattutto… chi tra noi viene accusato?»
Safedino mantenne un’espressione impassibile. «Sulle vostre intenzioni dovrete rispondere voi stessi. Tuttavia, il principe, poco prima di perdere i sensi, riuscì a scorgere chi si aggirava nei pressi della sua stanza.»
Si voltò lentamente, poi alzò il braccio e puntò il dito accusatore verso Parvaneh.
Il cuore dell’Assassina mancò un battito. Maria spalancò gli occhi, mentre anche Altair e Malik rimasero increduli.
«Io… io non ho fatto niente!» balbettò Parvaneh, il respiro accelerato. «Come potete accusarmi? Non so nemmeno dove si trovino le stanze dei principi!»
Safedino non si scompose. «Non è forse vero che ti sei allontanata dal banchetto prima di tutti gli altri, senza dare spiegazioni?»
La sua voce si fece più dura, ogni parola scandita come un colpo di martello. «Hai avuto tempo sufficiente per raggiungere le stanze private. Forse intendevi avvelenare più di un principe… ma non ne hai avuto occasione. Tu stessa hai inalato i fumi del veleno, intossicandoti. E quando sei crollata, perdendo sangue dal naso, hai rivelato la tua colpa.»
«Non è così!» gridò Parvaneh, le mani tremanti. «Non è per questo che stavo male!»
«E allora, quale sarebbe la verità?» ribatté Safedino, con un lampo di sospetto negli occhi. «Sei giovane, forte e in salute. Nemmeno la peggiore insolazione causerebbe una simile emorragia, tanto meno dopo ore di apparente normalità.»
Si chinò leggermente verso di lei, la voce bassa ma tagliente: «Hai altro da dire in tua difesa? No? Bene. Guardie, perquisitela!»
Altair fece per avanzare, ma due soldati lo trattennero con forza, costringendolo a fermarsi.
«Fermatevi! È un errore!» ringhiò, mentre altri due uomini si avvicinavano a Parvaneh, pronti a metterle le mani addosso.
L’aria nella sala si caricò di tensione, come se da un momento all’altro stesse per esplodere una tempesta.
«Spettabile Safedino, guardate!»
Uno dei soldati alzò qualcosa che scintillò alla luce delle torce. Tra le sue dita, stretta come un trofeo, c’era una piccola boccetta di vetro, colma di un liquido violaceo che rifletteva bagliori sinistri.
«Ecco la prova!» dichiarò con tono trionfante. «Non stavi male per un misterioso malessere, Assassina. Hai inalato tu stessa i fumi del veleno mentre cercavi di portare a termine il tuo piano. Non sei riuscita a uccidere il tuo bersaglio e non hai nemmeno avuto l’accortezza di nascondere l’arma del delitto!»
Il soldato la fissò con disprezzo, arricciando il labbro. «Che vergogna per la tua Confraternita. Guardie, portatela via!»
«No!» gridò Parvaneh, tentando di divincolarsi, ma il suo corpo era ancora troppo debole. Le braccia le cedevano, le gambe non rispondevano, e i soldati la immobilizzarono senza fatica.
«Maria! Malik! Altair!» li chiamò, con la voce incrinata dalla paura.
«Resisti, Parvaneh!» le promise Maria, cercando di raggiungerla, ma fu trattenuta da due guardie armate.
Malik serrò i pugni, trattenuto a forza, e i suoi occhi ardevano di rabbia impotente. «Ti tireremo fuori di lì, te lo giuro!»
Anche Altair, seppur con il volto impassibile, inclinò appena la testa in segno di promessa.
Parvaneh si aggrappò a quella speranza, ma quando i suoi occhi incontrarono quelli di Al-Zhair, il cuore le crollò nel petto.
«Principe… ditemi che voi credete in me, ditemelo!» supplicò, la voce rotta.
Ma lui distolse lo sguardo, serrando la mascella senza proferire parola.
Fu l’ultima goccia.
La trascinarono via a forza attraverso corridoi freddi e silenziosi, fino a gettarla con brutalità in una cella umida e maleodorante.
Il tonfo del corpo contro il pavimento di pietra le tolse il respiro. Attorno a lei, solo un mucchio di paglia sporca, un secchio per i bisogni e piccoli topi che scapparono spaventati, nascondendosi tra le crepe del muro.
Il portone di ferro si chiuse alle sue spalle con un fragore secco, che echeggiò come una condanna definitiva.
«No! Non fatemi questo!» gridò, correndo verso le sbarre e aggrappandosi con tutta la forza rimasta. «Io sono innocente, vi dico che sono innocente!»
Nessuno rispose. Nessuno le rivolse neppure uno sguardo. Le loro sagome si allontanarono lungo il corridoio, fino a scomparire, lasciandola sola con il bagliore tremolante di una torcia che proiettava ombre minacciose sulle pareti.
Le gambe le cedettero e si lasciò cadere in ginocchio, rannicchiandosi contro il muro gelido. Il pianto le esplose dal petto, incontrollabile, carico di rabbia e disperazione.
«Dannazione…» singhiozzò, stringendo i pugni contro il petto. «Tutto questo è colpa tua! Non è vero!?»
Alzò il volto rigato dalle lacrime, fissando il vuoto, come se Alexandra potesse materializzarsi davanti a lei.
«Da quando ti conosco non ho avuto altro che disgrazie! Perché mi fai questo? Chi sei tu, in realtà? Non puoi essere la mia discendente!»
La voce di Alexandra risuonò nella sua mente, tagliente e carica di frustrazione:
«Io non ti sto facendo nulla! Non è colpa mia se ti trovi qui. Il mio compito è solo osservare, rivivere la tua vita attraverso di te. È l’unico modo per sbloccare il ricordo che riguarda la Mela!»
«R-ricordo? Come ricordo? Io non sono un ricordo, io sono io!» urlò Parvaneh, la voce incrinata dall’angoscia. «Penso, mi muovo, vivo nella realtà. Sei tu ad essere una figura intangibile, che non fa altro che assillarmi con questa storia!»
Si portò le mani alla testa, graffiandosi appena la pelle sotto i capelli neri. «Sparisci dalla mia mente! E no, non farò silenzio, non mi importa se quelli là fuori ci sentono!»
Le sue urla riecheggiarono nella cella, rimbalzando sulle pareti di pietra umida.
Alexandra, spazientita e determinata a riprendere il controllo, spinse con forza la sua presenza mentale fino a soppiantarla, prendendo il comando. La mente di Parvaneh cadde nel silenzio, proprio un attimo prima che i passi di qualcuno riecheggiassero nel corridoio.
Poco dopo, la torcia appesa alla parete illuminò il volto di Al-Zhair.
La donna scattò in piedi di colpo e si aggrappò alle sbarre, le dita pallide e tremanti per la tensione.
