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"Cara amica,
è passato diverso tempo dall’ultima volta che ti ho sentita. Temevo che ti fosse successo qualcosa, ma il tuo ultimo messaggio mi ha rassicurato. Se il pome giungesse qui ad Ascalona, ti prometto che sarà ben protetto e che nessuno sospetterà di te. Stentavo a credere che fossi veramente tu, ma dopo tutte quelle ‘profezie’ che mi hai rivelato, non ho più dubbi: sei la prova vivente di qualcosa che va oltre la comprensione umana.
Ti prego di trovare il modo di raggiungermi al più presto: la posizione della tua antenata temo diverrà presto precaria se continuerai a rimanere lì. Altair e Malik sono uomini intelligenti e attenti; per la Confraternita sono disposti a tutto, anche a fermare una vecchia amica.
Alexandra, ti aspetto.
Louis di Borgogna"
Alexandra e Parvaneh avevano passato giorni a osservare i movimenti di Abbass e dei corrieri che entravano ed uscivano dal castello. Se l’Assassina fosse stata spiata per essere colta in fallo, doveva avere un piano di contrattacco.
Alla fine riuscirono a individuare un corriere corruttibile, grazie ad una cospicua forma di denaro che ottenne poi da Louis. Essendo membro di una nobile casata, i fondi non gli mancavano, e mantenere a bada una piccola canaglia non rappresentava certo un problema.
In quella corrispondenza, alla fine le due donne ritennero fosse giunto il momento di rivelare a Louis il loro segreto, così da spiegargli perché Parvaneh fosse improvvisamente diventata “amica” dei Templari. Dopo una serie di rivelazioni storiche, che Louis inizialmente cercò di confutare, alla fine riuscì a convincersi della veridicità di quanto gli era stato svelato.
Inviare e ricevere i messaggi non era semplice: a volte passavano più giorni del previsto, ma alla fine ci riuscirono. Alexandra non si preoccupava troppo del tempo che scorreva; sapeva che nel suo caso il tempo passava molto più lentamente. Tuttavia, non aveva tenuto bene il conto di quanto fosse effettivamente trascorso.
Nel laboratorio di Abstergo, il suo corpo era attaccato a una flebo e sostenuto da bracci meccanici che ne muovevano gli arti per evitare l’atrofia. Non era sedata, ma la sua mente era completamente immersa nell’Animus. Il dottor Vidic non volle ascoltare nemmeno i suoi assistenti, che gli consigliavano di staccarla dai macchinari. Ormai erano trascorse più di trentasei ore.
«Con gli aggiornamenti costanti di Lucy, ormai Desmond è ben avviato nelle imprese del suo antenato fiorentino. Possiamo spingerci un po’ “oltre” con il Soggetto 18. Inoltre, sta facendo un lavoro di fino così preciso per allearsi con Louis di Borgogna che, se la staccassimo ora, rischieremmo di compromettere tutta la strategia. A questo punto, la sua mente è così profondamente immersa nell’Animus che ci vorrebbero giorni, se non settimane, per farla riprendere. Tanto per tutti, è morta, e non c’è più nessuno che possa reclamarla.» spiegò aspramente lo scienziato.
Per quanto riguardava le possibili conseguenze temporali, nessuno sembrava essersi accorto di alcun cambiamento. A differenza di Katia, nessun altro aveva riscontrato anomalie, e il senso di allarme, pur preso in considerazione, non aveva mai raggiunto un livello tale da imporre provvedimenti concreti. Soprattutto per Warren Vidic, molto più interessato a soddisfare i finanziatori di Abstergo che a soffermarsi su ipotesi teoriche. Tantomeno sullo stato di salute del Soggetto, che per lui doveva soltanto rimanere vitale e funzionale ai loro scopi. Probabilmente, se fosse stato possibile estrarne il cervello e utilizzarlo da solo, avrebbe considerato il resto poco più che scarto.
L’unica vera preoccupazione dello scienziato era che la Sofian non si fosse sbagliata: che quello squarcio spazio-temporale avesse semplicemente aperto una finestra su un’altra realtà, e che il recupero della Mela fosse già avvenuto, fin dai tempi delle Crociate, in un altrove ormai irraggiungibile.
A spingerlo avanti era un misto di ostinazione e di aggrapparsi alla speranza che un evento tanto incredibile e senza precedenti gli fosse stato favorevole. Essere considerato il precursore di una nuova evoluzione dell’Animus, anche se lui stesso ammetteva di non comprendere appieno come fosse avvenuto, lo inorgogliva e lo esaltava.
Se si fossero potute ricreare le condizioni, nulla escludeva che il fenomeno potesse ripetersi. Conoscere gli avvenimenti della storia e riscriverli a vantaggio del dominio dei Templari: non era forse anche questa una forma di pace che la loro Organizzazione cercava da secoli?
In quei giorni, mentre Parvaneh e Alexandra agivano con cautela per mantenere i contatti con Louis, Malik, Altair e Maria non sembravano mostrare diffidenza nei suoi confronti. Forse non sospettavano nulla della loro consorella, che sapeva sfruttare abilmente le conoscenze che loro stessi le avevano insegnato.
