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Il nuovo giorno accolse la coppia con una brezza leggera e con il suono distante delle campane di Limassol.
La luce filtrava attraverso le imposte, disegnando ombre tremule sulle pareti di pietra.
Malik fu il primo ad aprire gli occhi. Per un lungo momento rimase immobile, come se temesse che muovendosi potesse spezzare l’incanto della notte trascorsa. Il suo sguardo si posò su Parvaneh, ancora immersa nel sonno. I boccoli ribelli le cadevano sul viso, e il respiro regolare muoveva appena la coperta verde che la copriva fino appena sopra il petto. In quell’immagine trovò un senso di pace e speranza per il futuro.
Lasciò che lo sguardo scivolasse verso di lei — il profilo dolce, l’incavo del collo, la linea calma del suo corpo sotto la stoffa ricamata.
Era lì, accanto a lui. Non un sogno, non un miraggio: reale, viva, sua.
Il pensiero che li attendeva una nuova vita insieme gli riempì il petto. A Masyaf, appena tornati, le avrebbe chiesto di nuovo di sposarlo. Non voleva attendere oltre: desiderava chiamarla “moglie mia” e con lei mettere su famiglia.
Con quel pensiero sereno, si riadagiò accanto a lei, sfiorandole appena la mano. Poi richiuse gli occhi, lasciandosi cullare dal tepore della stanza, fino a riaddormentarsi.
Ma quando, poco dopo, Parvaneh aprì gli occhi… non era più lei.
Un lampo di coscienza diversa attraversò il suo sguardo.
Restò per qualche istante a fissare il volto di Malik, addormentato, e un’espressione impercettibile — forse malinconia, forse colpa — le attraversò il viso.
Si sollevò con cautela, infilò la veste azzurra e raccolse i capelli in fretta, senza voltarsi più verso il letto. Con gesti precisi, tornò nel proprio alloggio, dove recuperò un foglio di pergamena: il calco della Mela.
Lo arrotolò e lo nascose sotto il suo mantello, fissandolo con la cintura.
Fuori, l’alba era ormai chiara.
Attraversò in silenzio il cortile del rifugio degli ex-ribelli ciprioti. Solo il canto di un gabbiano ruppe la quiete.
Poi, senza esitare, prese la via del mercato.
Le strade di Limassol erano ancora immerse nella quiete del mattino. L’aria odorava di salsedine e di brace lontana, e i primi raggi del sole riflettevano sulle tegole umide dei tetti.
Alexandra percorse le vie acciottolate con passo deciso, il mantello che ondeggiava leggero dietro di lei. Cercava qualcosa, o meglio, qualcuno.
I mercanti iniziavano appena ad aprire le botteghe, sollevando le tende di lino e disponendo le merci. Alcuni la salutarono con un cenno, altri si limitarono a osservarla incuriositi.
Lei, senza mai fermarsi troppo, chiedeva indicazioni con voce calma, finché un pescatore non le indicò una viuzza secondaria che conduceva a un cortile annerito dal fumo: lì si trovava la forgia.
La bottega del fabbro era piccola, ma il fuoco della fornace bruciava già vivo, gettando bagliori aranciati sulle pareti di pietra. L’uomo, un cipriota dalla barba folta e dallo sguardo attento, sollevò lo sguardo mentre martellava un pezzo di ferro incandescente.
«Come posso esservi utile, signora?» chiese, asciugandosi la fronte con l’avambraccio.
Alexandra aprì il rotolo di pergamena e glielo porse.
«Avrei bisogno che mi forgiaste questo oggetto. Una sfera d’ottone con queste venature. Dev’essere grande quanto una mela, perfettamente liscia e lucida.»
Il fabbro prese il foglio, lo girò, lo osservò controluce. «Non ho mai visto nulla del genere. Strano motivo… quasi un disegno arcano.»
«Non è importante cosa rappresenti» rispose lei, mantenendo un tono neutro. «Solo che le venature siano precise. E che i solchi restino scuri. Potete usare polvere di carbone, poi lucidare con un panno ruvido. Quando la luce la toccherà, dovrà brillare.»
L’uomo annuì lentamente, massaggiandosi il mento. «Posso farlo. Ma non sarà un lavoro da poco, né economico. Se volete che sia perfetta, richiederà tempo e attenzione.»
Alexandra non esitò. «Ne sono consapevole. Posso versare un anticipo ora.»
Il fabbro la guardò con un sopracciglio alzato, sorpreso dalla sicurezza con cui parlava. «Sapete, non è comune che una donna chieda un lavoro simile… e ancor meno che conosca certe tecniche. Come fate a sapere queste cose?»
Per un istante, Alexandra abbassò lo sguardo verso il disegno. Poi rispose, con un sorriso appena accennato:
«Ho imparato osservando il fuoco. La materia si piega a chi sa ascoltarla.»
L’uomo rise piano, scrollando il capo. «Una donna che parla come un maestro di fonderia… Il mondo non smette mai di sorprendere.»
Lei ricambiò il sorriso. Non poteva certo spiegargli che, in un altro tempo, quel sapere veniva da un laboratorio di chimica delle superiori e non da una forgia.
Si accordarono sul prezzo ed il fabbro le disse che tra due giorni la sfera sarebbe stata pronta. Un tempo che aveva a sufficienza nel tempo di Parvaneh, per fortuna.
Mentre lasciava la bottega, il rumore del martello che riprendeva a battere sull’incudine risuonò alle sue spalle come un battito metallico, ritmico, che andava all'unisono col suo cuore, consapevole di ciò che stava portando avanti.
Avendo portato a termine quella parte del piano, si immerse di nuovo nel cuore del mercato, ormai divenuto un alveare di voci e colori. Sollevò il cappuccio del mantello e si mosse tra la folla con passo discreto. Nessuno avrebbe fatto caso a un’ombra che scivolava rapida e silenziosa tra i banchi. Nessuno, tranne il Maestro di coloro che avevano affinato quest’arte per anni.
«Parvaneh! Dunque eri qui!» disse Altair, sbucando davanti a lei. «Ci stavamo chiedendo dove fossi.»
«Il Maestro in persona è venuto a cercarmi?» rispose, cercando di mascherare la sorpresa.
Altair sorrise e scosse il capo. «No, immaginavo fossi venuta anche tu da queste parti. Come sai, sono un tipo mattutino. Avevo voglia di fare quattro passi. Ieri è stata una giornata intensa… e forse un po’ troppo accompagnata dal vino.»
Non indossava gli abiti da Assassino: portava una tunica bianca e una giacca blu senza maniche, un borsello legato alla cinta. Si muoveva in borghese, come lei, che ancora indossava il vestito azzurro.
«Mi è sembrato ti muovessi furtivamente, come mai, se posso chiedere?»
