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Creato il 11/05/2026, 17:43 · Aggiornato il 15/05/2026, 08:47

Capitolo 4: Capitolo 4

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Morte
  • Sangue
  • Violenza
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Il percorso all’inverso si rivelò essere ancora più fastidioso dell’andata, tanto da farle provare come una bolla d’aria nello stomaco.

Non appena tornò nel suo vero corpo, la cosa fu talmente improvvisa da farla scattare, facendole dare una testata al vetro ricurvo sopra di lei.

«Signorina Blade, stia un po’ più attenta!»

Chiaramente a Warren non interessava se alla ragazza spuntasse un bernoccolo, ma ai danni economici se avesse sfasciato l’Animus.

«Si faccia lei un viaggetto ottocento anni nel passato, all’improvviso e senza nemmeno riprendersi del tutto dal rapimento!»

Le orecchie del dottore divennero rosse dalla rabbia. «A quanto pare il suo lato arrogante, tipico di voi Assassini, inizia a trapelare.

Forse non le è ancora chiaro che qui non si trova nella posizione per permettersi spavalderie. Un passo falso e i suoi genitori moriranno!

Non capisce che tutto questo è per un fine superiore, qualcosa che sarà in grado di salvare la Terra da sé stessa, persino? E se questo richiederà dei sacrifici, alla i suoi cari diverranno parte di esso!»

Alexandra lo fissò con espressione di fuoco e si morse il labbro interno fino a sentire un sapore metallico in bocca.

«La sua antenata si sta rivelando anche un soggetto poco idoneo. Una donna che non fa altro che incantarsi e una pessima combattente. Per giunta con i postumi della magia del manufatto.

Può solo che sperare che la storia volga in maniera tale che Altair si dimostri veramente interessato ad aiutarla e che infine le rilevi tutti i suoi segreti.»

«Dottore ho finito di analizzare lo stato cognitivo della signorina Blade, la scossa elettrica che ha ricevuto all’avvio dell’Animus non presenta effetti collaterali.

Se desidera continuare la ricerca con il Soggetto 18, dopo un periodo di riposo sarà di nuovo pronta per un’altra sessione.»

Alexandra non disse nulla, ma dentro di sé era un turbinio di pensieri. Aveva la conferma che l’Animus era in grado di mostrare su schermo i ricordi degli antenati, ma non avevano la capacità di percepire i pensieri del soggetto.

Alexandra ed Parvaneh però s’erano messe a parlare anche ad alta voce della questione.

Non poteva credere che Warren stesse facendo finta di non sapere che le due donne erano in comunicazione diretta, magari per testare la sua lealtà. Non poteva…

Volse lo sguardo verso le vetrate.

Il temporale era cessato, il cielo era sgombro e il sole stava tramontando.

«Quanto tempo è passato da quando mi sono sdraiata sul lettino?» Chiese a bassa voce.

Questa volta fu Lucy a darle qualche spiegazione e ciò che le disse, le diede la speranza che forse era per quello che a loro fosse "sfuggito" che lei e l'antenata stavano comunicando.

«Non più di un paio d’ore. Quello che stai rivivendo dopotutto sono memorie già registrate e non avrebbe senso riviverle in tempo reale. Per non parlare del fatto che a noi non ci serve rivivere il quotidiano dell’antenato, bensì puntare ai momenti più salienti che ci aiutino a trovare gli indizi per ciò che stiamo cercando.

Durante queste sessioni non sarai costretta ad assistere al lento trascorrere del tempo della tua ava, sarà l’Animus a rivelare per te quali sono i giorni per cui vale la pena registrare.»

Ma lei invece le aveva rivissute eccome. Ogni singolo respiro, ogni battito di ciglia, ogni singolo attimo di dolore che la ferita le infliggeva.

Si chiese, però, perché l'Animus avesse scelto proprio quel giorno. Forse era destino che Parvaneh si facesse male proprio quel giorno, così da avere l'occasione di parlare privatamente con Altair? Magari l'inizio di una relazione segreta, perduta nel tempo.

La testa iniziò a farle male. I postumi di quella incredibile esperienza iniziavano a farsi sentire e provò un forte bisogno di andare a dormire.

Scese lentamente dal lettino e mosse qualche passo, per poi arrestarsi.

