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Creato il 11/06/2026, 23:17 · Aggiornato il 11/06/2026, 23:17

Capitolo 8: Capitolo 6.2

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Morte
  • Sangue
  • Violenza
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Anche il giorno successivo non fu privo di emozioni, e i due Assassini dovettero impegnarsi al massimo affinché a re Riccardo giungessero solo notizie negative.

Alexandra si ritrovò nuovamente nella mente dell’antenata proprio nel momento in cui Malik corrompeva il messaggero incaricato della consegna della carne, mentre a Parvaneh toccava il compito di seguirlo.

Per Alexandra erano passati solo pochi istanti, ma per Parvaneh erano ore di concentrazione e di azione.

Il messaggero, forse diffidente, decise di rivolgersi comunque a un gruppo di soldati templari per farsi scortare durante la consegna, senza però menzionare la cospicua somma di denaro ricevuta in cambio del messaggio.

Parvaneh riuscì a eliminare l’uomo, ma si trovò subito a dover affrontare anche gli altri quattro soldati coinvolti.

La città si stava appena svegliando quando il sangue iniziò a tingere le strade.

Per attirare l’attenzione dei templari e farli inseguire, Parvaneh li insultò pubblicamente, gridando contro di loro e contro il loro Dio: un affronto che non avrebbero mai potuto ignorare, soprattutto se proveniva da una donna saracena che indossava le vesti dei Nizariti.

Fece in modo di sembrare più lenta e maldestra di quanto fosse in realtà, mantenendosi però sempre a una distanza di sicurezza, abbastanza vicina da farsi inseguire ma non da essere catturata.

Quando i soldati svoltarono e imboccarono un vicolo abbandonato, non trovarono più traccia di lei, come se fosse svanita nel nulla.

Non dovettero però attendere a lungo: un’ombra si staccò dai tetti e Parvaneh piombò dall’alto, atterrando su uno dei templari e conficcandogli la lama celata nel collo con un movimento secco e deciso.

Un rapido scatto, la lama rientrò, e lei si rialzò proprio mentre i tre rimasti la fissavano sbigottiti.

Lo stupore, tuttavia, svanì in un istante: erano più grossi, più pesanti e in netto vantaggio numerico.

Parvaneh estrasse la spada e si mise in guardia.

Il primo ad avanzare fu l’uomo più imponente, il volto nascosto dall’elmo.

Lei scelse di non affrontarlo di forza, schivando e arretrando a ogni fendente, sfruttando gli insegnamenti ricevuti: la velocità poteva prevalere sulla potenza.

Il templare menava colpi violenti, ma la pesantezza della sua armatura e della spada cominciò presto a logorarlo.

Non appena Parvaneh intravide un’apertura, agì con precisione: un affondo rapido alla coscia per farlo vacillare, seguito da un taglio netto alla gola che lo abbatté senza possibilità di replica.

Gli altri due non persero tempo.

Uno di loro, approfittando della copertura offerta dal corpo in procinto di crollare, le piombò addosso da dietro e le assestò un pugno in pieno volto, protetto da un guanto di maglia di ferro.

L’impatto fu devastante: Parvaneh vide le stelle e il mondo attorno a lei si dissolse nell’oscurità, perdendo i sensi all’istante.

Alexandra, però, era ancora vigile.

Vedendo l’antenata in pericolo, prese il controllo senza esitazione, sebbene fosse inesperta.

Un dolore lancinante le pulsava nella testa e il sapore metallico del sangue le riempiva la bocca, ma rimase in piedi, cosa che lasciò i due soldati esterrefatti:

era come se quel colpo non avesse avuto alcun effetto, quando invece aveva rischiato di spezzare la mascella di Parvaneh.

Inspirò profondamente, cercando di fare mente locale per ricordare ogni insegnamento ricevuto.

Il soldato che l’aveva colpita si lanciò di nuovo su di lei, sferrando un secondo pugno, ma Alexandra alzò repentinamente la spada. La lama colpì di striscio la sua mano, quasi staccandogliela.

Un urlo di dolore rimbombò da sotto l’elmo, e l’uomo si ritrasse di colpo, lasciando spazio al compagno, che imprecava furioso, incapace di accettare che una donna li stesse umiliando in quel modo.

Quest’ultimo era più agile e veloce del primo.

