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Creato il 08/07/2026, 20:33 · Aggiornato il 08/07/2026, 20:33

Capitolo 26: Capitolo 10 - Io Non Sarò 1.2

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoCompleta

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Morte
  • Sangue
  • Violenza
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Se c'era un momento per scommettere alla lotteria, forse sarebbe stato proprio quella sera. Nonostante la sorveglianza fosse attiva e serrata, nessuno si era ancora accorto delle vere intenzioni delle persone che tenevano sotto ostaggio Lucy e Warren.

«Bene, sembra si trovi nel laboratorio dove eri tenuto tu, Desmond» commentò Katia, ruotando lo schermo verso di lui.

«Fantastico, almeno sarà un luogo familiare» rispose lui, con un sarcasmo appena trattenuto.

«Ma che cosa avete intenzione di fare?» sbottò il dottor Vidic, con la voce carica di rabbia. «Non vi permetteremo di intralciare i nostri piani, non ora che siamo così vicini.»

«Desmond vuole collegarsi per raggiungere il Soggetto 18 nel passato» chiarì Lucy, con un tono teso ma controllato.

Vidic scosse il capo. «Ci abbiamo già provato. L’ultima volta non ha funzionato. Il Soggetto 18 ha una genetica unica.»

«Stavolta ce la faremo» ribatté Desmond, sollevando lo sguardo con determinazione. «La tecnologia templare ci darà una mano.»

«Per una volta verrà usata per una buona causa» aggiunse Shaun, con un mezzo sorriso amaro.

«Ho preso tutto quello che mi serviva» annunciò Katia, chiudendo alcune finestre sul monitor. «Ora dobbiamo spostarci al laboratorio, cercando di non attirare troppo l’attenzione.»

Poi si voltò prima verso Lucy, poi verso Vidic. Il suo sguardo si fece duro.

«Lucy ci serve per il congegno, ma tu non sei indispensabile. Se tieni alla vita, non una parola su questa incursione. Shaun, legalo e imbavaglialo.»

Shaun aggrottò la fronte. «Da quando sono diventato il tuo schiavetto?»

«Oh, non fare il ragazzino e collabora» sbuffò lei. «O preferisci che ricordi a tutti chi è che due anni fa ha hackerato i computer di Abstergo per far scappare un certo “Guy Fawkes”?»

Shaun la fissò per un istante, poi sbuffò a sua volta. «Sei davvero la Rebecca dei Templari…» borbottò infine, chinandosi per eseguire quanto richiesto.

Alexandra aveva cavalcato per tutta la notte. Il fatto che il suo corpo fosse più snello, rispetto ai cavalieri che la inseguivano, aveva permesso al cavallo di mantenere un’andatura più rapida rispetto ai loro, ma alle prime luci dell’alba il povero animale aveva ormai la schiuma alla bocca. Con un ultimo, nobile gesto, anziché disarcionarla si chinò per permetterle di scendere.

Anche lei era stanchissima, le gambe molli, il respiro spezzato, ma non poteva fermarsi. Provò a tirare le briglie del quadrupede, ma l’animale non volle muoversi e si girò, come se intendesse tornare indietro. Per un istante, nell’apprensione di ciò che avrebbe potuto fare ora, ad Alexandra non importava nemmeno se il cavallo avesse ripreso la strada di casa o cercasse una fossa dove andare a morire.

Si voltò verso il deserto. Addosso aveva solo l’abito della sera prima e la Mela. Nessuna scorta d’acqua, neppure una moneta per farsi accogliere da una carovana.

Parvaneh, nella sua mente, la supplicò di tornare indietro, promettendole che tutto sarebbe stato perdonato. Ma Alexandra non volle sentire ragioni.

«Io… io devo andare avanti.»

A quel punto Parvaneh non la capiva più. Un’inquietudine profonda la attraversò: iniziò a temere che Alexandra avesse perso il senno, e tuttavia era impotente. Una volta, il giorno della punizione corporale, era riuscita a prendere il controllo, ma forse era stato un caso eccezionale, nato da circostanze estreme. Anche questa lo era, in realtà, ma la determinazione di Alexandra era più forte.

Camminò dritta, seguendo le indicazioni che di tanto in tanto comparivano ai crocevia, segnando la via per Ascalona. Altair e i suoi non l’avevano ancora raggiunta; del resto non sapevano dove fosse diretta, forse avevano imboccato un’altra strada.

Con il salire del sole, però, iniziò rapidamente a disidratarsi e a sbandare. La testa le bruciava, il velo si era perso durante la fuga e non aveva nulla con cui ripararsi. Le labbra erano screpolate, gli occhi aridi, la vista sempre più instabile. Non avrebbe resistito a lungo.

Scorse allora un gruppo di rocce con alcune palme, che avrebbero potuto offrirle un minimo di riparo dal sole. Anche se era quasi inverno, da quelle parti il caldo diurno restava feroce come in piena estate, e vagare senza protezioni, come stava facendo lei, equivaleva a una condanna certa.

Cadde di peso sulla sabbia non appena raggiunse finalmente l’ombra. Le gambe le cedettero senza più sostegno, come se il corpo avesse atteso solo quell’istante per arrendersi. Sentì il bisogno immediato di togliersi gli stivali: ai piedi si erano formate delle vesciche dolorose, li aveva indossati senza calze e il calore li aveva fatti aderire alla pelle, trasformandoli in una morsa.

Li sfilò con fatica, trattenendo un gemito, poi si massaggiò lentamente i piedi, cercando di placare il bruciore. Infine poggiò la schiena contro la roccia, lasciandosi attraversare da quel minimo accenno di frescura come fosse un sollievo prezioso.

La mente era così stanca da non riuscire più a mantenere un pensiero lucido. Anche Parvaneh era ormai allo stremo. Forse sarebbero morte lì. In fondo, sapevano già che da quando la storia era stata alterata nemmeno il loro destino poteva più dirsi certo, e quella consapevolezza rendeva tutto ancora più fragile.

La stanchezza piombò su di loro come un macigno. Le palpebre si fecero pesanti, il respiro lento, il corpo sempre più distante. Ma un istante prima di perdere conoscenza, intravvidero delle sagome muoversi all’orizzonte.

Riprese conoscenza senza sapere nemmeno lei dopo quanto tempo. Addirittura era subentrato l’Animus stesso, con il suo programma di viaggio accelerato, a dare un taglio netto a quel periodo di incoscienza. Si risvegliò insieme a lei anche Parvaneh, che a quanto pare aveva riaperto gli occhi solo in quell’istante.

