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I timori riguardo al fatto che d’ora in poi le sessioni nell’Animus sarebbero state più lunghe non tardarono ad avverarsi.
Il dottore, infatti, comunicò prima a Desmond e poi ad Alexandra che Lucy era riuscita a potenziare i lettini, in maniera tale che una seduta più lunga sarebbe stata possibile senza subire particolari conseguenze.
Questa volta la studentessa si sdraiò senza particolare timore: aveva imparato ad affrontare il salto temporale e ormai con Parvaneh era instaurato un rapporto sufficientemente di fiducia.
Riusciva a crederlo a stento, ma in quel corpo era come se si sentisse "a casa".
Ancora, però, non era riuscita ad avvicinarsi ad Altair a tal punto, nonostante ora l’avesse aumentata di grado. Non era ancora sufficiente per poter accedere al manufatto.
Quando “riapprodò” nella testa della sua antenata, rimase estremamente sorpresa nello scoprire che da quell'evento erano passati due mesi… ma mai quanto Parvaneh che ormai si era abituata ad essere di nuovo l’unica abitante di sé stessa e la sua discendente si ripresentò proprio mentre era intenta a saltare da un edificio all’altro, per sfuggire a dei soldati.
“Ammettilo di non essere altri che un demone che tenta di farmi venire un infarto!” La riprese l’Assassina.
Ora che era un’Iniziata, assassinare dei bersagli ben precisi era divenuta parte dei suoi doveri e quando ci riusciva doveva intingere una piuma bianca col sangue del malcapitato.
Si trovava a Gerusalemme e ormai non mancava molto per raggiungere la base.
Saltò su una serie di travi e alla fine con una scivolata riuscì ad entrare nell’apertura posta sull’alto.
I soldati andarono oltre, mentre la campana d’allarme suonava ancora di sottofondo.
Cadde di sedere su un mucchio di cuscini e distrusse un narghilè.
«Una mossa veramente di gran classe!» Una voce familiare alle due donne e leggermente ironica richiamò la loro attenzione: Malik Al-Sayf.
Alexandra percepì l’enorme desiderio dell’ava di saltargli al collo, tuttavia ella non si mosse.
Si alzò con calma per poi salutarlo nella maniera tipica, alla quale egli contraccambiò.
L’americana sentiva freddo per quanto la situazione subito formale e tesa.
«Il piacere di rivederti è anche mio, Malik. Che cosa ci fai qui? Sentivi la mancanza della tua vecchia postazione di rafiq?»
Malik accennò a un sorriso, ma rimase composto.
«Vedo che hai la piuma e a giudicare dal caos là fuori era proprio quella del tuo bersaglio. Hai tutti alle calcagna, però, e dovremmo aspettare un bel po’ prima di poterci muovere.»
«Hai una nuova missione per me?»
Annuì.
«Come sai, dalla missione di Cipro che si svolse quasi un anno fa e che terminò con la sconfitta del Gran Maestro dei Templari, Bouchart, che Altair svolse, alla base non tornò solo quest’ultimo. Probabilmente l’avrai già incrociata: Maria Thorpe. Una donna investita come templare e che godeva della fiducia di Roberto di Sable.
Fu grazie a lei che Altair decise anch’egli di introdurre le donne nel suo ordine: aveva capito che il valore di un guerriero non dipende dal sesso.»
Sentire quel nome per Alexandra fu un campanello d’allarme. Sperava che l’uomo fosse libero sentimentalmente, così da far avvicinare Parvaneh, specialmente ora che Malik si stava dimostrando estremamente freddo nei suoi confronti. Non che lo desse vedere apertamente, ma gli bastavano le sensazioni che Parvaneh provava a farglielo intuire. In quei due mesi doveva essere successo qualcosa tra di loro.
Non ne aveva la certezza assoluta che tra Altair e Maria ci fosse qualcosa ma chiaramente per l’Assassino era qualcuno per cui provava una forte stima.
«Si, lo so e probabilmente l’ho incrociata… ma cosa vuoi dirmi con questo?»
«Ebbene, ella ha alla fine accolto l’invito di Altair di essere introdotta nell’Ordine. Come bene immaginerai, però, introdurre una persona una volta invischiata nei templari fino al collo non è qualcosa che può essere accettata così alla leggera.
Abbas Sofian è stato tra quelli che più di tutti hanno esposto il suo malumore.»
«Abbas dovrebbe solo tacere e ringraziare qualsiasi Dio della terra perché non sia stato giustiziato per le sue gesta. Non ha nemmeno realmente accettato Altair come Maestro.»