«Principe… per favore, principe!» Il suo sguardo, lucido di lacrime, cercò disperatamente il suo. «Per favore, almeno tu devi credermi. Io sono innocente! Come puoi non credermi, tu almeno?»
Al-Zhair si fermò a pochi passi dalla cella, il suo volto segnato da ombre indecifrabili.
«Ti professi innocente?» disse con voce calma ma tagliente, come una lama. «Eppure tutte le prove sono contro di te. Perché dovrei crederti? Ci conosciamo così poco, Parvaneh… e io ricordo ancora chiaramente il modo furtivo con cui ti sei introdotta nella mia stanza. Sei abile in queste cose.»
«Perché è la verità!» gridò lei, la voce rotta dal dolore. «Io non ho fatto niente. Davvero, dopo quello che c’è stato tra noi, per te sono solo una sconosciuta?»
Le mani scivolarono lungo le sbarre, finché una non osò tendersi verso di lui. «Vostro fratello ha mostrato astio verso di noi fin dall’inizio, e io—»
Il principe si ritrasse bruscamente, il suo sguardo ora freddo e distante.
«Non ti do il permesso di toccarmi senza il mio consenso,» disse, scandendo ogni parola con fermezza, «e non ti permetto di insinuare nulla finché questa faccenda non verrà risolta.»
Le sue parole calarono come una sentenza.
Parvaneh sentì un gelo scorrerle lungo la schiena.
«Il tuo Maestro,» proseguì Al-Zhair, «ha detto di avere la soluzione al caso. Ma per farlo dovrà recarsi a Masyaf…» Una breve pausa, carica di veleno. «Un bel modo di svignarsela, eh?»
«Ora sono io a non darti il permesso di insinuare nulla.» La voce di Parvaneh tremò leggermente, ma il tono era fermo, animato da un ardore che neanche la stanchezza riusciva a spegnere. Si aggrappò alle sbarre, come se potesse trasmettere la propria convinzione attraverso il ferro freddo.
«Altair è un uomo di valore e non abbandonerebbe mai un suo compagno. Piuttosto, se fosse certo della sua colpevolezza, lo punirebbe lui stesso con le sue stesse mani.»
Inspirò a fondo, cercando di contenere la rabbia che le montava in petto. «Se dice che per aiutarmi deve ritornare in sede, allora io gli credo. E presto tornerà qui… a liberarmi.»
Al-Zhair inarcò un sopracciglio, la sua figura imponente stagliata contro la luce tremolante della torcia.
«Masyaf e Hittin sono molto distanti tra di loro,» ribatté con voce fredda, «più o meno la stessa distanza che separa questo luogo da Ascalona, solo andando verso nord. Davvero dobbiamo aspettare tutto questo tempo per processarti?»
«Visto che sono innocente, sì.» Gli occhi di Parvaneh brillarono di una fierezza che nonostante le circostanze non si era spenta. «Ne vale la pena. Nel frattempo, parlate con vostro fratello e cercate di capire cosa è realmente successo.
Se non era una mossa contro di noi Assassini, allora andate alla ricerca del vero colpevole. È là fuori, adesso… in fuga.»
Il silenzio calò nella cella. Il principe rimase immobile, il volto appena inclinato verso di lei mentre la studiava attentamente, come se stesse cercando una crepa nella sua sicurezza. Il suo sguardo, profondo e penetrante, fece gelare il sangue nelle vene di Parvaneh.
«Sembri veramente decisa a proteggere te stessa,» disse infine, abbassando la voce fino a un sussurro quasi intimo.
Fece un passo avanti, le dita sfiorarono le sbarre e poi la sua pelle. «Dovrei infischiarmene e farti tagliare la testa…»
Si chinò leggermente, fino a farle percepire il calore del suo respiro. «… ma non riesco a negare a me stesso che, se lo facessi, me ne pentirei.» La mano di Al-Zhair scivolò lentamente sul collo di lei, indugiando sulla pelle. «Sei così calda…»
Parvaneh si irrigidì, un brivido le corse lungo la schiena, ma non era paura: era una miscela di disgusto, rabbia e qualcosa che non voleva ammettere a sé stessa.
In quell’attimo sospeso, dei passi precipitosi ruppero la tensione.
Una guardia apparve all’ingresso del corridoio, trafelata. «Mio signore! Il sultano vi cerca con urgenza.»
Al-Zhair ritrasse la mano, il suo volto tornando impassibile come se nulla fosse accaduto. «Vengo subito.»
Si voltò senza degnarla di un ultimo sguardo e se ne andò, lasciando dietro di sé un silenzio assordante.
Alexandra, che fino a quel momento era rimasta silenziosa, svanì improvvisamente, come se avesse deciso di ritirarsi nel profondo della mente condivisa.
Parvaneh si accasciò sulle ginocchia, tremante. Ora era sola. Completamente sola.
I giorni successivi si trascinarono come un interminabile supplizio. L’alternarsi di luce e buio non le dava sollievo: ogni alba portava solo un’altra giornata di attesa, ogni tramonto un’altra notte di inquietudine.
Si nutriva appena, toccando a stento il pane secco e l’acqua che le venivano lasciati, mentre il suo corpo si indeboliva e la mente vacillava. Non percepiva più nemmeno l’eco della presenza di Alexandra nella sua mente.
Era la prova definitiva: per ora, quello era il suo destino. Rimanere lì, sospesa, nell’incertezza, mentre tutto dipendeva dall’esito di una partita che non poteva giocare.
Altair avrebbe dovuto fare in fretta. Mal dannatamente in fretta.
Passarono due settimane. All’alba del quattordicesimo giorno, la cella si tinse di una luce livida. E proprio in quell’istante Alexandra riemerse, come un respiro trattenuto troppo a lungo.
Per lei era trascorso appena un battito di ciglia, ma per Parvaneh quell’intervallo aveva avuto il peso di un’eternità. L’improvviso ritorno della voce interiore la scosse profondamente, lacerando i suoi nervi già logorati.
Quella ricomparsa non era casuale.
Un fatto importante stava per accadere.
E infatti, pochi minuti dopo, dei passi si avvicinarono lungo il corridoio. La porta si spalancò e Parvaneh vide tre figure che non avrebbe mai smesso di attendere: Altair, il volto scolpito nella determinazione; il suo fidato Consigliere, con lo sguardo vigile; e la ex-Templare, fredda ma presente, segno che l’alleanza tra loro era più solida di quanto temesse.
Accanto a loro, però, c’era anche il principe Al-Zhair, con un’espressione ambigua, sospesa tra diffidenza e riflessione.
Non appena gli occhi scuri di Parvaneh si posarono sui compagni, le lacrime le rigarono il viso.
Le mani tremanti si aggrapparono alle sbarre, il cuore che le batteva come impazzito.