Inoltre, il fatto che Parvaneh sapesse scrivere a stento nella propria lingua madre, mentre con Louis manteneva una scrittura perfetta in francese — seppur il francese di Alexandra avesse leggere inclinazioni contemporanee rispetto al francese del 1200 d.C. — contribuiva a mantenere basse le aspettative nei suoi confronti.
Malik continuava a cercarla, mostrandosi affettuoso quando l’occasione lo permetteva, ma l'Assassina aveva notato che in lui l’“ansia” di trovare il momento giusto per chiederle di sposarlo sembrava essersi affievolita. Quello era il campanello d’allarme che la teneva costantemente in tensione: un istinto che le diceva di stare camminando sulle spine, ma che le ricordava anche di non dare troppo nell’occhio. Bastava un passo falso, e tutto sarebbe potuto crollare come un castello di carte.
A rendere la situazione ancora più pesante c’era Abbass con i suoi alleati, che non mancavano occasione per lanciare frecciatine o diffondere insulti alle spalle della puttana e del suo compagno, il monco cornuto.
Malik ci aveva riflettuto a lungo: il profondo amore per Parvaneh lo spingeva a una fedeltà che, forse, talvolta contraddiceva il senso di lealtà verso la Confraternita.
In quell’anno e mezzo, Parvaneh aveva compiuto passi da gigante, assumendo ruoli chiave in più di un’occasione. Eppure, insieme a tutto questo, in lei si era manifestato un cambiamento. Per un attimo, Malik desiderò che la ragazza non avesse mai indossato le vesti dei Nizariti, che quella parte di lei fosse rimasta sopita.
Scacciò subito quei pensieri. L’amava anche perché non era una donna sottomessa, perché agiva seguendo il cuore. Se voleva diventare suo marito, doveva accettare questa verità, anche se altri uomini avrebbero potuto deriderlo. Del resto, proprio perché era un Assassino, era cresciuto con concetti diversi rispetto alla società del tempo, che prevedeva ruoli rigidi per uomini e donne.
Imprecò contro se stesso per quel momento di debolezza. Eppure, qualcosa in Parvaneh lo colpiva profondamente, qualcosa che esulava dalla sua stessa indole: quella voce dell’istinto non si placava. Alla fine, come aveva deciso, ne parlò ad Altair.
Altair, dal canto suo, non prese affatto sottogamba le confidenze del suo Consigliere, a cui riponeva profonda fiducia.
«Perciò hai visto una donna sconosciuta al suo fianco? E che impressione ti ha fatto?» chiese il Maestro, sporgendosi sulla scrivania.
«Può sembrare folle, ma quello che ho provato è stato… un senso di familiarità. In quel momento, Parvaneh sembrava solo una presenza esterna, la vedevo perché era nella stanza. Ma quell’altra… sembrava più vivida, quasi “parte di me”. Lo so che tutto questo non ha senso. E poi quegli abiti, quel tessuto blu che non ho mai visto altrove…»
Altair aggrottò lo sguardo. La sabbia della clessidra scorreva lenta, con un lieve fruscio. Dai finestroni colorati, ovattati ma udibili, si alzavano le voci degli Assassini che si allenavano nello spiazzo del castello. Tra i due calò un silenzio profondo. Altair poi distolse lo sguardo verso la libreria, dove, in un vano con doppiofondo, sapeva essere custodito il prezioso manufatto vinto ad Al Mualim.
«Parvaneh ha più volte detto di vedere il futuro» disse lentamente. «Ma non le abbiamo mai chiesto in maniera approfondita come si manifestino queste visioni. Un sogno? Una realtà ad occhi aperti che muta… o forse qualcuno “non di questo tempo” gliele comunica?»
Malik aggrottò la fronte e strinse i pugni, ma per il momento si limitò ad ascoltare.
«Io stesso, che più volte mi sono avvalso della Mela, ho potuto aumentare le mie percezioni, mostrare le verità… ma come è possibile che Parvaneh, senza averla toccata e neanche vista, il giorno dell’attacco di Al Mualim, sviluppasse doti simili? Sicuramente siamo lontani dal comprendere appieno questo manufatto, eppure qualcosa ci sfugge.»
«L’unica che può darci risposte è Parvaneh stessa, quindi» concluse Malik per lui.
Altair annuì. «E il fatto che ci stia nascondendo delle cose mi preoccupa.»
«Secondo te dovremmo metterla sotto sorveglianza?» chiese il Consigliere, ingoiando saliva.
«Comprendo che sia brutto da dire ad alta voce, ma credo di sì. Tu stesso avrai questo compito. La mia speranza è che sia lei stessa a parlarci, ma le occasioni ci sono già state e il fatto che non ci abbia menzionato questa presenza mi fa pensare. Forse le è vietato parlarne: è un’ipotesi.»
«Forse me la sono solo immaginata, a causa di quello che la Mela mi stava facendo» aggiunse rapidamente Malik.
Altair si accigliò e lo fissò, poi scosse il capo. «Se fossi stato convinto di avere avuto un’allucinazione, non me ne avresti parlato.»
«Non l’ho fatto subito, infatti. L’ho fatto solo per…» Malik si morse la lingua, spezzando la frase.
Ci fu un attimo di silenzio, poi Altair poggiò il mento sulle mani incrociate. «Ci hai pensato a lungo prima di confidarti, è vero. Ma qualcosa ti ha dato la spinta giusta. Non è così, amico mio?»