Alexandra lo scrutò dietro lo sguardo di Parvaneh. È degno della sua fama, pensò.
«Cercavo solo di divincolarmi. Questo mercato è già gremito, e iniziavo a sentirmi soffocare.»
Altair rise piano. «Eh già, per noi che viviamo nell’ombra, la folla può essere soffocante.»
La fiducia che nutriva per la sua amica d’infanzia lo rese cieco a qualunque sospetto.
«Vieni, passeggiamo insieme. Almeno evitiamo di essere travolti,» aggiunse porgendole il braccio.
Alexandra allungò la mano e lo prese. Sentì la solidità del suo braccio sotto le dita.
«Ancora auguri per ieri,» disse con tono sincero. «Ora inizia una nuova vita.»
Altair sorrise, lo sguardo rivolto in avanti. «Sì, è vero. Chi l’avrebbe mai detto? Un Assassino e una Templare uniti dallo stesso sentimento.»
«L’amore non conosce ostacoli… credo.»
«Hai perfettamente ragione. Piuttosto, anche tu e Malik...» lasciò la frase in sospeso, pronto a cogliere un rossore, una smorfia imbarazzata. Ma nulla di tutto ciò comparve. Il sorriso di lei sembrava perfetto, forse troppo.
«Oh sì, sono molto felice per noi. È da tempo che provavo quei sentimenti, li ho custoditi a lungo.»
Altair annuì. «Era destino. E il destino, prima o poi, trova sempre la sua strada.»
Si fermarono davanti a una bancarella che esponeva monili di ogni genere: collane, spille, fermagli, anelli.
«Visto che ci siamo,» suggerì lei, «potresti scegliere un dono per Maria. Lo apprezzerebbe, ne sono certa.»
Altair rise. «Lei è una donna fuori dal comune. Forse è stato proprio il suo spirito fiero ad attirarmi. Le donne che vivono solo per gli ornamenti non mi hanno mai colpito.»
Alexandra portò le mani ai fianchi. «Questo non è un buon motivo per non farle un regalo. Anche le più forti apprezzano un gesto sincero. Su questo, permettimi di fare la Maestra io, per una volta.»
Altair la guardò con divertita sorpresa. Quella mattina, a quanto pare, si era svegliata sfacciata.
«Va bene, Maestra,» concesse. «Cosa mi consigli, allora?»
Lei portò una mano al mento, osservando gli oggetti con finta concentrazione. «Maria intreccia spesso i capelli, fa quella treccia a mo’ di cerchietto e raccoglie il resto in uno chignon.»
«Un che?»
Alexandra si raccolse i capelli, arrotolandoli su sé stessi, come una palla.
«Direi che un fermaglio è perfetto. Le terrà i capelli in ordine, anche in battaglia. Meglio sceglierne uno resistente, che non ceda.»
Altair annuì e chiese al mercante un fermaglio con quelle caratteristiche. Ne ricevette uno d’argento, decorato da fregi sottili, che Maria avrebbe potuto fissare alla nuca.
«E tu, invece? Cosa vorresti?»
Alexandra parve colta di sorpresa. «Oh, niente davvero.»
«Alla fine anche tu sei come lei,» commentò Altair, chinando lo sguardo sul banco. Poi indicò una piccola spilla a forma di farfalla bianca. «Ecco, questa mi sembra adatta a te. Discreta ma elegante.»
«Come mai proprio questa?»
«Un motivo semplice. Perché il tuo nome significa “farfalla” ed indossi le candide vesti della Confraternita.»
Non le diede il tempo di rifiutare: la spilla era già nelle sue mani.
«G-grazie,» mormorò lei.
«Mettila subito. Sul vestito azzurro risalterà bene.»
Mentre sollevava le braccia per appuntarsela, Altair notò che le dita di Parvaneh erano leggermente macchiate di nero. Per un istante aggrottò la fronte, ma non disse nulla.
Nel tempo reale, lontano dall’Abstergo, Desmond aveva ormai iniziato le sue nuove sessioni, rivivendo i ricordi del suo antenato fiorentino.
Come Clay aveva predetto ad Alexandra, disseminati in quei ricordi trovavano, di tanto in tanto, dei glifi: indizi che un giorno gli avrebbero permesso di compiere ciò che il Soggetto 16 non era riuscito a portare a termine. Informazioni che lo avrebbero condotto a una incredibile "verità".
Lucy non aveva previsto che nel nucleo di memoria che aveva portato con sé si celasse anche ciò che rimaneva di Clay Kaczmarek — il Soggetto 16 — morto suicida, ma non senza aver tentato di lasciare un messaggio ai suoi confratelli Assassini.
Nei giorni in cui il costrutto digitale di Clay era entrato in contatto con le sessioni di Alexandra Blade, tuttavia, qualcosa era mutato. Se l’Animus fosse stato solo un "videoregistratore" capace di riavvolgere il “nastro” della memoria genetica e mostrarlo su schermo, Clay avrebbe mantenuto la sua programmazione originale: apparire agli Assassini in forma frammentaria, finché lo sblocco dei codici non avesse ricomposto il puzzle.
Ma la particolare conformazione genetica di Alexandra aveva cambiato tutto. In lei esisteva una connessione antica, una traccia ereditaria che aveva reso “consapevole” l’interfaccia di Clay. Grazie al libero arbitrio nei ricordi genetici che a tutti gli effetti si poteva considerare dunque un salto temporale nel passato, egli aveva imparato anche lui a muoversi deliberatamente, pur non essendo altro che un insieme di dati incompleti, parzialmente corrotti dai protocolli di sicurezza dell’Animus che lo riconoscevano come un’anomalia.
Grazie a questa nuova coscienza, Clay si era infiltrato in numerosi sistemi. Non poteva controllare l’intera rete di Abstergo Industries, ma dove trovava una breccia, agiva.
Sfruttando la sua antica parentela con Alexandra e la profonda conoscenza del modo in cui l’Animus selezionava per lei i ricordi genetici, era riuscito a orientare i momenti da rivivere.
Come Desmond, che stava rivivendo le esperienze più significative della vita di Altair, così anche Clay — quando era in vita — aveva avuto questa esperienza del "ricordo registrato", così nessuno, nemmeno Warren Vidic, si era mai posto la domanda fondamentale, dopo aver scoperto che Alexandra riusciva a vivere il passato in forma "attiva", e non solo come spettatrice.
Clay, però, non si era limitato a questo. Conosceva i piani di Lucy: fingere un salvataggio di Desmond per convincerlo a collaborare volontariamente, così da poterlo sfruttare più facilmente.