Si trovavano all’interno di un carro. Un carro dagli intagli ricchi, con imbottiture pregiate. Qualcuno l’aveva avvolta in un prezioso velo di seta.

«Finalmente sveglia, mademoiselle Parvaneh… o forse dovrei dire Alexandra, mon ami?»

Solo allora, mentre la vista si metteva a fuoco, riconobbe le fattezze dell’uomo che le stava di fronte: una bellezza da putto inconfondibile, sebbene non indossasse più le candide vesti dei Nizariti. A lui erano state precluse per sempre.

«Come mi hai trovato?» chiese Alexandra con un filo di voce.

Louis le porse una borraccia, che lei tracannò con avidità.

«Erano davvero troppi giorni che non ricevevo tue notizie, temevo fossi stata scoperta. Con la scusa di un viaggio d’affari sono uscito da Ascalona; neppure gli Assassini che mi spiavano avranno sospettato nulla. Il Signore ha voluto che ti incrociassi proprio al crocevia.»

Poi estrasse un panno e lo aprì. «Con le Pome

Alexandra drizzò la schiena. Consegnare la Mela dell’Eden a Louis era sempre stato il suo piano, ma avrebbe preferito una circostanza più vantaggiosa. Ora nulla gli impediva di gettare la ragazza fuori dal carro, abbandonandola al suo destino.

Fortunatamente lo aveva giudicato male. Dopo aver rinchiuso con cura l’oggetto e averlo deposto dentro un cofanetto di legno, l’uomo si sporse in avanti per prenderle le mani.

«Manca poco ad Ascalona. Lì troverete protezione, e tutto si risolverà.»

«Grazie, Louis. Meno male che un amico mi è rimasto, ora che ho la Confraternita alle calcagna.»

«Anche se Ascalona è disarmata, un manipolo di Hashashin non può permettersi di creare scompiglio. E anche se non sono più un confratello, le regole me le ricordo ancora.»

Poi Louis abbassò lo sguardo sul suo anulare sinistro e la bocca gli si aprì in una "O".

«Parvaneh e Malik si sono finalmente fidanzati. Che magnifica notizia.»

«Spero di non aver rovinato almeno questo…» sospirò Alexandra, facendo ruotare attorno al dito l’anello d’ottone ricevuto la sera prima.

«Se il Consigliere ha un briciolo d’intelligenza — come gli ho sempre riconosciuto — non odierà mai Parvaneh per questo, se gli direte la verità.»

«La sa. Alla fine ho dovuto dirlo anche a loro.» Si portò la mano destra dietro la spalla sinistra: le ferite avevano ripreso a farle male, era davvero tempo di cambiare la medicazione. «Ma chiaramente non ho mai detto nulla della nostra corrispondenza, o tutto sarebbe stato vano.»

Louis aggrottò per un attimo lo sguardo, poi annuì.

«La lealtà verso la propria famiglia può portare a scelte che non si vorrebbero mai fare, ma che diventano necessarie. Lo so bene.»

Le posò una mano sulla spalla.

«Se allora lo sanno e, nonostante tutto, Malik ha chiesto la sua mano, non temere per lei. Quando tutto questo sarà finito e tu sarai tornata nel tuo mondo, Parvaneh potrà continuare la sua vita, come era stato stabilito dalla storia.»

La sagoma di Ascalona emerse finalmente all’orizzonte mentre il sole si alzava alto nel cielo leggero del tardo mattino. Le mura, antiche e mastodontiche, si ergevano come cicatrici di pietra sulla linea dorata del paesaggio desertico, testimoni silenziosi di decenni di guerre, assedi e rioccupazioni. Ascalona era stata al centro di scontri incrociati tra Fatimidi, forze crociate e Ayyubidi nei decenni precedenti; e poco prima del 1193 era stata nelle mani dei Franchi dopo essere stata ricostruita e fortificata più volte nel corso delle guerre tra Regno di Gerusalemme e i signori musulmani della regione.

Il carro avanzò pesante lungo la strada polverosa, scosso dalle ruote che si imprimono nella terra secca. Le guardie di scorta, le poche rimaste per la sicurezza pubblica, tenevano gli sguardi vigili, scrutando ogni profilo oltre i bastioni. Le bandiere ora saracene, sorrette da lance e stecche, ondeggiavano pigre sotto il sole, rivelando gli stemmi del borgo e dei signori che autorizzavano il loro varco all’interno di quella che era stata una delle roccaforti più significative della costa meridionale del Regno di Gerusalemme ma che ormai era scesa a semplice "porto sicuro" per i viandanti.

Una volta attraversata la porta nord, imponente varco di pietra e mattoni di fango, il cui corridoio era lungo circa quindici metri, la scena si aprì su un dedalo di strade lastricate, botteghe e mercanti, soldati di ventura, razziatori e pellegrini di passaggio. Tuttavia, a differenza dell'anno precedente in cui dovettero faticare per entrare nella città, il fatto che fosse stata svuotata di molti dei suoi cittadini e che fosse stata disarmata, era palpabile. Aveva un aspetto un po' più decadente, nulla a che vedere rispetto a quando era stata visitata da Riccardo Cuor di Leone.

Nonostante, però, essa non era più sotto il comando dei crociati, per le nobili famiglie era pur sempre un luogo dove fare affari e così, grazie ad accordi diplomatici, qualche nobile famiglia cristiana era potuta rimanere ad abitarci. Non fu quindi una sorpresa che tra le strade e le piazze apparvero a un certo punto, segnati da stendardi bianchi e rossi, i colori del gonfalone dei Borgogna. La loro presenza in città era simbolo di solidità e di influenza — e il palazzo dei Borgogna, costruito con massicce mura di pietra calcarea, era come una fortezza nella fortezza: una struttura elevata sopra il tessuto urbano stesso, con torri angolari e una cortina di mura che proteggevano cortili interni, sale d’armi e appartamenti signorili. Anche se Parvaneh ed Alexandra avevano già visto quel luogo, rimaneva comunque qualcosa di suggestivo da ammirare.

Un vento caldo soffiava tra le alte mura, portando con sé la polvere delle rotte e l’odore pungente di spezie lontane e sudore umano — odori che parlavano di lungo cammino, di fughe, di battaglie e di sangue versato. La terza crociata era terminata, ma ancora in tanti si stavano leccando le ferite.

Arrivati nel cortile, prima di farla scendere, Louis l'anticipò e si guardò attorno guardingo. Se lì c'erano ancora degli Assassini che facevano da sentinelle alla sua figura, avrebbero potuto riconoscere Parvaneh. A quest'ultima le fece poi coprire il capo con un velo, così da non farla vedere in viso. Indossava un abito civile e questo avrebbe contribuito a mantenerla in incognito.