«Ehm… mi chiedevo se potrò mai vedere gli altri soggetti della ricerca.»

Comprese subito d’aver posto una domanda sciocca, Warren non si sforzò nemmeno di darle una risposta diretta, la quale molto probabilmente sarebbe stata poco carina.

Il dottore di buon passo uscì dal laboratorio, ma Lucy rimase lì ancora per un po’, sempre immersa nel suo lavoro.

Alexandra la fissò per qualche istante e poi fece un mezzo sorriso. «Non permetterete mai che io e gli altri soggetti usciremo incolumi da queste ricerche, vero? Ci sfrutterete solo finché saremo necessari.

Probabilmente la mia famiglia l’avete già uccisa ma volete darmi una motivazione per collaborare.»

La donna dai capelli biondi su un primo momento non rispose, ma proprio un attimo prima che Alexandra spingesse il pulsante per accedere alla sua camera, ella disse una cosa che colmò di speranza la studentessa americana.

«La tua famiglia è viva, Alexandra, ma tenuta prigioniera.

E tu non morrai… come non morrà nemmeno il Soggetto 17.»

Reagì inarcando le sopracciglia e schiudendo le labbra, il fatto che Lucy avesse tentato di rassicurarla, fece nascere in lei altri mille quesiti. E chi era questo Soggetto 17?

La fissò da capo a piedi e fu in quel momento che notò un particolare. Un particolare che sarebbe passato quasi inosservato, se non fosse che quel giorno alla fortezza Masyaf si era messa a guardare chi avesse tutte e dieci le dita e chi no: le mancava l’anulare sinistro.

Si gettò a peso morto sul letto.

Nonostante avesse passato tutto il tempo sdraiata sul lettino dell’Animus, si sentiva come svuotata. Era successo tutto troppo in fretta. Alla fine, sopraffatta, riuscì ad addormentarsi.

Il mattino seguente non aveva affatto voglia di alzarsi, ma purtroppo non si trovava in un soggiorno di piacere. Abstergo non apprezzava i dormiglioni e fatta una certa ora, aveva la "simpatica" abitudine di far partire un bel trillo di trombe. Neanche fosse un'accademia militare.

Consumò una colazione non proprio gradita e nemmeno la doccia l’aiutò a farla svegliare del tutto.

Non ricevette buongiorno dai due scienziati e nemmeno lei si sforzò di parlare per prima.

Il lettino dell’Animus sembrava anche più freddo del giorno precedente.

Chiuse gli occhi e, come per la prima volta, immagini e ricordi del passato s’accavallarono nella sua mente, risucchiandola fino a piombare nel corpo di Parvaneh.

Si destò con uno spasmo e si rese immediatamente conto che era tornata lei a gestire le "redini", dunque non si trattava di un caso isolato e nessuno dei tecnici si era ancora accorto di questa anomalia.

Memore del fatto che la stavano registrando, comunicò alla sua ava che d’ora in poi avrebbero comunicato solo a livello mentale, per non far loro scoprire che in qualche modo era riuscita ad ottenere il libero arbitrio nel passato.

Scoprì che da quando le due donne s’erano conosciute, per l’araba era passato qualche giorno, confermando così le parole di Lucy, riguardo al fatto che fosse l’Animus a decidere quando sarebbe stato il giorno da mostrare.

Come si sarebbe comportato, però, quel macchinario, ora che la sua presenza nel passato era qualcosa di attivo e che potenzialmente avrebbe potuto modificarlo?

Non aveva il tempo per porsi simili domande, doveva sfruttare il tempo a disposizione per rivedere il Maestro e continuare col suo piano.

Questa volta non fece fare tardi alla sua antenata. La ferita, non essendo profonda, s’era richiusa facilmente e ora poteva riprendere l’allenamento tranquillamente.

Se non volevano finire in infermeria un’altra volta, però, avrebbero dovuto fare squadra: Alexandra avrebbe dovuto tenere a freno le sue emozioni e lasciare a Parvaneh la possibilità di distinguersi.

«Parvaneh, riprendiamo da dove c’eravamo fermati l’ultima volta: le tecniche di difesa.

Io ti attaccherò e tu dovrai difenderti e contrattaccare» disse l'istruttore.

L’Assassina divaricò le gambe e sollevò le braccia, posizionando la spada di fronte al suo viso orizzontalmente.

