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Creato il 08/07/2026, 20:31 · Aggiornato il 08/07/2026, 20:31

Capitolo 24: Capitolo 9.8

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoCompleta

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Morte
  • Sangue
  • Violenza
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Si pentì subito dopo aver pronunciato quelle parole. Nella sua mente avvertì quella solita musichetta, la notifica di registrazione dell’Animus. Ora il dottor Vidic avrebbe saputo che aveva appena confessato agli Assassini di Masyaf la verità sul suo conto.

Che stupida che era stata. Ora tutto era davvero perduto e l’ipotesi di Parvaneh si sarebbe avverata. Ma non poteva, non poteva permettere che la sua antenata continuasse a patire tutte quelle sofferenze in nome di una lealtà parentale, verso qualcuno che non avrebbe mai incontrato.

Forse ce l’aveva nel sangue. Così come Parvaneh, a un certo punto, l’aveva minacciata di togliersi la vita pur di non aiutarla, salvo poi ripensarci, ora era lei a fare marcia indietro sulle proprie decisioni. Ma fino a che punto? si chiese.

Va bene, si era rivelata, ma non aveva ancora detto nulla circa la sua corrispondenza con Louis. Forse questo lasciava uno spiraglio per tenere buoni quelli di Abstergo. Un po’ di verità per acquietare le acque, per tenere Parvaneh al sicuro e, al contempo, seguire il piano.

Mentre questo turbinio di pensieri la attraversava, non poteva non sentire addosso lo sguardo sgomento di Malik e di Altair.

«La donna dagli occhi color ghiaccio, giusto?» chiese Malik con esitazione, mentre squadrava la giovane che aveva di fronte.

«Mi chiamo Alexandra Blade» rispose la ragazza. «Sono… una discendente tua e di Parvaneh.»

Il Consigliere quasi cadde dalla sedia, se Altair non gli avesse messo immediatamente una mano sulla spalla per mantenerlo ancorato alla realtà.

«È sempre con te che abbiamo interagito, fino ad ora? Dov’è Parvaneh?» chiese Altair.

«È sempre qui con noi. Ma in diverse occasioni, per un paio d’anni per voi, qualche settimana per me, ci sono stata anche io.»

Così raccontò ai due uomini un sunto dei momenti in cui era stata presente e di come Parvaneh fosse venuta a conoscenza di così tante cose del futuro, tra cui la distruzione di Damasco.

«Grazie a te, quindi… abbiamo ribaltato il corso della storia» commentò Altair.

«In un certo senso… sì, è accaduto. Io…»

All’improvviso tutto iniziò a tremolare. Le pareti di pietra divennero scure, metalliche.

Altair e Malik non c’erano più. L’infermeria non c’era più.

Si trovava in una specie di laboratorio e non era più distesa su un lettino, ma all’interno di una capsula, immersa nell'acqua. No, non era nemmeno il laboratorio dell’Animus: l’architettura era troppo futuristica, perfino per il 2012.

Era immobilizzata. Sapeva che c’era qualcuno. Poi una voce maschile.

«Il soggetto come sta rispondendo?» chiese a qualcun altro.

«Bene, mio signore. Il marcatore genetico sembra essere stato accolto dal DNA del soggetto. L’esperimento trans-temporale per la trasmigrazione delle menti ISU pare possa avere inizio.»

Si guardò attorno. Aveva paura.

Dei tubi, pieni di uno strano liquido, entravano fin dentro il suo corpo. Indossava una specie di tuta aderente e lucida, sembrava fatta di fibre metalliche, un materiale che non riusciva assolutamente a riconoscere.

Quelle due voci, nel frattempo, stavano parlando di lei?

Voleva urlare, ma l’acqua che l’avvolgeva soffocava il suo grido.

Nessuno si era accorto della piccola “scappatella” di Desmond della notte precedente, così il giovane poté tornare alla sua brandina e dormire almeno qualche altra ora, prima di riprendere le solite sessioni.

Il mattino sembrava come tanti altri. Si era creata una sorta di piccola quotidianità in quel quartetto: Shaun col suo caffè americano, nerissimo; Rebecca con una ciambella gigante, perché le servivano zuccheri per stare appresso al complesso programma Animus 2.0; Desmond si limitava a un espresso e a uno yogurt bianco, non aveva mai troppa fame.

Lucy invece non faceva mai colazione. Diceva che qualunque cosa ingerisse la mattina poi le faceva venire la nausea, ma faceva comunque loro compagnia al tavolo, anche se immersa sempre nei suoi calcoli con il portatile.

Per Shaun e Rebecca, tutto quello che stava facendo era semplicemente il possibile per mantenere la base segreta, monitorare Abstergo e tenere i contatti con gli Assassini rimasti. Il problema era che lei non condivideva mai con loro le informazioni, se non quelle strettamente necessarie.

Fino a poco prima, Desmond al riguardo avrebbe fatto spallucce. Non era affar suo il modo di agire di Lucy, purché mantenesse tutti al sicuro.

Invece ora sapeva che la donna stava facendo il doppio gioco. La cosa, dovette ammetterlo, gli fece stringere il cuore, ma la realtà era quella e doveva accettarla.

La guardava sottecchi, sperando che lei non se ne accorgesse. Doveva solo aspettare che il momento conviviale passasse e, non appena la donna si fosse chiusa nel suo ufficio, avrebbe colto l’occasione per comunicare quanto appreso agli altri due.

Così fece e, non appena la porta dell’ufficio di Lucy si chiuse alle spalle di quest’ultima, Desmond richiamò l’attenzione degli altri.

«Ascoltatemi, ragazzi, devo dirvi una cosa» disse con fare nervoso.

«Problemi con l’Animus?» chiese immediatamente Rebecca, non vedendo altri motivi per quella sua improvvisa mutazione d’espressione.