Il pericolo cessò quando varcarono la porta d'ingresso.

Dopo essersi lavata e rifocillata, era infine giunta l'ora di pranzo. Per tutto quel tempo Parvaneh era rimasta silenziosa, seppur Alexandra lo percepisse che era sveglia. Del resto aveva agito con avventatezza, non biasimava affatto il suo non volerle parlare.

Si presentò in sala con un abito occidentale, di cui Louis le aveva fatto dono. Un abito color crema con maniche larghe e stretta alla vita da una fascia di seta color porpora. Anche in questa occasione, si era appuntata la spilla, non voleva rischiare di perderla mentre le serve lavavano il suo abito.

I capelli ora erano raccolti e tenuti fermi con un fermaglio di bronzo.

Quando fece la sua entrata, per rispetto il francese si alzò e le porse un cortese inchino, come voleva l'etichetta.

Sul tavolo erano già stati disposti piatti vari, tra carne, stufati e ceste di frutta. Anche troppo, per sole due persone.

Mentre attraversava la sala, poté vedere sul lato destro un grosso arazzo con l'albero genealogico dei Borgogna. Una trama fitta, degna di una famiglia nota per utilizzare anche il matrimonio per fare affari.

«Sto parlando con mademoiselle Alexandra o Parvaneh, in questo momento?» le chiese sorridente.

«Alexandra… Parvaneh è, beh credo sia profondamente amareggiata.»

Louis le rispose con un'espressione grave. «Se può consolarti, credo che possa esserlo solo con sé stessa, dato che ha acconsentito ad aiutarti.»

«Lo ha fatto per amore, ma non per questo la sua decisione non è indolore. Come non è indolore quello che ho fatto io.»

«Avete fatto ciò che avete meglio ritenuto per la vostra salvaguardia, è inutile rimuginarci troppo. Ora avete compiuto la vostra missione, giusto? Avete consegnato ad un Templare la Mela dell'Eden, affinché la custodisca per i nostri posteri.»

Alexandra annuì. «Sì, ho fatto quanto mi era stato ordinato. Ora almeno i miei genitori dovrebbero essere salvi.»

Louis sembrò volerle dire qualcosa in più, in risposta a tale affermazione, ma preferì tacere.

Poi sospirò e la invitò ad accodarsi alla tavola. «Ora che è finita, immagino vogliate fare un ultimo banchetto col vostro amico Louis, questo non si trova nemmeno alla mensa degli Assassini e solo Dio sa di quanto bisogno di energie necessitate in questo momento.»

Ancora con espressione un po' turbata, si sforzò di sorridere ed accettò ben volentieri.

Quando Desmond e gli altri uscirono dall'ufficio del dottor Vidic, si assicurarono di chiudere la porta a chiave e spegnere tutte le luci, lasciando l'uomo legato alla sua sedia, imbavagliato.

Mentre attraversavano il corridoio, mantenere la calma richiedeva un grande sforzo. Quel piano era veramente pieno di sorveglianza e molto probabilmente anche gli altri non erano da meno. Se li avessero scoperti prima che William Miles fosse arrivato, sarebbe stata la fine.

«Dottoressa, dopo di lei» disse Shaun, invitando Lucy a passare il suo pass sul lettore per aprire la porta stagna ove era tenuta Alexandra.

Quando la porta si aprì, le loro espressioni ebbero diverse reazioni. Per Desmond fu rabbia, Shaun era scioccato, Lucy era solo leggermente accigliata ma solo perché Vidic non aveva seguito le sue direttive e Katia… il cuore di Katia iniziò a battere all'impazzata, investita da sentimenti contrastanti, guidati soprattutto dal senso di colpa.

Alexandra giaceva sul lettino dell'Animus, modificato per muovere in periodi regolari i suoi arti, per combattere l'atrofia; nel suo braccio destro era infilato un ago collegato ad una flebo e le era persino stato applicato un catetere. Il quadro era chiaro, non c'era intenzionalità di risvegliare la ragazza in tempi brevi.

Desmond non poté non immaginarsi nella stessa situazione, se si fosse ribellato subito e se magari avesse scoperto prima la doppia faccia di Lucy.

Senza pensarci due volte, corse verso di lei, poggiando le mani sul vetro curvo che sormontava il capo di Alexandra.

«Alex… Alex apri gli occhi!» Si guardò attorno. «Come si spegne quest'affare?»

«Fermo, Desmond» disse Lucy. «Se la stacchi ora, le causerai solo un danno celebrale ed è già a un punto critico. Clay non mentiva.»

«Allora fa qualcosa! Liberala. Ora!» tuonò lui.

«Abbassa la voce, Desmond, non possiamo attirare l'attenzione» disse Shaun, agitando le mani per invitarlo a calmarsi.

«Tu. Vedi di fare qualcosa, anziché chiacchierare» ordinò Katia, sollecitando Lucy con la pistola a farsi avanti.

Lucy storse la bocca, ma fece come ordinato.

Si diresse alla console ed iniziò a muovere rapida le dita sulla tastiera.

Nel frattempo Katia continuava a tenerla sotto minaccia e Shaun si diresse verso la porta stagna, per controllare un po' la situazione attraverso il vetro verticale stretto.

Desmond invece si lasciò andare sulla poltroncina linea Grand Confort bianca, lì accanto al lettino Animus, portandosi le mani sulle tempie.

«Non posso scollegarla, non ora. Deve essere cambiato qualcosa nella chimica del Soggetto.»

«Che significa?» chiese Desmond, drizzando improvvisamente la schiena. «E non chiamarla “Soggetto”, lei ha un nome. È una persona.»

Lucy ignorò la provocazione, ma si concentrò sulla domanda. «Senza scendere nei tecnicismi, ma anche perché onestamente la sua condizione è unica, la mia è solo un'ipotesi.»

«Diccela lo stesso, sei tu quella laureata in neuroscienze.»

«Beh, in sostanza, come è ovvio, lei è spaventata e disperata. La mente, in situazioni estreme, per autoconservazione, tende a dissociarsi dalla realtà. Di solito si creano doppie personalità, si rimuove il trauma, si sceglie di distorcere la realtà e così via. Ora invece il Sog… Alexandra, la sua mente, ha avuto a disposizione la possibilità di proteggersi vivendo letteralmente in un'altra realtà. Le lunghe sessioni hanno portato la ragazza a uno stato confusionale in cui ha difficoltà a riconoscere quale essa sia.»

«Come è capitato a Clay» si intromise Katia.