«Lascialo perdere, se Altair lo ha risparmiato è perché evidentemente è convinto che prima o poi cambierà registro.» Dal tono si intuì che l'uomo non era certo venuto fin lì solo per parlare di politica interna alla Confrternita. «Ora però torniamo sul motivo per cui sono qui. Per far sì che la donna venga accettata, io e lui abbiamo convenuto che dovesse essere coinvolta in una missione di alto livello.» Le porse, per mostrargliela, la missiva che aveva ricevuto, con l'incarico**. « Abbiamo scoperto che re Riccardo ha intenzione di riconquistare Gerusalemme, nonostante le diverse sconfitte. Questo attacco non farà altro che alimentare l’aspro che vige tra cristiani e musulmani e ci ritroveremo invischiati nelle Crociate per ancora qualche secolo… purtroppo esistono uomini che a causa del loro onore preferirebbero radere al suolo l’intero mondo, piuttosto che liberare una colomba.»**
«Quando e da dove attaccherà?»
«Lo farà da Ascalona. Avendo dichiarato di volersi ritirare in patria, questo i crociati lo hanno mal digerito e per evitare di perdere tutta la loro stima ha accettato il compromesso di attaccare dopo Pasqua, cioè tra sette giorni. Non sarà facile entrare, la città è in piena attività di fortificazione.» Aggrottò lo sguardo e si fece più incisivo. «Dobbiamo fare in modo che il re e il suo esercito vengano scoraggiati nelle loro intenzioni.»
«Quale sarà il ruolo di tutti noi?»
«Del fatto che Maria non stia più con i templari si sa poco, ed è quasi insignificante.»
Malik posò il pugno sul tavolo di legno, lo sguardo che scorreva sulle mappe stese davanti a loro. «Maria, un tempo, godeva della grande fiducia di Roberto, come ti ho già detto. Potrà quindi avvicinarsi al re, quest'ultimo molto vicino egli stesso ai templari, e tenerlo sotto stretta sorveglianza.»
Spostò momentaneamente lo sguardo la luce che filtrava dalle persiane, le campane avevano finalmente cessato di suonare. «Non sappiamo se i piani rimarranno gli stessi. Sarà suo compito tenerci informati su ogni sua mossa.»
Sedendosi alla scrivania del rafiq, incrociò le mani davanti a sé. «Altair verrà anche lui, per intervenire se le cose dovessero andare per il verso sbagliato, e soprattutto per fare da garante a Maria. Nessuno potrà mettere in discussione la sua parola sul fatto che abbia contribuito a sventare una guerra.»
Malik scostò leggermente una pergamena, lasciando che l’odore di inchiostro e legno impregnasse la stanza. «Anche io avrò il compito di fare da garante, in quanto vice, e di corrompere i messaggeri che arriveranno in città con la falsa notizia che Saladino sia in grado di tagliare i rifornimenti dell’esercito cristiano, qualora quest’ultimo avesse intenzione di attaccarlo.»
Si appoggiò allo schienale della sedia, respirando lentamente. «Non rischierò di subire molti controlli: non sono che un menomato, e quindi non potrei risultare una così grande minaccia.»
Malik piegò le mani sul tavolo e fissò Parvaneh negli occhi. «Il tuo ruolo sarà chiaro: mettere fuori gioco chiunque non accetterà la corruzione e consegnare tu stessa i falsi messaggi. Anche Altair svolgerà questo ruolo, se sarà necessario.»
Si alzò di nuovo e si avvicinò alla finestra, osservando la città che si stendeva sotto di loro. «Tu, invece, hai un vantaggio evidente. Fai parte del “gentil sesso”. È difficile che qualcuno sospetti che tu possa essere, in realtà, una guerriera.»
Attesero che le acque si calmassero nella città di Gerusalemme e durante questo periodo di tempo i due non si rivolsero neanche mezza parola. Persino il rafiq della base provava imbarazzo a stare tra quei due.
Parvaneh raccontò alla sua discendente che, dopo l’episodio del rapimento, Malik aveva cambiato atteggiamento nei suoi confronti, rivolgendosi a lei soltanto per questioni di lavoro.
Dal canto suo, lei non aveva avuto il coraggio di tentare un chiarimento: ogni volta che ci provava, l’immagine di lui sulla soglia della stanza del governatore riaffiorava nella sua mente, facendole mancare le parole.
Così la questione rimase sospesa in un doloroso stallo che, giorno dopo giorno, finì per allontanarli sempre di più.
Fuori dalle mura della città, ad attenderli con quattro cavalli, c’erano Altair e Maria.
Quest’ultima era una donna di bell’aspetto, con la pelle molto chiara e i capelli castani raccolti in una treccia che le incorniciava il capo come una corona. I lineamenti del viso erano naturalmente delicati, ma la sua espressione austera lasciava trasparire un carattere forte e determinato.
Non indossava la consueta divisa degli Assassini, ma una casacca bianca, stivali alti di pelle e un pregiato mantello nero che, pur semplice, le conferiva un portamento elegante e autorevole.