Per contrastarla, Clay si era sdoppiato e si era insidiato nei due nuclei di memoria: quello destinato ad Alexandra — che Lucy, in realtà, non aveva mai avuto intenzione di portare via con sé, poiché serviva al laboratorio — e l’altro di Desmond, con cui sapeva che presto avrebbe stabilito un contatto.
La previsione si rivelò esatta. Man mano che Desmond scopriva i glifi, la connessione con Clay — rafforzata anche dal legame di sangue, seppur remoto — si affinava sempre di più, e la sua voce nella mente del giovane diventava più chiara, più presente.
Clay, però, era stato cauto: evitò che quella comunicazione venisse trasmessa all’esterno. Rebecca registrava soltanto i glifi, ignara che una seconda versione del Soggetto 16 stesse interagendo direttamente con Desmond.
Desmond, attraverso Ezio, aveva appena terminato di sbloccare il quinto glifo sulla chiesa di Santa Croce e stava inviando le immagini ottenute. Rebecca iniziò subito ad archiviarle e ad analizzarle con Shaun. Fu in quel breve momento di quiete che la voce di Clay A.I. emerse.
«Desmond Miles.»
La voce metallica risuonò nella sua mente, improvvisa.
In un istante, Desmond si ritrovò immerso nella “camera bianca” dell’Animus. Attorno a lui, il solito spazio lattiginoso si estendeva all’infinito, segnato solo da reticolati in trasparenza. Poi, come sabbia nera che si componeva, qualcosa prese forma davanti ai suoi occhi: un uomo biondo, con un abbigliamento verde oliva, quasi militare.
«Riconosco la tua voce… sei Clay. Il Soggetto 16,» disse Desmond, con una punta di sorpresa.
Clay annuì lentamente. «Sì, ma non sono lo stesso che stai gradualmente scoprendo attraverso quei ricordi. Io sono un’interfaccia genetica. Una scintilla di coscienza che si è insinuata nella tua memoria… e in quella di Alexandra.»
Desmond abbassò lo sguardo. «Già… quella ragazza,» mormorò con un filo di malinconia.
«È viva.»
Le parole di Clay lo trafissero come un fulmine.
«Viva? Ma che stai dicendo? Lucy ha detto che si è sacrificata per—»
«Lucy è un’impostora,» lo interruppe Clay, con tono duro. «Vi ha ingannati fin dall’inizio. L’unica cosa vera di lei è il sangue che porta: è davvero figlia di Assassini. Ma da anni lavora per Abstergo.»
Desmond sgranò gli occhi**. «No… non posso crederci. Vuoi dire che Lucy… e Rebecca? Shaun?»**
Clay scosse lentamente il capo. «Rebecca e Shaun sono chi dicono di essere. Anche loro sono stati ingannati. Si fidano ciecamente di quella donna.»
Un’eco distante interruppe il silenzio digitale.
«Desmond, perché ti sei disconnesso dal ricordo?»
Era la voce di Rebecca, lontana, filtrata come da un altro mondo. Clay aggrottò lo sguardo, come se potesse percepirla anche lui.
«Non ho più tempo,» disse in fretta. «Non posso farmi scoprire ora. Voglio prima parlare con te. Ritornerò.»
Poi il costrutto iniziò a dissolversi, granello dopo granello, nell’aria bianca dell’Animus.
«Desmond? Allora?» La voce di Rebecca si fece più nitida. «Non ti senti bene?»
Sdraiato sul lettino, con gli occhi ancora chiusi, Desmond scosse lentamente il capo.
«Sto bene… avevo solo bisogno di una piccola pausa. Possiamo riprendere.»
La sessione si concluse molto più tardi del previsto.
Desmond si sollevò lentamente dal lettino dell’Animus, stirando le braccia e ruotando le spalle. Per quanto quella struttura fosse progettata per il comfort, restare immobile per ore aveva comunque intorpidito le gambe. Si passò una mano tra i capelli, ancora un po’ disorientato, mentre la luce artificiale della sala restituiva alla pelle un pallore irreale.
Aveva bisogno di respirare, anche se l’aria che circolava lì sotto non aveva nulla di naturale.
Si diresse in una stanza secondaria del covo, una di quelle dove il silenzio non era totale ma veniva riempito dal ronzio costante dei generatori. Si versò una tazza di tè e iniziò a camminare in tondo, cercando di riordinare i pensieri.
Le parole di Clay gli rimbombavano ancora nella testa.
Era difficile capire se credere o meno a quella visione digitale: un fantasma, un costrutto di memoria, o forse una trappola ben congegnata da Abstergo.
Lucy non gli aveva mai dato motivo di dubitare di lei — anzi, se non fosse stato per il suo intervento, probabilmente sarebbe ancora un prigioniero, sedato e usato come un esperimento.
Che Clay fosse stato allora una "trappola" di Abstergo? Quindi anche i glifi nei ricordi erano una manipolazione?
Un rumore lieve lo distolse dai pensieri.
«Ah, eccoti qui, Desmond,» disse una voce familiare.
Lucy apparve sulla soglia, con un’espressione rilassata. I capelli ramati raccolti in una coda alta riflettevano bagliori dorati sotto la luce elettrica. Il suo volto, segnato da un equilibrio raro tra dolcezza e determinazione, emanava una calma che riusciva sempre a disarmarlo.
Desmond accennò un sorriso.
«Lucy. Devo ancora ringraziarti. Se non fosse stato per te...»
Lei scosse il capo, con un gesto deciso ma gentile.
«Non dirlo nemmeno. Siamo una squadra, Desmond. Gli ultimi Assassini in circolazione, forse… ma ancora vivi. E questo ci rende una famiglia.»
Si avvicinò a lui, tenendo tra le mani una tazza di caffè americano.
«Quando ti sei disconnesso, avevi uno sguardo strano. Va tutto bene?»
Desmond inspirò lentamente, cercando le parole.
«Sai, fino a pochi mesi fa avrei pensato che tutto questo fosse la trama di un film di fantascienza di serie B. Ora invece ci sono dentro fino al collo. È difficile non sentirsi… sopraffatti.»
Fece una pausa. «Ma grazie ad Altair, sto imparando a capire da dove vengo. E anche se è un peso enorme, comincio a sentire che ha un senso.»
Lucy annuì lentamente.
«È un grande fardello, lo so. Ma se riusciremo a portarlo fino in fondo, impedirai ai Templari di conquistare il mondo. E questo… vale tutto.»
Desmond sorseggiò il tè, lasciando che il calore gli risalisse fino alle tempie.
Il suo sguardo si spostò verso la piccola finestra sbarrata che lasciava filtrare una luce artificiale e fredda.
«Lucy… posso chiederti una cosa? Tu e Vidic. Come vi siete conosciuti? Come sei riuscita a infiltrarti?»
Lucy abbassò lo sguardo, meditando su come rispondere.
