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Creato il 08/07/2026, 20:30 · Aggiornato il 08/07/2026, 20:30

Capitolo 23: Capitolo 9.7

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoCompleta

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Morte
  • Sangue
  • Violenza
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Senza troppi complimenti, venne gettata in una cella dei sotterranei del castello. L’aria era umida e fredda; le gocce di condensa echeggiavano in sottofondo, insieme allo squittire dei topi.

Ancora una volta, le due donne erano finite in prigione per qualcosa di cui erano accusate ingiustamente.

Questa volta, però, è vero. La mia lama si è macchiata del sangue di un confratello, disse Parvaneh, sconsolata.

«Dovevamo difenderci, o a quest’ora saremmo state noi con la gola recisa!» ribatté Alexandra.

Rimane comunque il fatto che abbiamo compiuto un atto empio nei confronti della Confraternita. Io… io ho perso tutto.

Alexandra si rannicchiò in un angolo, ascoltando in silenzio la disperazione che aveva attanagliato il cuore della sua antenata.

«Vedrai, tutto si risolverà presto» provò a dirle, ma di rimando percepì solo una profonda rabbia da parte di Parvaneh.

Del resto, era sempre stato tutto a causa di Alexandra; quest’ultima doveva ammetterlo.

Fortunatamente non passò molto tempo prima che qualcuno andasse a fare loro visita. Malik, infatti, non aveva perso tempo e, appena nei corridoi si era tornati a respirare un po’ di quiete, ne aveva subito approfittato per scendere anche lui.

Aveva con sé una coperta e una zuppa calda.

Prima fece passare entrambe le cose attraverso le sbarre, poi prese una chiave dalla tasca e aprì la cella.

L’attimo dopo, i due erano già stretti in un caldo abbraccio.

«Grazie di essere venuto» disse Alexandra, commossa.

«Non avrei mai potuto lasciarti qui da sola. Non mi importa degli altri» rispose lui in fretta, guardandola dritta negli occhi. «Altair è furente, ma vedrai che presto ritroverà la ragione. È chiaro che hai fatto quello che hai fatto per autodifesa. Io e Maria lo ripeteremo fino alla morte.»

«È così, infatti… quegli uomini sono amici di Abbass. Ho provato a ignorare le loro provocazioni, ma alla fine non ho avuto altra scelta.»

Malik aggrottò lo sguardo e sospirò. «Devo essere brutalmente sincero: una scelta alternativa, a esiti come questo, c’è sempre. Abbass ha ottenuto ciò che voleva. Non ho dubbi che te li abbia mandati apposta. Ha capito il tuo punto debole e li ha mandati per sollecitarlo. Hai fatto il suo gioco.»

Alexandra chinò lo sguardo. Malik aveva ragione e, con quell’errore di percorso, aveva persino compromesso il duro lavoro di quei giorni.

«Ma non preoccuparti. Forse, utilizzando la Mela, come già in passato, mostreremo a tutti la verità su quanto realmente accaduto» proseguì il Consigliere, in tono incoraggiante.

Immediatamente i peli della nuca dell’Assassina si rizzarono. «No, non bisogna usarla!» rispose in fretta.

L’uomo la guardò interrogativo, così Alexandra aggiunse: «Non si può usare un oggetto del genere per ogni mio problema. Altrimenti Abbass avrebbe ragione nel dire che sono una favorita. Io non ho nulla da nascondere: mi sono difesa e quell’uomo non doveva intromettersi. Non stavo combattendo con lui.»

Malik sembrò comprendere e annuì, sorridendo. «Hai ragione. Non possiamo affidarci sempre a quell’oggetto per ogni ostacolo. Mostrerai le tue ragioni e, come già detto, io e Maria ti saremo al fianco. E non solo noi: anche Amhed e tutti coloro che ti conoscono e sanno chi sei veramente.»

Si chinò poi per baciarla, ma poco prima che le labbra si sfiorassero, Alexandra si ritrasse e gli voltò le spalle. Aveva già preso il posto della sua antenata, mettendola nei guai. Non voleva e non doveva sostituirsi a lei anche nell'intimità con Malilk.
Quest'ultimo apparve inizialmente confuso, ma quando la compagna si voltò di nuovo, questa volta per avvicinarsi lei e baciarlo, di nuovo le sinapsi dell'uomo lanciarono campanelli d'allarme. Sì, quel bacio gliel'aveva dato la sua Parvaneh, eppure fino a poco prima in lei aveva notato un'espressione diversa, quella estranea che ora di nuovo ritrovava sul suo dolce viso.

«Parvaneh, senti, io avrei una domanda da porti.»

Parvaneh lo guardò, interrogativa. Poi gli sorrise.

«Io ho fatto ciò che dovevo per la mia salvaguardia. Mi dispiace solo di aver deluso il Maestro. La lama celata è un simbolo, è vero. Se riuscirò a far valere le mie ragioni, prometto che avrò maggior rispetto per quest’arma.»

Sollevò la mano destra.

«Sono anche disposta a farmi recidere l’anulare, come segno della mia devozione. Una promessa di eterno legame alla Confraternita.»

Malik rimase colpito da parole tanto profonde e sincere. Era davvero un’Assassina, un degno membro dei Nizariti; nessuno avrebbe dovuto osare negarlo.

In realtà, però, quella non era la domanda che voleva porle, a differenza di quanto la ragazza aveva creduto. Ma non la corresse. Le prese invece la mano sinistra e, con il pollice, le sfiorò l’anulare.

«Io, invece, ti prometto che presto su quest’altro porterai il simbolo di un altro eterno legame.» Cercò il suo sguardo. «Io ti amo, Parvaneh. Non dimenticarlo mai.»

Fece una breve pausa; le sopracciglia ebbero un leggero tic nervoso.

«E puoi affidarti totalmente a me. Perciò non avere mai paura di aprirti con me.»

«Lo so,» rispose lei, con una lieve esitazione. «Perché me lo dic—»

«Consigliere, il tempo della visita è finito,» intervenne una guardia.

Malik lo ignorò e poggiò la fronte contro quella di Parvaneh.

