Vai al contenuto principale

← Io non sarò

Creato il 11/05/2026, 17:31 · Aggiornato il 15/05/2026, 08:47

Capitolo 3: Capitolo 3

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Morte
  • Sangue
  • Violenza
Scarica EPUB (capitolo)

Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.

Alexandra non poteva far altro che sottostare ai dettami del dottore e quindi si sdraiò sul lettino.

Mille pensieri le ronzavano nella mente, soprattutto su cosa ne sarebbe stato di lei una volta concluso l’esperimento o se non avesse dato gli esiti sperati.

Warren sembrava serbare grandi speranze per il suo “soggetto 18” e non faceva nulla per non nasconderlo, cosa che la fece ancor più agitare.

Le venne spiegato che si sapeva poco o niente su Parvaneh, ma ciò che era noto è che fosse entrata subito dopo la caduta di Al-Mualim, grazie al metodo rivoluzionario di Altair sul loro ordine.

L’Abstergo sperava che attraverso quest’Assassina si potesse scoprire ove il Maestro avesse ubicato ciò che cercavano.

Chiaramente, nel porre domande sulla situazione degli altri soggetti prima di lei, ottenne solo come risposta delle occhiatacce e un’ulteriore sollecitazione al fatto che dovesse starsene buona e immergersi nell’Animus.

Al primo collegamento, Alexandra provò una sensazione disorientante. Il mondo intorno a lei si dissolse in una nebbia lattiginosa, mentre immagini confuse si sovrapponevano: mani che non erano le sue, voci lontane che parlavano una lingua che non conosceva, l’odore pungente della sabbia arroventata dal sole. Lucy interruppe la sessione quasi subito, annotando che i parametri di sincronizzazione erano instabili.

I due giorni successivi furono dedicati a sessioni di breve durata, necessarie per allineare progressivamente la memoria genetica di Alexandra con quella dell’antenata, un’Assassina di nome Parvaneh, vissuta all’epoca di Altair. Con ogni accesso, le immagini diventavano più nitide: le strade polverose di una città mediorientale, la lama celata che scattava silenziosa, e infine un nome ripetuto da più voci — Parvaneh — che iniziò a risuonare nella mente di Alexandra come se fosse il proprio.

Ciò che nessun immaginava, però, era che l’Animus stava mostrando segnali di anomalia crescente. Nei rapporti interni, alcuni tecnici avevano segnalato picchi di attività cerebrale inusuali: era come se la mente di Alexandra non si limitasse a rivivere i ricordi di Parvaneh, ma tentasse di interagire con essi. Una rara combinazione genetica, o forse una falla ancora sconosciuta nel software, impediva al sistema di distinguere pienamente tra ospite e antenata. Lucy aveva liquidato la questione come un normale processo di assestamento, senza immaginare le potenziali conseguenze.

In quei giorni stava piovendo spesso, le piogge autunnali avevano fatto riversare nelle strade molte foglie ed in tombini si erano allagati, creando non pochi disagi.

Al terzo giorno, quando Alexandra si sdraiò nuovamente sul lettino, l’Animus era pronto a immergerla più a fondo nei ricordi. Sfortuna volle che, a culminare il tutto, proprio mentre Lucy cliccava sul tasto d’avviamento, un fulmine colpisse la centralina elettrica dell’edificio, causando un violentissimo sbalzo di corrente. L’energia attraversò il sistema e investì Alexandra...

Ricordi di vite passate, luoghi, odori, sensazioni, come un fiume agitato, tutte quelle cose le se riversano nella testa.

Tutti quei secoli passati e memorizzati nel suo DNA le passarono davanti, provocandole un forte dolore. Non riusciva ad essere lucida, subiva ciò che le stava accadendo senza avere la possibilità di reagire.

Improvvisamente avvertì una di spinta, non seppe meglio descriverla e poi un “ritorno alla vita”, talmente brusco che poteva solo paragonarlo a una secchiata d’acqua fredda utilizzata per svegliare una persona.

Quando aprì gli occhi vide che non si trovava più nella stanza coi suoi rapitori, bensì in una allestita in uno stile elegante ma antico… molto antico.

Il suo corpo si mosse, ma non era lei a farlo. Respirava, ma non era lei a farlo. Si passò una mano tra le ciocche dei capelli… ma non aveva compiuto lei quel gesto.

Colei che manovrava quel corpo, la sua reale padrona, mugugnò qualcosa in una lingua straniera ma che incredibilmente Alexandra riuscì a comprendere, mentre scendeva dal letto a baldacchino e s’avvicinava allo specchio.

