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Creato il 08/07/2026, 20:28 · Aggiornato il 08/07/2026, 20:28

Capitolo 20: Capitolo 9.4

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoCompleta

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Morte
  • Sangue
  • Violenza
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Il mattino successivo.

Warren Vidic stava esaminando alcuni documenti. La sessione del giorno precedente era stata un successo.

Sebbene non avesse rivelato ai finanziatori che Alexandra era in grado di muoversi consapevolmente nel passato, questi se ne erano andati dalla sede sufficientemente soddisfatti — anche se, prevedibilmente, avrebbero voluto vedere qualcosa di più concreto.

L’idea di un’Assassina che cospirava contro la propria Confraternita aveva destato un notevole interesse. E, soprattutto, grazie alla mappa ricavata dai ricordi, esisteva ora la possibilità di localizzare altre Mele dell’Eden o manufatti affini.

Per il momento, il progetto Animus era salvo. E per l’Ordine dei Templari, continuava a rappresentare una delle più grandi speranze per il raggiungimento del loro obiettivo.

Alexandra serviva ancora ai loro scopi.

L'ufficio era come un’astronave di vetro e acciaio — tubi, cavi che serpeggiavano, il leggero ronzio dei condizionatori.

Qualcuno suonò il campanello.

Attraverso la porta a vetri, Warren scorse la figura di Katia. Si accigliò leggermente, sorpreso dalla sua visita, ma le aprì comunque.

La donna entrò senza attendere invito: contrasse appena la mascella quando la porta scorrevole si chiuse alle sue spalle, poi avanzò a lunghi passi verso la scrivania del dottore.

Katia lo fissò. L’uomo era seduto, la barba bianca, la spilla templare appuntata sul camice all’altezza del cuore, l’espressione impenetrabile.

«Buongiorno, signorina Sofian. C’è qualcosa che desidera comunicarmi?» domandò Vidic, con tono pacato ma privo di qualunque traccia di cordialità.

«Buongiorno, dottore. Vorrei parlarle di Alexandra Blade.»

Vidic inarcò un sopracciglio.

«Mi risulta che lei abbia accesso agli archivi sullo stato dei soggetti. Perché venire da me?»

«Sì, è vero. Li ho consultati. Ma c’è qualcosa che nei rapporti non viene menzionato: le conseguenze non solo per il Soggetto 18, ma anche per le ripercussioni nel tempo reale. In pratica, sta viaggiando nel tempo. Non la preoccupa?»

«Non sono tenuto a condividere con lei tali informazioni, e non comprendo il motivo di queste domande. Ha forse notato qualcosa che ci è sfuggito?»

Katia scosse il capo.

«Siamo ancora qui, quindi deduco che nulla sia cambiato. Ma non ritiene che sarebbe prudente sospendere il progetto finché Lucy non farà avere sue notizie? So che il mio ruolo è un altro, non intendo sostituirmi a lei, dottore. Tuttavia, anche con le mie limitate competenze, sono convinta che stiamo correndo un rischio.»

Vidic la osservò in silenzio, ma Katia proseguì:

«Lucy ha ingannato Desmond e gli Assassini per impadronirsi della Mela e dei suoi segreti, facendogli rivivere la vita di Ezio Auditore — una figura già d’interesse ai tempi del Soggetto 16. È lui ad aver posseduto la Mela di Altair. E, secondo i dati che Lucy ci trasmette in segreto, Desmond ha avuto accesso anche a informazioni su quegli antichi “dei” che hanno creato i manufatti. Se ne siamo già a conoscenza, non significa forse che abbiamo la certezza che Alexandra fallirà? Due secoli dopo, la Mela sarà ancora nelle mani degli Assassini.»

Warren aggrottò lo sguardo, riflettendo in silenzio.

«Quindi, secondo lei, con Alexandra stiamo solo perdendo tempo. Dovremmo concentrarci sull’antenato di Desmond: sarà lui a rivelarci tutto. In tal caso, la donna non ci serve più.»

Katia trattenne il respiro. «Non intendevo questo...»

«Se tutto ciò che cerchiamo è già nel Soggetto 17, il 18 è superfluo,» ribatté Vidic, freddamente. «Non ha idea dei costi che questo progetto comporta.»

«Non sto dicendo di eliminarla,» replicò Katia, cercando di mantenere la calma. «Solo di sospendere per un momento. Dalle registrazioni neurali risulta che sta manifestando gli stessi sintomi del Soggetto 16.»

Vidic inarcò le sopracciglia, accennando un sorriso ironico. «Ah, ecco. Quindi la sua vera preoccupazione è lo stato di salute della Blade!» esclamò, come se avesse smascherato un segreto. «In fondo, per quanto lavori per noi, ha sviluppato un certo affetto per quella ragazza. Del resto, siete poco più che ventenni... delle ragazzine.»

Katia strinse i pugni. Sentì le vene alle tempie pulsare.

«Non è mia amica,» ribatté con voce ferma. «Dico solo che è assurdo procedere alla cieca su una questione tanto instabile. Ha considerato cosa accadrebbe se, attraverso la sua antenata, Alexandra alterasse un evento storico? Se uccidesse, ad esempio, Re Riccardo Cuor di Leone? O un’altra figura chiave?»

«Sta esagerando.»

«Non sto esagerando, dottore!» lo interruppe. «Le possibilità sono due: o lei stesso non crede che Alexandra stia viaggiando nel tempo, oppure ritiene che il nostro tempo sia immune dalle conseguenze. Ma se così non fosse? Se ogni variazione generasse una realtà parallela, noi non avremmo comunque la Mela. Resterebbe confinata in un’altra linea temporale.»

Le sue parole sembrarono colpire nel segno. Vidic non rispose, ma l’esitazione che gli attraversò lo sguardo bastò a confermare che quel dubbio era forse qualcosa di già trattato da lui e gli altri scienziati del progetto. Tutto ciò che stavano facendo era pionieristico, tanto da essere tenuto segreto perfino al resto dell’Ordine.

Katia abbassò leggermente il tono, pur senza arretrare.

«Lei è un grande scienziato, dottor Vidic. Ha dato vita a tutto questo, e so che non prenderà la questione alla leggera. Non le chiedo di confidarsi con me, ma di valutare seriamente i rischi. Non lo dico come “amica dell’Assassina”, ma come persona preoccupata. Alexandra non va eliminata. Va lasciata riposare. La sua condizione ha ancora molto da offrirci, ma se continueremo a spingerla oltre il limite, perderemo la nostra risorsa più preziosa.»

Finalmente, una scintilla di consapevolezza attraversò lo sguardo di Vidic.

«Come ha detto lei, questa questione non è mai stata presa alla leggera,» ammise. «Ma, come ben sa, non abbiamo molto tempo. In un primo momento dovevamo solo soddisfare le richieste dei finanziatori. Ora, per fortuna, su quel fronte abbiamo ottenuto un po’ di respiro. Tuttavia ci sono altre questioni, che non posso approfondire, per cui siamo costretti a strapazzare i soggetti.»

Si fermò un istante, riflettendo.

«Effettivamente, se continuiamo a far procedere Alexandra con le sessioni, rischiamo di compromettere ciò che in futuro Ezio Auditore scoprirà. Non possiamo permetterci un errore del genere. D’ora in avanti dovremo agire nell’ottica che le sue azioni possano avere un impatto sul futuro.»

«Quindi, per ora, verrà lasciata in pace?» chiese Katia.

«Sì. Per almeno un paio di giorni, finché non avremo aggiornamenti dai nostri agenti e notizie sui progressi con Desmond.»

«Lucy ha comunicato dove si trovano?» domandò allora Katia.

«Dovrebbero essere nella periferia est di Roma, in un vecchio ufficio o magazzino ancora sfitto. Perché me lo chiede?»

«Voglio rendermi utile,» rispose la donna con tono deciso. «Lucy sta trasmettendo i dati direttamente ad Abstergo, e questo la espone. Se mi avvicinassi io alla loro posizione, potrei fungere da ponte di copertura. In questo modo il traffico dati apparirebbe come proveniente da un’unica area di rete, con lo stesso indirizzo IP pubblico. A un’analisi esterna — diciamo, se qualcuno come Rebecca Crane monitorasse i flussi — sembrerebbe un’unica connessione stabile, non due trasmissioni separate. Così il passaggio dei dati risulterebbe più pulito e meno sospetto.»

