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Creato il 08/07/2026, 20:32 · Aggiornato il 08/07/2026, 20:32

Capitolo 25: Capitolo 9.9

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoCompleta

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Morte
  • Sangue
  • Violenza
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L’aria della stanza era densa, quasi elettrica. Il ronzio intermittente dei ventilatori e il ticchettio di qualche monitor acceso sembravano rimbalzare sulle pareti bianche e sterili, amplificando la tensione. Lucy era stata legata a una sedia, le mani dietro la schiena, lo sguardo fisso davanti a sé, duro e inflessibile. Ogni respiro tradiva nervosismo e frustrazione.

La porta si aprì con un leggero scricchiolio. Katia Sofian entrò, i passi leggeri ma decisi, lo sguardo freddo ma con un velo di inquietudine.

«Allora, hai finalmente deciso di mostrarti?» disse Lucy con voce tagliente. «Traditrice.»

Katia sospirò, le mani in parte alzate in un gesto di resa. «Non c’è tradimento, Lucy. Quando vieni tradita per prima. Mi sono solo protetta.»

«Proteggerti? Hai scoperto che eri il piano di riserva, nel caso qualcosa con Alexandra Blade fosse andato storto, vero?» replicò Lucy, il tono carico di rabbia. «E allora ti sei rivoltata a noi Templari e ti sei alleata agli Assassini. Ipocrita. Pensi solo ai tuoi interessi, in realtà, per non finire anche tu su quel lettino!»

Katia esitò, lo sguardo abbassato per un istante, mentre il ronzio di quei ventilatori sembrava crescere come un battito costante nel silenzio. Poi, con voce più ferma, quasi come se stesse parlando più a sé stessa che a Lucy, disse: «Sì… non sono una santa. Ma ora che mi sono ricongiunta con Clay… una vecchia ferita si è riaperta. Non posso rimediare agli errori del passato, ma nel presente… forse posso fare qualcosa. In nome del mio maestro.»

Lucy la guardava con occhi di fuoco, la stessa sfumatura dei suoi stessi capelli.

«Se non collabori, Lucy» disse Katia, avvicinandosi con passo deciso, «posso far risultare te come mandante del Clay A.I. che in questo momento sta creando scompiglio negli uffici, per prendere tempo».

Lucy la guardò incredula, il cuore che le batteva più forte. «State scherzando, vero? Non potete… Abstergo è blindata. Dopo l’attacco degli Assassini, hanno rafforzato le difese. Un manipolo di persone non potrebbe mai riuscire in un'impresa del genere.»

Desmond, in piedi accanto a Katia, serrò i pugni, lo sguardo rivolto a Lucy. «Allora ci servono rinforzi. Tu… tu sai se mio padre, William Miles, è ancora vivo? E se c’è un modo per metterci in contatto con lui?»

Lucy inspirò a fondo, fissando il pavimento. Poi alzò lo sguardo, lo sguardo freddo ma lucido, e parlò con tono calmo ma tagliente:

«William Miles… è vivo, certo, ma… non sarebbe stato di alcun supporto per voi. È isolato, impegnato a ricostruire la rete degli Assassini e a proteggere i suoi contatti. E anche se volesse aiutarvi, non ha idea di cosa stia succedendo qui… e il tempo per muoversi è troppo ristretto.»

Desmond serrò i pugni, ma non replicò subito.

Katia, intanto, si avvicinò, le mani intrecciate davanti a sé. «Allora ci penserò io ad aprire un canale», disse, voltandosi verso Desmond con uno sguardo deciso ma pieno di calore. «Un padre… un vero padre non abbandonerebbe mai un figlio. E una cosa che ho imparato sugli Assassini è proprio questa: per la famiglia, sono capaci di tutto. Persino di rovesciare il mondo intero, se fosse necessario.»

Lucy scosse la testa, un sorriso amaro increspando le labbra. «Allora uccidetemi. Tanto voi non sembrate avere poi così bisogno di me, no?»

Desmond fece un passo avanti, con voce ferma e gentile, ma carica di determinazione. «No. Non abbiamo le mani sporche, Lucy. E poi… Clay ha rivelato qualcosa di importante. Forse quel congegno che hai inventato… quello per collegare le menti… e far vivere anche me “attivamente” il passato… forse ora potrebbe funzionare.»

Lucy lo fissò, incredula. «Spiegatevi… cosa state dicendo?»

Ma nessuno rispose subito. Il silenzio gravava nella stanza, pesante e carico di tensione. Poi Desmond, abbassando lo sguardo, disse soltanto: «Per ora… non ti uccideremo.»

Katia, con lo sguardo che tradiva un misto di fermezza e cautela, aggiunse: «Non sto promettendo che non userò… certi mezzi di persuasione, se decidi di ostinarti nel non collaborare. Del resto… i Templari stessi mi hanno addestrata per questo.»

Un brivido percorse la schiena di Lucy.

Lo schermo del computer lampeggiò, emettendo il caratteristico ronzio di connessione sicura. Katia, con le dita che scorrevano rapide sulla tastiera di Lucy, aveva finalmente stabilito un canale crittografato con William Miles. Non era stato facile: i protocolli di sicurezza erano rigidissimi e il contatto diretto con una persona che non voleva essere trovata non erano certo semplici. Ma grazie a una serie di decriptazioni e bypass creati appositamente, la videochiamata si era finalmente attivata.

L’immagine tremolante di William apparve sullo schermo. Gli occhi attenti e severi dell'uomo di mezza età scrutavano la stanza, ma appena riconobbe Desmond, la tensione si allentò leggermente.

«Figlio… Desmond? Come hai raggiunto questo canale?» La voce di William era calma, ma pesante di preoccupazione.

«Padre.» Desmond si avvicinò allo schermo, il cuore che gli batteva forte, non c'era tempo per perdersi in tecnicismi. Erano anni che non vedeva e non udiva la voce di suo padre ed ora che lo aveva lì davanti, un misto di emozioni lo pervasero. «Dobbiamo parlarti di qualcosa di urgente. Alexandra Blade… è ancora viva, tenuta prigioniera da Abstergo e…forse presto la elimineranno.

Non posso permettere che accada, devo fare qualcosa.»

Seguì dunque un riassunto di quanto avvenuto, quello che aveva passato nei giorni di prigionia e come Lucy aveva ingannato tutti. Cosa che lasciò Miles senior non poco turbato, ma si sforzò di continuare la conversazione.