La donna indossava una camicia da notte color avana. Se la sfilò, lasciandola cadere a terra e mostrando un fisico atletico ma femminile e ben proporzionato. La sua pelle era scura, tipica delle regioni arabe, il colore dei capelli e degli occhi erano neri, il suo naso ben dritto e gli zigomi alti. Ad occhio era un poco più bassa della lei reale.

Non appena Alexandra si riprese dallo choc iniziale, non poté che lasciarsi andare a un’imprecazione abbastanza colorita.

Parvaneh ebbe una reazione talmente improvvisa che la brocca d’acqua che stava avvicinando alla bacinella per lavarsi, volò per la stanza, fino ad infrangersi contro l’armadio.

Alexandra avvertì il cuore dell’antenata battere a mille e non sapendo cosa pensare, si lasciò andare ad un’altra imprecazione, andando stranamente alla conclusione che se di quella tipa non si sapeva nulla era solo perché era morta di infarto in giovane età.

«Chi parla!? Dove sei, mostrati!» Esclamò la donna araba a denti stretti.

La ragazza americana rimase ancora più stupita. Poteva essere che la sua ospite avesse udito la sua voce, per caso?

“Mi chiamo Alexandra.” Osò dire col pensiero.

Ancora una volta ottenne come risposta una reazione dell’Assassina, la quale si girò in torno con fare nevrotico.

«Alexandra, dove ti nascondi e come sei entrata in camera mia?» Aprì l’armadio, sollevò il materasso del letto, ma in quella stanza non c’era traccia di alcun estraneo. L’epoca dei microfoni e di altre tecnologie simili era ben distante dal 1192.

Se non fosse che in quel momento Alexandra era solo un’entità eterea in quel momento, probabilmente avrebbe avuto un mancamento.

« Parvaneh … Non puoi vedermi, non mi trovo fisicamente lì con te…» Iniziò col dirle, parlando lentamente e scandendo bene le parole. «Ciò che è appena accaduto ha dell’incredibile per te quanto lo è per me. Sappi però che non sono tua nemica… anzi, se io esisto è solo grazie a te e ciò ti rende in questo momento la persona più cara che ho. »

«Maledizione, ma chi sei!? Cosa ci fai nella mia mente? Sei uno spirito malvagio che è venuto a sussurrarmi nella testa? Sei un residuo di quel dannato manufatto scatenato da Abbas!? »

Si mise le mani tra i capelli e le intimò d’andarsene dalla sua mente.

L’americana le disse che non poteva farlo, aveva bisogno di lei e di ciò che sapeva sul manufatto di cui aveva appena accennato.

Più lei cercava di comunicare con Parvaneh e più quest’ultima si rifiutava e combatteva contro la sua stessa mente, non l’avrebbe aiutata affatto.

In Alexandra iniziò ad insinuarsi il forte timore che se non avesse ottenuto la collaborazione della sua ava, probabilmente la sua missione sarebbe fallita e la sua famiglia…

Dalla supplica passò quindi a un’imposizione. Non sapeva bene come fare, cercò di seguire il suo istinto e di imporre la sua volontà su quella della donna.

Mentre tutto ciò avveniva, nel tempo presente, Warren e Lucy erano impegnati a riequilibrare la mente di Alexandra: non potevano perdere un soggetto con una così grande potenzialità per le loro ricerche.

Nel riuscire ad ottenere una sorta di ricalibratura, inconsapevolmente aiutarono la giovane ad imporsi sulla volontà dell’Assassina, a tal punto da riuscire a far ottenere a lei il controllo del corpo della sua stessa ava.

Se ne rese conto, quando riuscì a farle staccare la mani dai capelli che ormai si stava tirando con forza, tale era la rabbia e la frustrazione.

Poteva ancora avvertire le grida rancorose di Parvaneh, ma ormai la volontà di quest’ultima era limitata solo a questo.

«Santi lumi, calmati e stammi una buona volta a sentire, donna cocciuta che non sei altro! Se invece di tentare di strapparmi dalla tua testa mi ascoltassi una buona volta, capiresti che non mi trovo nel tuo corpo per una MIA volontà! » disse e questa volta le parole uscirono dalla bocca dell'ava.

Parvaneh finalmente parve calmarsi e Alexandra poté avere un secondo per pensare più lucidamente.

Innanzitutto si rese conto di muovere un corpo non suo e che tecnicamente non dovrebbe trovarsi nemmeno nel tempo reale.