Gli occhi si fissarono sul suo avversario e i suoi sensi s’affinarono, così da poter farla reagire nei tempi giusti.

Allargò le narici, inspirando profondamente e avvertì il vento carezzarle le gote.

L’istruttore si assicurò prima che l’Assassina fosse di nuovo lucida, ma non scorgendo nel suo sguardo alcun segno particolare, si decise ad attaccare.

Parvaneh rispose facendo dapprima cozzare le spade e un forte tintinnio riecheggiò nell’arena. Molto rapidamente poi, così da non essere investita dalla forza bruta del suo avversario, si sporse leggermente in avanti e lasciò l’elsa con la mano sinistra per afferrargli l’avambraccio destro, così da utilizzarlo da perno per aiutarsi nel salto.

L’istruttore, non trovandosi improvvisamente una forza opponente, quasi perse l’equilibro, ma lo recuperò quasi subito, limitandosi a fare un passo avanti.

Nel frattempo Parvaneh, grazie al suo agile salto, riuscì a rotolare sulla sua schiena.

Con la mano sinistra, ancora libera, riuscì a prenderlo per i capelli, mentre con la mano destra portò di filo la lama al suo collo.

Fosse stato un combattimento all’ultimo sangue, probabilmente avrebbe sfruttato lo stesso slancio per tagliargli la gola, ma non essendo questo il suo scopo, mantenne l’equilibrio puntando il ginocchio sinistro e il piede destro sulla sua schiena e il gomito del medesimo lato appoggiato alla spalla di lui.

L’Assassino si lasciò sfuggire un’espressione sorpresa, data la maestria dimostrata dalla ragazza, ma subito dopo mutò in una di soddisfazione.

«Ecco quindi la dimostrazione che non è necessario essere grandi e grossi per vincere il vostro avversario. Anzi, a volte il vostro stesso fisico può dimostrarsi svantaggioso.

La forza bruta è un’arma formidabile, ma l’agilità può dimostrarsi ancora più pericolosa.»

La lezione proseguì e i novizi vennero divisi in coppie per il loro allenamento di routine.

Parvaneh si rese conto che la sua discendente poteva presentarsi anche in giorni più difficili di questi e se avesse perso il controllo, entrambe sarebbero state in pericolo di vita.

Per evitare questo, l’araba decise che sarebbe dovuta essere Alexandra ad allenarsi per il resto della giornata.

Se era veramente una sua discendente, aveva sicuramente la stessa dote nell’arte della spada e delle altre discipline, proprio come Parvaneh stessa dimostrò quasi immediatamente.

La studentessa era assai restia nel combattere in prima persona, ma non poteva negare che la sua controparte avesse ragione, quindi si fece coraggio e cercò di seguire le sue istruzioni alla lettera.

Con non poche difficoltà, Alexandra attaccava e rispondeva al suo compagno d’arme, tanto che quest’ultimo incominciò di nuovo a prenderla in giro, lasciandosi andare alle solite battutine sulla differenza tra maschi e femmine.

In quanto Novizio, era un moccioso e se fosse vissuto nella sua epoca sarebbe stato etichettato come “bimbominchia”, un gergo moderno e di sfregio utilizzato tra i suoi coetanei per indicare una persona di mentalità veramente idiota.

Le guance della Nizarita s’imporporarono di rosso ed il ragazzo credette che fosse una reazione dovuta allo scoraggio e la vergogna.

Si sbagliava di grosso.

Con rinnovato vigore, Alexandra corse verso di lui e contrasse i muscoli delle braccia per raccogliere maggiore forza.

Si avventò su di lui con un grido collerico e mosse con frenesia la sua spada su quella di lui.

Colto di sorpresa, il giovane non poté far altro che indietreggiare, cercando di pararsi come poteva.

La donna era furente, era diventata tutta naso e i denti erano digrignati.

La scena non passò inosservata e alla fine scoppiarono tutti in un fragorosa risata di scherno, quando infine lui cadde a terra di sedere e si mise a dire ripetutamente «scusa», capendo che d’ora in poi avrebbe dovuto pensarci due volte prima d’infastidirla.

Saltò persino sul posto, quando la ragazza con un ultimo grido rabbioso fece finta di volerlo colpire.

