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Creato il 08/07/2026, 20:34 · Aggiornato il 08/07/2026, 20:34

Capitolo 27: Capitolo 10 - Io Non Sarò 2.2

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoCompleta

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Morte
  • Sangue
  • Violenza
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Aveva compiuto il suo dovere. Aveva fatto ciò che il dottor Vidic le aveva ordinato. Non c'era nient'altro da fare lì, in Terra Santa, nel 1193 d.C. Allora perché ancora non la liberavano?

Dopo pranzo la stanchezza era sopraggiunta e, a giudicare dai glitch che ora la circondavano, ne era certa: aver consegnato la Mela a Louis stava ancora una volta cambiando il corso della storia.

Ormai si era abituata a quegli “errori” della realtà, non si stupiva nemmeno più. Andò a coricarsi nella sua stanza e presto si addormentò.

«Ci siamo quasi, dobbiamo solo fare in modo che le particelle modificate attecchiscano al DNA e così otterremo il risultato desiderato.»

La voce di Aita risvegliò l'umano di sesso indefinito che era imprigionato nella capsula, immerso fin sopra la testa in uno strano liquido simile all'acqua, ma che, dalla sensazione sulla pelle, non sembrava tale. Non pareva che lo scienziato si fosse accorto che egli fosse sveglio e in grado di sentire tutto.

«Maestro, un altro splendido risultato. Sua moglie sarà orgogliosa.»

L'uomo, che indossava una specie di elmo metallico e una tunica bianca sormontata da una toga grigia, ricamata con ghirigori simili ai filamenti di una scheda elettronica, non nascose un'espressione soddisfatta al complimento del suo giovane assistente.

«Suvvia, l'idea rimane pur sempre di mia moglie, anche se ancora non l'ha messa in pratica,» disse con finta umiltà. «Voglio farle una sorpresa, chiamiamolo un regalo per l'anniversario.»

L'assistente sorrise e qualunque cosa avesse voluto dirgli in merito, molto probabilmente se la tenne per sé, per evitare una possibile cattiva reazione dell'uomo. «Si tratta di sovrapposizione quantica, giusto?» chiese infine.

Aita annuì. «Ora non perdiamoci in tecnicismi, ma sì. Come sai, utilizzando l'esempio di una moneta, essa è o testa o croce, ma mentre è in aria che cos'è? Una sovrapposizione dell'una e dell'altra. Solo una volta misurato il valore si potrà capire se è effettivamente testa o croce. Ora, applicando questo a una mente umana, se l'esperimento riuscirà, otterremo qualcosa di simile all'esempio.»

Prese tra le mani un tablet — o, per meglio dire, un foglio trasparente simile alla plastica — sul quale spiccava una fitta serie di calcoli complessi. «La mente esterna è la croce, quella natia è la testa. Il marcatore genetico formerà la moneta e così coesisteranno le due menti, ma non è ancora possibile definire quale delle due ne uscirà vincitrice. Qui entra in gioco la forza di volontà: normalmente è il predatore, colui che “invade”, a essere il dominante e ad avere la meglio, ma questo finché l'attaccato non troverà la forza di reagire.»

«Perciò mi sta dicendo che c'è una possibilità di fallimento e che la mente ospitante potrebbe rigettare la mente esterna?»

«Sì, è una possibilità. Per questo è sempre bene pensare a un piano B, come ricollocare la mente impiantata in altri supporti, qualora ci fosse un rigetto. In sostanza, prima o poi questo roteare della moneta cesserà e solo allora, nel corpo ospitante, si determinerà quale lato della moneta ne uscirà vincitrice.

Il nostro obiettivo, ovviamente, è far sì che ne esca croce per certo, altrimenti, se un domani dovesse avvenire una catastrofe, molte delle nostre conoscenze potrebbero andare perdute e non basta trascrivere il tutto su di un libro o i un file, poiché soggette al lento ma inesorabile logoramento del tempo.»

Mentre l'assistente appariva stupito e ammirava l'alta figura che gli stava davanti, il cuore di Alexandra iniziò a batterle all'impazzata. Dunque forse era per questo che ancora non stava tornando nel suo tempo? Come un parassita, stava forse assorbendo la mente di Parvaneh?

Il ritorno alla realtà fu come riemergere dalle acque.

«Parvaneh, Parvaneh, ti prego, parlami,» disse, con tono disperato.

Ma Parvaneh non le rispondeva. Eppure la sentiva. Sentiva che era ancora lì. Non era vero che l'avesse assorbita, ma la sintonia con lei le fece percepire che si era rinchiusa a riccio in sé stessa. Stava aspettando che tutto questo finisse.

Il piccolo gruppo di Assassini era ormai in cammino da tre giorni. Durante il loro percorso, a un certo punto avevano incrociato il cavallo che Alexandra aveva rubato per fuggire dal castello, ormai stramazzato a terra. La povera bestia aveva certamente provato a rientrare, ma un colpo di calore e la stanchezza erano stati letali.

Anche loro erano stanchi, ma più preparati dell'americana, e così riuscirono con una certa facilità a trovare punti di ristoro. Certo, questo richiedeva più tempo, ma sia loro sia le loro cavalcature erano fatti di carne e sangue e non avrebbero mai potuto procedere ininterrottamente, come uno di quei carri metallici di cui, mesi prima, Parvaneh aveva raccontato, quando aveva confessato di avere le "visioni del futuro".

Si erano infatti fermati all'ennesimo pozzo quando, improvvisamente, sia Altair sia Abbass si portarono le mani alla testa e iniziarono a urlare, confusi e spaventati.

«Chi sei, chi sei?» gridava Abbass, e solo lo scatto rapido di Malik gli evitò di andare a sbattere con la fronte contro la corteccia di una palma.

Maria, invece, cercava di tenere calmo il marito, il quale, per fortuna, riuscì a riacquistare lucidità quando Desmond riuscì a spiegargli chi fosse.

«Marito mio, ma che succede?» chiese Maria, sinceramente allarmata e confusa.

«Nella mia testa... c'è il nostro discendente.»

Desmond e Katia erano stati risucchiati da un vortice bianco ed entrambi si chiesero se anche Alexandra dovesse ogni volta affrontare quel percorso, prima di approdare nella mente di Parvaneh.

Il ragazzo, che ormai era esperto delle sessioni con l'Animus, rimase comunque stupito da quanto fossero più intense quelle sensazioni di odori, visioni e ricordi. Le aveva sempre vissute come uno spettatore, ma ora si trovava realmente nel 1193 d. C.

L'aria calda del deserto gli entrava nelle narici, il fruscio del vento, il brontolio dei cavalli, le mani calde di Maria: era tutto decisamente reale. Ovviamente Altair, non appena percepì quella presenza estranea nella propria mente, reagì come impazzito, come se del pulviscolo gli fosse finito dentro un occhio e fosse impossibile da rimuovere.

Fortunatamente, l'esperienza già avuta con Alexandra e Parvaneh permise abbastanza rapidamente a entrambi di calmarsi e di abbassare i toni.

Maggiori difficoltà le ebbe Abbass, che aveva scoperto di questo «abominio», così come lo definiva lui, solo durante il viaggio. Per di più, nella sua mente si era insinuata una donna. Una donna decisamente sfrontata, proprio come quella che stavano inseguendo.

«A voi donne del futuro vi dovrebbero ammazzare da piccole!» aveva esclamato con profondo astio.

Senti, idiota, già mi girano abbastanza per aver scoperto che siamo parenti, gli rispose per le rime Katia, vedi di non intralciarmi, che non ho tempo da perdere con te.

Mentre Katia e Abbass continuavano a litigare, Desmond e Altair ragguagliavano l’uno l’altro sulla situazione.

«Perciò, se voi due riuscirete a convincere Alexandra a tornare nel suo tempo, Parvaneh sarà libera,» commentò Maria, senza nascondere una certa speranza.

«Sì, speriamo di riuscire nell’intento. Anche se qui il tempo scorre più velocemente che nel nostro, non significa che nel nostro sia arrestato. Dobbiamo comunque essere rapidi, così poi ognuno tornerà alla propria epoca e alla propria vita,» disse Desmond, attraverso la bocca di Altair.

Nel 2012, nel frattempo, Shaun teneva sott’occhio il monitor della console. L’Animus gli restituiva solo gli eventi più degni di nota, come la conferma che Desmond e Katia si erano messi in contatto con i rispettivi antenati.

Lucy era stata adagiata sulla poltroncina bianca.

Dalle tempie del giovane uomo colavano alcune gocce di sudore. Gli spari e la confusione, per il momento, erano cessati, ma ancora per quanto? Al di là della porta stagna si udivano comunque le urla di Warren Vidic, di William e di altri sconosciuti. Il primo ordinava di essere liberato, l’altro lo minacciava di morte se i suoi scagnozzi non avessero immediatamente gettato le armi a terra.

«Se non fosse per te, Clay, qui sarebbe stato impossibile entrare,» si complimentò Shaun, ma la risposta dell’Intelligenza Artificiale arrivò distorta.

«Che succede, Clay?» gli chiese, avvertendo che qualcosa non andava.

«In… interferenza… difficoltà… volontà…»

«Accidenti, gli agenti dei Templari ti stanno battendo.»

«No… non Templari… ISU… ISU… mia volontà…»

«Che stai dicendo?» Non ricevette risposta. «Clay!»

Se le cose erano già complicate, ora ne era certo: stavano per diventare anche peggio.

Dormire ancora non se ne parlava: dopo quel ricordo appena vissuto, l’ansia della giovane era alle stelle. Con le braccia strette contro il petto e le spalle curve, avanzava silenziosa come un fantasma tra le antiche colonne del palazzo dei Borgogna.

Si diresse verso lo studiolo di Louis, certa di trovarlo alla scrivania. Del resto, al di là della vita dell’Assassino, la famiglia Borgogna aveva le mani in pasta in diversi affari e, come membro attivo, anche lui aveva il suo bel da fare per far quadrare i conti.