Aveva capito che si sarebbe immersa in un “disco già registrato”, come era possibile che invece lei lo stesse vivendo in prima persona?

Non aveva conoscenze sulla fisica e sulla dimensione temporale, non ne aveva le nozioni e non le erano mai interessate troppo in generale.

Non le rimaneva che accettare al momento questo fatto e cercare di volgerlo a suo vantaggio.

Conosceva le storie sugli Assassini nel corso della crociate, grazie a qualche insegnamento ricevuto nel covo stanziato vicino la sua città natia. Un periodo in cui nacquero molte leggende, come ad esempio il famoso tesoro dei templari.

Quello che era nascosto in quel tempo e collegato agli Assassini per l’Abstergo era molto importante e lei non aveva alcuna intenzione di aiutare, ma convenne che per ora dovesse seguire le istruzioni e poi avrebbe pensato al resto.

«Allora, Parvaneh, io non faccio parte della tua epoca, io nascerò tra circa ottocento anni e in un continente che ancora non fa parte delle vostre cartine geografiche. Vengo da un tempo ove quanto appena avvenuto è stato possibile, per la ricerca di questo manufatto che tu hai detto essere in possesso di questo Abbas.» Sospirò e si andò a sedere a letto. «Ciò è molto importante. Tu forse non lo sai, ma per favore aiutami. Io sono una tua discendente e se non adempio alla mia missione, la mia famiglia ci rimetterà. Ho bisogno del tuo aiuto, non posso farcela da sola, non ora specialmente che sono io a controllare questo corpo. Non dovevano andare così le cose, io dovevo essere solo un’osservatrice…»

Gli occhi le si colmarono di lacrime. Provava un forte senso di impotenza e smarrimento, non era altri che una semplice studentessa universitaria, dopotutto.

Parvaneh riuscì a percepire il suo dolore e alla fine si commosse a sua volta.

Se sei veramente una mia discendente, allora quella che è minacciata è anche la mia famiglia. Non so chi sei Alexandra, non so da dove e né da quando arrivi, ma il mio istinto dice di fidarmi. Percepisco un reale dolore in te e se prestare il mio corpo per un po’ potrà aiutarti, allora lo farò.

Sappi però che il manufatto non è più in mano ad Abbas, bensì ad Altair, il nostro nuovo Maestro. È lui che ne è in possesso. Non so cosa sia, ricordo solo che quando il suo potere venne scatenato, scariche di intense luci si propagarono su tutta la città e ogni volta che ci investivano noi tutti urlavamo dal dolore.

Qualunque cosa fosse quel oggetto, aveva fatto impazzire Al Mualim e stava per uccidere tutti noi. Altair ci salvò tutti ed ora lui ne è il custode.

Se mi chiedi dove lo tenga, non so risponderti. Solo pochi fidati lo sanno, tra cui il suo migliore amico Malik.

Io sono entrata da poco, mi sono voluta arruolare dopo aver assistito alla sua impresa e sto tutt’oggi faticando molto per rimettermi al pari con gli altri, oltre al fatto che questo non è un posto pensato per le donne. Il fatto che mi abbia concesso di entrare a farne parte è solo perché il Maestro ha una mentalità aperta e giusta, sarà perché è giovane, non è tanto più grande di me.

Oltre alla sua fiducia, nonostante io sia una donna, nel farmi diventare un Assassino, non ho un livello di confidenza tale da farmi rivelare tutti i suoi segreti… non sono la sua amante, se è quello che speravi.

Alexandra scosse il capo «No, non era questa la mia speranza. Anzi che egli sia un uomo che non avvicina le donne solo per cercare del piacere da loro ma che invece dia loro una possibilità per distinguersi, a me fa più che piacere. Persino nella mia epoca non è scontato!

Tenteremo assieme di avvicinarci ulteriormente a lui o qualcuno di molto vicino a lui che sappia dove si trova il manufatto.» Strinse i pugni e chinò leggermente il capo. «Dovrò sfruttare il ben volere del tuo Maestro per i miei scopi. Mi dispiace. »

Alexandra, ascoltami bene, allora. Il tono si fece molto serio. Io ti aiuterò, non mi rimangerò la parola data… ma ricordati bene che le cose che farai, le farai con la mia faccia. Ho faticato non poco per integrarmi tra gli Assassini e non voglio rovinare il mio di avvenire per qualcuno che non incontrerò mai, anche se dice di essere una mia discendente.

