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Alexandra non riuscì a credere alle sue orecchie. Desmond Miles, l’altro prigioniero dell’Abstergo non era che a pochi centimetri di muro da lei.
Desiderò di avere tra le mani un grosso martello e di spaccare quella parete. Non lo conosceva, ma in questo momento era l’unica persona che poteva capire come si sentiva.
Se il discendente d’Altair aveva ereditato anche solo una briciola del suo valore, allora si sarebbe affidata ciecamente a lui. Con lui e il supporto di Lucy – Alexandra sperava con tutto il cuore di averci visto bene sulla donna – avrebbe ideato uno stratagemma per uscire da lì.
Sarebbe andata alla ricerca dei suoi genitori e avrebbe riferito ai membri più autoritari della Confraternita cosa era successo.
«Warren e Lucy ti hanno parlato anche della mia presenza per i loro esperimenti?» Gli chiese, con tono speranzoso.
«Sapevo di non essere solo, Lucy me lo ha riferito. A quanto pare sei stata presa più o meno negli stessi giorni che hanno rapito me. Le nostre storie sono intrecciate, ho capito bene?»
«Si, è così. Avendo rintracciato due membri della stessa Confraternita, probabilmente sperano di trovare più facilmente gli indizi che servono per le loro ricerche. Tu sai di che cosa si tratta e a che serve?»
«No, ancora non ho capito di cosa si tratta. Il doc mi ha detto solo che la risposta si presenterà presto e a quanto pare hanno solo cinque o sei giorni a disposizione per riuscire nell’impresa.» Sospirò. «Più il tempo stringe e più temo che le nostre sedute all’Animus si faranno più lunghe. Non so quanto ancora Warren ascolterà i ragguagli di Lucy sul fatto di farci riposare.»
«Secondo te se facciamo tutto ciò che ordineranno, alla fine ci lasceranno andare?»
Desmond si prese una breve pausa.
«Non lo so. Quel tipo è senza scrupoli e chi c’è dietro di lui è ancora peggiore.»
«Mi chiedo chi siano i loro finanziatori… Lucy invece si sta dimostrando più amichevole. Mi ha detto che non ci sarebbe successo nulla di male. Non capisco se faccia così perché ha la sindrome della crocerossina o perché…»
«Non aggiungere altro. Doc mi ha detto stamane che sono sempre monitorato e suppongo che anche tu lo sia. Se hai insinuazioni da fare, rischieresti di mettere inutilmente in pericolo l’unica persona che provi un po’ di compassione per noi.»
Voleva comunicargli che aveva notato la mancanza dell’anulare di Lucy, ma le parole le morirono in bocca. Se così era, allora non poteva dirgli nemmeno che lei riviveva la sua antenata in maniera “attiva” e se era successo lo stesso anche con lui.
Di nuovo provò una morsa allo stomaco.
Udì poi la voce del dottore e di Lucy nella stanza di Desmond, la sua pausa era terminata e per lui la sessione stava per ricominciare.
Anche la sua pausa fu relativamente breve, ma essendo i due occupati con l’altro Assassino, per lei si presentarono altri due ricercatori.
I cerchi presenti sul lettino che lo percorrevano verticalmente, seguendo la forma della spina dorsale, le provocarono un brivido freddo come sempre.
«Tutta questa tecnologia e poi non siete in grado di inserire un dispositivo per scaldare il lettino!»
Ovviamente non ottenne risposta e la ragazza non poté far altro che riposarsi ed affrontare l’ennesimo viaggio temporale.
L’Animus la riportò a l’episodio del rapimento.
I mamelucchi li avevano portati al villaggio di Kaff al-Jaa, come il piano prevedeva.
Ad aspettarli c’era un ricco possidente, facente parte della famiglia Ayyubide che riuscì a farsi prestare i mercenari per il tremendo scopo di attaccare Masyaf.
«Nizariti e sostenitori dei Nizariti… non so chi di voi faccia più schifo. Irrispettosi ed eretici.
Peccato che i mamelucchi non siano riusciti a stanare anche il capo del vostro Ordine, quel codardo è rimasto rintanato nel suo castello.»
L’uomo aveva un aspetto grassoccio e a giudicare dalle sue mani ben curate non aveva mai dovuto faticare in vita sua. Era anche più basso persino per l’epoca di quel tempo e i suoi abiti erano molto sgargianti. Spiccavano soprattutto un paio di baffoni brizzolati che terminavano a riccio.
Si soffermò a guardare con disprezzo soprattutto Parvaneh, Malik e un altro paio di Assassini, anche loro mal ridotti per evitare che ritrovassero troppo presto le forze per ribellarsi. Erano consapevoli che potevano essere pericolosi anche disarmati.
I mamelucchi prima della consegna ufficiale pretesero il pagamento, con la promessa di accoppare tutti i prigionieri seduta stante, se egli non si fosse attenuto agli accordi.
Riforniti di nuovi cavalli e pagati in pezzi d’argento, i guerrieri si congedarono per ripartire per la loro strada.
Parvaneh e tutto il resto del gruppo vennero trascinati nelle prigioni del villaggio, con la promessa che ben presto avrebbero saputo quale sarebbe stato il loro destino.
Quando l’Assassina fu di nuovo libera dalle corde che la tenevano ferma, corse subito in soccorso di Malik, cosa che fecero anche gli altri due compagni d’arme.
L’uomo era ridotto proprio male, il gonfiore non era diminuito e le sue ferite erano diventate purulente.
«Dobbiamo trovare qualcosa per incidere il gonfiore degli occhi, così da liberarlo dall’accumulo di sangue.» Dichiarò uno dei due, un giovane uomo dalla pelle nera.
Non avevano oggetti acuminati con loro, purtroppo, ma Parvaneh si guardò freneticamente attorno, alla ricerca di qualcosa da utilizzare.