«Ci siamo incontrati alla mia università. Lui teneva un seminario sui limiti della memoria e sulle possibilità di riprodurla artificialmente. Si interessò ai miei studi e mi propose di collaborare. A dire il vero, neanche i miei professori prendevano sul serio la mia tesi — la consideravano fantascienza — ma per Vidic era una prospettiva concreta. Mi offrì un posto nei suoi laboratori. Non sapeva, però, che i miei studi erano finanziati dagli Assassini. Stavo cercando un modo per contrastare la loro tecnologia.»
Fece una pausa, poi aggiunse: «Fu come se il destino avesse deciso di metterci sullo stesso sentiero.»
Desmond la osservò, colpito.
«Incredibile. Una coincidenza che sembra quasi scritta.»
Lucy accennò un sorriso, ma nei suoi occhi passò un’ombra difficile da leggere.
«Già. Forse lo era davvero.»
Lucy restò in silenzio per qualche istante, guardando il vapore che si alzava lentamente dalla sua tazza.
L’atmosfera nella stanza si era fatta quieta.
Desmond si appoggiò al muro, le braccia incrociate.
«Sai, a volte mi chiedo se lui sapesse tutto questo già da prima. Mio padre, intendo.»
Lucy sollevò lo sguardo, incuriosita.
«William Miles.»
Desmond annuì. «Già. Anche se per anni non è stato altro che un nome che cercavo di dimenticare.»
Rimase qualche secondo in silenzio, poi parlò con voce più bassa, come se confessasse qualcosa a sé stesso.
«Non era un padre, non nel senso comune del termine. Per lui tutto ruotava attorno alla missione, agli Assassini, all’eredità di Altair. Io non ho mai capito cosa ci fosse di tanto importante da sacrificare tutto il resto. Ero solo un ragazzino, volevo… una vita normale. Invece lui mi cresceva come un soldato. Allenamenti, lezioni, regole. Mai una carezza, mai una parola che non fosse un ordine.»
Lucy rimase immobile, lo sguardo fisso su di lui.
«E poi sei scappato.»
Desmond accennò un sorriso amaro.
«Sì. Non ne potevo più. Avevo diciassette anni quando me ne andai. Mi nascosi, cambiai nome, trovai un lavoro qualunque in un bar sperduto nel nulla. Pensavo di essermi lasciato tutto alle spalle. Ma poi… Abstergo.»
Scosse il capo, come a scacciare un ricordo spiacevole. «Ironico, vero? Ho passato metà della vita a fuggire da un padre che predicava libertà, solo per finire prigioniero di chi voleva controllare tutto.»
Lucy inspirò lentamente, poi disse con voce quasi materna:
«William Miles è un uomo difficile, lo so. Ma anche lui ha fatto delle scelte in nome di qualcosa che riteneva più grande di sé. A volte… chi ama davvero finisce per proteggerti nel modo sbagliato.»
Desmond la guardò, colpito dalla calma con cui lo diceva.
«Parli come se lo conoscessi.»
Lucy sorrise appena.
«No, mai incontrato. Ma chi vive per una causa lascia dietro di sé lo stesso tipo di cicatrici. Ne ho viste tante, nel mio cammino.»
Per un momento i due restarono in silenzio.
Lui tornò a fissare la superficie del tè ormai tiepido.
Lei lo osservava, come se cercasse di capire fin dove potesse spingersi senza tradirsi.
Poi Lucy aggiunse:
«Sai, forse tuo padre sapeva che prima o poi saresti tornato a incrociare questa strada. Non perché lo volesse, ma perché… fa parte di ciò che sei. I figli degli Assassini finiscono sempre per diventarlo, in un modo o nell’altro.»
Desmond alzò lentamente lo sguardo verso di lei.
«E tu credi nel destino, Lucy?»
Lei sorrise di nuovo, ma quella volta nei suoi occhi passò qualcosa di indecifrabile — malinconia, forse rimorso.
«No. Credo nelle scelte che facciamo… e nel prezzo che dobbiamo pagare per esse.»
Katia era tornata a casa e aveva messo tutto a soqquadro. Ogni rivista, ogni libro di scuola, persino quelli che conservava dai tempi delle superiori. Sfogliava le pagine con frenesia, confrontava date, eventi, immagini.
E più leggeva, più la certezza le scivolava via dalle mani.
Molti di quegli episodi, quelli su cui aveva costruito anni di studio e che alle interrogazioni le avevano fruttato persino ottimi voti, ora risultavano… diversi.
Alcuni dettagli erano cambiati, altri completamente scomparsi.
Ma una cosa era chiara: la linea della storia mutava sempre nello stesso punto — alla fine della Terza Crociata, poco prima dell’anno 1200 d.C.
Tutto ciò che precedeva quella data era identico a come lo ricordava. Tutto ciò che seguiva… era alterato.
Un brivido le corse lungo la schiena.
La possibilità che quello che stava accadendo ad Alexandra avesse potuto influenzare il presente e cambiato la storia, divenne improvvisamente tangibile.
Decise allora di andare fino in fondo.
Accese il computer, collegandosi alla rete interna di Abstergo.
Il suo ruolo di infiltrata le concedeva un accesso privilegiato agli archivi dei soggetti dell’Animus.
Dopo pochi click, aprì il file contrassegnato dal nome A. Blade.
Scorse rapidamente le prime righe: il profilo psicologico, le note cliniche, i rapporti di Vidic e Lucy. Poi, più in basso, trovò le voci evidenziate in un riquadro verde, con un carattere più grande e marcato: “Risultati di contatto con la Mela dell’Eden”.
Le pupille di Katia si dilatarono mentre leggeva.
C’erano diagrammi, la Mappa delle Mele, estratti di dialoghi tra Parvaneh e Altair, persino annotazioni sui momenti in cui l’antenata era entrata in contatto con l’artefatto. E poi, più recentemente, il piano per sostituire la vera Mela con una replica.
Ma ciò che la colpì davvero fu una nota precedente: la missione a Damasco.
Scorse il documento, e il sangue le gelò.
La distruzione di Damasco…
Era uno degli argomenti trattati nelle prime lezioni di storia dell’architettura antica.
L’arte damascata, perduta dopo la devastazione della città, era considerata una delle più grandi ferite culturali del mondo della storia dell'arte.
Ma in quei file, nero su bianco, c’era scritto che Parvaneh aveva impedito la distruzione della città, grazie ad una visione del futuro.
Katia si portò una mano alla bocca, tremando.
Se Damasco non era stata distrutta… allora la storia come la conosceva era stata riscritta.
E se la città era sopravvissuta, quante persone erano scampate a quella tragedia?
Quante di loro avevano avuto figli, e i loro figli altri ancora?
Quante vite esistevano ora, quante generazioni intere, che in origine non sarebbero mai dovute nascere?