I suoi attacchi si susseguirono come una tempesta: fendenti rapidi, calci, colpi che Alexandra riusciva a evitare solo per una frazione di secondo.

Uno di essi, però, andò a segno, aprendole un taglio sulla spalla destra.

Alexandra sentì la lama bruciare nella carne, ma questa volta non cedette al dolore: serrò i denti, ignorando il calore appiccicoso del sangue, e approfittò della distanza ravvicinata per allungare il braccio sinistro.

La lama celata scattò in avanti e si conficcò nella gola del nemico.

L’uomo barcollò, gorgogliando, poi crollò a terra.

Alexandra restò immobile, senza fiato, fissando i suoi occhi sbarrati che perdevano lentamente la luce.

Era la sua prima, vera uccisione.

Aveva colpito attraverso la sua antenata, in un’epoca lontana secoli dalla sua, ma quel corpo senza vita era il risultato della sua azione, della sua volontà.

Un brivido di gelo le corse lungo la schiena mentre la nausea le serrava lo stomaco: la consapevolezza di aver spezzato una vita la lasciò paralizzata.

Le ginocchia cedettero e si chinò, incapace di staccare lo sguardo dall’uomo.

Parvaneh, nel frattempo, si stava lentamente riprendendo.

Sentendo la sua presenza riaffiorare, Alexandra la ricacciò con forza al primo posto, incapace di continuare a combattere.

Avvenne tutto in un battito di ciglia, appena in tempo:

l’ultimo soldato superstite stava già approfittando di quell’attimo per colpirla a morte.

Parvaneh, riacquistato il controllo, scattò di lato, colpendo il nemico con un rapido sgambetto che lo fece rovinare a terra.

Prima che potesse rialzarsi, lo trafisse al cuore con la lama, ponendo fine alla minaccia.

Il silenzio calò sul vicolo, interrotto solo dal battito accelerato di Parvaneh.

«Parvaneh, stai bene?»

La voce di Altair provenne dall’alto, calma ma carica di preoccupazione.

«Altair!» esclamò lei, ansimando mentre si ricomponeva. «Sto bene… cosa ci fai qui?»

Lui era accovacciato sulla sommità di un muro, la figura scura contro il cielo pallido del mattino.

«Ero venuto a cercarti. Ho scoperto che i fornitori di pane avevano mandato due messaggeri, non uno.

Quando il primo non è tornato per una commissione secondaria, ne hanno inviato un altro per accertarsi che avesse consegnato il messaggio a palazzo.

Se questa incongruenza fosse saltata fuori, avrebbero fatto scattare gli allarmi.

Non riuscendo a trovarti, ho deciso di occuparmene io stesso.»

Saltò a terra con l’agilità di un felino e si chinò sui corpi, esaminandoli con attenzione.

Poi la fissò, con uno sguardo penetrante.

«Cosa è stato quel momento?» chiese, la voce bassa ma tesa.

Parvaneh corrugò la fronte. «Quale momento, Maestro?»

Altair strinse gli occhi. «Quello in cui ti sei… bloccata. Questo soldato era pronto a colpirti a morte, ma ti sei ripresa all’improvviso, giusto in tempo.

Non posso credere che fosse una strategia per coglierlo di sorpresa.»

«Non è stata una strategia, infatti. Poco prima sono stata colpita alla testa e ho avuto un capogiro. Ora, però, sto meglio.»

Alexandra vide l’espressione di Altair rilassarsi leggermente, segno che credeva alle parole della sua sottoposta.

Trovarsi da soli era un’occasione che non poteva sprecare. Si fece forza e, ignorando persino le proteste della sua antenata, la ricacciò in un angolo della mente, prendendo pieno controllo. Questo passaggio repentino si rifletté anche nel suo sguardo, che per un attimo divenne vitreo: un dettaglio che non sfuggì ad Altair.

«Cos’è successo!? Parvaneh, ti ho già detto che non devi nascondermi nulla!»

Ora, però, non era più l’assassina araba a guardarlo, ma Alexandra, che si sforzò di assumere un’espressione colma di vulnerabilità.

«Oh, Altair… mio Maestro, perdonami se non sono stata sincera. Il rispetto che nutro per te è così grande che temevo di farti preoccupare. Ma ormai non posso più tenere tutto dentro.»

Inspirò profondamente, lasciando che la voce le tremasse.