Ricorda che per quanto ne so, potresti essere un parassita della mente e se avessi il solo sospetto che non sei altri che una presenza maligna che punta a fare del male al mio ordine o al Maestro stesso, non esisterò a togliermi la vita.

Preferisco morire, piuttosto che tradire i miei compagni.

«Lo terrò a mente.»

«Parvaneh, va tutto bene?» Una voce improvvisa interruppe la conversazione.

Si trattava di una ragazzina in abiti umili, con un turbante in testa e una cesta di biancheria tra le braccia.

Parvaneh le disse che era una delle serve che giravano per il castello.

Essendo mattina inoltrata, molto probabilmente s’era avvicinata alla porta per entrare e sbrigare le faccende, cosa che avrebbe fatto solo al permesso dell’Assassina.

«Si, si tutto ok…»

«Ok? Che cos’è un “ok”?» Rispose la serva.

Alexandra si morse la lingua, non era una parola che ancora esisteva in quell'epoca storica.

«Ah scusami, scusami… volevo dire che va tutto bene! Mi sono alzata un po’ tardi, per favore ripassa più tardi per la mia stanza, non sono ancora presentabile!»

«Come vuoi… l’istruttore, però, non farà i salti di gioia se ti presenti tardi, sono già tutti nell’arena di addestramento. Lo sai che è una persona molto rigida.»

La studentessa avvertì un tremito nella mente di Parvaneh e quello fu un chiaro segnale che non doveva farla assolutamente arrivare in ritardo per l’allenamento. Si lavò quindi in fretta e furia e altrettanto tentò con il vestirsi.

Indossare una divisa con così tanti strati, con fasce, scarselle e persino un grosso cinturone non era una passeggiata. Parvaneh le spiegò come indossarla ma tra il dire e il fare…

«Ce la siamo presa comoda, eh donna?»

Arrivò in ritardo, non poteva essere altrimenti, e le due donne si dovettero beccare una bella strigliata oltre che sopportare le beffe misogine dell’istruttore e dei suoi compagni sul fatto che alla sua età doveva pensare a fare bambini, piuttosto che a cimentarsi in cose che dovevano riguardare solo gli uomini.

Per quanto il suo istinto di donna emancipata le suggerisse di prenderlo a pugni, la sua antenata la pregò di contenersi e così abbozzò le ingiurie di questo “sergente Hartman”, versione araba.

Una cosa che notò immediatamente è che a differenza dell’istruttore e degli altri membri più anziani, lei e gli altri novizi non avevano l’anulare sinistro mozzato.

Parvaneh le spiegò dunque che con l’avvento di Altair e la sua riforma della Confraternita, l’obbligo di tagliarsi il dito era stato revocato.

**«Visto che si usa dire “prima le signore”, quest’oggi la prima ad affrontarmi sarà proprio Parvaneh. Ormai dovresti aver appreso qualche tecnica, ma vediamo se oggi sei sveglia o hai lasciato ancora il cervello in camera da letto, come anche il tuo senso del dovere.»**

L’istruttore estrasse la spada e si mise nella posta di falcone, in attesa della sua avversaria.

Alexandra era rimasta immobile e attratta come una gazza ladra dallo scintillio di quella lama così affilata.

Le venne ripetuto di entrare nell’arena e di affrontarlo.

Sospinta anche dai suoi compagni d’arme, tra risatine di schermo, data l’evidente esitazione della donna, non poté far altro che raggiungere l’uomo di grossa stazza.

Ora che egli aveva le braccia sollevate e piegate, la stoffa era tesa e metteva in risalto tutti i suoi muscoli ben sviluppati.

Ingoiò saliva, ma Parvaneh la esortò a tirar fuori anche lei la spada o la punizione sarebbe stata abbastanza dura per aver rifiutato l’allenamento.

Non tremare con quelle mani, impugna per bene l’elsa e sollevala come ha fatto lui.

Seguì le istruzioni della sua ava e si posizionò come lei le diceva di fare.

Le venne ordinato di attaccare per prima e così Alexandra fece. Corse verso di lui, lasciandosi andare ad un grido per darsi la carica, per poi abbassare la lama di filo verso il petto del suo avversario.

Nonostante la grossa mole, egli si rivelò essere più agile del previsto e roteando di qualche grado su sé stesso, riuscì a parare il colpo, facendo cozzare le due lame in maniera perpendicolare. Inoltre, infondendo un particolare slancio, grazie alla sua forza e al suo buon equilibrio, riuscì anche a spingerla indietro e a farla cadere di sedere, sollevando una bella nuvoletta di polvere e sabbia.