«Sì, ma lui non viaggiava nel tempo, perciò ha avuto qualcosa di peggiore. La sua mente, cercando un'ancora, ha ottenuto il risultato opposto ed essa è andata in pezzi.»

Katia si morsicò il labbro e la mano che reggeva la pistola tremò leggermente.

Lucy proseguì.

«Alexandra invece ha trovato un appiglio sicuro, “approdando” nel corpo della sua antenata. Riuscendo persino a muoverlo, al posto della mente natia di esso. Lì tra i Nizariti ha forza, ha libertà e questo l'ha legata profondamente.

Il ritorno alla realtà invece è stato fin da subito doloroso, confusionario. Qualcosa di negativo che alla lunga è stato deleterio.»

«Perciò Clay ha parlato del tuo dispositivo. Lui ha parlato di “riaccompagnare” Alexandra al suo tempo» disse Desmond. «Ed io ho acquisito sufficiente esperienza per affrontare anche io il viaggio nel tempo.»

«Ha ragione. Bisogna cercare di convincerla a farla ritornare, deve avere la sicurezza, la certezza che quando riaprirà gli occhi nel suo tempo essa non sarà più in pericolo. Lei non è mai stata forte come te.»

«Invece lo è eccome. Io sono stato salvato in tempo, ma come sai anche io iniziavo ad avere le allucinazioni. Se non mi avessi fatto andare via da qui, forse anche io mi ritroverei nel medesimo stato.»

«Dove lo hai messo quel dispositivo?» incalzò Katia.

«Non ne ho idea. Sono scappata e tu ci hai inseguito, ricordi? Perciò uno dei tecnici l'avrà sistemato in archivio, assieme agli altri brevetti tecnologici.»

«Sarà stato catalogato, no? Controlla, Clay A. I. non intralcerà la ricerca, lui ci sta ascoltando.»

Lucy aggrottò lo sguardo, nella sua espressione sempre professionale e severa, la sua voglia di saltare addosso alla sua aguzzina era ugualmente palpabile.

«Ok, so dove è. Non è un dispositivo qualsiasi, perciò serve l'autorizzazione di chi ne è abilitato all'uso, per aprire l'armadietto ove tenuto. Per non parlare che poi deve essere montato. Siete certi di avere tutto questo tempo?»

«Forse no, forse sì. Se cerchi di scoraggiarci, caschi male» sbottò Desmond, alzandosi in piedi. «È una cosa che hai inventato te, giusto? Quindi saprai anche come montarlo. Ma non ti permetteremo di andartene in giro per l'edificio. Dammi il tuo badge, lo vado a prendere io.»

«I pass sono personali, se ti fermano ti riempiranno di domande.»

«Me la caverò e poi, magari, ti proveranno a chiamare per avere conferma, giusto? Se lo faranno, dirai che hai autorizzato te lo spostamento.»

Cinque minuti dopo, Desmond era già nel corridoio con il pass di Lucy in mano, diretto all'archivio di Abstergo per recuperare il materiale necessario.

Il cuore gli batteva forte: avrebbe voluto correre, ma non doveva attirare l'attenzione delle guardie, che altrimenti si sarebbero insospettite. Il badge per gli ospiti che aveva al collo, gli dava almeno la sicurezza di non essere fermato per un controllo delle generalità, ma chiaramente non era libero di muoversi ovunque da solo.

Così come i suoi antenati gli avevano insegnato, doveva essere una lama tra la folla.

Raggiunse l'ascensore e selezionò il -1, dove si trovava il magazzino.

Nel frattempo, il dottor Vidic non ne voleva sapere di essere soggiogato in quel modo.

Provò a urlare, a far sbattere la sedia e a tirare per liberare le braccia con tutte le sue forze. Gli Assassini non gli avrebbero sottratto la vittoria.

Raggiunto il piano designato, Desmond percorse un'altra tratta di corridoio. Lì non era certo che il suo cartellino lo avrebbe coperto, così cercò di evitare il più possibile le guardie. Acuì i sensi, iniziando a muoversi nella maniera più furtiva possibile: cercava i punti d'ombra, si nascondeva dietro colonne e pareti. Era agile come un gatto.

Infine la targhetta “Magazzino” si presentò davanti ai suoi occhi. Passò il pass di Lucy nel lettore ed entrò.

Ovviamente la donna aveva omesso che all'interno ci fosse un custode, il quale lo osservò inizialmente con aria spaesata.

«Buonasera, come posso aiutarla?» chiese l'addetto, alzandosi in piedi.

Desmond cercò di mantenere un'espressione impassibile.

«Buonasera. Per conto della dottoressa Stillman, dovrei ritirare il brevetto 54 bis 0325.»

«Il casco temporale… mhm, devo prima verificare.» L'addetto si chinò sul computer, ma lasciò sfuggire un'imprecazione quando, ancora una volta, gli apparve l'omino che chiedeva la parola magica.

«Sì, una bella scocciatura» commentò Desmond con tono franco. «Per questo la dottoressa mi ha mandato qui personalmente: non si riesce a fare nulla.»

«Eh già… ma mi scusi, mi risulta che la dottoressa fosse fuori in missione. Quando è rientrata?»

«Proprio stasera. Dobbiamo fare un nuovo tentativo con il Soggetto 18 e ci serve l'attrezzatura.»

L'addetto apparve un po' titubante, ma annuì.

«Aspetti qui, per favore.»

Si diresse verso la stanza secondaria, dove si trovavano le scaffalature.

Vidic, per quanto fosse un uomo ormai prossimo ai settanta, non mancava certo di spirito, soprattutto ora che era più infuriato che mai. Alla fine, per liberarsi, prese la drastica decisione di lussarsi i pollici: il dolore lo fece gemere, ma il tentativo funzionò e riuscì finalmente a liberare prima le braccia e poi il resto del corpo.

«Assassini maledetti, questa notte porrò fine alla vita di tutti voi.»

«Signore, un casco solo, giusto?» chiese l'addetto a Desmond.

Desmond ci pensò un istante, poi scosse il capo.

«Me ne dia tre, per favore. Dobbiamo effettuare un controllo incrociato con altri Soggetti.»

«Ah… non mi era stato detto che ce ne fossero altri.»

«Mi scusi, ma lei è autorizzato a conoscere tutti gli affari della dottoressa Stillman?» ribatté Desmond, dandosi un tono, come se fosse lui il Templare sospettoso.

L'addetto deglutì e scosse il capo.

«No, mi scusi… ma vede, devo comunque compilare un rapporto, e più è dettagliato… meno rogne burocratiche mi ritrovo.»