Rimase immobile, fissando lo schermo.
Il ticchettio dell’orologio da parete sembrava scandire la portata irreversibile di quella consapevolezza.
Alexandra aveva, in qualche modo, cambiato il corso del mondo.
Se tutto questo era vero, però, perché lei ne era esente?
Ne era certa: non stava subendo quello che chiamavano “Effetto Mandela”.
La sua mente ricordava ancora la realtà di pochi giorni prima. Quella sarebbe dovuta essere vera o così era.
Come poteva essere possibile?
Si mise le mani tra i capelli, respirando a fondo per calmarsi. Poi, nella penombra della stanza, alzò lentamente lo sguardo.
Dal riflesso della finestra vide il proprio viso: stanco, pallido, ma lucido.
«Possibile…?» mormorò piano, senza riconoscere la propria voce.
Sapeva che, in un tempo remoto, i suoi antenati avevano fatto parte della Confraternita degli Assassini.
Ma quello era un passato lontano, sepolto da secoli di odio e di disprezzo per quella setta di reietti.
E lei stessa era nata e cresciuta in quel credo.
Ma se la Mela dell’Eden era rimasta nelle mani degli Assassini per tanto tempo…
Allora forse anche la sua stirpe vi era entrata in contatto.
Si voltò verso il computer e, con dita tremanti, digitò su Google:
“Origine cognome Sofian.”
La risposta la raggelò.
Origine: Medio Oriente.
Un brivido le attraversò la schiena.
Con il cuore in gola, decise di andare oltre.
Tornò al portale di Abstergo e aprì il file di un altro soggetto, quello di Desmond Miles.
Secondo i registri, il suo antenato era stato il Maestro della Confraternita, l’uomo che aveva strappato la Mela dalle mani di Al Mualim.
Se la sua intuizione era corretta, tra le persone che avevano incrociato la sua strada poteva esserci anche un nome familiare.
Premette Ctrl + F per aprire la barra di ricerca delle parole chiave.
Digitò lentamente: “Sofian.”
Un solo risultato.
Abbass Sofian.
Si spinse indietro con la sedia a rotelle, urtando contro un mobile. Il colpo riecheggiò nella stanza come un risveglio improvviso. Non riusciva a crederci. Non poteva essere vero.
Abstergo lo sapeva? Era per questo che avevano scelto proprio lei, mandandola a ingannare e spiare Alexandra?
Le domande si accavallarono nella mente, rapide e taglienti. Se Alexandra, per qualche motivo, fosse sfuggita prima di attuare il piano di rapimento, oppure se si fossero sbagliati del tutto e la ragazza non avesse avuto alcun legame con gli Assassini della Confraternita del Levante… si sarebbero allora accontentati di Desmond Miles per proseguire le loro ricerche?
Forse Abbass, pur vivendo accanto ad Altair, non aveva mai ricoperto un ruolo di rilievo.
Aprì il trafiletto che lo riguardava, e bastarono poche righe per farle gelare il sangue nelle vene: dopo la morte del padre, Abbass era stato accolto e cresciuto dal padre di Altair. I due erano diventati come fratelli, finché con il tempo i rapporti non si erano incrinati.
Rimaneva, tuttavia, una delle figure più vicine al Maestro.
Un soggetto perfetto, se mai qualcuno avesse voluto rintracciarne l’erede.
Voleva parlarne con qualcuno, chiedere spiegazioni, confermare almeno una delle sue ipotesi. Ma più ci pensava, più un senso di isolamento le si stringeva intorno, silenzioso e opprimente.
Di chi poteva fidarsi, ora? E fino a che punto poteva spingersi nel fare domande, senza rischiare che le conseguenze ricadessero sulla sua famiglia?
I genitori di Alexandra erano stati uccisi — lei non lo sapeva, e continuava a resistere anche per loro. Katia invece conosceva bene i metodi di Abstergo, gli inganni, le manovre di potere di chi la governava.
Essere arruolati dai Templari era stato, per la sua famiglia, un privilegio, un segno di prestigio. Ma ora si chiedeva se anche quello non fosse stato parte di un disegno più grande, una macchinazione accurata.
Se Abbass era davvero un suo antenato, dove avevano trovato le prove? Come potevano essere certi, dopo otto secoli di discendenze e segreti sepolti?
Forse stava spingendo troppo la mente oltre il limite, ma i ricordi che non coincidevano più con la realtà restavano lì, come una crepa impossibile da ignorare.
Doveva scoprire la verità. Ma doveva farlo con cautela, senza che nessuno se ne accorgesse.
Nel frattempo, Alexandra — ancora nei panni di Parvaneh — proseguiva la passeggiata accanto ad Altair. Attraverso le sensazioni della sua antenata, percepiva un profondo rispetto, ma anche un affetto sincero, legato agli anni condivisi nella giovinezza.
Altair emanava un senso di equilibrio e forza interiore. La sua presenza bastava a infondere calma. Era una di quelle persone che si guardano dal basso verso l’alto, non per timore, ma per ammirazione.
Camminavano tra le voci e i profumi del mercato cipriota, dove le bancarelle si susseguivano in un mosaico di stoffe, spezie e rame battuto. Parlottavano del più e del meno, finché l’uomo, improvvisamente, aggrottò lo sguardo.
«Parvaneh, ora che abbiamo occasione di parlare con calma, solo noi due, vorrei farti una raccomandazione.»
«Dimmi pure, Maestro» rispose lei, accennando un sorriso, mentre le dita si posarono istintivamente sulla spilla a forma di farfalla appuntata al petto.
Altair trattenne un istante il fiato, come per scegliere le parole.
«Come sai, il fatto che tu e Malik vi siate finalmente dichiarati è per me motivo di grande gioia. Per me, per Maria e per chi vi è vicino. Ma c’è una ragione se non ho esteso l’invito a tutta la Confraternita, e non solo per motivi di sicurezza. Non ho voluto nemmeno Abbass, sebbene sia cresciuto con me, come un fratello.»
Parvaneh — o meglio, Alexandra — lo fissò con attenzione. «Capisco dove vuoi arrivare. Anche se la nostra Confraternita si proclama aperta di mente, certi pregiudizi sono ancora troppo radicati…e uno di questi è che una donna sieda tra le file degli Assassini» completò lei, abbassando appena lo sguardo.
Altair contrasse la mascella, poi annuì**. «Hai dimostrato il tuo valore in battaglia e in allenamento, il tuo istruttore stesso si è complimentato. Ma se si diffondesse la voce che una Nizarita di rango medio è la compagna del mio braccio destro, temo che certe dicerie sul tuo conto tornerebbero a circolare. Per questo ti chiedo prudenza.»**
«Ne sono consapevole, Maestro. E immagino che anche Malik lo sia.»