«Amici… siete venuti a liberarmi.» La voce le si spezzò per l’emozione. «Avanti, aprite questa cella… ho una grande voglia di abbracciarvi.»
Altair si avvicinò, posandole addosso uno sguardo profondo, ma il tono con cui parlò era grave, privo di trionfo.
«Lo faremo, Parvaneh,» disse, calmo ma deciso, «ma non subito.»
Si voltò appena verso Al-Zhair, come a sottolineare la presenza scomoda dell’uomo.
«Siamo riusciti a dimostrare la tua innocenza, almeno al principe qui presente… ma l’espediente che abbiamo usato non può essere rivelato a Saladino e alla sua corte.»
Le parole pesarono come pietre. Parvaneh trattenne il fiato, il sollievo iniziale incrinato da un nuovo dubbio: quale verità avevano celato per salvarla? E, soprattutto, a quale prezzo?
Per la Nizarita non fu necessario porre domande ad alta voce: il suo sguardo, carico di tensione e aspettativa, parlava da solo.
Maria colse quel messaggio silenzioso e annuì appena, prima di prendere la parola con tono basso e controllato.
«Vuol dire che Altair, per far parlare il principe Al-‘Aziz, ha utilizzato la Mela.» spiegò con calma. «Fece lo stesso quando interrogò un mamelucco che avevano catturato tempo addietro, per scoprire dove eravate stati portati tu e Malik. Come ben capirai, non è qualcosa che possiamo dichiarare ad alta voce.»
Le parole colpirono Parvaneh come un colpo improvviso.
«Ma, Maria… lo state dicendo davanti a lui… e poi, suo fratello!» esclamò, aggrottando le sopracciglia, confusa e diffidente.
La donna inglese non si lasciò turbare.
«Al-Zhair, non appena ha avuto conferma della tua innocenza, ha promesso che non avrebbe fatto parola di quanto accaduto. Suo fratello, invece, non ha memoria di ciò che gli è stato fatto.»
Il principe, che fino a quel momento era rimasto in silenzio, si fece avanti, il volto teso, la voce carica di una freddezza controllata.
«Sì, ma devo comunque sottolineare che di una stregoneria del genere non posso che diffidare.» dichiarò, scrutandoli uno a uno. «Come posso essere certo che questa vostra sfera non mi abbia semplicemente mostrato ciò che vi conveniva? Che Parvaneh sia innocente è per me motivo di gioia, non lo nego… ma se perdonassi tutte le persone per cui provo affetto, a quest’ora sarei stato già soppiantato.»
Le sue parole pesarono come una sentenza. Poi aggiunse, con un tono ancor più grave:
«Come vi ho detto, Assassini, metterò una buona parola affinché non venga giustiziata, ma non posso garantire che non venga imprigionata a vita.»
Quelle frasi furono come una lama nel cuore di Parvaneh. La donna serrò i pugni, la voce che le tremava di rabbia e disperazione.
«Allora uccidetemi, qui ed ora!» gridò con fierezza. «Non ho alcuna intenzione di marcire tra quattro mura!»
Il principe la osservò con uno sguardo quasi divertito, sorpreso dal coraggio – o dalla follia – di quelle parole.
Un mezzo sorriso, impercettibile, sfiorò le sue labbra. «Sei proprio una sciocca, Parvaneh.» borbottò Malik, scuotendo la testa.
Poco dopo, la donna venne condotta al cospetto del sultano.
Lo spiazzo era lo stesso dove, solo pochi giorni prima, avevano avuto il loro primo incontro: un luogo carico di ricordi e di tensione, ora testimone di un momento decisivo.
Al-Zhair e gli Assassini dichiararono pubblicamente che Al-‘Aziz aveva confessato di aver agito da solo.
Pur di infangare il nome della Confraternita, aveva orchestrato tutto, arrivando persino a rischiare la propria vita con il veleno pur di rendere credibili le accuse.
Parvaneh, dissero, si era sentita male per motivi diversi, non legati all’avvelenamento.
La verità, però, era più cupa.
Parvaneh aveva con sé la boccetta trovata in precedenza e, non essendo stato possibile rintracciare la guardia che gliela aveva mostrata, tutti compresero che l’uomo era stato messo a tacere.
Era chiaro che qualcuno aveva voluto eliminare l’unico testimone che avrebbe potuto svelare come le false prove fossero state collocate addosso alla donna.
L’ombra del tradimento aleggiava ancora, invisibile ma palpabile, mentre il destino di Parvaneh rimaneva sospeso tra la verità e la menzogna.
«Io non ho confessato un bel niente!» ringhiò Al-‘Aziz, la voce carica di furore mentre si voltava verso il fratello. «Siete solo dei bugiardi, e mio fratello, pur di vedermi ridicolizzato, si è persino alleato con i miei assalitori!»
Un gesto sprezzante accompagnò le sue parole: sputò a terra, l’espressione stravolta dall’ira e dall’umiliazione.
Al-Zhair rimase impassibile solo per un istante, poi replicò con altrettanta veemenza, facendo un passo avanti.
«Sei tu a ridicolizzarti con le tue stesse azioni! Hai confessato davanti a me e a ben quattro testimoni, me compreso. Il tuo onore si è macchiato non oggi, ma il giorno in cui ti sentii dire che, una volta divenuto sultano, ti saresti dedicato alla distruzione delle piramidi!»
Le parole riecheggiarono nella grande sala come lame affilate.
Un mormorio si levò tra i presenti: la corte era divisa, incapace di distinguere la verità dalla menzogna. Entrambi i principi erano figure illustri della dinastia ayyubide, e accusarne uno di menzogna significava destabilizzare il delicato equilibrio politico.
Saladino, rimasto in silenzio fino a quel momento, alzò una mano per riportare l’ordine.
Il suo sguardo penetrante percorse l’intera sala, scrutando i volti dei presenti. La sua voce, quando parlò, era ferma come la roccia.
«Basta. Le parole non bastano a stabilire la verità.» dichiarò. «Si farà come vuole la tradizione: un duello. Il vincitore sarà colui che avrà ragione.»
Un brivido percorse la schiena di Parvaneh.
Il cuore le martellava nel petto quando udì la sentenza che pesava direttamente su di lei.
Avrebbe dovuto dimostrare la propria innocenza affrontando un duello all’ultimo sangue contro il campione scelto da Al-‘Aziz.
L’uomo che si fece avanti era imponente: alto, massiccio, con braccia che sembravano tronchi d’albero e cicatrici che raccontavano una vita di battaglie.
La sua sola presenza trasmetteva una forza brutale e inarrestabile.
Parvaneh si sentì piccola di fronte a lui, consapevole della propria debilitazione dopo due settimane di prigionia in una cella fredda e umida.