«Comprendo. In ogni caso servono per altri due Soggetti di ricerca. Le basta annotare questo, quando i terminali torneranno operativi.»

L'addetto gli consegnò una cassa metallica, chiusa a sua volta con un dispositivo di riconoscimento dell'impronta digitale. Era piuttosto pesante, ma se tutto fosse andato per il verso giusto, con un po' di calma sarebbe risalito e avrebbe presto raggiunto di nuovo il laboratorio.

Tirò un sospiro di sollievo quando la porta stagna del magazzino si richiuse alle sue spalle, ma il sollievo durò poco, perché improvvisamente dalle casse si levò la voce gracchiante del dottor Vidic. Clay aveva disattivato gli allarmi, ma le comunicazioni tramite altoparlante erano analogiche.

«Attenzione! Attenzione! Degli Assassini si sono intrufolati nell'edificio! A tutte le guardie: recatevi al laboratorio 72 e perlustrate i corridoi alla ricerca dei complici.»

«Porca puttana, vecchio di merda…» sbottò Desmond a denti stretti.

«Mi scusi, può dirmi che sta facendo?» lo fermò una delle guardie, con aria accigliata.

Desmond deglutì e aggrottò la fronte, la mascella leggermente contratta, mentre cercava di reggere la cassa.

«Sono un collaboratore della dottoressa Stillman. Mi ha incaricato di ritirare questa attrezzatura.»

«Lei ha un pass ospite. È piuttosto inusuale che un collaboratore abbia questo tipo di accesso. Per favore, posi la cassa.»

«Ma la dottoressa mi sta aspettando, si infurierà se la faccio attendere.»

La guardia portò immediatamente una mano alla fondina.

«Signore, glielo chiedo ancora una volta: posi la cassa a terra e mi fornisca le sue generalità.»

Sbuffando, Desmond non vide altra scelta che obbedire: altrimenti quello gli avrebbe sparato sul posto.

«Vede? Mi ha dato il suo cartellino. Sa dell'attacco hacker, no?»

La voce rauca di Vidic continuava a gracchiare dagli altoparlanti, irritando tutti e mettendo ulteriore fretta alle guardie.

«Non me ne faccio un cazzo del cartellino della dottoressa. Le sue generalità. Anche se il suo è un pass da ospite per questa sede, tutti gli assunti hanno una tessera di affiliazione. Me la mostri.»

Desmond sospirò.

«Accidenti… chissà se me la sono portata dietro», borbottò, frugando nelle tasche dei pantaloni.

La guardia rimase in attesa. Nell'istante di distrazione, Desmond ne approfittò per colpirlo con una gomitata.

L'uomo si portò subito le mani al naso, dolorante e sanguinante. Tentò di reagire, cercando di estrarre la pistola, ma Desmond fu più rapido e lo tramortì.

Desmond si piegò in avanti per riafferrare la cassa metallica, le braccia ancora tese per lo sforzo e l’adrenalina che gli pulsava nelle tempie. Il peso si fece subito sentire: non era pensata per essere trasportata di corsa, né tantomeno dopo una colluttazione.

Fece appena in tempo a sollevarla di pochi centimetri da terra, quando il rumore concitato di passi risuonò nel corridoio.

Voci. Ordini secchi. Armi che venivano imbracciate.

L’istinto lo attraversò come una scarica elettrica.

Prima ancora di voltarsi, il suo corpo reagì.

L’effetto osmosi si attivò con una naturalezza ormai inquietante: frammenti di memorie non sue — movimenti, posture, calcoli istintivi delle distanze — si sovrapposero alla realtà. Il mondo sembrò rallentare di una frazione impercettibile. Individuò subito le sagome in arrivo, la posizione delle armi, il primo bersaglio utile.

Lasciò ricadere la cassa a terra e si scostò di lato un istante prima che il primo colpo fischiasse nell’aria, sfiorandogli la spalla. Scivolò dietro una colonna, sfruttando l’ombra come copertura, mentre un secondo proiettile si conficcava nel muro.

Quando la prima guardia superò l’angolo, Desmond esplose in avanti. Un movimento secco, preciso, imparato da mani vissute secoli prima. Deviò il braccio armato, colpì il polso, poi il mento. L’uomo crollò senza neppure capire cosa fosse successo.

Un altro sparo ruppe l’aria.

Desmond rotolò a terra, sentendo il colpo scheggiare il pavimento a pochi centimetri dal volto. Si rialzò già in movimento, cambiando traiettoria, anticipando l’avversario come se ne avesse letto le intenzioni. Individuò il secondo tiratore, più arretrato, e gli piombò addosso prima che potesse riallineare la mira.

Il terzo tentò di aggirarlo.

Lo percepì alle spalle prima ancora di udirne i passi: una presenza, una pressione nello spazio. Si voltò di scatto, intercettò il calcio del fucile con l’avambraccio e rispose con una serie di colpi rapidi che disarmarono e atterrarono anche lui.

Il silenzio tornò improvviso, spezzato solo dal gracchiare del dottore e dal respiro affannoso di Desmond.

Non perse tempo.

Ritornò alla cassa, la sollevò con uno sforzo più deciso, stringendo i denti mentre i muscoli protestavano. Ogni secondo poteva significare l’arrivo di altri uomini.

Si rimise in movimento lungo il corridoio, avanzando a passo rapido ma controllato, pronto a reagire a qualsiasi nuova minaccia. L’ascensore comparve davanti a lui, un piccolo cubicolo dalla luce bianca, che sembrava quasi una visione di salvezza.

Con un ultimo scatto raggiunse le porte e premette il pulsante di chiamata, mantenendo la cassa stretta al petto, gli occhi vigili, il corpo ancora in assetto di combattimento.

Ora doveva solo risalire.

Quando l’ascensore annunciò il piano con il tipico “din”, ad accoglierlo ci furono urla, concitazione e spari. Chiaramente la maggior parte delle guardie si era riversata lì per stanare gli Assassini dal laboratorio ove era tenuta Alexandra.

Clay aveva serrato la chiusura della porta stagna e, per fortuna, essa era di materiale robusto. Le guardie, con le panche dei corridoi usate come arieti, provavano a scalfirla, ma era inutile.

Provarono anche a spararci contro, sperando in un cortocircuito, ma i proiettili rimbalzavano e rischiavano di autoferirsi. Abstergo era, del resto, a prova di attacco, ma così la struttura si era rivoltata contro lo stesso sistema di sorveglianza.