«Mademoiselle?» chiese l’uomo, sollevando il capo non appena la notò sulla soglia. «Avete dormito bene?»

«Non direi… spero di non disturbare.»

Il francese si alzò e la invitò a sedersi su una delle poltroncine davanti alla scrivania. «Se c’è qualcosa di cui vuoi parlare, Alexandra, ti ascolto. Da quando conosco Parvaneh ho assistito a molti prodigi, ormai non credo di stupirmi più di nulla.»

«Non saprei nemmeno da dove iniziare, a dire la verità. È tutto così confuso e inquietante.» Fece una breve pausa. «Forse, se riprendessi in mano la Mela, tutto mi potrebbe essere più chiaro.»

Louis si accigliò, ma poi, in silenzio, si diresse verso un angolo della stanza e tirò fuori da un armadio un cofanetto di legno, dove era custodito l’antico manufatto.

Non appena lo aprì, gli occhi di Alexandra si illuminarono.

«Sei certa che le Pome potrà dare una risposta ai tuoi incubi, Alexandra?»

«Io… credo…»

Improvvisamente la testa iniziò a farle male, come se una lama le stesse trafiggendo il cervello. Anche Parvaneh provò lo stesso dolore.

«Alexandra?» la richiamò Louis, spaventato dal suo improvviso piegarsi in avanti e dall’espressione di sofferenza sul volto.

Ma, così com’era arrivato, il dolore svanì, e Alexandra si raddrizzò, inespressiva.

«Sì, sto bene, grazie per la preoccupazione. Improvvisamente io e Parvaneh abbiamo avvertito un forte dolore alla testa, ma ora è passato. Sarà lo stress. Sono così stanca di tutto questo… vorrei solo che finisse e potermelo lasciare alle spalle. Anzi, vorrei che non fosse mai esistito. Dimenticarlo.»

«Tutti noi vorremmo dimenticare i dolori del presente e del passato,» le rispose con un’espressione comprensiva. «Non c’è giorno che non mi strugga per i miei errori. Il fantasma di Yusuf mi perseguiterà per sempre. Ma non è possibile tornare indietro nel tempo e cambiare le cose.»

«Beh, io effettivamente lo faccio. Da diverso tempo,» rispose con tono enigmatico.

Tra i due calò un breve silenzio.

«Vediamo se con la Mela otterrò delle risposte.» Alexandra fece per allungare la mano verso la sfera, ma, proprio un attimo prima, Louis la colpì alla nuca, stordendola.

Quando le due donne ripresero coscienza, era trascorsa tutta la sera e tutta la notte. I raggi della nuova alba facevano capolino attraverso le finestre dalla trama damascata, mentre i canti di preghiera si levavano dalle strade.

Alexandra ricordò improvvisamente ciò che era accaduto ore prima nello studio di Louis. Scese rapidamente dal letto, ma quando corse alla porta la trovò sbarrata.

«Louis! Louis! Fammi uscire! Perché lo stai facendo? Perché?!» chiese aiuto, lo urlò a squarciagola, ma nessuno, neppure un domestico, si affacciò per darle spiegazioni.

Allora corse alla finestra, ma la grata era ben fissata. Strinse le mani attorno alla trama lignea e cercò di rimuoverla, ma era impossibile.

«Liberatemi! Liberatemi!» gridò ancora, ma neppure nel cortile qualcuno sembrava prestarle attenzione. Era di nuovo sola.

Passò circa un’altra ora quando finalmente sentì la serratura girare nella toppa. Nel frattempo si era rannicchiata sul letto, a singhiozzare.

«Ho fatto tutto quello che volevate… tutto…»

Anche Parvaneh avvertì il dolore profondo della ragazza e pianse con lei, nel loro piccolo limbo mentale.

«Mademoiselle Alexandra, mi spiace per questo inganno, ma era necessario.»

Louis aveva un’espressione sinceramente dispiaciuta e non si stupì quando la ragazza lo fulminò con lo sguardo non appena i loro occhi si incrociarono.

«Per favore, seguimi. Ci aspettano nell’atrio inferiore» aggiunse il francese. «Ti chiedo solo di non tentare mosse azzardate, o sarò costretto a usare di nuovo la forza.»

Le mani di Alexandra tremarono dalla rabbia e serrò la mascella, ma non c’era altro che potesse dire o fare. Scese dal letto e lo seguì, come richiesto.

Mentre avanzava lungo il corridoio che presto l’avrebbe condotta alla scalinata di pietra e quindi all’atrio, dove sapeva già chi l’aspettava, i pensieri iniziarono a serrarle la gola. Che ne sarebbe stato ora di lei? Non potevano uccidere Parvaneh. Dovevano tirarla fuori in qualche modo… forse con la Mela.

La Mela. Quel prodigioso manufatto, fonte di tutti i mali che le erano capitati.

Rallentò il passo, osservando le spalle larghe di Louis, che si accendevano di luce ogni volta che, durante il tragitto, passava davanti una delle finestre laterali affacciate sul cortile.

Lui se ne accorse. Notando che non la sentiva più alle spalle, arrestò il cammino e, accigliato, si voltò.

«Mademoiselle!» esclamò, allarmato, vedendola piegata sul davanzale, come se all’improvviso le mancasse il respiro.

«Ti prego… ti prego, non ho la forza di affrontarli» disse lei non appena lui le fu accanto, aggrappandosi alla ricca tunica color vino. «Mi faranno del male.»

Louis cercò di contenerla, fermandole le spalle con decisione. «Alexandra, calmati. Hai tradito la fiducia della Confraternita, sì. Ma ormai li conosci abbastanza da sapere che non sono dei carnefici. Non temere subito il peggio. Ascoltali, prima.»

Alexandra scosse il capo con forza e le lacrime le rigarono il viso.

«Alexandra, ascoltami.» La voce di Louis si fece più dura, come se volesse strapparla al panico. Le diede una leggera scossa, non per farle male, ma per riportarla lì, nel presente. «Ascoltami bene. Io ho capito quanto mi sbagliassi la notte in cui rapii te e Parvaneh. Quando poi Parvaneh e Malik si sono riuniti, ho finalmente capito dove fosse la mia lealtà.»

Inspirò, e lo sguardo gli si fece più lucido, più pesante.

«Non è il controllo mentale la chiave della pace. È l’amore. L’amore puro. E questo… i Templari non l’avrebbero mai accettato.»

La stretta di Alexandra sulla sua tunica tremò, ma non si allentò.

«Eppure, nonostante il mio ravvedimento, io avevo comunque tradito la Confraternita. Ho commesso omicidio e un tentato omicidio, nei confronti di due confratelli.» Disse con la voce incrinata, come se quelle stesse parole lo ferissero. «Avrei meritato la forca. Invece mi è stata concessa clemenza.»

Fece un passo più vicino, costringendola ad alzare gli occhi su di lui.

«Se il Maestro fosse stato della stessa pasta di Al Mualim, io non avrei mai avuto una possibilità di redenzione. Ma l’ho avuta. E da quando sono stato spogliato del mio ruolo, non faccio altro che cercare di meritarmelo di nuovo.»

Un’ombra gli attraversò il volto.

«Quando ho ricevuto la tua lettera… per me si prospettava una ghiotta occasione per smascherare una traditrice.» La parola rimase sospesa un istante, poi lui la riprese, senza accanimento. «Ma ho capito che anche tu avevi bisogno della stessa clemenza che è stata concessa a me.»

Scosse appena il capo, quasi con amarezza.

«Non potevo scoprire subito le mie carte. Avresti cercato qualcun altro. E a quel punto non avrei più potuto aiutarti. Io so perché stai facendo tutto questo.» La sua voce si abbassò, ma divenne più ferma. «E per questo… te la meriti. Forse anche più di me.»

Alexandra lo fissò, e qualcosa nel suo volto si spezzò. Il respiro le tremò ancora, ma non era più solo panico: era stanchezza, era vergogna, era un dolore che cercava un appiglio.

Louis le accennò un sorriso, breve ma incoraggiante.

«Ora, per favore.» Le sfiorò il gomito, come a invitarla. «Scendiamo queste scale. E qualunque sia la sentenza… io ti starò accanto, mon ami.»

Anche io ti starò accanto, disse Parvaneh, finalmente emersa dal suo silenzio.

Quando i due girarono l’angolo ed emersero dalla scalinata, le persone che attendevano Alexandra e Parvaneh furono attraversate da espressioni diverse.

Alexandra si accigliò, notando che nel gruppo c’era anche Abbass. Sicuro: era venuto fin lì per vedere la sua rovina e quella della sua antenata. Quello bastò a indurirle la mascella. Si strinse addosso la vestaglia di seta che qualcuno le aveva messo la sera prima, dopo che Louis l’aveva messa fuori gioco. Il resto degli indumenti erano quelli del giorno prima; persino la spilletta a forma di farfalla bianca era rimasta al suo posto.

«Alexandra.»

«Parvaneh.»

Malik e Altair parlarono all’unisono non appena la donna arrivò ai piedi della rampa, tentando di andarle incontro.

«Ma tu guarda…» borbottò Maria, portandosi le mani ai fianchi.

Alexandra li guardò entrambi, confusa.

Malik le prese la mano sinistra, accarezzandole con il pollice l’anello, e le sorrise dolcemente. «Sono felice di vederti incolume. Sapevo che insieme ve la sareste cavata.» Poi guardò Altair e quindi di nuovo Alexandra. «Perdona il suo entusiasmo. Era da diverso tempo che ti credeva morta e ora che finalmente ti rivede… credo si sia decisamente emozionato.»

Alexandra cercò lo sguardo di Altair, e in quel momento lo colse: aveva un’espressione diversa dal solito. Familiare, sì… ma non appartenente all’Assassino.