Alcune donne si stracciarono parte delle loro vesti e imbevvero gli stracci nel secchio d’acqua messo a loro disposizione per pulirgli le ferite.
Si accorse che conficcato nella massiccia colonna portante di legno della prigione vi era un chiodo. Non era facile da estrarre, ma ci provò lo stesso: nascose la mano in un lembo della sua veste e afferrò l’estremità.
Tirando indietro otteneva solo il risultato di provare dolore al palmo, quindi tentò con lo scuoterlo e la cosa ottenne ben presto un riscontro positivo.
Cadde quasi indietro, quando finalmente uscì fuori, ma riuscì a mantenere l’equilibrio.
Aveva ciò che le serviva per incidere, ma se l’avesse utilizzato così com’era avrebbe rischiato di causare a Malik un’infezione mortale: serviva che venisse sterilizzato.
A terra c’era della paglia e ne accumulò quanto bastava per essere usata per la sua fase successiva.
Prima di tutto chiese ai presenti di coprirla, così che quando le guardie fossero tornate per sorvegliarli, non si sarebbero accorti immediatamente di lei e di ciò che aveva in mano.
Sfregò la punta del chiodo contro una delle sbarre, proprio come avrebbe fatto con un cerino. Tentò finché non partirono delle scintille, scintille che si riversarono sul cumulo di paglia.
Per ravvivare la fiamma, ci soffiò sopra e finalmente il suo focolare era pronto, abbastanza caldo e abbastanza alto per darle il tempo sufficiente per scaldare il metallo del chiodo.
Fortunatamente i soldati dell’Ayyubide non si fecero ancora vivi e questo volse a suo vantaggio.
Il metallo non s’era arrossato, ma il suo obiettivo non era quello di farlo diventare ardente, ma abbastanza caldo da ritenerlo sufficientemente sterile.
Malik si lasciò andare a una smorfia dolorante, mentre il gonfiore veniva inciso e un rigolo di sangue scese lungo le tempie. Grazie a questo, però, riuscì finalmente a riaprire gli occhi e non appena mise a fuoco il primo volto che vide fu proprio quello della sua amica.
Con fatica sollevò la mano del suo unico braccio per raccoglierle col pollice una lacrima in procinto di rigarle il viso.
Sorrise, grato nel notare che tutti i prigionieri in realtà avevano cercato di aiutarlo, pulendo le ferite e fasciandolo.
Anche lui era un membro stimato della Confraternita e della città tutta, alcuni civili lì presenti erano stati salvati proprio da lui la notte prima, non avrebbero mai permesso perciò che morisse.
Gli era salita anche la febbre e quel luogo freddo ed umido non era affatto l’ideale, ma sfortunatamente non c’erano coperte lì e nemmeno delle stuoie. Avrebbero dovuto passare le ore o i giorni successivi in quella stanza, tenuti come bestie.
Spensero il focherello di paglia che per fortuna non produsse troppo fumo e l’odore uscì dall’unica finestra che permetteva almeno di ipotizzare che ore fossero.
Quando finalmente qualcuno si affacciò alla prigione, era ormai sera inoltrata e Malik tremava dal freddo.
Parvaneh gli si era seduta accanto e cercava di scaldarlo come poteva, strofinandogli le mani sulle spalle e respirandogli vicino.
L’uomo alternava attimi di lucidità con attimi di lamenti deliranti.
Più lo vedeva in quello stato e più si sentiva in colpa per il suo gesto impulsivo.
Alexandra, ancora una volta, la rassicurò che era più che giustificabile aver almeno tentato di cercare di salvare la sua famiglia. Anzi, poteva anche essere un’occasione per farsi notare da Altair, se tutto fosse andato per il verso giusto.
«Ma così c’ha rimesso Malik!» Esclamò in un impeto di rabbia, rendendosi conto troppo tardi di aver parlato ad alta voce.
«Malik? Malik Al-Sayf, per caso? »
La voce del signorotto che aveva disposto l’attacco alla città, la fece trasalire.
Si voltò verso le sbarre, non si era accorta che l’uomo era ritornato per comunicare la loro sorte.
Alcune guardie entrarono, addette a mettere all’angolo i prigionieri, intimando loro di non fare gesti azzardati, mentre l’Ayyubide si volle avvicinare al duo per controllare meglio il viso tumefatto dell’Assassino.
Parvaneh si frappose con ostinazione, nello stesso atteggiamento che avrebbe avuto una leonessa col proprio cucciolo, ma uno degli scagnozzi del nemico riuscì a trascinarla via con forza per i capelli e così egli poté notare l’assenza del braccio.
«Non ci sono dubbi, è proprio lui, il braccio destro del Maestro dei Nizariti… letteralmente il braccio destro ahahah!» Batté le mani. «Non poteva capitarmi fortuna più grande. Il vice di Altair Ibn-La’Ahad. Il Saladino mi ricoprirà d’oro se gli porterò la sua testa.»
L’Assassino dalla pelle nera si sporse in avanti. «Il Saladino si è rimangiato la sua promessa? Non gli bastò quella bella sorpresina nella sua tenda? Dopo anni la paura di essere assassinato nella notte gli è passata!?»
L’Ayyubide si voltò verso di lui, con gli occhi che erano diventati due fessure.
«Infatti, il Saladino è un uomo nobile e di parola, perciò non avrebbe mai sferrato un attacco diretto contro di voi. Non l’ha ordinato, ma quando saprà che suo cugino Seffe Ayyubide è riuscito a colpire in un’impresa così grande, consegnandogli per giunta prigionieri di così grande prestigio, allora capirà che anche voi siete vulnerabili… e mi ricoprirà d’oro.»
