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Creato il 15/05/2026, 08:50 · Aggiornato il 15/05/2026, 08:50

Capitolo 5: Capitolo 5.1

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Morte
  • Sangue
  • Violenza
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La ragazza poco a poco riprese conoscenza e subito si rese conto di trovarsi legata e all’interno di un carro la cui unica fonte di luce proveniva da una finestra con le sbarre, da cui filtravano i raggi solari, come cilindri dorati che mettevano in risalto il pulviscolo.

L’attacco era sopraggiunto nel cuore della notte, perciò dedusse che si era già fatto mattino inoltrato, da quando tutto questo era avvenuto.

La testa le pulsava lì dove era stata colpita.

Parvaneh rimase sorpresa nel rendersi conto che Alexandra era ancora dentro di sé.

Per quest’ultima, in realtà, non erano passati che pochi istanti, in quanto all’Animus non serviva farle rivivere tutto lo stato d’incoscienza, perciò nemmeno lei seppe dirle cosa era successo e dove la stavano portando.

L’Assassina si rese anche conto di essere stata spogliata delle sue armi, aveva solo la sottoveste della divisa.

Inoltre non era sola, c’erano anche altre sei o sette fanciulle con lei. Qualcuna era ancora incosciente, qualcun’altra in preda al pianto.

Il carro inciampò e sobbalzò, a causa di una buca e la donna diede un’altra testata che le fece vedere le lucine, ma per fortuna non svenne di nuovo.

«Qualcuno sa dirmi qualcosa, riguardo ieri sera?»

Inizialmente tutte parvero restie a fare conversazione, ma alla fine una si fece forza e le spiegò la situazione: la Confraternita riuscì a sconfiggere i mamelucchi, i quali batterono in ritirata ma essi riuscirono comunque a portarsi via un po’ di oro e qualche prigioniero.

Erano diretti a Kaff al-Jaa e lì sarebbero stati venduti come schiavi.

«Il Saladino aveva rinunciato ad attaccare Masyaf e a infastidire i Nizariti, grazie alla nostra dimostrazione di prova. Dopo decenni, con la vecchiaia, si è scordato della sua promessa?»

L’altra non seppe che rispondere, non era che una semplice contadina. Quello che le disse era tutto quello che sapeva.

«Malik!» Esclamò improvvisamente, ricordandosi che quando venne colpita, lui era al suo fianco. Che fine aveva fatto? Era riuscito a salvarsi almeno lui?

I ricordi riguardo la notte precedente si fecero vividi, soprattutto l’orribile scena dei corpi carbonizzati dei suoi genitori.

Malik non voleva che lei intervenisse, non voleva che mettesse a rischio la sua vita e per difenderla lui stesso l’aveva messa in gioco.

Si sentì terribilmente in colpa, ma Alexandra la consolò dicendole che quel errore l’avevano fatto in due, in quanto entrambe legate alla famiglia, e certo non potevano prevedere una cosa del genere.

Cercò di mettersi in piedi per affacciarsi alla finestra. Si trovava abbastanza in alto, ma allungando le braccia era in grado di afferrare le sbarre e riuscì a sollevarsi.

Da quel che riuscì a scorgere, erano rimasti ancora molti mamelucchi, seppur la metà ferita. Tutti avanzavano a cavallo, e inoltre dovevano aver subito perdite dal punto di vista delle risorse, in quanto su alcune groppe si trovavano anche due persone.

Notò inoltre la presenza di altri due carri sui lati della strada. Chissà, però, che di fronte a lei non ve ne fossero stati altri, non era possibile guardare dall’altra parte.

Qualcuno si accorse di lei e per farla staccare, un soldato la punì facendo scoccare la frusta con precisione proprio sulle sue dita.

Cadde di schiena sul duro pavimento di legno e gemette di dolore. Si guardò le dita, dalle falangi offese stava scendendo qualche rigoletto di sangue.

Digrignò i denti e un paio di lacrime le scesero dall’angolo degli occhi, tanto era il nervoso.

Era giunta l’ora di pranzo e i mamelucchi aprirono finalmente i carri per far scendere i prigionieri. Tra di essi c’erano donne, bambini ma anche qualche uomo.

Parvaneh si guardò attorno e per sua grande sorpresa, tra i prigionieri c’era anche... Malik!

Egli non era affatto in buono stato, però. Il suo viso era ricoperto di tagli, gli occhi erano gonfi e si reggeva a malapena in piedi. Alcuni soldati supposero che non sarebbe stato in grado nemmeno di raggiungere la loro destinazione, lo avevano conciato troppo per le feste.

Provò il forte impulso di correre da lui, ma era legata con le altre donne e se avesse fatto una mossa azzardata, sicuramente entrambi ne avrebbero pagato le conseguenze.