Vidic la osservò, interessato.

«Sta suggerendo di mascherare l’origine dei trasferimenti.»

«Esatto. Se resto vicina, posso generare traffico secondario: connessioni civetta, scambi di pacchetti neutri. Così il flusso reale di Lucy si confonderebbe nel rumore di rete. È un modo semplice per proteggere la fonte e ridurre il rischio di tracciamento inverso.»

Il dottore tacque, battendo lentamente le dita sul tavolo.

«Capisco…» mormorò infine. «È una copertura intelligente, signorina Sofian. Forse più utile di quanto immaginassi.»

Alle ultime parole di Vidic, Katia si trattenne dal rispondere in modo brusco. Sapeva però che quel mezzo riconoscimento era probabilmente il massimo complimento che poteva aspettarsi da quell’uomo.

«E sia,» concluse Vidic. «Riceverà al più presto le coordinate. Non possiamo comunicare direttamente con Lucy: lei può solo trasmettere. Dovrà essere lei a stabilire il contatto una volta sul posto.»

Fece una pausa, il tono si fece più secco. «La raccomando prudenza. Non sappiamo se nei paraggi si annidino altri Assassini. Questi si infilano ovunque, come insetti nelle fessure.»

Katia assunse un’espressione decisa. «Abbatterò chiunque ostacoli il mio percorso.»

Per un attimo il silenzio cadde pesante nella stanza. La giovane donna serrò la mascella, la luce fredda dei neon che disegnava ombre acute sulle sue guance; la mano di Vidic tamburellava sul vetro della scrivania, il suo profilo scuro contro la parete illuminata dai monitor.

Katia infine si voltò e, con passo calmo ma deciso, uscì dalla stanza: il suo profilo si dissolse nell’atrio, inghiottito dalle linee nette e asettiche dell’Abstergo, lasciando dietro di sé solo il rumore ovattato delle scarpe sul pavimento.

Tutto era andato secondo i piani.

Non era passata neanche un’ora da quella conversazione, quando sul notebook personale di Lucy comparve un messaggio criptato.

Sapeva che proveniva da Abstergo — e se avevano usato quel canale, significava che c’era qualcosa di importante, probabilmente legato alla fase operativa della missione.

Si accigliò appena mentre decifrava il testo: di lì a poco un loro agente l’avrebbe raggiunta per fare da tramite, così da ridurre al minimo la possibilità che Rebecca notasse flussi anomali di posta o pacchetti dati in uscita.

L’agente designata era Katia Sofian — colei che, per quasi due anni, aveva operato sotto copertura per spiare la persona d’interesse: Alexandra Blade.

Lucy annotò mentalmente l’informazione e chiuse il terminale.

Quando Katia fosse giunta nell’area, grazie alla copertura IP e a una serie di sofisticati protocolli di instradamento, avrebbero potuto stabilire un contatto sicuro.

Nel frattempo, doveva continuare a recitare la sua parte: l’alleata fidata di Desmond, Rebecca e Shaun.

Le sessioni diventavano sempre più intense, i dati sempre più preziosi.

Ezio Auditore appariva ormai pienamente coinvolto nella vicenda della Mela dell’Eden — più ancora di quanto lo fosse stato Altair.

E non era una sorpresa: da tempo, per i Templari, Ezio rappresentava l’antenato chiave, il punto d’intersezione di tutti i loro interessi, sin dai tempi del Soggetto 16.

La luce fredda dei monitor le rifletté il volto: concentrato, immobile, ambiguo.

Lucy inspirò lentamente, poi richiuse il laptop con un clic secco.

Man mano che le sessioni proseguivano, Desmond si sentiva sempre più coinvolto.

Non solo nelle avventure del suo antenato, ma anche in ciò che accadeva nel presente.

Più la consapevolezza cresceva, più sentiva il bisogno di scavare nel proprio passato, di capire fino in fondo chi fosse davvero.

Era ormai un uomo diverso, sebbene fossero trascorse solo poche settimane dal suo rapimento. L’Animus, con la sua interfaccia ipnotica e le sue immersioni sensoriali, agiva in profondità sull’animo di chi vi si sottoponeva. Scardinava certezze, ridefiniva identità, apriva connessioni che forse era meglio non risvegliare.

Dopo la scoperta dei nuovi indizi lasciati dal Soggetto 16, Desmond aveva iniziato a ricevere messaggi sempre più criptici.

La seconda versione dell’A.I. del Soggetto 16 — comparsa il giorno precedente come un riflesso di luce nella memoria digitale — gli aveva lasciato un messaggio segreto, invitandolo a riconnettersi all’Animus quando tutti gli altri si fossero addormentati.

Gli aveva perfino fornito istruzioni precise: come riattivare il sistema, come aggirare i protocolli di sicurezza, come accedere ai file nascosti.

Quanto alle password di Rebecca, lo aveva rassicurato con una punta di ironia artificiale:

“Non preoccuparti. Le sue difese sono complesse, ma io sono ormai parte del suo stesso codice.”

Desmond aveva letto quelle righe più volte, con un misto di inquietudine e fascinazione.

Quando Desmond si disconnesse dall’Animus, un leggero ronzio accompagnò lo spegnersi dei pannelli. Si passò una mano sul volto, come per scrollarsi di dosso l’eco del passato. Rebecca lo osservava da dietro il terminale, mentre Shaun, con le braccia conserte, stava già prendendo appunti su uno dei suoi soliti fogli.

Rebecca gli rivolse un sorriso.

«Bentornato nel presente, Desmond. Come ti senti?»

«Come se avessi corso per tre giorni su tetti di pietra,» mormorò lui, massaggiandosi il collo.

Shaun fece un mezzo sorriso. «Ah, il fascino del Rinascimento. A qualcuno manca l’adrenalina del secolo XXI, ma tu sembri godertela parecchio.»

Desmond non rispose subito. Gli serviva qualche istante per distinguere le immagini della memoria da quelle reali. «Un altro glifo. Il quinto. Era sul campanile vicino alla Cattedrale. Come gli altri, ha mostrato immagini… strane. Simboli, figure umane, ma non so se chiamarle così. Il Soggetto 16 le ha collegate tutte a qualcosa che chiama “La Verità”.»

Shaun si avvicinò, tenendo in mano un tablet. «Sì, ho visto i dati. Pare che il nostro amico Sedici amasse i giochi di logica. Ogni glifo nasconde un enigma, e ogni enigma un frammento di un messaggio più grande. Finora parla di artefatti, di potere e di uomini che li hanno custoditi nel corso della storia.»

«Gli artefatti della Prima Civilizzazione?» chiese Desmond, anche se non era sicuro di credere davvero a ciò che diceva.

«Non corriamo troppo,» replicò Shaun, con tono pragmatico. «Per ora sappiamo solo che questi manufatti — la Mela dell’Eden, ad esempio — sono stati usati da vari personaggi storici. Sembrano avere un’influenza sulla mente umana, e forse anche sull’evoluzione stessa. Ma per capirlo davvero, dobbiamo continuare con Ezio.»

Rebecca annuì, digitando sulla tastiera. «Ogni volta che entri nell’Animus, il sistema si sincronizza più facilmente. È come se il tuo cervello si stesse abituando al linguaggio dei ricordi. Stai diventando più stabile, Desmond.»

Lui accennò un sorriso stanco. «Ottimo. Peccato che nel frattempo sto cominciando a ricordare cose che non mi appartengono.»

Shaun lo guardò sopra gli occhiali. «È normale. Finché non comincerai a parlare in toscano del Quattrocento, direi che siamo a posto.»

Rebecca alzò gli occhi al cielo, ma non riuscì a trattenere un sorriso. Poi, tornando seria, aggiunse: «Lucy avrebbe dovuto essere qui. Ti avrebbe voluto parlare appena finivi.»

Desmond si voltò verso la porta. «Dov’è?»

«È uscita da un po’. Ha detto che doveva fare una chiamata,» rispose Rebecca, tornando a controllare i parametri dell’Animus.

Shaun si limitò a un commento appena ironico. «Probabilmente un’altra delle sue conversazioni segrete. Sempre molto… trasparente, la nostra Lucy.»