«Non ho ancora avuto modo di parlarne con lui, ma non ho dubbi che la pensi allo stesso modo. Certo, mi dispiace che dobbiate vivere il vostro amore nell’ombra. Sarebbe più semplice se almeno uno di voi rinunciasse al proprio ruolo, ma non intendo privarmi di nessuno dei due» spiegò Altair, con un tono in cui traspariva una nota di sincera preoccupazione.
«Se ti può rassicurare,» rispose Alexandra, «ti dico che possono pure mormorare quanto vogliono. Parvaneh sa — cioè, io so — perché sono qui. Non ho corrotto nessuno: avevo lo spirito del guerriero nel sangue, e prima o poi sarebbe venuto alla luce. Quando io e Malik indossiamo quella divisa, siamo il Consigliere e l’Assassina, e nient’altro.»
Altair la osservò con attenzione. «Sei risoluta, Parvaneh. Ma ricorda: i sentimenti, prima o poi, trovano sempre il modo di imporsi. Non sappiamo cosa ci riserverà il futuro, e mantenere due ruoli così distinti, come un fiammifero che si accende e si spegne a comando, non sarà facile.»
«Posso darti soltanto la mia parola, Maestro,» rispose la donna con fermezza. «E sono pronta ad affrontare chiunque abbia qualcosa da ridire. Se la presenza di una donna li turba, allora il problema è il loro, non il mio.»
Altair rimase per un istante in silenzio, colpito da quelle parole. Erano audaci, più di quanto si sarebbe aspettato da lei. Il fatto stesso che fosse riuscita a emergere dallo status imposto alle donne e a diventare un’Assassina era già motivo di coraggio, ma nei suoi occhi scorse qualcosa di ancora più profondo: una consapevolezza nuova. Era certa di non essere inferiore a nessun uomo. Per molti, quelle parole sarebbero state follia.
«Sai,» disse infine con un mezzo sorriso, «comincio a pensare al povero Malik. Spero che non ti faccia mai arrabbiare.»
Entrambi risero di cuore.
Tornati al rifugio degli ex ribelli, Markos li accolse con il solito calore. Disse che già sentiva la loro mancanza e che gli dispiaceva che si sarebbero fermati solo pochi giorni, giusto il tempo di riorganizzarsi per il viaggio di ritorno.
«La Confraternita ha bisogno del suo Maestro,» disse Altair. «E di tutti gli uomini di fiducia che mi hanno seguito. Ma ti prometto che questo non sarà il nostro ultimo incontro.»
Poi si voltò verso Parvaneh. «Non resteremo certo con le mani in mano, serviti dai nostri amici. La possibilità di un nuovo attacco templare per la riconquista di Limassol non è ancora da escludere. Questa sera monterai la guardia insieme ad alcuni degli uomini di Markos. Ti muoverai sui tetti e starai attenta a ogni movimento sospetto.»
«Non ti deluderò, Maestro,» rispose la donna, chinando leggermente il capo.
Una volta entrati nell’edificio, vennero loro incontro Maria e Malik, avevano appena terminato la colazione. Altair porse alla moglie il fermaglio che aveva comprato al mercato; Maria gli saltò al collo, felice di quel gesto inaspettato. Altair le restituì l’abbraccio con affetto, poi lanciò a Parvaneh uno sguardo di sottecchi, come a volerla ringraziare in silenzio. Forse, pensò Alexandra, l’aveva segretamente nominata “Maestra”.
Malik prese con dolcezza le mani dell’Assassina. Il suo sguardo si posò subito sulla spilla a forma di farfalla, che risaltava luminosa sul suo abito.
«Ti dona davvero,» disse, con un sorriso appena accennato, «ed è perfetta per te.» Poi le sfiorò la fronte con un bacio lieve.
In quell’istante Alexandra sentì Parvaneh struggersi. Malik si era chiesto perché, quella mattina, lei non fosse accanto a lui nel letto; ma non c’erano dubbi nei suoi occhi, né in quelli di Altair o Maria.
Alexandra non era insensibile a quel dolore, ma dentro di sé restò ferma nella sua decisione.
All’esterno dell’Animus, nel tempo reale, Vidic e i finanziatori — appena rientrati dalla pausa — seguivano con attenzione le registrazioni.
Per loro, ciò che dentro la simulazione durava ore, nel mondo reale si traduceva in pochi minuti: intere giornate di Alexandra e Parvaneh scorrevano come un lampo.
L’Animus restituiva soltanto le informazioni che l’algoritmo giudicava rilevanti per gli obiettivi del progetto, filtrando le conversazioni di contorno e i momenti privi di significato apparente.
Proprio per questo, un improvviso fermento attraversò la sala di osservazione quando comparve sul monitor un avviso: Parvaneh ha commissionato a un fabbro la copia della Mela.
Un silenzio teso cadde tra i presenti. Le domande si moltiplicarono: fino a che punto la donna si era spinta? Era riuscita davvero a completare la sostituzione? E perché nei loro archivi non esisteva alcuna traccia di quell’episodio?
Vidic rispose con calma a ogni dubbio, gestendo con abilità i finanziatori e mantenendo intatta la sua maschera di controllo. Inconsapevolmente, stava diventando un alleato di Alexandra: ogni spiegazione evasiva, ogni risposta misurata la proteggeva da ulteriori sospetti e, almeno per ora, da eventuali esami più invasivi per indagare il suo misterioso legame con l’Animus.
Fuori, era appena entrati nel primo pomeriggio. Dentro, ottocento anni prima, era già notte.
Parvaneh si muoveva silenziosa tra i tetti, come un’ombra che sorvegliava la città addormentata, seguendo l’ordine del suo Maestro.
La notte avvolgeva la città come un mantello di seta nera, interrotto solo dalle fioche luci delle lanterne che punteggiavano le strade. Dall’alto dei tetti, il vento portava con sé il rumore ovattato dei passi lontani e lo scricchiolio del legno sotto i piedi di chi si muoveva silenzioso.
Parvaneh si fermò un istante sul cornicione di una casa, scrutando le vie sottostanti. Il suo respiro era controllato, il corpo immobile, solo lo sguardo si muoveva rapido nell’ombra. Poco distante, le sagome degli uomini di Markos si stagliavano appena contro il chiarore della luna, dispersi in posizioni strategiche.
Un cenno della mano, quasi impercettibile, bastò a farli muovere.
La coordinazione era precisa, studiata. Nessuno parlava: il silenzio era l’unico linguaggio ammesso in quella rete di intese costruita sul rispetto e la fiducia.
A un certo punto della ronda, l'Assassina si appostò sul tetto di una locanda. Da lì, tra i biascichii confusi degli ubriachi e lo sbattere delle imposte al vento, cercò di isolare dal brusio della notte qualche indizio, un frammento di conversazione che potesse rivelare una minaccia in arrivo.