Maria si alzò di scatto, la voce vibrante di indignazione e paura.
«Ma non può combattere!» protestò, fissando Saladino con ardore. «È stata rinchiusa per giorni in condizioni miserabili, è provata, indebolita. Sarebbe una lotta impari già solo a guardare l’aspetto fisico dei due contendenti!»
Parvaneh rimase sbalordita dalle parole della compagna. Non avrebbe mai pensato di sentire tanta passione in sua difesa, e per un istante i suoi occhi si incrociarono con quelli di Maria, colmi di una determinazione sincera.
Al-‘Aziz, però, colse l’occasione per infierire.
«Mio padre ha parlato!» dichiarò con un ghigno trionfante. «Se l’Assassina si rifiuta di combattere, il mio campione vince a tavolino, e lei verrà condannata come colpevole!»
Un silenzio gelido calò sulla sala.
Perfino i respiri sembrarono trattenersi, mentre tutti attendevano la risposta di Parvaneh.
Il suo corpo tremava, non solo per la paura ma per la rabbia, per l’umiliazione di essere stata calunniata.
Poi, lentamente, fece un passo avanti, i pugni stretti, la schiena dritta.
«Parvaneh, non farlo.» mormorò Malik, pallido, cercando di fermarla. «È una follia, andrai incontro a morte certa.»
«No.» rispose lei, con una calma che tradiva la sua decisione incrollabile. «Preferisco morire combattendo piuttosto che marcire in una cella come un animale.»
Altair le posò una mano sul braccio, tentando un ultimo appello. «Non devi dimostrare nulla a nessuno, non così. Troveremo un altro modo.»
Parvaneh scosse la testa, liberandosi dalla presa.
Il suo sguardo, fermo e deciso, si alzò verso il sultano.
«Io combatterò.»
«Baha! Baha! Baha!»
Il nome rimbombava tra le mura come un tuono, accompagnato dal battito ritmico di centinaia di piedi e mani.
Il campione di Al-‘Aziz avanzò lentamente, con l’incedere di un predatore certo della vittoria. Era alto quasi due metri, un colosso di carne e muscoli temprato da anni di battaglie. Il suo corpo era una mappa di cicatrici, alcune sottili come graffi, altre profonde e deturpanti, testimonianza di scontri che avrebbero ucciso chiunque altro. Il setto nasale, storto e malridotto, rivelava una lunga storia di fratture.
Nella mano destra stringeva una mazza ferrata a due teste, le sfere chiodate che roteavano in aria con un sibilo minaccioso, riflettendo la luce del sole come presagi di morte.
Parvaneh, dall’altra parte dell’arena, indossava la divisa regolamentare degli Assassini.
Il mantello era stato rimosso per non ostacolarla nei movimenti: restava solo l’essenziale. Sul braccio sinistro, la lama celata pronta a scattare, mentre nella mano destra impugnava la sua spada lunga.
Dietro di lei, a sostenerla, vi erano Altair, Malik, Maria e il governatore Al-Zhair. La loro voce, però, era contenuta, quasi un mormorio rispettoso, in netto contrasto con l’ovazione assordante della folla.
Alexandra, dentro di lei, era in preda a un’ansia furiosa.
La sua mente ribolliva di pensieri, ma sapeva che se avesse ceduto al panico, Parvaneh avrebbe perso la concentrazione.
Mantieni i nervi saldi, si impose. Se lei cade, cadi anche tu.
Baha osservò la sua avversaria con un ghigno sardonico.
Agitò le spalle massicce e rise sotto i baffi, incredulo all’idea di dover fronteggiare una giovane donna dalla corporatura esile, che ai suoi occhi non era altro che una preda facile.
Parvaneh, invece, restò immobile, la schiena dritta e lo sguardo ardente. Dentro di sé tremava, ma non permise a nessuno di leggerne la paura.
Safedino fece un passo avanti, la voce potente che impose il silenzio.
«Le regole sono semplici: siete liberi di utilizzare ogni mezzo per vincere. Il duello terminerà solo quando uno dei due dichiarerà la sconfitta… o morirà.»
Un brivido gelido attraversò Parvaneh mentre le ultime parole si disperdevano nell’aria.
Le ginocchia le tremarono appena, ma serrò i denti e si impose di non arretrare.
Con un cenno secco, Safedino diede il via allo scontro.
Subito i due avversari iniziarono a girare in cerchio, gli occhi fissi l’uno sull’altro.
Parvaneh si muoveva leggera, la spada tenuta davanti a sé in una posizione difensiva, calcolando ogni respiro, ogni passo.
Baha, invece, continuava a far roteare la sua arma con gesti ampi e minacciosi, certo della propria superiorità fisica e della vittoria che riteneva inevitabile.
Il silenzio durò solo pochi istanti.
Poi, con un ruggito, il colosso spezzò la tensione e si lanciò in avanti.
La mazza calò dall’alto come un fulmine, diretta a spaccare il cranio della giovane.
Parvaneh reagì d’istinto: si gettò a sinistra, rotolando sul terreno sabbioso, appena in tempo per evitare l’impatto.
Il colpo abbatté una nuvola di polvere, lasciando un cratere nel suolo dove un attimo prima c’era la sua testa.
Non le concesse respiro.
Baha ruotò su sé stesso e caricò un nuovo fendente, le sfere chiodate che fischiavano nell’aria con velocità impressionante.
Parvaneh si rialzò di scatto, arretrando, mentre il secondo colpo sfiorò la sua spalla e frantumò una pietra alle sue spalle.
Alexandra trattenne il fiato.
È troppo forte. Non puoi affrontarlo di petto. Usa la velocità. Pensa come un’Assassina, Parvaneh. Colpisci e svanisci.
L’arena esplose in urla e incitamenti, i soldati che scandivano ancora più forte il nome di Baha, mentre la giovane si preparava a contrattaccare, consapevole che il minimo errore le sarebbe costato la vita.
Approfittò di quel breve istante in cui Baha era leggermente inchinato per colpirlo sul braccio, ma egli reagì prontamente, muovendo l’altro braccio e afferrandole la mano. La lama celata, stretta nella sua mano, rimbalzò sul proprio braccio contro il suo naso con un colpo secco: un dolore acuto le attraversò il volto, facendola vacillare e quasi cadere all’indietro.
Fortunatamente Parvaneh riuscì a rimanere in equilibrio. Il sangue le colava dalla bocca e lungo il collo, ma i suoi occhi brillavano di determinazione. Tra la folla qualcuno urlò a Baha di finirla in fretta, ma lui scoppiò a ridere, divertito: “È troppo divertente sbatacchiarla un po’”.
