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Creato il 08/07/2026, 20:29 · Aggiornato il 08/07/2026, 20:29

Capitolo 21: Capitolo 9.5

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoCompleta

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Morte
  • Sangue
  • Violenza
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Passato il momento della concitazione, sia Parvaneh che Alexandra, in modi diversi, riuscirono a ritrovare la calma.

Non c’era più spazio per i sentimenti personali: ora dovevano concentrarsi su come mettersi in contatto con Louis senza esporsi.

L’intenzione di Alexandra era chiara. Spedire la Mela al francese.

Se fosse riuscita a farla arrivare nelle sue mani, tutto si sarebbe concluso lì. Una volta entrata in possesso dei Templari, il manufatto non sarebbe più stato un problema suo, né di Parvaneh. L’Assassina avrebbe potuto tornare a vivere la propria vita all’interno della Confraternita, seguendo il corso che la storia aveva già tracciato per lei.

Il vero ostacolo era il costrutto del Soggetto 16. Continuava a monitorare la situazione e difficilmente avrebbe permesso che un simile piano andasse a buon fine. Forse, prima ancora della Mela, Alexandra avrebbe dovuto trovare un modo per liberarsi di quella presenza.

Per il momento, però, una certezza rimaneva.

Altair non sospettava nulla. Non aveva motivo di farlo: qualcuno, approfittando della sua fiducia e dei momenti in cui lo sguardo del Maestro era rivolto altrove, aveva sostituito il manufatto con un falso.

Finché la Mela non fosse stata necessaria — e lo era solo in casi di estrema urgenza — nessuno avrebbe aperto il cofanetto.

E fino ad allora, il segreto sarebbe rimasto al sicuro.

Ricordo quando ci siamo conosciute. Mi dissi che saresti stata disposta a toglierti la vita pur di non compromettere la Confraternita. Ora invece mi stai aiutando, rischiando tutto, disse Alexandra con voce mesta.

Parvaneh tacque per un istante, poi rispose, e nelle sue parole c’era una stanchezza profonda.

«Se non fosse per il legame che si è creato tra noi, lo avrei fatto senza esitare. Ma finché sento che tu desideri vivere, non ti abbandonerò. Troveremo un modo per liberarti. Tu cerca solo di resistere e, per ora, continua a eseguire i loro ordini. Continua a usare il mio corpo.»

Era una scelta che le lacerava il cuore.

Aveva messo l’amore per la propria famiglia davanti al bene comune. Un compromesso che non si addiceva a un’Assassina, e lei lo sapeva. Eppure il suo istinto le diceva che quella era l’unica strada possibile.

Così come Alexandra si aggrappava alla volontà di andare avanti per aiutare i propri genitori, anche Parvaneh si stava aggrappando, con disperazione silenziosa, alla speranza di avere ancora un futuro. Un futuro accanto all’uomo che amava, all’interno della Confraternita a cui aveva giurato fedeltà.

Due cuori divisi da ottocento anni, eppure straordinariamente simili.

Nel frattempo, anche se ora anche Malik si era calmato, non poteva non scacciare quella sensazione di estraneità che aveva provato nel vedere Parvaneh difendersi a quel modo. La donna dagli occhi blu. Chi era?

«Altair deve sapere.»

Le sessioni di Desmond proseguivano regolarmente e, insieme a Shaun e Rebecca, l’attenzione del gruppo restava concentrata sullo sblocco dei ricordi di Ezio Auditore.

Per ora, tutto sembrava seguire il corso previsto.

Anche Lucy era profondamente immersa nel suo ruolo di doppiogiochista e, grazie al supporto di Katia, riusciva a trasmettere ad Abstergo le informazioni con maggiore sicurezza e precisione. In quei due giorni di riposo forzato di Alexandra, Lucy e Katia avevano consolidato il loro rapporto professionale, trovando un equilibrio efficace per un flusso di lavoro rapido e controllato.

Né Lucy né Abstergo sospettavano, però, che anche Katia stesse agendo con una cautela tutta sua.

Lucy era stata, insieme a Vidic, una delle menti dietro l’ultima versione dell’Animus. Ed era stata proprio lei a guidare le ricerche sul profilo di Alexandra Blade. Per questo continuava a chiedere aggiornamenti su di lei.

In questo modo, Katia poteva restare informata a sua volta.

Finché Alexandra risultava in vita, la sua posizione rimaneva ancora quella di una risorsa strategica.