Non c’erano soltanto ciprioti: nei vicoli sottostanti si mescolavano uomini provenienti dall’Europa e dal Medio Oriente, volti segnati dal viaggio e dalle sabbie, mani callose che tradivano il mestiere del mercante più che quello del soldato. Nessuno sembrava appartenere né ai Crociati né ai Saraceni.
Tra le molte voci, una nota la fece irrigidire: un gruppo parlava in francese.
Si voltò appena, scrutando le ombre. Poi fece cenno agli uomini di Markos di proseguire. «Andate avanti. Io resto qui ancora un po’.»
Gli ex-ribelli annuirono senza discutere: l’area era vasta, e la notte ormai avanzata.
Quando i loro passi si allontanarono dalla portata dell'orecchio, tornò ad ascoltare.
Alexandra… cosa hai in mente? sussurrò Parvaneh.
Forse il modo di far ottenere ai Templari ciò che vogliono da me rispose Alexandra, sempre mentalmente.
Concentrandosi sulle parole, Alexandra riconobbe che quegli uomini si dichiaravano mercanti di sete. Parlano di rotte, di porti, di viaggi tra Cipro e il Medio Oriente, collegati da una rete commerciale che toccava la Via della Seta. Il francese dell'XI secolo per fortuna era tradotto e aggiornato dall’Animus, restituendole il senso pieno di ciò che stava ascoltando.
Nel frattempo, alla sede, Altair e Maria avevano appena smesso di fare l’amore. Nella quiete che seguì, il respiro di entrambi si fece lento, disteso, e la luce tremolante della candela disegnava sulle pareti i contorni dei loro corpi. Parlavano sottovoce, del più e del meno, come due amanti che si conoscono da anni e che non hanno bisogno di dire troppo.
Maria, con un sorriso, allungò una mano verso il comodino e aprì il cassetto. Ne estrasse il fermaglio che il marito le aveva donato quella mattina: lo osservò con attenzione, lasciando che la superficie fredda del metallo le scorresse tra le dita.
«L’ho preso pensando che ti sarebbe stato utile quando ti fai lo chignon» disse Altair, disteso accanto a lei. «Durante un duello, i capelli non dovrebbero mai darti noia.»
Maria lo guardò di sottecchi. «Chignon? Non sapevo conoscessi il francese. Te lo ha insegnato Louis?»
Altair aggrottò lievemente la fronte. «No… in realtà lo ha chiamato così Parvaneh.»
Maria parve sorpresa. «Davvero? Non mi aspettavo che usasse parole straniere. Non che sia strano, ma non sapevo nemmeno che conoscesse certe parole.»
«Forse gliel’ha insegnato Louis» rispose Altair, pensieroso. «E poi, non dimentichiamo che a volte ha delle… visioni del futuro.»
Maria annuì, fissando per un attimo il vuoto. «È vero. È tanto che non ne ha una. In parte spero le sia passato. Conoscere il futuro può essere utile… ma anche devastante. Si dovrebbe vivere un passo alla volta.»
Altair la guardò in silenzio, poi le posò una mano sulla spalla nuda. «Hai ragione. Io voglio vivere ogni singolo istante con te… sperando che per noi il futuro sia infinito.»
Lei sorrise. Lui si chinò su di lei e la baciò, lentamente, con dolcezza.
Alexandra scese lentamente dal tetto, con la disinvoltura di chi ha trascorso anni ad allenarsi nell’arte dell’arrampicata — anche se, in realtà, era soltanto l’effetto dell’osmosi con la sua antenata.
Quegli uomini, a differenza di molti altri avventori della locanda, non avevano il viso arrossato dal vino: segno che un dialogo civile poteva essere possibile.
Si tirò su il cappuccio per nascondere i boccoli e allentò leggermente la divisa, così da celare le forme femminili.
«Siete mercanti francesi?» chiese, cercando di rendere la voce più roca, restando nella penombra di una lanterna.
Uno di loro si voltò, scrutandola con sospetto. «E tu chi saresti, ragazzino?»
«Vorrei solo sapere se nei vostri viaggi è prevista anche una tappa ad Ascalona, nelle prossime settimane.»
L’altro rise, appoggiando il gomito sul tavolo. «E da quando un moccioso come te ha affari da sbrigare laggiù?»
«Effettivamente è così. Devo far recapitare un messaggio.»
«Allora rivolgiti a una corriera. Noi siamo mercanti, non messaggeri.»
«Non è un messaggio che possa viaggiare per vie ufficiali» rispose lei, stavolta in francese. Il suo accento era insolito, il linguaggio essenziale ma comprensibile. «E il fatto che siate compatrioti lo rende un’occasione preziosa.»
Il più anziano dei tre, dall’aspetto più curato, le rivolse uno sguardo attento. «Quel messaggio è destinato a un altro francese?» chiese nella sua lingua.
«Conoscete la famiglia di Borgogna ad Ascalona?»
«Certamente» rispose l’uomo, con un tono d’orgoglio. «Conosciamo bene tutte le famiglie nobili francesi in Terra Santa. Amano circondarsi di nostri compatrioti: si fidano della nostra merce e della nostra discrezione.»
«Il messaggio è per Louis di Borgogna. È di grande importanza per lui. Quando partirete per Ascalona?»
I tre si scambiarono uno sguardo muto. Un ragazzino sconosciuto, comparso dal nulla, che parlava francese e chiedeva di recapitare un messaggio segreto: era inevitabile diffidarne.
«Sai che ti costerà caro, vero?» disse il secondo. «Non sappiamo che cosa vuoi far recapitare, e non intendiamo compromettere i nostri affari per una tua lettera.»
«Non preoccupatevi del pagamento. Vi darò una parte ora, e Louis vi ricompenserà quando avrete consegnato il messaggio. Vi basterà dirgli queste parole:
“Le ombre non bastano più per la pace. Io l’ho visto. Nel futuro che ci attende, la sfera è la soluzione, nelle mani di chi crede nel cambiamento.”»
L’uomo più anziano tamburellò le dita sul tavolo, come a pesare i rischi.
«Una frase insolita per un messaggio d’affari» commentò infine. «Eppure sembri saper bene a chi rivolgerti. Dimmi, ragazzo, come fai a conoscere il nome di Louis di Borgogna?»
«Me l’ha affidato chi ha servito la sua casata» rispose Alexandra senza esitazione, evitando accuratamente ogni dettaglio superfluo. «Non posso dire di più. Vi basta sapere che se non riceverà quelle parole, potrebbero cambiare molti equilibri, anche per voi mercanti.»
L’uomo rise, ma il suo sguardo rimase serio. «Minacce?»