Malik rimase in silenzio, con l’espressione provata.
Altair sospirò, poi si alzò in piedi. Il suo sguardo si fece severo, visibile sotto il cappuccio blu a punta della divisa da Maestro.
«Te lo ordino allora, come capo di questa Confraternita. Dimmi tutto ciò che sai, Consigliere.»
Malik alzò lo sguardo. Di fronte a lui non c’era più l’amico di infanzia, ma il Maestro che pretendeva chiarezza. Non poté più tacere e raccontò dell’episodio accaduto settimane prima nel cortile interno, con Abbass.
Quando ebbe finito, Altair rimase in piedi, pensieroso. Era come se quel racconto avesse fatto emergere altri dettagli, piccoli eventi che prima sembravano insignificanti e che ora assumevano un nuovo significato.
«Non è tutto» proseguì Malik, ormai come un fiume in piena. «Quando eravamo in missione per fermare l’avanzata di Cuor di Leone, proprio il giorno in cui lei ci confessò di avere visioni del futuro, quella stessa sera ho notato in lei un mutamento. Poco prima che accadesse… accidenti, perché non me ne ero ricordato prima… disse: “Non crederle, io non sono io”… poi i suoi occhi divennero vitrei per un istante e la sua espressione… mutò.»
A quel punto Altair iniziò a camminare per la stanza, apparentemente sopraffatto da quello che stava assimilando.
Il sudore iniziava a colare dalle tempie di Malik. Ora che ne aveva parlato ad alta voce, tutti i segnali erano chiari, ma fino a quel momento non era riuscito a collegare i puntini.
Infine Altair si fermò.
«Va bene, d’ora in poi diamo per buono che a accompagnare Parvaneh ci sia questa “entità”. Ora dobbiamo capire come considerarla.»
Le parole del Maestro riuscirono a calmare leggermente il cuore del Consigliere, che annuì.
«Finora sappiamo che ci ha aiutato. Parvaneh ha sempre agito con lealtà e, grazie a queste sue conoscenze del futuro, ci ha persino permesso di fermare l’attentato a Damasco. Per quanto ne sappiamo, questa sconosciuta sembra essere dalla nostra parte.»
«Sì» intervenne Altair, «in virtù degli avvenimenti sembra una nostra alleata. Ma possiamo esserne certi? Non rischiamo che ci sia un tornaconto nascosto?»
Era un punto importante da considerare, ma per il momento decisero di escludere l’idea di costringere Parvaneh a parlare. Senza prove concrete, lei avrebbe potuto negare tutto. Si limitarono quindi a sorvegliarla con attenzione.
Esclusero anche l’utilizzo della Mela: uno strumento troppo potente per essere impiegato a cuor leggero. Avrebbero agito alla vecchia maniera, seguendo i metodi che secoli di Confraternita avevano insegnato loro.
Arrivò infine il giorno in cui i tempi per agire erano maturi. Le giornate si erano ulteriormente accorciate e, anche se si trovavano in Medio Oriente, le temperature erano calate, soprattutto di sera. Si prospettava un inverno rigido, forse accompagnato da forti nevicate. Era essenziale che la Mela giungesse a Louis prima dell’arrivo del freddo: ogni ritardo avrebbe compromesso i piani, e Alexandra non poteva permetterlo.
Fece quindi mente locale sugli eventi di quel periodo. Studiava architettura, non storia, ma si impegnava a rimanere costantemente aggiornata sui fatti intorno a sé. Sapeva che in quel periodo sarebbero iniziate le guerre fratricide tra i figli di Saladino. Con la sua dipartita, la casata ayyubide si era indebolita, lasciando spazio a nuovi contendenti.
La sua attenzione era concentrata soprattutto su Ascalona. Si recò dunque alla biblioteca della Confraternita e iniziò a studiare archivi storici e cronache “contemporanee”. Apprese che la città, come Damasco, era diventata un simbolo della famiglia ayyubide, risultato diretto del Trattato di Giaffa, che aveva posto fine alla Terza Crociata l’anno precedente. Questo mutamento di governo, però, aveva indebolito la città, smantellandone le difese come richiesto in fase di cessione.
Nel frattempo, i Corasmi erano in piena ascesa e monitoravano attentamente il declino degli Ayyubidi. Persino il Califfo di Baghdad mostrava preoccupazione per il destino di quei territori.
Ascalona era considerata la “chiave per l’Egitto” — e, simmetricamente, la “chiave di Gerusalemme” — per la sua posizione strategica lungo la Via Maris, la principale rotta costiera che collegava Egitto, Siria e Palestina. Porto strategico e punto di controllo dei pellegrinaggi, smantellandola delle sue difese, l'intento era che i cristiani in un futuro non potessero più utilizzarla come base ma ciò aveva spalancato le porte a nuove possibili invasioni.
Alexandra assimilava tutte queste informazioni, cercando di ragionare su di esse e di prevedere le mosse future.
Nonostante tutto, non sembrava esserci nulla di realmente impellente che giustificasse una richiesta di trasferimento ad Ascalona. Non poteva certo chiedere di andare a trovare Louis — un traditore — senza addurre motivazioni solide. Erano stati confratelli, avevano condiviso un paio di missioni e l’ultima si era conclusa addirittura con il suo rapimento da parte dell'uomo: non poteva appellarsi a un semplice legame di amicizia. Avrebbe dovuto inventare qualcosa.