Per l’occasione, Altair non indossava la consueta tunica blu notte che contraddistingueva il suo rango di capo degli Assassini, ma quella bianca, fedele compagna di tante avventure.
Senza l’ampiezza della solita veste, Alexandra non poté fare a meno di notare i muscoli ben definiti che tendevano la stoffa; si morse il labbro per trattenere la reazione, cercando di mantenere il contegno.
«Ben ritrovata, Parvaneh,» la salutò Altair con un accenno di sorriso. «Sono lieto di sapere che hai portato a termine anche questa missione. Devo ammettere il mio errore di giudizio: non molto tempo fa ti dissi che non eri pronta, ma mi hai dimostrato il contrario. Hai un talento naturale per questa vita.»
Quelle parole fecero vibrare il cuore di Parvaneh di una gioia intensa… e, in silenzio, anche quello di Alexandra.
Altair riprese, tornando serio:
«Come Malik ti avrà anticipato, la nostra sarà una missione di infiltrazione, volta a sventare i piani che minacciano la pace. Non abbiamo la certezza che re Riccardo riuscirebbe comunque a entrare a Gerusalemme senza questo inganno, ma fintanto che c’è la possibilità di stroncare la faccenda alla radice e forse mettere fine a questa spirale di massacri, abbiamo il dovere di agire.»
Con tre giorni di marcia davanti a sé, il gruppo non perse altro tempo e montò in sella.
Il cielo era sereno e il clima favorevole: almeno sul fronte del tempo, non avrebbero incontrato ostacoli lungo la strada.
Durante il viaggio, Alexandra cercò in ogni modo di cogliere segnali, osservando ogni piccolo gesto e parola per capire che tipo di rapporto legasse il Maestro e la donna inglese.
Malik, invece, si mostrò estremamente riservato: anche in quelle ore di inevitata vicinanza, le si rivolse soltanto per qualche domanda o con parole neutre, mai lasciandosi andare a conversazioni personali.
Alexandra provava un sincero dispiacere per la sua antenata. Avrebbe voluto vederla felice, ma sapeva che quello non era il momento di lasciarsi trascinare dai sentimentalismi.
Doveva restare concentrata sul suo obiettivo, senza permettere che questioni di cuore la distraessero. E poi, Parvaneh era ancora giovane: aveva tempo per incontrare la persona giusta, invece di restare ancorata a quello scorbutico Assassino.
Quando calò la sera, decisero di montare una tenda per le due donne, mentre gli uomini si sarebbero alternati nei turni di guardia.
Parvaneh e Maria provarono a convincerli a includere anche loro nella veglia, ma ricevettero un rifiuto deciso. Maria doveva apparire impeccabile davanti a re Riccardo: non doveva mostrare nemmeno il più piccolo segno di stanchezza, come si addiceva a una donna del suo rango.
Quanto a Parvaneh, il suo compito sarebbe stato combattere e, se necessario, uccidere: doveva conservare tutte le energie per la missione.
Altair, invece, avrebbe ricoperto lo stesso ruolo di Parvaneh, ma la sua esperienza e la sua resistenza lo rendevano abbastanza temprato da reggere sia la veglia che la battaglia, senza subirne gravi conseguenze.
«Maria, non posso che ringraziarti. È solo grazie a te se il Maestro ha deciso di includere anche le donne nella Confraternita.
Dopo la mia promozione, altre tre ragazze sono state ammesse. Sei un esempio di forza e coraggio.»
La donna inglese si voltò verso di lei, scrutandole il viso per qualche istante prima di rispondere.
«Io non ho fatto nulla di speciale. La decisione di includere le donne nell’Ordine è partita da lui.»
«Sì, ma se non l’avessi ispirato, forse quest’occasione non si sarebbe mai presentata.»
Maria lasciò sfuggire un breve sorriso, ma scosse il capo.
«Dubito che senza di me Altair non avrebbe mai preso una decisione simile. Lo ammetto, senza esempi concreti gli uomini spesso non riescono a vederci al di fuori del caldo focolare.
Tuttavia, conoscendolo bene, e dopo aver condiviso con lui un paio di avventure, ti posso dire con certezza che sarebbe stata solo questione di tempo.
Non poteva capitarvi una guida migliore di lui. Alla fine, anch’io ho capito che è l’unico che desidero davvero seguire… anche se questo significa combattere contro coloro a cui ho prestato servizio per tanti anni.»
«Il rispetto che provi per lui è palpabile.»
«…e non sbagli,» confermò Maria con tono fermo. Poi, dopo un attimo di esitazione, aggiunse:
«Piuttosto, visto che tu sei stata la prima donna a entrare nella Confraternita, posso chiederti cosa lo spinse a scegliere proprio te?»
Parvaneh si voltò sulla schiena, fissando la cima del palo che reggeva la tenda, come se stesse cercando le parole giuste per rispondere.