Chiuse la mano sinistra a pugno e tentò di colpirla di nuovo in volto, ma Parvaneh scivolò via all’ultimo istante, evitando il colpo. Con un movimento rapido e preciso, conficcò la lama celata nella parte inferiore del polso dell’avversario. L’uomo mugugnò, il dolore gli fece aggrottare la fronte, ma non mostrò segni di paura: i suoi occhi iniettati di sangue erano come quelli di un orso ferito, e la sua collera sembrava crescere ancora di più.
«Non mi limiterò a spezzarti la schiena, ti strapperò in due, puttana!» ringhiò, lanciandosi verso di lei. Un calcio poderoso la colpì allo stomaco, facendola cadere di schiena e sputare sangue. La mazza ferrata si abbatté su di lei, ma riuscì a rotolare su sé stessa in tempo. Il movimento la lasciò stordita, il respiro affannoso, ma non cedette.
Tentò di deviare nuovamente il colpo, ma questa volta non fu abbastanza veloce. Gli aculei di una delle palle si conficcarono nel suo braccio, facendola urlare di dolore. Immediatamente dei flash le attraversarono la mente: immagini di luoghi e oggetti che non esistevano ancora. Alexandra subì lo stesso dolore, sentendo come se il proprio corpo si frantumasse in mille pezzi insieme a quello di Parvaneh.
Baha, colto dall’ira e convinto della sua vittoria, sollevò di nuovo la mazza, pronto a colpire. Proprio all’ultimo istante, una spada si frappose tra la giovane e le sfere: queste si arrotolarono intorno alla lama, bloccando il colpo.
«Che vuoi tu? Togliti di mezzo, monco!» ringhiò Baha, i muscoli tesi e il volto contorto dalla rabbia.
Ad intervenire fu Malik, gli occhi infuocati e i denti digrignati, il corpo teso come una molla pronta a scattare.
«Ehi tu, togliti di mezzo, non è il tuo duello!» protestò Al-‘Aziz, cercando di fermare l’imprevedibile.
«In questo duello non ci sono regole per vincere, no? Bene, io sarò il sostituto di Parvaneh. Sarò il suo campione.»
Safedino, con calma solenne, osservò la scena:
«L’Assassina sta per essere sconfitta. Un intervento proprio adesso… a meno che ella stessa non dichiari di volerti come sostituto.»
Malik si chinò verso Parvaneh, passando le mani leggere sulle sue spalle e dando piccoli schiaffetti per riportarla alla realtà, quanto bastava per farle aprire la bocca:
«Parvaneh, ti prego… parla, dì che fai cambio con me!»
I suoi occhi, ancora in preda ai flash, tremolavano tra il vitreo e il normale, e la voce non usciva.
«Non sta favellando! Zio, avanti, dichiara che non si può fare e poniamo fine a questa pagliacciata!» esclamò Al-‘Aziz.
Safedino schiuse le labbra, pronto a dare la sua sentenza, e il silenzio calò nell’arena come un velo pesante.
«Accetto, accetto il cambio!»
Le parole giunsero appena in tempo, facendo tirare un sospiro di sollievo a tutti gli alleati della giovane Assassina. Baha scoppiò in una risata crudele: una donna, e un monco con un solo braccio a sfidarlo? Lo spettacolo prometteva di essere esilarante.
Parvaneh fu sollevata da Altair e Maria, che la sostennero delicatamente. Altair si avvicinò a Malik, soppesando la scelta del suo allievo:
«Sei sicuro di volerlo fare tu?»
Ma Malik scosse la testa con fermezza: non poteva più permettersi di rischiare la vita del Maestro. Senza di lui, gli Assassini sarebbero stati persi.
«È inutile che te la ridi così, tu! Io sono Malik Al-Sayf, vice e Consigliere degli Assassini. E seppur con un solo braccio, mi basta per mettere fuori gioco un tipo come te!»
Baha, divertito e sprezzante, ringhiò: «Prima che cali il sole, tu sarai già cadavere, Assassino!» e si scagliò contro di lui con furia selvaggia.
Malik, seppur armato di un solo braccio, non era uno sprovveduto. Dietro di lui c’erano anni di allenamento, astuzia e battaglie combattute; la differenza di esperienza e tecnica si percepiva subito. Ogni movimento di Baha veniva anticipato, deviato, studiato. Il campo di battaglia non era più solo una sfida di forza, ma di mente e abilità.
Chiaramente, Malik non poteva negare che avere un solo braccio limitava il suo equilibrio e il numero di mosse disponibili. Tuttavia, non si fece scoraggiare: lottò come un leone, deviando colpi e affondando con precisione chirurgica.
«Anche tu non sei altro che un codardo. Tutti voi Assassini siete un branco di codardi. Affrontami come si deve!»
«Non è codardia riconoscere la differenza delle nostre stazze. Se mi buttassi a testa bassa come fai tu, sarei già morto. Nella tua testa c’è solo merda!»
Le parole infuriarono Baha. Con un ruggito di rabbia, scagliò una spallata che mandò Malik a terra sul fianco sinistro. La mazza ferrata calò di nuovo minacciosa, ma Malik sollevò la spada: le sfere metalliche si arrotolarono attorno alla lama come due serpenti metallici.
Baha tentò di strappargliela di mano, ma Malik resistette con una presa ferrea. Alla fine, un ultimo strattone fece volare entrambi gli avversari indietro: la spada cadde, scivolando sul terreno. Per Baha, perdere l’arma non fu un problema: si mise a ridere, battendo e strofinandosi le mani come a divertirsi ancora di più.
Malik si rialzò, il coraggio dipinto sul volto e la determinazione negli occhi.
«Se perderai, tu morirai e condannerai pure quella sgualdrina. Davvero vuoi rischiare per lei? Deve essere brava a succhiarlo, evidentemente!»
L’altro non rispose, mantenendo la concentrazione per la nuova fase del duello.
Parvaneh lo osservava con quel poco di coscienza che le restava, mentre alcune lacrime le scendevano dagli occhi per l’ardimento del compagno.
«Malik, sei proprio uno sciocco…»
Baha scagliò pugni e calci, che Malik riuscì a parare o deviare a stento. Quando subiva i colpi, il dolore lo attraversava in onde violente. Ben presto anche lui era una maschera di sangue e lividi, ma il suo sfidante appariva altrettanto stanco e rallentato. Entrambi ansimavano, incapaci di trovare respiro, ma nessuno dei due cedette.
A un certo punto, Baha centrò Malik con un pugno potente, facendolo rotolare a terra. Tuttavia, Malik fu pronto: con un movimento rapido da sotto la tunica estrasse un pugnale e, puntando con precisione chirurgica, tagliò i tendini dei talloni di Baha. L’energumeno urlò di dolore, piegandosi in avanti, vulnerabile come non lo era mai stato in tutta la sua vita.