«Consigliere, per favore, le reg—»

«So meglio di te cosa dicono le regole!» esclamò l’uomo, voltandosi per fulminarlo con lo sguardo. Poi tornò a guardare la donna e la baciò di nuovo. «Abbi solo pazienza. Presto tutto verrà risolto.»

Quando Malik se ne andò e la porta delle segrete si chiuse con un cigolio, il rimbombo della chiave che serrava la toppa echeggiò tra le pareti di pietra. Il silenzio regnò sovrano.

«Avevi detto che, in caso di necessità, avremmo detto la verità,» disse Parvaneh, con tono piatto.

Sì, è quello che ho detto. Ma nel momento in cui confesserò tutto, l’Animus lo registrerà e lo comunicherà a Vidic, rispose Alexandra.

«E i tuoi genitori…» Parvaneh si morse il labbro inferiore**. «Senti… è da un po’ che ci penso… ma hai vagliato l’ipotesi che forse già loro…»**

Non lo dire, rispose Alexandra di getto. Non osare nemmeno pensarlo.

«Ti rendi conto che stai facendo esattamente ciò che ti viene detto, mossa solo da una speranza? Ormai è diverso tempo che condividiamo la mente e hai visto quanto può essere brutale l’essere umano, in qualunque epoca. Perché non te li fanno vedere? Mi hai parlato di queste “riprese video”, ma se non sono altro che ritratti in movimento, significa che non te li stanno mostrando davvero. Ti sei chiesta il perché?»

Basta, basta.

«Basta!» Con uno sforzo, Alexandra ricacciò Parvaneh in un angolo della mente, riprendendo il controllo del corpo. Strinse i pugni e iniziò a colpirli con rabbia contro le sbarre.

Non voleva pensarlo, voleva escludere a ogni costo quella possibilità. Vidic sapeva che, se avessero fatto del male ai suoi genitori, lei si sarebbe rifiutata categoricamente di collaborare; non sarebbe stato così sciocco da eliminarli.

«Ma da quanto tempo mi trovo qui?»

Se ne rese improvvisamente conto: le settimane in cui era stata “attiva” nel passato erano troppe. Quando si trattava di attraversare periodi di giorni, come durante i viaggi, l’Animus la spingeva in avanti; ma in quel frangente aveva vissuto ogni singolo giorno, con l’obiettivo di convincere Louis che la fazione che aveva scelto di servire fosse realmente nel giusto. Era davvero possibile che, nel suo tempo, fosse trascorsa solo una manciata d’ore?

«Si è aperta una possibilità.»

La voce improvvisa di Clay A.I. 2 fece quasi sfuggire a Katia il bicchiere con la bibita energetica che stava sorseggiando con la cannuccia. Per mantenere alte le aspettative sia di Lucy che delle A.I. di Clay, aveva bisogno di molte energie.

«In che modo?» chiese in fretta, mentre apriva il canale con Clay 1, affinché fosse anche lui allineato sulla faccenda.

«Parvaneh è stata imprigionata e spogliata dei gradi. Al momento può solo attendere il verdetto. Vidic è su tutte le furie.»

«Qualcosa mi dice che questo non faceva parte della storia dell’antenata di Alexandra» disse Katia, con un mezzo sorriso.

«Ormai nulla è più come una volta» rispose Clay 1. «Spero solo che questo non crei problemi. Questa storia si sta complicando sempre di più.»

«Allora perché parlate di possibilità?» chiese Katia, accigliandosi.

«Questo episodio causerà una nuova riscrittura della storia. Non eclatante per l’umanità, certo, ma un guaio per Abstergo, se Parvaneh venisse condannata. Allo stesso tempo, però, può sollecitare il marcatore. Lo percepisco dalla mia stessa programmazione: si sta ulteriormente sviluppando» disse Clay 2. «Quando finalmente sbloccherà il ricordo più antico, comprenderà cosa è davvero importante e perché i Templari vanno fermati, prima che raggiungano tutti i manufatti.»

«Per questo bisogna liberarla prima che questo ricordo emerga. In lei c’è un codice, lo so perché ha retroattivamente attivato la scintilla della mia coscienza» continuò Clay 1.

«Quando voi due fate comunella, ve lo giuro, mi fate girare la testa peggio di una centrifuga!»

«Non c’è bisogno che comprenda tutto e subito. Focalizzati sull’obiettivo: dobbiamo strapparla ai macchinari, prima che Abstergo riesca a venire in possesso di tale ricordo. Loro ancora non sospettano che in Alexandra c’è molto di più che un mero mezzo per i suoi scopi. Come lo è Desmond. Neanche Lucy se ne è accorta o avrebbe simulato anche il suo di salvataggio.»

Una cosa era chiara: dovevano accelerare i tempi, anche se Desmond non era ancora del tutto pronto. Una volta che Katia avesse ottenuto la sua fiducia, Rebecca e Shaun avrebbero potuto seguirlo e, a quel punto, Lucy si sarebbe ritrovata con le spalle al muro.

Purtroppo, gli informatici alle dipendenze di Abstergo erano davvero competenti, esattamente come ci si aspettava da un’Organizzazione di quel livello. Quest’ultimo scambio, però, aveva lasciato una traccia. Lo sviluppo ulteriore degli eventi aveva effettivamente modificato il codice di Clay A.I. e quella differenza, seppur minima, aveva permesso a una sorta di “mollica di pane” di sfuggire al canale sicuro aperto da Katia.

Questo attirò l’attenzione di uno dei dipendenti, che iniziò a interrogarsi sull’anomalia e a monitorarne il flusso.

Per il momento si limitò a registrare un report di routine, non avendo idea del motivo per cui K. Sofian, agente addetto al ponte tra loro e la dottoressa L. Stillman, avesse esplorato un settore che non avrebbe dovuto riguardarla. Non lanciò alcun allarme. Del resto, la Stillman seguiva anche l’andamento del Soggetto 18: poteva rientrare nelle direttive.

«Ritenete che la percentuale di avanzamento nel recupero dei Glifi sia sufficiente per attivare anche in lui una connessione attiva con il suo antenato?» chiese Katia, aggrottando lo sguardo.

«Secondo i nostri calcoli, sarebbe stato meglio raggiungere almeno il settanta per cento dell’obiettivo, ma non c’è tempo. Dobbiamo farci andare bene quello che abbiamo.»