«Ho frequentato la fortezza fin da ragazzina. I miei genitori lavoravano per gli Assassini, occupandosi di portare le scorte. Spesso li accompagnavo e non poche volte mi capitava di ritrovarmi a giocare con lui e con Malik.»
Il volto di Parvaneh si addolcì, per un attimo perso nei ricordi.
«La mia passione per l’arte del combattimento nacque proprio in quei giorni, anche se, col tempo, fui costretta ad accantonarla.
L’ispirazione per questo stile di vita, però, mi tornò grazie a loro: prima quando Malik mi salvò dal matrimonio forzato – anche se, a dire il vero, il mio promesso sposo fu ucciso per motivi che nulla avevano a che fare con me – e poi con l’impresa di Altair, quando affrontò sia la follia di Al Mualim sia l’incoscienza di Abbas, entrambi soggiogati da quel misterioso manufatto.»
«Tu sai della Mela?» esclamò Maria, inarcando un sopracciglio.
Parvaneh si voltò di scatto verso di lei, confusa.
«Mela? Così la chiamate? No… io non conosco il suo vero nome. So solo di esserne stata una vittima. Ricordo quei momenti come attraverso una nebbia, come un sonno senza sogni. Qualunque cosa sia, non può che essere malvagia.»
Maria sospirò lentamente.
«La Mela non è intrinsecamente malvagia, almeno secondo Altair. È solo… qualcosa di troppo sofisticato e distante dalle nostre conoscenze. Un uso scorretto, però, può avere effetti devastanti. È ciò che accadde con Abbas: scatenò il suo potere, e lui stesso rischiò di esserne consumato.»
Poi la donna inglese scosse la testa, quasi per scacciare quei pensieri cupi.
«Comunque, se non sai di più a riguardo, meglio così. A volte un po’ di ignoranza aiuta a vivere in pace.
Scusa ho interrotto il tuo racconto.»
Alexandra sentì un brivido percorrerle lo stomaco, come un nodo che si stringeva.
Maria sapeva molto di più di lei, questo era evidente.
Altair si era confidato con quella donna, forse le aveva persino mostrato la Mela… mentre agli occhi di lui, Parvaneh non era altro che una semplice sottoposta, utile ma non abbastanza importante da meritare la verità.
Fu allora che si rese conto, con un certo disappunto, che ciò che provava era gelosia.
«Sono sicura che anche Altair nutra per te lo stesso profondo rispetto che tu provi per lui,» disse Maria, come se avesse intuito i suoi pensieri. «La Mela non è qualcosa di cui si discute tra un boccale di birra e l’altro. Non sentirti esclusa per questo.»
Parvaneh abbassò lo sguardo, tentando di reprimere le emozioni che le ribollivano dentro, poi scosse leggermente il capo e proseguì, come se nulla fosse.
«Non preoccuparti per l’interruzione…» disse con un mezzo sorriso forzato. «Gli episodi che ti ho raccontato sono le radici che hanno ispirato la mia iniziazione.
All’epoca non sapevo nulla di te, e la mia famiglia era profondamente scettica, se non addirittura contraria, all’idea che una donna potesse far parte della Confraternita. Non riuscivano a concepire una presenza femminile in un luogo dominato da soli uomini.»
Inspirò lentamente, lasciando trapelare un velo di orgoglio nella voce.
«Io, però, non volli dare ascolto a nessuno. Quando Altair aprì i cancelli alle nuove reclute, fui tra le prime a presentarmi.
Non avevo molta esperienza: quel poco che sapevo l’avevo imparato da sola, osservando i guerrieri da lontano e allenandomi in segreto.
Mi impegnai a fondo, anche nelle discipline più difficili che la Confraternita richiedeva.
All’inizio nessuno credeva in me, ma non mi interessava il giudizio altrui. Alla fine, il nuovo Maestro riconobbe il mio valore e mi concesse un posto tra loro.»
Parvaneh serrò i pugni al ricordo di quei momenti.
«C’è chi insinuò che fossi stata ammessa grazie alle “arti subdole” di noi donne…» disse con una punta di amarezza, «ma non avevano alcuna prova. Alla fine furono costretti ad accettare la verità: ero lì solo grazie al mio impegno e alla mia determinazione.»
Infine aggiunse, con una punta d'orgoglio: «Quasi un anno dopo, eccomi qua, in missione con lui, con il consigliere e con la guerriera più forte che io conosca!»
Maria rise sommessamente, con un’ombra di ironia negli occhi.
«Conosci davvero poco il mondo per dire che io sono la guerriera più forte che tu conosca. Nel corso della storia sono nate donne incredibili, molte persino più grandi di me.