L’avversario cadde a terra sulle ginocchia, la bocca spalancata dal dolore, e con un movimento involontario sollevò il mento, lasciando la gola esposta alla lama di Malik. Sangue schizzò, macchiando i vestiti di Al-‘Alzair, che stava a pochi passi da loro.
«Chi è che sarebbe morto prima del tramonto!?» sbottò, sputando in direzione di ciò che restava di Baha.
Il principe non volle accettare la sconfitta e ordinò alle guardie di arrestare Malik e i suoi compagni, ma la parola di Safedino fu ferma e definitiva:
«Le regole erano chiare: chi vinceva avrebbe avuto ragione. Dio ha dato ragione agli Assassini. Al-‘Alzair, hai perduto: accetta la cosa con onore e fa seppellire il tuo campione con i dovuti onori.»
Il principe persiano si allontanò, visibilmente irritato.
Per Malik non ci furono elogi pubblici, solo Maria e Altair gli diedero qualche pacche sulle spalle in segno di approvazione. Si chinò poi verso Parvaneh per accertarsi delle sue condizioni. La giovane stava lentamente ritrovando lucidità mentale, così come la sua controparte nella mente condivisa.
Subito dopo, il gruppo si diresse verso il palazzo per medicarsi e rifocillarsi. Saladino concesse agli Assassini di tornare in sede, con la promessa di informarsi su come si fosse conclusa la vicenda con re Riccardo.
Parvaneh fu sistemata in una stanza confortevole, così da poter riposare e rimettersi in viaggio. Nonostante fosse sveglia, rimaneva turbata. Cercò conforto in Alexandra, ma nemmeno la sua controparte riusciva a spiegare cosa fosse accaduto durante il duello o la cena precedente. L’unica certezza era che qualcosa di profondamente sbagliato stava accadendo.
Poco dopo, due voci maschili, immerse in una fitta discussione dall’altra parte della porta, catturarono la sua attenzione.
«Dove stai andando, principe? Parvaneh sta riposando.» disse Malik, ancora fasciato, con tono autoritario e indagatorio.
«Stavo andando ad accertarmi della sua condizione,» replicò Al-Zhair.
«Ti ripeto che sta riposando e, in quanto suo superiore, non permetterò che venga disturbata, qualunque sia la natura della tua visita.»
«Io sono il terzogenito di Saladino e governatore di Aleppo e Mosul. Pensi che il tuo rango abbia qualche potere su di me?»
«Certamente no, ma la tua coscienza dovrebbe farti desistere dall’andarla a trovare, ora come ora.»
«Dove vuoi arrivare?» chiese, incrociando le braccia al petto, lo sguardo duro come la pietra.
«Dico che non ha senso che tu ti preoccupi della sua salute proprio “ora”. Solo ora che è stata scagionata e solo perché abbiamo dovuto ricorrere a un espediente che deve rimanere segreto. Dove eri prima?»
«Ero a fare il mio dovere. La mia posizione non mi permette di mostrare eccessivo appoggio a chi, nel pensiero comune, è considerato un reietto.»
Malik contrasse la mascella. «Questi “reietti” hanno rischiato la vita per te e per il sultanato. E come siamo stati ripagati? Accusati ingiustamente! E tu, proprio tu che dichiaravi affetto per lei, cosa hai fatto? L’hai lasciata in una lurida cella, malata, abbandonata a sé stessa… hai persino abusato di lei!»
Il principe si irrigidì. «“Abusato”?! Come osi pronunciare parole tanto gravose? Se non fosse che ti sono grato per averla salvata, non esiterei a farti tagliare la lingua. Parvaneh venne volontariamente a letto con me. Fu parte del nostro patto: quando le diedi il pugnale con cui uccise Seffe, sapeva a cosa andava incontro. Se non avesse accettato, tu saresti già stato digerito dalle tigri e gli Assassini assediati dalla mia famiglia.»
«Quindi l’hai costretta con il ricatto… e questa non è violenza?»
«Io sono un principe. Se una donna mi piace e decido di giacer con lei, non può opporsi e dovrebbe sentirsi onorata delle mie attenzioni. Per me è stato un onore fare l’amore con lei, essere il suo primo uomo. È una delle persone più belle e coraggiose che abbia mai conosciuto. Non l’ho costretta in alcun modo; l’ho trattata come avrei trattato una principessa.» Rispose il principe, con voce accalorata. «Per quanto riguarda la prigione, non c’è giorno in cui non mi danni. Ho molti nemici; persino i fratelli non sono sempre alleati. Avrei potuto tenerla rinchiusa in una stanza lussuosa, ma così qualcuno avrebbe attentato alla sua vita per colpire me. Ti giuro, sul mio onore: se non fosse esistito un modo per scagionarla, l’avrei portata via. Non era mai mia intenzione farle del male e non rivelerò mai nulla sulla vostra sfera, pur di proteggerla.»
Malik sostenne lo sguardo di Al-Zhair. Negli occhi del principe c’era una sincerità palpabile.
«Perciò dici di non averne abusato? Ma tu non sai come lei lo vede. E poi, chi ti dice che lei fosse felice di giacere con uno sconosciuto, piuttosto che con qualcuno che desiderava davvero?»
«Anche in questo, si vede il suo coraggio: pur di proteggere la Confraternita, ha sacrificato sé stessa. Non c’è donna che meriti più onore di lei. E se avesse protestato sul venire con me, l’avrei portata dove lei avesse voluto.»
Il principe rispose con calma ma fermezza, replicando a ogni obiezione. «Tu, Assassino, giudichi la mia indole basandoti su un solo episodio e ti permetti di rimproverarmi come se fossi un bambino. Io sarei disposto a ricoprirla d’oro e, se fosse rimasta incinta, l’avrei resa mia concubina, ignorando ciò che penserebbe la gente.»
Non appena terminò di pronunciare quelle parole, l’espressione del principe mutò, diventando più indagatoria. Lo scrutò da capo a piedi, corrugando la fronte come a voler leggere i suoi pensieri.
«Ora basta. Ho motivato abbastanza le mie azioni e non devo rendere conto a te di ciò che faccio nella mia vita. Come non dovrebbe interessarti ciò che fa Parvaneh nel privato. Lei ha scelto di stare con me, il vostro Ordine è salvo, e questo è ciò che conta. Ti stai prendendo troppo a cuore quello che le è successo; persino il vostro Maestro non si sarebbe mostrato così… “affiatato”.»
Malik rizzò la schiena e sollevò il mento, cercando di non lasciarsi intimidire. «Che io scelga di prendere le difese dei miei Assassini o meno, è affar mio.»