Chiuse i libri e le pergamene e li ripose negli scaffali. Si avviò verso l'uscita ma non appena aprì la porta si ritrovò davanti tre Priori, che la fissavano con aria ostile.
Non li conosceva personalmente, ma sapeva che erano dalla parte di Abbass.
Immediatamente l'istinto dell'Assassina si risvegliò, percependo un pericolo imminente.
«Vorrei passare.» disse loro, Alexandra.
In tutta risposta però il trio si mise a sghignazzare.
«Senza il monco a guardarti le spalle, non sei più così spavalda, vero?» Le disse quello al centro.
Alexandra non rispose alla provocazione, ora più che mai era cruciale mantenere un basso profilo. Non poteva nuovamente attirare l'attenzione con una rissa. Abbozzare era la soluzione migliore in questo caso.
Non volevano scansarsi, così fu costretta a cercare un spazio tra due di loro.
Inizialmente sembravano non volersi opporre alla sua pretesa di passare, ma all'ultimo uno di loro le abbassò il cappuccio, per odorarle i capelli, accompagnato dalle risatine di scherno degli altri due.
Anche questa volta, la giovane strinse i denti e con uno strattone si liberò dalla presa per poi accelerare il passo.
Di nuovo, il trio sembrava aver terminato là la loro prestazione di spavalderia, ma le orecchie si drizzarono, non appena udì i loro passi farsi sempre più rapidi, rimbombando nel corridoio di pietra.
«Chi ti ha dato il permesso di ignorare così dei tuoi superiori!?»
Il più rapido la raggiunse. Con uno strattone violento le fece perdere l’equilibrio: Alexandra vacillò ma per fortuna non cadde.
Non ebbe, però, neppure il tempo di rendersi conto di cosa stesse accadendo, quando una mano improvvisa la afferrò per il colletto e la sollevò da terra di pochi centimetri.
«Non solo insudici la nostra divisa, indossandola,» ringhiò l’uomo, «ma ti permetti persino di crederti al nostro pari. Non funziona così. Anche se ora sai maneggiare una spada, resti un essere inferiore. Quando Abbass avrà cacciato a calci in culo Altair, qui la musica cambierà per quelle come te.»
«E tu ti definisci un Assassino?» ribatté Alexandra.
Poi gli sputò in faccia.
Il volto dell’uomo si accese di collera, ma Alexandra fu più rapida. Con un colpo secco lo colpì all'altezza della bocca dello stomaco: il respiro gli si spezzò e la presa si allentò. Lei ricadde a terra e fu libera.
Il Priore le fu addosso prima ancora che potesse rimettersi in guardia.
Il primo pugno le arrivò allo sterno, secco, preciso, abbastanza forte da toglierle il fiato. Alexandra barcollò all’indietro, ma non fece in tempo a recuperare che un colpo al fianco la piegò su se stessa.
Era evidente. Lui era più forte. Più esperto.
Ogni suo movimento era ridotto all’essenziale. Nessuno spreco, nessun movimento sconnesso dovuto allo stato rabbioso. Solo tecnica. Alexandra tentò di reagire, colpendo di rimessa, ma il Priore le bloccò il braccio, ruotandole il polso fino a costringerla a piegarsi. Un ginocchio allo stomaco la fece gemere, mentre l’aria le veniva strappata dai polmoni.
Cadde su un ginocchio.
Così finisce, le attraversò la mente.
Poi Parvaneh si fece strada.
Non opporre forza alla forza. Osserva. Senti il peso. Anticipa.
Alexandra inspirò a fondo, mentre sentiva l'antenata fondere le sue abilità percettive alle sue.
Quando il Priore tornò a colpirla, lei non cercò di fermarlo: deviò. Usò il suo stesso slancio contro di lui, ruotando il busto e liberandosi dalla presa. Un colpo al mento lo fece arretrare di mezzo passo. Non abbastanza da abbatterlo, ma sufficiente a sorprenderlo.
Lei insistette.
Un pugno alle costole. Un calcio basso al ginocchio. Non erano colpi potenti, ma mirati. Precisi. Il ritmo del combattimento cambiò. Il Priore si ritrovò costretto a difendersi, a ricalibrare, mentre Alexandra sentiva i movimenti diventare più fluidi, più sicuri, come se il suo corpo sapesse già cosa fare un istante prima che lei lo decidesse.
Per la prima volta, l’uomo perse terreno.
Un silenzio teso calò nel corridoio. I due Priori che osservavano si scambiarono uno sguardo. Il primo Priore ringhiò, colpendo con violenza, ma Alexandra parò, contrattaccò, lo costrinse a indietreggiare ancora.
Fu allora che uno degli altri ruppe l’equilibrio.
Un lampo d’acciaio le attraversò la visuale.
Alexandra percepì il pericolo prima ancora di vederlo davvero. Il sibilo della lama, il riflesso freddo che scendeva dall’alto. Non ebbe tempo di pensare.
Il corpo reagì da solo.
Il polso scattò. La lama celata balenò fuori dal bracciale e si conficcò nella gola dell’uomo che stava intervenendo, con una precisione brutale. Il sangue esplose immediatamente, caldo, copioso, mentre l’uomo portava le mani al collo, gli occhi sbarrati dall’incredulità.