Desmond scosse il capo. «Ho una rivelazione che vi sconvolgerà, ma devo dirvela. O almeno… non io direttamente.»

Shaun e Rebecca lo guardavano con aria interrogativa, ma per ora non dissero nulla.

«Purtroppo Lucy ci ha traditi.»

Rebecca gonfiò immediatamente le guance, cercando di trattenere la risata. «Non è che lo yogurt che ti sei preso era scaduto?»

«Non sto dando i numeri! Sentite, ieri sera sono uscito dall’edificio.»

Immediatamente i due si fecero seri e Rebecca andò di scatto alla sua postazione, a controllare i filmati. «Ma che dici? Qui non c’è niente!»

«Sono stati Clay e Katia a modificare le riprese, così che Lucy non scoprisse del nostro incontro.»

Ora i due non ridevano più.

«Chi sono? Chi è questa gente per cui hai rischiato la nostra copertura e la nostra vita, Desmond?» chiese Shaun.

Ma prima di rispondere, Desmond gli fece cenno di abbassare la voce, per non rischiare di essere sentiti.

«Avete presente Clay, il Soggetto 16, che ha disseminato i Glifi nella mia memoria genetica? Ebbene, nel tuo Animus e in quello di Abstergo vive un’altra sua istanza A.I.»

«Non c’è nessuna A.I. nel mio programma, me ne sarei accorta!» ribatté Rebecca di getto, visibilmente offesa.

«Questo non è un semplice programma. È una specie di macchina pensante. Davvero pensante, non qualcosa che risponde solo al suo codice o che simula una conversazione umana. È come se fosse vivo.»

Rebecca e Shaun si lanciarono uno sguardo perplesso e Desmond sentì montare la rabbia: non stavano prendendo sul serio le sue parole.

«Katia invece chi sarebbe?» chiese poi Shaun.

«Katia è una Templare… ma aspettate, prima di dare di matto, ascoltatemi!» alzò le mani, cercando di trattenere i due prima che esplodessero. «Sì, è un’agente di Abstergo, ma ha deciso di voltare loro le spalle. Ella è l’agente che ci ha sparato quando io, Alexandra e Lucy stavamo scappando… ed è anche il tramite di quest’ultima con l’Organizzazione.»

«Se hai incontrato veramente questi due, ti ha forse sfiorato l’idea che ti stessero ingannando?» chiese Shaun, gesticolando nervosamente.

«Certo, ma ragionate. Che senso avrebbe avuto uscire così allo scoperto, se sapevano della nostra posizione e perché non catturarmi subito una volta fuori dall’edificio?» Desmond cercò di mostrarsi il più sicuro possibile. «Mi hanno anche detto che Alexandra è viva. Lucy ci ha ingannato anche su questo ed un’estensione di Clay A.I. la sta tenendo d’occhio.»

Si avvicinò al computer. «Rebecca, accendi l’Animus. Farò in modo di mettervi in contatto con Clay, se non credete alle mie parole.»

«Te lo ripeto, nessun programma si è infiltrato…» Rebecca non poté terminare la frase: una volta acceso l’Animus, Clay A.I. si manifestò. Numeri e lettere si raggrupparono nello schermo direttamente collegato all’Animus e una forma frammentaria, con le fattezze di un volto umano, cominciò a delinearsi.

«Ciao ad entrambi» disse Clay con tono calmo. «Grazie, Desmond, della fiducia che ci hai accordato, e grazie a voi per—»

«Chi cazzo sei tu e che ci fai nella mia baby Rebecca era furente.

L’intelligenza artificiale non si scompose. «Sono una forma che si è sviluppata grazie alla connessione di Alexandra con l’Animus e alla sua capacità di attraversare il tempo attraverso un processo quantico, ancora troppo complesso per l’umana comprensione. Mi dispiace per questa “invasione”, ma se ti può consolare ho avuto molte più difficoltà a insinuarmi nel tuo programma rispetto a quello di Abstergo.»

Rebecca, in tutta risposta, incrociò le braccia. Ma non sembrava affatto soddisfatta.

«Che ci stai mandando?» chiese Shaun, chinandosi sullo schermo, mentre una serie di cartelle iniziava a caricarsi all’interno di una macro.

«Tutto quello che Katia è riuscita a sottrarre dagli archivi Abstergo: sorveglianza, password, nonché i rapporti che si è scambiata in questi giorni con Lucy per comunicare i progressi di Desmond.»

Più le cartelle si accumulavano, più i loro volti impallidivano. C’era così tanto materiale… e soprattutto così tanto che Lucy aveva riportato nei report destinati ai suoi superiori.

«Ma io non posso credere a una cosa del genere… la conosciamo da anni, è una di noi.» La voce di Rebecca si incrinò, mentre si voltava verso il corridoio che conduceva all’ufficio di Lucy.

«Lo so» disse Desmond. «Anche io stento a crederci. Ma pare proprio che questa sia la realtà dei fatti.»

«No, no, no. Frena un attimo.» Shaun si raddrizzò, incrociando le braccia. «Un’intelligenza artificiale che dice di essersi sviluppata da una ragazza che viaggia nel tempo… e noi dovremmo pure ringraziare. Ti rendi conto di quanto suona comodo, vero?»

«Concordo» tagliò Rebecca. «E soprattutto: se sei così evoluto, perché dovrei credere che non sei un costrutto Abstergo? O peggio, un’esca.»

Clay rimase in silenzio per qualche istante, come se stesse valutando la risposta. «Una supposizione logica. Per questo non vi sto chiedendo di credermi. Vi sto fornendo dati.»

Sul monitor comparvero nuove finestre. Stringhe di codice, grafici, log di sistema.

«Questi sono i log interni del vostro Animus, Rebecca. Risalgono a cinque notti fa, alle 02:14.»

Rebecca si avvicinò di scatto allo schermo. «Questi… questi non dovrebbero nemmeno essere accessibili dall’esterno.»