Passata la rabbia si guardò intorno. Di nuovo veniva fissata, ma questa volta scorse nei volti dei compagni d’arme uno sguardo di stima.

Finalmente iniziavano a considerare la sua ava una sua pari.

Sollevò il capo e dall’alto della palizzata scorse il viso di Malik, anche lui la stava guardando con aria molto soddisfatta.

Ad Alexandra fece piacere, ma non quanto quello che provò Parvaneh, la quale sorrise mentalmente e nella stessa maniera del giorno che venne salvata dal suo matrimonio.

Giunse il tramonto e gli allenamenti volsero al termine, gli Assassini erano liberi di ritirarsi nei loro alloggi o di dirigersi alle locande di Masyaf.

Era questo il momento migliore per provare a rintracciare il Maestro e proseguire col suo obiettivo.

Si diresse al suo studio, ma non lo trovò.

Girò per tutto il castello, ma infine lo scorse sul muro di cinta, in compagnia del suo fidato amico e consigliere Malik.

Alexandra si mosse per iniziare ad incamminarsi verso l’uscita, ma Parvaneh le disse di fermarsi.

Potresti non arrivare in tempo, quando sarai salita potrebbero già essersene andati e tu avresti fatto una fatica inutile.

Alexandra allora convenne che essendo la scala l’unico accesso alla sommità del muro, al massimo li avrebbe incrociati, ma Parvaneh ridacchiò.

Potrebbero anche decidere di non utilizzare la scala per scendere.

Non capiva bene cosa intendesse ed accettò di fare lo scambio, così che potesse avere una dimostrazione pratica: aprì la finestra e salì sul cornicione; prima di andare oltre, ripeté più volte alla ragazza di fidarsi di lei e di stare attenta a non riprendersi involontariamente il controllo del suo corpo. Guardò poi alla sua sinistra e cercò di individuare un punto d’appiglio, una sporgenza o una rientranza utile per potersi aggrappare.

Una volta fatto, vi si appese e si diede uno slancio. Grazie al suo allenamento, era abbastanza forte da riuscire a reggersi con una mano sola, così d’avere il tempo d’individuare altri punti d’appiglio.

L’edificio esisteva già da molto prima che nascesse e le tempeste di sabbia avevano contribuito a renderlo ideale per le arrampicate degli Assassini, attività che dava loro un grosso vantaggio per le loro missioni, soprattutto quelle che richiedevano una certa segretezza.

Si mosse con agilità, i suoi riflessi le facevano scorgere i punti ideali ben prima che i suoi arti s’affaticassero troppo nel sostenere il suo stesso peso.

Infine terminò la scalata puntando i piedi per darsi la spinta ed atterrare sul piano superiore del muro di cinta, lì dove i due uomini stavano conversando.

Erano distanti da lei di qualche metro, ma la scena non sfuggì loro, interrompendo la loro conversazione.

Per l’americana fu un colpo al cuore assistere ad una arrampicata così pericolosa, ma a quanto pare per la Confraternita erano cose più che normali.

A lunghi passi, ma senza mostrare alcuna impazienza, s’avvicinò a loro e li salutò piegando il busto in avanti e posando la mano sul cuore.

I due Nizariti risposero al saluto alla stessa maniera.

Alexandra riprese il controllo del corpo di Parvaneh, toccava a lei.

«Una magnifica serata, non trovate? »

Gli uomini si scambiarono uno sguardo, capendo che la ragazza non era passata di lì per un semplice saluto.

«Oh scusatemi… temo d’aver interrotto una conversazione importante…»

«Non preoccuparti, Parvaneh, riprenderemo dopo…» rispose pazientemente Malik «… se avevi qualcosa da comunicarci, al punto da arrampicarti per il castello per raggiungerci il prima possibile, suppongo fosse molto importante per te.»

Alexandra ingoiò saliva. Di certo l’arte dell’oratoria e delle manipolazioni non era qualcosa che avesse mai dovuto alimentare nel corso del tempo, ma doveva pur provarci.

«Io…Maestro, Consigliere, vi chiedo ancora scusa per l’interruzione.

Se ho voluto raggiungervi così in fretta, è perché ritengo che ormai sia giunto il momento per essere inviata in una missione e non volevo attendere un minuto di più. Sono consapevole delle mie capacità e dei miei limiti, perciò sono pronta a ricevere quella più adatta a me.