William strinse le labbra. «Sì, conoscevo la famiglia Blade e ciò che è capitato loro, speravo proprio che in quell'assalto io vi avessi potuto salvare entrambi, ma ho fallito.» mormorò, più tra sé e sé che rivolto a Desmond. Anche William guardava il figlio con un'espressione indecifrabile. Nessuno dei due aveva chiesto l'altro come stesse, forse, intimamente, era bastato entrambi rivedersi su quello schermo per rasserenarsi. «Mi rallegra sapere che al momento, almeno lei, sia ancora viva. Ma non posso intervenire in queste condizioni, non più, sto ancora cercando di riunire i nostri. Ogni passo falso… rischierebbe di compromettere tutto l'operato per riunire i pezzi.»

Desmond serrò i pugni, sentendo la frustrazione crescere. «Lo so! Ma se non agiamo subito, il fatto che non sia più in vita, sarà un fatto reale e lei ha un potere che in mano ai Templari è in grado di ribaltare il corso della storia stessa!» Inspirò a fondo, cercando di ritrovare la lucidità. «Se c'è almeno una che che mi hai insegnato, è proteggere chi non può difendersi. È ora di farlo, anche se le circostanze non sono perfette.»

William guardò lo schermo, fissando il volto del figlio, la determinazione che aveva sempre riconosciuto, che sembrava fino a qualche tempo nascosto sotto un velo di indifferenza, finalmente era emersa. «Desmond… hai paura… lo sento. Ma non posso permettermi di muovermi senza avere un piano. L’organizzazione è fragile, i contatti devono rimanere nascosti. Eppure…» fece una pausa, e per un attimo i muscoli del volto si rilassarono. «Sei convinto che non ci sia un’altra strada? Che non abbiate altre opzioni che chiedere il mio aiuto?»

Desmond scosse la testa. «Non c’è tempo e qui siamo in pochi. Ogni secondo che passa, Abstergo ha più controllo sul corpo e sulla mente di Alexandra. Per ora un nostro alleato li sta rallentando, ma oltre alla forza strategica, ci serve soprattutto quella fisica per portarla via da lì.»

William sospirò, chiudendo gli occhi un istante, come se pesasse su di sé ogni responsabilità. «Desmond… lo so che tra noi è sempre stato complicato, sei persino fuggito dalla nostra comune. Ma… non posso voltarti le spalle.»

Desmond sentì una fitta di sollievo, ma non abbassò la guardia. «Avremo tempo per parlare di noi, ora c'è il destino di una persona innocente in ballo. Se vorrai supportarci, avrai la mia gratitudine.»

William aprì gli occhi, fissando il figlio con una decisione che non lasciava margine a dubbi. «Va bene… Desmond. Mi unirò a voi. Troveremo un modo. Ma ascoltami: tutto deve essere calcolato. Non possiamo permetterci errori. Ogni passo falso e perderemo molto più di Alexandra.»

Desmond sorrise, un misto di sollievo e gratitudine. «Grazie, padre… lo faremo insieme. I Templari non l'avranno vinta.»

Katia, seduta accanto a lui, osservava lo scambio in silenzio. La tensione tra quei due uomini era palpabile e solo a grandi linee poteva immaginare il vissuto dei due ma poi una piccola smorfia di soddisfazione attraversò il suo volto: la connessione era stata stabilita, e con William Miles dalla loro parte, le possibilità di salvare Alexandra erano aumentate.

L’A.I. di Clay stava facendo diventare i capelli bianchi agli operatori di Abstergo. Fredda, precisa e spietata, agiva con una rapidità che nessun team di controspionaggio, per quanto numeroso e addestrato, poteva eguagliare. Ogni loro tentativo di fermarla si scontrava con una mente digitale sempre un passo avanti, capace di anticipare mosse e strategie.

Non poteva fare miracoli, ma il suo obiettivo non era annientare Abstergo. Distogliendo l’attenzione dagli operatori, consentiva ad Alexandra di muoversi nel passato con maggiore libertà. Ora, mentre parlava e si apriva con Malik e Altair, i loro dialoghi e i loro segreti restavano al sicuro, nascosti da occhi che altrimenti avrebbero letto ogni singolo rapporto. Almeno, era quello che Clay sperava.

Alexandra era sdraiata sul letto, il corpo ancora tremante per il dolore alla schiena, anche se le fitte erano ormai più sopportabili. Aveva il torso completamente fasciato e degli impacchi erano state applicate alle ferite.

L’alloggio di Parvaneh, seppur modesto, offriva un senso di sicurezza, almeno.

Un improvviso bussare la fece sobbalzare. Una voce familiare, calma ma ferma, si fece sentire: «Posso entrare?»

«Sì, certo», rispose, cercando di non mostrare il nervosismo.

La porta si aprì ed entrò Maria Thorpe, lo sguardo attento e curioso. Si fermò a metà stanza, come per valutare la sua interlocutrice. «Altair mi ha raccontato tutto… quello che hai confessato. La tua vera identità, tutto.»

Maria fece un passo avanti, abbassando la voce. «Te la farò breve. Per me non ci sono dubbi. I Templari vogliono la Mela dell’Eden, e ti hanno mandato come spia. È per questo che non hai voluto dire niente.»

La ragazza si irrigidì. Maria era veramente una donna eccezionale, molto perspicace, degna moglie del maestro dei Nizariti. «Ma io… io non ho scelto nulla di tutto questo.»

«Lo so», intervenne Maria, con tono pacato ma deciso. «Quella è gente senza scrupoli e quindi credo al fatto che ti abbiano messo in mezzo, altrimenti Parvaneh non ti avrebbe mai permesso di lasciarsi manovrare.» Fece un respiro profondo e continuò: «Io sono stata vicino a Roberto di Sable. Ho avuto modo di seguirlo, di conoscere i suoi piani… Attraverso lui, so di cosa può essere capace chi detiene la Mela e in Templari non si arrenderanno mai, andando persino contro ogni principio morale.»

Alexandra la guardava incredula. «Tu sai di che cosa sono capaci.»

Maria annuì. «Sì. Sono spietati calcolatori, non importa il tempo da cui provengano. Ti hanno mandato per raccogliere informazioni, non mi stupirei nemmeno che ti abbiano obbligato per trovare un modo di consegnargliela.»

«E tu…» Alexandra esitò, «cosa vuoi fare al riguardo?»