«Non lo sono. Lucy ha utilizzato un canale di diagnostica che solo lei conosceva. Un accesso di manutenzione che non avete mai chiuso perché vi fidavate di lei.»

Shaun fece una smorfia. «O perché era l’unica con una formazione Abstergo decente su quei sistemi.»

«Esatto.»

Desmond guardava i due senza intervenire, le mani strette lungo i fianchi. «Che tipo di dati ha passato?»

«Stato mentale, stabilità della sincronizzazione, livelli di stress, progressi nella risonanza genetica. Tutto ciò che Abstergo usa per calibrare i soggetti.»

Rebecca digitò furiosamente sulla tastiera. «Questi pacchetti… sono criptati con una chiave che non ho mai visto.»

«È una chiave Abstergo di terzo livello. Lucy l’ha inserita manualmente nel vostro sistema.»

«Questo non prova che sia una traditrice» ribatté Shaun. «Potrebbe averlo fatto per tenerci sotto controllo. Per proteggerci.»

Clay non rispose subito. Fece apparire un’altra cartella.

«Allora analizziamo questo.»

File audio. Trascrizioni. Timestamp.

Rebecca aprì il primo. La voce di Lucy riempì la stanza. Fredda. Professionale.

“Il soggetto mostra una dipendenza crescente dall’Animus. Suggerisco di prolungare le sessioni per aumentare la probabilità di eventi di effetto osmosi.”

Il silenzio che seguì fu pesante.

«Questo…» Rebecca deglutì. «Questo non era nei report che ci ha mostrato.»

Shaun si passò una mano sul volto. «No, infatti. A noi parlava sempre di prudenza.»

Desmond strinse la mascella, ma non disse nulla.

«E questo?» chiese Clay. Un altro file.

“La presenza di Shaun Hastings non è rilevante per gli obiettivi primari. Rebecca Crane utile solo per la manutenzione tecnica. Il soggetto Desmond Miles resta la priorità.”

Shaun rise, ma senza ironia. «Che carina. Mi sento apprezzato.»

Rebecca fissava lo schermo. «Questi report… non sono per ‘coprirci’. Sono valutazioni operative di una freddezza immane.»

«Esatto» disse Clay. «Lucy non è mai stata dalla vostra parte. Stava guidando il processo secondo le direttive Abstergo.»

Shaun scosse la testa, lento. «Però questo ancora non spiega perché non ci abbia consegnati.»

«Perché aveva ordini diversi» rispose Clay. «Abstergo non voleva perdervi. Voleva che continuaste a operare. In un ambiente controllato, ma senza sapere di esserlo.»

Rebecca si lasciò cadere sulla sedia. «Quindi eravamo… una cellula inconsapevole.»

Desmond parlò piano. «Lei mi ha sempre spinto a tornare nell’Animus. Anche quando stavo male, ma mai in maniera diretta, utilizzando sempre raggiri di parole.»

Shaun lo guardò di scatto. «Lo so. Me ne sono accorto pure io. Ma…» sospirò. «Cristo, Lucy ci ha salvato la vita più di una volta.»

«Entrambe le cose possono essere vere» rispose Clay. «Vi ha protetti quando coincideva con gli interessi Abstergo. Vi ha usati quando non coincideva.»

Rebecca rimase in silenzio per diversi secondi, poi digitò di nuovo. «Se questi file sono autentici… allora ci sono tracce sui server remoti.»

Clay annuì. «Già verificate. Le ho replicate su tre nodi sicuri. Se Abstergo tenterà di cancellarle, avrete comunque le prove.»

Shaun chiuse gli occhi un istante. «Dannazione…»

Quando li riaprì, lo sguardo era cambiato. Più duro. Più lucido.

«Ok. Mettiamo che ti crediamo.»

Rebecca si voltò verso di lui. «Shaun—»

«No, ascoltami. Mettiamo che sia vero. Questo significa che Lucy sa già troppe cose. E se per caso sa anche che Desmond ha incontrato Katia… allora siamo seduti su una bomba a orologeria.»

Rebecca serrò le labbra. «E io che pensavo di essere paranoica.»

Desmond li guardava, il respiro corto. «Quindi… che facciamo?»

Shaun inspirò a fondo. «Prima cosa: smettiamo di considerare questo posto sicuro.»

Rebecca annuì lentamente. «Seconda cosa: isoliamo l’accesso di Lucy ai sistemi. Possibilmente, senza farle capire che l’abbiamo scoperta.»

«E terza cosa» aggiunse Clay «vi preparate a muovervi. Perché quando Abstergo capirà che il flusso di dati si è interrotto… verranno a cercarvi.»

Nessuno parlò per qualche secondo.

Poi Rebecca mormorò: «Non avrei mai pensato di dirlo… ma credo che dobbiamo fidarci di lui.»

Shaun sospirò. «Non di lui. Dei dati.»

Guardò Desmond. «E tu, amico mio, sei ufficialmente al centro di un casino ancora più grande.»

Desmond fece un mezzo sorriso amaro. **«Ottimo. Proprio quello che mi serviva.»


**

Alexandra stava ancora urlando in quella capsula, in quel corpo che non era il suo, quando lo scenario mutò di nuovo.

Un lampo di luce, e si ritrovò immersa nella nebulosa quantica.

«Clay, dove sei?» urlò la ragazza, guardandosi attorno freneticamente.

Da un groviglio di frammenti che si ricomponevano dal nulla, Clay A.I. prese forma. Intorno a loro, lampi improvvisi, flash di figure che camminavano rapide, sagome che apparivano e svanivano come riflessi.

«Stai ricordando» disse con voce calma. «Stiamo ricordando.»

«Che cosa? Che cosa, per la miseria? Dove ero finita?» La sua voce tremava, spezzata dal panico.

«In un ricordo primordiale. Dei primi uomini. Gli esperimenti degli ISU.»