«Grande impresa ah!? Attaccarci nel cuore della notte con dei mercenari, rapire donne e bambini e racimolare che pochi ninnoli, perché nonostante ciò siamo lo stesso riusciti a farvi battere in ritirata. Che sia capitato Malik tra i vostri prigionieri è stato solo un colpo di fortuna!» aggiunse l’altro Assassino.
«Zitto pure tu, siete solo un branco di egocentrici. Millantate grande forza, ma mi è stato riferito che almeno una cinquantina saranno caduti e vedo che ben quattro di voi sono qui presenti … a meno che la donna non sia una delle vostre puttane, non sapevo che ora prendeste pure loro. Siete messi male!»
Parvaneh sputò ai suoi piedi con indignazione e il signorotto non la prese a bene. Sollevò la mano grassoccia e la schiaffeggiò con forza… ma non riuscì a toglierle le fiamme dai suoi occhi. Quel trippone aveva la mano troppo morbida, perché potesse farle qualcosa di serio, persino per una donna.
Seffe soffiò con le narici con stizza e poi si guardò attorno, mimando con la bocca un conteggio.
«Contando anche questa sgualdrina, abbiamo in tutto otto donne e i mamelucchi hanno avuto il buon gusto di prenderle abbastanza giovani e belle. Ci sono poi quattro… no cinque ragazzini e quattro uomini, incluso il più prestigioso di tutti: Malik Al-Sayf.» Iniziò a sogghignare e a accarezzarsi i baffoni, mentre la sua mente architettava qualcosa di malvagio. **«Presenteremo i nostri prigionieri al Saladino in gran stile! Ho già tutto in mente… guardie, provvedete col dare loro una bella ripulita e fate curare le ferite di Malik… lui sarà il piatto forte!»**
Il suo tono così aspro e trionfante non presagiva nulla di buono.
Messaggeri vennero inviati da Seffe alla corte di Saladino, mentre i prigionieri vennero portati in un ambiente sì più umano, ma non certo per il loro benessere.
Divisero maschi e femmine: le donne, inclusa Parvaneh, fu ben lavata e profumata. Gettarono via i loro abiti e le vestirono come delle odalische, nonostante non fossero altri che delle contadine, massaie e lei persino una guerriera.
A Seffe, però, non interessava, a sua detta anche un porco poteva passare per gran signore con qualche metro di seta – Alexandra e la sua ava si chiesero se per caso non stesse parlando di sé stesso in maniera subconscia – inoltre il prestigioso parente avrebbe impiegato qualche tempo prima di raggiungere il villaggio, tempo che sarebbe bastato per “istruirle”.
I ragazzini furono mandati nelle cucine e il giorno della festa avrebbero servito il cibo agli ospiti.
Gli uomini, onde evitare un tentativo di ribellione, soprattutto da parte degli Assassini, subirono una condizione peggiore: vennero rinchiusi in un’altra cella, ma era abbastanza riscaldata, avevano una bacinella per lavarsi e ricevevano un pasto al giorno con una quantità non proprio nutriente ma che non li lasciasse morire di fame. Malik fu ben curato, perlomeno, e la febbre calò ben presto.
Altair chiaramente non s’era dimenticato dei suoi concittadini e dei suoi guerrieri, non avrebbe mai permesso che venisse fatto loro del male.
Nonostante gli venisse sconsigliato, in quanto ormai capo della Confraternita, decise che anche lui si sarebbe unito alla spedizione.
Sfortunatamente le ricerche subirono un forte rallentamento, in quanto poco tempo dopo Masyaf, oltre a già il danno subito dall’assalto, venne colpita da una forte tempesta di sabbia che cancellò tutte le tracce.
I mamelucchi che rintracciarono in quei giorni, inoltre, si toglievano la vita pur di non diventare loro prigionieri.
Riuscirono a catturarne solamente uno, ma quest’ultimo si dimostrò ostinato e apparentemente con un’alta soglia di dolore, rideva persino se gli interrogatori bruciavano la sua pelle con dei tizzoni ardenti: non avrebbe parlato tanto facilmente.
Il messaggero fece ritorno a Kaff al-Jaa per riferire a Seffe la risposta di Saladino: non sarebbe venuto lui di persona, ma il suo terzogenito, al-Malik al-Zahir Ghazi, di soli venti anni ma già governatore di Aleppo e di Mosul da quando ne aveva quindici.
Seffe rimase offeso per la scarsa considerazione dimostrata nei suoi confronti, nonostante fosse certo che il suo “dono”, sarebbe stato più che gradito.
Al-Zahir era comunque un illustre ospite e lo avrebbe trattato con tutti gli onori: se ne fosse uscito molto soddisfatto, ne avrebbe sicuramente parlato al padre e quest’ultimo l’avrebbe ricompensato.
Parvaneh e le altre donne, durante la loro degenza nel palazzo dell’Ayyubide, veniva svegliata presto ed iniziata alle arti della danza.
Fu un sollievo per lei che Alexandra fosse al suo fianco e quando era stufa di stare appresso a quelle noiose lezioni si scambiavano di posto.
Quando era l’americana a danzare, incredibilmente Parvaneh dimostrava molta più dote in quella disciplina.
L’Assassina, però, non accettò semplicemente la sua nuova condizione e ogni volta che riusciva, esplorava il palazzo per studiarne la mappatura.
In quell’ala del palazzo, non avevano idea che tra quelle contadine ci fosse pure una Nizarita, ma fuggire del tutto al momento non sarebbe stato ugualmente facile. Non aveva le sue armi e non aveva ancora le capacità di fronteggiare tutte quelle guardie in uno scontro aperto.
Cercò comunque di fare mente locale sulle cose che aveva appreso nelle lezioni di spionaggio.
Imparò gli orari del cambio della guardia, la via più breve alle cucine e persino un passaggio segreto dietro un arazzo, tutti possibili e ottimi punti per una fuga straordinaria.