«Qualunque sia l’epoca, il carnevale di Venezia è sempre suggestivo» commentò Shaun, mentre Rebecca catalogava la sequenza in corso, in cui l’Assassino fiorentino doveva eliminare Marco Barbarigo.

«Ti ci vedo con la maschera veneziana» disse Rebecca, con tono divertito. «Ma lo charme di Ezio Auditore è difficile da ottenere.

Piuttosto, Desmond, immagino ti stia girando la testa. Non vuoi fare una pausa? Desmond?»

Ma Desmond non la stava ascoltando.

Tra i luccichii, le sfilate e le maschere, tra le urla spaventate e le scie di colore, attraverso gli occhi di Ezio, Desmond vide una luce biancastra pulsare da un muro. Qualcosa di anomalo, che non avrebbe dovuto trovarsi lì.

Il giovane pensò immediatamente a un nuovo Glifo e si focalizzò su di esso, attivando l’Occhio dell’Aquila per provare a leggerlo e sbloccare il codice nascosto.

Ma questa volta non si trattava di un Glifo, bensì di Clay A.I., che aveva aperto uno squarcio nel codice dell’Animus 2.0 per lasciargli un messaggio: quella sera avrebbe dovuto provare a uscire dal rifugio.

«E per le telecamere come facciamo?» chiese l’americano.

«Ci penserò io. Devi fidarti di me.»

«Desmond, ti senti bene?» lo incalzò la giovane dai capelli corvini.

«Sì, ci sono. Mi ero preso un attimo per godermi il carnevale di Venezia. È un peccato che il mio antenato abbia lasciato così poco spazio al divertimento.»

Desmond si sollevò dalla brandina con estrema cautela, come se anche il metallo potesse tradirlo con un gemito improvviso. I piedi nudi toccarono il pavimento freddo e rimase immobile per qualche istante, in ascolto. Solo il ronzio costante degli impianti e il respiro lontano del rifugio.

Rapidamente si rivestì.

Si mosse lentamente, dosando ogni passo. Superò la stanza dove Rebecca dormiva con una gamba piegata e il viso appena illuminato da un monitor in standby, poi quella di Shaun, abbandonato in una posizione scomposta, e infine quella di Lucy. Evitò di guardarla troppo a lungo. Proseguì, trattenendo il fiato, lungo il corridoio che conduceva alla sala dell’Animus. Il lettino era lì, immobile, con i cavi ordinati come vene in attesa di essere riattivate. Per un istante ebbe la sensazione che lo stesse osservando.

Non c’erano porte chiuse a sbarrargli il cammino, ma sapeva bene che il rifugio non era privo di controlli. I corridoi erano sorvegliati, pronti a segnalare qualsiasi anomalia nel caso i Templari avessero individuato il covo. Per questo avanzava piano, sfruttando le ombre, seguendo le indicazioni lasciate da Clay A.I. come una mappa invisibile impressa nella mente.

Raggiunse il parcheggio sotterraneo. L’aria era più fredda, densa di odore di cemento e polvere. Si fermò davanti all’uscita. In un primo momento, nulla. Il sistema di sicurezza teneva ancora chiuso l’accesso. Poi, senza alcun intervento da parte sua, un lieve clic metallico ruppe il silenzio. Il codice era stato aggirato. La via era libera.

Desmond fece un passo avanti e si immerse nell’aria fresca della sera. Davanti a lui si estendeva un’area industriale in stato di abbandono, strutture consumate dal tempo, superfici corrose dall’incuria. Il rifugio sembrava scomparire alle sue spalle.

Nel buio, tra il ronzio lontano della notte e un silenzio innaturale, qualcosa attirò la sua attenzione. Una luce intermittente, il fascio di una torcia, tremolava poco distante.

Una collaborazione con gli Assassini.

Se solo glielo avessero detto poche settimane prima, che sarebbe arrivato un giorno come quello, avrebbe reagito con una grossa e grassa risata. E invece eccola lì, con una torcia in mano per fare segnale a Desmond Miles e un tablet nell’altra, per rimanere in contatto con le due A.I. di Clay.

Il giovane avanzò di soppiatto, cercando di produrre il minimo rumore possibile sul selciato.

Le telecamere erano attive e lo inquadravano in pieno, ma Katia, seguendo le indicazioni di Clay 1, era penetrata nel sistema di sorveglianza, sostituendo il flusso con un’immagine fissa.

«Ma sei giovanissima!» esclamò Desmond non appena la raggiunse.

Katia arricciò il naso. «Guarda che ho ventun anni. E comunque l’età non conta affatto in questo momento. Conta fermare i Templari. Con Alexandra che collabora con loro, sono più che mai vicini a raggiungere il loro obiettivo primario.»

«Desmond, sono l’A.I. di Clay» gracchiò il tablet. «Ma non quella con cui hai avuto a che fare finora. Sono quella in contatto con Alexandra. Ormai non riesco più a fermarla da solo, né a rallentarla. Ho bisogno che la stacchiate da quel macchinario, che le impediate di portare la Mela ai Templari.»

Desmond corrugò lo sguardo. «Sto cercando i Glifi con costanza, così che la sincronizzazione con il passato sia ideale. Mi avete detto che, raggiunto il cento per cento, avrei compreso meglio la natura della Mela, che il “passato avrebbe guardato in avanti verso di me”. Ma sono ancora molto lontano da tutto questo.»

«Lo sappiamo» rispose Clay 1, «ma questo era prima che Alexandra si spingesse così avanti. E ora che è in prigione…»

«L’hanno imprigionata?»

«…non proprio lei, la sua antenata - anche se è stata lei a darsi la zappa sui piedi. Dobbiamo cogliere questa occasione. So che non sei ancora pronto, ma devi esserlo. Anche sospendere il percorso di Ezio, adesso, va più che bene.»

Desmond rimase pensieroso, poi guardò Katia e inarcò le sopracciglia. «Aspetta… ma io ti ho già vista. Sei quella che ci ha sparato contro.»

Improvvisamente la afferrò per il colletto della camicia, con aria furente. «Che significa tutto questo? Un’altra trappola?»