Altair le poggiò le mani sulle spalle e le sorrise a trentadue denti. «Ti abbiamo raggiunto, Alexandra. Siamo qui per te. Siamo venuti a salvarti.»

«Ma cosa…?» Alexandra fece appena in tempo a sussurrare.

«Avanti, taglia corto. Dille chi siamo veramente» intervenne Abbass, con tono frettoloso.

Altair inspirò, come se stesse scegliendo le parole. Poi parlò, netto.

«Siamo Desmond e Katia. Siamo qui per te.»

Le gambe di Alexandra cedettero. Desmond dovette sorreggerla, perché la giovane stava per avere un mancamento.

«Come… come ci siete riusciti? Lucy ha deciso di aiutarvi?» chiese Alexandra, aggrappandosi alle braccia forti del corpo di Altair. Guardandolo dritto negli occhi, ebbe ancora una volta la conferma che, nonostante ottocento anni li dividessero, la genetica in quei due uomini era talmente potente che Desmond non solo ne aveva ereditato i connotati, ma forse persino lo spirito.

«Con una spintarella…» rispose vaga Katia, attraverso la bocca di Abbass.

«Katia, e tu perché sei qui?» Solo l’idea di avere di fronte quel bastardo la faceva tremare dalla rabbia; e sopra, si aggiungeva il dolore di trovarsi al cospetto di quella che credeva la sua migliore amica e che invece l’aveva pugnalata alle spalle.

Katia abbassò lo sguardo e strinse i pugni. «Forse cercavo solo un modo per alleviare il mio senso di colpa» disse, con un tono trattenuto. «Avremmo dovuto essere solo due ventenni spensierate, a parlare di ragazzi, di moda e a mandare a quel paese i prof. e le loro materie complicate. Invece siamo qui, attaccate a una macchina, con l’incertezza se vedremo l’alba di un nuovo giorno.»

Alexandra abbassò lo sguardo a sua volta. «Siamo figlie di un mondo che ci è stato imposto, di due fazioni che ci volevano nemiche fin dalla nascita.»

«E per tale ragione io ti ho tradita,» concluse Katia.

Alexandra si morse il labbro. Lasciò andare le braccia di Desmond e mosse qualche passo verso la ragazza. «Allora perché, nonostante tutto, non riesco ad odiarti?» disse, prendendole le mani. Di nuovo le guance le si rigarono di lacrime e sollevò lo sguardo verso Abbass — dove sapeva esserci Katia in quel momento: glielo leggeva negli occhi. «Perché continuo a considerarti mia amica?»

Katia sorrise e dovette tirare su col naso. «Ma che ne so, voi Assassini siete tutti matti.»

Improvvisamente, come se una forza invisibile le spingesse in avanti, allargarono le braccia e si abbracciarono di getto, strette. In quell’abbraccio c’era tutto il non detto: un sentimento che andava oltre i ruoli che Templari e Assassini si aspettavano da loro.

E Louis, osservando la scena, ebbe ancora una volta la conferma che solo con l’amore — quello che supera ogni ostacolo e ogni differenza — si può trovare la vera pace.

Tutti quanti tirarono un sospiro di sollievo. C’era ancora dell’altro in sospeso, ma in quei pochi minuti — sospesi come una bolla — ognuno di loro si sentì, finalmente, in pace e al sicuro.

Alexandra posò lo sguardo su tutti, grata: erano venuti lì per lei. Ma non solo per lei.

Gli occhi le divennero vitrei e l’espressione mutò. Ora c’era Parvaneh.

Parvaneh corse ad abbracciare Maria, la più vicina. Poi si voltò verso il Maestro e fece il saluto solenne degli Assassini: si chinò in avanti, con la mano destra poggiata sul cuore e il braccio piegato dietro la schiena. Altair ricambiò, ma subito dopo la strinse a sé in un abbraccio: non quello di un Maestro, ma quello di un amico d’infanzia che aveva temuto di perderla.

Infine Parvaneh si diresse verso Malik. Bastò incrociarsi perché gli occhi di entrambi si accendessero, come se tutto il resto fosse rimasto fuori da quell’atrio.

Si abbracciarono forte.

Malik le posò un bacio carico di devozione: prima sulla fronte, poi sulle labbra, con la fame di chi aveva aspettato troppo, e con la delicatezza di chi sapeva quanto quel corpo avesse già patito.

La sua amata era di nuovo tra le sue braccia e, mentre la stringeva, Malik prese una decisione netta: quando sarebbero tornati al castello l’avrebbe sposata. Non avrebbe atteso un minuto di più.

«Ma come facciamo per la mia posizione? Nessuno sa il motivo per cui ho preso la Mela» chiese Parvaneh, guardandosi attorno.

«Troveremo il modo. Abbass stesso è qui presente e direbbe una calunnia, ora che sa, se ti accusasse di qualcosa» la rassicurò Altair.

«Se questo bellimbusto oserà solo provarci» disse Katia «giuro che lo faccio tornare a casa con tatuato in fronte “ce l’ho piccolo”».

Dentro la mente, Abbass protestò come un matto.

Tutti i presenti si misero a ridere.

«Per caso siete riusciti a salvare anche i genitori di Alexandra?» chiese poi Parvaneh, guardando speranzosa prima Katia e poi Desmond, ma entrambi le restituirono un’aria funebre.

Il silenzio calò pesante ed improvviso.

«Mi dispiace, ma per loro…» disse Katia, tra il dispiaciuto e l’imbarazzato «…non c’è mai stata speranza fin da subito».

A tali parole, Parvaneh si chinò all’improvviso e si portò le mani alla testa.

«Alexandra, ti prego, calmati. Tu te lo sentivi, te lo sentivi. So cosa si prova, lo sai che lo so. Basta, calmati.»

Ma Alexandra non l’ascoltava. Quella fragile bolla illusoria, quella briciola di speranza che la teneva attaccata alla vita — anche se probabilmente già l’aveva intuito, ma lo negava a sé stessa — infine esplose. Aveva tradito e ingannato, sopportato tutto quel dolore, solo per quella flebile speranza. E ora non c’era più nessuno per cui lottare.

«Ci siamo ancora noi» disse Desmond. «Siamo venuti qui per te, per portarti via da tutto questo, per farti incominciare una nuova vita.»

«Ma è la vecchia quella che rivoglio indietro!» gridò Alexandra, prendendo di nuovo violentemente il controllo del corpo di Parvaneh.

Scostò bruscamente prima Malik, poi Maria che cercò di intercettarla, e corse fuori, verso il cortile. La testa le vorticava, la mente si era annebbiata, e Parvaneh avvertì di nuovo quella sensazione sinistra, ma ora con ancora più forza.

«Le Pome esclamò Louis, attirando l’attenzione, mentre si frugava nelle scarselle. «Avevo le Pome con me. Non ce l’ho più.»

Fu istintivo: tutti si girarono verso Alexandra, ora al centro dello spiazzo. Tra le mani aveva la Mela dell’Eden e lo sguardo era paonazzo.

«Ma quando…?» Louis era confuso, poi gli tornò alla mente quando poco prima le era andato incontro per sorreggerla. Doveva essere stato allora. Alexandra era diventata un’esperta anche del furto discreto, grazie all’effetto osmosi.

«Che hai intenzione di fare, Alex?» urlò Desmond che, assieme agli altri, uscì dall’edificio per circondarla.

«Ridà loro la Mela e tiriamoti fuori da qui. So che il nostro tempo ora è doloroso, ma non puoi rimanere qui per sempre. Il tuo vero corpo sta morendo» disse Katia, stravolta in viso.

Nonostante le insistenze e le suppliche, Alexandra teneva il capo chino, scura in viso.

«C’è una cosa che il dottor Vidic mi disse un giorno. Che grazie a quest’oggetto avrei potuto dimenticare, avere una vita serena con la mia famiglia. Dimenticando tutto questo, dimenticando il male subito e quello fatto. Sarei stata felice e Assassini, Templari… nulla di tutto questo mi sarebbe importato.»

«Ma sarebbe solo un’illusione!» esclamò Desmond.

«Per te. Ma per me no. E se posso fare qualcosa per il male che ho fatto anche a Parvaneh, posso offrirlo anche a lei e, come me, anche lei riavrà i suoi genitori indietro.»

Fu come un istinto primordiale, vecchio di millenni, come se la Mela dell’Eden l’avesse progettata lei stessa. Alexandra strinse la presa, la sfiorò in alcuni punti precisi, e attivò l’oggetto: una barriera compatta di luce la avvolse.

L’attivazione fu così improvvisa che tutti dovettero ripararsi gli occhi.

Quando abbassarono le braccia, videro Alexandra e Parvaneh immerse in una luce bianca e splendente. Non erano più due in una: erano separate, seppur leggermente sovrapposte, una accanto all’altra. I capelli delle giovani ondeggiavano, come se fossero immerse nell’acqua.

Alexandra teneva stretta tra le mani la sfera e il viso era contratto dal dolore.

Parvaneh si voltò verso di lei e le prese il viso tra le mani, delicatamente, per guardarla negli occhi.

«Ora che ti tocco, ora che ti vedo, sento ancora di più quanto tu sia più forte di quello che pensi. Ti prego, fermati.»

Ma Alexandra scosse il capo. «Ma non capisci? Con questa possiamo cambiare tutto. Abbiamo già cambiato il corso della storia, possiamo farlo di nuovo.»

Parvaneh scosse il capo.

Malik, nel frattempo, provò ad avvicinarsi alla barriera di luce, ma ricevette una scossa alla mano che lo respinse.

«Parvaneh, esci da lì. Tu sei libera da questa storia, ora. Lascia che se ne occupino loro.»

Parvaneh scosse il capo di nuovo. «Non ho intenzione di arrendermi con lei… e comunque, anche se lo volessi, non posso uscire da questa colonna finché non lo vorrà anche Alexandra.»