Fin dalla prima notte della sua degenza aveva imparato a scassinare la serratura della stanza ove le donne erano tenute e una volta attesa che iniziasse la breve cerimonia del cambio di guardia, Parvaneh riuscì a sgattaiolare fuori e a sfruttare l’oscurità per arrivare all’arazzo. Il passaggio non era altro che un canale di scolo per la sporcizia caduto in disuso, a giudicare dalla ripidità del pavimento e la pietra molto liscia, ottima per far scolare via ciò che avevano da buttare.
Sarebbe potuta scendere immediatamente da lì, recuperare un cavallo e partire alla volta di Masyaf, ma c’era anche il problema delle scorte. Senza acqua e cibo, non avrebbe fatto lunga strada, inoltre da quando era lì non le permisero mai di indossare degli abiti interi e sarebbe potuta morire di freddo, per non parlare del fatto che non voleva abbandonare così gli altri, soprattutto Malik.
Non appena udì il tonfo pesante degli stivali della guardia, con passo felino Parvaneh tornò nella sua stanza e pregò il cielo di farle venire un’idea in sogno.
L’indomani il terzogenito di Saladino e il suo seguito arrivarono e Seffe non faceva altro che gongolare da una parte all’altra: ammonì le donne che se fossero risultate goffe la sera della festa, le avrebbe fatte frustare a sangue, la stessa sorte sarebbe toccata anche ai fanciulli.
Per gli uomini era riservata una sorte particolare, ma lo avrebbero scoperto solo quando sarebbe giunto il momento. Malik per fortuna si era del tutto ripreso e le sue ferite si erano incrostate.
Al-Zahir era di bell'aspetto e nonostante i suoi venti anni, aveva già il portamento di un uomo adulto. Aveva la pelle scura, con un pizzetto attorno alla bocca e dei folti capelli neri a caschetto, come usavano i nobili di quel tempo. Anche i suoi abiti non tradivano il suo alto ceto d’appartenenza.
Seffe Ayyubide era già lì ad aspettarlo già ben prima che il giovane arrestasse il suo cavallo e scendesse da esso. Il signorotto era talmente emozionato da avere un sorriso che partiva da orecchio a orecchio e il suo naso era diventato tutto rosso.
«Onorevole Al-Zahir, è per me un sommo onore avervi al mio umile palazzo. Non so come ringraziarvi per la vostra presenza. Sarete molto stanco, vogliate dunque seguirmi per rifocillarvi.»
«Poche chiacchiere, Seffe. Sono qui in nome di mio padre perché avete detto che avevate da offrirgli un grande dono. Di cosa si tratta? Una qualche rara creatura di una terra lontana per caso? Per il vostro desidero di riscattarvi dalla vostra lunga serie di episodi vergognosi per la famiglia, sareste in grado di vendere vostra madre.»
L’uomo baffuto lanciò fiamme dagli occhi, ma incassò il colpo e continuò a mostrarsi cordiale, mentre lo scortava all’interno del palazzo.
«Lo promisi quando chiesi il permesso di ingaggiare i mamelucchi: una missione che avrebbe dimostrato al regno e ai Crociati che il Saladino non si fa intimorire da nessuno.»
Al-Zahir lo fissò con la coda dell’occhio, mentre il parente pronunciava quelle parole e poi soffiò nelle narici. «Mio padre è ormai molto anziano e la sua salute si incrina sempre di più, ma tutt’ora non ha bisogno di persone come te per dimostrare il suo grande valore. Gode di enorme rispetto persino tra i cristiani.»
Ancora una volta Seffe apparve come in procinto di volergli saltare al collo, visto il ben poco rispetto che il giovane gli dimostrava senza troppi problemi. Continuò ad abbozzare, però e fu ben felice di lasciarlo riposare nelle sue stanze.
Quando Al-Zahir si chiuse la porta alle spalle, si lasciò andare a un sospiro di sollievo, ora che il lungo viaggio era terminato.
Si tolse la giacca di seta e ricami d’oro e gli stivali.
Un bagno caldo era già pronto per lui e l’incenso stava già bruciando nella lampada.
Il suo corpo era atletico ma non in maniera eccessiva, oltre che ben proporzionato. Una leggera peluria partiva dall’ombelico fino all’inguine.
Infine si tolse anche il perizoma ed entrò nella vasca. Reclinò il capo all’indietro e inspirò a fondo gli aromi che si espandevano nella stanza.
Il suo stato di rilassamento durò ben poco, però, in quanto la caduta di una tazzina tradì Parvaneh, nascosta dietro i drappi della tenda.
«Mostrati!» Ordinò il giovane uomo, mentre già si tendeva verso un ferro del caminetto.
Guardò verso il suo letto, aveva lasciato la sua cintura e notò con sua sorpresa che il fodero del pugnale era vuoto.
«Mostrati ho detto!» Ripeté mentre i muscoli tendevano sempre di più la sua pelle.
Qualche istante dopo fece capolino Parvaneh, vestita come una odalisca: pantaloni lunghi e bombati alla fine, babbucce con che terminavano a ricciolo, un top ricamato ai bordi e un velo sul naso e la bocca, il tutto in pregiata seta e di color zaffiro. I suoi capelli corvini erano raccolti in una treccia.
Se il luccichio della lama che impugnava non lo avesse tenuto con i piedi per terra, sarebbe rimasto incantato da quella visione.
«Non so se chiedermi se sei qui per uccidermi o per stuzzicarmi con qualche gioco particolare.» Ironizzò senza, però, mostrarsi eccessivamente spavaldo.
La donna fece qualche passo avanti, col pugnale sempre puntato verso di lui.
«Sono qui per obbligarti ad aiutarmi.» Sentenziò con tono duro. Lo sguardo era aggrottato e la mascella tesa in avanti. Non stava affatto giocando.