Maria strinse le labbra. «Forse dovrei tagliarti la gola qui ed ora, ma dentro questo corpo c'è una mia cara amica e procurerei un forte dolore a mio marito e soprattutto Malik. Le mie chiaramente sono solo ipotesi e forse sei qui per altri motivi, ma il fatto che sia la Mela il tuo oggetto di interesse, per me è la spiegazione più logica.»

«Ti ringrazio. Forse per me ormai non c’è più speranza, ma sarebbe ingiusto che a rimetterci sia Parvaneh. Io ho visto il suo futuro con Malik. Avranno tre figli, e alla loro primogenita daranno il tuo nome. Non voglio che questo futuro si spezzi.»

Alexandra era sincera. E proprio per questo il conflitto che le stringeva il petto era quasi insopportabile.

Stava iniziando a chiedersi cosa fosse davvero giusto fare.

Per ora, anche se l’Animus aveva registrato che si era rivelata ad Altair, nessuno l’aveva ancora scollegata per affrontarla.

Forse avevano deciso di lasciarla lì, finché non avesse portato a termine la sua missione.

Non osava nemmeno immaginare in che stato fosse il suo vero corpo.

Portò istintivamente la mano alla tasca e sentì la piccola protuberanza della spilletta a forma di farfalla.

La estrasse, lasciandola scivolare tra le dita, e la osservò a lungo, consapevole dello sguardo di Maria su di lei.

«Nella mia terra natia, la farfalla bianca ha molti significati… ma soprattutto rappresenta amore e speranza.

Voglio credere che quelle qualità che ho sempre visto in Parvaneh siano state ereditate dalla sua discendente.»

Maria fece una breve pausa, poi riprese con voce più ferma:

«Sono d’accordo con mio marito nel lasciarti fare, per ora, ciò che devi fare, se questo può aiutare una consorella.

Ma sappi che se davvero stai puntando alla Mela, dovremo fermarti con ogni mezzo necessario.

In ballo ci sono forze più grandi di noi, e le nostre vite valgono poco, se messe davanti al bene comune.»

Una fitta improvvisa attraversò la schiena di Alexandra, così intensa da farle serrare i denti. Inspirò piano, come per non darle spazio.

«Non sto pensando a niente.

È come se mi fossi appoggiata male.

Un dolore nella schiena o sul fianco,

un sapore amaro nella bocca della mia anima…

perché, in fin dei conti,

non sto pensando a niente,

ma proprio a niente,

a niente…»

Maria inclinò leggermente il capo, sorpresa. «Non l’ho mai sentita.»

«Perché colui che l’ha scritta non è ancora nato.»

Alexandra accennò una smorfia, che non arrivò mai a diventare un sorriso.

«È incredibile quante cose ho scoperto di sapere… o di ricordare, da quando sono stata catapultata in questo tempo.

Forse l’unica cosa positiva è che ho raggiunto una consapevolezza maggiore.»

Maria abbassò per un istante lo sguardo, come se quelle parole l’avessero colpita più di quanto volesse ammettere. Quando tornò a guardarla, nei suoi occhi non c’era più solo fermezza, ma anche qualcosa di fragile, trattenuto a fatica.

«Consapevolezza…» ripeté piano. «È una parola crudele, a volte. Perché ti costringe a vedere tutto, anche quello che vorresti ignorare.»

Si avvicinò di un passo, poi di un altro, fermandosi a poca distanza dal letto.

«Io dovrei vederti come una minaccia. Ma davanti a me vedo una ragazza ferita, che porta addosso il peso di scelte che nessuno dovrebbe essere costretto a fare.»

Inspirò lentamente, come per riprendere controllo.

«Se davvero hai visto il futuro di Parvaneh… allora significa che tra voi c'è un forte legame. E questo rende tutto più difficile, non più semplice.»

Lo sguardo le si addolcì, quasi con tristezza.

Poi, con un filo di voce:

«Ma se menti… a prescindere dai miei sentimenti e quelli degli altri… allora non esiterò. Non per odio. Per paura di quello che potrebbe accadere a tutti noi.»

Restò in silenzio per qualche secondo, poi concluse, quasi in un sussurro:

«Vorrei tanto potermi fidare di te, Alexandra. Davvero.»

«Tutto ciò che ti chiedo solamente, Maria» rispose Alexandra, senza più alcuna forza, «è di ricordarti che qualunque cosa io faccia, qui c'è Parvaneh. Fidati della sua lealtà.»

Maria serrò le labbra, come se stesse trattenendo qualcosa che non voleva lasciar uscire. Quando parlò, la voce era più bassa, più rotta.

«Parvaneh…» ripeté, piano. «È questo che mi tormenta di più, sai.»

Posò una mano sul bordo del letto, senza però toccarla.

«La conosco. L’ho vista restare in piedi quando altri cadevano. L’ho vista scegliere la lealtà anche quando nessuno l’avrebbe biasimata se avesse scelto di fuggire.»

Deglutì. «Se mi dici di fidarmi di lei, lo faccio. Senza esitazione.»

Alzò lo sguardo, fissando Alexandra con un’intensità nuova.

«Ma fidarmi di lei… non significa non avere paura per lei.»

La voce le si incrinò appena.

«Se qualcosa andrà storto, se pagherà per decisioni che non sono sue… io non so se riuscirò a perdonare questo tempo, questo destino, o me stessa per non aver fatto abbastanza.»

Inspirò profondamente, come per raccogliere ciò che le restava della sua fermezza.

«Proteggerò Parvaneh. Te lo prometto. Non porrò fine alle vostre vite, se prima non sono sicura che non si possa fare altrimenti.»

Poi, più piano: «E spero che, ovunque tu venga, qualcuno stia facendo lo stesso per te.»

Restò così, immobile, in quel silenzio carico di tutto ciò che nessuna delle due riusciva a dire.

Desmond e gli altri dovettero prendersi un’intera giornata, sia per affinare il piano, sia per muoversi col favore della notte, in un orario in cui i loro progetti non sarebbero saltati per un banale imbottigliamento del traffico, che a Roma era pratica comune, soprattutto in una zona di uffici.

William Miles aveva promesso che avrebbe fatto il possibile per supportarli, ma la scarsità di tempo e la necessità di riunire gli ultimi combattenti rimasti imponevano che, almeno all’inizio, fossero loro a fare da apripista.

Il loro Clay si era messo in contatto con la sua copia all’interno dei sistemi Abstergo, che stava ancora creando scompiglio, per far sì di avere la strada sgombra.

La fortuna volle che fosse venerdì e ci fosse lo sciopero di ventiquattro ore dei mezzi, oltre che una pioggia battente. Metà dello staff non indispensabile era rimasto a casa in smart working.