Desmond non replicò. Si tolse il guanto del sensore e scese dal lettino. La stanza sembrava più silenziosa del solito, quasi vuota.

Camminò verso il corridoio, sentendo ancora l’eco delle parole di Soggetto 16 nella mente: “La Verità ti sarà mostrata.”

Da qualche parte, una porta automatica si chiuse con un sibilo.

Desmond si fermò, ascoltando.

«Lucy?» chiamò a bassa voce.

Girò un angolo e si fermò di colpo.

Da una stanza laterale proveniva una voce bassa, quasi un sussurro. Riconobbe subito il tono di Lucy.

«Sì… devi appostarti vicino al magazzino abbandonato. Ci sono degli uffici in disuso, ti collegherai da lì.»

La voce era fredda, concentrata. Un tono che Desmond non le aveva mai sentito.

Aggrottò lo sguardo, istintivamente trattenendo il respiro. I peli sulla nuca si rizzarono: un segnale che non aveva nulla di razionale, ma che il suo corpo riconosceva. Era la stessa percezione sottile che aveva appreso nei ricordi di Ezio — quella che ti avverte quando qualcuno sta tenendo qualcosa nascosto. Magari facendo il doppio gioco.

Pochi secondi dopo, la voce tacque.

Desmond fece un passo indietro, poi avanzò con apparente naturalezza, come se non avesse udito nulla.

Lucy era voltata verso uno dei terminali portatili, ma quando lo vide entrare si affrettò a chiudere il portatile e a voltarsi. «Ah, Desmond. Ti stavo cercando.»

Lui accennò un sorriso. «Rebecca mi ha detto che volevi parlarmi.»

«Sì,» rispose lei, cercando di recuperare un tono tranquillo. «Ho appena finito di rivedere i dati della tua ultima sessione. I progressi sono notevoli. Stai sincronizzandoti con Ezio sempre più in fretta.»

«Non sempre è piacevole,» disse Desmond, passandosi una mano sulla nuca. «È come se la sua vita si stesse mescolando alla mia. E non solo nei ricordi: a volte so già cosa farà, prima ancora che accada.»

Lucy lo fissò per un istante. «È l’effetto osmotico. È normale, entro certi limiti. Ma è anche la prova che l’Animus sta funzionando meglio di quanto ci aspettassimo. Non è solo questione di memoria, è connessione. Tu sei la chiave che ci sta permettendo di trovare la Mela dell’Eden prima che lo facciano loro.»

«I Templari.»

Lucy annuì**. «Sì. Abstergo non si è fermata. Hanno ripreso le ricerche. Da fonti interne sappiamo che stanno testando nuovi soggetti, ma nessuno sembra stabile come te. E se trovassero un’altra Mela, o un manufatto simile, la userebbero per controllare tutto: i governi, la popolazione, la storia stessa.»**

Desmond la ascoltava in silenzio, ma nella mente tornava l’eco delle parole di Clay A.I.

Rimase in piedi accanto alla scrivania, osservandola con calma.

«Lucy…» disse infine, «Rebecca e Shaun non mi hanno mai parlato di altri soggetti usati dall’Abstergo prima di me. Ho conosciuto solo Alexandra Blade.»

Lucy abbassò lo sguardo. «Alexandra era… una ragazza normale. Studente universitaria, poco più che ventenne. Figlia di Assassini, sì, ma non aveva mai voluto far parte della Confraternita. È stata catturata, durante una delle retate in cui cercavano portatori di DNA utile per l’Animus. La sua antenata, Parvaneh, era viva al tempo della reggenza di Altair come Maestro della Confraternita. Attraverso le sue memorie, avremmo potuto vedere che cosa accadeva alla Mela dell'Eden, dopo che questa era entrata in possesso degli Assassini. Era questo che interessava a Vidic.»

Desmond rimase immobile, le mani chiuse a pugno.

«Era solo una ragazza. Non aveva scelto nulla di tutto questo.»

Lucy lo guardò negli occhi, la voce appena un soffio. «Nessuno di noi lo ha fatto, Desmond.»

Per un istante, il silenzio tra loro divenne quasi tangibile.

Poi Lucy tornò al suo tono professionale. «Ora dovresti riposare. Domani riprendiamo con la sincronizzazione. Ezio sta per fare un passo importante, e dobbiamo essere pronti.»

Desmond annuì lentamente, ma la sua mente era altrove.

«Quindi era solo per informarmi sulla mia affinità con Ezio, che mi volevi parlare?» chiese, fermandosi sull’uscio.

Lucy sollevò appena lo sguardo. Il suo volto era illuminato solo dalla luce del monitor, e in quel chiarore freddo il suo sguardo appariva enigmatico, quasi indecifrabile.

«No,» rispose infine, con voce più bassa. «Volevo ringraziarti. Per tutto quello che stai facendo per la causa. Non è facile essere dove sei tu, eppure continui ad andare avanti. Ti assicuro che non passa inosservato.»

Fece una breve pausa, poi aggiunse con un accenno di malinconia:

«Sai, c’è una frase di William Blake che mi è sempre rimasta impressa:

“Chi desidera e non agisce, alleva pestilenza.”

Significa che a volte l’unico modo per cambiare davvero le cose è agire, anche quando non si è sicuri del risultato. Senza esitazione. Senza rimorsi.»

Desmond la fissò, cercando di cogliere l’intenzione dietro quelle parole. Non sapeva se Lucy volesse incoraggiarlo o metterlo in guardia. O forse entrambe le cose.

«Già…» mormorò solo.

Lucy tornò a digitare qualcosa sul portatile, e il suo volto tornò neutro, professionale.

Quando Desmond uscì dalla stanza, sentì di nuovo il rumore del portatile che si richiudeva dietro di lui.

Lucy rimase immobile per qualche secondo, poi riaprì la finestra nascosta sullo schermo. Una riga di testo lampeggiava ancora sul display:

[CONNESSIONE STABILITA – K.SOFIAN – ONLINE]

Lei chiuse tutto, poi spense la luce.

La connessione si stabilì con un lieve ronzio.

Sul monitor di Lucy apparve la finestra criptata, le linee di codice scorrevano rapide finché la voce di Katia non ruppe il silenzio.

«Linea sicura. Nessun tracciamento rilevato.»

Lucy si rilassò appena sulla sedia. «Perfetto. Hai raggiunto il punto d’appoggio?»

«Sì. Gli uffici sono vuoti, l’edificio è in disuso da mesi. Ho installato il terminale come da istruzioni. Da qui posso mantenere il collegamento senza che Rebecca rilevi flussi anomali. Ho mascherato il traffico attraverso i nodi locali: sembrerà solo rumore di rete.»

Lucy accennò un sorriso soddisfatto. «Ottimo lavoro. Come stanno andando le cose lì?»

«Stiamo procedendo come previsto. Vidic è più cauto del solito, ma soddisfatto. Il Soggetto 18 sta dando risultati sorprendenti. Da quando l’abbiamo riportata al laboratorio, la risposta neurale è stabile, superiore a qualsiasi previsione. Direi che per il momento i finanziatori ci lasciano respirare.»

Lucy rimase in silenzio per un istante. «Hai potuto vederla?»

«Sì. È cosciente, anche se non del tutto consapevole di dove si trova. La memoria sembra alternare lucidità e disorientamento, ma l’attività sinaptica è straordinaria.»

«E…» la voce di Lucy si fece più bassa, «sa qualcosa dei suoi genitori?»

Katia scosse lentamente il capo, anche se Lucy non poteva vederla. «No. Non ancora. È aggrappata a quell’unica speranza. Crede che siano vivi. E ora che sa che nessuno verrà a salvarla, quella convinzione è tutto ciò che la tiene in vita. È la sua ancora.»

Lucy si accigliò leggermente. «Forse è meglio così. Se la verità venisse fuori, potremmo perderla. Alexandra era più fragile di quanto Vidic volesse ammettere.»

«È anche per questo che risponde così bene,» replicò Katia con calma. «Il dolore la mantiene lucida. E finché crede che ciò che fa possa salvarli, continuerà a collaborare.»

Lucy annuì piano, anche se parlava solo con un riflesso di sé stessa sullo schermo. «Molto bene. Continua a monitorarla. E tienimi aggiornata se qualcosa cambia. Dobbiamo assicurarci che la connessione resti stabile, soprattutto ora che Desmond si sta spingendo più a fondo nei ricordi di Ezio.»