La porterò a termine e non vi deluderò.»

Altair la guardò da sotto il cappuccio e per un attimo rimase in silenzio. «Ti senti davvero già pronta e per giunta in grado di portarla a termine? So che oggi ti sei distinta ed hai dimostrato un’ottima dote combattiva, ma un giorno fortunato non ti deve far peccare di egocentrismo. Io stesso pagai le conseguenze di tale sentimento, perciò ti parlo con cognizione di causa.

Non sei cresciuta tra gli Assassini, nemmeno come parente di uno di noi, non ti rendi ancora conto di quello che vuol dire vivere la nostra vita. Avere fretta quindi di cimentarsi in situazioni che mettano a repentaglio la tua stessa vita non potrà che avere conseguenze negative.»

Alexandra corrugò lo sguardo e gonfiò il petto, nel tentativo di apparire il più solenne possibile. «Maestro, comprendo bene che voi tenete alla mia incolumità e prima di mandare un Novizio in missione volete esser certo di non mandare carne al macello.

Io, però, me lo sento dentro, è il mio istinto a dirmi così. Voglio dimostrarti che sono degna della fiducia che hai riposto in me, dandomi una possibilità con l’arruolamento.

Mandami a spiare qualcuno e lo farò, mandami ad uccidere qualcuno e lo farò!»

Altair apparì chiaramente deluso dalle sue parole ed Alexandra si morsicò la lingua.

«Non sei ancora pronta.

Non elargire discorsi che riguardano la morte così superficialmente e non cercare di dimostrare le tue capacità a tutti i costi. Proprio perché sono il tuo Maestro ti conosco bene e se ti dico che per te è ancora troppo presto, allora lo è.

Puoi congedarti.»

La ragazza temette di aver fatto un passo indietro, a causa della sua risposta di pancia. Come lei stessa s’era detta non molto tempo prima, la fiducia non poteva essere qualcosa che poteva essere coltivata solo con pazienza, la fretta non avrebbe portato da nessuna parte.

Incassò la testa tra le spalle e si congedò a capo chino.

Poco prima che s’allontanasse troppo però, Altair aggiunse qualcos’altro: «Visto che ci tieni molto a dimostrarti non da meno, tieni la spada d’allenamento con te perché questa notte farai la ronda su queste stesse mura, al secondo cambio di guardia.»

L’Animus non la sconnesse, a quanto pare la sequenza di quel ricordo era talmente importante da dover prendere l’intera giornata.

Calò la notte e la donna non avendo dormito molte ore si alzò particolarmente stanca, il turno notturno non sarebbe risultato simpatico nemmeno al guerriero più esperto.

Si sciacquò il viso con acqua fredda, così da scrollarsi di dosso un po’ di sonnolenza.

Una volta raggiunta la sua postazione, si avvicinò al falò e le vennero offerte una coperta e del sidro di mele.

Seppur di giorno facesse particolarmente caldo, la notti invece erano l’opposto.

Si tirò su persino il cappuccio, per non prendere freddo alle orecchie.

Il tempo passava lento e pigro, al punto che Alexandra iniziò a chiedersi come mai l’Animus non l’avesse ancora scollegata. Che si fosse rotto e ora lei era intrappolata lì?

«Come procede la tua prima ronda, Parvaneh?»

Una voce gentile la distolse dai suoi pensieri e voltandosi si accorse che ad averlo fatto era stato Malik.

Lo salutò col tipico saluto Nizarita e lui contraccambiò.

«Consigliere, che ci fai qui? Torna a letto, te che ormai non sei più obbligato a startene sveglio di notte all’agghiaccio.»

L’uomo le sorrise e poi spostò lo sguardo verso l’orizzonte.

Il cielo era sereno e la luna calante era ancora alta.

«Nonostante sia passato più di un anno da quando persi il braccio, a volte mi fa male e per cercare di sopportarlo cerco il modo di intrattenermi. Tra le cose che faccio, ci sono anche le passeggiate notturne. Il freddo allevia il mio dolore.»

Gli passò un bicchiere di sidro che lui accettò molto volentieri, si mise a sorseggiarlo con calma e tornò a guardare l’orizzonte.