Al-Zhair sorrise, trionfante, con un filo di sarcasmo nella voce. «Ma stai zitto… ti sei contrapposto a Baha per salvarla, senza pensarci due volte. L’hai sempre osservata quando lei non se ne accorgeva e ti sei persino interessato della sua virtù. Sei stato tu a cercarla, quando la battaglia contro i soldati di Seffe stava volgendo al termine. Mi hai incenerito con lo sguardo quando l’hai vista uscire dalla camera da letto… eppure, se fosse stata solo una tua sottoposta, te ne sarebbe importato poco o niente. Magari le avresti dato anche una pacca sulla spalla, come per una “conquista”.»
Il consigliere sbatté velocemente le palpebre, il respiro un po’ più affannato. Appoggiò una mano alla parete per sostenersi, come se quelle parole gli avessero fatto vedere qualcosa che nemmeno lui aveva mai compreso appieno o che aveva sempre represso.
«Tu la ami e non hai saputo accettare che ella, nel frattempo, si fosse donata a qualcun altro, seppur consapevole che lo avesse fatto per salvarvi. Me lo ha detto, sai? Sono andato a trovarla durante la prigionia e il suo bisogno di conforto l’ha spinta a raccontarmi come l’avessi maltrattata, sempre per quel motivo.»
«Poteva dirti di no e trovare un altro espediente.»
«E quale? Pensi che se a me non fosse interessata fin dall’inizio, avrei permesso che si armasse senza che io avvertissi nessuno? Pensi che vi avrei risparmiato? Non sono un santo, Assassino, e Parvaneh ha dovuto cogliere la palla al balzo, seppur fosse in gioco la castità del suo corpo. Nessuno dovrebbe osare pensare male di lei, soprattutto chi crede di amarla.»
Il principe allargò le narici, inspirando con forza per regolare il respiro, mentre lo sguardo si infiammava di collera. «Sei solo un grande ipocrita; da te le critiche sul mio comportamento non le accetto.»
Fece per abbassare la maniglia e entrare in camera, ma Malik gli bloccò la mano, fissandolo con lo sguardo scuro e teso.
«La nostra conversazione finisce qui. Non ho desiderio di confrontarmi con persone come te, che non sanno esprimere i propri sentimenti e sfogano le frustrazioni proprio su chi dovrebbero proteggere. Prima ritrova un po’ di spina dorsale, e forse solo allora saprò rispettarti, monco.»
Gli diede una spallata per scansarlo e si chiuse la porta alle spalle.
L’Assassina aveva ascoltato tutto e, quando lo vide entrare, non fece nemmeno finta di non aver sentito bene. Un cipiglio le solcò la fronte, tra le sopracciglia.
«Sei sveglia!» esclamò lui, sollevando le sopracciglia.
«Sì, e con un udito perfetto, persino.»
«Dunque hai sentito tutto.»
Annuì.
Al-Zhair si sedette al capezzale e le accarezzò delicatamente i boccoli.
«Sono ancora sporca.»
«Pensi che per me abbia importanza? Tu sei un fiore nel deserto, ai miei occhi. La cosa più bella su cui il mio sguardo si sia mai posato… e oggi ho rischiato persino di perderti.»
Parvaneh abbassò lo sguardo, stringendo i lembi delle pregiate lenzuola tra le mani, quasi a voler trovare conforto nel tessuto freddo e morbido.
«Non dovresti essere così lusinghiero. Non sono una principessa, sono solo una popolana istruita ad uccidere.»
Egli le sollevò il mento con due dita, fissandola dritta negli occhi, la fronte corrugata a trasmettere intensità e sincerità.
«Credi davvero a quello che dici? Pensi davvero di valere così poco? Tu sei una guerriera, Parvaneh, guardi la morte negli occhi e la sfidi. Sei persino disposta a sacrificare te stessa per un fine superiore. Non hai bisogno che ti scorra sangue reale nelle vene per dimostrare la tua regalità.»
La prese per le spalle e l’avvicinò a sé. «Sposami. Diventa mia ufficialmente. Permettimi di renderti felice. Non ti farò mancare nulla e mai più qualcuno potrà ferirti, se ci tiene alla vita. L’unica cosa a cui dovrai rinunciare è una vita di stenti e segnata dalla morte.»
Parvaneh tirò su col naso e si fece pensierosa. Alexandra non poteva esprimersi sul da farsi, non poteva spingerla a scegliere lui o meno. La decisione sarebbe stata solo della sua ava e avrebbe probabilmente determinato la sua discendenza.
Il sole calante filtrava dalle finestre, inondando la stanza di oro e rosso, mentre la luce si posava sul volto del principe, in controluce. Bello, ricco, apparentemente innamorato: il classico principe azzurro, seppur a modo suo.
Egli la fissò a sua volta, in attesa di un suo responso.
«Al-Zhair, io non nego che il tuo sentimento sia sincero. Probabilmente mi ami e faresti follie per me… ma il mio cuore non potrà mai essere tuo. La mia vita è votata agli Assassini, io sono una lama tra la folla e non potrei mai trattenerla per difendere gli innocenti. Se ti dicessi di sì, non potrei più adempiere a questo mio desiderio di giustizia. Sarei imprigionata in un limbo dorato, in cui vorrei fare qualcosa ma non potrei; non sarei libera, pur se ricca.»
L’uomo la guardò, trattenendo a stento un certo dispiacere, e per il momento attese che finisse di parlare.
«Dovrei immergermi in un mondo in cui non sono nata e che per questo mi ritengo anche fortunata. Anche per le tue attenzioni mi sento fortunata, però… chiunque del mio rango sociale vorrebbe trovare un principe che la raccolga dalla strada e la faccia diventare una principessa.
Io però non sono così. Non posso vivere all’ombra di un marito, non ho bisogno di protezione, e per i miei ideali sono disposta persino a rinunciare all’amore, a una famiglia, persino a dire di no a un principe.»
Sorrise lievemente, un sorriso che mescolava stima e biasimo.
«Come hai detto tu, inoltre, non hai potuto rendermi la vita semplice in prigione per non mostrarti debole, solo perché tieni a qualcuno… dici per proteggermi, ma in realtà è per proteggere te stesso che hai agito così. Il mio cuore può appartenere solo a chi vuole combattere al mio fianco e che non mi abbandoni nel momento del bisogno, a chi è disposto a rischiare tutto, anche la vita, senza fuggire verso chissà quale lontana meta.»
Il principe apparve visibilmente risentito.
«Tu quindi dici di no. Lo fai solo per le motivazioni che mi hai appena fornito o c’è dell’altro… o qualcun altro?»
Per un attimo abbassò lo sguardo, poi lo risollevò mostrando un’espressione più dura, ferma.
«Solo per i motivi che ti ho detto e che spero comprenderai, se mi ami davvero. Potrai avere il mio corpo, ma la mia mente sarà sempre altrove,» pensò tra sé, ricordando chi l’aveva delusa amaramente. «Il mio amore è rivolto solamente al bene comune, al Credo.»