«Mollami!» disse lei, divincolandosi con uno strattone. Il bottone del colletto saltò e gli occhiali le scivolarono quasi dal naso.

«Katia non è più con i Templari. Puoi fidarti di me» intervenne Clay 1.

«Fidarmi di te?» ribatté Desmond. «Come posso fidarmi di qualcosa che non è altro che un’intelligenza artificiale? Per quanto ne so, è Abstergo che ti ha progettato.»

Fece per andarsene, ma Katia lasciò cadere la torcia e lo afferrò di scatto per una manica. «Aspetta. Nessuno ti sta ingannando, non noi.»

Strinse la stoffa tra le dita. «Per favore, non andartene. Io… ho bisogno del tuo aiuto. Alexandra ne ha bisogno. Non ha più nessuno al mondo.»

La voce le si incrinò. «A causa mia, lei… e Clay. Non voglio più commettere certi errori. Prendimi a pugni, se vuoi. Ma se questo ti aiuterà a portarti dalla mia parte, incasserò ogni colpo.»

«Non c’è bisogno di essere così drammatici» borbottò Desmond. «Cerca di metterti nei miei panni. Cazzo, fino a pochi mesi fa la mia vita era solamente votata al pub e ora mi ritrovo a fare da registratore umano, prima per i Templari e poi per gli Assassini. Capisci che non è facile, anche se alla fine ho accettato di proseguire questa missione? Sono stufo di tranelli e inganni.»

«Non posso prometterti che dopo questa vicenda tutto questo finirà» rispose Katia, ora più ferma nella voce. «Ma posso assicurarti che, frenando Abstergo e mettendo a nudo il doppiogioco di Lucy, il percorso verrà alleggerito di molto. Aiutami a liberare Alexandra, fermiamo la follia di Vidic e dei suoi capi.»

Desmond continuò a studiarla. Non la conosceva: poteva davvero aver voltato le spalle ai Templari? E per quale motivo, poi? Solo per senso di colpa?

«Hai detto di “mettere a nudo Lucy”, quindi è certo che stia recitando con noi?»

«Sì, Desmond. Io stessa consegnai il rapporto sul tradimento del mio mentore, Clay Kaczmarek, direttamente nelle mani di Lucy. Poco dopo lui venne fatto prigioniero e marchiato con il codice “Soggetto 16”. Lei sarà anche nata in una famiglia di Assassini, ma è a tutti gli effetti una Templare. So che ha modi capaci di trasmettere un certo fascino, ma è una serpe in seno.»

Desmond si passò una mano tra le ciocche castane. Tutto questo lo destabilizzava e non riusciva a prendere una decisione.

«Clay, mi avevi detto che Rebecca e Shaun dicono davvero di essere chi affermano. Questo vuol dire che possono essere alleati, se dobbiamo mettere Lucy con le spalle al muro.»

«Te lo confermo» rispose Clay 1. «Stanno agendo realmente per il bene superiore. Purtroppo Lucy ha ingannato per anni anche loro.»

«Allora, se volete che vi creda, dovete mostrarvi anche a loro. Basta agire di nascosto.»

«Non so se ci ascolteranno» disse Katia, sospirando.

«E credete che io lo faccia così, per puro spirito di altruismo? Se Alexandra fosse davvero ancora viva, non ci penserei due volte a correre da lei.»

«Hai ragione. Ma chiediti a che pro dirti una bugia per farti tornare là, se già i tuoi fili vengono mossi da Abstergo. Lucy ti ha concesso una parvenza di libertà perché tu collaborassi spontaneamente. Sapevano che con te la minaccia alla famiglia non avrebbe funzionato: tu hai l’indole dell’eroe. È l’idea di salvare il mondo la tua ancora di speranza.»

L’uomo non rispose, ma le ultime parole di Katia sembrarono colpirlo nel segno.

L’aria serale fece rabbrividire entrambi. Ormai era autunno inoltrato: le giornate si erano accorciate e le temperature iniziavano a calare.

«Prima che ci prendiamo entrambi il raffreddore» proseguì Katia «voglio dirti un’ultima cosa. Io qui sto rischiando la mia stessa vita, avvicinandomi a te. Se invece di aiutarmi deciderai di riferire tutto a Lucy, domani mi troverò già tre metri sottoterra. Anche io sto compiendo un atto di fiducia, esattamente come quello che tu staresti facendo nei miei confronti.

Se pensi che Rebecca e Shaun potrebbero aiutarci, ben venga. Ma se tu, che conosci Lucy da poco, hai grandi difficoltà a credere che sia una traditrice, figurati loro, che con lei hanno un’amicizia consolidata da anni. Dovresti essere molto convincente.»

«Se vogliamo liberare Alexandra» rispose Desmond, mentre cercava di scaldarsi le braccia strofinandosi le mani «avremo bisogno anche di loro. Oltre a un piano di salvataggio, dobbiamo averne soprattutto uno di fuga.»

«Temo che non possiamo fare altrimenti» ammise Clay 1. «Posso farvi entrare ad Abstergo, aprire coattamente i codici di sicurezza, anche a costo di farmi scoprire, ma una volta usciti dall’edificio sarete del tutto soli. Sono certo che, con una buona strategia, la percentuale di riuscita sarebbe comunque stata discreta, ma se coinvolgiamo anche loro due i prognostici saranno ancora più favorevoli.»

«Allora, se per voi va bene, quando Lucy sarà distratta parlerò loro di ciò che so. Clay, ti presenterai a loro e spiegherai la situazione» disse Desmond, che finalmente sembrava essersi convinto a collaborare.

«La terrò occupata, mi inventerò qualcosa per tenerla in call con me, così che tu abbia il tempo necessario» rispose Katia, annuendo.

Finalmente sembrava che si fosse giunti a un accordo.

Nel frattempo, l’addetto alla sorveglianza informatica di Abstergo, che in precedenza aveva rilevato quel movimento inconsueto da parte dell’agente K. Sofian, non aveva smesso di monitorare quel flusso di dati. Un istinto che, a quanto pareva, non lo aveva affatto tradito.