«Lui, prendete il Soggetto 17!» Warren Vidic era appena uscito dalla stanza e, non appena aveva notato Desmond in fondo al corridoio, l’aveva subito indicato alle guardie.

Ora queste, come rinoceronti imbizzarriti, iniziarono a correre nella sua direzione. Desmond fece giusto in tempo a poggiare nuovamente la cassa prima che i nemici gli fossero addosso.

Riprese a combattere, ma già iniziava a sentire i segni della stanchezza accumulata nello scontro al piano inferiore. Non sapeva quanto a lungo avrebbe potuto resistere.

Ma i suoi amici erano intrappolati. Alexandra doveva essere salvata. Lui era un Assassino: la sua vita era al servizio degli innocenti. Avrebbe dato tutto se stesso per vincere la battaglia.

Riuscì a mettere KO un altro paio di guardie, ma ormai il sudore iniziava a colargli dalle tempie e i suoi movimenti si erano rallentati. Ora cercava di difendersi, ma non riusciva più a contrattaccare con decisione. I suoi avversari stavano già assaporando la vittoria.

Ma proprio quando Desmond fu messo con le spalle al muro, un proiettile attraversò il corridoio e finì dritto in fronte alla guardia che lo stava per acciuffare.

«Ragazzi, la cavalleria è finalmente arrivata!» esclamò entusiasta Rebecca nei loro auricolari.

Desmond si voltò e riconobbe immediatamente il padre, con la pistola ancora fumante. Con lui c’erano altrettanti Assassini, agguerriti e armati. Avevano preso le scale di servizio e, in men che non si dica, avevano raggiunto il piano che Vidic aveva ordinato di assediare.

«Ragazzo, stai bene?» chiese subito William, poggiandogli una mano sulla spalla per scuoterlo e farlo ridestare.

«Sì» rispose lui, riprendendo fiato. «Un tempismo perfetto, devo dire.»

«Noi Assassini siamo discreti, ma quando vogliamo farci vedere sappiamo bene cosa vuol dire essere teatrali» rispose il padre, ridendo.

«Aiutami a raggiungere il laboratorio» tagliò corto Desmond, ricordandosi della cassa, che per fortuna era rimasta intatta, e si prodigò subito a riprenderla.

Raggiungere il laboratorio non era un’impresa facile: le guardie erano tante e agguerrite, loro erano in inferiorità numerica. William aveva raccolto attorno a sé il maggior numero possibile di Assassini addestrati al combattimento, ma i migliori li aveva comunque persi nel raid precedente o erano caduti sotto imboscate dei Templari, in giro per il mondo. Erano rimasti in pochi, ma avrebbero dato fino all’ultima goccia di sangue affinché i piani dei loro nemici non vedessero mai la luce.

«Clay, fammi entrare! Fammi entrare!» disse Desmond, non appena si aprì un varco e poté raggiungere la porta.

Clay, per fortuna, lo ascoltò e aprì quel tanto che bastava per far passare il giovane.

Una delle guardie provò a sparargli, ma Katia era lì, pronta a coprirlo, e non appena si creò il varco tirò fuori il braccio per fare fuoco, colpendo proprio colui che aveva puntato il suo compagno.

William lottava come un leone assieme ai suoi compagni d’arme e tirò un sospiro di sollievo appena vide il figlio entrare al sicuro nel laboratorio.

A un certo punto individuò Warren Vidic che, nel caos, cercava di defilarsi. Era uno scienziato, del resto, non un guerriero.

William fu però più rapido e lo afferrò per il colletto. Sparò poi un paio di colpi in aria per richiamare l’attenzione.

«Faccio saltare le cervella al vostro capo, se non interrompete immediatamente l’attacco!» urlò, poggiando la canna dell’arma contro la tempia del vecchio, che sbiancò all’istante.

Le guardie cessarono l’attacco.

Anche Desmond tirò un sospiro di sollievo non appena poté poggiare la cassa a terra.

«Come andiamo qui? Lì fuori c’è un po’ di tafferuglio» disse, indicando la porta con il pollice.

«Ammiro la tua capacità di fare dello spirito anche in un momento del genere» esclamò Shaun, sinceramente colpito.

«Lucy, serve la tua impronta» disse poi serio Desmond, fissando la donna dai capelli rosso fuoco.

Lucy inizialmente non si mosse. Non aveva alcuna intenzione di collaborare.

«Uccidetemi.»

«Apri quella cazzo di cassa» le intimò Katia, puntandole la pistola contro.

La scienziata però rimase impassibile.

«Non lo farò. Basta. Tuo padre là fuori non durerà a lungo ed è inutile che mi minacciate di spararmi, dato che vi servo viva.»

Katia si fece scura in viso. Passò la pistola a Shaun, ma prima che quest’ultimo potesse fare domande la ragazza si era già scagliata contro la dottoressa.

«Non ti possiamo uccidere, ma nulla mi vieta di massacrarti di botte.»

Lucy non ebbe nemmeno il tempo di arretrare. Katia le fu addosso con una spinta violenta che la fece sbattere contro il banco metallico alle sue spalle. Il colpo risuonò secco nella stanza.

La dottoressa reagì d’istinto, afferrandole il polso e cercando di torcerle il braccio, ma Katia sfruttò lo slancio per colpirla con una ginocchiata all’addome. Lucy ansimò, piegandosi in avanti, e riuscì comunque a rifilarle una gomitata al volto.

Gli occhiali di Katia volarono via, schiantandosi contro il pavimento con un rumore secco di plastica spezzata.

Per un istante la vista le si fece sfocata, ma non rallentò. Serrò la mascella e avanzò di nuovo, guidata più dall’istinto che dagli occhi. Afferrò Lucy per i capelli e la trascinò all’indietro, facendola perdere l’equilibrio. Le due caddero contro una delle sedie, che si ribaltò rumorosamente.

Lucy cercò di divincolarsi, graffiandole le braccia e tentando di colpirla al volto, ma Katia la bloccò con il peso del corpo, schiacciandole le spalle contro il pavimento. Il respiro della dottoressa era corto, irregolare, gli occhi accesi di rabbia e paura.

«Non costringermi…» ringhiò Katia, senza finire la frase.

Lucy provò a reagire con un ultimo colpo, ma Katia fu più rapida: le assestò una violenta testata al volto. Il colpo rimbombò nella stanza. La scienziata emise un gemito soffocato e il suo corpo si afflosciò, perdendo conoscenza.

Katia rimase per un istante immobile, il fiato corto, le mani che tremavano per l’adrenalina. Poi si rialzò a fatica, afferrò Lucy sotto le ascelle e iniziò a trascinarla verso la cassa metallica.