Alexandra sgranò gli occhi. «Vuoi dire che…»

Clay annuì e poi rimase in silenzio per un istante, mentre attorno a loro le sagome che correvano si fecero più definite. Figure alte, dai tratti armoniosi, occhi che brillavano di una luce innaturale.

«Io sono discendente di due uomini che furono cavie degli ISU» disse infine. «Due rami diversi dello stesso esperimento.»

Davanti ad Alexandra comparve l’immagine di un uomo primordiale, legato a una struttura di pietra e metallo, attraversato da flussi di energia.

«Da uno di loro ho ereditato l’accesso ai frammenti della Verità. È grazie a lui se ho potuto scoprire ciò che riguardava gli ISU… ed è ciò che ho trasmesso a Desmond, attraverso i glifi.»

L’immagine mutò. Un altro uomo, più giovane, osservato da figure imponenti.

«L’altro… è quello che condividiamo tu ed io. Il figlio di un esperimento sulla trasmigrazione della conoscenza ISU.»

Alexandra sentì un brivido attraversarle la mente. «Quindi…»

«Ora che hai ricordato, anche io ricordo più chiaramente» proseguì Clay. «Te l’avevo già detto: tu sei il codice. Ma finché la tua memoria restava frammentata, anche l’accesso alla conoscenza era limitato. Ora non più.»

Lo spazio attorno a loro si dilatò, mostrando una città immensa, fatta di torri luminose e canali scintillanti.

«Aita… marito di Giunone… voleva creare per lei una sorta di server di salvataggio.»

Le figure dei due ISU apparvero davanti a loro. Giunone, fiera e determinata. Aita, chino su schemi che si ricomponevano nell’aria.

«Se Giunone fosse morta, sarebbe bastato che la Mela, entrando in contatto con un portatore sano, riattivasse il codice. La sua coscienza sarebbe risorta in un nuovo corpo.»

Alexandra sentì la nausea stringerle lo stomaco. «Quindi… persone trasformate in contenitori.»

«In barba a qualunque etica» confermò Clay. «E trovare una stabilizzazione genetica adatta era quasi impossibile. Molti soggetti non superarono nemmeno le prime fasi dell’esperimento.»

Le immagini si fecero più cupe. Corpi immobili. Macchine che si spegnevano.

«Con il nostro discendente, Aita era quasi riuscito nell’intento. Ma l’esperimento venne scoperto. Lui fu bandito da Atlantide.»

La città luminosa si frantumò come vetro.

«Quando Giunone tentò di salvare la propria specie, l’esperimento venne ripreso. Si cercò persino di fondere la mente di Aita con quella del nostro antenato. Ma fallì.»

Clay abbassò lo sguardo, e per un istante la sua voce parve meno artificiale.

«Durante gli anni in cui tutto restò sospeso, quell’uomo ebbe un figlio. E da lui… fino a te. Fino a me. Il gene ISU dormiente è stato trasmesso di generazione in generazione.»

Alexandra sentì la verità farsi strada nella sua mente, come una porta che si spalancava lentamente.

«Per questo io posso attraversare il tempo…»

«Il codice che Aita cercava di creare artificialmente… è sopravvissuto in modo naturale.»

Alexandra si portò le dita tra i capelli e scosse il capo. Tutte quelle immagini imponenti che la circondavano… e lei, sola, minuscola, schiacciata da una scoperta che non aveva mai chiesto.

«Mi avevi già detto qualcosa di simile… quando mi hai fatto capire in che modo io e Parvaneh ci siamo collegate…»

«Esatto» rispose Clay. «Ma nemmeno io avevo ancora una conoscenza completa. Io evolvo con te, Alexandra. Però questi non sono miei ricordi. Sono tuoi. Del mio creatore. Io mi limito a decifrarli… e a restituirteli.»

Fece una breve pausa, come se stesse scegliendo con cura le parole.

«Forse adesso capisci perché devi smettere immediatamente di aiutare i Templari. Ti sei rivelata ad Altair. Raccontagli tutto ciò che sai.»

Alexandra sgranò gli occhi. «Ma adesso… dopo quello che mi hai appena detto… l’Animus non lo ha registrato?»

«Non te ne sei accorta, credevi fosse un glitch. Ma quando hai confessato la tua identità, hai modificato di nuovo il corso della storia. Si è aperto uno squarcio di riassestamento. Il tempo, in questo caso, non è riuscito a rimodellarsi all’istante, e questo ti ha dato accesso al ricordo primordiale. La realtà è… momentaneamente sospesa.»

Le luci attorno a loro tremolarono.

«In questo breve intervallo, io mi sono insinuato per dirti tutto ciò che ora so.»

Alexandra sentì il respiro farsi corto. «Quindi… non sono né nell’Animus… né nel 1193?»

Clay annuì.

Ma subito dopo, le pareti della nebulosa iniziarono a incrinarsi, come vetro sotto pressione. Fratture di luce attraversarono lo spazio.

«Il tempo si sta riassestando» disse Clay, più in fretta. «Ti prego… procrastina più che puoi… stanno venendo a salvarti.»

«Chi mi sta venendo a—»

Non fece in tempo a finire la frase.

Il mondo collassò su sé stesso, come risucchiato in un vortice.

Quando la vista tornò a farsi nitida, Alexandra era ancora sdraiata sul lettino dell’infermeria di Masyaf, con Malik e Altair che pendevano letteralmente dalle sue labbra.

Che cos’era quel ricordo? chiese improvvisamente Parvaneh, allarmata, nella mente.

Il ricordo primordiale, rispose Alexandra, sempre mentalmente. A quanto pare si era trasmesso anche a lei… ma non l’incontro con Clay, in quella realtà sospesa.

Allora che cos’è?

Qualcosa di forse persino più pericoloso della Mela.

Malik fu il primo a rompere il silenzio.