«Ricevuto,» rispose Katia. «Ti aggiornerò appena possibile. Come tu del resto farai altrettanto.»

Un breve silenzio seguì. Poi Lucy digitò una sequenza sul terminale, e la finestra di connessione si chiuse lentamente.

Sul monitor rimase solo il cursore lampeggiante, in un rettangolo nero.

Lucy restò immobile per qualche secondo, poi si passò una mano tra i capelli, stanca.

Dall’altra parte, in un ufficio polveroso della periferia di Roma, Katia guardava lo schermo vuoto, l’espressione impassibile. Solo quando la connessione si interruppe davvero, lasciò che le sue spalle si rilassassero.

Il doppio gioco stava funzionando. Ma sapeva che, al minimo errore, sarebbe stata la prossima a finire sotto esame.

Anche se le avevano concesso due giorni di pausa dalle sessioni, la mente di Alexandra non smetteva di vorticare. I ricordi di Parvaneh continuavano a sovrapporsi ai suoi, come due correnti che non riuscivano più a distinguersi.

A volte, quando chiudeva gli occhi, le sembrava più reale la vita dell’antenata che la propria. Le emozioni, i volti, persino i suoni sembravano più tangibili del metallo e dei neon che la circondavano.

Da quando l’avevano trasferita nell’ex alloggio di Desmond, trovava un conforto inspiegabile in quella stanza. Quando si distendeva sul letto, le pareva di percepire ancora il suo odore: un misto di cuoio, polvere e sapone. Era un profumo sottile, quasi un’illusione, ma la faceva sentire meno sola.

A volte, però, si confondeva. In un respiro, quell’aroma diventava quello della pelle di Malik, e allora il cuore le sobbalzava, come se Parvaneh avesse improvvisamente aperto gli occhi dentro di lei.

Sapeva che, nei ricordi, Malik era destinato a diventare il padre dei figli di Parvaneh. Eppure i ricercatori avevano scelto di connetterla a lei, non a lui, al Consigliere, al braccio destro di Altair. Non ne comprendeva il motivo. Forse non avevano capito che tra i due c’era un legame più profondo del semplice dovere.

Da un certo punto di vista, pensò che fosse stato meglio così. Condividere la mente con un’altra donna era più sopportabile, più… intimo, meno invadente.

Le quarantotto ore trascorsero in una calma pesante.

Non le permisero mai di uscire dalla stanza e i pasti erano sempre gli stessi, insipidi e tiepidi. Non che avesse molta fame: il corpo le sembrava ogni giorno più debole, come se la linfa vitale le venisse lentamente sottratta.

Fu allora che si ricordò di quel bagliore che aveva notato giorni prima, filtrare per un istante attraverso la parete e ora, trovandosi nella stanza che un tempo era appartenuta a Desmond, sentì il bisogno irresistibile di capire.

Con un enorme sforzo, si sollevò dal letto e si avvicinò al muro. La luce fioca della lampada illuminava solo a metà la parete, ma lei fissò lo stesso punto, cercando di ritrovare quella concentrazione particolare che le permetteva di vedere oltre la superficie.

Inspirò a fondo, lasciando che il respiro diventasse lento, regolare.

Per un istante il mondo intorno a lei parve dissolversi, e il battito del cuore divenne l’unico suono udibile.

All’inizio non vide nulla. Solo la superficie bianca e liscia del muro, attraversata da qualche crepa sottile.

Poi, lentamente, il bagliore si intensificò.

Un’ombra di colore rosso cominciò a emergere da sotto la vernice, come se la parete stessa stesse sanguinando.

Alexandra fece un passo indietro, il respiro le si mozzò in gola.

Sotto la luce artificiale, linee e simboli presero forma: spirali, cerchi concentrici, lettere intrecciate in un linguaggio che non aveva mai visto prima.

Glifi?

Erano tracciati con qualcosa di scuro e rappreso — sangue, forse.

«Oh Dio…» sussurrò.

Il cuore le martellava nel petto.

Non capiva come fosse possibile, eppure i segni erano lì, vivi, pulsanti di un’energia che le faceva vibrare le tempie.

Scivolò lentamente lungo la parete opposta, le ginocchia che cedevano.

Quei simboli… erano destinati a qualcuno.

Forse a Desmond.

Ma una parte di lei, quella che ancora confondeva i propri pensieri con quelli di Parvaneh, sentiva che non era così semplice.

C’era qualcosa di personale, quasi intimo, in quella sequenza di glifi.

Come se qualcuno — o qualcosa — stesse cercando di parlarle attraverso di essi.

Le mani le tremarono mentre cercava di mettere a fuoco un simbolo, uno più grande degli altri: un cerchio spezzato attraversato da una linea.

Per un istante le parve che si muovesse, che si aprisse come un occhio.

Un lampo improvviso la investì, e il pavimento le venne incontro con violenza.

Rimase distesa a terra, il respiro corto, gli occhi spalancati verso il soffitto che pulsava di luce intermittente.

I glifi sulla parete continuavano a brillare, come ferite aperte nella realtà.

E nella loro danza geometrica, Alexandra ebbe la sensazione di udire una voce lontana, come un sussurro proveniente da un altro tempo:

“Rivedremo la Verità insieme.”

Poi tutto svanì, e il buio la inghiottì.

«Ma che fa, adesso dorme sul pavimento?» disse una voce contrariata.

Alexandra si riscosse di colpo.

Era sdraiata a terra, le membra intorpidite, il corpo irrigidito dal freddo. Le ci volle qualche istante per ricordare dove si trovava. Il pavimento era gelido, e l’eco della voce di Vidic riempiva la stanza.

Cercò di sollevarsi, aggrappandosi al bordo del letto, ma le braccia le tremavano per la stanchezza.

«Signorina Blade,» disse lui, con tono secco. «I due giorni sono passati. Riprenderemo presto con la sessione. I nostri finanziatori vogliono risultati. A questo punto, attraverso la sua antenata, lei è in possesso della vera Mela e deve trovare il modo di portarla via dalla Confraternita.»

Alexandra lo fissò con gli occhi ancora annebbiati. «Lo so perfettamente, non c’è bisogno che me lo ricordi,» rispose, la voce velata di stanchezza.

Poi, quasi implorando: «Ma quando potrò vedere i miei genitori? Sto facendo tutto come richiesto. Fatemeli almeno vedere, vi prego.»

Vidic inarcò un sopracciglio, il volto impassibile. «Non finché non avrà portato a termine la missione.»

Fece un gesto distratto con la mano, poi sollevò il tablet che teneva con sé. Sullo schermo comparve un video: i genitori di Alexandra, seduti, legati e imbavagliati.

La ragazza trattenne il fiato.

«Non li avete nemmeno fatti cambiare?» chiese, aggrottando lo sguardo, notando che avevano addosso gli stessi vestiti dei giorni scorsi… esattamente come li ricordava.

La voce le tremò. Non c’erano segni di tempo, di fame nei loro volti. Tutto sembrava troppo immobile.

Vidic la guardò con un sorriso appena accennato, privo di empatia. «Le assicuro che i suoi genitori hanno tutti i confort di cui hanno bisogno. Continui a collaborare, signorina Blade.»

Abbassò di colpo il tablet e, con un gesto automatico, estrasse il cellulare dalla tasca del camice.

«Soggetto 18 sveglio. Pronto alla nuova sessione,» disse con tono neutro.

Alexandra, ancora piegata accanto al letto, lo osservava.

Avrebbe voluto credere alle sue parole, ma qualcosa nel video le fece intuire che qualcosa non andava in quella registrazione.

Le venne la pelle d’oca, come sempre, non appena entrò in contatto con le parti metalliche del lettino.

La luce chiara del giorno filtrava appena attraverso le finestre blindate. Che giorno fosse, non lo sapeva più. E, in fondo, non aveva più alcuna importanza.

Non appena il tecnico avviò il programma, gli occhi di Alexandra si rovesciarono all’indietro e la sua mente venne risucchiata nel vortice consueto di luci, odori e frammenti di memoria.

«Dottore, c’è un piccolo intoppo,» disse il tecnico, esitante.

«Ancora?» sbottò Vidic, seccato. «Se questo continua, qualcuno finirà licenziato.»