Gli tese la mano, e lui l’accolse nella sua, calda e sincera.
«Non pretendo che tu condivida, ma non prenderla come un affronto alla tua persona. Per aver giurato di proteggere il segreto della Mela, per avermi aiutato a liberare i miei compagni, per avermi difeso contro tuo fratello durante il processo e per aver dimostrato senza alcun timore i tuoi sentimenti, io ti sarò sempre grata… e ti perdono persino per il ricatto. Ma non avrai nulla più oltre la mia gratitudine.»
Il giovane schiuse le labbra, esitò, poi le richiuse. La sua espressione, dapprima corrucciata, si ammorbidì lentamente, come se ogni parola avesse scalfito una corazza invisibile.
Riprese a carezzarle i capelli, giocherellando tra i riccioli, e si sporse in avanti finché i loro volti furono vicinissimi. Parvaneh poté sentire il suo respiro sulla pelle.
«Proprio come me, tu non hai timore di esprimere ciò che pensi, persino sfidando qualcuno del mio rango. Sarebbe stato da bambini arrabbiarsi per questo e ordinare punizioni.
Ho capito ciò che provi, ed è un sentimento davvero raro: al limite tra follia ed eroicità.»
Sorrise a quelle parole, quasi divertito dalla propria ammissione. «Come hai intuito, io non lo condivido. Non rischierei mai di perdere tutto per un fine superiore. Se fossi in te, mi sarei buttato a capofitto nelle mie braccia, e col tempo avresti imparato anche ad amarmi, oltre a rinunciare a una vita del genere.
Sappi che questa proposta non te la porrò mai più. Il mio sguardo si poserà su altre donne, probabilmente scelte per motivi politici ed economici. Non ti dimenticherò mai, però: ti resterai sempre nel cuore… e se avrò bisogno di un Assassino, chiederò espressamente di te.»
Detto ciò, sfiorò le sue labbra con un bacio rapido e si scostò. Inspirò profondamente e scrollò le spalle.
«Quel idiota di Malik dovrà sudare parecchio per riconquistarti. Non perdonarlo solo perché ha finalmente capito di essere sempre stato cotto di te: non ti ha trattato bene. Fallo penare un po’…» si lasciò andare a una risata cristallina. «…mi pesa ammetterlo, ma più voi donne state sulle vostre, più siamo spinti a cercare di conquistarvi!»
Parvaneh rimase inizialmente sorpresa dal repentino cambiamento d’umore dell’uomo, poi sorrise, divertita.
«Vedrò di seguire il tuo consiglio, principe. Come avrai capito, non sono una fanciulla che non saprebbe vivere senza il calore di un uomo: chi vorrà me dovrà sudare sette camicie!»
Concluse la conversazione, baciandole dolcemente entrambe le mani, e si congedò. Parvaneh poté finalmente rilassarsi, godendosi il dolce odore dell’incenso e sorseggiando un vino di prima qualità.
Un paio d’ore più tardi, Parvaneh si sentì nuovamente in forze e pronta a riprendere il viaggio di ritorno.
Su insistenza del principe Al-Zhair, che per Safedino era come un figlio, vennero riforniti di cibo e acqua. Il principe aveva anche voluto offrire loro una carrozza per agevolare i feriti, ma essi rifiutarono: cavalcando i dromedari avrebbero raggiunto nord più rapidamente.
«Pensavo rimanessi col principe… è molto legato a te e per la Mela avresti potuto aiutarci venendoci a trovare ogni tanto.» disse Malik, in un momento in cui si ritrovarono soli.
«Per un attimo l’idea mi ha sfiorato, lo ammetto», rispose Parvaneh, «ma il mio Credo ha avuto la meglio. Per quanto il suo amore fosse sincero, non eravamo fatti l’uno per l’altra e non avrei mai potuto vivere in un palazzo d’oro, sapendo che guerrieri si muovono nell’ombra per servire la luce… e per il bene comune, che è anche il mio.»
«Il tuo amore per la Confraternita è puro, e solo ora lo comprendo. Mi rimangio tutto ciò che ti ho detto, dalla prima all’ultima parola. So che è poco, ma mi inventerò qualcosa per dimostrartelo.»
«Non dovrai sforzarti», replicò lei. «Se vuoi farti perdonare, dovrà nascere spontaneamente dentro di te. Per ora resteremo solo superiore e sottoposta, nient’altro.»
«Ti prometto che tornerò a farti sorridere, come quel giorno in cui ti salvai dal matrimonio.»
«Non fu un vero salvataggio», obiettò Parvaneh, «seppur te ne sia grata… uccidesti Mohamed per altri motivi.»
«Sei certissima che fossero solo quelli?» domandò Malik, con un sorriso ironico.
Parvaneh inarcò le sopracciglia, sorpresa da quella risposta. Fece per replicare, ma Altair e Maria li richiamarono: era giunto il momento di mettersi in marcia.
«Tu per me sei sempre stata una principessa…» sussurrò Malik a bassa voce, ormai fuori dalla portata dell’udito di Parvaneh.
Quelle ultime parole smossero finalmente l’Animus, liberando Alexandra dallo stato di incoscienza.
Non appena rientrò nel proprio corpo, ebbe un conato di vomito.
Era calata la sera da tempo e Lucy, rimasta al suo fianco per quasi tutta la durata della seduta, appariva visibilmente provata: occhiaie profonde e corpo leggermente piegato ne erano la prova. Non appena il pannello curvo si ritirò, si mise al suo fianco per aiutarla ad alzarsi.
L’americana era stanca e confusa: per la sua mente, quei momenti nell’Animus erano durati giorni, benché fosse stata risparmiata da alcuni frammenti di esperienza. Scattò, sorpresa, quando la scienziata la chiamò per nome, come se non lo avesse udito da tempo.
«È meglio che tu vada a riposarti. Aspetterò un po’ prima di avvertire il dottore, non voglio che ti sommerga di domande proprio ora. Se dovessi avere problemi stanotte, basta che ci chiami: monitoriamo il tuo stato di salute tramite sensori e arriveremo da te in un attimo.»
Alexandra non rispose, ma fece come le era stato detto. Durante il tragitto, il diaframma le si contrasse violentemente un paio di volte, ma non rigettò nulla: del resto, non aveva ingerito né cibo né acqua durante la seduta.
Quando la porta stagna si richiuse, si distese lentamente sul letto, senza nemmeno togliersi i vestiti.
Si rannicchiò in posizione fetale, con gli occhi sbarrati, fissando il soffitto per un lungo momento.
«Mamma… papà… aiutatemi…»
Quella notte, gli incubi — simili a quelli del giorno precedente e ai flash vissuti in Parvaneh — tornarono con violenza, costringendola a urlare per tutta la notte.