«Non so cosa mi stia succedendo. Da quando quel manufatto si è scatenato a Masyaf, tutto è cambiato. Ora vedo e so cose che devono ancora accadere… non solo negli anni, ma nei secoli a venire. Cose che devono ancora essere inventate, che tu non potresti nemmeno immaginare nei tuoi sogni più audaci.

È qualcosa che va e viene: a volte me ne dimentico, altre volte mi ritrovo a negarlo persino a me stessa, solo per rendermene conto più tardi.»

Gli occhi le si riempirono di lacrime mentre avanzava di un passo, stringendo tra le mani i lembi della tunica di lui.

«Altair, io ho paura… tanta paura. Ma desidero capire cosa mi stia succedendo. Ti prego, aiutami. Guidami come solo tu sai fare.»

Infine, poggiò la fronte contro il suo petto, lasciandosi andare a un singhiozzo disperato, accuratamente simulato.

L’Assassino, che conosceva Parvaneh da molti anni, non ebbe il minimo dubbio sulla sua sincerità. Non gli passò nemmeno per la mente che potesse recitare per guadagnarsi la sua fiducia.

Il fatto che parlasse di eventi e scoperte che ancora dovevano avvenire non fece che confermare i suoi sospetti: lui stesso, mentre la stava studiando, aveva percepito strane risonanze provenienti dalla Mela, come se essa avesse rivelato qualcosa di simile anche a lui.

«Parvaneh, non preoccuparti. Io sono qui.» disse Altair con tono caldo, avvolgendole le spalle con le braccia in un gesto rassicurante.

«Ti ringrazio per avermi detto la verità, lo apprezzo molto. Scopriremo insieme cosa ti sta accadendo e troveremo un modo per liberarti da tutto ciò che ti causa dolore.

Posso chiederti… cosa ti ha mostrato la Mela?»

Alexandra sollevò lentamente il capo, assumendo un’espressione di intensa gratitudine.

«Cosa mi ha mostrato? Oh… tante cose, alcune meravigliose, altre terribili.

Ad esempio, tra poco meno di ottocento anni scoppieranno due Guerre Mondiali. Ma l’uomo sarà anche in grado di volare e di comunicare in modo rapido… quasi istantaneo.»

Altair rimase senza parole. Quelle visioni erano incredibili, eppure non del tutto inverosimili: il volo e la comunicazione rapida erano sogni che l’umanità aveva sempre inseguito. Le guerre, invece, non erano che la naturale conseguenza della follia e dell’autodistruzione degli uomini.

«C’è qualcosa,» domandò infine con cautela, «che potresti mostrarci davvero? Una scoperta così straordinaria che, ai nostri occhi, possa sembrare stregoneria… ma che in futuro sarà realtà?»

Alexandra sbatté rapidamente le palpebre, come se stesse riflettendo.

Fortunatamente, grazie agli studi nelle scuole superiori americane, aveva una buona base di chimica e, ai suoi tempi, era stata tra le migliori della classe.

«Sì… qualcosa c’è.» rispose con esitazione, modulando bene la voce per rendere credibile la sua recitazione.

«Non so esattamente come… Come sai, ho imparato solo a leggere e scrivere, e le uniche discipline che ho studiato sono quelle della Confraternita. Ma sento che… potrei tentare degli esperimenti. Esperimenti che potrebbero dimostrare quanto ho visto.»

Dopo averla aiutata a nascondere i cadaveri, Altair e la sua sottoposta tornarono alla casa di Louis.

Nel frattempo, la notizia che Saladino aveva interrotto anche il rifornimento di pane e carne si era diffusa a macchia d’olio durante la mattinata. Nonostante ciò, Riccardo non volle ancora cedere e ribadì con ostinazione che avrebbero mangiato cipolle, se necessario.

Quando Malik vide rientrare il Maestro con Parvaneh stretta a sé, inarcò un sopracciglio.

La manica destra della donna era intrisa di sangue e la sua guancia era gonfia e arrossata.

«Cosa è successo? Dove era finita?» chiese, allarmato.

«Ha ingaggiato uno scontro con quattro templari per impedire che la notizia del rifornimento di carne giungesse a palazzo.» spiegò Altair, con voce ferma. «Li ha sconfitti, ma è rimasta ferita… Louis, per favore, chiama il tuo medico.»