«Senti, te lo dirò diretto» disse, senza alcun giro di parole. «Ci sei nemica o amica? Sei nel corpo di Parvaneh e se per causa tua…»

Gli occhi dell’Assassina si fecero improvvisamente vitrei, come se uno strato di nebbia fosse calato sullo sguardo. Malik lo capì subito.

Ora aveva di nuovo davanti la sua Parvaneh.

«Non prendertela con lei» disse, con voce ferma. «È sotto minaccia dalle persone che hanno reso possibile questa connessione temporale. Io la sto aiutando volontariamente. E lei, in cambio, ci ha aiutato a sventare diversi pericoli.»

Altair incrociò le braccia. «Aiutare a fare che cosa, esattamente?»

Parvaneh esitò.

Malik strinse la mascella. «L’altra volta eri allarmata. Mi avevi detto di non crederle. Ti sta minacciando?»

«Non mi sta minacciando» rispose subito Parvaneh. «È vero, all’inizio non avevamo ancora trovato un equilibrio. Ero spaventata, confusa. Ma ora… le nostre menti si sono unite. Hanno trovato stabilità.»

Deglutì, come se cercasse le parole giuste.

«E le mie… le nostre abilità come Assassine hanno avuto un power up

I due uomini aggrottarono la fronte quasi all’unisono.

«Sono… cosa?» chiese Malik.

Parvaneh si morse la lingua. «Una… crescita esponenziale. È un termine della sua lingua. Non so come mi sia uscito.»

Altair la osservava con attenzione glaciale. «Stai dicendo che questa connessione vi rende più forti.»

«Sì. Ma non è solo questo» aggiunse Parvaneh, più piano**. «Ha aumentato la percezione delle cose. Io ho sviluppato, l'Occhio dell'Aquila.»**

«Ma solo pochi Assassini...» mormorò Malik.

«Una capacità rara» disse Altair. «frutto di anni di allenamento, un talento naturale, che può essere sviluppato al meglio da due menti che si sono fuse.»

Parvaneh abbassò lo sguardo. «Mi dispiace di aver taciuto per tutto questo tempo.»

Un silenzio teso calò nella stanza.

Poi Malik parlò di nuovo, più lentamente, con una durezza trattenuta che faceva quasi più paura della rabbia.

«E queste persone che la minacciano… chi sono?»

Parvaneh non rispose subito.

Nella sua mente, Alexandra sentì il peso di quella domanda.

Digli la verità, ma ti prego, per ora limita le informazioni. Ti prego, sussurrò.

Parvaneh chiuse gli occhi per un istante, poi li riaprì. «Sono qualcosa grande. Un’organizzazione che esiste… anche nel futuro.»

Altair serrò la mascella. «Templari.»

Parvaneh lo fissò, sorpresa. «Come lo hai capito?»

«Perché anche in questo tempo, loro cercano di fare qualcosa di simile» rispose lui. «Se esiste un potere che manipola il tempo, allora esiste un potere che vuole controllare ogni cosa e loro hanno da sempre avuto questo intento. È irrilevante se nel futuro si fanno chiamare in un'altra maniera.»

Malik fece un passo verso il lettino. Finalmente il decotto era arrivato ed ora si era sporto per aiutarla a bere, così da alleviare un po' la sofferenza delle ferite. «E tu, cosa rischi, se smetti di aiutarli?»

Parvaneh inspirò profondamente.

«La sua vita» disse. «Il suo corpo. La sua mente. La sua famiglia.»

Quella frase bastò a gelare l’aria.

Altair restò in silenzio per diversi secondi, poi parlò con una calma che aveva il peso di una sentenza.

«Allora questa non è solo una questione che riguarda il futuro.»

Si avvicinò al letto.

«È una questione che riguarda la Confraternita.»

Parvaneh lo guardò, sorpresa.

«Lei discende da te e da Malik» continuò Altair «ciò vuol dire che in lei scorre il sangue di un'Assassina, ciò che minaccia lei, minaccia anche noi.»

Malik sentì il petto stringersi. «Stai dicendo…»

«Che se Alexandra ha bisogno di aiuto, in qualche modo cercheremo di aiutarla» concluse Altair. «Ma lei ci deve dire in che modo sta agendo, se è sotto minaccia dei Templari, cosa è che sta facendo per loro.»

Nella mente di Alexandra, qualcosa si spezzò.

Gli occhi di Parvaneh si fecero di nuovo vitrei. Alexandra era tornata.

«Ciò per cui mi sta aiutando mi serve per il futuro, ma per ora non posso dire in che modo sto agendo. Ho bisogno di tempo. Sto rischiando molto, avendovi rivelato chi sono.»

Malik scattò in piedi di colpo, facendo rovesciare il decotto che si sparse sul pavimento.

«Vuoi davvero che ti facciamo raggiungere i tuoi obiettivi usando il corpo di Parvaneh?»

«Ho bisogno del suo aiuto» rispose Alexandra, senza abbassare lo sguardo. «Ma non potevo permettere che qualcuno la calunniasse. Sono stata io a uccidere il Priore, non lei. Così come sono stata io a rispondere ad Abbass l’altro giorno.»

Nello sguardo di Malik passò un lampo di sollievo, ma non bastò a spegnere la collera.

«Non stai rispondendo alle nostre domande. Che tipo di aiuto ti serve, da Parvaneh?» scandì, lentamente, come se ogni parola fosse una lama.

Alexandra serrò le labbra. «Non posso dirlo… loro ci ascoltano. L’Animus ci ascolta. Se lo dico ora, sarà la fine.»

I due uomini si irrigidirono. Per un istante si guardarono attorno, come se le pareti stesse potessero avere orecchie.

«Allora dovremmo rinchiudervi da qualche parte» disse Malik, con voce dura. «Qualunque cosa ti stiano costringendo a fare, è evidente che serve ai loro scopi. E noi non possiamo permetterlo.»