«Per quale motivo dovrei aiutare una serva?»
«Perché io non sono una serva! Le persone che vedrai questa sera, il “dono” di Seffe al Saladino non sono altri che civili e guerrieri rapiti da Masyaf, la città che gode del protettorato degli Assassini.»
«Quella Confraternita di sicari, ladri e spie che passano tutto il loro tempo ad inebriare il loro cervello con l’hashish?» Chiese, accigliandosi. «Continuo a non vedere il motivo per cui ora non debba chiamare le guardie. Anni fa recaste un grave affronto a mio padre, introducendovi nel suo accampamento, in barba alla sorveglianza e sbeffeggiandolo con il messaggio che ucciderlo nel sonno sarebbe stato facilissimo.
Siete un gruppo di eretici, un gruppo di persone che seguono il loro Credo e che non poche volte avete aiutato i cristiani, nonostante siate tutti persiani.»
«Come hai detto te, noi rispondiamo solo al Credo. Non siamo solo dei drogati come te insinui, siamo dei guerrieri votati a proteggere i deboli, inermi vittime dei conflitti del mondo. Noi agiamo nell’ombra per servire la luce. Siamo dei protettori, non siamo i soldati di nessuno.» Rispose lei con orgoglio, come se nella sua mente stesse rivivendo il momento in cui prestò giuramento. «E forse, principe, tu non ricordi la promessa che tuo padre fece al nostro Ordine subito dopo quel episodio: aveva promesso che mai ci avrebbe intralciato e sono quasi vent’anni che rispetta la parola data e mai la infrangerà.
Tu che sei figlio di un sultano e persino governatore, sei cosciente del fatto che anche certe “spine nel fianco”, è meglio tenersele buone e il gesto del tuo parente potrebbe causare un conflitto non da poco.
Il Maestro starà già facendo il possibile per salvarci e quando sarà qui sarà meglio che tutto questo si sia già concluso e magari proprio grazie al tuo intervento.»
Il governatore di Aleppo e Musul non nascose la sorpresa nel vedere una donna pronunciare un discorso di questo genere, al punto che abbassò la sua arma e iniziò ad accarezzarsi il pizzetto.
Stava ormai in piedi nudo di fronte a lei, ma nessuno dei due diede peso alla cosa. La faccenda in questione era ben più importante per dar retta a questioni pudiche.
Per fortuna la Nizarita non dovette attendere molto per un suo responso.
«Hai ragione, mio padre non vi avrebbe mai attaccato e se lo avesse fatto non avrebbe lasciato prigionieri.
Ci sono momenti in cui è più importante il quieto vivere e saper convivere anche con chi ti ha fatto un torto. Seffe ha messo a repentaglio questo importante punto e per i suoi scopi personali, pertanto deve pagare.»
Poi aggiunse, con rinnovata curiosità nello sguardo «Come ti chiami?»
«Mi chiamo Parvaneh al-Amal, della Confraternita degli Assassini, rango Novizio.» rispose, con una punta d’orgoglio.
«Novizio!?» Sbatté velocemente le palpebre, mentre la esaminava da capo a piedi, e infine contrasse il viso in una smorfia divertita. «Se un Novizio è riuscito ad entrare nelle mie stanze indisturbato, a rubarmi il pugnale e persino a minacciarmi, non oso immaginare le capacità di un Assassino più esperto… e sei persino una donna!»
Alexandra dentro di sé sentenziò che se avesse avuto un dollaro per ogni volta che aveva udito questa battuta da quando stava lì, a quest’ora l’Abstergo se la sarebbe comprata.
«In quanto istruita agli assassinii, ti autorizzo a tenere il pugnale e di utilizzarlo per uccidere Seffe… dagli, però, una morte rapida. Per quanto sia privo di scrupoli, era pur sempre un servigio che voleva rendere al Saladino… una ricompensa per la sua buona volontà!»
Parvaneh lo ringraziò col tipico saluto degli Assassini, per poi appendere il pugnale alla cintura e ad affacciarsi alla finestra.
Un attimo prima che salisse sul cornicione, Al-Zahir aggiunse qualcos’altro: «Rimane comunque il fatto che così verrebbe colpita la mia famiglia con l’affronto di ritrovarsi un parente ucciso. E l’assassinio di ciò merita una punizione...» Abbassò il mento e la fissò da sotto le sopracciglia. «Quando avrai adempiuto alla tua missione, verrai da me.»
Parvaneh ancora una volta, da sotto il velo, contrasse nuovamente la mascella ma infine annuì.
Non appena uscì dalla finestra, il giovane vi si affacciò per vedere come aveva fatto ad intrufolarsi e notò immediatamente la sua maestria della ragazza nel trovare tutti i migliori punti d’appiglio lungo il muro, fino a raggiungere la sua stanza.
Giunse la sera e il palazzo intero era in festa. Seffe aveva pensato in grande, allestendo nel giardino spettacoli di fiere e artisti vari, issato festoni, un grosso banchetto e vino a fiumi.
Egli stesso si era più imbellettato che mai, indossando il suo abito migliore e riempiendosi di gioielli. Un grosso rubino spiccava sul suo pomposo turbante. Un uomo veramente eccentrico.
Al centro del giardino era anche presente una gabbia con dentro cinque tigri, abbastanza nervose per il chiasso che le circondava, e un tappeto rosso accompagnava gli ospiti dall’entrata fino al tavolo della famiglia Ayyubide per rendere loro omaggio.
Anche Al-Zahir si era ben vestito con un completo d’argento e strisce blu e le donne di corte in età da marito non nascondevano il loro interesse.
Mangiarono a sazietà e Seffe si dimostrò così bravo nell’organizzare eventi, tanto quanto il suo essere viscido.