Con lo stesso furgoncino che giorni prima li aveva portati al rifugio, percorrevano ora la strada inversa.

Lucy era con loro: legata e sorvegliata da Katia, che non le staccava gli occhi e la pistola di dosso neanche per un secondo.

Alla guida c’era Shaun, che con sorprendente maestria riusciva a districarsi tra macchine in doppia fila e motorini che spuntavano all’improvviso dai lati.

A un certo punto sbottò:

«Spiegatemi come è possibile che siano stati i romani ad inventare il codice stradale, perché io comincio ad avere seri dubbi.»

Rebecca, seduta accanto a lui col portatile sulle ginocchia, nemmeno alzò lo sguardo.

«Rimani concentrato, per favore. Le tue lamentele da automobilista frustrato, in questo momento, non aiutano nessuno.»

Poi sbiancò.

«Cazzo…» mormorò. «Clay mi ha appena mandato il report dei parametri vitali di Alexandra. È debolissima. Sono giorni che la tengono collegata all’Animus. Deve essere rimossa subito.»

Dal sedile posteriore Desmond si sporse in avanti.

«Accelera, Shaun. Non mi importa se prendi una multa. Dobbiamo arrivare lì il prima possibile.»

«Sto già andando al limite, se accelero ancora ci ferma prima la municipale che i Templari.»

Poi lanciò un’occhiata rapida nello specchietto. «E comunque… sei sicuro che tuo padre arriverà davvero? Perché con noi quattro, un’IA e una traditrice come prigioniera, non mi sembra proprio una squadra da assalto prolungato.»

Desmond serrò la mascella. Per un attimo abbassò gli occhi, poi li rialzò, più duri.

«Ha detto che verrà. Mi fido della sua parola.»

Inspirò a fondo.

«E ce la faremo. Non lasceremo la nostra consorella nelle mani di quei barbari.»

La pioggia cadeva fitta, trasformando l’asfalto in uno specchio nero che rifletteva le luci fredde dei lampioni e dei semafori sospesi nel vuoto della notte. Il furgoncino emerse dalla cortina d’acqua come un’ombra in movimento, con i tergicristalli che fendevano il parabrezza in un ritmo ossessivo, regolare, quasi un battito cardiaco artificiale.

Poi l’edificio dell’Abstergo Industries apparve davanti a loro.

Il logo composto da tre trapezzi affiancati ai vertici che uniti formavano un triangolo bianco, grande e luminoso, spiccava su una massa scura che si innalzava contro il cielo plumbeo, un monolite di vetro e acciaio che sembrava divorare la luce invece di rifletterla. Le finestre, disposte in file perfette, restituivano bagliori opachi, come occhi spenti che osservavano senza mai sbattere le palpebre. La pioggia scivolava lungo la facciata in rivoli sottili, tracciando linee irregolari su una geometria troppo perfetta, come se l’acqua stessa tentasse di graffiare quella superficie liscia e impenetrabile.

Il furgone rallentò, le ruote che frusciavano sull’asfalto bagnato, sollevando schizzi che si dissolsero subito nel buio. Il motore restò acceso, un ronzio basso e costante, mentre i fari illuminavano per un istante l’ingresso principale.

Intorno, la città sembrava essere stata inghiottita dal buio e dal maltempo. Nessun passante, nessuna voce, solo il rumore della pioggia che batteva contro la carrozzeria e il ticchettio dell’acqua che colava dalle grondaie.

Il furgoncino si fermò del tutto, Shaun parcheggiò su una via laterale per non essere notato, e poi scesero. Minuscoli e fragili davanti a quella torre di vetro che prometteva solo una cosa: da lì in avanti, nulla sarebbe stato certo, la loro sopravvivenza prima di tutto.

«Come pensate di riuscire ad entrare?» chiese Lucy, con tono ostile.

«Sai quando si dice che il nascondiglio migliore è quello in bella vista?» rispose Katia. «Clay ha fatto sì che il report sulla mia compromissione, e quindi anche sulla tua possibile, venisse cancellato dagli archivi. E certo non insegnano alle guardie a impararsi tutte le facce.»

Lucy fece una smorfia, aveva già capito dove voleva andare a parare.

«Ricorda che ho io la pistola. Un passo falso e tutti i tuoi sogni di ascesa tra i Templari e nel mondo delle neuroscienze andranno in fumo con un “bang”.»

Dall’espressione decisa di Katia, Lucy comprese che non stava affatto scherzando. Cercò allora lo sguardo di Desmond. Lo fissò intensamente, ma scoprì subito di non avere più alcun magnetismo su di lui.

«Dannazione a voi… se solo le cose fossero andate diversamente…»

«Cosa?» chiese Desmond, stizzito. «Mi avresti fatto rivivere tutta la vita di Ezio Auditore e magari anche di un altro antenato, scoprire tutto quello che i miei avi avevano capito sulla verità dietro la Mela dell’Eden e poi buttarmi come una scarpa vecchia? Forse è proprio quello che state facendo con Alexandra in questo momento. Se davvero la mia vita ha un ruolo chiave in tutta questa faccenda, non sarà mai al vostro servizio.»

«Avanti, ragazzi, voi subito dietro di me. In un attimo ci siamo già infradiciati, nonostante gli impermeabili. Se ci muoviamo con nonchalance, nessuno sospetterà nulla» aggiunse Katia.

Il gruppo avanzò quindi a passo sicuro verso l’ingresso principale, la hall aperta al pubblico. Katia era subito dietro Lucy e, da sotto l’impermeabile, le teneva premuta la canna della pistola sulla schiena.

Il pavimento lucido della hall rifletteva le luci bianche del soffitto come uno specchio d’acqua immobile. L’aria era troppo pulita, filtrata, con quell’odore sterile di disinfettante e metallo che sapeva di laboratorio più che di ufficio. Ogni passo risuonava fin troppo forte.

Lucy deglutì impercettibilmente.

«Tenete la testa bassa e non guardate in giro» mormorò Katia, a denti stretti, senza smettere di spingerle la pistola contro la schiena. «Siamo solo dipendenti in ritardo per il turno serale.»

«Sei fuori di testa se pensi che funzioni» sibilò Lucy. «Qui dentro non esiste “normale”.»

«Appunto. È per questo che nessuno farà domande.»

Alla reception, un addetto sollevò lo sguardo dal monitor. I suoi occhi si posarono su Lucy con riconoscimento immediato.