Poi si voltò verso il suo vice, fissandolo dritto negli occhi con un’espressione grave. «Malik, dobbiamo parlare.»

Quando le cure furono terminate, l’Assassina venne lasciata sola nella sua stanza a riposare.

Dentro la sua mente, però, regnava il caos.

Alexandra e Parvaneh stavano litigando ferocemente, come due voci in lotta per lo stesso corpo.

Alla fine, Alexandra ce l’aveva fatta: aveva ingannato Altair, aveva pianto sulla sua spalla, insinuandosi nella sua fiducia e cercando di far breccia nel suo cuore.

Ogni gesto, ogni parola, era stato calcolato per avvicinarsi alla Mela e portare avanti il proprio piano.

Parvaneh lo sapeva bene: quando Alexandra avesse concluso la sua missione e smesso di manifestarsi nella sua mente, lei si sarebbe ritrovata a vivere le conseguenze di quelle azioni.

Avrebbe raccolto ciò che l’americana aveva seminato, che lo volesse o no.

Eppure, nonostante questa invasione, Alexandra Blade esisteva davvero: era la sua discendente.

Questo significava che, qualunque cosa l’americana stesse facendo, avrebbe comunque condotto Parvaneh verso il suo destino… verso l’uomo che sarebbe diventato il padre dei suoi figli.

Poteva anche rischiare di essere cacciata dalla Confraternita dopo quanto aveva fatto, ma si sentiva rassicurata dalle parole della ricercatrice che, osservando tutto dall’esterno, le aveva promesso che sarebbe rimasta lì fino ai sessant’anni: un’età onorevole per ritirarsi da quello stile di vita.

Circa un’ora dopo, qualcuno bussò alla porta.

Era Malik.

Per farsi perdonare, Alexandra gli lasciò il controllo del corpo e si fece da parte.

«Spero di non disturbarti» disse l’uomo, entrando con passo misurato. «Ero venuto a portarti il pranzo. È da ieri sera che non mangi nulla.»

Attraversò la stanza e poggiò un vassoio accanto al capezzale: lo stufato caldo e il pane appena sfornato riempirono l’aria di un profumo invitante, facendo venire l’acquolina in bocca a Parvaneh, che prese subito il cibo, senza troppi complimenti.

Malik si limitò a osservarla, in silenzio, mentre lei divorava i primi bocconi.

«Altair mi ha raccontato ciò che gli hai detto» disse infine, con voce calma ma carica di curiosità. «Perché hai tenuto tutto questo per te?»

Lei esitò, stringendo il pane tra le mani. «Io… mi avreste presa per matta.» Morsicò nervosamente il labbro, come se le parole le bruciassero in gola.

Le cadde il pane quando un tocco gentile le sfiorò la guancia livida. Malik le sollevò delicatamente il mento, costringendola a guardarlo negli occhi.

«Ehi…» mormorò, la sua voce più dolce che mai. «Ti conosco da anni, Parvaneh. Non potrei mai pensare che tu sia impazzita.

Mi dispiace non essermene accorto prima. Pur di non far preoccupare gli altri, porti sempre tutto il peso sulle tue spalle, anche a costo di soffrire tu stessa.»

Parvaneh sentì un nodo stringerle la gola. Dopo tanto tempo, Malik tornava a parlarle con quella dolcezza che credeva perduta. Nel suo sguardo non c’era più traccia di disprezzo, solo affetto e premura.

Le lacrime le salirono agli occhi, ma insieme a quelle arrivò anche una morsa di panico.

Stava mentendo.

Mentiva non solo al Maestro, ma anche all’uomo che amava.

E non sapeva fin dove Alexandra si sarebbe spinta pur di ottenere ciò che voleva.

Lei, Parvaneh, non aveva alcun controllo: l’americana poteva spodestarla in qualsiasi momento e restare al comando quanto desiderava.

La paura esplose all’improvviso.

«Malik! Non crederle, ti prego, non devi crederle!» gridò, la voce rotta dalla disperazione.

Con un gesto concitato rovesciò lo stufato sul letto e afferrò la casacca di lui, stringendola con tutta la sua forza.

«Io non sono io, capisci? Io… io non sono io!»

Il suo sguardo era quello di chi sta annegando, disperato e terrorizzato, e Malik non poté fare a meno di restare scosso nel vederla così.