A un certo punto si alzò per richiamare i suoi ospiti e per dare il segnale ai servi di abbassare le luci e con degli specchi proiettarle verso un punto del tappeto, proprio di fronte a loro.
«Miei cari ospiti, mio spettabile parente Al-Zahir, grazie ancora per essere tutti qui riuniti stasera. Spero che lo spettacolo offerto finora sia di vostro gradimento e sappiate che le sorprese non terminano qui!» Gesticolava e pronunciava le parole con molta enfasi, così da catturare la curiosità di tutti. «Offro per voi questa sera, dalle lontane terre turche, delle rare bellezze che con la loro grazia e la loro maestria nell’arte della danza, vi ammalieranno e vi intratterranno.»
Quelle ultime parole erano il segnale e dall’oscurità fecero capolino le otto donne che in realtà fino a poco più di una settimana prima svolgevano un mestiere ben diverso rispetto a quello al momento ricoperto.
I maestri di danza le avevano istruite bene e quando entrarono, sventolando i loro veli ed agitando le loro vesti variopinte, rimasero tutti affascinati.
Seffe sembrava un bambino che aveva appena ricevuto un balocco da tempo desiderato e non faceva altro che alternare lo sguardo dalle odalische al governatore, nella speranza di trovare sul suo viso qualche segno di gradimento.
Quest’ultimo, però, dimostrava tutta la sua regalità, mostrandosi serio e composto, seppur non riuscisse a staccare gli occhi da Parvaneh.
Ad aver preso il posto dell’araba era Alexandra, tra le due la più dotata e che per fortuna parve pure divertirsi in quell'impresa. Semmai fosse riuscita a sopravvivere ad Abstergo, molto probabilmente la prima cosa che avrebbe fatto era iscriversi ad un corso di danza del ventre.
Quest’ultima sapeva che doveva avvicinarsi il più possibile, così era proprio lei ad essersi messa in prima fila.
I ragazzini sfilavano tra i tavoli per rendersi utili ai commensali e portare loro del cibo.
Poco prima che lo spettacolo iniziasse, approfittando dell’oscurità richiesta dallo stesso Seffe, Parvaneh ne approfittò per consegnare a uno di loro il pugnale e gli lasciò l’istruzione di portarlo come “dessert” al tavolo di Seffe, non appena ella sarebbe stata abbastanza vicina a quest’ultimo per poterlo pugnalare. Il ragazzino annuì e si nascose l’arma sotto i pantaloni.
Alexandra danzava, muovendo i fianchi bene allenati della sua ava e facendo svolazzare il velo in maniera ipnotica davanti al viso di Seffe. Quest’ultimo ne rimase particolarmente affascinato e si dimenticò per giunta di controllare le reazioni del suo ospite d’onore.
Mancava veramente poco nel portarsi al suo cospetto e il suo piccolo aiutante era già pronto per fare quanto richiesto.
Purtroppo, un servo l’anticipò per chiedere all’uomo se potesse procedere con lo spettacolo successivo, essendo quello delle odalische già in atto da un po’ e gli ospiti sembravano iniziare ad annoiarsi.
Lui non si stava annoiando affatto, ma non stava festeggiando per sé stesso, quindi le fece fermare e Parvaneh si mozzicò la lingua dalla rabbia.
Lei ed il suo gruppo si dovette scansare per lasciare spazio al secondo spettacolo e al loro cospetto furono portati quattro uomini vestiti da Assassini, con un sacco nero sulla testa e le mani legate dietro la schiena.
Ora l’attenzione era tutta rivolta ai misteriosi prigionieri e gli invitati prendevano dalle labbra di Seffe.
Quest’ultimo non si fece attendere con le spiegazioni, alzandosi in piedi: «Miei adorati ospiti, tutti voi sapete dell’affronto che i Nizariti fecero al mio carissimo parente, il Saladino, e la minaccia di morte nel sonno.» La voce tradiva una certa emozione e cercò di infondere tutta l'enfasi possibile. «Un affronto veramente amaro per un uomo così stimato e così beneamato. Io, Seffe Ayyubide, non sono suo parente stretto ma per me è come se lo fosse e tale atto per me non andò mai giù.
Giurai a me stesso che non l’avrei fatta passare liscia a queste iene e che un giorno lo avrei vendicato… e così ho fatto!
Ho attaccato la loro fortezza e ho inferto un duro colpo al loro Maestro… ahimè… purtroppo non fui in grado di catturare la testa dell’aquila… ma! Sono riuscito a catturare un’altra figura di spicco della Confraterninta…»
Nel pronunciare queste parole, i cappucci vennero sfilati, uno ad uno fino a raggiungere l’ultimo – con la divisa sequestrata ad Parvaneh, avevano vestito anche l’unico civile uomo per farlo spacciare anche lui come un Assassino.
«… Malik Al-Sayf, vice capo e consigliere di Altair Ibn-La’Ahad.»
Un brusio di voci si alzò tra i tavoli, nessuno era rimasto indifferente a quella cattura che sicuramente avrebbe avuto non poche ripercussioni.
Dalle parole di Seffe, credettero che egli avesse inviato i soldati per mirare direttamente alle teste per la nobile impresa di riscattare il parente, non sospettarono affatto che il motivo che tra i prigionieri ci fosse stato anche Malik era per pura fortuna.
«Gli Assassini si credono tanto invincibili, con il loro allenamento sovrumano e le loro spiccate doti sensoriali… rasentando il divino magari. Sono certo che lo pensano, tanto è noto che le loro blasfemie non hanno confini e invece di supportare il sultano nella lotta contro i crociati che fanno loro? Si metto a proteggere degli infedeli!» Spuntò con stizza in loro direzione, mentre gli uomini non batterono ciglio. «Beh questa sera sfideremo la vostra divinità e vi beccherete la punizione che meritate… le mie piccole creature tigrate sono a digiuno da qualche giorno proprio per prepararsi per questo succulento banchetto eheh!»