Il tecnico digrignò i denti, tentando di ripristinare il sistema, ma non poteva far nulla.

Qualcosa — o qualcuno — all’interno del programma aveva interrotto la transizione un attimo prima che l’Animus riattivasse la memoria genetica di Alexandra.

Una mano digitale, invisibile, aveva bloccato la sequenza.

Così, invece di riemergere nel corpo di Parvaneh, Alexandra si ritrovò di nuovo in quel non-luogo grigio, dove filamenti di DNA fluttuavano nell’aria come luci liquide.

«Ti avevo pregato di non fare il loro gioco.»

La voce di Clay suonava delusa, quasi ferita.

«Alla fine sei una di loro.»

Alexandra serrò la mascella. «Io non sto dalla parte di nessuno.»

Clay inclinò il capo, la sagoma tremolante come un riflesso distorto. «Menti persino a te stessa. Eppure ero certo che, attraverso il cuore di Parvaneh, avresti sviluppato una lealtà sincera verso la Confraternita.»

«Forse per quella di Altair,» replicò lei con amarezza**. «Ma non per quella di adesso. Tanto che importa? Sono stati tutti annientati.»**

«Non è così, e tu lo sai,» ribatté Clay. «Tu stessa sei una di loro. Ce l’hai nel sangue… ma la tua mente non è abbastanza forte.»

Alexandra sospirò. Non aveva bisogno della sua ramanzina digitale. «Avevi detto che avevi un piano.»

Clay scosse il capo. «Ho bisogno di tempo. Ma se ti può consolare, la mia seconda istanza si è già messa in contatto con Desmond. Gli ha detto che sei viva.»

«E quanto tempo ti serve ancora?» sibilò lei. «Mi dispiace, Clay, ma ci ho pensato su. Collaborare è la mia unica opzione. Odiami pure, chiamami “traditrice”, non mi importa. Se non mi lasci proseguire, dirò a Vidic della tua presenza!»

Clay fluttuò indietro di colpo, come se una forza invisibile lo avesse colpito.

«Hai visto i Glifi, vero?» disse con voce più bassa, carica di tensione. «Lo percepisco nei tuoi ricordi. È chiaro che non hai ancora capito l’importanza della Mela. Questo, e gli altri manufatti come esso, non possono restare nelle mani degli uomini. Non sono oggetti che esseri umani possano maneggiare.»

Alexandra gli voltò le spalle e si portò le mani alla testa, come a volerlo escludere dalla mente.

«Sai perché non ho provato a interferire inserendo i Glifi anche nella tua memoria?» continuò Clay. «Perché, come ti dissi, il nostro legame di sangue è più antico persino di quello che ho con Desmond. Noi abbiamo una discendenza comune che già conosce ciò che io ho dovuto rivelargli. Quella stessa discendenza scorre anche in Parvaneh.

Per questo, nel momento in cui siete entrate in risonanza, il vostro marcatore Isu dormiente si è risvegliato.»

«Ancora con questi Isu…» sbottò Alexandra, esasperata. «Ma che cosa sono?»

Eppure, mentre pronunciava la domanda, sentì dentro di sé la risposta.

Non veniva da Clay. Né dall’Animus.

Era qualcosa che aveva sempre saputo — un sapere antico, trasmesso dal sangue.

«Gli Isu,» mormorò infine, a voce quasi spenta. «Erano qui prima di noi… prima di tutto.»

Clay si fermò, come se volesse darle il tempo di comprendere.

«Sì. La Prima Civilizzazione. Loro crearono i manufatti, le Mele, gli Anelli, i Frammenti. Tutti strumenti di controllo. E crearono anche noi, in parte. I geni che ti permettono di vivere i ricordi di Parvaneh sono i resti della loro eredità.»

Alexandra scosse il capo, gli occhi chiusi, come a respingere un pensiero troppo grande.

«E allora a cosa serve tutto questo? Rivivere, combattere, soffrire… se alla fine siamo solo esperimenti di qualcuno?»

Clay si avvicinò, la figura digitale che pulsava come una luce difettosa. «Serve a capire, prima che si ripeta. Gli Isu credevano di poterci dominare, poi hanno distrutto se stessi. Gli uomini stanno rifacendo la stessa strada. E l’Abstergo non fa eccezione.»

Lei lo fissò, incredula. «E dovrei crederti? Un’ombra, un fantasma di codice che mi dice cosa è giusto?»

«Non devi credermi,» rispose Clay, più calmo. «Devi ricordare. In te ci sono risposte che neppure io conosco. Tu e Desmond siete due lati della stessa eredità. Lui ha la chiave, tu il codice. Finché resterete separati, nessuno dei due potrà vedere la verità completa.»

Alexandra deglutì. Dentro di sé sentiva un battito che non era suo, un’eco che proveniva da un tempo remoto.

«E se quella verità non volessi conoscerla?»

«Allora qualcuno la userà al posto tuo.»

Il suono della voce di Vidic irruppe come un taglio netto, deformato ma riconoscibile.

«Attivare la sequenza. Ora!»

Il mondo grigio cominciò a collassare. I codici di DNA fluttuanti si fusero tra loro come vetro che si scioglie.

Clay tese una mano verso di lei, ma la figura iniziò a dissolversi.

«Ricorda, Alexandra! Non tutto ciò che vedi è memoria… e non tutto ciò che dimentichi è perduto!»

La luce le esplose intorno, bianca e accecante.

Poi nulla.

Quando riaprì gli occhi, era di nuovo nel 1193. Il respiro le tremava, e per un istante non sapeva più se il nome che le rimbombava nella mente — Parvaneh — fosse il suo o quello dell’antenata.

Il rifugio era immerso nel silenzio.

Le luci principali erano spente, solo i monitor di controllo proiettavano una debole luminescenza azzurra che disegnava ombre sulle pareti. Shaun dormiva accasciato su una sedia, Rebecca nella stanza accanto.

Desmond si muoveva a passi cauti, scalzo, come chi sa di non dover essere visto.

Il cuore gli batteva forte, ma non per paura — per la sensazione di fare qualcosa che sfuggiva al suo stesso controllo.

Raggiunse l’Animus.

Il lettino sembrava diverso di notte: non più un dispositivo scientifico, ma una reliquia antica, qualcosa che chiedeva di essere risvegliata.

Ripensò alle parole del messaggio lasciato dal costrutto del Soggetto 16:

«Voglio parlarti da solo.»

Inspirò a fondo, si sdraiò e collegò i sensori manualmente, come Clay gli aveva detto, aveva bypassato i blocchi di sicurezza di Rebecca. Qualunque cosa fosse quell'essere, se avesse potuto, avrebbe potuto persino entrare nel sistema della Casa Bianca, pensò Desmond.

Un brivido gli attraversò la schiena quando il sistema si attivò.

La voce sintetica di avvio risuonò soffocata, come provenisse da lontano.

«Animus 2.0 – connessione manuale rilevata.»

Le luci del dispositivo si accesero, il display lampeggiò e il mondo intorno a lui si dissolse.

Nessuna proiezione di Ezio, nessun suono del Rinascimento.

Solo una distesa di grigio, attraversata da linee di codice.

Poi, una voce.

«Hai impiegato più tempo del previsto, Desmond.»

Si voltò d’istinto. La figura di Clay apparve di fronte a lui, formata da scaglie di luce fluttuanti.

Non era del tutto umana, ma aveva uno sguardo vivo, inquietante.

«Sei tu,» mormorò Desmond. «Soggetto 16.»

«O ciò che ne resta,» rispose Clay, con un sorriso amaro.

Desmond incrociò le braccia, nervoso. «Hai detto che dovevo ascoltarti. Bene. Parla.»

Clay lo fissò, un’espressione grave sul volto simulato. «Ti ricordi il giorno della fuga, Desmond? Quando vi connetterono entrambi all’Animus, tu e Alexandra.»

«Sì. Cercavano di replicare il… fenomeno. Lucy ci aveva connesso con degli strani caschi neurali o come si chiamano. Ma alla fine io ho solo rivissuto la battaglia di Altair contro Al Mualim, come precedentemente fatto per gli altri ricordi. Nessun'azione "attiva".»

Clay scosse lentamente il capo. «Non sai cosa è successo davvero quel giorno. Non potevi. Nessuno poteva.»