I presenti scoppiarono in una fragorosa risata di scherno, mentre l’istruttore era rosso in viso.

«Da quando in qua hai fatto così tanti passi indietro? Non ti ho ripetuto ancora e ancora che non si attacca direttamente un avversario, soprattutto se è una spanna più grosso di te!? Se fossi stato un Templare, t’avrei già accoppato.

Riproviamo.»

Parvaneh non avrebbe permesso a quella sua parente alla lontana di rovinare tutto il suo duro lavoro. Cercò quindi di riprendere il controllo della suo corpo, ma ci riuscì solo quando anche Alexandra acconsentì allo scambio con tutte le sue forze, non avendo intenzione di essere fatta a fettine.

Fu un vero colpo di fortuna il fatto che in qualche modo potevano scambiarsi di ruolo e averlo capito così rapidamente.

La studentessa americana, tornata ad essere in qualche modo l’osservatrice, assistette attraverso gli occhi dell'altra donna il combattimento tra i due.

Ora che era di nuovo Parvaneh ad avere le redini, l’allenamento era di un piano nettamente superiore. Stavolta il suo corpo era meglio bilanciato, i suoi riflessi decisamente più scattanti e il suo istruttore finalmente ci mise un po’ di impegno nel pararsi e contrattaccare.

«Finalmente la principessa si è destata.»

Iniziò anche a spiegare ai Novizi nuove nozioni, mentre mostrava dal vivo certe mosse, nel confronto con la donna.

Nessuno stava più ridendo, tutti erano concentrati su quanto stava accadendo e qualcuno mimava i gesti per immagazzinare meglio quei movimenti.

Non ci furono applausi alla fine del confronto, ma forse per un po' le battute sessiste sulla donna sarebbero cessate.

«Ora passiamo alle tecniche di difesa. Questa volta attaccherò io per primo.

Osservate bene tutti. Il fatto che io e Parvaneh abbiamo due corporature così diverse può essere un ottimo esempio per voi.

Per quanto possa essere grosso il vostro avversario, se conoscete la tecnica, potrete sopraffarlo con facilità.»

Detto questo, s’allontanò dalla donna di qualche metro, per poi correre improvvisamente verso di lei con quella sua mole che lo faceva assomigliare a un rinoceronte imbizzarrito.

La vista di ciò provocò un così tale choc in Alexandra che non si rese conto che era di nuovo lei la padrona del corpo di Parvaneh e non lo fece reagire, quando l’istruttore l’attaccò con un tondo.

Probabilmente sarebbe morta sul colpo, se non fosse che l’uomo, dotato di buoni riflessi, riuscì a non infliggerle una ferita troppo grave al fianco sinistro.

Le sinapsi schizzarono all’impazzata a causa del dolore, di cui Alexandra non era affatto in grado di sopportare.

Parvaneh cercò di riprendere il controllo, non era nuova a ferite da taglio e se fosse tornata di nuovo lei la padrona del suo corpo, di certo avrebbe riservato agli spettatori uno spettacolo ben meno penoso di quello che la sua controparte stava offrendo.

Con suo grosso rammarico capì, però, che lo scambio tra lei e l’altra sarebbe stato possibile, solo se quest’ultima le avrebbe dato il consenso. Nonostante fosse lei la vera Parvaneh, aveva perduto il possesso del suo corpo.

L’istruttore chiamò un medico, mentre le tamponava con la mano destra la ferita, fortunatamente il sangue non fuoriusciva in maniera zampillante.

Egli era sì preoccupato, ma la riempì comunque di insulti per essere rimasta improvvisamente immobile come una statua di sale, soprattutto dopo il confronto precedente, rendendolo sicuro che avesse reagito nei tempi e nelle movenze giusti.

Dovette sopportare gli insulti dell’uomo anche durante il primo soccorso.

Alexandra e Parvaneh sentivano gli occhi puntati su di loro, occhi di biasimo e che non facevano altro che confermare che quella non fosse la vita per lei.

L’Assassina venne portata in infermeria e lì venne medicata.

Durante il corso della giornata, Alexandra rimase stesa sulla brandina, torturata fisicamente dalla ferita che le bruciava da morire e mentalmente da Parvaneh, frustrata per non avere ormai da ore il controllo di sé e soprattutto per l’orrenda figura che aveva fatto con i confratelli.