Lo sguardo di Seffe era trionfante.
**«Te l’ho detto, Malik, che tu saresti stato il piatto forte!»**
Malik e gli altri erano completamente disarmati, non era un duello in cui era contemplata la loro vittoria.
Parvaneh provò il forte impulso di intervenire, ma se avesse compiuto una mossa azzardata, tutte le guardie le sarebbero state addosso in un minuto e per i suoi compagni non ci sarebbe stato ugualmente scampo.
Si ritrovò quindi costretta a sfruttare la situazione per volgerla a suo vantaggio.
Per prima cosa avrebbe dovuto lasciare che gli ospiti si godessero lo spettacolo…
Malik e gli altri due Assassini camminarono a mento alto verso la gabbia delle tigri, le quali li avevano già puntati da dietro le sbarre. Il contadino tremava dalla paura e bagnò persino i pantaloni della divisa, non voleva affatto morire a quel modo.
«Malik, io e Yusuf non permetteremo che voi e questo contadino moriate. Daremo la nostra stessa vita!» Esclamò il guerriero dalla pelle nera a denti stretti.
«Me la cavo da solo per me, pensate al contadino e soprattutto alla vostra vita. Altair è ormai vicino, me lo sento, ma finché non sarà sopraggiunto dovremo resistere come possiamo.»
«Quando pensi arriverà? Non arriverà per tempo, siamo completamenti soli! Quando arriverà, le tigri c’avranno già cagato!» Intervenne il contadino, in preda allo choc.
«Non siamo completamente da soli.» Concluse con tono allusivo il Consigliere, mentre con la coda dell’occhio fissava l’odalisca color zaffiro.
Vennero introdotti uno ad uno, tagliando prima loro le corde e poi spinti nella gabbia con un calcio.
Le tigri non li attaccarono subito ma iniziarono a girare loro in cerco per studiare la situazione.
Gli uomini si misero spalla contro spalla così da proteggersi l’un l’altro.
«Non guardatele negli occhi e non fate movimenti bruschi o le farete innervosire. Dovremo cercare di evitare gli attacchi diretti e di contrattaccare prendendole da dietro, così che avremo l’occasione di spezzare loro il collo. Nella mia terra non siamo nuovi a questo tipo di combattimenti.» Spiegò l’Assassino nero.
Malik si lasciò andare a una smorfia divertita: «Se ne usciremo vivi, ricordami di aumentarti di grado al nostro rientro in sede, Amhed!»
Il contadino purtroppo non era un cuor di leone e ben presto per lui la tensione divenne insopportabile. Si staccò dal gruppo e corse verso il cancello, ma le guardie non avrebbero mai permesso una fuga e con un bastone lo colpirono allo stomaco.
Il pover'uomo non ebbe nemmeno il tempo di cadere a terra, una tigre lo intercettò e lo sbranò assieme a una seconda.
Le urla lancinanti del povero malcapitato non impietosirono, piuttosto rese più euforico il pubblico, fino a quel momento rimasto ammutolito.
Quella veloce sequenza di eventi e le grida degli ospiti, innervosì le fiere, le quali si scagliarono contro i tre uomini.
Fortunatamente erano dotati di buoni riflessi e grazie alle loro capacità, riuscivano anche ad attaccarsi alle sbarre della gabbia, per sfuggire alla mercé dei loro artigli. Non appena poi le guardie si avvicinavano per prenderli a bastonate e farli staccare, loro si scansavano appena in tempo, saltando da una parte all’altra.
«Sembrano scimmie!» Esclamò Seffe, ridendo della grossa, con le guance piene di cibo.
L’unico che aveva più difficoltà era il povero Malik, in quanto la mancanza di un secondo braccio in questo caso si faceva sentire non poco.
Più gli Assassini davano spettacolo, più il pubblico si divertiva ed il signorotto sfogava la sua gioia mangiando come una scrofa. Solo lui svuotò in un quarto d’ora cinque piatti e ancora ne chiedeva dell’altro.
Parvaneh colse la palla al balzo per fare un cenno al ragazzino a cui aveva affidato il pugnale, per dare a Seffe il suo “ben servito”.
Il fanciullo mise il pugnale su un vassoio e lo coprì con un coperchio. Si avvicinò al tavolo e comunicò al padrone di casa che il cuoco aveva appena sfornato qualcosa di speciale.
Egli inarcò le sopracciglia, stupito da questa novità ma rimase estremamente perplesso, nel trovarsi davanti l’arma anziché chissà quale prelibatezza.
Non ebbe, però, il tempo di reagire perché nel frattempo Parvaneh (quella vera) gli si era già portato alle spalle e con uno scatto repentino afferrò il manico e gli tagliò la gola.
Schizzi di sangue si riversarono sul cibo e sulla tovaglia e delle grida di panico si levarono tra i commensali.
Le guardie non reagirono subito, anche loro rimaste spiazzate, ma si ripresero e corsero verso la donna.
Ne fronteggiò un paio, agitando il pugnale e ferendo qualcuna di loro ma quelli erano dotati di lance e la donna si trovò ben presto in difficoltà.
Ormai era spacciata se non fosse che degli uomini vestiti di bianco, saltati addosso ai soldati come falchi sulla preda, li uccisero appena in tempo: la Confraternita era finalmente arrivata a salvarli!
Altair irruppe dal cancello principale, abbattendolo con gli zoccoli del suo possente destriero e richiamando i suoi sottoposti all’attacco.
Il caos si propagò a macchia d’olio nel bel giardino di Seffe, fino a poco fa un paradiso ed ora divenuto un inferno.
Gli ospiti non vennero toccati e furono liberi di fuggire a gambe levate.
Malik e gli altri due Assassini, erano feriti ma stavano bene, erano arrivati appena in tempo.