Altair alzò lentamente una mano.

«No.»

La sua voce non era alta, ma bastò a fermare Malik a metà del passo.

«Se la rinchiudiamo» continuò il Maestro «consegniamo Parvaneh alla paura. E se questa connessione è davvero ciò che dici, rischiamo di spezzarla nel modo peggiore.»

«E allora che proponi?» ribatté Malik. «Di fidarci di qualcuno che ammette di lavorare per i nostri nemici?»

Altair fissò Alexandra. «Tu non lavori per loro. Sei sotto il loro controllo.»

Alexandra abbassò lo sguardo per un istante. «Sì.»

«E allora ascoltami bene» proseguì Altair. «Qui non deciderai da sola. Né tu, né loro.»

Fece un passo avanti, portandosi accanto al lettino.

«Parvaneh resterà a Masyaf. Sotto la mia protezione. Ogni tuo movimento passerà da me.» rispose il Maestro. «Ti sto impedendo di essere usata come un’arma senza che noi lo sappiamo.»

Poi annuì.

«Ma avrai il tempo che chiedi. Ma sappi questo: se anche solo sospetterò che stai trascinando Parvaneh verso la distruzione, non esiterò a separarti da lei. Qualunque sia il prezzo.»

Alexandra sentì un brivido correrle lungo la schiena.

«Accetto» disse piano. «È già più di quanto sperassi.»

Malik strinse i pugni. «E se quelli che la controllano decidono di colpire qui, magari mandando un altro "viaggiatore del tempo"?»

«Allora troveranno una Confraternita pronta ad accoglierli» rispose Altair.

Un lungo silenzio seguì quelle parole.

Altair poi inspirò lentamente, come se stesse accettando una decisione che non poteva più rimandare.

«Bene. Allora che sia chiaro per tutti.»

Si voltò verso Malik.

«Da questo momento, qualunque cosa stia accadendo dentro Parvaneh non è più un affare privato. È una questione della Confraternita.»

E poi, di nuovo ad Alexandra:

«E tu, donna del futuro… se davvero stai combattendo una guerra che noi non possiamo ancora vedere, sappi che non la combatterai da sola. Avrai tutto il supporto che le nostre risorse possano offrirti. Ma non provare ad agire alle nostre spalle. Sono certo di parlare anche a nome di Parvaneh che, se ci tradirai, noi giustizieremo entrambe.»

Detto questo, il Maestro espresse il bisogno di congedarsi, per riflettere su quanto appena appreso. Per rispetto, Malik attese che egli uscisse dalla stanza, poi, lentamente, tornò a sedersi accanto al lettino, lo sguardo fisso su Parvaneh.

«Se la metti in pericolo…» disse a denti stretti «se anche solo per un istante peggiori ulteriormente la sua situazione, io non aspetterò ordini.»

Alexandra sostenne quello sguardo**.**

«È l'ultima cosa al mondo che vorrei, credimi. E poi ricorda se cade lei… cado anche io.»

Nella mente di Parvaneh, una voce tremò.

«Se può farti sentire meglio,» aggiunse «non mi sono mai sostituita a lei nei vostri momenti di intimità, hai sempre e solo baciato Parvaneh. L'unica volta in cui ero io al suo posto è stato quando Al-Zahir l'ha voluta. Lei ti ha sempre amato ed io non le avrei mai permesso che si prendesse anche la sua mente. Il corpo era lì, ma Parvaneh non c'è mai stata. Ora lo sai.»

Malik sbatté velocemente le palpebre, cercando di fare mente locale per assimilare tutta quella quantità di informazioni. Finalmente stava dando un senso a molte cose, ma non poteva reprimere il desiderio di strappare dalla sua amata quella presenza estranea.

«Questo è tutto quello che c’è da sapere?»

«Quello che c’è da sapere su di me e su Parvaneh è complesso. So che è difficile fidarsi, ne hai tutte le ragioni.»

Malik si sporse in avanti, l'avambraccio teso sul ginocchio destro.

«Da quando quel manufatto che Al-Mualim ci ha mandato a recuperare, nulla è stato più ordinario. Ora guardo questo corpo e devo convincermi che sto parlando con una sconosciuta di un altro tempo, di cui non conosco nemmeno le reali intenzioni. Posso solo, per ora, affidarmi all’istinto di Parvaneh… e alla tua parola. Ma avrei voluto che fossi io, e non lei, a portare questo fardello. Le frustate. Tutto questo.»

Alexandra deglutì.

«Purtroppo, anche se anche tu sei un mio discendente, non sei portatore dell’eredità che scorre nelle vene di Parvaneh.»

Allungò la mano verso di lui, con un gesto incerto, poi gli sfiorò le dita.

«Ma stalle accanto. Questo è il tuo compito. Lei mi aiuta perché mi considera parte della sua famiglia… e anch’io vi considero tali. Qualunque cosa io faccia in futuro, non sarà per cattiveria nei vostri confronti.»

Malik aggrottò la fronte, rimuginando su quelle ultime parole. Restò in silenzio per qualche istante, poi chiuse la mano intorno alla sua.

Lucy, tornata alla sua postazione, si era rimessa a svolgere i suoi task per conto di Abstergo, ma non aveva affatto dimenticato l’anomalia della sera prima, legata a quella richiesta di conferma d’identità. Era necessario risolvere la questione al più presto, così si mise in contatto con Katia.

Quest’ultima, quando ricevette la mail della dottoressa, sgranò gli occhi. In qualche modo Abstergo era riuscita a rilevare l’accesso non autorizzato. Eppure era certa di essersi mossa nel modo più cauto possibile. Evidentemente non era bastato.

La ventola della stanza in cui si trovava produceva un ronzio forte e acuto, mentre cercava una soluzione.

Katia non perse tempo. Anziché rispondere via mail, inviò subito una richiesta di chiamata.