Tuttavia, il suo senso di lealtà si era definitivamente incrinato nel momento in cui aveva compreso che sarebbe diventata il “piano B”, qualora la vicenda con Alexandra fosse andata storta.

Una risorsa sacrificabile. Nulla di più.

Da allora, il suo obiettivo era diventato uno solo: neutralizzare il piano di Lucy. Anche se questo avesse finito per favorire gli Assassini, non le importava più.

Quella faida secolare aveva ormai oltrepassato ogni limite, arrivando persino a deformare il corso del tempo. E, per quanto ne sapeva, forse era stata l’unica ad accorgersene davvero.

Non conosceva fino in fondo le potenzialità dei tesori che i Templari inseguivano con tanta ossessione, ma a questo punto era meglio che essi rimanessero celati per sempre all'umanità.



Katia non aveva forzato nulla.

Almeno, non nel modo in cui Rebecca avrebbe immaginato un’intrusione.

Il canale di comunicazione con Lucy era nato come un flusso dati ridondante, apparentemente innocuo, costruito per evitare che Rebecca potesse intercettare ciò che veniva trasmesso all’esterno. Lucy, convinta di avere il controllo della situazione, condivideva con lei — di sua iniziativa — i report che Rebecca stava compilando sui progressi di Desmond. Dati grezzi, log di sincronizzazione, anomalie di carico neurale. Tutto ciò che serviva ad Abstergo per restare un passo avanti.

Attraverso quel canale, Katia non si era limitata, però, a ricevere informazioni: aveva ricostruito l’architettura stessa del sistema. Non una copia, ma l’accesso diretto al cloud originale in cui Rebecca stava accumulando i dati dell’Animus 2.0. Un archivio che si arricchiva di dettagli, man mano che Desmond andava avanti.

Ed è lì che lo aveva visto.

Tra i moduli del programma — perfettamente catalogati, puliti, firmati — c’era una sezione che non avrebbe dovuto esistere. Non riportava alcuna firma di Rebecca, né alcun riferimento ai protocolli standard del programma. E soprattutto, non era statica.

Quel codice si aggiornava.

Non seguiva una linea di sviluppo lineare, né un ciclo di manutenzione. Si riscriveva da solo, adattandosi ai dati che riceveva, reagendo alle sessioni di Desmond come se ne fosse parte integrante. O come se stesse osservando.

Katia aveva rallentato il flusso, isolato i pacchetti, confrontato le versioni precedenti. Il risultato era sempre lo stesso: quel frammento cresceva. Cambiava. Imparava.

Non era un’estensione dell’Animus 2.0.

Non era nemmeno un errore.

Era qualcosa che agiva attivamente all’interno del sistema, mimetizzato tra i processi principali. Un’entità che sfruttava il programma senza appartenervi davvero. Come un virus, sì — ma non sembrava stesse cercando di attaccare il programma. Piuttosto era come se stesse aspettando.

Katia non fece nulla, all’inizio.

Un intervento diretto avrebbe lasciato tracce evidenti, e soprattutto avrebbe potuto compromettere qualcosa che non comprendeva ancora. Si limitò a osservarlo, sessione dopo sessione, annotando il modo in cui reagiva agli input dell’Animus.

Era chiaro che non fosse passivo.

Ogni volta che Desmond entrava in sincronizzazione profonda, quel frammento aumentava la propria attività. Non interferiva con il flusso dei ricordi, non provocava errori né desincronizzazioni. Al contrario: sembrava adattarsi, come se stesse cercando un punto d’aggancio.

Katia cominciò allora a fare ciò che sapeva fare meglio.

Non tentò di scrivere nel codice.

Tentò di farsi leggere.

Inserì micro-variazioni nei parametri di output: lievi ritardi, oscillazioni minime nei buffer di ritorno, segnali che non avrebbero attirato l’attenzione di Rebecca, ma che avrebbero potuto essere percepiti da qualcosa in ascolto. Era una tecnica rischiosa, come ad azzardare una mossa di soppiatto ma tenendo in conto che la barra di allerta si sarebbe potuta gradualmente riempiere e che un secondo di ritardo in più avrebbe fatto scattare le sentinelle.

Per un po’ non accadde nulla.

Poi la seconda sera, Katia notò che Desmond si era collegato di nascosto all'Animus e non appena la sua mente entrò in sintonia col programma, notò una risposta. Non nei log principali, ma in una directory secondaria, dove i dati venivano temporaneamente parcheggiati prima di essere archiviati.