«Alexandra, quello strumento è malvagio. I Templari non avrebbero dovuto cercarlo, e nessuno di noi sarebbe dovuto essere coinvolto» disse Desmond. «Solo pochi eletti forse riescono a maneggiarlo, ma nessun umano dovrebbe farlo, a prescindere.»

Alexandra serrò la mascella. «Io sono una di quei pochi, allora, come il tuo antenato Altair. Anche io posso. E voi non potete impedirmelo.»

«Ma mi hai sentito prima? Stai morendo lì fuori» protestò Katia. «Non sei ancora uscita dall’Animus perché sei tu a non volerlo. Ti prego, molla la presa, ridai agli Assassini questo oggetto affinché lo possano celare al mondo. Torniamo ad avere la vita normale che abbiamo sempre desiderato.»

Alexandra abbassò lo sguardo, e la luce le tremò attorno come se respirasse con lei. «Ma non capisci? Non c’è più una vita normale… e forse, forse è meglio rimanere qui, se non potrò riavere nemmeno così la mia famiglia.»

«E vorresti vivere sulle spalle di Parvaneh, come un parassita?» chiese Malik, duro. «Dici di volerle bene, di non volerla far soffrire, eppure ti rendi conto di tutto quello che sta passando a causa tua?»

Alexandra si morse il labbro.

«Ho sofferto, sì» disse Parvaneh. «Ma non me ne pento. È stato per aiutarti, e se ho raggiunto i successi che ho ottenuto è stato anche grazie a te.» Le passò un braccio attorno alle spalle. «Ma su una cosa Malik ha ragione: se mi vuoi bene, allora mi devi dimostrare il tuo coraggio.»

Sollevò lo sguardo verso Altair e Abbass. «Questi amici sono venuti fin qui per salvarti. Non sei mai stata sola. Qui hai trovato me, Altair, Malik e Maria. Lì, nel tuo tempo e qui, nessuno ti ha mai voltato le spalle. Quindi tu non voltare le spalle a loro.»

Amhed, che fino a quel momento era rimasto da parte a osservare, scosse il capo. Era seriamente convinto che non ci sarebbe stato nulla da fare.

«Non arrenderti» gli disse allora Louis, avvicinandosi con discrezione. «Parvaneh ce la farà. Tu stesso hai visto di cosa è stata capace.»

Amhed lo fulminò. «Dovrei fidarmi delle parole di uno sporco Templare che ha cercato di uccidermi e ha ucciso Yusuf?»

Louis non abbassò lo sguardo. «No. Ma di un uomo che ha sbagliato e ha visto la realtà. Ed è stato grazie a lei che ci sono riuscito. Io ho fiducia.»

Amhed non rispose. Contrasse la mascella, poi tornò a guardare in direzione della colonna di luce. Nel suo sguardo, anche se non espresso ad alta voce, forse era nata la speranza che desiderava avere.

«Io non voglio tornare lì. Non ho la forza di affrontare il mondo che mi aspetta» disse Alexandra, con tono disperato.

«Sì che hai quella forza. Da semplice studentessa universitaria sei diventata un’Assassina, hai affrontato mille pericoli, hai combattuto contro di me e mi hai sconfitta, hai tenuto testa persino al dottor Vidic.» Provò a convincerla Katia. «Ti ho conosciuto come Angel, ma sono felice di aver conosciuto la vera Alexandra.»

Finalmente la ragazza smise di piangere, ma il suo sguardo era ancora troppo addolorato e la sua presa ancora troppo salda alla Mela.

«Angel…» disse a un certo punto Desmond, con una leggera smorfia. «Questo nome mi ricorda quello dell’aquila di Karate Kid IV. Era ferita e a lungo era stata tenuta in gabbia, sicura che non sarebbe stata in grado di volare. E quando finalmente giunse il giorno in cui poteva spiccare libera, inizialmente ci provò… ma subito tornò indietro. Era stata rinchiusa per troppo tempo, e così il mondo esterno le pareva troppo grande.»

Fece un passo avanti, senza avvicinarsi troppo alla barriera.

«Ma la forza l’aveva. Era in grado di volare. E tutto ciò di cui aveva bisogno era solo che qualcuno glielo ricordasse. Che qualcuno le trasmettesse fiducia. Così, alla fine, spiccò il volo.»

Desmond deglutì, e la voce gli si fece più bassa, più vera.

«Io ho fiducia in te, Alex. Anche se abbiamo avuto solo pochi momenti per poterci conoscere, mi è bastato per avvertire il tuo animo. E non sono l’unico.»

Quasi all’unisono, tutti coloro che l’avevano conosciuta glielo confermarono, rimanendo lì, fermi, a guardarla con espressione fiduciosa e benevola, come a dirle che loro erano lì a sostenere le sue ali.

Alexandra, tremante, posò lo sguardo su Parvaneh. La vide commossa, ma salda. E in quel volto, così vicino, così reale, ci fu qualcosa che ruppe un’ultima resistenza.

«Non avere paura di volare» le disse Parvaneh.

Poi la strinse in un abbraccio forte, totale, come se volesse tenerla insieme in quel punto preciso del tempo, abbastanza a lungo da farle ricordare com’era sentirsi al sicuro.

«Ho cercato di recuperare questo oggetto per i Templari così a lungo, da non essermi resa conto che in realtà stavo cercando di ottenerlo per me stessa» disse, quando si sciolsero dall’abbraccio. «Sì, credo abbiate ragione. Ho giocato abbastanza con forze più grandi di me, troppo a lungo. È il momento di tornare a casa.»

L’espressione di sollievo che passò sul volto di tutti i presenti durò però pochi secondi, perché Alexandra e Parvaneh, non appena la prima tentò di spegnere la Mela, furono attraversate da una scossa elettrica.

Nel frattempo, il controllo di William Miles stava iniziando a vacillare. Anche se continuava a tenere il dottor Vidic in ostaggio, le guardie ancora in piedi non sembravano volersi piegare.

«Tanto tra poco arriveranno altri rinforzi, presto sarete circondati» disse aspramente il vecchio scienziato.

«Sarà. Per allora tu sarai già freddo, se non ordini ai tuoi uomini di farsi immobilizzare.»

«Idiota di un Assassino, non volete proprio capirlo. Siete finiti ormai: entro domani di voi non ci saranno che le briciole. L’amore paterno ha offuscato il tuo giudizio e sei corso da tuo figlio non appena te lo ha chiesto. Un altro idiota. Ora che tanto la dottoressa Stillman si è scoperta, non abbiamo più motivo di continuare la recita e lo sfrutteremo finché della sua coscienza non sarà rimasto nulla.»

Non appena però Vidic terminò la frase, seguì un acuto urlo di dolore: William, preso dall’ira, gli aveva appena sparato a un piede.

«Ancora credi che io stia scherzando? Il prossimo colpo andrà dritto alla tua tempia, se non fai esattamente quello che ti ho ordinato.»

«Maledetto, maledetto ometto» sputò il dottore, ma subito si ammutolì, non appena sentì di nuovo la fredda canna della pistola premuta sulla sua testa.

Era sbiancato dal dolore al piede, che ora stava perdendo sangue, e William dovette stringerlo di più a sé per tenerlo in piedi.

Sentendosi quindi in una morsa, l’espressione dell’uomo mutò improvvisamente in panico. «Fate… fate come dice. Arren… arrendetevi, per l’amor di Dio.»

William e i suoi, nel sentir pronunciare quelle parole, si sentirono immediatamente sollevati, ma anche il loro fu un sollievo breve: improvvisamente un colpo di pistola centrò la fronte di Warren Vidic e il proiettile terminò il suo viaggio nella spalla del leader degli Assassini.

Proprio in quel momento, il capo delle guardie di sicurezza di Abstergo aveva ricevuto un messaggio sullo schermo appeso al suo avambraccio, in cui i suoi superiori gli ordinavano di eliminare il dottore, affinché non fosse più un ostacolo.

Warren Vidic, il pioniere dell’Animus, era ormai diventato talmente obsoleto da poter essere considerato una pedina sacrificabile, pur di fermare l’attacco nemico.

Non avendo più la loro merce di scambio, la lotta riprese più aspra che mai.

All’interno del laboratorio, anche Shaun era sbiancato, sentendo che gli scontri erano ricominciati. Stava monitorando i tre dalla console dell’Animus, ma lui era più un archivista: l’esperte di quell’aggeggio erano solo Lucy e Rebecca. Ma la prima giaceva ancora inerte sulla poltroncina e di Rebecca era da diverso tempo — da quando li aveva avvisati che erano arrivati i loro — che non sentiva più la voce.

Aveva provato più volte a contattarla, senza successo. Il telefono squillava a vuoto. Shaun stringeva la mascella, le dita rigide sul bordo della console, mentre nell’aria si mescolavano il ronzio dei macchinari e il riverbero degli spari ovattati oltre la porta stagna.

Purtroppo Shaun non sapeva che Rebecca giaceva all’interno del furgone. Il vetro era esploso quando un colpo di proiettile aveva centrato la tempia della ragazza. I rinforzi di Abstergo erano arrivati.

Tuttavia, gli scagnozzi non sapevano che Rebecca era già trapassata qualche minuto prima. Le sue dita erano annerite, il cuore si era arrestato: una scossa elettrica violenta le aveva attraversato il corpo, spegnendo tutto in un istante.

«Avanti ragazzi sbrigatevi, non abbiamo più tempo!» Borbottò, cercando di capirci qualcosa. «Clay, dove cazzo sei andato!?»

L'urlo improvviso fece sussultare leggermente il corpo di Lucy.

Gli Assassini, Louis e i suoi uomini osservavano impotenti Alexandra e Parvaneh urlare di dolore. Non capivano cosa stesse accadendo: la Mela pulsava sempre più intensamente e codici genetici attraversavano il cilindro di luce che le circondava, come filamenti vivi che si intrecciavano e si spezzavano nell’aria.

All’improvviso, alle loro spalle comparve una terza figura, alta, imponente, quasi fuori scala rispetto a loro.