Improvvisamente sentì l’aria mancarle e le pareti stringersi attorno a lei. Sentiva il forte bisogno fuggire da tutto questo.

Non poteva essere la realtà, lei apparteneva al ventunesimo secolo e appartenente a una terra decisamente diversa da quella.

Le prese un attacco di panico e nonostante fosse ferita, cercò comunque di correre via. Da qualche parte. A casa se possibile.

Corse lungo il corridoio alla cieca e a capo chino, ma un’ulteriore fitta, colpendola come una frusta, le fece perdere l’equilibrio e sarebbe caduta, se non fosse un forte braccio le avvolse le spalle appena in tempo.

«Parvaneh, ferma, dove stai andando?»

La donna sollevò gli occhi, incrociando così lo sguardo bruno di un uomo, zigomi ben marcati, barba di un paio di giorni e un naso adunco. Era di altezza media, ma per quel periodo storico poteva essere considerato abbastanza alto.

Da come la guardava, sembrava essere realmente preoccupato per lei.

A giudicare da come era vestito, era chiaramente un Assassino, ma indossava sopra la divisa una veste nera e la manica sinistra era ricucita in maniera tale da nascondere il moncherino del suo braccio.

Alexandra era ancora sconvolta e non riusciva a reggersi in piedi.

«Forza, cerca di reggerti, non ce la faccio con un braccio solo se stai così a peso morto.»

Tentò di tenerla sollevata, appoggiata alla sua spalla e di riportarla in infermeria.

«C-chi sei?» Gli chiese d’istinto, una volta sdraiata sulla sua brandina.

L’uomo corrugò la fronte e la fissò con aria interrogativa.

«Sono Malik Al-Sayf, come fai a non riconoscermi, ci conosciamo da anni.»

Le carezzò le tempie con le dita della sua mano calda e il corpo reagì con un brivido di sollievo.

«Non hai la febbre, la ferita non dovrebbe averti infettata ma immagino che starai morendo di fame, darò disposizione che ti portino qualcosa di sostanzioso, così ti riprenderai in fretta.»

L’Assassina lo guardò grata e gli sorrise.

Malik contraccambiò il sorriso e poi si congedò.

Parvaneh si era nel frattempo calmata e convenne che era giunto il momento di raccontarle qualcosa di più della sua vita: partì proprio da colui che l’aveva appena soccorsa.

Non essendo Masyaf molto grande, gli abitanti si conoscevano quasi tutti e quando si è ragazzini c’è poca distinzione tra maschi e femmine per quanto riguarda il gioco.

Malik era figlio di Assassini, mentre lei di coloro che provvedevano al rifornimento di cibo nella fortezza. Durante quei momenti di transizione i due ebbero quindi modo di fare amicizia. Amicizia che subì un forte rallentamento, quando divennero più grandi.

Lui era divenuto ormai un Assassino, sempre in giro per missioni e lei doveva adempiere ai suoi doveri famigliari.

Un giorno lei venne data in sposa a un uomo molto più grande di lei, dotato di ben poche maniere ma non pretendeva una dote, cosa che per la sua famiglia andava più che bene, in quanto la sua era ben misera. Egli era rimasto colpito dalla sua bellezza e al tempo in lei era ancora radicata l’imposizione che una donna non aveva libertà di scelta su questo.

Caso volle che quest’uomo fosse coinvolto in un giro di loschi affari che avrebbero messo in pericolo Masyaf e gli Assassini agirono proprio il giorno del loro matrimonio, essendo il momento in cui aveva abbassato maggiormente la guardia.

Un Nizarita fece scattare la lama celata alle sue spalle, proprio quando i due stavano per scambiarsi le promesse. Il sangue le inzaccherò il suo bell'abito da sposa e ne rimase sconvolta, seppur dentro di sé fosse sollevata per essere stata salvata da una vita di sofferenze.

L’attacco non la lasciò comunque impassibile e cadde in ginocchio. Stava per avere un mancamento, quando tra quegli uomini in tunica bianca scorse il viso del suo vecchio amico, il quale la riconobbe a sua volta.

Parvaneh riuscì solamente a ringraziarlo con un sorriso colmo di gratitudine e lui rispose con un rapido baciamano. Dopodiché si voltò e raggiunse i suoi compagni.

Da allora le occasioni per rivedersi furono assai poche; dopo la perdita dell’arto venne anche trasferito in un’altra città, per un certo periodo di tempo, ma da allora rimase sempre nella sua mente, provando forti sentimenti di rispetto e di stima.