Il codice anomalo aveva reagito.

Non aveva respinto il segnale. Lo aveva seguito.

Non riusciva a decriptare ciò che Desmond con questa entità si stessero dicendo,

Katia allora fece un passo ulteriore. Creò un’interfaccia minimale, priva di istruzioni, priva di firma. Nessun linguaggio, nessun comando. Solo una finestra aperta, lasciata intenzionalmente incompleta, come una domanda senza voce.

Per alcuni secondi lo schermo rimase vuoto.

Poi il cursore si mosse da solo.

Una stringa di testo comparve, lenta, come se stesse venendo digitata per la prima volta.

«Chi sei?»

Katia trattenne il respiro.

Per un istante temette che l’intrusione — quella che l’entità stessa aveva generato nel sistema di difesa dell’Animus 2.0 per raggiungere Desmond — avesse lasciato una traccia anche su di lei. Se qualcuno avesse incrociato quei pacchetti di dati proprio adesso, non ci sarebbe stata via d’uscita. Rebecca avrebbe capito. Lucy anche. E a quel punto ogni giustificazione sarebbe stata inutile.

A rassicurarla, però, fu la domanda che seguì.

«Cosa hai carpito della mia conversazione con Desmond?»

Katia si rilassò appena, senza distogliere le dita dalla tastiera. Chiunque fosse, a scriverle non era stata Rebecca.

«Non ti dirò il mio nome», scrisse rapidamente. «Ma so abbastanza da capire che ciò che tu e Desmond state facendo non deve finire nei log del programma di Rebecca. E di conseguenza, senza che Lucy ne sappia niente.»

Era un bluff, ma con questa risposta sperò di avere azzeccato le intenzioni di questa entità sconosciuta.

Per un istante lo schermo rimase immobile.

Il cursore lampeggiava, come se stesse riflettendo.

Katia sentì una stretta allo stomaco.

Un hacker come lei? Improbabile. Nessuno, al di fuori di Abstergo e della cellula degli Assassini, avrebbe avuto accesso a quel livello del sistema.

Una terza fazione? No. Non tornava.

Improvvisamente lo schermo divenne nero e subito dopo una cascata di stringhe di codice iniziò a scorrere da destra verso sinistra, fitte, qualcuno stava penetrando il suo sistema.

Katia tentò d’istinto di reagire.

Nulla. Ogni comando veniva letto e aggirato prima ancora di essere completato. La risposta era istantanea, innaturalmente rapida.

Non era un attacco umano.

Nessuno avrebbe potuto digitare, calcolare e deviare così.

Un brivido le attraversò la schiena.

Con uno scatto improvviso si spinse indietro con la sedia, il cuore che martellava nel petto, come se quel monitor le facesse improvvisamente paura.

Poi, senza alcun preavviso, le casse collegate al computer si accesero.

Un fruscio.

Un suono distorto, come una voce che stesse cercando una forma.

E infine, chiaro, una voce famigliare la chiamò per nome.

Katia sentì il sangue gelarsi.

«Come…» balbettò, la voce incrinata. «Come sai chi sono?»

Ci fu una pausa.

Una pausa deliberata.

«Non ti ricordi di me? O meglio, non riconosci questa voce?»

Katia si rabbuiò.

«So a chi appartiene. Perché hai la sua voce?»

«Perché io sono lui. Colui che ti ha insegnato tutto quello che sai sui sistemi di hackeraggio.»

Katia si alzò di scatto, facendo sbattere la sedia contro il muro.

«Quel traditore è morto!»

«Sì, lo è,» rispose secca la voce di Clay Kaczmarek. «Ma in un certo senso esiste ancora, e non ha terminato la sua lotta contro i Templari.»

Le tempie le iniziarono a pulsare e, all’improvviso, i ricordi riaffiorarono.

Katia, aveva appena ottenuto il ruolo di spia e tra i suoi compiti c’era anche la necessità di possedere conoscenze approfondite nel settore informatico. Fin da bambina, era sempre stata brillante: apprendeva rapidamente e la prontezza d’azione era fondamentale per i Templari. Per diventare un’esperta, doveva essere affiancata a un maestro, e quel ruolo spettava a Clay Kaczmarek. All’epoca, pur sotto copertura, Clay stava aiutando Lucy a sviluppare le potenzialità dell’Animus e divenne anche l’insegnante di Katia, che non deluse le aspettative.