«Maestro Clay!» esclamò Katia, scattando in avanti.

«Io… io…» balbettò l’uomo dai capelli biondi, ma subito si incurvò su sé stesso, come colpito da una fitta che gli spezzava il respiro. La sua sagoma tremò, instabile, come un’immagine che faticava a restare ancorata alla realtà.

Desmond — attraverso Altair — irrigidì le spalle. «Clay, che succede?»

«Non… non sono…» La voce gli uscì roca, graffiata. «Non sono… sto scomparendo.»

Katia fece un altro passo, ma Abbass — dentro di lei — urlò e la costrinse a frenare, come se anche quel corpo rifiutasse di avvicinarsi troppo a ciò che stava vedendo.

«Maestro?» insistette Katia, più piano, come se chiamandolo diversamente potesse renderlo più vero. «Sei tu, vero?»

Clay sollevò il capo. Gli occhi erano chiari, ma non avevano la stabilità di uno sguardo umano: sembravano pieni di qualcosa che cercava posto e non lo trovava. Si voltò verso verso Alexandra e Parvaneh, e il suo viso si contrasse.

«Sta… sta scegliendo.» Deglutì, come se la parola gli pesasse in gola. «La moneta… smette di girare.»

Un’onda di luce attraversò il cilindro e le due donne urlarono più forte. La Mela, tra le mani di Alexandra, pulsò con un battito innaturale, quasi fosse un cuore.

Malik tentò di avanzare di nuovo, ma la scossa lo respinse un’altra volta. Ringhiò dal dolore e dalla frustrazione, stringendo i denti.

«Ma io… io non sto scegliendo» disse Alexandra, con un filo di voce. «Ho deciso di tornare a casa.»

«Non si stava parlando di te, sciocca ragazza.» Dal corpo che doveva essere di Clay provenne un tono diverso, più austero, tagliente come pietra. «La moneta ha smesso di girare per Clay ed è uscita croce.»

Un brivido di panico attraversò Alexandra. Il sogno della notte precedente — no, non un sogno: un ricordo — le esplose dietro gli occhi come una scheggia.

«Chi sei tu? Che ne hai fatto di Clay!?» urlò. E bastò quello a tendere l’aria: Malik irrigidì le spalle, Maria si mise istintivamente davanti ad Altair, Amhed serrò la mascella. Persino Louis, dietro, trattenne il respiro.

Lo sconosciuto con l’aspetto di Clay sorrise beffardo e trionfante, senza rispondere.

Ma Alexandra non aveva bisogno che lo facesse. Con lo stesso istinto che l’aveva guidata sulla Mela dell’Eden come se l’avesse conosciuta da sempre, sentenziò: «Sei Aita, non è vero?»

Lo sconosciuto rise, più forte. «Magari lo fossi. Ma il sommo Aita non sono io, bensì il suo aiutante.»

A quelle parole, nella mente di Alexandra scattò un altro flash, nitido e crudele.

Vide l’aiutante di Aita: colui che lo ammirava, che lo seguiva come un’ombra devota, che lo aiutava a perfezionare il marcatore genetico per far riemergere la coscienza degli ISU nei corpi umani. Vide quell’uomo offrirsi volontario, in quanto studioso del controllo della mente, certo che solo lui avrebbe potuto superare questa prova.

Inizialmente i parametri segnavano successo. La fusione tra mente invadente e ospite sembrava funzionare. Poi, all’ultimo secondo, qualcosa andò storto e il processo si interruppe malamente.

L’essere umano sopravvisse.

Del corpo dello scienziato rimase solo un guscio vuoto.

Le autorità, richiamate dall’incidente, scoprirono l’esperimento non autorizzato e bandirono Aita da Atlantide.

Poi — più tardi, quando la fine degli ISU si avvicinava — Aita stava morendo. Sua moglie volle tentare un ultimo disperato tentativo di salvarlo: impiantare la sua mente nel corpo dell’ospite su cui anni prima era stato condotto l’esperimento.

Un’altra volta un insuccesso.

Non perché i calcoli fossero sbagliati, ma perché la mente ospitante conteneva già, a livello subconscio, un’altra personalità. Quella rimasta sospesa del suo aiutante. E tale era rimasta, fino a quando ciò che aveva coinvolto Parvaneh e Alexandra non l’aveva, passo dopo passo, risvegliata.

«Clay Kaczmarek sarebbe stato perfetto per il mio ritorno» disse lo scienziato. «Ma quando lui era il Soggetto 16, io ancora non ero sveglio. Fu solo quando tu, Alexandra, venisti collegata all’Animus, che qualcosa si mosse.»

La Mela pulsò. Il cilindro di luce fremette, e Alexandra sentì Parvaneh stringersi vicino di lei.

«Il codice genetico e quello informatico hanno più elementi in comune di quanto si pensi» continuò lo scienziato. «Così, attraverso te, io finii nei circuiti dell’Animus. E lì trovai l’A.I. che quell’uomo aveva inserito, prima di suicidarsi.»

Lo sguardo di tutti i presenti si indurì, mentre pendevano dalle sue labbra, in attesa della sua rivelazione.

«Ancora però non ero abbastanza cosciente di me» proseguì. «Ero sinceramente convinto di essere lui. Così ho analizzato, ho osservato, ho cercato di seguire i suoi obiettivi… come quello di rallentarti.

Ma più tu andavi avanti, più la memoria genetica si risvegliava. La mia memoria.» Un sorriso sottile gli tagliò il volto. «E quando infine, le A.I. separate si riunirono e con quest’ultimo atto di ribellione nei confronti della storia, le hai di nuovo dato una scossa, tutti i ricordi che erano bloccati finalmente non lo furono più. E allora mi sono ricordato chi fossi… soppiantando finalmente questo tizio.»

«Maledetto, maledetto! Ci hai ingannato per tutto il tempo!» esclamò Katia con rabbia, lacrime roventi che rigarono il viso di Abbass.

Lui non si scompose. «Se può consolarti, come detto poc’anzi, io ero sinceramente convinto di essere il tuo maestro. Ma non lo sono mai stato.» Fece una pausa, e nel modo in cui la fece c’era una crudeltà quieta. «Il tuo maestro non esiste più. E sai bene di chi ne è stata la causa.»

Katia abbassò lo sguardo e strinse i pugni, come se quell’ultima frase l’avesse colpita allo stomaco.

«Che cosa hai intenzione di fare adesso!?» chiese Desmond, a denti stretti.

«Seguire il piano del sommo Aita. Portare avanti la conoscenza degli ISU. Far ritornare gli antichi bagliori ai tempi di Atlantide. Voi esseri umani vi siete riprodotti come parassiti su questo mondo: non avete imparato nulla dai nostri errori del passato e state per distruggerlo di nuovo. Del resto non c’era che aspettarselo da scimmie geneticamente modificate.» Scosse il capo e li scrutò tutti con aria di sufficienza. «L’unica cosa su cui i Templari hanno visto giusto è che non esiste pace vera senza il controllo delle menti inferiori. Ma anche loro rimangono esseri umani, e quindi inaffidabili.»

Poi fece una pausa, come se stesse rimuginando su qualcosa**. «Sono giunto a voi appena in tempo. Il mondo, del resto, ha le settimane contate… e voi nemmeno ve ne rendete conto.»**

«Che diavolo stai dicendo, come le settimane contate!?» sbottò Desmond.

«Qualcosa che è più grande di tutti voi. I miei superiori non vogliono che accada, ma forse è bene che avvenga.» Un sorriso paonazzo gli attraversò il volto. «Tanto voi morirete tutti prima che ciò accada. Un nuovo mondo sorgerà, e io, Ipno, ne diventerò il pioniere. Ma non preoccupatevi: tu, Desmond, e tu, Katia, siete tra coloro che potrebbero sopravvivere. Avete ereditato anche voi una matrice ISU. Sarete contenitori perfetti per ospitare i miei simili.»

«I miei “superiori”…» ripeté Desmond, serrando la mascella. «Chi? Juno? Minerva?»

Ipno inclinò appena il capo, come se la domanda fosse infantile. «Vedo che il sangue ti ha già insegnato qualche nome.»

La luce della Mela pulsò, e nel cilindro bianco le ombre di Alexandra e Parvaneh tremolarono, sovrapponendosi per un istante, come due immagini su un vetro incrinato.

«Atlantide non è “caduta” come racconti e film vi hanno fatto immaginare,» continuò Ipno, con voce piatta e gelida. «È stata consumata da ciò che abbiamo creato noi stessi. Potere, hybris, esperimenti… e poi la frattura. Il mondo che conoscevamo ha iniziato a cedere sotto una catena di eventi che voi chiamereste catastrofe globale: fuoco nei cieli, terra che si spacca, acque che divorano città. La fine della nostra età.»

Maria si strinse al braccio di Altair, ma Altair—o meglio, Desmond—non distolse lo sguardo.

«Eppure siete sopravvissuti,» ringhiò Malik. «Qualcuno è sopravvissuto abbastanza da lasciare questi… manufatti.»

Ipno sorrise senza calore. «Sopravvivere non è la parola giusta. Abbiamo… differito la morte. Abbiamo lasciato echi. Tracce. Chiavi. Le Mele, i Bastoni, le sfere, i templi. E soprattutto: piani.»

Katia, attraverso Abbass, sentì lo stomaco chiudersi. «Piani di chi?»

Ipno alzò un dito, come un maestro paziente. «Di Minerva. Di Giunone. E di chi, come Aita, non accettava l’idea di svanire.»

Parvaneh, pallida accanto ad Alexandra, sollevò la testa. «Parli di loro come se fossero… dèi.»

«Non lo erano,» la corresse Ipno, quasi irritato. «Erano, siamo, ciò che voi diventereste se vi dessero secoli di tempo e strumenti per piegare la materia. Ma i miei superiori hanno previsto che questo tempo non lo avrete.»