Quella stessa sera, infatti, ricevette una notifica dalla sentinella che aveva impostato: ancora una volta era stato rilevato un accesso non autorizzato all’interno del sistema dell’Animus. Si disse che, dal momento che il segnale convergeva verso la zona in cui la dottoressa Stillman risultava operativa, potesse trattarsi di una sua direttiva. Tuttavia, questa volta non volle lasciare nulla al caso e inviò direttamente una mail per richiedere conferma dell’identità a Lucy, così da assicurarsi che fosse tutto nella norma.

Lucy stava dormendo in quel momento, ma, consapevole che le comunicazioni aziendali potessero arrivare a qualsiasi ora del giorno e della notte, aveva ormai affinato l’orecchio al suono delle notifiche del computer. Impiegò qualche istante per mettere a fuoco lo schermo e fare mente locale, non appena le comparve davanti il report con l’orario dell’accesso.

Rimase alquanto confusa da quella richiesta. Possibile che avesse dato un ordine di accesso ai dati del sistema dell’Animus senza ricordarsene? Ancora mezza addormentata, non sapeva bene se rispondere affermativamente o negare, lì su due piedi.

La ragazza con cui stava collaborando in quei giorni, Katia Sofian, le era sembrata molto preparata e aveva già dato prova, in passato, di lealtà alla causa. Se avesse negato di aver concesso l’autorizzazione, qualcuno si sarebbe certamente mosso per stilare un rapporto. Inoltre, al momento Katia stava svolgendo un lavoro impeccabile nello scambio di dati, senza destare il minimo sospetto in Rebecca. Forse si stava muovendo in autonomia per monitorare la situazione di Alexandra, costantemente collegata al macchinario. Lucy si era opposta a un utilizzo così intensivo dell’Animus, temendo per la psiche del Soggetto, ma non trovandosi in sede, il dottor Vidic continuava a fare il bello e il cattivo tempo, indisturbato. Era brillante, ma talmente privo di scrupoli e tralasciava completamente il fattore del limite umano.

Alla fine, dopo una lunga riflessione, rispose alla mail confermando che fosse tutto regolare, chiedendo però di ricevere comunque copia dei report nel caso fossero emersi ulteriori avvisi di accessi non autorizzati.

Per il momento, decise di concedere a Katia il beneficio del dubbio.

«Help, I have done it again / I have been here / many times before / hurt myself again today / and the worst part is / there’s no one else to blame.

Ouch I have lost myself again / Lost myself and I am nowhere to be found / Yeah I think that I might break / Lost myself again and I feel unsafe.» Cantava sommessamente Alexandra, in un angolo della cella, con le ginocchia strette al petto.

Aveva raggiunto il limite, ormai era da un pezzo che l'aveva proprio superato. Voleva che a tutto questo venisse messo un punto, ma non si poteva.

Intrappolata in quel luogo e in quel tempo, solo la sua antenata forniva un minimo di conforto, ma quest'ultima le aveva messo la pulce nell'orecchio con quella affermazione.

Se avesse avuto ragione? Se stesse facendo tutto questo per una speranza ormai vana?

Allora cosa le rimaneva da fare, andare avanti almeno per sé stessa, per provare a salvarsi almeno lei? No, era consapevole da tempo anche sul fatto che non l'avrebbero mai lasciata andare.

«Be my friend, hold me / Wrap me up, enfold me / I am small and needy / Warm me up and breathe me / Be my friend, hold me / Wrap me up, enfold me / I am small and needy / Warm me up and breathe me.»

Vivere questa simbiosi forzata con la sua discendente, era per Parvaneh una tortura, anche se cercava di tenerlo per sé. Sentiva il dolore che provava Alexandra, l'aveva fatto suo, ma anche lei stava soffrendo, con le azioni che questa compiva spacciandosi per lei.

Alexandra, però, aveva bisogno di lei, della sua forza. Seppur quasi coetanee, seppur avessero lo stesso sangue, l'americana non era come lei. Più fragile, più sensibile e completamente impreparata agli impervi della vita.

Grazie alla condivisione della mente, aveva imparato a lottare, a difendersi, ma non le cambi le persone da un momento all'altro ed Alexandra aveva scelto di trovare salvezza nella docile collaborazione. Non che non ci avesse provato, ci aveva provato a far sentire la sua, ma era solo una ragazza poco più che ventenne e tutto questo era più grande di lei.

C'era poco da dire in quella situazione. Se avesse parlato con Altair su chi era veramente, Abstergo l'avrebbe saputo, ma se continuava a tacere e la sua corrispondenza con Louis fosse emersa, a rimetterci sarebbe stata Parvaneh. Ormai il destino dell'Assassino non era più certo, ma se Alexandra era ancora qui con lei, una speranza ancora c'era? 

A un certo punto, casualmente, si sfiorò la tasca dei pantaloni ed avvertì una piccola protuberanza. Infilò la mano ed estrasse la sua spilletta a forma di farfallina bianca. Non l'aveva con sé, così dedusse che a dargliela era stato Malik, di soppiatto. Aveva apprezzato fin da subito quell'oggettino e si complimentava con Altair per avere avuto così buon occhio.
Alexandra se lo passò tra le dita. Un piccolo momento di conforto, ma lo ricacciò immediatamente in tasca, non appena udì dei rumori proveniente dall'entrata della prigione.

I passi sugli scalini di pietra della guardia, echeggiarono tra le antiche mura del castello, accompagnato dal tintinnio di grosse e vecchie chiavi.

«Parvaneh, sei convocata al cospetto del Maestro Altair per discutere delle ragioni che ti hanno portata a uccidere un confratello», le disse la guardia, prima di aprire la cella e metterle le manette.

L’Assassina non oppose resistenza e si limitò a fare tutto ciò che le veniva richiesto.

Non sapeva con esattezza quanto tempo fosse passato; il sole, però, era alto nel cielo, segno che almeno un giorno doveva essere trascorso. Probabilmente Altair aveva avuto bisogno di raccogliere tutte le testimonianze e di prendersi il tempo necessario per costruire un processo adeguato.

Alexandra venne condotta fuori dal castello. Lì, nello spiazzo lastricato di pietra che sovrastava il campo di allenamento e da cui si diramavano le due scalinate laterali, si trovava Altair, con accanto Maria e Malik.

Oltre a loro, erano presenti anche i Priori che avevano assistito ai fatti, tra cui quello con cui la ragazza si era scontrata nel tentativo di difendersi.