Le prese la mano inerte e la posò con decisione sul lettore biometrico.

La cassa emise un suono di apertura e lo sportello superiore si sbloccò. Impilati uno sopra l’altro c’erano tre caschi e, in una busta di plastica, tutta la cavetteria.

«Bel lavoro, Katia, ma con Lucy svenuta come li colleghiamo questi affari?» si lamentò Shaun.

«Sei un sapientone, no? E lo sono anche io, e c’è con noi il maestro… e poi» tirò fuori un libretto di carta riciclata. «c’è il manuale delle istruzioni.»

Non fu semplice ugualmente. Con Lucy fuori combattimento, le loro mosse erano incerte e l’ansia di sbrigarsi prima che la situazione fuori dal laboratorio precipitasse non contribuiva di certo.

Il combattimento, oltre la camera stagna, era momentaneamente cessato. William teneva il dottor Vidic sotto minaccia e certo le guardie avrebbero avuto una bella gatta da pelare con i loro superiori, se uno dei Templari più autorevoli dell’Organizzazione avesse perso la vita. Questo stallo almeno concedeva loro il tempo di consultare il manuale.

«Speriamo che così funzioni» borbottò Shaun. «Clay, lato tuo che ci dici?» disse all’auricolare.

«Lato mio, i parametri mi sembrano corretti. Fate collegare Desmond e Katia.»

Desmond si mise immediatamente il casco in testa e gli spinotti al suo interno reagirono subito, penetrando nella sua testa, facendogli fare una smorfia di dolore. Guardò poi Katia, che aveva appena messo il casco sulla testa di Alexandra e ora teneva tra le mani il suo con titubanza.

«Katia, ti prego, vieni con me» le disse il giovane, avvicinandosi a lei. «Se deve essere convinta che va tutto bene, avrà bisogno di qualcuno di cui si fidi, lo sai. Chi meglio di te la conosce, tra tutti noi?»

«Mi odierà»

«Ti manderà a quel paese, ti riempirà di parolacce per averla tradita. Ma se siete unite come io penso, alla fine capirà.» Le poggiò le mani sulle spalle e cercò il suo sguardo. «Io credo in te. Credo in voi. Salviamo Alexandra. Insieme.»

Katia sollevò il capo e finalmente ricambiò lo sguardo di Desmond con uno altrettanto deciso. Poi sollevò le braccia e si infilò il casco.

«Tenetevi comodi ragazzi, state per fare un viaggio di ottocento anni nel passato!» esclamò Shaun, pronto a spingere il pulsante di avvio.

Desmond e Katia si sedettero sulle sedie di metallo ai due lati di Alexandra, alla quale presero entrambi la mano.

L’attimo dopo, un vortice bianco li risucchiò.

Avevano passato tutta la notte a rincorrere Parvaneh, ma la ragazza era abile anche nel cavalcare e, con l'oscurità, le tracce erano difficili da seguire.

All'inseguimento c'erano Altair, con sua moglie Maria, Malik, Amhed e persino Abbass. Quest'ultimo perché voleva essere testimone della fine finalmente dell'Assassina donna, che aveva tradito la Confraternita, rubando la Mela dell'Eden.

Non avevano tempo di litigare pure con lui, quindi alla fine se lo dovettero per forza portare dietro.

«Chissà che direzione avrà preso» disse Amhed con la voce roca. Anche se ormai la ferita alla gola si era rimarginata, il suo timbro era stato per sempre compromesso.

«Ha preso la strada per Ascalona, sicuro» disse Malik, con certezza.

«Ascalona? Ma lì c'è…» disse Maria, aggrottando lo sguardo.

«Tu come fai ad affermarlo con tale sicurezza, Malik?» chiese allora Altair, arrestando momentaneamente il cavallo per guardare in faccia il Consigliere.

«Mi dispiace Altair, ma ti ho tenuto un segreto. Sapevo che la Mela fosse un falso»

«Come lo sapevi!?» il cavallo nitrì infastidito, dal tono improvvisamente alto del suo cavaliere.

«L'ho saputo giorni fa.»

Il passo del giovane uomo era calmo e sicuro, ma il suo respiro era profondo, come se stesse cercando volontariamente di rimanere calmo.

Nei suoi occhi c'era ancora l'orribile vista della schiena di Parvaneh che si apriva sotto gli schiocchi incessanti della frusta. Avrebbe voluto prendere il suo posto, anche subendo il doppio se fosse stato necessario, ma sapeva che quel male era indispensabile per mettere a tacere, una volta per tutte, le malignità sulla sua compagna. Era forte, sì, Parvaneh lo era sempre stata e sapeva che avrebbe resistito anche a quest'ennesima prova. Era orgoglioso del suo coraggio e il suo amore per lei si era rafforzato.

Ora l'unica cosa che doveva fare era starle accanto, soprattutto ora che finalmente aveva rivelato il suo più grande segreto.

Poteva solo immaginare i giorni di incertezza che aveva dovuto vivere, combattuta tra la lealtà alla Confraternita e la volontà di aiutare una ragazza tenuta sotto ostaggio dai Templari.

Bussò un paio di volte, ma non ricevette risposta. Era tardi, del resto, probabilmente stava dormendo, l'unico momento in cui il dolore cessava di tormentarla. C'era però qualcosa che gli diceva che doveva comunque entrare, quindi estrasse la copia della chiave del suo alloggio e, con circospezione, varcò la soglia.

Parvaneh era davvero addormentata, sdraiata a pancia in giù per non schiacciare la ferita. Le bende si stavano di nuovo macchiando di sangue, presto qualcuno sarebbe dovuto passare a cambiargliele.

La luce calda delle candele mostrava il suo bel viso giovane e severo, adagiato sul cuscino di piume.

Prese una sedia silenziosamente e le si mise accanto. Le carezzò le ciocche ribelli. Accidenti se adorava giocare con quei ricci.

Nel silenzio di quella stanza ripensò a tutti i momenti trascorsi insieme, prima come amici d'infanzia, poi come confratelli. Ai dolori e alle gioie condivise di tutti quegli anni.

«Malik?»

Il Consigliere trasalì, appena notò che gli occhi di Parvaneh erano aperti.

«Sono Parvaneh» lo rassicurò lei e immediatamente Malik abbassò le spalle, rilassandosi. «Alexandra in questo momento non è cosciente.»

«Quindi se una non è cosciente, non è detto che l'altra non lo sia.»

«Sì, questa cosa ci ha aiutato molto in battaglia.»

«Come ti senti?» le chiese a bassa voce, con un pizzico di apprensione.