Desmond aggrottò la fronte. «E così qualcuno di loro vuole impedire la fine.»

«Sì, Minerva vorrebbe impedire la "seconda fine",» precisò Ipno. «Perché la prima, quella che uccise Atlantide e il nostro mondo, era già scritta. Lei vedeva le diramazioni, i futuri possibili. Cercò disperatamente un modo per avvertire qualcuno nel tempo giusto. Un messaggio che attraversasse secoli, che arrivasse a un uomo con un certo sangue e una certa posizione…»

Lo sguardo di Ipno scivolò su Desmond, come un bisturi. «Te.» Fece una breve pausa. «Ma avendoti staccato in anticipo dall'Animus, non hai avuto il tempo di scoprirlo.»

Desmond deglutì, senza abbassare gli occhi. «E Giunone?»

«La somma Giunone non era dello stesso parere, come io del resto,» disse Ipno, e la parola suonò come disprezzo. «La differenza sulla loro opinione si poteva distinguere, in parole semplici, tra contenere un incendio e imparare a respirare nel fumo.»

Il cilindro di luce tremò ancora. Alexandra gemette, un suono spezzato, e Parvaneh le strinse la mano, impotente.

«Il piano di Giunone era semplice nella sua brutalità,» continuò Ipno. «Se il mondo non poteva essere salvato, allora si salvava lei. Le nostre coscienze non potevano restare nei corpi: troppo fragili, troppo mortali. Serviva un supporto, un luogo dove fissarsi… un “altrove” che voi, con la vostra lingua rozza, chiamereste prigione o paradiso digitale. E da lì… serviva un ritorno.»

Katia sussurrò, con la voce incrinata: «Un corpo.»

Ipno annuì. «Un corpo. Ma non uno qualsiasi. Un portatore compatibile. Un recipiente stabile. E per questo serviva il marcatore, il lavoro di Aita… e l’ossessione di Giunone.»

Desmond fece un passo in avanti, finché il bordo della colonna lo respinse con un ronzio secco. «Quindi Alexandra… è un recipiente.»

«Alexandra è un ponte,» corresse Ipno. «Un’interferenza che si è rivelata utile. Il suo DNA non è solo un filo genealogico: è un punto di presa. Un codice che la Mela riconosce. Per questo riesce a “toccare” ciò che non dovrebbe. Per questo il tempo, attorno a lei, scivola e si riassesta.»

Parvaneh guardò Alexandra, con una tenerezza disperata. «Lei non voleva…»

«Nessun insetto vuole la ragnatela,» tagliò corto Ipno. «Eppure ci finisce.»

Desmond, con voce più bassa: «E Minerva? Lei aveva previsto anche le intenzioni di Giunone?»

Ipno sorrise di nuovo, stavolta con qualcosa di più vivo dentro: soddisfazione. «Minerva la temeva. La contrastava. Eppure—ironia—i suoi stessi messaggi, i suoi stessi templi, le sue stesse “chiavi” hanno preparato il terreno. Per fermare una catastrofe, ha costruito un sistema talmente grande che Giunone ha imparato a usarlo.»

Katia strinse i pugni fino a farsi male. «E tu dove ti collochi in tutto questo?»

Ipno allargò le braccia, come se mostrasse un palcoscenico. «Io sono ciò che resta quando un piano fallisce e lascia residui. Un’eco rimasta incastrata nel processo. Una volontà che si è svegliata nel posto sbagliato e nel momento giusto. E ora… io faccio ciò che Minerva tentava di impedire e ciò che Giunone tentava di ottenere.»

Desmond scosse il capo, furioso. «No. Non farai un cazzo. Non con lei, né con Clay.»

Ipno lo fissò, quasi divertito. «Tu credi che questa sia una scelta morale. Ma quando c'è un bene superiore in ballo, tutto il resto diventa una pedina sacrificabile.»

Si sporse sulle sue donne, avvolte nella colonna di luce con lui, per avvolgere le braccia attorno alle loro spalle, dimostrando nella semi fusione la loro compatibilità genetica.

«La fine di Atlantide non è solo il passato,» concluse Ipno. «È un promemoria. Il mondo cade quando chi ha potere crede di poterlo usare senza pagarne il prezzo. Minerva voleva spezzare il ciclo. Giunone voleva dominarlo. Io… io voglio assicurarmi che, quando il ciclo si ripeterà, questa volta non sarete voi a decidere cosa resta in piedi.»

Poi affondò le dita nelle spalle di Alexandra e Parvaneh ed essere reagirono con un sussulto violento.

«E adesso,» disse, «scegliamo chi resta dentro la moneta.»

Alexandra urlò, Parvaneh le cinse le spalle come a proteggerla, e Desmond—spinto da un istinto che non era solo suo—si scagliò contro la luce, anche se sapeva che lo avrebbe respinto.

Era una battaglia per una coscienza.

Desmond percepì la forza di volontà anche di Altair, che cercava di aiutarlo. Nonostante le scosse che riceveva, voleva provare ad aprire un varco tra le stringhe. Sentì qualcosa pulsargli dal profondo dell’animo: la sua stessa genetica, i suoi avi, rispondevano con lui a quel richiamo, a lottare contro quel nuovo nemico.

«Fammi aiutare, maledetto!» protestò Katia, che veniva come bloccata dalla forte volontà del suo antenato Abbass, che proprio non ci pensava a toccare quel cilindro di luce.

«Altair, staccati, ti si sta staccando la pelle dalle braccia!» urlò Maria, ma, vedendo che il marito non rispondeva, corse verso di lui per tirarlo via e ottenne solo di essere preda di una forte scossa elettrica. In quel contatto, nella mente di Desmond apparvero diverse sequenze di ricordi condivisi di Altair e Maria, nascite e morti future, ma era come se sbiadissero man mano che il corpo dell’inglese veniva torturato da quelle scariche che le stavano portando via la vita stessa.

Ma proprio un attimo prima che egli mollasse la presa, per evitare la prematura morte della moglie di Altair, Desmond riuscì a far entrare una mano, come se finalmente la barriera genetica "accettasse" anche lui, ma solo per poco. In quei pochi istanti, però, riuscì ad afferrare il polso di Ipno, affinché lo staccasse da Alexandra. Fu sufficiente.

Quel risveglio genetico che aveva attivato la volontà di tutti i suoi avi si trasmise anche a Clay. La moneta riprese a roteare ed ebbe qualcosa di violento: una lotta astratta tra Ipno e la volontà di Clay, che ancora non era del tutto scomparsa. Anzi, ora che era stato raggiunto l’ultimo baluardo, era divenuta una coscienza reale, non più artificiale: era rinato e non avrebbe più permesso a un parassita di giocare con lui.

«Anche se tu mi scacci, Clay, io troverò sempre un altro modo. Pensate di essere speciali, unici? Ma non vi rendete conto di quanti discendenti siano disseminati per il globo, e molti di loro hanno ereditato il marcatore genetico in maniera eccellente, come Alexandra e Parvaneh. Io ritornerò e ora che ho di nuovo coscienza di me succederà presto, non dubitarne!»

«Te l’hanno mai detto che la tua bocca è larga quanto il tuo ego?» rispose Clay, con ironia. «Grazie a Desmond, ma anche grazie a te, ho capito come fermarti.»

Guardò poi Parvaneh ed Alexandra, lì accanto a lui, con espressione confusa, fin quando Clay non si strinse nuovamente a loro e, nella semi-fusione, poté così trasmettere i suoi pensieri.

L’espressione delle due mutò. Si guardarono dritte negli occhi: un’espressione incredula, spaventata, ma anche piena di consapevolezza.

Chi era fuori dalla barriera di luce assisteva in trepidante attesa. Desmond, staccandosi, aveva dato il cambio ad Altair, affinché potesse assistere Maria, che aveva perso conoscenza, ma per fortuna non era andata in arresto cardiaco.

Non appena Malik notò quel mutamento di espressione nella compagna, ebbe come una fitta al cuore. Qualcosa che sapeva lo avrebbe distrutto.

«Ragazze, che succede?» disse Katia, anche lei spaventata da quel silenzio.

«Parvaneh…» sussurrò Malik, con la voce spezzata.

Fu in quel momento che Parvaneh si voltò verso di lui, con un’espressione profondamente dolce eppure malinconica.

«Avrei tanto voluto avere un futuro con te.»

«Che stai dicendo!?» Malik corse immediatamente verso la barriera, ma venne respinto, atterrando malamente con la schiena.

«Alexandra me lo ha mostrato, lei stessa era la prova diretta dei frutti del nostro amore.»

«Esatto, perciò certo che avremo un futuro insieme, non dire queste cose!»

«C’è solo un modo per vincere la battaglia» disse Alexandra, guardando le espressioni di tutti, fino a soffermarsi su Katia.

Katia sbiancò: anche lei percepiva un dolore profondo, anche se ancora il trio dentro la barriera non si era pronunciato.

«Ti prego, permetteteci di salvarvi. Clay, Alex, datemi modo di rimediare, non fate gesti incoscienti.»

«Sei venuta fin qui, ti sei ribellata ai Templari, ti sei pentita: questo è sufficiente» disse Clay, sorridendole, per poi guardare Desmond. «Grazie, mi hai appena mostrato un modo per sconfiggere Ipno. Ma questo per noi significherà la fine. La fine per come ci conoscete, almeno.»

«Ma… ma quello che è appena successo, non so come sia avvenuto» balbettò Desmond, attraverso la bocca di Altair, tornando a riemergere di nuovo lui.