Alexandra si portò istintivamente una mano al ventre, nel punto in cui era stata colpita e dove, nascosto sotto gli strati della divisa, si stava formando un livido vistoso.

Poco distanti si trovavano Abbass e altri Priori. Quest’ultimo osservava la scena a braccia incrociate, certo che Altair non sarebbe stato indulgente. Non solo per la gravità dell’azione, ma anche perché lui stesso si era impegnato a diffondere veleno tra gli altri Assassini.

«Parvaneh, sei qui convocata per rispondere dell’accusa di omicidio e per aver attaccato un tuo superiore. Sei inoltre accusata di vilipendio ai nostri simboli, avendo utilizzato impropriamente la lama celata. Come rispondi alle accuse?»

Alexandra aveva ascoltato quelle parole con lo sguardo basso per tutto il tempo. Fece per sollevarlo e aprire bocca, ma Parvaneh le chiese di poter prendere lei la parola. Del resto, era lei l’accusata e sentiva fosse giusto difendersi in prima persona.

Alexandra esitò. In fondo, non era colpa dell’antenata. Eppure Parvaneh insistette: non poteva restare una semplice spettatrice mentre il suo destino veniva deciso.

Parvaneh fece un passo avanti. Le catene ai polsi tintinnarono appena, ma la sua voce, quando parlò, fu ferma e chiara.

«Sono colpevole», disse. «Ma non nel modo in cui mi si accusa.»

Un mormorio serpeggiò tra i presenti. Altair non la interruppe.

«Sono colpevole dal punto di vista morale», proseguì. «Perché ogni vita tolta pesa, anche quando avviene nel nome della Confraternita. E io questo non l’ho mai dimenticato. Non ho dimenticato le tre regole che ci guidano: non colpire gli innocenti, non compromettere la Confraternita, non tradire i suoi principi.»

Sollevò lo sguardo, uno a uno, verso i Priori.

«Avrei forse evitato di usare la lama celata, se mi fosse stato concesso di fare altrimenti. Ma non lo è stato. E quando ogni via di fuga è negata, quando la forza viene usata per sottomettere e non per proteggere, allora anche la scelta più dura diventa l’unica possibile.»

Fece una breve pausa, il respiro controllato.

«Fin dal mio ingresso tra gli Assassini ho dovuto lottare. Non contro i nemici della Confraternita, ma contro lo sguardo di chi vedeva in me prima una donna e solo dopo un’Assassina o niente più direttamente. Ho accettato prove più dure, giudizi più severi, sospetti continui. Non mi sono mai sottratta.»

«Non mi dichiaro perfetta», aggiunse. «Ma non ritengo giusto essere accusata come se avessi agito per arroganza o per sfida.»

Uno dei Priori testimoni avanzò di mezzo passo.

«Sei stata tu a provocare lo scontro», disse. «Le tue parole e il tuo atteggiamento hanno acceso la violenza.»

Parvaneh si voltò verso di lui, senza esitazione.

«Lo nego solennemente», rispose. «È una calunnia.»

Il silenzio divenne più denso.

«E se davvero fossi stata io a provocare», continuò, «vi pongo allora una domanda. Come è possibile che voi, Priori della Confraternita, addestrati, più forti ed esperti, vi siate lasciati sopraffare da un’Assassina di rango inferiore?»

Le catene si mossero di nuovo quando allargò appena le braccia.

«Se potessi tornare indietro, eviterei quello scontro. Ma so, con certezza, che non sarei riuscita a sottrarmi alla presa dei miei superiori. Non per mancanza di volontà, ma per disparità di forza.»

Infine chinò il capo.

«Chiedo che il mio giudizio tenga conto non solo dell’atto, ma del contesto. Non dell’arma, ma della necessità. Non del rango, ma della verità.»

Abbass non riuscì a trattenersi oltre.

«Belle parole», sputò con disprezzo. «Parole costruite per impietosire. Ma la verità resta una sola: hai alzato la lama contro chi ti era superiore. Ti sei permessa ciò che non ti spettava.»

Il suo sguardo era carico di livore.

«Una donnetta che pretende di riscrivere le regole della Confraternita. Questo sei.»

«Basta.»

La voce di Malik, il Consigliere, si levò netta, tagliando l’aria come una lama. Fece un passo avanti, il volto severo.

«Tu non sei parte lesa in questa vicenda, Abbass. Hai già parlato abbastanza.» Ed il fatto che Malik stesso si stesse trattenendo per non aggravare la posizione della compagna, era palese. Una vena gli era spuntata dal lato della tempia.

Il silenzio tornò a gravare sullo spiazzo.

Altair avanzò lentamente. Quando parlò, la sua voce non era alta, ma ogni parola portava con sé il peso dell’autorità.

«L’esito di questa vicenda avrebbe potuto essere diverso», disse. «E su questo non vi è dubbio.»

Il suo sguardo si posò su Parvaneh.

«Le scelte compiute hanno infranto regole sacre. L’uso della lama celata contro un confratello non è un atto che possa essere ignorato. Tuttavia», aggiunse dopo una breve pausa, «ho ascoltato le tue parole. E ne terrò conto.»

Maria fece un passo avanti, accanto ad Altair.

«Parvaneh non ha parlato per giustificarsi», disse con voce ferma. «Ha parlato per spiegare. E la spiegazione è coerente con ciò che abbiamo visto e udito. Le sua azioni non era di arroganza, ma nate dalla necessità di proteggere la sua stessa vita.»

Altair annuì lievemente.

«Non verrà pronunciata una condanna a morte», dichiarò. «Perché so cosa significa sbagliare. E so riconoscere quando il tentativo di difendersi è più che legittimo.»

Un mormorio attraversò i presenti.

«Tuttavia», proseguì, «la Confraternita non può ignorare le conseguenze delle azioni.»

Il suo tono divenne definitivo.

«Parvaneh, da questo momento perdi la tua carica. Tornerai al rango di Novizia. Non sarai bandita dalla Confraternita.»

Si fermò un istante.

«Per il vilipendio ai nostri simboli, subirai trenta frustate in piazza pubblica.»

Parvaneh non batté ciglio.