Qualcuno con ancora vigore nell’animo, pretese di sapere cosa volessero farne di loro e li intimò di lasciarli andare, visto che la Confraternita non avrebbe accettato un affronto del genere. Sicuramente erano già alle loro calcagna.

I mamelucchi non si lasciarono intimidire e dopo aver colpito lo sbruffone, fecero sapere ai prigionieri che ormai erano lontani da Masyaf e che nonostante si fossero ritirati, lo avevano fatto con la città troppo indebolita perché i Nizariti ritrovassero subito la forza di mettersi alla loro ricerca.

«Il Maestro non lascerà mai che voi ci vendiate come schiavi.» disse la Novizia con coraggio. «Ci salverà e voi sarete cibo per i corvi prima ancora di raggiungerlo!»

Parvaneh fissò con sguardo minaccioso quello che pareva essere il capo, avendo una divisa diversa dagli altri.

Egli corrugò il viso in una smorfia disgustata e si mosse lentamente verso di lei.

La prese per il colletto e la sollevò da terra.

«Parole molto audaci per una donna. Tu confidi nel tuo Maestro?» sorrise malignamente. «Magari potremmo aiutarlo lasciando proprio la tua testa su una picca e in quel caso sarai tu ad offrire un banchetto ai corvi.»

L’Assassina si irrigidì, ma continuò a sostenere lo sguardo.

L’uomo sondò con gli occhi il suo corpo e poi la lasciò andare.

«Ringrazia di essere di ottima merce e che ci perderei se ti uccidessi. Ma non me ne importerà di perdere qualche moneta d’oro, se è per mettere a tacere una piattola, quindi che questa maleducazione non si ripresenti più… e questo vale anche per tutti gli altri presenti!»

Mangiarono pane duro e acqua, mentre i loro rapitori discutevano sul percorso più veloce da prendere.

Terminata la pausa, i prigionieri vennero spinti in malo modo nei loro carri.

Uno di loro riuscì incredibilmente a divincolarsi e a fuggire, ma non riuscì a fare molta strada: il capo dei mamelucchi recuperò una lancia e gliela scagliò contro, colpendolo in piena schiena.

«Come vi ho già detto… non avrei accettato altra maleducazione!»

Parvaneh digrignò i denti, ma se ne stette al suo posto.

Ancora una volta, prima di vedersi le porte chiudersi davanti, osservò Malik che per salire dovette essere sorretto dagli altri prigionieri.

La sessione dell’Animus finalmente si concluse ma il ritorno alla realtà fu ancora più burrascoso della volta precedente: Lucy aveva avviato l’arresto forzato della sequenza, nonostante le proteste di Warren.

Il dispositivo, a causa del poco tempo a disposizione, non era stato ancora sistemato ed ella temeva che un’esposizione prolungata tanto quanto quella dell’altro soggetto, potesse rivelarsi nociva.

Alexandra si sollevò lentamente, tutta intorpidita e con la nausea. Quella seduta era durata ugualmente più a lungo di quanto si aspettava.

«Non ci siamo, la tua antenata sta venendo portata in un altro luogo, lontano da Altair e se verrà portata in un’altra terra, allora non ci sarà affatto d’aiuto.» Il dottore, non nascose la sua frustrazione, l’antenato della ragazza stava per essere dichiarato inutile.

«Dottore, non si dia per vinto. Quando abbiamo scelto la signorina Blade come soggetto di ricerca, ci siamo assicurati che fosse qualcuno molto vicino ad Altair» intervenne prontamente Lucy. «Le nostre ricerche assicurano la presenza dell’Assassina nella fortezza della Confraternita fino al compimento del suo sessantesimo anno. Inoltre in alcune illustrazioni la troviamo raffigurata al suo fianco.»

Mostrò poi al dottore un tablet, con dei dati che per Alexandra erano più ignoti dei geroglifici. «Come per l’altro soggetto, anche lei presenta un ricordo bloccato e solo con questo percorso riusciremo ad accedervi» proseguì la donna. «Il fatto che Parvaneh Al-Amal fosse entrata in contatto con il nostro manufatto è più una sicurezza che una speranza.»

La studentessa ascoltava la conversazione, ma era talmente debilitata che quasi non ne comprendeva il significato. C’era per lo meno la certezza che la sua antenata non sarebbe rimasta a lungo prigioniera dei mamelucchi e non sarebbe stata venduta come schiava… si sentì decisamente sollevata che non ci fosse una gravidanza a seguito di uno stupro, nel suo albero genealogico.

«Come ben sa, dottor Vidic, l’Animus non è ancora talmente sviluppato da permetterci di arrivare direttamente al punto che noi stiamo cercando, non è possibile digitare una qualsiasi parola chiave per farci evidenziare il punto che ci serve. Dobbiamo davvero ritornare sulla stessa discussione di ieri?»