«La soluzione è sempre stata nel marcatore genetico, che mette in connessione le coscienze di antenati e discendenti. Anche tu lo hai e, nel forte desiderio di liberarci, hai trasmesso, anche solo per poco, tale volontà a tutta la tua linea genetica.» Sospirò. «Anche se sto lottando con Ipno in questo momento, sono pur sempre collegato all’Animus. Stanno morendo lì fuori, i Templari stanno vincendo. Tuo padre e i suoi stanno lottando come leoni, ma sono arrivati i rinforzi dei nemici. Ipno occupa tutti i miei sforzi e così gli informatici di Abstergo finalmente stanno liberando le linee. Lucy si è svegliata e di soppiatto ha pugnalato al collo Shaun, con uno dei cacciaviti usati per montare i caschi. Abbiamo i secondi contati, ma possiamo impedire che questa versione della storia si realizzi. E ciò è possibile solo cancellandoci dall’equazione.»

Malik, Louis, Amhed e tutti coloro, nativi dell’epoca medievale, non compresero subito quell’espressione, ma intuirono che fosse qualcosa di grave dalla reazione di Katia e Desmond.

«Volete cancellarvi dalla storia!? Non potete, non dovete!»

«L’abbiamo già fatto con altri, solo che non ve lo ricordate» disse Alexandra, dispiaciuta.

«Io me lo ricordo invece. Mi ricordo la realtà com’era prima e quindi non potrete scomparire finché io ricorderò!»

«Forse tu, ma il resto del mondo sì, e non ci sarà più modo per Ipno e per i Templari di averci. Forse, da una parte, è meglio così. Non avevamo diritto di far cessare tutte quelle vite mai nate, mai accadute, e forse è a causa nostra che tutto questo sta avvenendo. Ma se la nostra linea genetica sparirà, allora forse per il mondo potrà esserci una speranza.»

«No, non è possibile! Parvaneh, esci da lì, ora!» urlò Malik, in uno spasmo.

«Mi dispiace, ma è già iniziata» le rispose la donna, guardandolo negli occhi, con lo sguardo velato dalle lacrime. «Forse sarebbe finita anche prima, ma grazie a te… al tuo amore nei miei confronti, che non si è mai spezzato, sei riuscito a mantenere una stabilità nella storia. Grazie, amore mio, per avermi dato speranza.»

«Esci da lì, Parvaneh. Esci da lì.»

All’appello si unirono anche Louis e Amhed, per questa volta alleati nel tentativo di convincere l’Assassina a ripensarci. Louis si rivolse anche ad Alexandra, ma lei si limitò a sorridere loro.

«Sai Malik,» disse Parvaneh, sospirando, «ora che la nostra volontà si sta unendo a quella dei nostri antenati e dei nostri discendenti, io li vedo, come vedo te e gli altri qui presenti. Sono bellissimi, amore mio, i nostri figli, e ti sorridono. Maria, Yusuf e Tazim. Ti amano e ti ringraziano per il padre che sei stato e che saresti stato.»

Malik rimase in ginocchio, con un’espressione disperata. «Allora non abbandonatemi. Rimanete con me. Siete la mia famiglia, il mio cuore, il mio tutto. Non potete lasciarmi indietro.»

Parvaneh sentì la gola serrarsi, come se ogni parola dovesse farsi strada tra schegge di vetro. Per un attimo desiderò davvero uscire da quella barriera e correre da lui, stringerlo, rimanere con lui per tutto il resto della loro vita.

In quel momento di sospensione, vedeva scorrere ciò che sarebbe stato. E anche se la loro esistenza si sarebbe spezzata intorno ai sessant’anni, quando Abbass — con l’aiuto dei suoi accoliti — avrebbe costretto Altair a fuggire dal castello con la moglie e il figlio sopravvissuto, uccisi in prigione, sarebbero almeno morti insieme. E i loro figli li avrebbero vendicati, per poi continuare la loro discendenza.

Tutto questo, ora, non sarebbe più stato.

«Finalmente rivediamo i nostri genitori» aggiunse Alexandra, sinceramente sorridente e allegra, come non lo era più stata per settimane. «Sono sempre stati in noi e anche loro ci supportano.»

«Alexandra, fermati. Ti prego. Clay, anche tu. Non posso sopportare l’idea di non potervi più rivedere» disse Katia, disperata, finendo anche lei in ginocchio, impotente davanti a quella scena.

«Katia, il fatto che tu ricordi ciò che era — o che sarebbe stato — è un grande dono. Sfrutta questo dono per fuggire il più lontano possibile dai Templari, quando tutto questo si resetterà. Salvati.»

Katia scosse la testa, con ostinazione. «No, maestro. Non puoi chiedermi di dimenticarti, fare finta che tu non sia mai esistito.»

Clay la guardò, e nel suo sguardo non c’era né durezza né rimprovero, solo una calma che faceva male. «Se ti può consolare, grazie alla mia discendenza in comune con Desmond, è possibile che io ancora sarò… ma forse con qualche differenza.»

Gli occhi di Katia si illuminarono, come se quella frase avesse riacceso un lume nel buio. «Così allora ti avvertirò dei piani di Lucy e di Abstergo. Potrò salvare almeno te?»

Ma Clay scosse il capo, lentamente. «Ci sono fatti scolpiti nella storia. Avvenimenti che non possono essere semplicemente cambiati girando a destra invece che a sinistra. L’eterna lotta tra Assassini e Templari è una di queste… come forse il disastro annunciato.» Poi volse lo sguardo a Desmond. «Ti dissi che tu eri la chiave. Credevo di questo tempo… ma alla luce dei fatti, forse non era di questo tempo il ricordo che avevo. Sei destinato a salvare il mondo in un’altra realtà, e per farlo la mia morte carnale è necessaria, affinché tu raggiunga la Verità. In qualunque realtà ci troviamo.»

«Non posso credere che sia così.» balbettò Desmond.

Katia sollevò il capo di scatto, col volto rigato e feroce. «No che non è così. Ma ti credi di essere quella Minerva?»

Clay, Parvaneh e Alexandra si scambiarono uno sguardo, e sorrisero con una specie di dolcezza stanca. Comprendevano il dolore di tutti — eppure, nella lotta interna contro Ipno che continuava a ostacolare la caduta della moneta, sapevano che non dovevano fermarsi.

Alexandra mosse di nuovo le dita sulla sfera, impartendole un ordine preciso. Alcuni filamenti genetici si staccarono dalla barriera e, mescolandosi, andarono a formare tre oggetti: due bracciali di cuoio con la lama celata.

Le urla disperate dei presenti, in particolare quelle di Malik, erano talmente alte da far tremare le orecchie. Alexandra vide Parvaneh con lo sguardo tremante e affranto e sentì il dovere di abbracciarla forte.

«Smettetela con questi sentimentalismi» disse Ipno, in un momento di vantaggio su Clay. «Anche se ci state provando, sarò io il valore definito, alla fine di questa lotta.»

«Beh, si dice che il gatto, finché la scatola non viene scoperchiata, non è né vivo né morto, giusto? Credevi di aver già vinto, invece siamo ancora in quella scatola!» rispose, risoluta, Alexandra. Poi guardò Parvaneh negli occhi. «Visto che a questo qui piace tanto parlare di teorie elementari su paradossi ed equazioni quantistiche… ti voglio parlare della teoria dell’amore: è la forza più potente dell’universo, una forma di energia invisibile, capace di trasformare il male in bene e di dare un senso profondo alla vita. È il vero motore nascosto che permette all’umanità di sopravvivere e di evolversi e, soprattutto, di tenere legati due cuori: anche se tempi e realtà li separano, rimarranno sempre interconnessi.»

«Vuoi dire che…?» chiese Parvaneh, con un filo di speranza.

Alexandra le accarezzò una guancia e annuì.

Parvaneh si voltò verso il suo amato. Non c’era altro che potesse dirgli, per consolarlo. La sua unica gioia era che almeno, se tutto fosse andato per il verso giusto, lui si sarebbe dimenticato di lei e non avrebbe più sofferto e magari un giorno avrebbe trovato un'altra a cui dare il suo cuore.

I tre videro, nelle loro menti, i propri antenati e i propri discendenti sollevare la lama celata, dal passato al futuro, in un’unica sequenza, tra questi anche il vero Clay nell'agosto 2012. Finalmente quell’andirivieni di persone, in quella realtà sospesa, si era fermato: ognuno di loro guardava l’altro negli occhi, un bagliore bianco nelle loro pupille, decisi a compiere quel gesto — a partire dal primo antenato, colui che avrebbe poi ospitato Ipno, ma che ora uccidendosi prima del tempo non aveva permesso che l'esperimento si compiesse. Aita non avrebbe trovato ad Atlantide il soggetto perfetto, ma sarebbe stato comunque bandito per altre sue azioni simili. Un esperimento simile ci sarebbe stato lo stesso, ma Aita non avrebbe attecchito al corpo ospite per altri motivi fallimentari, Ipno sarebbe stato ancora lì con loro.

Quest’ultimo cercò di protestare quanto più poteva, ma la volontà dell’ospite era troppo forte e la moneta, infine, ricadde. Stavolta era testa.

«Voglio, avrò — se non qui, in altro luogo che ancora non so. Niente ho perduto. Tutto sarò.» disse Alexandra, ricordandosi improvvisamente un’altra poesia di Fernando Pessoa. Era incredibile come certe cose tornavano alla mente, quando si è alla fine. Poi sospirò. «No. Io non sarò.»

Non appena finì di pronunciare quelle parole, le lame celate scattarono.

Un gesto unisono, dal passato al futuro.

Fu come un’esplosione che avvolse il mondo intero: tutto il tempo, in tutti i tempi. Dal primo discendente, fino alla diramazione di tutte le discendenze. Si dice che, andando a ritroso, tutti gli uomini e tutte le donne finiscono per essere parenti: e così fu anche per la linea che avrebbe condotto al primo antenato di Parvaneh, Alexandra e Clay.

Eppure Clay era figlio anche dell’antenato di Desmond, e così, a un certo punto, quella linea genetica si staccò dalla cancellazione — non illesa, però: si contrasse, come se il tempo l’avesse serrata in un pugno, e subì mutamenti importanti.