Desmond aggrottò lo sguardo. «Che intendi?»

«Quell’evento non era solo un ricordo. Era un punto di risonanza. Quando Al Mualim usò la Mela contro Altair, l’ondata di energia non rimase confinata al loro tempo. Si propagò lungo la linea genetica di coloro che discendevano da chi ne era stato testimone. Parvaneh era lì. E quando la Mela si attivò, risvegliò in lei un marcatore Isu dormiente.»

Desmond restò immobile, lo sguardo fisso nel vuoto.

«E quel marcatore,» proseguì Clay, «è lo stesso che, secoli dopo, Alexandra ha ereditato. Il destino — o qualcosa di più antico — ha voluto che proprio in quel momento Vidic la collegasse all’Animus per cercare la Mela. Così, quando la Mela irradiò il suo potere, il legame si chiuse.

Un’azione del futuro… ha risvegliato il passato.»

Desmond fece un passo indietro, cercando di elaborare. «Aspetta. Vuoi dire che… è stato l’esperimento di Vidic a scatenare tutto? Che Parvaneh e Alexandra sono entrate in contatto perché la Mela ha connesso due tempi diversi?»

«Esatto,» rispose Clay, la voce quasi sussurrata. «Il marcatore Isu non obbedisce al tempo. È un ponte. Non distingue tra ciò che è stato e ciò che sarà. Quando la Mela ha emesso la sua frequenza, ha legato le due menti come se fossero la stessa. Quella azione di pochi giorni fa, ha permesso che Alexandra e Parvaneh potessero comunicare, nei giorni precedenti a quell'episodio stesso.»

Desmond si passò una mano sul volto.

Era troppo.

«E io? Perché non mi ha coinvolto?»

Clay lo guardò con un’espressione quasi umana. «Perché tu non eri lì, Desmond. Tu osservavi, mentre lei era parte dell’evento. Tu hai ricevuto l’eco, lei la scarica intera. È per questo che non hai percepito nulla di diverso: la Mela non ha scelto te. Non allora.»

Desmond abbassò lo sguardo. «E adesso cosa dovrei farci, con tutto questo? A che serve sapere che il tempo si piega su se stesso se non posso farci nulla?»

«Non ancora,» rispose Clay. «Ma capirai.

Quando il passato inizierà a guardare indietro verso di te, saprai cosa significa davvero essere un tramite.»

Desmond restò immobile, le parole di Clay che gli rimbombavano nella mente come un’eco metallica.

Il grigio che li circondava sembrava tremare, e per un istante il costrutto digitale parve distorcersi, come un’immagine riflessa sull’acqua.

Poi, un suono.

Un lieve ticchettio, quasi impercettibile, ma Desmond lo riconobbe subito: un’interferenza.

L’Animus stava intercettando la conversazione, come se il sistema stesso si fosse accorto di quella connessione non autorizzata.

Dalle ombre digitali, Clay sollevò lo sguardo.

«Abbiamo poco tempo,» disse, la voce ora più tesa, meno artificiale. «Il sistema ci ha individuati. Presto Rebecca riceverà un avviso d’intrusione. Non deve sapere che ci siamo parlati. Lucy non deve sapere.»

Desmond fece un passo avanti. «Lucy ci ha collegati, ma non ci è riuscita a farmi vivere attivamente i ricordi di Altair»

«Non tutto ciò che ha fatto è stato vano, in realtà. La connessione neurale che stabilì tra te e Alexandra durante la fuga… in realtà potrebbe essere riuscita, ma io non ho una linea di sangue forte con Altair, questo è solo in base ai dati che ho analizzato osservandovi da dietro le quinte.»

Il suono dell’interferenza si fece più acuto, quasi un fischio, e nella realtà lo smartwatch di Rebecca cominciò a vibrare, lampeggiando con un avviso d’allerta.

La ragazza, addormentata nella stanza accanto, si mosse appena nel sonno, ma non si svegliò.

Clay continuò, più in fretta:

«Ascolta. Altair era stato a stretto contatto con la Mela. Quella energia ha modificato il suo codice genetico, lasciando un’impronta Isu latente nel suo DNA — e di conseguenza, in chi ne discende. Porti i frammenti di quella matrice.»

Desmond lo fissava, cercando di seguire il filo.

«E questo cosa significa?»

Un lampo attraversò l’ambiente digitale. I dati cominciarono a corrompersi ai margini del campo visivo.

«Un contatto tra me e… Alexandra?»

«Sì. Ma non diretto. Attraverso coloro che vi legano: Altair e Parvaneh. La Mela ha risvegliato in loro una consapevolezza che non appartiene solo al passato. Quando Ezio comprenderà appieno ciò che la Mela è, quella consapevolezza si rifletterà in te. E quando accadrà, la tua memoria genetica sarà abbastanza forte da permetterti di raggiungerli.»

«Raggiungere… Altair?»

«E, attraverso di lui, Alexandra,» precisò Clay. «Solo tu potrai parlarle, e solo tu potrai farla desistere dal continuare a collaborare con i Templari. Se resta dov’è, il suo legame con Parvaneh finirà per spezzare entrambi i tempi. E l'unica certezza che si avrà è che i Templari vinceranno e ci assoggetteranno tutti.»

Desmond tentò di replicare, ma il suono nelle orecchie si fece assordante. Il codice dell’ambiente cominciò a disintegrarsi, schegge di dati che si frantumavano in aria come vetro.

Clay alzò la voce, sovrastando il frastuono.

«Ricorda! Quando sentirai che la realtà si piega, non avere paura! Non è la fine, è il punto d’origine! Trovala… prima che loro trovino te!»

Poi, un lampo.

Un lampo bianco, totale.

Desmond spalancò gli occhi.

Era di nuovo nel laboratorio. Il respiro corto, la fronte madida di sudore.

Sul display dell’Animus lampeggiava un avviso in rosso:

CONNESSIONE NON AUTORIZZATA – LOG SEGNALATO

Sullo schermo del computer collegato all'Animus:

“Rilevata anomalia di accesso – S17 manual override.”

Ma tutto questo venne cancellato, come se il sistema avesse premuto da solo "delete".

Quando riaprì gli occhi, il respiro le si spezzò nel petto.

L’aria era calda, satura dell’odore di pietra e sabbia.

Il frinire lontano delle cicale e il passo ritmato dei cavalli sul selciato le fecero capire subito dove si trovava.

Masyaf.

Alexandra percepì la ripresa dei sensi come un risveglio improvviso anche per sé.

Non ci fu il tempo di orientarsi: la prima immagine che le attraversò la mente fu la Mela.

Si alzò di scatto e si chinò sui bagagli accatastati in un angolo.

Le dita scorrevano febbrili tra stoffe e pergamene.

Infine, sentì sotto le mani la superficie liscia e fredda, avvolto in un panno.

Quando lo aprì, un lieve bagliore dorato le sfiorò il volto.

La Mela dell’Eden era ancora lì.

Silenziosa. Immobile.

Eppure viva, come se la sua luce respirasse.

Parvaneh trattenne il fiato.

Alexandra, dentro di lei, restò senza parole.

Non l’aveva restituita.

Perché? le chiese mentalmente, la voce appena un soffio nella mente dell’antenata.

Parvaneh si lasciò cadere seduta accanto al baule.

Aveva lo sguardo perso, ma la risposta le nacque spontanea.

«Non lo so.»

Un attimo di esitazione. Poi, più piano:

«Forse… non riuscivo a separarmene.»

Alexandra avvertì una stretta al petto, qualcosa che non sapeva nemmeno definire.

«Avrei dovuto immediatamente ridarla ad Altair, nel momento in cui eri sparita nella mia mente... ma sento che per ora è meglio così. Non riesco a spiegartelo, ma ogni volta che penso di riconsegnarla, una parte di me si ferma. Come se temessi di perderti nel momento stesso in cui la lascio andare.»

Alexandra rimase in silenzio, confusa.

Qualcosa di più profondo stava legando le due donne — e la Mela, muta e dorata, sembrava il punto in cui le loro vite si toccavano.

Un raggio di sole filtrò dalla finestra, colpendo la superficie del manufatto.

Per un istante, la stanza si riempì di riflessi dorati, come se ogni granello di polvere nell’aria si fosse acceso.