Oltre alla visione di Altair, è anche grazie a Malik se era riuscita a raggiungere la sua attuale posizione.

Dopo circa mezz’ora, arrivò un servo con una zuppa di lenticchie, ma non era solo. Si affacciò anche un uomo dalla corporatura molto atletica, anche lui d’altezza media e una barba appena accennata sulla mascella squadrata.

A causa del suo cappuccio che terminava a punta, non riuscì a scorgere immediatamente il suo viso per intero.

Si avvicinò al suo capezzale e l’aiutò a sollevarsi quanto bastava per mangiare con comodità.

Una volta consegnata la pietanza, il servò si ritirò e l’Assassino si abbassò il cappuccio. Ad Alexandra sfuggì quasi la ciotola dalle mani, quando riconobbe in lui i tratti di Mike Smith. Non era del tutto identico, ma tolto qualche tratto somatico tipico della zona geografica, sarebbe potuto benissimo essere lui.

I suoi capelli erano castano chiaro e mossi, lo stesso colore dei suoi occhi e una cicatrice solcava verticalmente l’angolo destro delle sue labbra carnose. Anche il suo naso tendeva ad una forma adunca.

All’uomo non sfuggì il suo sguardo sconcertato e di nuovo si beccò un’occhiata interrogativa. Durante la giornata ne aveva accumulate così tante da aver fatto la scorta per una vita.

Prima che potesse cadere nell’ennesima figura barbina, la sua antenata l’avvisò che si trovava al cospetto del suo Maestro, Altair Ibn-La’Ahad.

Colui che avrebbe potuto aiutare lei e la sua famiglia.

«Parvaneh, come stai? Ho saputo dell’incidente di questa mattina.» La sua voce era tranquilla e rassicurante, seppur mantenendo il distacco che si deve tra Maestro e accolita.

Alexandra cercò di assumere un aspetto più rilassato ma per il timore di cadere di nuovo in fallo e di risultare strana, a causa dello stato d’ansia che ancora provava, si concentrò sulle sue labbra e sullo spazio tra le sopracciglia, piuttosto che sui suoi occhi.

«La ferita brucia, ma resisto. Anche gli errori fanno parte della mia formazione da Assassina e da essi imparo e mi fortifico.

Vi ringrazio per esservi interessato della mia condizione, Maestro.» Tentò di apparire il più solenne possibile e sperò che in qualche modo avesse fatto riottenere qualche punto ad Parvaneh agli occhi di Altair.

Doveva assolutamente guadagnarsi la sua fiducia e il suo rispetto, molto di più di quello che la sua ava aveva già ottenuto, altrimenti non avrebbe mai scoperto dove Altair la tenesse.

Nel formulare questi pensieri, Alexandra si rese conto, però, che probabilmente tutto questo non si sarebbe potuto risolvere dall’oggi al domani. Questa sarebbe stata un’operazione che si sarebbe protratta nel tempo… almeno nel tempo di Parvaneh e chissà se ne frattempo nel tempo presente esso non stesse scorrendo in contemporanea... magari invece erano passati che pochi istanti.

Scartò quasi immediatamente la prima opzione. Se i ricercatori avessero riscontrato con i soggetti precedenti che un’ora nel passato corrispondesse a un’ora reale, allora avrebbero impiegato troppo tempo in questa ricerca, suppose. Magari saltando direttamente ai momenti salienti (ma con lei che stava vivendo in prima persona questa faccenda?)

Avrebbe dovuto percorrere la vita della sua ava, finché ci fosse la certezza che Altair fosse ancora in possesso di quel manufatto, qualunque esso fosse. Ma c'era il tempo di farle vivere giorno dopo giorno, dopo giorno, quelle vicende? Probabilmente da lì l’Abstergo sarebbe ripartita e avrebbe cercato i discendenti del nuovo detentore, fino a risalire a quello ultimo o all’ultimo nascondiglio.

Se la sua intuizione fosse stata giusta, allora il suo ruolo in quella storia era comunque precario e una volta che non sarebbe stata più necessaria…

Si rese conto di essersi perduta nei suoi pensieri, solo quando si ritrovò improvvisamente il viso del Maestro a non molti centimetri da lei e la mano sinistra che sventolava davanti a lei.

Sobbalzò e parte della zuppa le cadde addosso. Era ancora abbastanza calda, tanto bastasse per farla zompare di nuovo e lasciarsi sfuggire uno squittio di dolore.

Altair accennò una smorfia divertita, ma mantenne il suo aspetto composto.