*Prendi Artemisia I, restando solo nei territori persiani: regina di Caria, che accompagnò Serse nella sua campagna contro i Greci. Era così abile e determinata che lo stesso sovrano dichiarò che, dopo averla vista combattere, i suoi uomini erano diventati donne e le donne il contrario.»*
Si sporse leggermente verso Parvaneh, la voce ferma e vibrante di passione.
«Il mondo tende a dimenticare queste figure che hanno mosso i fili della storia solo perché, tra le gambe, non avevano la “proboscide”.
Se non fosse stato per noi donne, molte vicende avrebbero avuto esiti catastrofici: i Romani e i Sabini si sarebbero annientati a vicenda, impedendo la nascita di Roma; la superbia di Ciro il Grande non avrebbe mai trovato freno.
Quando un uomo ti schernisce, ricorda loro da che buco sono venuti al mondo… e chiediti se sarebbero stati in grado di sopportare ciò che le loro madri hanno dovuto soffrire per partorire qualcosa delle dimensioni di un meloncino.»
Parvaneh la fissò con occhi carichi di ammirazione.
Il modo in cui Maria parlava era naturale eppure fiero, la sua presenza trasmetteva forza e sicurezza. Era l’esempio vivente di ciò che lei stessa aspirava a diventare.
Alexandra, però, non condivideva quello stesso entusiasmo.
Per lei, Maria non era un modello, ma un ostacolo. Proprio perché così nobile, così forte e carismatica, costituiva la più grande minaccia ai suoi desideri.
Dentro di sé maturò un pensiero pericoloso: un giorno, in qualche modo, Parvaneh avrebbe dovuto prendere il posto di Maria nel cuore di Altair.
Ma non fece in tempo a nascondere quell’emozione oscura.
La sua antenata percepì tutto, come se le sue intenzioni fossero state urlate a voce alta.
Con voce dura, la rimproverò: Alexandra non poteva avere segreti da lei, perché tutto ciò che una pensava o provava, l’altra lo sentiva nello stesso istante.
Parvaneh la minacciò ancora una volta: se Alexandra avesse osato minare l’equilibrio della Confraternita o il suo bene, avrebbe preferito togliersi la vita piuttosto che permettere che i suoi errori compromettessero tutto.
Tre giorni dopo, giunsero finalmente alle porte di Ascalona.
La città, affacciata sul mare e protetta da alte mura di cinta, appariva maestosa e vibrante di vita.
Alexandra, con il suo occhio da studentessa di architettura, rimase senza fiato davanti a quella visione: le torri, i bastioni e la disposizione delle strade erano un piccolo capolavoro d’ingegno umano.
Non potevano però entrare tutti e quattro insieme: avrebbero destato troppi sospetti.
Decisero quindi di dividersi.
Maria aveva portato con sé abiti di pregio e, presentandosi al cancello principale con il suo forte accento inglese, riuscì a convincere le guardie senza fatica a lasciarla passare.
Altair, invece, rimase all’esterno per incontrare alcune delle sue spie, pronte a fornirgli informazioni sui movimenti dei rifornimenti in città.
Parvaneh e Malik si sarebbero introdotti fingendosi marito e moglie, mercanti di scalogno, guidando un piccolo carretto.
Mentre si avvicinavano alle porte cittadine, Parvaneh domandò sottovoce, mentre trainava il carretto — dato che Malik, con un solo braccio, non poteva occuparsene:
«Una volta dentro, dove ci rifugeremo?»
«Un nostro Fratello si era già infiltrato tempo fa,» spiegò Malik, mantenendo il tono basso e controllato. «È grazie a lui che abbiamo saputo della congiura. Alloggeremo nella sua casa. Da lì attenderemo il segnale di Altair per intercettare i messaggeri.»
Si fermò un attimo, poi aggiunse: «Altair distruggerà alcuni carri per rendere credibile la versione che daremo, ma ripagherà i contadini per il cibo perduto. Io agirò dall’interno, tu dall’alto: se capirai che i messaggeri sono corrotti e stanno tentando un doppio gioco, dovrai eliminarli e consegnare tu stessa il falso messaggio. In alternativa, puoi reclutare qualcun altro per farlo, ma dovrai essere certa della sua lealtà.»
Parvaneh aggrottò la fronte, la voce tesa:
«…e se il messaggero non accettasse la mazzetta, per via della sua fedeltà al re?»
Lo sguardo di Malik si fece cupo. «In quel caso, dovrai ucciderlo comunque. Non basta solo metterlo fuori gioco per qualche ora: se riuscisse a rimettersi in piedi, il vero messaggio finirebbe per raggiungere Riccardo e la nostra missione fallirebbe.»
Parvaneh si fermò di colpo, sconvolta. «Uccidere qualcuno per la sua fedeltà?!» esclamò, incapace di contenere l’indignazione. «Non possiamo punire chi resta fedele al proprio sovrano!»