Nonostante si fosse espressa con tono pacato e professionale, Lucy stava in realtà tenendo testa a Warren, il quale rispose fulminandola con gli occhi.

«Sa bene che le scadenze non dipendono da me e come le ho detto l’altro giorno, non ammetto insubordinazioni. »

«Abbia fiducia, gliel’ho già detto, e i risultati arriveranno. I nostri finanziatori hanno investito tanto nelle nostre ricerche e dobbiamo sfruttare le risorse che abbiamo, senza richiederne delle nuove troppo prematuramente» accennò ad un flebile sorriso. «Siamo stati molto fortunati con questi nuovi soggetti, dovremmo solo concedere loro il tempo necessario. »

Chiaramente Warren, per quanto irritato potesse mostrarsi, non poteva permettersi di perdere altri soggetti. Cercarne un altro avrebbe richiesto altro tempo, tempo che a loro non era concesso.

Warren se ne andò a pranzo, ma di nuovo Lucy si intrattenne un po’ di più.

Alexandra ne approfittò per approfondire la sua conoscenza.

«Lucy… sei davvero certa che Parvaneh riuscì a vedere con i suoi occhi il manufatto? E poi cosa è questo manufatto?» Abbassò la voce «Inoltre Altair è la copia sputata di qualcuno rapito qualche giorno fa a New York, tenete anche lui prigioniero qui? Avete avuto la certezza che lui possedesse quel oggetto?»

Sul primo momento la bionda non rispose e Alexandra fu lì, lì per scoraggiarsi.

«In realtà non abbiamo la certezza assoluta nemmeno che Altair fosse il detentore del manufatto… ma più di così riguardo ad esso non posso dirti.

Le ricerche che stiamo compiendo sul percorso di questo oggetto, ci ha portato alla tomba che Altair trafugò e ciò che vi trovò dentro lo consegnò ad Al Mualim, il quale si diceva essere stato stregato da una magia terribile» Lucy nel dire quelle parole, abbassò la voce ed Alexandra ebbe l’impressione che forse la donna si stava spingendo un po’ troppo in là con la confidenza sulle informazioni riservate. Si chiese perché fosse così loquace.

«Desmond Miles è sì anche lui nostro “ospite” e sta ripercorrendo la vita del suo antenato un anno prima rispetto a quello da te vissuto. Per questo il vostro rapimento è avvenuto in contemporanea, i vostri antenati sono esistiti nello stesso tempo e nello stesso luogo.»

Alexandra non poté negare che tutta questa faccenda la incuriosiva e non poco, sebbene lì fosse la prigioniera.

«Anche lui sta seguendo la “strada più lunga”, perciò il dottore non può lamentarsi di non ottenere risultati immediati. L’Animus non è ancora uno strumento perfetto e accedere ai ricordi del passato è qualcosa di pioneristico.»

Il Soggetto 17 si chiamava Desmond, non Mike, ma si chiese se dopotutto anche lui non avesse utilizzato un nome fittizio, proprio come indicarono a lei di fare per trasferirsi in Italia.

Non si erano mai incrociati, ma i loro destini erano intrecciati, a detta della ricercatrice. Lui avrebbe dovuto ripercorrere il prima e lei il dopo, fino a riunire i tasselli.

L’Abstergo era assolutamente convinta delle loro ricerche per non avere dubbi.

«Posso davvero fidarmi di te, quando mi hai detto che nessuno dei due morirà? Come posso avere la certezza assoluta che tu non mi stia dando solo false speranze? Dove si trova lui?»

«Nel rientrare nella tua camera, bussa contro il muro di fronte a letto. »

Non appena la porta stagna si rinchiuse alle sue spalle, vi si appoggiò, lasciandosi andare ad un lungo sospiro.

Le mancava profondamente la sua vita di sempre. A quest’ora gli unici pensieri sarebbero stati solo quelli per gli esami e invece doveva preoccuparsi di arrivare viva a fine settimana.

Mosse qualche passo verso la scrivania e sfogliò il libro lì presente, nella speranza di trovarci qualcosa di utile, ma era solo un libro di teologia con le righe fitte, fitte.

Guardò poi in direzione della parete di fronte al suo letto per un lungo istante e infine si decise.

Poggiò l’orecchio e bussò.

Silenzio.

Bussò un po’ più forte.

«Chi c’è?» Una voce ovattata dal tono maschile s’udì dall’altra parte e la lingua utilizzata era l’inglese.

«Sono il Soggetto 18. Alexandra Blade. Te?»

«Sono il Soggetto 17. Desmond Miles.»

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