Sotto la sua guida, Katia si trovava a suo agio e lo ammirava profondamente. Nonostante avesse solo una decina d’anni in più di lei, era un genio del coding, e lei ascoltava ogni sua parola con attenzione. Tutto però crollò quando l’uomo venne scoperto e imprigionato, trasformandosi nel Soggetto 16. Il dolore più grande fu rendersi conto che fu proprio lei a scoprire i codici nascosti nel sistema di Abstergo, creati per trasmettere informazioni agli Assassini.

Katia si trovò combattuta: fare rapporto ad Abstergo significava mettere nei guai la sua guida. Alla fine, però, la lealtà verso i Templari prevalse. Quando iniziarono gli esperimenti sulla mente di Clay, cercò di convincerlo a unirsi ufficialmente ai Templari, fingendo di aiutare gli Assassini per porre fine alle torture. Ma l’uomo non le diede ascolto: la sua fedeltà era rivolta solo verso quest'ultimi.

Era al mare con Alexandra e altri amici quando Abstergo la contattò per comunicarle del suicidio di Clay. Mentre cercava di trattenere le lacrime, il suo sguardo cadde su Alexandra, ignara di tutto, che rideva e schizzava l’acqua con gli amici. Guardandola, il cuore di Katia le si strinse.

Quando trovò la forza di parlare, gli occhi le si erano fatti lucidi.

«Quindi tu chi sei?» chiese Katia, con la voce rotta.

«Sono una parte della coscienza di Clay. Esistono altre mie intelligenze artificiali disseminate nelle diverse versioni del programma Animus, sia in quelle in possesso dei Templari sia in quelle degli Assassini. Io, però, sono diversa. Sono una forma avanzata. Sono cosciente. Sono ciò che più si avvicina al tuo maestro» spiegò Clay AI. «E, dai tuoi movimenti, deduco che anche tu stia facendo qualcosa che Lucy non dovrebbe sapere

Katia si morse il labbro inferiore, combattuta su cosa rispondere a quel… qualunque cosa fosse.

«Come è successo a te, ho capito che per Abstergo non sono altro che un “soggetto”. Se ho ancora la mia posizione, lo devo solo a una serie di circostanze favorevoli. Ma ho deciso di non affidarmi più alla fortuna» proseguì, con voce ferma. «Voglio fare in modo di proteggermi. E di proteggere la mia famiglia.»

«Allora possiamo allearci» le rispose il costrutto. «Anche se non lo fai per gli Assassini — e dai ricordi che ho di te il tuo pensiero su di loro è sempre stato piuttosto chiaro — abbiamo comunque un obiettivo comune: ostacolare i Templari.»

«È così» rispose Katia, e nei suoi occhi parve accendersi qualcosa. «Credo tu sappia della mappa che Abstergo ha ottenuto giorni fa attraverso i ricordi di Desmond. Quella che permette di rintracciare tutti i manufatti dell’Eden.»

«Sì, so tutto. Ed è proprio questo che li rende a un passo dalla vittoria. Ma se avrò te come alleata, sono certo di poterlo impedire, ancora prima che Desmond prosegua con le sue sessioni. Potremmo anticipare i tempi e, forse, salvare anche la tua amica.»

«Alexandra non è una mia amica.»

«No?» ribatté Clay AI. «Prima di sdoppiarmi e lasciare una mia copia con lei, ho avuto modo di collegarmi alla sua mente. Nei suoi ricordi più felici, tu compari spesso. Credo che, a un certo punto — per quanto tu voglia negarlo a te stessa — tu abbia iniziato a provare qualcosa per lei. Eravate legate da un rapporto che andava oltre il vostro retaggio.»

Fece una breve pausa. «Peccato che con lei tu abbia commesso lo stesso errore che hai fatto con me. Hai scelto i Templari.»

Katia chinò il capo, sentendosi improvvisamente vulnerabile, messa a nudo.

«Hai l’occasione di rimediare, però» aggiunse Clay, con un tono incoraggiante. «Per la memoria di Clay, per aiutare Alexandra, e non solo per proteggere te stessa. Se mi aiuterai, ti prometto che tutto ti sarà perdonato.»

Katia si passò i palmi sulle guance, asciugandosi le lacrime.

«Allora mandiamo a gambe all’aria quei pazzi esaltati, maestro» disse, con una scintilla di determinazione negli occhi.

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