Malik serrò la mascella e, per un istante, il dolore che covava dentro di sé si rifletté nei suoi occhi.
«Parvaneh,» disse con tono duro ma non privo di amarezza, «non stiamo parlando di giustizia o ingiustizia. Parliamo di pace… e di sacrifici necessari. Se non saremo disposti a sporcarci le mani, altri continueranno a versare sangue innocente.»
«A volte, per salvare molte vite, bisogna porre fine a quella di pochi. Non ti sto dicendo che devi andarne orgogliosa: uccidere non sarà mai un atto nobile. Ma ci sono circostanze in cui è necessario mettere da parte la coscienza e fare ciò che è giusto.»
Parvaneh non replicò. Si limitò a spingere il carretto in silenzio, concentrandosi sulla strada davanti a sé.
I soldati di guardia non mancarono di commentare l’aspetto di Malik, ridendo e alludendo al fatto che sembrasse un uomo “a metà” e che, per questo, fosse costretto a far svolgere alla moglie i lavori pesanti. La derisione, per quanto fastidiosa, ebbe almeno il vantaggio di distogliere la loro attenzione: passarono i controlli senza che venissero fatte troppe domande.
Per l’occasione, entrambi avevano indossato abiti logori e dimessi, perfetti per impersonare due mercanti di umili origini.
Le voci non mentivano: Ascalona era davvero gremita di soldati, non solo lungo le strade ma persino sui tetti. Gli Assassini dovevano muoversi con cautela, evitando di attirare sguardi sospetti.
Il loro contatto in città era Louis, un Assassino sulla trentina. Era di statura minuta e completamente sbarbato, tanto da sembrare più giovane della sua età. I suoi lineamenti, chiaramente occidentali, tradivano il suo passato tra le file dei crociati. Col tempo, però, l’orrore della guerra e le atrocità a cui aveva assistito lo avevano spinto a disertare e a unirsi alla Confraternita.
Essendo membro della famiglia dei Borgogna, Louis aveva il compito di fare da portavoce tra il re e suo cugino Ugo III. Aveva preso l’abitudine di aprire personalmente i messaggi del parente, essendo anch’egli in possesso del sigillo dei Borgogna, e non aveva alcun problema a leggerne ad alta voce le risposte del re.
Nell’ultimo messaggio, Riccardo invitava il nobile a unirsi a lui per un nuovo attacco a Gerusalemme, convinto che questa volta Dio fosse dalla loro parte. Gli ricordava anche la battaglia di Arsuf, combattuta poco prima che le tensioni tra inglesi e francesi si aggravassero, costringendo l’esercito francese a ritirarsi verso Acri e Tiro.
Ugo aveva risposto con cautela: ci avrebbe pensato, poiché non voleva esporre di nuovo i suoi uomini a rischi inutili e privarli della possibilità di rivedere le proprie famiglie. Per convincerlo, il re avrebbe dovuto dimostrare concretamente che un nuovo attacco avrebbe avuto successo.
Se gli Assassini fossero riusciti a diffondere la paura che uomini e cavalli sarebbero morti di stenti durante l’assedio, l’esercito sarebbe rimasto scoraggiato, costringendo Riccardo a ritirarsi.
Essendo un uomo ricco e influente, Louis mise a disposizione dei due Assassini camere sontuose, piene di ricchezze, con comodi materassi di piume e banchetti di primissima qualità, un lusso che certamente avrebbero apprezzato durante la loro permanenza.
Avendo poco tempo per portare a termine la missione, però, poterono godere di questi comfort solo per brevi momenti, cercando comunque di sfruttare al meglio ciò che avevano a disposizione. Parvaneh, che non si era neppure potuta rifocillare dopo la missione precedente, si sentì in paradiso quando finalmente poté immergersi in una vasca calda e profumata.
Il benessere coinvolse anche Alexandra, e le due si intrattennero parlando di argomenti leggeri, tra cui le innovazioni tecnologiche di cui il mondo moderno avrebbe potuto godere: cellulari, GPS, microspie e walkie-talkie sarebbero stati strumenti utilissimi per la vita degli Assassini.
Talvolta, la curiosità per questi oggetti così semplici ma affascinanti lasciava Parvaneh talmente stupita da commentare ad alta voce senza rendersene conto. Alexandra la avvertì di prestare attenzione: l’Abstergo avrebbe potuto ascoltarle. Un momento del genere, in teoria, sarebbe dovuto essere filtrato dallo stesso Animus, così da non sprecare la memoria su scene di poco conto. Ma se si fossero accorti che Parvaneh interagiva attivamente con la sua antenata, avrebbero potuto pressarla e costringerla a cedere il completo controllo del proprio corpo, per impossessarsi della Mela e nasconderla in un luogo sicuro a loro vantaggio.