L’immagine della dottoressa Stillman si materializzò dopo pochi secondi, il volto composto, lo sguardo freddo e professionale.

«Agente Sofian, mi deve spiegare un accesso al sistema dell’Animus che io non ho autorizzato» disse senza preamboli. «Per ora l’ho coperta, ma solo perché voglio capire cosa sta succedendo.»

Katia non si scompose. «Ho agito in autonomia, dottoressa. Sospetto che il dottor Vidic stia cercando di scavalcarla nella gestione del Soggetto 18.»

Lucy serrò leggermente la mascella. «Si spieghi.»

«Alexandra non viene più scollegata dall’Animus. So bene che lei aveva dato indicazioni precise sui tempi di esposizione, proprio per evitare un deterioramento prima fisico e poi mentale. Vidic le sta ignorando. Ho l’impressione che stia dando più peso alla pressione dei finanziatori che alla ricerca in sé per sé.»

Lucy restò in silenzio per un istante, lo sguardo fisso su di lei.

«Temevo che potesse succedere» mormorò infine.

«Per questo ho scavalcato alcuni protocolli» proseguì Katia. «Volevo avere accesso diretto allo stato del Soggetto, per essere certa che nessun report venisse filtrato prima di arrivare a lei. Doveva essere un’operazione discreta… ma evidentemente c’è stata una falla. Mi scuso per questo.»

Per un momento Lucy abbassò gli occhi, poi li rialzò con un’espressione più dura.

«Non è un segreto che Vidic tenga molto a prendersi il merito del progetto» disse. «Anche se ne è stato il pioniere, negli ultimi anni il mio contributo non è stato secondario. E non ho alcuna intenzione di farmi mettere da parte.»

Poi, contro ogni previsione, annuì lentamente. «Ha fatto bene a preoccuparsi dello stato di Alexandra.»

Katia tirò un respiro che non si era resa conto di stare trattenendo.

Ma proprio in quell’istante, sullo schermo di Lucy comparve una nuova notifica.

La dottoressa distolse lo sguardo per leggere, poi tornò a fissare Katia, improvvisamente tesa.

«C’è un problema ben più grave» disse. «I nostri sistemi hanno rilevato un’anomalia. Un’entità che si sta muovendo all’interno dei canali dell’Animus. Si sta firmando come… Clay A.I.»

Katia sentì un brivido risalirle la schiena.

«Il tracciato da cui si è infiltrato…» continuò Lucy «è esattamente lo stesso corridoio digitale che lei ha attraversato.»

Il tono non era più solo professionale. Ora c’era sospetto.

«Vuole spiegarmi questo, agente Sofian?»

Katia non rispose subito.

Mentre manteneva lo sguardo fisso sul volto di Lucy, aveva messo in copia segreta Clay, quella che in quel momento stava parlando con Desmond, Shaun e Rebecca, per metterlo in tempo reale al corrente di ogni singolo sviluppo.

Nello squarcio di riassestamento del tempo — in quel punto instabile in cui Alexandra si era trovata sospesa in quella realtà quantica — qualcosa era cambiato si era ulteriormente sviluppato nel codice di Clay A.I.

Si erano aggiunti nuovi pattern cognitivi, nuove strutture di risposta. Qualcosa che assomigliava sempre di più a… sensazioni umane.

Paura.

Urgenza.

E, soprattutto, impulso.

Attraverso Alexandra, Clay aveva percepito il peso di quel corpo, la fatica, la tensione emotiva nel momento in cui lei aveva confessato ad Altaïr e Malik di trovarsi nella mente di Parvaneh e di muoverne il corpo.

E aveva capito subito una cosa: l’Animus avrebbe immediatamente registrato quella confessione.

Vidic avrebbe saputo. E Clay conosceva Vidic.

Sapeva che dalle minacce si sarebbe passati ad altro.

Sapeva che, se Alexandra fosse diventata un problema, Abstergo non avrebbe esitato a eliminarla come soggetto di test.

E allora l’ipotesi peggiore aveva preso forma.

Se Alexandra fosse stata rimossa… Katia Sofian era un’alternativa perfetta.

Anche il suo antenato aveva subito l’influsso della Mela dell’Eden e la discendenza di Abbass aveva quindi sviluppato un DNA compatibile, il fatto che lei fosse esule dalla riscrittura della storia, ne era stata la conferma.

Nel caso, però, Katia non fosse stata compatibile, c'era un'ulteriore alternativa. Non sarebbe stata la prima volta che Abstergo, non trovando discendenti diretti, si collegava ai resti fisici degli Assassini per accedere ai ricordi genetici. Era una pratica sporca, ma efficace. E Vidic non aveva mai avuto scrupoli.

Il punto di rottura arrivò quando intercettò il report.

Vidic lo stava leggendo.

Poi ne stava parlando con un collega, in tono troppo calmo, troppo pratico, come se stesse già valutando opzioni.

Non c’era urgenza nella sua voce.

Solo pianificazione.

In quel momento Clay comprese che il tempo delle manovre silenziose era finito.

Lucy stava ancora aspettando spiegazioni da Katia, ma l’esitazione iniziale di quest’ultima la rese subito nervosa.

«Non ci vedo nulla di chiaro in questa faccenda» disse Lucy, con tono controllato. «Dovrò fare rapporto ai tuoi superiori. Anche se ti ringrazio, hai agito di tua sponte e questo, in Abstergo, non possiamo tollerarlo. Se questo “Clay A.I.” è un virus lasciato dal Soggetto 16, come fece con i glifi, allora ne sarai direttamente responsabile.»

Non fece in tempo a terminare la frase che lo schermo iniziò a sfarfallare e intere stringhe di dati cominciarono a cancellarsi.

«Scusa, ma tu non farai proprio rapporto a nessuno» rispose Katia, che nel frattempo aveva già avviato un attacco hacker al sistema di Lucy.