«Dottoressa Stillman, buonasera.»

Lucy si irrigidì per un battito di ciglia, poi annuì con la solita compostezza professionale.

«Buonasera. Dobbiamo salire ai livelli di ricerca, c’è stato… un problema tecnico per cui è richiesta la mia presenza.»

L’addetto esitò, le dita sospese sopra la tastiera.

«Non risultano interventi a quest’ora, nella sezione di ricerca. Forse siete stata male avvisata per il problema ai sistemi di queste ultime ore... è un caos.»

Katia fece un mezzo passo avanti, con un sorriso che non arrivava agli occhi.

«Per quello sono stata chiamata io. Come può vedere dal mio tesserino, io faccio parte del team informatico e ora come ora serve tutto il supporto anche dagli agenti esterni.»

Rebecca, rimasta nel furgoncino per monitorare il tutto con una microspia da remoto, trattenne il fiato. Shaun abbassò istintivamente il capo, fingendo di controllare qualcosa sul telefono spento. Desmond restò immobile, lo sguardo fisso su Lucy, come se cercasse di leggerle dentro.

L’addetto studiò per un istante i loro volti, poi tornò allo schermo.

«Serve il badge.»

Lucy estrasse il suo senza voltarsi, lo passò sul lettore. Un bip secco. Luce verde.

Lo stesso fece Katia.

«E per loro?» chiese l’uomo, indicando il resto del gruppo.

Lucy sentì la pressione della pistola aumentare di un soffio.

«Sono con me» rispose. «Responsabilità mia.»

Un’altra pausa. Poi un secondo bip, stavolta più prolungato, mentre il sistema registrava l’accesso collettivo.

«Ascensori sulla destra. Secondo piano.»

«Lo so, grazie.»

Superarono la reception senza voltarsi. Solo quando furono abbastanza lontani, Shaun lasciò uscire l’aria dai polmoni in un soffio tremante.

«Non ci posso credere…» mormorò. «Ha funzionato davvero.»

«Non cantare vittoria» ringhiò Lucy. «Le telecamere ci hanno già schedati. Se qualcuno incrocia i turni—»

«Clay ci sta coprendo anche lì» la interruppe Katia. «Ma non durerà in eterno.»

Davanti agli ascensori, Lucy si fermò di colpo.

«Sappiate questo» disse, senza voltarsi. «Se saliamo, non si torna indietro. Qualunque cosa pensiate di fare, Abstergo non lascia testimoni.»

Desmond fece un passo avanti.

«Nemmeno noi lasciamo indietro la nostra gente.»

Per un istante, Lucy chiuse gli occhi. Poi premette il pulsante dell’ascensore.

Un ding metallico ruppe il silenzio.

Le porte si aprirono lentamente, rivelando l’interno illuminato di bianco, asettico, impersonale come una sala operatoria.

Katia la spinse dentro per prima.

«Avanti. Ora si va fino in fondo.»

Le porte si richiusero con un sibilo pneumatico, e l’ascensore iniziò la salita, mentre sopra di loro il grande logo di Abstergo continuava a brillare, ignaro — o forse perfettamente consapevole — di ciò che stava per accadere tra i suoi corridoi.

Warren Vidic aveva un diavolo per capello. Non riusciva ad accedere agli archivi, non riusciva ad aprire nemmeno un semplice programma di compatibilità.

Clay A.I. aveva resettato le password di quasi tutti i dipendenti e, per giunta, li prendeva persino in giro, con la famosa citazione di Jurassic Park: «Ah ah ah, non hai detto la parola magica».

«Persino da morto quest’uomo mi perseguita!» esclamò con rabbia il vecchio scienziato. «Che sia dannato lui e tutta la sua stirpe!»

Il quartetto venne accolto al secondo piano dai migliori epiteti che il personale potesse pronunciare, all’ennesima comparsa dell’omino raffazzonato che, ancora una volta, chiudeva loro i programmi in faccia con quell’antipatica frasetta.

Solo le guardie si frapposero davanti a loro, per controllare i badge delle due dipendenti e degli ospiti.

«Il dottor Vidic è nel suo ufficio, giusto?» chiese Katia a una di loro.

«Ci vive in quel cubicolo. Poi, da quando si è dilagato questo virus, è stato ancora peggio.»

Quando bussarono alla porta e, con tono stanchissimo, il dottor Vidic rispose che era aperto, lo trovarono curvo sulla scrivania, con le mani tra i capelli. Ma rimase non poco sorpreso quando, alzando il capo, vide quell’insolito gruppo.

«Dottoressa Stillman, agente Sofian! Che ci fate qui con quello e… e il Soggetto 17 per giunta! Vi siete bevute il cervello!»

Shaun chiuse rapidamente a chiave la porta, cosa che fece subito drizzare la schiena allo scienziato. Per non bastare, pochi istanti dopo si trovò la pistola di Katia sventolargli davanti al naso.

«Si allontani dalla scrivania, dottore. Non osi premere il pulsante di emergenza o le sue cervella arderanno in un attimo questo triste ufficio.»

Vidic alzò le mani e si spinse indietro con la sedia. «Voi due! Mi avete tradito! Ed io che riponevo molta fiducia. Soprattutto in lei, dottoressa Stillman!»

Lucy si morse un labbro. «Se può farle piacere, sono un ostaggio tanto quanto lei.»

«Ma com’è possibile? Come l’hanno scoperta?»

«Pensavate di essere superiori a chiunque, ecco com’è stato possibile. Ma avete sottovalutato il desiderio di libertà e di vita del prossimo, e questo vi si è rivoltato contro» disse Katia, con determinazione.

«Ha firmato la condanna a morte sua e della sua famiglia, agente Sofian. Quando la metteremo KO, rimpiangerà di essere nata!»

«L’unico mio rimpianto è di avere aperto gli occhi troppo tardi. E forse è anche per questo che io sono condannata a ricordare la storia, anche quella perduta. Affinché non dimenticassi, per imparare dal passato e fare meglio nel futuro.»

«Basta così, hai concesso a questo tipo di prendersi fin troppo tempo» disse Shaun, per poi farsi consegnare la pistola, così che potesse continuare a minacciare l’uomo mentre lei armeggiava al computer.

Nel frattempo Lucy veniva tenuta ferma da Desmond.

Ancora una volta, l’omino che chiedeva la parola magica apparve sullo schermo. Katia ci pensò un attimo, poi digitò: Resilience*.

*La capacità di un sistema di recuperare rapidamente da errori o interruzioni, tornando operativo.