Altair allora si voltò verso i due Priori testimoni.

«Ma questa vicenda non riguarda una sola colpa.»

Il suo sguardo si fece più duro.

«Voi due avete peccato di arroganza. Avete confuso l’autorità con il nonnismo, l’esperienza con l’abuso. Avete dimenticato l’onore che il vostro rango richiede.»

Un silenzio gelido cadde sullo spiazzo.

«Anche voi», concluse, «sarete retrocessi al rango di Novizio. Non verrete banditi. Non subirete punizioni corporali. Ma da oggi ricomincerete dal basso.»

Altair si raddrizzò.

«La Confraternita non si fonda sulla paura, ma sulla responsabilità.»

Il verdetto era stato pronunciato, ma le proteste non tardarono a levarsi.

Abbass fu il primo a rompere il silenzio, la voce carica di rabbia. Subito dopo si unirono a lui i due Priori retrocessi, incapaci di accettare l’umiliazione appena inflitta. Ma le loro parole furono presto sovrastate.

«Basta!»

La voce di Amhed si alzò più alta di tutte, ferma, decisa. E non fu solo.

Altri Assassini si unirono a lui, che avevano combattuto al fianco di Parvaneh o saputo delle sue imprese, che ne avevano visto la disciplina, il rigore, la lealtà.

«Non è una tentatrice.»

«Non è una traditrice.»

«È una consorella.»

Le accuse di Abbass vennero smontate una a una, sommerse da un coro che parlava di valore, di dedizione, di sacrificio. Parvaneh non era una donna che aveva cercato di sovvertire l’ordine, ma un’Assassina che stava pagando un prezzo sproporzionato per essersi difesa.

Altair alzò una mano e il clamore si placò.

Parvaneh fece un passo avanti.

«Accetto la punizione», disse con voce ferma. «Ho vilipeso i simboli della Confraternita. Questo non lo nego. Se questo è il prezzo per restare al suo servizio, lo pagherò.»

Non c’era sfida nelle sue parole. Solo determinazione.

Fu allora condotta verso lo spiazzo d’armi.

Il selciato era freddo sotto i suoi piedi mentre veniva accompagnata al palo. Le mani le furono legate sopra la testa. La divisa venne strappata sulla schiena, il tessuto che cedeva con un suono secco, lasciando la pelle nuda esposta all’aria.

Parvaneh inspirò profondamente, senza opporre resistenza.

Abbass avanzò di un passo.

«Lasciate che sia io», disse. «È giusto che—»

«No.»

La voce di Altair lo fermò all’istante.

«Non sarai tu.»

Si avvicinò, prendendo il flagello.

«Tra tutti», dichiarò, «sono colui che riesce ad andare oltre i sentimenti di odio e di amore, poiché siete tutti miei figli alla pari. Sarò io a eseguire la punizione.»

Lo sguardo di Parvaneh rimase fisso davanti a sé.

Era pronta.

Non per espiare agli occhi degli uomini, ma per restare fedele a ciò che aveva scelto di essere.

Malik fece un passo verso Altair, il volto teso.

Stava per parlare, ma fu Maria a intercettarlo. Gli posò una mano sul braccio e scosse lentamente il capo.

Era una scelta dura, forse la più dura, ma necessaria. Se Parvaneh fosse stata risparmiata, le accuse non si sarebbero spente. Avrebbero solo cambiato forma. Favorita del Consigliere. Protetta del Maestro. Ombre che l’avrebbero seguita per sempre. Quella dimostrazione, per quanto crudele, avrebbe messo a tacere le male lingue.

Altair non distolse lo sguardo.

Il primo colpo si abbatté sulla schiena di Parvaneh con un suono secco.

La ragazza serrò i denti, il respiro che le si spezzava in gola, ma non emise alcun grido. Le spalle si irrigidirono, le mani si chiusero fino a farsi bianche contro le corde. Il dolore esplose, netto, attraversandole il corpo come una lama.

Alexandra lo sentì.

Non come un’eco lontana, ma come se quel colpo fosse stato inferto anche a lei. Il fiato le mancò, il petto le si strinse, mentre nella sua mente la schiena dell’antenata si tendeva sotto l’impatto.

Il secondo fendete fu ancora più duro.

Poi il terzo.

La pelle iniziò a lacerarsi, il sangue a scorrere lungo la schiena, caldo, vischioso. Parvaneh tremava, ma restava in piedi. Ogni colpo era una prova di volontà, ogni respiro una conquista.

Alexandra sentiva tutto. Il bruciore. La vertigine. La fatica che si accumulava, sempre più opprimente.

Non riusciva più a reggerlo, era stata tutta colpa sua.

Cercò di forzare lo scambio, di prendere il posto di Parvaneh, come aveva sempre fatto. Di tirarla indietro, di farsi carico lei di quel supplizio.

Ma non accadde nulla.

Ritentò. Ancora.

Niente.

Fu allora che comprese.

La volontà di Parvaneh era diventata un muro invalicabile. Non c’era spazio per lei, non c’era apertura. L’antenata stava resistendo con una forza tale da soffocare persino quella di Alexandra, colei che avrebbe dovuto guidarla, dominarla, usarla.

Parvaneh non stava subendo.

Stava scegliendo.

Sopportava per entrambe.

Non vi furono grida di incitazione. Solo lo schiocco della frusta, secco, ripetuto, che rimbombava contro le mura del castello e si disperdeva nello spiazzo come un’eco di condanna.

Tutti osservavano in silenzio.

Coloro che la sostenevano non distolsero lo sguardo, come se voltarsi avrebbe significato tradirla. Altri, invece, iniziarono a provare un senso di colpa che si insinuava lento, inesorabile, davanti a quella giovane donna legata al palo: una guerriera, una consorella.

Solo Abbass continuava a guardare con un’attenzione che aveva del crudele. Nei suoi occhi non c’era esitazione, né dubbio, ma un compiacimento oscuro. Costrinse persino il giovane Swami a non abbassare lo sguardo, mentre il corpo di Parvaneh tremava sotto ogni colpo, scosso da spasmi che non riusciva più a controllare.