Cadde a terra soffocando, il sangue che colava tra le dita e macchiava le pietre del pavimento.
Alexandra rimase immobile per un istante, il respiro affannoso, la lama ancora estratta.
Attirati dalle urla e dalla concitazione, altri Assassini accorsero nel corridoio e rimasero tutti immobilizzati davanti a quella scena.
Il sangue del Priore stillava dalla punta della lama celata ancora estratta; il suo corpo giaceva a terra, gli occhi riversi all’indietro, le mani serrate alla gola in un ultimo, inutile tentativo di fermare l’emorragia. Una pozza rosso scuro si era ormai allargata sulle pietre.
Alexandra si guardava attorno, il volto cereo, il respiro irregolare. Avvertiva su di sé gli sguardi di tutti, pesanti come un giudizio già pronunciato.
La notizia che un Priore fosse stato ucciso all’interno delle mura del castello si diffuse in un istante. Tra il gruppo sempre più fitto di confratelli emerse Abbass, seguito come un’ombra dal fedele Swami. Sul suo volto si disegnò subito un’espressione di compiaciuto trionfo.
«Uccidere un confratello. Un superiore in rango, per giunta.» scandì. «Ora nemmeno il tuo amato potrà fare nulla per salvarti dalla forca.»
Alexandra lo ignorò.
Dentro di lei, il caos. Che cosa aveva fatto, davvero? Aveva reagito. Solo questo. Un istinto di sopravvivenza. Avevano combattuto per difendersi… ma quella difesa aveva superato un confine da cui non si poteva tornare indietro.
Non oppose resistenza quando alcuni guerrieri le furono addosso per immobilizzarla e disarmarla.
Qualcuno la schiaffeggiò. Altri le strapparono parte della divisa, come se ormai fosse indegna di indossare le candide vesti di chi si immola per la giustizia e per un bene ritenuto superiore.
Altair e Malik avevano appena concluso la loro riunione su come procedere con Parvaneh, quando un gruppo furioso di Nizariti salì gli scalini che conducevano alla postazione del Maestro, reclamando giustizia.
Per un istante, entrambi rimasero pietrificati. La notizia li colpì come un fulmine a ciel sereno: Parvaneh aveva ucciso un confratello.
Malik intervenne immediatamente per cercare di liberare la compagna dalle mani di chi la tratteneva, così da stringerla a sé e proteggerla da altri maltrattamenti.
Altair incrociò lo sguardo di Parvaneh e gli tornò indietro un’espressione incredula, smarrita. In quel momento giunse anche Maria, che fece capolino tra la folla. Quella presenza familiare gli permise di recuperare un frammento di lucidità.
Strinse i pugni; una vena gli pulsò tra le sopracciglia.
«Portatela nelle segrete. Questa storia non è chiara. Non siamo dei selvaggi. Non condannerò una consorella al patibolo sulla base di accuse sommarie.»
«Accuse sommarie?» urlò Abbass, facendosi largo tra le voci. «Ci sono due testimoni oculari. Un Priore è stato ucciso, un confratello, con la lama celata, il simbolo stesso della Confraternita, e tu rifiuti di giustiziarla lì dove si erge?»
Il suo sorriso era carico di veleno. «Io ti accuso di favoritismo.»
L’occasione era troppo ghiotta perché lui e i suoi sostenitori non la sfruttassero.
«Basta!» La voce di Maria si levò netta, mentre si affiancava al marito. «Il vostro Maestro ha parlato. Tutti coloro che sovrasteranno la sua voce passeranno essi stessi qualche giorno in cella!»
Altair fece un passo avanti.
«Sono investito della carica di Maestro e chi mi conosce, tu per primo Abbass, sa che non ignoro le conseguenze di chi compromette l’equilibrio della Confraternita. Ma in questo caso non può esserci un verdetto. Non ora.»
La sua voce era profonda, autoritaria, come non si era mai udita prima. «E se credete davvero nei giuramenti che avete pronunciato, sapete che prima di fare giustizia bisogna raccogliere tutti gli indizi necessari. Finché la posizione di Parvaneh non sarà chiarita, non le verrà torto un capello.»
Era furente. E non aveva ancora finito.
Con uno sguardo ardente si avvicinò a Parvaneh, le abbassò bruscamente il cappuccio e la schiaffeggiò. Poi si fece consegnare l’arma del delitto e gliela sollevò davanti agli occhi.
«Con questa noi difendiamo gli innocenti. Non la usiamo per noi stessi. Mi hai profondamente deluso.»
Alexandra aprì bocca per ribattere, ma Altair la zittì con un gesto secco.
«Avrai tempo per dire la tua. Ora non voglio sentire una sola parola.»
La fissò ancora un istante. «Finché questa vicenda non sarà risolta, sei spogliata di ogni rango. Non hai più diritto di indossare la nostra divisa.»
Katia e l’AI di Clay avevano conversato per quasi tutta la notte. Solo quando iniziò a udire il cinguettio degli uccelli, filtrare dalle finestre dell’edificio abbandonato in cui si era appostata da tre giorni, andò infine a stendersi sulla brandina.