C’erano anche altri Assassini che non appena lo videro lo salutarono con dovuto rispetto, ma il loro compito, a differenza sua che doveva rimanere ferma in un punto, era quello di camminare lungo tutto il percorso avanti e indietro.

La sua postazione era proprio sopra il cancello levatoio e da lì era possibile scorgere Masyaf addormentata e quasi del tutto immersa nel buio.

«Malik, anche tu ritieni che abbia esagerato con le mie parole, oggi pomeriggio? Non era mia intenzione mancare di rispetto ad Altair o peccare di arroganza, so bene che se mi dice di no è per il mio bene, ma io veramente mi sento pronta a scendere in campo.»

Prima di risponderle, si concesse un altro sorso di sidro e poi mosse un paio di passi verso di lei. Così vicini la loro differenza d’altezza si fece più evidente, ma la donna non si ritrasse e sostenne il suo sguardo.

«Parvaneh, non credo tu abbia esagerato in maniera eccessiva, ma uno dei dettami di Altair è proprio quello di portare pazienza. Come ti ha detto, egli parla per cognizione di causa e lo sai.

Non è passato molto tempo da quando venne spogliato del suo rango e ridotto a Novizio, a causa della sua arroganza, arroganza che si ripercosse anche su di me e su mio fratello.

Lo odiai a lungo per questo.

Rendersi utile alla Confraternita è un grosso onore e costantemente noi ricerchiamo il modo per espanderci e per ottenere una posizione di vantaggio sui Templari, coi quali ancora imperversano aspre battaglie.

Come si dice, però, la gatta presciolosa ha fatto i figli ciechi. Aspetta che sia il Maestro stesso a convocarti per una missione e goditi questi giorni di tranquillità nella nostra fortezza per affinare le tue capacità.

Fidati se ti dico che una volta divenuti membri attivi, ci saranno diversi momenti in cui desidererai riporre la spada. Attimi in cui la situazione è talmente tesa e apparentemente senza via di scampo che desidereresti fuggire… e no, non potrai farlo.»

Le posò la mano sulla spalla sinistra ed incurvò la schiena in avanti di qualche centimetro.

«Te lo chiedo in nome della nostra vecchia amicizia… non fare gesti avventati.»

Ella comprese e infine annuì con decisione.

Si voltò anche lei a scrutare l’orizzonte e a un certo punto le sfuggì una smorfia divertita.

«Sappi, però, che mi allenerò ancor più intensamente… e un giorno sarò io a salvarti dal matrimonio!»

Malik non riuscì a trattenersi dal ridere e la guardò con rinnovata simpatia.

«Sappi tu che ci conto!»

L’Animus purtroppo non si era sbagliato o incantato, se Alexandra era ancora cosciente in Parvaneh era per un motivo: qualche chilometro più avanti, ai cancelli di Masyaf, degli uomini erano riusciti a mettere fuori gioco le sentinelle e ad aprire i cancelli, così da far entrare il resto dei loro compagni.

In galoppo ai loro possenti destrieri, gli invasori irruppero nella piazza della città, brandendo armi e torce.

Il grido d’aiuto si levò ben presto dalla città e il suono della campana d'allarme si propagò fino a giungere alle loro orecchie.

La fortezza si risvegliò e gli Assassini si preparano rapidamente ad intervenire.

Uno dei confratelli che era di ronda per le strade, riuscì a raggiungere in tempo la base ed avvisare che ad attaccarli erano dei mamelucchi, venuti con l’intento di fare una razzia.

Il cancello si sollevò e i guerrieri uscirono dalla fortezza in groppa ai cavalli. Quelli a piedi, invece, tagliarono per altri sentieri, grazie alle loro abilità di scalare con facilità le pareti.

Solo pochi rimasero, pronti a difendere la loro sede, qualora le cose fossero andate per il verso sbagliato.

Alexandra sarebbe rimasta alla sua postazione, se non avesse avvertito la forte agitazione della sua ava, preoccupata per la sua famiglia che risiedeva in città.

«Io vado!» Esclamò con decisione, mentre si mosse per avviarsi alla scala.

Malik la prese per un polso per trattenerla, si era molto rabbuiato.

«Non c’è bisogno che intervenga anche te. Non. Sei. Ancora. Pronta.»

La donna tentò di divincolarsi dalla presa.

«C’è la mia famiglia lì. Hanno bisogno di me.