Un suono di applausi rimbombò nelle casse. Ora quella postazione era libera di accedere a tutti i settori che Clay A.I. aveva sbloccato per Katia, per individuare l’ubicazione di Alexandra e compromettere il sistema di sicurezza dell’edificio, così che più tardi William Miles e i suoi non avrebbero trovato ostacoli particolarmente ostici.

Oltre a questo, inserì la chiave di memoria di Desmond, su cui era impiantato il Clay del rifugio, così che lui e quello di Alexandra potessero di nuovo diventare un tutt’uno e quindi potenziare le loro capacità.

«Grazie a questo upgrade» disse Clay A.I., la cui immagine si ricreò sullo schermo, formandosi attraverso l’unione di numeri e simboli, «posso aiutare a potenziare il macchinario di Lucy, così Desmond potrà entrare in Altair e fermare Alexandra. Anche tu, se lo vorrai, ne hai la capacità genetica, Katia.»

Katia deglutì. «Io? Ma non possiamo semplicemente staccarla? Tanto ci hai detto che si è rivelata ad Altair stesso, no?»

Vidic zompò sulla sedia, apprendendo solo ora quella informazione.

Clay sospirò. «Il fatto è che il tempo trascorso nel tempo dei Nizariti scorre molto più velocemente che in quello attuale e da quando ci sono state quelle riscritture temporali, sommate al fatto che sta avendo accesso ai suoi ricordi primordiali, il flusso ha accelerato ulteriormente, per non parlare delle accelerazioni eseguite dall'Animus stesso. Quelli che per noi sono una manciata di giorni, per lei sono settimane, e la sua mente si è “ancorata” a quel tempo. Se la stacchiamo ora… non so se, una volta scollegata, ci sarà ancora un’anima o se tirerete fuori solo un guscio vuoto.»

«Mi stai dicendo che siamo arrivati tardi?» disse Desmond, con la voce spezzata.

«No, forse abbiamo ancora una possibilità. Accompagnandola con calma verso l’uscita, con le migliori competenze in campo neurologico. Ma prima di tutto ciò dobbiamo fermarla dal compiere il suo obiettivo.»

Come Clay aveva detto loro, per Alexandra, nelle ore trascorse mentre si stavano organizzando, i giorni erano passati. Finalmente aveva di nuovo la forza di rialzarsi, benché il corpo non avesse ancora riacquistato piena forma. Niente arrampicate sui palazzi per un bel po'.

In quel tempo non aveva potuto scrivere a Louis, così si chiese se il francese avesse preso provvedimenti al riguardo o se aveva rinunciato. Del resto la situazione politica ad Ascalona non era delle migliori e anche le ricche famiglie non erano esenti dal preoccuparsi dell'attuale situazione di disarmo della città.

Anche al castello della Confraternita non si respirava un’aria migliore: da quando Alexandra/Parvaneh aveva ucciso il Priore, si era formata una vera e propria spaccatura. Molti erano dalla parte della donna, ma Abbass rimaneva fermo sulla sua posizione e un discreto nugolo di Assassini era con lui.

Altair e Malik facevano del loro meglio, dall’alto delle loro cariche, per tenere tutto in ordine. Si premuravano persino di mandare gli accoliti delle due fazioni opposte in missioni separate, onde evitare che si dessero pugnalate alle spalle.

«Nervoso per questa sera?» chiese il Maestro al suo fidato amico, a un certo punto, mentre erano sommersi dalle scartoffie.

Malik non rispose, ma iniziò a grattarsi nervosamente la testa.

«Eppure già glielo avevi chiesto alla festa delle mie nozze!» aggiunse, allegramente, quasi ridendo. «Chiederglielo una seconda volta non sarà così difficile!»

«Sì, sì, lo so, Altair, ma vedi… da allora sono passati mesi e mi spiace ammetterlo, ma gli ultimi episodi accaduti mi hanno un po’ “bloccato”, ecco.»

«Ma tu la ami ancora, non è così?»

Malik sollevò lo sguardo per guardare in faccia Altair, che aspettava una risposta, sorridendo fiduciosamente.

«È il mio stesso respiro, la forza che mi manda avanti.» Poi si guardò la manica della tunica, raccolta per nascondere il moncherino. «Accanto a lei mi sento un uomo completo.»

«Allora che senso ha ritardare? Alexandra vi ha detto persino che avrete tre figli!»

«È a causa di Alexandra stessa che ho timore di chiedere a Parvaneh di sposarmi» rispose Malik, abbassando il capo. «Parvaneh è “sbocciata” da quando quella donna del futuro è apparsa. Mi ha detto che fu nel periodo dell’attacco dei mamelucchi che ella è apparsa. Sia chiaro, ho sempre provato dei sentimenti per Parvaneh, ma è stato solo da lì in poi che ho iniziato davvero ad accorgermi di ciò che provavo.»

Altair assottigliò lo sguardo e abbassò la penna d’oca con cui stava scrivendo la lettera d’incarico per l’ennesima missione. «Credo d’aver capito che cosa intendi. Ma secondo me quello che devi fare è smettere di pensare così tanto. Alexandra proviene da un futuro dove la nostra vita è solo una rappresentazione su un arazzo, un racconto storico, qualcosa di astratto. Certo, non l’ha aiutata nel senso delle lotte e nel trovare strategie. Sicuramente le ha dato una grossa mano grazie alle sue conoscenze del futuro, ma la forza di combattere, guardare in faccia il pericolo, sacrificarsi… quello è tutto farina del sacco di Parvaneh. La conosciamo fin da bambina, sai bene di cosa è capace.»

Malik si morse il labbro. «Mi vergogno di aver detto una cosa del genere.»

Altair scosse il capo. «Invece secondo me hai fatto bene a dirmelo. Sono il tuo migliore amico, prima di essere il tuo Maestro: con chi altri, se non con me, dovresti parlare di queste tue titubanze? Certo, ti invito a non dirlo a lei, non voglio un altro dramma amoroso fra voi due!»

Malik gli lanciò una palla di pergamena per farlo smettere di ridere.

«Hai ragione, ammetto che ora mi sento meglio» annuì con decisione. «Sì, questa sera è il momento giusto, anche se mi tedia non poco che in realtà saremo in tre.»

Quando una servetta recapitò l’invito del Consigliere a Parvaneh, quest’ultima rimase stupita e incuriosita. La invitava, se se la sentiva, a recarsi al cortile interno per l’ora di cena, poiché aveva un’importante cosa da dirle.