Nonostante avvertì le orecchie diventarle rosse dalla vergogna, non provò quel senso di disagio che aveva provato con gli altri confratelli.

L’animo pacato e gentile dell’Assassino era qualcosa che si percepiva a pelle.

«Dicono che è da questa mattina che non sembri molto in forma, al punto che ti sei procurata quel taglio.» Si sporse in avanti, poggiando i gomiti sulle cosce. Ora si era fatto serio. «Parvaneh, sono passati sei mesi da quando Abbas ha fatto quel che ha fatto. Siamo stati investiti più volte da quei fasci di luce e tu sei stata tra quelli che subirono la stregoneria di Al Mualim.

Sei dotata di una forte tempra e ogni giorno che passa mi dai dimostrazione che permettere l’iniziazione al Credo anche alle donne in maniera attiva sia stata un’ottima idea. Ma non sappiamo ancora per certo gli effetti di quella magia su larga scala e quindi comprenderai che ogni comportamento insolito e improvviso come quello che è accaduto oggi a te, non può che farmi partire qualche campanello d’allarme.

Tu a livello mentale cosa stai provando? Per quale motivo la tua mente s’è assentata al punto da farti del male?»

Alexandra non sapeva bene cosa rispondere. Istintivamente voleva dirgli cosa stava succedendo, ma non avrebbe avuto senso rivelarglielo, avrebbero creduto impazzita la sua ava e comunque Altair, a più di ottocento anni distanza, come sarebbe potuto esserle d’aiuto? Per non parlare del fatto che Warren e Lucy potessero molto probabilmente ascoltare le sue conversazioni.

Puntò quindi sul suo piano iniziale e cioè tentare d’avvicinare l’Assassino con tutti i mezzi possibili.

Si massaggiò le tempie e cercò di apparire più stanca di quanto in realtà non fosse.

«Maestro, vorrei dirti di non preoccuparti, ma in realtà non so darti nemmeno io una risposta. Probabilmente non sono molto in forma oggi, ma sì, la mia mente oggi si assenta spesso.

Normalmente non vi darei peso, ma se credi d’aver udito un campanello d’allarme nel mio comportamento, allora nei prossimi giorni starò attenta e proverò a capire meglio le mie sensazioni.»

«Conto che tu mi dica tutto. Non avere vergogna di chiedere della mia persona. Sei nostra Sorella e sei importante, non credere nemmeno per un attimo che tu non lo sia.» sorrise e la cicatrice sul labbro si distese. «Chiaramente non fissarti troppo. Continua a vivere le tue giornate come hai sempre fatto, allenati e ben presto ti assegnerò anche una missione.»

Nel sentirgli pronunciare quelle parole, Parvaneh si colmò d’orgoglio, mentre ad Alexandra salì un brivido di paura lungo la schiena.

Altair si congedò poco dopo e all’Assassina salì la fame tutta insieme. Mangiò con gusto la pietanza, tornando più volte sulla conversazione appena avuta.

Più la studentessa riconosceva di provare una grande stima per quel uomo, nonostante il loro breve incontro e più non poté negare il fatto di sentirsi in colpa, in quanto il suo piano era quello di sfruttarlo per i fini dell’Abstergo.

Se i suoi genitori avessero saputo che per salvarli stava tradendo il Credo, la famiglia in cui era cresciuta, si sarebbero sentiti profondamente delusi.

Il Credo, però, non era per lei qualcosa di così forte come il sentimento che provava per loro e pertanto era disposta anche a comprometterlo, se ciò fosse servito rendere loro salva la vita.

Il piccolo stato di benessere che quindi era riuscita a recuperare, scemò e sprofondò sempre di più in pensieri negativi e conflittuali, tra il dovere per un bene superiore e l’amore.

Parvaneh percepì tutto quello che la sua discendente provava ma era impotente. Lei si trovava nel 1192 e avrebbe difeso il Credo nella sua epoca. Quello di difenderlo nel 2012 era un compito che spettava ad Alexandra.

Posso capire cosa provi, anche io sarei in difficoltà se mettessero sulla bilancia la mia famiglia e la Confraternita. A volte non esiste nemmeno una terza opzione e qualunque cosa sceglierai ne pagherai le conseguenze.

Commenti

I commenti sui singoli passaggi si aprono dal fumetto accanto al testo; qui sotto trovi solo i commenti al capitolo intero.

Sul capitolo in generale

  • Nessun commento generale ancora.

Accedi per commentare (email verificata).