Tra i vari argomenti affrontati, avevano valutato l’ipotesi di contattare Rebecca, così da avere un’alleata interna capace di tenere sotto controllo Lucy. L’idea era stata però scartata quasi subito: era poco plausibile che la ragazza desse credito alle parole di una Templare e di un programma informatico. Inoltre Shaun incarnava lo scetticismo allo stato puro. Coinvolgerli avrebbe compromesso ogni piano.
L’unico su cui potersi realmente affidare restava Desmond. Clay AI lo aveva già avvicinato e ne monitorava lo stato di sbloccaggio del codice genetico, necessario per condurlo alla Verità: quella che Clay aveva inserito nell’Animus sulle origini della Mela e degli altri manufatti. Una Verità che lui stesso non poteva rivelare, almeno finché il giovane non fosse stato pronto ad affrontarla.
C’era però anche un’altra urgenza. Clay AI aveva lasciato una propria copia nel dispositivo di memoria di Alexandra, ma al momento poteva comunicare con essa in maniera estremamente limitata, senza rischiare che Rebecca intercettasse le anomalie di segnale. Ed era qui che Katia entrava in gioco. Grazie all’accesso completo agli archivi Abstergo e alla sua intrusione nel sistema, avrebbe potuto fungere da ponte, da messaggera silenziosa tra le due AI. Aprire un canale sicuro, senza più preoccuparsi dei protocolli di sicurezza di entrambe le fazioni.
Quando tornò operativa, Lucy stava già tentando da circa un’ora di mettersi in contatto con Katia. Desmond aveva individuato nuovi Glifi, nei quali sembravano emergere rivelazioni significative sull’idea di controllo mentale che già gli antichi ISU avevano sviluppato sull’umanità. Una prospettiva assolutamente incoraggiante per i Templari, che da sempre condividevano quella stessa visione.
Katia raccolse le informazioni e le trasmise ad Abstergo, immaginandosi la soddisfazione di Vidic, probabilmente già pronto a tatuarsi “evviva, sono anch’io un ISU” sul petto.
Colse poi l’occasione per esplorare gli archivi e informarsi sullo stato di Alexandra. Quasi le cadde la tazza di tè dalle mani quando lesse che, per il momento, la ragazza non sarebbe stata staccata dai macchinari: non prima che la Mela fosse finita nelle mani giuste.
Trasmetté subito la notizia a Clay AI, che le fornì un codice spia, destinato a fungere da "piccione viaggiatore" per recapitare un messaggio alla sua copia.
Insinuarsi nel programma dell’Animus — sebbene si trattasse di una versione precedente a quella sviluppata da Rebecca — non era affatto semplice. A sorvegliare gli accessi non autorizzati c’era un team di informatici addestrati quanto lei. Ma Katia si disse che, almeno, doveva tentare.
Si mise comoda davanti al terminale, lasciando che lo schermo le restituisse la consueta interfaccia Abstergo: fredda, ordinata, costruita per dare l’illusione di un controllo totale. Il suo pass le consentiva di muoversi senza destare sospetti in ampie porzioni del sistema, archivi, report di avanzamento, log secondari. Era una libertà concessa con fiducia… e proprio per questo sorvegliata.
Il problema non era entrare. Il problema era non farsi notare mentre entrava dove non avrebbe mai dovuto essere.
L’Animus 1.0 era isolato dietro più livelli di compartimentazione. Non tanto per protezione esterna, quanto per controllo interno: Abstergo voleva sapere chi guardava, quando e perché. Katia lo sapeva bene. Ogni accesso diretto lasciava una firma, una traccia temporale che non si poteva cancellare senza sollevare allarmi.
Così fece quello che sapeva fare meglio: non forzò nulla.
Si mosse in diagonale, sfruttando i permessi che già possedeva. Aprì una sequenza di richieste legittime, una dopo l’altra, come se stesse svolgendo una normale verifica incrociata. Lasciò che fosse il sistema stesso a portarla più in profondità, agganciandosi a moduli secondari che comunicavano con l’Animus solo per brevi istanti, pacchetti di dati effimeri, aggiornamenti automatici che nessun umano si prendeva la briga di controllare davvero.
Era lì che inserì il vuoto.
Non un accesso, ma un’assenza. Un microintervallo in cui il firewall, convinto di dialogare con una routine interna, abbassò le difese quel tanto che bastava. Katia non entrò nell’Animus: si lasciò attraversare da esso. I dati scivolarono verso di lei come riflessi su uno specchio, sufficienti a orientarsi, insufficienti a lasciare impronte.
Il cuore le martellava nel petto, ma le mani restavano ferme. Nessun movimento superfluo. Nessuna curiosità di troppo. Sapeva che il vero errore, in quei casi, non era tecnico: era umano. Restare anche solo un secondo oltre il necessario significava diventare visibili.
Quando finalmente intercettò il flusso che cercava — la struttura portante del codice dell’Animus 1.0, ancora grezza, ancora permeabile — lasciò scivolare al suo interno il codice spia di Clay AI. Un gesto rapido, quasi elegante. Un messaggio imbucato in mezzo a migliaia di altri segnali, destinato a emergere solo per chi sapeva riconoscerlo.
Poi si ritirò.