Maria sentì gli occhi inumidirsi, un velo di lacrime che minacciava di tradirla. Resistette, serrando le labbra, costringendosi a restare immobile. Malik, poco distante, era rabbuiato e impotente. Stringeva il pugno del suo unico braccio, con tanta forza che le unghie affondarono nella carne; il sangue iniziò a colare, ma egli non se ne accorse nemmeno.

Altair, sotto il cappuccio blu, restava inespressivo.

Il volto immobile, lo sguardo fisso.

I suoi pensieri erano impenetrabili, inimmaginabili, celati come il peso stesso della decisione che aveva scelto di portare sulle proprie spalle.

Non appena la trentesima frustata si abbatté sulla schiena e al corpo fu finalmente concesso di “respirare”, questo cedette di colpo. Le ginocchia vennero meno e Parvaneh si accasciò, esausta, privata di ogni forza residua.

Malik non esitò nemmeno un istante.

Scattò verso di lei, si sfilò la giacca del Consigliere e gliela posò con gesto deciso sulle spalle martoriate. Poi estrasse il pugnale e recise le corde che la tenevano legata al palo. Quando la sollevò, il suo corpo era inerme: aveva perso i sensi.

La prese in braccio e attraversò l'arena con il mento alto, il volto indurito in un’espressione di pietra. Superò Altair, il cui viso restava adombrato dal cappuccio blu. Maria, accanto a lui, poggiava una mano sulla sua spalla, un conforto silenzioso, discreto, da moglie a marito. Malik proseguì oltre, senza rallentare, e al suo passaggio tutti chinarono il capo.

Quando giunse all’altezza di Abbass, non pronunciò una sola parola.

Si fermò appena, quel tanto che bastava per voltarsi verso di lui. I suoi occhi erano cambiati: non c’era rabbia urlata, ma un’ira pura, fredda, quasi disumana.

Swami, colpito da quello sguardo, deglutì a vuoto. Abbass, invece, lo sostenne. Se Malik avesse voluto sfidarlo, non avrebbe avuto paura. Eppure, dentro di sé, dovette ammettere che era la prima volta che avvertiva una collera simile provenire da lui. Forse l’aveva vista solo un’altra volta, anni prima, quando la morte del fratello minore era ancora una ferita aperta e sanguinante.

Raggiunse l’infermeria e i cerusici fecero tutto ciò che era nelle loro possibilità per tamponare le ferite. Fortunatamente Altair non era riuscito a penetrare troppo a fondo nella carne; del resto non avrebbe mai voluto ferirla a tal punto. Tuttavia non poteva permettersi una mano leggera: le ferite erano comunque sanguinanti e dolorose.

Quando il Maestro degli Assassini arrivò a sua volta in infermeria, per accertarsi delle condizioni di Parvaneh, trovò Malik al capezzale della donna. Con una spugna umida le stava pulendo il viso, con gesti delicati, carichi di un affetto che non cercava di nascondere.

«Come sta?» chiese Altair, avvicinandosi lentamente.

«Se la caverà, come ha sempre fatto» rispose Malik, senza voltarsi.

«Mi disp…»

«Non dirlo.»

La voce del Consigliere si fece dura. «Non dire che ti dispiace. Hai fatto il tuo dovere come capo di questa Confraternita. Se ora dici che ti dispiace, comincerò a odiarti come in passato.»

Altair rimase in silenzio. Malik aveva ragione. Sarebbe stato sbagliato, soprattutto nei confronti della sua amica d’infanzia, rimangiarsi ciò che aveva fatto.

«Mentre la medicavano, ho visto i lividi che quei bastardi le avevano lasciato. Soprattutto sul ventre» continuò Malik, la voce incrinata da una rabbia trattenuta a fatica. «Non oso pensare se fosse stata incinta. Io… io li ammazzo.»

«Non parlare così» lo ammonì Altair. «Aggraveresti la tua posizione e la sua, se cercassi vendetta. Sono già stati puniti: l’umiliazione di tornare tra le file dei novizi non è cosa da poco. Non mi stupirei se, per l’onta, arrivassero persino a togliersi la vita.»

«Degrada anche quel figlio di puttana di Abbass. Sai bene che è stato lui a provocarli.»

«Non ho prove» rispose Altair, con voce misurata. «Per ora sono solo dicerie. È arrogante e presuntuoso, ma sa nascondere bene le sue carte. Andrei contro le regole della Confraternita se lo accusassi senza nulla di concreto.»

«Regole. Sempre regole.» Malik serrò la mascella. «E quel maledetto fa come gli pare. Dì la verità: hai ancora davanti agli occhi il suicidio di suo padre, le serate che passavate insieme come due fratelli. Non hai il cuore di essere più severo con lui.»

Finalmente si voltò verso Altair.

«Ma fidati di me quando ti dico che questa tua indulgenza porterà tutti noi alla rovina.»

Altair abbassò appena lo sguardo, per un istante soltanto.

«Non è indulgenza» disse infine, con voce bassa ma ferma. «È vigilanza. Conosco Abbass meglio di quanto lui creda. So quanto l’orgoglio lo renda pericoloso, ma so anche che colpirlo senza prove lo renderebbe una vittima, non un colpevole.»

Sollevò di nuovo il capo.

«Mio padre mi ha insegnato che un errore punito senza giustizia genera solo rancore. E il rancore, nella nostra Confraternita, è un veleno lento. Abbass si muove nell’ombra della sua arroganza: prima o poi sarà lui stesso a tradirsi. E quando accadrà, non avrò esitazioni.»

Fece una breve pausa.

«Ma non prima.»

Malik aprì la bocca per rispondere, ma un mugolio lo fece voltare immediatamente verso Parvaneh, che incredibilmente stava già riaprendo gli occhi.

«Amore mio, non sforzarti, rimani con la testa poggiata sul cuscino» disse rapidamente, fermandola prima che cercasse di sollevarsi.

Ella non se lo fece ripetere due volte: le fitte che le giungevano erano davvero troppo forti da sopportare.

«Parvaneh, ti faremo preparare subito un decotto, così il dolore sarà più lieve» aggiunse Altair, facendo cenno ai servi.

L'Assassina guardò prima il Maestro e poi si soffermò sullo sguardo di Malik, inespressiva.

«Io non sono Parvaneh.»

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