«Io sono… lei è…»

Le parole di Parvaneh si spezzarono in un singhiozzo, ma non ebbe il tempo di proseguire.

Di colpo Alexandra la ricacciò con violenza all’angolo più remoto della mente, zittendola con la sua voce tagliente come una lama.

Basta così. Non dimenticare che se l’Abstergo dovesse scoprire la nostra collaborazione, non avrei bisogno di costringerti io… lo farebbero loro. E non si limiterebbero a punirti. Metteresti in pericolo la vita dei miei genitori, Parvaneh.

La minaccia bastò a ridurla al silenzio. Alexandra non aveva ancora trovato un piano concreto nel tempo reale, ma fino ad allora non avrebbe permesso che l’antenata rovinasse tutto con uno scatto di ribellione.

Quando riprese il controllo, il cambio fu così brusco che negli occhi di Parvaneh apparve per un istante quello sguardo vitreo e innaturale. Malik trasalì, colto da un brivido.

«Parvaneh?» chiese, incerto.

Lei si voltò di scatto, ostile, come se la sua presenza fosse diventata improvvisamente insopportabile.

«Esci. Subito.» La voce era dura, priva di esitazioni. «Se ho avuto questa ricaduta è perché mi hai stancata con tutte le tue domande. Sei persino riuscito a farmi rovesciare il pranzo!»

Malik fece un passo indietro, ferito.

«Voglio che chiami Altair» aggiunse lei, senza guardarlo in volto. «Digli che sono pronta per la dimostrazione.»

«Va bene… e ti chiedo perdono.» La voce di Malik tremò appena. «Dirò a Louis di portarti delle lenzuola pulite.»

Il suo dispiacere era palpabile, e ciò non fece che stringere il cuore di Parvaneh, intrappolata nell’oscurità della propria mente, impotente.

Louis entrò poco dopo con tutto il materiale richiesto: un piatto, una candela bassa, dell’acqua e un vasetto di vetro.

Seguendo le istruzioni di Alexandra, posò la candela al centro del piatto, vi versò attorno un filo d’acqua e l’accese. Poi, con gesto preciso, capovolse sopra di essa il vasetto.

La fiammella bruciò l’aria intrappolata all’interno, e nel giro di pochi istanti l’acqua cominciò a risalire lentamente, come risucchiata da una forza invisibile.

Infine la fiamma si spense e l’acqua rimase imprigionata nel contenitore.

Un mormorio di stupore si levò nella stanza.

«Provate a sollevarlo» disse Alexandra, con calma.

Louis obbedì, ma si accorse subito che il vasetto opponeva una resistenza sorprendente: la pressione interna, generata dall’assenza di ossigeno, lo teneva saldamente incollato al piatto.

Altair e Malik si scambiarono uno sguardo incredulo.

«L’esperimento è relativamente semplice» spiegò lei, con tono quasi didattico. «E ne ho molti altri in mente, persino più complessi. Ma per quelli servirebbero strumenti che… per ora, in quest’epoca, non esistono ancora.»

La sua voce era ferma, sicura, carica di una consapevolezza che sembrava trascendere il tempo.

Altair la fissava, colpito: in quel momento la donna che aveva davanti non sembrava la Parvaneh che conosceva da anni, ma qualcun’altra.

Un enigma in carne e ossa, portatrice di segreti che sfidavano la ragione.

Ciò che Alexandra aveva detto era vero: con la sua istruzione minima non avrebbe potuto conoscere nulla di simile senza che qualcuno glielo avesse insegnato… o mostrato.

«Parvaneh…» disse Altair, con voce lenta e misurata, «quando torneremo a Masyaf, riprenderemo questo argomento. Desidererei il tuo aiuto nello studio della Mela. Te la senti?»

Un brivido percorse la giovane studentessa, come il suono di trombe che annunciano una vittoria. «Certamente, Maestro. Sarà per me un onore affiancarti in una missione così importante.» Si alzò, toccandogli delicatamente il braccio, e i suoi occhi brillavano di immensa gratitudine. «Ti ringrazio per avermi coinvolta, non ti deluderò.»

Malik, intanto, si strofinò il naso e voltò lo sguardo altrove, cercando di nascondere la propria emozione.