Ovviamente Alexandra le diede immediatamente “il cambio”, affinché qualunque fosse il motivo per cui Malik le aveva scritto, quella fosse una loro questione e lei, per rispetto, sarebbe rimasta in disparte.

Parvaneh accettò, ma aveva ancora difficoltà a vestirsi, quindi chiese alla stessa servetta di aiutarla. Quest’ultima, forse certa che gli abiti fossero nella grossa valigia nell’angolo della stanza, si diresse a passo sicuro in quella direzione.

«No, fermati!»

L’esclamazione fu così accesa che la giovinetta saltò sul posto. Parvaneh iniziò a sentire le orecchie scaldarsi per l’imbarazzo, ma cercò di superarlo.

«È… è tutto nell’armadio. Lì ci sono solo coperte.»

La servetta la guardò per un attimo di sbieco, poi, senza dire nulla, si diresse verso l’armadio.

Malik non avrebbe potuto desiderare una serata migliore. Il cielo era sereno, la luna quasi piena, la volta celeste qualcosa di meraviglioso e surreale. L’inverno era ormai alle porte, ma non c’era luogo più suggestivo di quello, a suo parere.

Aveva fatto allestire una tenda sulla terrazza più bassa, quella con il colonnato ad archi, da cui si poteva godere della panoramica più suggestiva di tutta Masyaf. All’interno, un caldo focolare, tappeti e leccornie varie, le preferite della sua compagna. Tra le dita faceva scorrere un anellino di ottone, inciso da solchi obliqui, come una spirale infinita che si richiudeva su sé stessa. Aveva visto questo gesto — donare un anello all’amata come pegno d’amore — da Altair e Maria, per la quale era tradizione nelle sue terre. A Malik quel simbolismo era piaciuto, così aveva deciso di fare altrettanto, certo che Parvaneh avrebbe apprezzato.

Di colpo se lo rimise in tasca, non appena udì dei passi sul selciato. Si voltò e sorrise immediatamente quando vide la sua compagna scendere, avvolta dalla luce lunare. Indossava un abito di lino color lillà — un altro regalo dell’amica inglese — con maniche a campana di giglio e ricami bianchi; alla vita, una cintura di cuoio nuova e lucida, con fibbia argentata. Ai piedi, babbucce della stessa tonalità dell’abito. Lo stesso valeva per il velo, semitrasparente e bordato d’argento, fermato in cima da un fermaglio. I capelli erano sciolti e le ciocche si muovevano leggere a ogni suo passo.
Sul petto spiccava la spilletta a forma di farfallina bianca.

Lui, invece, era rimasto con la divisa da Consigliere e quasi si vergognò di non essersi presentato meglio; ma tra il lavoro e l’allestimento, era stata davvero l’ultima cosa a cui aveva pensato.

Le andò incontro, porgendole la mano. Parvaneh rispose offrendo la propria, che Malik si portò immediatamente alle labbra.

La guardò negli occhi e sorrise dolcemente. «Sei tu.»

Parvaneh ricambiò il sorriso, anche se non riuscì a nascondere un leggero velo di malinconia.

«Vieni dentro, non voglio che tu prenda troppo freddo.»

La condusse così all’interno della tenda, calda e accogliente.

La giovane si portò le mani al collo per sciogliere il nodo del candido mantello che le copriva le spalle, ma dovette farsi aiutare da Malik, poiché le ferite alla schiena ancora tiravano.

Si sedettero poi su grandi e soffici cuscini ricamati e, ora che si guardava attorno, Parvaneh non poté fare a meno di ammirare la cura dell’uomo nell’allestire quel luogo.

«Sono contento che ti piaccia» commentò Malik, soddisfatto dell’espressione di Parvaneh. «Prendi questi datteri, sono la tua varietà preferita, giusto?»

«Vuoi viziarmi, stasera?» chiese Parvaneh, sorridendo dolcemente, per poi allungare la mano verso il vassoio che le era stato porto. Le guance le si imporporarono non appena le papille gustative entrarono in contatto con il suo frutto prediletto.

Malik osservava Parvaneh mentre assaporava i datteri, il volto leggermente illuminato dal fuoco del focolare. Il profumo della frutta mista a quello della legna arsa creava un’atmosfera calda, quasi sospesa.

«Sai…» iniziò lui, esitante, cercando le parole giuste. «Non sempre le cose vanno come vorremmo. A volte il mondo ci costringe a fare scelte… difficili.»

Parvaneh lo guardò, il sorriso dolce ma attento. «Difficili per chi?»

«Per chi ama» rispose Malik, abbassando lo sguardo sul tappeto. «E io… ti amo, Parvaneh. Forse troppo, se è possibile amare ancora di più di quanto si ami già qualcuno.»

La giovane lo fissò, sorpresa dalla sincerità del tono, e si chinò leggermente in avanti. «Anche io ti amo ed il fatto che tu mi voglia rimanere accanto, nonostante i mie segreti, mi da una forza che forse non riesci ad immaginare.»

Malik inspirò a fondo e continuò, la voce un po’ più ferma. «Ogni giorno penso a te. A tutto quello che potrebbe accadere, a ciò che potremmo diventare… insieme. E non voglio più rimandare. Ma c’è sempre qualcosa che mi trattiene… la paura di sbagliare, di ferirti.»

Parvaneh lasciò cadere le mani sul grembo, osservando il fuoco. «Malik… anche io ho paura. Ma forse è la paura che rende tutto reale. E più ci avviciniamo, più le nostre scelte diventano importanti.»

Malik sollevò lo sguardo, incontrando finalmente i suoi occhi. «Esatto. E stasera… voglio che sia solo per noi, senza pensare al mondo là fuori. Voglio… che tu sappia quanto sei importante per me, senza parole vuote, senza promesse non mantenute. Solo tu e io, per questo momento.»

Parvaneh sentì il cuore battere più forte. Le guance le si accesero di nuovo, ma questa volta era un calore diverso, pieno di emozione e attesa. Nessuno dei due parlò per qualche istante, lasciando che il silenzio tra loro fosse un complice, un ponte invisibile che li avvicinava sempre di più.

Malik si alzò lentamente, il cuore che gli batteva all’impazzata. Dalla tasca interna del mantello estrasse l’anellino di ottone e lo mostrò a Parvaneh.

Quest'ultima sussultò, alla vista di quel prezioso oggetto.