Il tempo si resettò. Non fu facile né immediato, ma, come Clay A.I. aveva detto, certi punti nella storia sono fissi: e furono proprio quelli a garantire le ancore di continuità.


EPILOGO

Warren Vidic e Lucy Stillman si trovavano nel laboratorio 72 per finire di calibrare alcuni parametri. Era la fine di agosto, e l’aria era densa, accigliata: si parlavano poco. Un avvenimento grave era appena accaduto.

«Quindi è stato fatto figurare come l’ennesimo suicidio sul ponte Tevere, dottore?» chiese a un certo punto Lucy, spezzando il silenzio, dopo aver appena inviato l’ennesima mail ad Alan Rikkin riguardo il misterioso suicidio della sua amica Leila Marino. Così come era capitato per il Soggetto 16, Abstergo era molto brava a simulare queste cose: lo sapeva bene, e la coincidenza della sua assunzione con la scomparsa di quest’ultima era a dir poco sorprendente.

«Sì, signorina Stillman. Nessuno se n’è accorto. Tutto è filato liscio.» rispose lui, mentre esaminava dei documenti, senza alzare lo sguardo. «Piuttosto, questo qui. Il nostro futuro “Soggetto 17”… è veramente sicura che sia adatto ai nostri scopi?»

Lucy contrasse la mascella e si sistemò meglio lo chignon che teneva su la sua folta chioma bionda. «Sì, dottore. Ha una genetica unica. Non siamo riusciti a trovare nessun altro che sia compatibile come lui.» Poi contrasse appena le sopracciglia. «Però mi perdoni la franchezza, ma potrebbe evitare di chiamarmi “signorina”? Io sono una “dottoressa” proprio come lei. Le do il consenso di utilizzare l’appellativo “signorina” solo in presenza di Desmond Miles, per fargli credere che io abbia un ruolo minore. Ma si ricordi che siamo alla pari.»

Warren Vidic sbuffò e si lasciò andare sullo schienale. «Come vuole, come vuole, dottoressa Stillman. Non si inalberi per così poco. Comunque gli basterà notare il suo indice mozzato per crederla ancora una di “loro”.»

«Ma sono i piccoli dettagli che contano, perché il piano riesca.»

«Certo, certo.» Vidic picchiettò un dito su una cartellina, con impazienza. «Peccato che oltre a lui non abbiamo trovato nessun altro.»

Lucy serrò le labbra per un istante, come se stesse già catalogando quell’ammissione tra i rischi del progetto. «Stiamo lavorando per aprire l’Animus al pubblico, ma no: purtroppo non è ancora emerso qualcun altro con una genetica altrettanto forte da permetterci di individuare chiaramente la Mela dell’Eden.»

Quando la luce bianca scomparve, Katia si risvegliò nel letto della sua cameretta, ancora a casa dei suoi genitori. Finalmente nel suo corpo.

Per un istante rimase immobile, con il respiro corto, gli occhi spalancati nel buio. Il soffitto era quello di sempre. L’odore dei detersivi nel corridoio, il ronzio remoto del frigorifero, un motorino che passava lontano come un insetto metallico. Tutto troppo normale per contenere ciò che lei aveva addosso, dentro.

Si sollevò a scatti, come se qualcuno l’avesse strattonata per la nuca.

Era forse stato tutto un sogno?

Il primo impulso fu il cellulare. Lo afferrò dal comodino, le dita che le tremavano mentre sbloccava lo schermo. Rubrica. Scorri. Scorri ancora. Niente.

Né “Angel”, né “Alexandra”.

Il cuore le diede un colpo, secco. Si alzò di getto e attraversò la stanza scalza, senza sentire il freddo del pavimento. Aprì il portatile, lo accese. Le ventole partirono lente, poi più veloci, come un respiro che si affanna. Le dita corsero sulla tastiera: Abstergo.

Il sito si aprì. Patinato, vuoto, uguale a mille altri e il link al terminale interno era scomparso, come se non fosse mai esistito. Ogni tentativo la ributtava sul portale di facciata, gentile e innocuo.

Un sapore metallico le salì in gola.

Scattò verso il portafogli, lo rovesciò sul letto. Monete, scontrini, una foto piegata. Nessun pass. Nessuna tessera di affiliazione.

Lei non era mai stata un’agente per loro.

Katia si fermò un attimo, respirando a bocca aperta, come se l’aria non bastasse. Poi guardò l’orologio.

La data.

Le si ghiacciò il sangue. La conosceva fin troppo bene. E forse non era un caso che si fosse svegliata prima dell’alba.

Non accese luci. Non fece rumore. Si vestì con quello che trovò, in fretta, senza pensare. Recuperò il casco e le chiavi della moto, le dita che inciampavano sul metallo freddo. Aprì la porta di casa piano, trattenendo il respiro, come se persino i cardini potessero tradirla.

Fuori Roma era ancora sospesa. Strade semi vuote, lampioni che facevano pozze gialle sull’asfalto umido, l’odore di pioggia vecchia e smog. La città non dorme mai davvero, ma a quell’ora finge. Abbastanza a lungo perché certe cose succedano senza pubblico.

Guidò come se la stesse inseguendo qualcosa che non aveva ruote.

In cuor suo sperò che non fosse vero. Che l’ancora del tempo, stavolta, avesse ceduto. Che fosse cambiato un dettaglio. Un semaforo. Un passo. Un minuto.

Ma mentre rallentava e si infilava di lato, appostandosi dietro una colonna del ponte che conduceva a Castel Sant’Angelo, lo capì prima ancora di vederlo: c’era una qualità nell’aria, una tensione muta, come un filo tirato che sta per spezzarsi.

Guardò verso il Ponte Vittorio Emanuele II.

Vide delle figure muoversi veloci, scure contro l’alba che ancora non era nata.

Il gesto fu rapido, quasi privo di esitazione e il corpo venne gettato oltre il parapetto

E subito dopo, la fuga. Passi che si allontanavano. Una portiera che sbatteva. Un motore che si inghiotte la notte.

Katia si portò le mani alla bocca senza rendersene conto. Le uscì un suono strozzato, non un grido: qualcosa di più piccolo, più inutile.

Per un istante rimase lì, inchiodata, gli occhi pieni di quella traiettoria. Come se guardare potesse cambiare l’esito, come se la vista potesse diventare una mano.

Aveva visto per la prima volta la fine di Clay Kaczmarek.

Questa volta non era stato per colpa sua. Ma era comunque colpa del fatto che esisteva un “non abbastanza”: non abbastanza presto, non abbastanza forte, non abbastanza libera da piegare un punto fisso.

Se solo si fosse svegliata qualche giorno prima.

Ma l’ancora del tempo non l’avrebbe permesso. E lei lo sapeva. Lo sapeva adesso con quella certezza amara che si ha quando il destino non è più un’ipotesi, ma una cronaca.

Il suo ultimo desiderio era che lei si salvasse.

Si girò di colpo e gli occhi si posarono sui dieci angeli legati alla redenzione, che si ergevano su di lei, con ombre nette ed i volti illuminati dai primi raggi solari.

Katia abbassò le mani lentamente, come se fossero diventate troppo pesanti per reggere lo shock. Il freddo dell’alba iniziò a farsi sentire davvero, finalmente, sulla pelle. E in quel freddo—tra lo smog, la pietra del ponte, e il rumore lontano dell’acqua—capì che se veramente aveva amato quell'uomo, allora avrebbe esaudito le sue ultime volontà, ma la questione non sarebbe finita lì.

In un altro tempo, per la precisione ottocento anni prima circa, un annoiato Malik Al-Sayf se ne stava nella sua bottega di facciata. Non era più un Assassino nel senso classico del termine, ma le sue abilità gli avevano garantito un posto come rafiq e Capo Gilda degli Assassini a Gerusalemme.

Tutto ciò che aveva da fare al momento era rigirarsi una penna d’oca tra le dita, con il gomito piegato e il busto appoggiato al bancone. La bottega odorava di carta, cera e legno vecchio. Fuori, la città viveva la sua vita, mentre lì dentro l'unico suono era quello del suo respiro.

In quel periodo aveva ripensato seriamente al suo rapporto con Altair. A causa di lui aveva perduto non solo il braccio, ma anche suo fratello Kadar, e per questo l’aveva odiato con una ferocia che, a tratti, gli aveva fatto paura. Eppure il tempo, e il sangue versato nel modo giusto, avevano rimesso i contorni alle cose: Altair era ripartito da zero, una missione dopo l’altra, e si era riguadagnato l’onore perduto.

Forse una parte di Malik non l’avrebbe mai perdonato del tutto. Ma se qualcuno gliel’avesse chiesto, avrebbe risposto senza esitare che ai suoi occhi Altair non era più l’uomo di una volta. Il suo cuore, almeno su quel fronte, aveva trovato pace. E una vecchia amicizia come la loro, non poteva dissolversi, anche dopo quel terribile avvenimento al tempio di Salomone.

Eppure c’era quella punta di dolore. Una fitta sottile, costante, che dopo la morte di Kadar si era intensificata. Malik l’aveva sempre associata al lutto, all’odio che gli aveva bruciato dentro per mesi, al veleno che si era portato dietro come una cicatrice invisibile. Ma adesso che la rabbia si era spenta, che l’odio non gli teneva più caldo lo stomaco nelle notti fredde, quella fitta era rimasta.

Come una ferita che non sapeva più a chi appartenere.

Il suo sguardo si perse per un attimo sulla finestra aperta sul soffitto della stanza. E poi accadde qualcosa di così piccolo da sembrare irrilevante, e invece gli tolse il fiato.

Dalla finestra entrò svolazzando una farfallina bianca.

La sua danza era leggera e delicata, eppure anche decisa e sicura. Malik abbassò il braccio quasi senza accorgersene. La farfalla esitò un istante e poi si posò sul dorso della sua mano.

Due lacrime bagnarono le mappe disposte sul bancone.

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