Parvaneh richiuse il baule, lo sigillò con una fettuccia di cuoio.

Poi si alzò lentamente, sfiorandosi il petto dove sentiva ancora il battito di un cuore che, forse, non era solo il suo.

Lo suo sguardo scivolò sulla scrivania, dove una pergamena piegata giaceva accanto a un sigillo di ceralacca spezzato.

Qualcuno gliel’aveva recapitata all’alba, ma non l'aveva ancora letta.

Un lieve nodo le strinse la gola.

Non serviva aprirla per sapere da chi provenisse.

Louis.

L’uomo scriveva con il tono controllato di chi cerca di trattenere le emozioni dietro la forma. Le raccontava che i crociati, ormai privi della guida del loro re, si erano ritirati. Tutto era accaduto come nella visione che lei gli aveva confidato.

Louis ammetteva che anche lui aveva pensato di lasciare la Terra Santa, di tornare alla sua patria lontana, ma la lettera che lei gli aveva inviato lo aveva trattenuto.

Quelle righe, tuttavia, portavano un’ombra.

Parlava della sua inquietudine, del turbamento provato leggendo le sue parole.

Le diceva che sembravano provenire da un’altra donna, più vicina alle idee dei Templari che a quelle degli uomini liberi che un tempo aveva conosciuto.

Temeva che anche lei stesse per commettere il suo stesso errore: servire un ideale che prometteva ordine, ma portava solo un nuovo genere di catene.

Parvaneh abbassò lentamente la lettera, fissando il vuoto.

Alexandra, dentro di lei, rimase in silenzio.

Sapeva che quelle parole erano il riflesso delle proprie azioni: era stata lei, nel presente, a scrivere quella missiva fingendosi l’antenata.

Crede che tu abbia scelto di seguirli, pensò Alexandra, con un nodo di colpa.

Parvaneh non rispose subito.

Poi, con voce bassa, quasi impercettibile, le mormorò nella mente:

Hai raggiunto il tuo obiettivo.

Richiuse la lettera con lentezza e la ripose nel cassetto della scrivania.

Restò lì, per qualche istante, a fissare il legno come se potesse restituirle una risposta.

Un bussare leggero interruppe il flusso dei pensieri.

Parvaneh alzò lo sguardo, ricomponendosi in fretta.

Alla porta, Malik la osservava con quell’espressione che negli ultimi tempi si era fatta più dolce, quasi protettiva. C’era negli occhi dell’uomo un calore che lei riconosceva bene: l’amore di chi aveva già deciso qualcosa nel proprio cuore.

Sapeva cosa stava covando.

Da giorni lo percepiva nei piccoli gesti, nei silenzi più lunghi, nel modo in cui la cercava con lo sguardo.

Durante la festa sulla spiaggia, tra la gioia per il matrimonio di Altair e Maria e l’effetto del vino, le aveva già chiesto — quasi d’impulso — di sposarlo.

Ma ora che erano tornati a Masyaf, Malik voleva farlo nel modo giusto, con parole pensate, con gesti degni di lei.

Non sapeva che Parvaneh, pur aspettandolo, sperava segretamente che quel giorno arrivasse il più tardi possibile.

Dentro di sé sentiva un peso che non riusciva più a ignorare.

Finché la Mela fosse rimasta in suo possesso, non si sarebbe mai sentita degna di lui.

Ogni volta che ci pensava, la consapevolezza la feriva come una lama: dal momento in cui aveva toccato quel manufatto, aveva tradito.

Come poteva permettere che Malik, il più leale tra gli uomini di Altair, legasse la sua vita a quella di una traditrice?

Si impose di sorridere, di mostrarsi serena.

Ma dietro quel sorriso, Alexandra sentì tutta la fatica che Parvaneh stava facendo per restare credibile.

Era come indossare una maschera, una facciata che per Malik non doveva incrinare.

Era un giorno di riposo, e Parvaneh non portava la divisa degli Assassini.

Indossava un abito color cannella, con le maniche larghe e la cintura di cuoio che le segnava il punto vita: un dono di Maria.

Malik, pur non essendo in servizio, manteneva l’aspetto curato di sempre: la giacca blu, la manica sinistra ripiegata e ricucita con cura sul fianco, quasi a voler dare dignità alla ferita che un tempo lo aveva segnato.

«Posso entrare?» chiese, la voce bassa ma gentile.

«Certo,» rispose lei, sistemandosi i capelli per guadagnare qualche istante.

Malik accennò un sorriso e fece un passo avanti. «Altair mi ha chiesto di occuparmi del tuo addestramento… questa volta non con le lame.»

Posò sul tavolo due rotoli di pergamena e un calamaio**. «Hai guadagnato il quarto rango, Parvaneh. Da ora in avanti le tue missioni richiederanno anche mente, oltre che forza. È tempo che tu impari a leggere e scrivere come si deve.»**

Lei lo guardò con un misto di tenerezza e malinconia.

Prima di unirsi alla Confraternita, non aveva avuto occasione d’imparare. Le donne non ne avevano bisogno, e soltanto tra le mura del castello di Masyaf aveva potuto conoscere qualche rudimento.

Ora Malik le stava offrendo una possibilità che nessuno le aveva mai dato: un modo per crescere, per diventare qualcosa di più.

«Ti ringrazio,» mormorò, chinando lo sguardo. «Non so se sarò un’allieva paziente.»

Malik sorrise appena, chinando il capo di lato. «Dubito che tu lo sia mai stata.»

Lei rise piano, ma dentro, Alexandra avvertì il turbamento che continuava a scavare in profondità.

Per quanto tempo avrebbe potuto fingere?

Quanto ancora sarebbe riuscita a guardare Malik negli occhi, sapendo che gli mentiva ogni giorno?

Era una di quelle giornate che profumavano di fine estate: l’aria tiepida, il cielo limpido e un vento leggero che accarezzava la pietra chiara del cortile interno di Masyaf.

Il sole filtrava tra i pergolati, disegnando trame di luce sul pavimento.

Seduti su una panca di marmo bianco, Parvaneh e Malik avevano aperto davanti a sé un libro antico, uno dei pochi conservati nella biblioteca della cittadella.

Il racconto di Orfeo ed Euridice, la storia di un amore che aveva sfidato la morte, ma che si era perduto per un solo istante di esitazione.

«È una buona lettura per esercitarsi,» aveva detto lui con un mezzo sorriso, porgendole il volume.

Lei seguiva con il dito le righe tracciate in inchiostro sbiadito, pronunciando lentamente le parole in un arabo colto, cercando di non inciampare nelle desinenze.

Ogni tanto Malik la correggeva con pazienza, piegandosi appena verso di lei, la voce bassa e ferma.

Una brezza leggera le fece volare davanti al viso alcune ciocche di capelli.

Parvaneh le ricacciò indietro distrattamente, poi abbassò di nuovo lo sguardo sul testo.

Ma le parole le si confondevano davanti agli occhi. Continuò a leggere, ma quando arrivò al punto in cui Orfeo si volta verso Euridice, la voce le tremò.

Quel gesto — quell’attimo di esitazione che condannava tutto — le parve un riflesso del proprio errore.

Anche lei si era voltata indietro, incapace di lasciar andare ciò che doveva restare nelle mani della Confraternita.

Malik si accorse della sua esitazione.

«Ti sei fermata,» le disse piano. «Hai saltato un verso.»

Parvaneh sorrise appena, chiudendo il libro per un istante. «Scusami. La luce mi distrae.»

Lui non la contraddisse, ma la osservò in silenzio.

C’era qualcosa nei suoi occhi che lo preoccupava: una distanza sottile, come se parte di lei fosse altrove.

Eppure, in quel momento, sotto il sole dorato di Masyaf, erano l’immagine di una serenità possibile.

Alexandra, dentro di lei, rimase muta.

Guardava quella scena con un senso di dolcezza amara, consapevole che nessuna pace sarebbe durata davvero finché la Mela fosse rimasta tra loro.

Malik riaprì il libro e le porse la pagina.

«Riprendi da qui,» disse, indicando il passo in cui Orfeo, già sulla soglia della luce, si volta.

Parvaneh annuì, e ricominciò a leggere.

Ma le parole appena formate sulle labbra furono sovrastate da una voce sgraziata.

«Quindi ora alle donne è persino concesso leggere e scrivere?»