Malik inspirò a fondo. «Entrambi abbiamo perso le nostre famiglie troppo presto… non avrei saputo come fare questo momento più solenne. Ma… forse non c’è bisogno di cerimonie elaborate, vero?»

Parvaneh lo guardò intensamente. «Malik… sai bene che, fin dal momento in cui ho scelto di diventare un’Assassina, in me non c’è niente di tradizionale. Se questo gesto è sincero, allora è più che sufficiente.»

Il sorriso di Malik si fece più ampio. «Allora… accetteresti questo pegno? Un simbolo del mio amore, di ciò che ci lega, anche se il mondo ci separasse?»

Parvaneh annuì, con un leggero tremito alle labbra. «Sì…»

«Alexandra, sei testimone che tua nonna ha detto sì!» Esclamò allegramente Malik, con tono decisamente spensierato.

Parvaneh sorrise dolcemente. «Ha detto che vorrebbe scattarci una fotografia, in questo momento.»

Malik le strinse la mano e le passò l’anello al dito, avvolgendolo con delicatezza. «Non so che significa, ma non mi serve nessun oggetto del futuro per custodire per sempre nel cuore questo momento.»

Il fuoco scoppiettava vicino a loro, e fuori la luna sorvegliava silenziosa il cortile. Nessuno parlò per qualche istante, lasciando che il gesto, semplice eppure così potente, parlasse da sé.

Si recisero poi a vicenda una ciocca di capelli e la intrecciarono, come tradizione della loro terra, in segno di eterno amore. Malik le carezzò la guancia e poi si scambiarono un bacio, intenso quanto — se non di più — di quello che si erano dati quel giorno alla spiaggia o nelle diverse notti di intimità trascorse insieme da settimane.

Ma il senso di colpa di lei non rendeva il momento così idilliaco come lo aveva sempre immaginato. Presto o tardi, Alexandra avrebbe palesato il suo intento. Il cuore di Malik sarebbe stato davvero così forte da continuare ad amarla, nonostante tutto?

Dopo aver cenato, decisero di prendere una boccata d’aria e godersi un po’ del panorama. La città di Masyaf si stendeva sotto di loro, illuminata da luci tremolanti e dal pallido bagliore della luna. L’aria era fredda ma frizzante, e il silenzio, interrotto solo dal lieve fruscio delle foglie delle siepi e dal lontano verso di un gufo, sembrava proteggere quel momento fragile e prezioso.

Parvaneh si appoggiò alla balaustra, osservando le torri e le mura che avevano visto secoli di storia. Malik le si avvicinò, sfiorandole la spalla con delicatezza. «Vedi…» disse a bassa voce, «non importa cosa accadrà domani o chi ci ostacolerà. Quello che conta è ciò che abbiamo ora.»

Lei lo guardò, combattuta tra il cuore e la mente, tra il presente e Alexandra, simbolo che ottocento anni più tardi, la lotta contro i Templari sarà tutt'altro che terminata. «Sì…» mormorò, «ma quanto a lungo riusciremo a proteggerlo? Il mondo là fuori… è tutt’altro che sicuro.»

Malik la strinse a sé, lasciando che per un attimo il resto del mondo svanisse. «Allora ci terremo stretti, finché potremo. Anche solo per questa notte.»

Il vento le scompigliò i capelli intrecciati e la luna li illuminava entrambi, come se volesse testimoniare quel patto silenzioso tra due anime legate, nonostante tutto ciò che sarebbe venuto.

Malik si chinò in avanti per cercare di darle un altro bacio, ma un urlo squarciò la poesia di quel momento.

Senza alcun indugio, entrambi risalirono il cortile, per vedere cosa stava accadendo.

Un’onda d’urto di energia si propagò dall’interno del castello e quasi li fece perdere l’equilibrio, una volta raggiunti.

«Ma questa è l’energia della Mela dell’Eden!» esclamò allarmato Malik, che poi rimase a bocca aperta non appena vide Parvaneh superarlo.

In realtà, nel momento in cui l’onda li aveva investiti, Alexandra aveva intuito subito di cosa si trattasse e aveva immediatamente preso il posto dell’antenata.

Nonostante le ferite le provocassero dolori lancinanti a ogni movimento brusco, corse il più veloce possibile verso l’alloggio dell’Assassina. Era proprio da lì che provenivano le urla. La porta era aperta.

Non appena vi entrò, vide la servetta di prima, ormai piegata dal dolore, mentre tra le mani stringeva la sfera creata dagli ISU.

«Pazza!» esclamò Alexandra, prendendo di corsa un panno e strappandogliela dalle mani.

«Io… io ero solo curiosa…» disse la servetta, agonizzante.

Anche Altair e Maria, così come gli altri Assassini presenti, furono colpiti dall’energia.

Altair corse subito su per le scale, per raggiungere la libreria della sua postazione, ma con stupore vide che la Mela era al suo posto. Subito dopo però aggrottò lo sguardo, poiché non brillava della solita luce pulsante che la faceva sembrare "viva".

La prese immediatamente tra le mani e la osservò meglio. L’attimo dopo, con rabbia, la scagliò in un angolo della sala. Un falso. Un dannato falso.

«Chiamatemi immediatamente Parvaneh!» tuonò Altair, affacciandosi alla balaustra.

Ma Parvaneh — o meglio, Alexandra — si era già messa di corsa gli stivali, perché con le babbucce era impossibile correre più veloce, e aveva già lasciato il castello con la sfera in mano.

Grazie all’effetto osmosi, i suoi riflessi erano ormai sviluppati al massimo e riuscì rapidamente a individuare un cavallo nel cortile d’ingresso, montarci sopra e scattare verso l’uscita.

«Non lasciate che fugga!» urlò Altair, ma il ponte levatoio non venne abbassato abbastanza in fretta. Solo il velo rimase impigliato, ma ciò non arrestò la sua corsa.

Scendendo lungo la città fu persino più facile e in men che non si dica raggiunse i cancelli, per poi far perdere la sua figura all’orizzonte, tra le rocce del sentiero.

«Parvaneh! No, Parvaneh!» Urlò Malik, correndo e andando a sbattere contro le grate del ponte levatoio.

«Risollevate il cancello, non possiamo lasciarcela scappare!» Ordinò Altair, già in groppa anche lui ad un cavallo, affiancato da Maria.

Quando il cancello si rialzò, il Consigliere si chinò per raccogliere il velo, perduto dalla fidanzata e se lo portò al cuore.

«Infine quella ha fatto la sua mossa.» Ringhiò a denti stretti.

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