Giunse il tramonto e finalmente arrivarono le prime notizie da parte di Altair sugli obiettivi: avrebbero dovuto intercettare il messaggero incaricato di comunicare a uno dei sottoposti del re che le scorte di vino erano pronte. Non un bene primario, certo, ma per un esercito che si preparava a uccidere e a essere ucciso, l’idea di non ubriacarsi almeno l’ultima notte della loro vita sarebbe stata intollerabile.
Parvaneh preparò la sua divisa con cura maniacale, testò il bracciale per assicurarsi che la lama uscisse e rientrasse senza intoppi e infine si tirò su il cappuccio. Si osservò a lungo allo specchio: nonostante l’esperienza, vedersi vestita così le faceva ancora uno strano effetto. Era per lei un grande onore servire il Credo.
Malik si fece attendere più del previsto, così Parvaneh decise di affacciarsi alla sua stanza per controllare che tutto andasse bene. Trovò la porta socchiusa e l’uomo leggermente irritato: con un solo braccio, quella sera gli abiti sembravano non voler collaborare.
«Malik, posso?» chiese, prima di entrare in camera.
Egli esitò un attimo, poi annuì. Parvaneh avanzò a grandi passi e con delicatezza gli sistemò la giacca di lana, infilò meglio la cintura nei passanti e la chiuse al punto giusto, assicurandosi che fosse comoda ma ben aderente.
Infine prese la fascia che avrebbe dovuto avvolgere il capo di Malik, rendendolo quasi irriconoscibile, e gliela passò attorno con estrema cura. Per compiere l’operazione dovette avvicinarsi, passandogli le braccia attorno, e considerata la differenza di altezza le fu necessario salire su un poggiapiedi per raggiungere l’altezza giusta.
Parvaneh percepì il suo respiro caldo sul viso e un senso di appagamento la attraversò, pur consapevole di dover trattenere tutto dentro di sé.
«Ti ringrazio», disse Malik, senza incrociare lo sguardo.
«Non c’è di che… Malik, senti io…» iniziò Parvaneh, ma non poté finire la frase: l’uomo si allontanò di colpo verso l’uscio, ricordandole che avevano del lavoro da svolgere.
Nonostante la scarsa luce, Parvaneh saltò agilmente da un tetto all’altro, senza farsi notare dalle guardie, seguendo Malik che si dirigeva a passo svelto verso la piazza vicino al palazzo di re Riccardo. Le botti di vino erano appena arrivate al porto e Altair avrebbe dovuto corrompere i marinai per farle tornare indietro.
Dopo diversi minuti, Malik individuò finalmente l’uomo corrispondente alla descrizione ricevuta e si frappose immediatamente tra lui e il suo obiettivo.
Puntandogli un pugnale da sotto la tunica, lo costrinse a seguirlo in un vicolo appartato, dove gli ordinò di consegnare il messaggio personalmente e di non parlarne con nessuno. Non ci fu bisogno di corromperlo: l’uomo era più attaccato alla pelle che ai documenti e, non appena ricevette il messaggio, si dileguò a gambe levate.
Parvaneh iniziò a seguirlo dall’alto, assicurandosi che la sua meta fosse davvero la nave e non le autorità. Solo quando lo vide quasi gettarsi sull’imbarcazione tirò un respiro di sollievo.
Sfortunatamente, nell’ultima tratta aveva abbassato la guardia: da tempo non incrociava altre guardie e non si accorse che una di loro l’aveva seguita.
«Ti sei fermata finalmente. Che ci fai qui sopra? Sei una spia saracena, vero!?»
La donna si alzò lentamente, con le braccia a metà altezza, e si voltò verso di lei.
«Non sono una spia», rispose Parvaneh con calma.
Il soldato cristiano le sputò ai piedi. «Sì, come no. Questo non è certo il vestiario convenzionale delle donne di questa lurida terra. Non fare mosse azzardate o ti infilzo lì dove ti ergi!»
Parvaneh annuì e gli passò lentamente accanto, con la spada puntata all’altezza del ventre. Un breve gemito le sfuggì, ma in un lampo colpì il suo braccio con la destra per abbassarglielo, mentre la sinistra faceva scattare la lama, pronta a recidere la carotide.
Lo trattenne per il bavero della tunica, evitando che cadesse sulla strada, mentre lui si accasciava per la perdita di sangue. Con fatica riuscì a trascinarlo fino a un gazebo lì vicino e lo lasciò cadere all’interno: nessuno lo avrebbe trovato per un bel po’.
Intanto Re Riccardo e Maria erano immersi nella cena, quando un servo recapitò il falso messaggio. Maria era stata accolta con favore dal sovrano, essendo figlia di nobili inglesi e particolarmente rispettata dai templari ai tempi di Roberto di Sable. Si presentò come guerriera pronta a combattere al suo fianco, esperta di Gerusalemme, e pronta a conquistare la città per il Signore e il suo legittimo re.