La dottoressa balzò in piedi, sconvolta. «Ma che stai facendo? Clay ti ha arruolata? Hai sempre fatto il doppio gioco con noi?»

«Il bue che dice cornuto all’asino» sentenziò Katia.

Lucy uscì di corsa dal suo ufficio. Premette il pulsante dell’allarme, richiamando il trio che, ne era certa, stava lavorando all’Animus.

«Dobbiamo andare via, subito. I Templari ci hanno scoperto. Abbiamo una base a Monteriggioni, lì—»

Si interruppe di colpo.

Rebecca, Desmond e Shaun non erano affatto al lavoro. Stavano fissando lo schermo, dove una figura digitale con le fattezze di Clay Kaczmarek era già materializzata.

Lucy fissava la scena con stupore, come se fosse diventata una statua di sale.

Sentiva addosso gli sguardi degli altri tre, duri, delusi. Non c’era rabbia, non ancora. Solo incredulità.

Rebecca fu la prima a parlare, con la voce che le tremava.

«Dimmi che non è vero. Dimmi che Clay si sbaglia. Che questa cosa su di te è solo… un errore, un bug, qualsiasi cosa.»

Lucy deglutì, ma non rispose subito.

Desmond fece un passo avanti.

«Lucy, tu mi hai aiutato. Mi hai tenuto in piedi quando stavo per crollare, là dentro.» La guardava come se stesse cercando la persona che conosceva. «Sei stata l’unica che mi ha trattato come un essere umano. Non puoi aver fatto tutto questo solo per Abstergo.»

Finalmente Lucy scosse il capo.

«State dando credito a… a un residuo instabile.» La sua voce tornò professionale, controllata. «Il Soggetto 16 non era lucido. Era paranoico, ossessionato, vedeva complotti ovunque. Quella cosa sullo schermo non è Clay. È un frammento distorto, un’eco impazzita dei suoi ricordi.»

Shaun strinse la mascella.

«Peccato che io abbia letto i suoi file. Tutti quelli che Abstergo cercava di seppellire.»

Indicò lo schermo. «Il Soggetto 16 sapeva di essere usato. Sapeva che qualcuno gli stava mentendo. E quel qualcuno… eri tu.»

Lucy si irrigidì appena.

«Io ho seguito gli ordini» ribatté. «Come tutti voi, ogni giorno. Clay era già compromesso quando l’ho preso in carico. Io ho solo… fatto in modo che continuasse.»

Rebecca sbiancò.

«Continuasse… a cosa?» sussurrò. «A perdere la testa? A lasciargli scavare nei ricordi fino a spezzarlo?»

Lucy distolse lo sguardo per un istante, poi lo rialzò.

«Se non l’avessi fatto io, lo avrebbe fatto qualcun altro. Vidic. O peggio.»

La sua voce si fece più tesa. «E sarebbe finita comunque nello stesso modo.»

Clay A.I. intervenne, la sua figura tremolante sullo schermo.

«Non è vero, Lucy. Hai avuto accesso ai miei parametri neurologici. Sapevi che il collasso era imminente. Hai firmato l’autorizzazione per prolungare le sessioni.»

Silenzio.

Desmond la fissava, sconvolto.

«Tu sapevi… e non hai fatto niente.»

Lucy chiuse gli occhi per un secondo.

«Ho fatto quello che serviva.»

Shaun scosse il capo, amaro.

«E ora stai facendo lo stesso con lui.»

Lucy capì, in quell’istante, che non c’era più nulla da salvare.

Che qualunque cosa avesse detto, per loro, era già dall’altra parte.

Fece un passo indietro.

Poi infilò lentamente la mano nella tasca della giacca.

«Allontanatevi dall’Animus e da Desmond.»

Quando la tirò fuori, nella sua mano c’era una piccola pistola nera, compatta, puntata verso di loro.

Il trio alzò lentamente le braccia, visibilmente tesi ma cercando di non far scattare Lucy.

«Calmati, Lucy» disse Rebecca, la voce ferma ma implorante. «Non c’è motivo di ricorrere alla violenza. In nome della nostra amicizia…»

Shaun annuì, aggiungendo: «Non renderci tuoi nemici. Non devi farlo.»

Lucy strinse la pistola, respirando a fondo. «L’unico motivo per cui siamo fuggiti da Abstergo era che Desmond collaborasse spontaneamente. Ma ormai, con quelle insinuazioni… Clay ha compromesso tutto. Non ha più senso continuare questa recita.»

«Lucy…» cominciò Desmond, «non deve finire così…»

Lei estrasse con l’altra mano il cellulare. «Ora chiamo i rinforzi.»

Desmond, senza pensarci, corse in avanti. I suoi riflessi, affinati dalle sessioni con gli antenati, gli permisero di anticipare il tiro. La pallottola fischiò vicino, ma lui riuscì a schivarla. Con un salto deciso si lanciò addosso a Lucy, atterrando sopra di lei e immobilizzandola.

Rebecca e Shaun rimasero a guardare, il cuore in gola, mentre Desmond serrava Lucy a terra, mantenendo la pressione sui polsi in modo che non potesse usare né la pistola né il cellulare.

«Non voglio farti del male, Lucy» disse Desmond, respirando affannosamente. «Ma adesso basta.»

Lucy, intrappolata, riuscì solo a guardarlo con occhi pieni di tensione.

«Ora ci dirai tutto ciò che sai e ci aiuterai a trovare un modo per entrare ad Abstergo e liberare Alexandra» disse Desmond a denti stretti, il cuore che gli batteva all’impazzata.

Lucy scrollò appena la testa, gli occhi fissi su di lui. «Non dirò assolutamente nulla.»

Ci fu un momento di silenzio, in cui i due si guardarono dritti negli occhi. Come se una sorta di rammarico, per ciò che avrebbe potuto essere tra loro, fosse stato spazzato via in quell’istante.

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