La voce, carica di scherno, era di Abbass Sofian.

Dietro di lui, come un’ombra fedele, c’era Swami, un ragazzo di diciassette anni che ne imitava ogni gesto, ogni risata.

Malik si voltò, la mascella contratta.

«Che cosa vuoi, Abbass? Non hai un allenamento da portare avanti?»

«Abbiamo appena finito,» rispose l’altro con un sorriso torvo. «Ma tu, a quanto pare, hai trovato un modo… alternativo di impiegare il tempo. Stare accanto a una bella donna fa dimenticare ogni dovere, non è vero?»

Lui e il suo allievo si avvicinarono.

Abbass la fissò da capo a piedi, con un’espressione a metà tra il disprezzo e il desiderio.

Parvaneh lo guardò con volto impassibile, le mani ferme sul libro.

«Hai fatto strada, eh?» sogghignò. «Da semplice novizia a membro di rango. Certe donne sanno bene come ottenere ciò che vogliono.»

Malik si alzò di scatto, il tono tagliente.

«Attento a quello che dici. Parvaneh merita la posizione che ha conquistato!»

Abbass rise. «Come si scalda subito il nostro Consigliere. Quindi le voci erano vere, alla fine? Lei è la tua amante. Di giorno Assassina, di notte... compagnia dilettevole.»

«Non sono affari tuoi,» ribatté Malik, la voce bassa ma carica di furia. «E non sei nessuno per mettere bocca sulla mia vita o sulla sua.»

Abbass fece un passo avanti, il sorriso diventato un ghigno.

«Oh, ma lo sanno tutti, sai? Che è entrata nella Confraternita grazie a un bel servizietto ad Altair. Ora che lui s’è sposato, ha pensato bene di ripiegare sul suo secondo. Guardala: quei capelli sciolti, quell’abito… una puttana travestita da Assassina.»

Malik fece per reagire, ma Parvaneh lo superò in un lampo.

Le mani le tremavano, ma non di paura: di rabbia.

Con un gesto rapido gli spinse il petto, costringendolo a indietreggiare di un passo.

La voce che uscì dalle sue labbra non era quella di Parvaneh.

Era Alexandra.

«Che cazzo vuoi, eh? Si può sapere?» esplose, il tono carico di disprezzo.

«Io qui mi spacco la schiena ogni giorno, anche per coprire idioti come te! Una puttana? Tu sei solo un povero verme, Abbass! Rosichi perché Altair è il Maestro e tu non sarai mai al suo livello! Hai un ego grande come il tuo cazzetto, e per compensare spargi veleno su chi non puoi superare. Patetico. E tu!» — indicò Swami — «ridi pure, ragazzino, ma solo un idiota può scegliere un mentore del genere!»

Il viso di Abbass divenne paonazzo.

Mai nessuno l’aveva insultato così, e tanto meno una donna.

Estrasse la spada con uno scatto, ma Parvaneh la schivò agilmente, afferrandogli il braccio e torcendolo con una precisione letale. La lama cadde a terra con un suono secco.

Swami cercò di intervenire alle sue spalle, ma Malik lo bloccò con un solo movimento, scaraventandolo a terra con un colpo deciso della gamba.

«Basta così!» tuonò Malik. «Questo cortile è un luogo di pace e tu lo hai insozzato con il tuo veleno. Vattene, Abbass, o Altair ti punirà come meriti.»

Abbass si massaggiò il polso, lo sguardo pieno d’odio.

«Certo, correte pure dal vostro Maestro, come bambini che si nascondono dietro la madre. Tanto lei si è già definita da sola.»

Un ultimo sguardo a Parvaneh.

«Bella maiala. Complimenti, Malik, te la sei scelta bene.»

Con un sorriso sprezzante, lui e Swami si allontanarono.

Parvaneh si voltò verso Malik, aspettandosi di leggere nel suo volto la stessa soddisfazione che sentiva lei, ma si sbagliava.

Lui la fissava con uno sguardo che la trafisse più di qualunque insulto.

Non era rabbia.

Era delusione, smarrimento — e, nel profondo, un’ombra di paura.

«Parvaneh…» mormorò.

Ma non aggiunse altro.

Lei si accorse in quell’istante che, nel difendere la propria dignità, aveva rivelato qualcosa che non apparteneva più al suo tempo.

Alexandra, ancora dominante nella sua mente, capì di aver superato un limite.

Il cortile, poco prima così luminoso, ora sembrava immerso in un silenzio denso come una colpa.

A differenza di quanto aveva minacciato ad Abbass, Malik non fece rapporto ad Altair.

Non lo fece per coprire il comportamento dell’altro, ma per omettere quello di Parvaneh.

Sì, si era difesa — e aveva avuto pieno diritto di farlo — ma il modo in cui lo aveva fatto, quella furia improvvisa e sfrontata, quel linguaggio crudo e privo di misura, lo avevano scosso nel profondo.

Non era solo questione di parole: c’era qualcosa in lei che in quell’istante gli era parso... estraneo.

La Confraternita insegnava il dominio di sé, la disciplina, la compostezza anche dinanzi all’offesa.

Persino nelle battaglie, un Assassino non combatteva per orgoglio o collera, ma per necessità e principio.

Eppure Parvaneh, in quel cortile, non aveva reagito come un’Assassina — e ciò che Malik aveva visto nei suoi occhi non gli dava pace.

Aveva rivisto quello sguardo.

Lo stesso che aveva incrociato mesi addietro, quando, avvolto dal potere della Mela, era precipitato in una dimensione onirica, un mondo sospeso tra visione e realtà.

In quel caos di luce e suono, aveva scorto Parvaneh… ma accanto a lei un’altra donna.

Il volto simile, ma diverso.

Uno donna dagli occhi blu che le era sconosciuta e famigliare allo stesso tempo.

Parvaneh richiuse la porta dietro di sé e, senza voltarsi, lasciò che il corpo la tradisse: si gettò sul letto e scoppiò a piangere. Un pianto sordo, tutto ingoiato nella gola, carico di umiliazione e frustrazione. Gli occhi di Malik l’avevano trafitta più delle parole di Abbass, più di una spada.

Alexandra cercò subito di scusarsi, ma sentì la risposta della donna come un colpo.

«Sei solo una piaga nella mia vita, vattene via!» le sibilò Parvaneh nella mente, la voce rotta dall’ira.

Mi dispiace, tentò Alexandra, ma non potevo trattenermi, quegli uomini ti stavano insultando e io… sentivo il tuo dolore.

E questa sarebbe la reazione giusta? ribatté Parvaneh, le parole taglienti.

In che altro modo avrei potuto reagire? Li avresti lasciati passare lisci? insisté Alexandra. Nel mio tempo certe cose non si rimandano.

Parvaneh serrò la mascella. Alexandra continuò, più calda, più decisa: Proprio perché vedi il futuro dovresti capire che non sei inferiore a nessuno. Mi dispiace, ma non mi pento. Se le parole erano troppo dure, se lo meritavano. E se Malik ti ha guardata male è perché ha aperto gli occhi. Se ti ama, sa che sei sua pari; non hai bisogno di nasconderti dietro di lui.

Lei sentiva ragione nelle parole, ma quella furia non era stata degna del suo ruolo: la Confraternita chiedeva pudore, controllo, misura. Eppure— dopo un respiro profondo — Parvaneh lasciò andare un sospiro. Provò a ricomporre la calma.

«Lo sai che ci siamo fatti un nemico, no?» mormorò infine. «Abbass ha alleati; cospirano contro la reggenza di Altair. Se io, la sua pupilla, appaio debole, può essere un fianco scoperto per lui. Per non parlare che quell'idiota potrebbe spiare i nostri movimenti e quindi rispondere a Louis sarà più complicato. Non ci hai pensato?»

Alexandra chiuse gli occhi per un istante. Sì, hai ragione. Ora che mi calmo lo vedo anch’io. Ma troveremo il modo. Io lo troverò. E se mai dovessimo essere scoperte… mi rivelerò ad Altair e a Malik. Non ti lascerò affrontare tutto questo da sola: te lo devo.

Nella quiete che seguì, Parvaneh rimase immobile, le lacrime asciugate dal vento che filtrava dalla finestra.

Nel silenzio, la Mela riposava dove l’aveva nascosta, muta e impenetrabile.

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