Tempo addietro, quando Altair rivelò al re che Roberto era un traditore, Riccardo non gli credette. Lasciò che i due contendenti si affrontassero a duello, lasciando che le armi decidessero il destino.
Nonostante la sconfitta del templare, in cuor suo Riccardo non aveva mai realmente creduto alle parole dell’Assassino e, col tempo, se ne pentì. Diede così ben volentieri il posto che sarebbe stato di Roberto, se egli non fosse rimasto ucciso, alla persona in cui riponeva maggiore fiducia.
«Mio re, un messaggio da parte di coloro che avrebbero dovuto fornirci il vino per l’insediamento.» annunciò uno dei cavalieri, mutando ben presto il suo tono allegro in preoccupazione.
Riccardo corrugò la fronte e lo esortò a proseguire con la lettura.
«Il carico non arriverà. Saladino, a quanto pare, è a conoscenza dei nostri tentativi di riconquista di Gerusalemme e ha deciso che nulla ci sarà più fornito. Né per l’insediamento… né in generale. Dice che dovete rinunciare, o questo carico sarà solo l’inizio.»
Un gelo calò sulla sala e si sollevarono brusii di preoccupazione. Il sovrano restò immobile, come una statua di sale, contraendo la mascella dal nervoso.
All’improvviso scattò in piedi. «Da sobri si combatte meglio! Non so come abbia fatto a scoprire le nostre intenzioni così presto, ma non mi farò scoraggiare!»
Maria si sporse in avanti. «Ma mio re, non avete sentito? Ci taglieranno del tutto i viveri!»
Lui rispose con uno sguardo infuocato. «Ci taglieranno i carichi che vengono da fuori. Ma possiamo contare sulle risorse interne. Farò mangiare a tutti cipolle, se necessario!
Questa del carico del vino può essere solo una bluffa. Tra tre giorni partiremo e, nel frattempo, le altre scorte arriveranno. E non dimenticate che in magazzino qualcosa già c’è, e ce lo faremo bastare.
Non voglio sentire alcuna lamentela. Siete stati voi a volermi convincere a intraprendere questa campagna fino a dopo Pasqua, quando siete consapevoli dei miei problemi in patria con mio fratello e che sarei dovuto rientrare da tempo. Non accetterò ripensamenti da nessuno!»
Riccardo, fedele alla sua nomea di “cuor di leone”, non avrebbe mai ceduto così facilmente e contava sulla risolutezza e sul forte desiderio dei suoi uomini di riportare la Città Santa sotto il controllo cristiano.
Parvaneh rincasò passando dalla finestra del salotto e trovò Malik e Louis: il francese aveva il volto tutto rosso per l’emozione.
«Ottime notizie… la scintilla del malumore ha già cominciato a propagarsi tra i membri della corte. I soldati non hanno preso bene il fatto di dover rinunciare a un goccetto durante le lunghe notti di assedio che li attendono!
Nonostante questo, Riccardo non ha ceduto ed è ancora pronto a marciare. Ha detto di avere già qualche scorta da parte (ed è vero) e di voler contare anche sulle risorse interne.»
«Ma se opterà per quelle interne per sfamare il suo esercito, il popolo non avrà nulla da mangiare per l’inverno. Come può dire certe cose? Lo credevo una persona saggia!»
Alexandra annuì: non si possono conoscere davvero le persone solo leggendo i libri di storia.
«Mondiè! Sicuramente ne è consapevole, ma deve rispondere al suo onore e agli altri alti ufficiali che lo hanno spinto a proseguire la guerra, pena la perdita della sua reputazione.
Sarebbe già partito per punire suo fratello usurpatore, il principe Giovanni, se non fosse stato per questo, e a quest’ora noi staremmo a dormire comodamente tra quattro guanciali.»
«O a scongiurare l’ennesimo genocidio.» Commentò Malik a bassa voce, per poi ritirarsi nella sua camera.
«Andate a dormire anche voi, mademoiselle, a quanto pare domani dovrete svegliarvi all’alba per i carichi di pane e carne.
Speriamo solo che l’impresa sia più semplice di stasera. Non avete avuto problemi, vero?»
Parvaneh scosse il capo. «Ho dovuto freddare una guardia, ma ho nascosto il corpo. Il messaggero è partito con i suoi compagni… e non tornerà mai più.»
Per raggiungere la sua stanza, doveva passare davanti a quella di Malik, ora chiusa. Si fermò davanti alla porta e lo fissò per un lungo istante. Il desiderio di entrare era forte, il cuore le pulsava: avrebbe voluto dormire accanto a lui, passare una notte intensa… ma sapeva che lui non la desiderava.
Con un sospiro soffocato, ricacciò le lacrime e si avviò verso la sua stanza.