Parvaneh voleva correre verso i suoi compagni, ma qualcuno la prese per un polso: Al-Zahir.
«Seffe è stato punito. Ora tocca al suo assassino… o il Sultano non la farà passare liscia a questo attacco deliberato alla sua famiglia.»
La donna ingoiò saliva, ma si mantenne composta e seguì il ragazzo nelle sue stanze.
Lì le venne ordinato di togliersi le vesti e di coricarsi sul letto.
Il cuore le batté forte in petto, non aveva ancora mai giaciuto con un uomo e di certo non desiderava così la sua prima volta.
La frustrazione tra il proteggere la sua virtù e la sua Confraternita si fece forte e chiara e Alexandra percepì tutto questo. Disse alla sua ava, allora, che avrebbe preso lei il suo posto. Lei aveva già avuto questa esperienza, così seppur il suo corpo non sarebbe stato più casto, non avrebbe sofferto troppo della pressione psicologica di un rapporto indesiderato.
Malik combatté contro i soldati anche lui per diverso tempo, ma a un certo punto si fermò, non notando più la presenza di una certa persona.
«Qualcuno ha visto Parvaneh? Qualcuno l’ha vista?» chiese ad alta voce.
Una delle prigioniere gli comunicò di averla vista allontanarsi col governatore.
L’uomo strinse i denti e corse all’interno del palazzo alla sua ricerca.
Raggiunse la porta di Al-Zahir, proprio quando Parvaneh fu in procinto di aprirla.
«Eccoti, finalmente!» Esclamò col fiatone, per poi allungare lo sguardo oltre le spalle di lei e notare il governatore seduto sul letto, intento ad abbottonarsi la camicia.
Saettò gli occhi sulla sua amica, ma questa abbassò i suoi e si incamminò verso l’uscita.
Malik indurì la mascella e fulminò l’altro, qualcuno di assolutamente intoccabile.
Stava ormai albeggiando quando si avviarono alla volta di Masyaf.
L’attacco al villaggio di Kaff al-Jaa aveva portato pochi morti e la maggior parte delle vittime erano stati soldati di Seffe.
Inoltre fortuito fu anche l’intervento di Al-Zahir, il quale ordinò ai soldati di finirla e che gli Assassini erano lì per una giusta rivendicazione e che non avrebbero subito conseguenze.
Altair lo ringraziò persino.
Per tutto il tempo Parvaneh rimase ammutolita, né l’araba e né l’americana avevano voglia di parlare. Quest’ultima non sapeva se ringraziare o dannare l’Animus, in quanto aveva dovuto subire un’esperienza del genere.
Il principe fortunatamente si rivelò essere cortese e un buon amante, perciò il ricordo di quegli attimi non fu qualcosa di "così traumatico".
Era, però, estremamente dispiaciuta per la sua controparte, la quale non era con uno sconosciuto, per quanto altolocato potesse essere, che avrebbe voluto condividere la sua prima volta.
Alexandra sapeva con chi Parvaneh avrebbe voluto scoprire quella bella esperienza, ormai lo aveva capito, si era accorta di come reagiva il suo corpo quando era in sua compagnia.
Si voltò verso Malik, intento a scrutare l’orizzonte.
Improvvisamente subì uno sbalzo temporale, causato dall’Animus e si ritrovò nella piazza della fortezza, attorniata dai Confratelli che la osservavano con ammirazione e di fronte a lei, su di un palchetto allestito per l’occasione, Altair e Malik.
Il Maestro le fece cenno di salire e come lo fece, abbassò lo sguardo sul tavolo lì presenti e dove erano disposte delle armi: una spada e il bracciale della lama celata.
«Miei cari Confratelli, siamo tutti qui riuniti per onorare Parvaneh al-Amal che si è distinta sul campo, prima coi mamelucchi ma soprattutto nella difficile situazione a Kaff al-Jaa.» La voce di Altair si levava alta e fiera. «Sfruttando gli insegnamenti che le sono stati dati, è riuscita ad eliminare Seffe Ayyubide che con le sue gesta ha non solo tolto la vita a compagni e innocenti, ma ha anche rischiato di far scoppiare un conflitto tra noi ed il sultanato.»
Si avvicinò alla donna e le porse le armi.
«Ormai lei è pronta, ce lo ha chiaramente dimostrato e quindi è per me un onore assegnarle il rango di Iniziato, ottenendo così una spada lunga e la lama celata e d’ora in poi avrà la possibilità di girare per le città, per compiere le missioni in nome del nostro Credo.
Sono certa che questa sarà solo una lista della lunga serie di onori che nostra Sorella si porterà a casa.»
Grida euforiche si levarono e tutti applaudirono.
Alexandra poté percepire l’immensa gioia che investiva la sua ava ma al contempo il rammarico per il fatto che i suoi genitori non potessero essere più lì per festeggiare con lei.
Di nuovo si voltò verso Malik, ma quest’ultimo sfuggiva al suo sguardo.
Il nuovo sbalzo questa volta la ricondusse nel tempo presente e quando si riprese si sentì molto strana.
Non sapeva spiegarsi bene come, ma improvvisamente le sue sensazioni parevano essere diverse… più affinate.
«Ottimo, quindi ora sappiamo come Parvaneh si guadagnò la reale fiducia di Altair.» Finalmente il dottore dimostrò un po’ di sincera ammirazione per l’antica Assassina e per la sua discendente.
«Ancora, però, siamo ben lungi dallo sbloccare il suo ricordo più significativo.
Per oggi basta così, può andare a riposarsi, signorina Blade.»
Alexandra non se lo fece ripetere due volte e mangiò persino con gusto la cena che le venne portata. Si addormentò quasi subito, ma non fu un sonno tranquillo: dei flash di grida e dolore l’afflissero.