Per il re, la vigilia della partenza fu uno dei giorni più duri della sua vita. Saladino aveva praticamente interrotto tutti i rifornimenti, e Riccardo confidava solo nelle proprie scorte personali e in quelle che avrebbe potuto attingere da Ascalona stessa.

Il giorno successivo, però, i soldati scoprirono che le dispense erano state rovinate dai topi: buchi nelle pareti avevano permesso agli animali infestanti di penetrare nei magazzini. L’arresto fu quasi inevitabile, nonostante le truppe fossero ormai pronte e in assetto da battaglia.

Re Riccardo stava per cedere, quando alcuni consiglieri suggerirono di saccheggiare molto di più dalla città, confidando che Dio avrebbe ricompensato i loro sforzi una volta riconquistata Gerusalemme, ben prima dell’inverno.

In quel momento, la voce di Maria si fece sentire tra le fila, cavalcando verso il re con fermezza.

«Mio re, ricordate chi siete: Riccardo Cuor di Leone, non Riccardo l’Affamatore o Riccardo il Tiranno.

Vorreste davvero affamare un intero popolo che vi ospita con tanta benevolenza, solo per difendere un onore o per non ascoltare le ciarle di pochi uomini vestiti di seta e fanatismo? Oppure seguirete il vostro cuore e ritirerete le truppe?»

Il re rimase in silenzio, il volto contratto in una maschera di riflessione. La battaglia di Gerusalemme non era solo una guerra militare: era una prova del suo coraggio, della sua giustizia e della sua umanità.

Non dovette attendere molto per la risposta del re: aveva deciso di rinunciare alla marcia.

Alcuni lo acclamavano per la decisione, mentre altri lo accusavano di essere un bugiardo. A queste ultime obiezioni, Riccardo non rispose e si preparava ormai a girare il cavallo.

Il caso volle che, proprio negli ultimi istanti, giungesse il carico cospicuo di carne e birra dalla costa, risvegliando nuovamente gli animi dei guerrieri. Louis, a cavallo e pronto a dirigersi verso Tiro per informare il cugino sull’andamento dell’attacco, sollevò lo sguardo verso i tre Assassini postati sui tetti, con un’espressione perplessa.

I consiglieri del sovrano rincararono la dose: ora la marcia poteva partire. Maria continuava a insistere, sottolineando che qualche scalogno, birra e un po’ di carne non erano sufficienti per il sostentamento dell’esercito, ma alcuni soldati approfittarono della situazione per schernirla.

La tensione cresceva: il re era disposto a ritirarsi, ma i cori di incitamento alla guerra si facevano sempre più forti. Alla fine, dovette piegarsi alla volontà dell’esercito e partire alla volta di Gerusalemme.

Maria non li seguì, e Louis partì per informare Ugo III.

«Non ditemi che abbiamo fallito, che tutta la fatica di questi giorni è stata vana!» esclamò la donna inglese, una volta a casa del francese, col fumo che le usciva letteralmente dalle orecchie.

Alexandra scrollò le spalle. «Beh… prima o poi le scorte sarebbero arrivate. Al massimo avremmo potuto posticipare la marcia, ma non possiamo certo sperperare le casse della Confraternita per far affamare l’esercito cristiano.»

Nell’udire quelle parole, Malik la fulminò con lo sguardo. «Secondo te il nostro Maestro sarebbe così sprovveduto da progettare un piano idiota? Non era necessario raccontarti tutto, perché il tuo compito era solo controllare le mosse dei messaggeri.

Come sai, Altair aveva altri agganci attorno ad Ascalona riguardo i rifornimenti, e uno di questi sarebbe corso a Hittin, dove attualmente risiede il sultano, per avvisarlo delle intenzioni del re dei cristiani. Così, i falsi messaggi sarebbero diventati realtà.»

«Anche con qualche difficoltà dovuta alle condizioni atmosferiche, il mio inviato sarebbe dovuto arrivare per tempo, e noi avremmo potuto ritirarci.» aggiunse Altair con tono calmo. «Non tutto è perduto, però. Hittin si trova più distante rispetto ad Ascalona e Gerusalemme, come ha detto Maria, e non possono proseguire con le scorte contante. Ci vorrà tempo perché i nuovi rifornimenti giungano all’esercito in marcia, soprattutto quelli provenienti dalla costa.

Per evitare altri contrattempi, andremo noi quattro a Hittin… e subito.»

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