Sono pronta, sono pronta se la loro vita è in pericolo. Non me lo perdonerei mai se anche solo si ferissero e io avrei potuto fare la differenza!»

Si sfidarono con gli sguardi. Lui era il Consigliere e nonostante ella fosse una sua amica, non poteva di certo permetterle che un subordinato si comportasse così.

Alxandra/Parvaneh, però, seppur consapevole che a battaglia finita ne avrebbe pagato le conseguenze, non cedette e ancora una volta ripeté: «Devo andare.»

«Sei una donna cocciuta e incosciente.» rispose lui a denti stretti. «Abbiamo forze a sufficienza ed esperte per fronteggiare una cosa del genere eppure tu vuoi lo stesso intervenire.»

Fece una lunga pausa e aumentò la stretta attorno al suo polso, fino a farle pulsare le punta delle dita.

«E sia. Puoi andare ma io verrò con te.» poi aggiunse «Se sei desiderosa di mettere la tua vita a rischio inutilmente, sappi che io non sopporto chi tratta sé stesso così superficialmente, perciò mi assicurerò che tu non ti faccia del male.»

Alexandra abbassò lo sguardo sul suo moncherino, cosa che a Malik non sfuggì, palesando indignazione.

«La mia menomazione non mi rende meno di qualunque altro Assassino. Sono ancora in grado di brandire una spada e sarei in grado di sconfiggerti mille volte, anche se tu un giorno raggiungessi il rango di Maestro.» con stizza gli lasciò il braccio - i segni della sua presa ancora attorno al polso - e le fece un cenno. «Ora andiamo.»

La vera Parvaneh riprese le redini e assieme al suo amico si diresse in fretta e furia alla città.

Le strade si erano già tramutate in un inferno di sangue e fiamme. Alcuni corpi giacevano a terra, tra civili, mamelucchi e Nizariti. Le grida di battaglia e di terrore riecheggiavano in ogni angolo.

Corsero lungo la discesa della strada principale, la casa dell’assassina si trovava alla fine, non molto distante dalle porte, quindi sicuramente era stata tra le prime ad essere stati coinvolta.

Cercarono di evitare scontri inutili e che avrebbero fatto perdere loro tempo prezioso.

Si fermarono giusto il tempo di soccorrere qualche civile, in pericolo prossimo di morte certa o di rapimento.

I mamelucchi non avevano attaccato Masyaf per impossessarsi solo delle ricchezze, ma anche per rapire quante più persone potevano, soprattutto donne e bambini per renderli schiavi.

L’araba poté provare sulla sua pelle che un conto erano gli allenamenti e un conto i duelli all’ultimo sangue. Più volte si trovò in difficoltà, ma Malik era al suo fianco e nonostante avesse un solo braccio, la sua maestria con la spada non ne faceva sentire la mancanza.

Alexandra si ritrovò così spettatrice dell’uccisione di svariati uomini, seppur quest’ultimi fossero persone crudeli. Provava l’istinto di vomitare, ma per fortuna riuscì a mantenere il controllo e a lasciare che Parvaneh continuasse ad essere la “numero uno”.

La candida divisa dei due guerrieri era ormai sporca di sangue dei loro nemici, quando finalmente riuscirono a raggiungere la sua casa.

Sfortunatamente arrivarono troppo tardi. Ormai era una baracca in fiamme e stava crollando su sé stessa.

Parvaneh cacciò un urlo di dolore e rabbia e cercò di entrare, per accertarsi almeno che i suoi genitori fossero riusciti a fuggire.

Malik la fermò, cingendola per la vita.

Riuscì appena in tempo a scorgere due sagome umane, riverse a terra e ormai fatte alimento per le fiamme.

L’odore nauseabonda della carne bruciata le entrò dritto nelle narici e si lasciò andare a un conato.

Cadde poi sulle ginocchia e sopraggiunse un pianto isterico.

L’uomo si chinò al suo fianco e poggiò la fronte contro la sua testa, dispiacendosi sinceramente per la sua tragica perdita.

Il dolore e lo sconforto, purtroppo, fece loro abbassare la guardia e si accorsero troppo tardi del sopraggiungere di alcuni nemici.

Parvaneh si voltò e proprio in quel momento ricevette un punto in faccia che le fece veder le stelle.

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