Ripercorse i suoi passi digitali con la stessa naturalezza con cui li aveva compiuti, lasciando che il sistema si richiudesse alle sue spalle, ignaro. Quando lo schermo tornò alla schermata iniziale, Abstergo non aveva registrato nulla di anomalo. Nessun allarme. Nessuna richiesta di verifica.
Katia si appoggiò allo schienale e chiuse gli occhi per un istante. In qualche modo ce l'aveva fatta.
Le ore trascorsero lente, estenuanti. Katia non poteva allontanarsi troppo: doveva restare reperibile per Lucy. Il silenzio e l’attesa finirono però per lasciare spazio ai pensieri, che iniziarono a correre senza freni.
Le tornarono alla mente i ricordi dell’università: le chiacchiere tra una lezione e l’altra, la merenda improvvisata con colleghi e amici, le serate passate a studiare. In mezzo a tutto questo, il volto sorridente di Alexandra era sempre lì, costante.
Si era presentata a tutti come Angel Niza, ma Katia conosceva la sua vera identità. L’aveva osservata a lungo, aspettando un passo falso che ne tradisse la natura, qualcosa che confermasse l’idea che si era sempre fatta degli Assassini. E invece no. Alexandra era limpida, coerente, quasi disarmante nella sua normalità. Una normalità che cozzava con tutto ciò che Katia credeva di sapere.
Forse sarebbe rimasta una persona comune, se non fosse arrivato quel report di conferma sull’identità che Katia stessa aveva inviato ad Abstergo.
Ora la sua amica era costretta su un lettino di metallo, collegata a macchinari che la riducevano a un corpo funzionale, privata di ogni umanità. E Katia sapeva — con una certezza che faceva male — che la stessa sorte toccata al Soggetto 16 avrebbe potuto attendere anche lei.
E concluse pensando che se questa medesima sorte fosse toccata anche a lei, in fondo è perché se l'era meritato.
A un certo punto, una notifica sullo schermo catturò la sua attenzione. Inizialmente, pensò fosse Lucy, invece il mittente era Clay AI — ma non quello con cui aveva parlato fino a quel momento. Era la sua copia attiva all’interno di Abstergo.
Possiamo parlare? È una linea sicura? comparve sullo schermo.
Katia si sistemò sulla sedia e confermò senza esitazione.
Perfetto.
L’interfaccia cambiò, aprendosi in tre finestre nere. Una era riservata al microfono di Katia; le altre due appartenevano alle AI, identificate come Clay 1 e Clay 2. La prima era la versione annidata nell’Animus 2.0 di Rebecca; la seconda quella che seguiva Alexandra.
«Temo di non avere buone notizie» esordì Clay 2. La linea verde che attraversava orizzontalmente la sua finestra iniziò a impennarsi. «Alexandra ha deciso di seguire gli ordini dell’Organizzazione.»
«Non sei riuscito a generare glitch o rallentamenti per ostacolarla?» chiese Clay 1.
«Ci ho provato. Ma alla fine l’Animus ha prevalso su di me. Si sono create le condizioni perché potesse mettere in atto il suo piano.»
«Che cosa intende fare?» domandò Clay 1.
«Consegnare la Mela, nel passato, a un accolito dei Templari. Per ora ha risorse limitate: deve trovare un modo per allontanarsi dal castello.»
«Hai fatto come ti avevo detto? Hai cercato di parlarle direttamente?» insistette Clay 1, ormai impaziente.
«Sì. Non è servito. In lei c’è una disperazione cieca, che la spinge verso la soluzione più immediata. Parvaneh la sostiene. Finché crederà di poter tenere al sicuro i genitori agendo in questo modo, nulla la fermerà.»
«Sono morti.»
Le due parole, pronunciate da Katia con voce piatta, fecero calare il silenzio tra lei e le due AI.
«Sono stati uccisi quasi subito» proseguì. «Il tempo necessario a girare quei filmati per darle speranza. Sapevano che il suo profilo corrispondeva a quel tipo di persona e ne hanno approfittato.»
«Non oso immaginare la sua reazione quando lo scoprirà» disse Clay 2, con un tono misurato.
«Ho il sospetto che dirglielo ora servirebbe a poco» intervenne Clay 1. «Da quanto capisco, al momento ti percepisce come ostile e quindi potrebbe credere che stai mentendo.»
«Non del tutto» ribatté Clay 2. «Il fatto che continui a considerarsi neutrale ci lascia ancora un margine. C’è la possibilità che, all’ultimo momento, compia qualcosa di imprevisto. Inoltre credo che stia iniziando a recuperare anche lei i suoi ricordi primordiali. Quelli legati alla Verità, senza il bisogno di trovare i Glifi nelle sue memorie.»
Katia aggrottò la fronte. «Quella sugli ISU che avevi inserito nei ricordi genetici di Desmond? Ma com’è possibile?»
Seguì un breve silenzio.
«È complicato» rispose infine Clay 1, «ma in sostanza l’Animus, nel risvegliare la memoria genetica, non si limita a riportare alla luce quella dell’antenato selezionato. Apre delle finestre anche su altri ricordi, più o meno invasivi. Nei discendenti dei primi uomini — i costrutti diretti degli ISU — le memorie legate a loro tendono a emergere con maggiore forza, sovrapponendosi alla coscienza.»
La linea verde tremolò leggermente.