«Fa male, ma resisto. Non ce l'ho con Altair, ha fatto il suo dovere.»

Malik annuì, poi le carezzò una guancia. «Non ti volevo disturbare, volevo solo assicurarmi che andasse tutto bene.»

Parvaneh fu tentata di muoversi, ma immediatamente lui, con un gesto gentile, cercò di farla rimanere sdraiata.

«Ho perso il mio rango, Malik. Ho perso tutto.»

Malik scivolò giù dalla sedia per mettersi in ginocchio e avvicinare il suo viso al suo. «No, amore mio, no. Passerà anche questa e poi hai me. Ricordati che non sarai mai sola e abbandonata.»

Lo sguardo di Parvaneh tremò, ma non pianse. Le rapide parole del suo compagno le avevano arrestate in tempo. Poi, improvvisamente, la sua espressione cambiò, allarmata, ansiosa.

«Devo approfittarne ora che lei è addormentata!» esclamò, come una persona che riprende fiato dopo averlo trattenuto a lungo.

«Dimmi, ti ascolto.»

Con lo sguardo Parvaneh provò a indicare il baule. «Lì c'è la Mela dell'Eden.»

Malik si ritrasse, si alzò di corsa e andò ad aprire il baule. Scostato qualche panno, i suoi occhi si rifletterono nel bagliore dorato di quel maledetto manufatto.

«Ma quando?»

«Alle nozze di Altair e Maria. Non la toccare, lascia tutto così com'è.»

Malik fece come richiesto e poi tornò da lei, ansioso di ricevere spiegazioni.

«È il motivo per cui lei è qui, per cui avete sospettato fin da subito» spiegò rapida. «Sì, sotto minaccia, ma temo che ci sia anche dell'altro. Non dirlo ad Altair, però.»

«Come posso tenerglielo nascosto? E poi ora voi con quel coso che ci dovete fare? Non puoi chiedermi di acconsentire a questo furto!»

Parvaneh socchiuse gli occhi, cercando di riprendere fiato dalle fitte provocate dalle ferite, ma anche per non alterarsi troppo, onde evitare che Alexandra si risvegliasse proprio in quel momento.

«È l'unico modo per poterla aiutare, così da ingannare i Templari, ma anche per capire cosa lei mi tiene nascosto. Io ho promesso, Malik, ho promesso di aiutarla. Lo stesso sangue scorre nelle nostre vene.»

«Ottocento anni, Parvaneh. Ottocento, il vostro sangue in comune corrisponderà a una goccia.»

«Ti prego, fammi finire. Lo so, ma se c'è una cosa che accomuna entrambe è il forte senso di protezione della famiglia. Da quando le nostre menti si sono unite, è stato come se fossimo una e due. È difficile da spiegare, ma il mio destino è legato al suo e lei lo deve compiere. Se ora tu lo dicessi ad Altair, ci impedirebbe di uscire da queste mura. Ma noi dobbiamo andare ad Ascalona, da Louis.»

«Louis!?»

«Sono settimane che si scambiano delle lettere, stanno nel cassetto della scrivania.»

Ancora una volta Malik si alzò, girò la chiave del cassetto della scrivania e sobbalzò sul posto. Trovò pergamene su pergamene. Avvicinò una delle lettere a una candela e riconobbe la calligrafia dell'ex confratello.

«Si sono scritti in francese?»

«Sì, nel cassetto accanto trovi quella che Alexandra stava per scrivergli, prima dell'incidente.»

Andò quindi ad aprire il secondo cassetto e, nella penombra, estrasse un paio di fogli. Uno era degli esercizi di Parvaneh, la cui scrittura era ancora incerta e con piccoli errori, nonostante stesse scrivendo nella sua lingua madre; l'altro aveva poche righe scritte, ma bastarono a farlo inquietare. Stentava a credere che la stessa mano avesse potuto produrre due stili così differenti, in due lingue così profondamente diverse, persino nel verso di scrittura.

Di nuovo sentì montargli la rabbia, ma doveva trattenersi e cercare di capire cosa volesse fare ora Parvaneh. Tornò quindi da lei in silenzio, scuro in viso.

«Non so quando avrà intenzione di agire, probabilmente sta aspettando il momento giusto. Ora siamo ferite, probabilmente cercherà di avvicinare ulteriormente Altair. C'ha provato fin da subito, ma per fortuna lui ha sempre mantenuto salda la sua posizione di Maestro.»

«Altair è il migliore di tutti noi, non avrebbe ceduto a due occhi lacrimevoli, se questo avrebbe potuto compromettere la Confraternita.

Ma, tornando a Louis, a me risulta che da quando ha tradito, quando poi ha capito di essere dalla parte sbagliata, ha cercato in tutti i modi di rimediare. Desidera tornare a essere un Assassino, o almeno è quello che credevo.»

Parvaneh si accigliò. «Davvero? Eppure lui sa da settimane della mia doppia identità e delle intenzioni di Alexandra. Non vi ha mai accennato niente?»

Malik scosse il capo. «Non so davvero che pensare.» Poi prese un profondo respiro. «Parvaneh, tu vuoi che tenga tutto questo nascosto al mio migliore amico e capo della Confraternita. Per amor tuo posso tacere il tempo necessario, ma sei sicura di ciò che fai? Sei sicura che Alexandra non ti abbia influenzato in alcun modo con le sue intenzioni?»

Parvaneh per un attimo parve esitare, ma poi lo sguardo si fece deciso. «Manovra il mio corpo, non la mia volontà. Voglio che sia salva, ma neanche per lei posso tradire la Confraternita. E so che neanche lei vuole che io soffra, ci tiene a me, anche se qualcosa di oscuro in lei si è insidiato nel suo cuore, lo sento.»

Provò a carezzargli la guancia. «Continua ad avere fiducia in me.»

Malik si sporse per poggiare la sua fronte contro la sua.

«Certo che ne ho, vedrai, andrà tutto bene.»

Al termine del racconto, Altair rimase per un attimo a fissare l'amico. «Fossi stato un altro uomo, Malik,» infine disse, «avrei immediatamente creduto che avessi perso il senno, accecato dal troppo amore. Ma come tu hai dato fiducia a Parvaneh, io la do a te e la ripongo anche in lei.

Louis desiderava ritornare tra le nostre fila. Bene, sarà l'occasione giusta per mettere alla prova anche lui. E adesso andiamo.»

Esortò il cavallo al galoppo e subito dietro lo seguirono Maria, Amhed e Abbass. Malik non ripartì subito: si prese un momento per pensare. Sì, aveva preso la decisione giusta, non aveva alcun dubbio.

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