«È una combinazione» proseguì Clay 1. «Le lunghe sedute nell’Animus, l’effetto osmosi che ne deriva e l’emersione di ricordi che non appartengono al nostro vissuto, ma che esistono comunque dentro di noi. È questo che ha destabilizzato il nostro originale, fino a rendergli impossibile distinguere il ricordo dalla realtà.»
«Ed è ciò che sta accadendo anche ad Alexandra» aggiunse Clay 2. «Ma nel suo caso la situazione è aggravata. L’esperimento legato al suo antenato primogenito — che è anche il mio — ha generato un’apertura spazio-temporale. Questo ha accelerato il processo e ne ha amplificato gli effetti, anche se al contempo ha permesso a me di svilupparmi oltre la mia programmazione originale.»
Katia dovette distogliere lo sguardo dallo schermo e piegarsi in avanti, portando la testa tra le ginocchia nel tentativo di reprimere la nausea. Tutto quello era troppo. Troppo vasto, troppo intrecciato, troppo lontano da ciò che avrebbe mai immaginato di dover sostenere.
Per un istante sentì l’impulso violento di fuggire. Andarsene, sparire, rifugiarsi in un luogo qualunque e cancellare ogni cosa. Ma sapeva che non esisteva un “altrove” per lei. Se avesse abbandonato il suo posto, i Templari l’avrebbero rintracciata in pochissimo tempo. Oppure, più semplicemente, si sarebbero rifatti sulla sua famiglia.
In quel momento si sentì terribilmente sola. E nemmeno il fatto di stare parlando con due versioni del suo maestro riusciva a confortarla, perché lui non era davvero lì. Non più. Era stata lei, in fondo, a spingerlo verso il patibolo.
«Il codice perfetto non è quello che non genera mai errori, ma quello capace di gestire l’eccezione e riprendere l’esecuzione senza interrompere il sistema.»
La voce di Clay 1 la costrinse a sollevare lentamente la testa.
«Te la ricordi?» proseguì. «Te la ripetevo quando ti imbronciavi, quando sbagliavi ed eri troppo severa con te stessa. A essere onesti, era il nostro creatore a dirtela. Io mi sono limitato a… ricordarla.»
La linea verde nella finestra tremolò appena.
«Non posso percepire ciò che provi» concluse, «ma posso immaginarlo. Per questo te lo ripeto adesso. Per spronarti a essere resiliente.»
Seppur ancora tremante, Katia inspirò a fondo e si ricompose davanti alla postazione. Le dita le scivolarono sulla tastiera come per ancorarsi a qualcosa di concreto.
«Credete che… sia possibile che anche io discenda da quell’esperimento?»
«Perché?» chiese Clay 1. «Cosa te lo fa pensare?»
«Perché io ricordo ciò che è stato sovrascritto.» Incise volutamente quella parola. «Ho scoperto — o almeno credo — di discendere da Abbass Sofian. L’uomo che sottrasse la Mela ad Altaïr e ne venne sopraffatto. Se attraverso di lui qualcosa si è insinuato nella mia linea genetica… è possibile che anche in me si sia risvegliato qualcosa?»
Seguì una pausa, densa.
«Non lo escluderei,» rispose infine Clay 2.
Fu Clay 1 a prendere la parola, con un tono più misurato. Spiegò ciò che aveva già detto a Desmond: il marcatore ISU dormiente che si risveglia quando la Mela entra in risonanza con un portatore compatibile, aveva reagito con Alexandra e Parvaneh. E, molto probabilmente, anche con Altair e Desmond ma quest'ultimo non era ancora del tutto pronto. Nulla escludeva che poteva essere lo stesso anche per la discendenza di Katia.
«Credete che adesso i tempi siano maturi?» chiese Katia. «Se ho capito bene, anche Desmond potrebbe essere in grado di aprire un varco spazio-temporale.»
«Non del tutto,» rispose Clay 1. «Deve ancora sbloccare tutti i Glifi. E non esiste alcun modo per accelerare il processo senza compromettere il suo DNA e la sua psiche. Ma se ne recuperasse abbastanza… sì, in teoria potrebbe riuscirci.»
Katia sospirò, lasciando ricadere la schiena contro lo schienale. Stavano procedendo per ipotesi, tentativi, variabili incontrollabili. Non esisteva alcun manuale del bravo viaggiatore del tempo, del resto.
«Tornando alla questione dei genitori di Alexandra,» intervenne Clay 2, «è vero: se glielo dicessi io, potrebbe non credermi. Ma se glielo dicesse qualcuno di cui si fida?»
«E chi?» mormorò Katia. «Non ha più nessuno. A causa mia.»
«Di te si fida,» replicò Clay 2. «E anche di Desmond.»
Katia si irrigidì. Alzò il volume delle casse, poi lo abbassò di nuovo, come se temesse un’interferenza che in realtà non c’era. Era certa di non aver sentito bene. Clay 2 aveva detto che Alexandra si fidava di lei.
«Nel profondo siete ancora amiche,» proseguì Clay 2. «E a questo punto non ci sono più ragioni perché tu le menta. Se c’è un momento per dirle la verità, è questo.»
La frase rimase sospesa.
«Che cosa dovrei fare?» disse cauta la donna, la voce appena un sussurro tra il fruscio dei circuiti.
«Per prima cosa, tu e Desmond dovrete mettervi in contatto» rispose Clay 1.