«Avvertimenti.»
Seguì un altro silenzio. Uno dei compagni sussurrò qualcosa all’orecchio del capo, che poi annuì, sollevando lo sguardo verso la figura incappucciata.
«Partiremo tra due giorni» disse. «Non direttamente per Ascalona, ma quella sarà una delle tappe del nostro viaggio. Se vuoi affidarci la tua missiva, dovrai farlo domani sera, qui, allo stesso tavolo. E non ci presenteremo al tuo conoscente a mani vuote: vogliamo la tua parola e il pagamento promesso.»
«Li avrete entrambi» rispose Alexandra.
L’uomo la studiò ancora un istante. «Sai, per essere un ragazzino, hai un modo di parlare che non si incontra spesso. Non vorrei che dietro quel cappuccio si nascondesse qualcosa di più.»
Alexandra inclinò appena la testa, nascondendo un mezzo sorriso. «A volte è meglio non sapere chi porta un messaggio. Rende tutto più sicuro.»
I mercanti si scambiarono un’ultima occhiata e parvero convenire che non aveva senso insistere oltre.
«Domani sera, allora. Alla stessa ora.»
Alexandra fece un cenno d’assenso, arretrò lentamente e, non appena uscì fuori dal raggio luminoso della lanterna, scomparve nell’oscurità dei vicoli, lasciando che solo il fruscio del suo mantello ne segnasse il passaggio.
Il mercante più giovane parlò a bassa voce, rivolgendosi all'anziano:
«Capo, siamo davvero sicuri di voler immischiarci in questa storia?»
«Non ancora» rispose l’altro. «Ma se davvero il messaggio è per un Borgogna, allora vale la pena rischiare. Vedremo domani se quel ragazzo tornerà davvero.»
Fuori, sopra i tetti, tornò a muoversi silenziosa come un’ombra. Alexandra sentiva ancora l’eco delle proprie parole risuonarle nella mente.
Il piano stava prendendo forma.
Tornò alla sede alle prime luci dell’alba. L’aria fresca del mattino le pungeva la pelle, ma non riusciva a scrollarsi di dosso la stanchezza. Ogni muscolo del corpo le doleva: le arrampicate, i salti, le ore trascorse in allerta le avevano lasciato addosso la pesantezza di chi ha spinto se stesso oltre il limite.
Anche Parvaneh, dentro di lei, non era al suo meglio. Alexandra lo percepì chiaramente, così, invece di tornare nel proprio alloggio, si diresse verso quello di Malik. Sentiva che almeno questo gesto lo doveva alla sua antenata. Malik le aveva dato una chiave, dicendole che poteva affacciarsi ogni volta che lo desiderava.
Lo trovò lì, disteso sul letto, ancora vestito, un libro poggiato sul petto. La candela era ormai del tutto consumata. Dormiva profondamente, ma l’espressione sul suo volto tradiva un’attesa interrotta solo dal sonno.
Forse aveva cercato di restare sveglio per lei, finché le forze non l’avevano abbandonato.
Gli occhi dell’Assassina si velarono. Questa volta era Parvaneh ad aver ripreso il controllo.
Sciolse la fascia rossa dalla vita e lasciò scivolare la divisa fino a terra. Sotto, restò solo con una sottoveste sottile e il panno che le cingeva l’inguine. Non gettò nulla con trascuratezza: piegò con cura la divisa e la posò sulla sedia accanto al letto, poi vi sistemò ordinatamente gli stivali.
Si avvicinò al compagno, prese il libro dal suo petto e lo posò con delicatezza sul tavolino di legno. Quindi si sdraiò accanto a lui, cercando l’incavo del suo collo come un rifugio.
Malik si mosse appena. Il suo corpo reagì istintivamente al calore che lo aveva raggiunto: aprì gli occhi quel tanto che bastava per riconoscerla.
Un sorriso appena accennato gli piegò le labbra. Si voltò su un fianco e la strinse a sé, come per assicurarsi che fosse davvero tornata.
Parvaneh chiuse gli occhi, lasciando che il respiro dell’uomo si fondesse al proprio. Quel mattino, il tempo poteva anche fermarsi.
Nel mondo contemporaneo, si era fatta appena l’ora di cena, quando un nuovo giorno nel passato era sorto e stava già volgendo verso la sua fine.
Alexandra, nell’alloggio di Parvaneh, aveva appena terminato di scrivere una lettera per Louis. Non gli spiegava ancora molti dettagli: doveva prima comprendere quale fosse, ora, la sua lealtà. Se fosse rimasto fedele alla Confraternita o se il richiamo dei Templari avesse ancora voce dentro di lui.
Sapeva bene che un messaggio simile avrebbe potuto destare sospetti: Louis avrebbe potuto pensare che si trattasse di una trappola per metterlo alla prova.
Chiaramente Alexandra non aveva firmato a nome di Parvaneh, tuttavia, tra le righe, aveva disseminato indizi che solo Louis e Parvaneh potevano conoscere: ricordi condivisi durante la missione a Damasco, dettagli così minuti da non poter essere stati riportati nei rapporti alla Confraternita.
Gli scriveva che aveva avuto ragione, che la pome non doveva essere nascosto né temuto, ma compreso e usato per uno scopo più alto. Gli diceva che gli eventi lo avrebbero presto posto di fronte a una scelta, e che avrebbe saputo riconoscere il momento di agire.
“I venti della guerra stanno cambiando direzione.
Gli eserciti crociati non avanzeranno più, ma torneranno al mare.
Le rocche interne verranno lasciate al silenzio, alla fine di questa estate, mentre la costa diverrà il nuovo confine tra due mondi.
Quando vedrai ciò accadere, saprai che è davvero la mia mano ad averti scritto.”
Alexandra esitò un momento prima di scrivere quelle righe. Aveva dato fondo a tutto quello che ricordava, sul fatto che alla fine dell'estate, le truppe crociate si sarebbero ritirate nel 1193. Ciò, sperò, avrebbe dovuto bastare a Louis per darle un minimo di credibilità. Dopotutto la lettera non sarebbe arrivata subito e per quando fosse giunta nelle sue mani, non sarebbe mancato molto alla notizia che i crociati avrebbero ripiegato verso la costa, ormai indeboliti dopo il ritiro di Riccardo Cuor di Leone.
Ripiegò con cura la lettera e la sigillò con un piccolo filo di cera rossa, senza imprimervi alcun simbolo.
Quella sera, approfittando dell’incarico di sorveglianza, scivolò silenziosa tra i tetti medievali di Limassol. Il cuore le batteva all’impazzata.
Sotto la divisa teneva nascosta la lettera destinata ai mercanti francesi e una discreta somma di denaro. Erano le monete che aveva portato con sé da Masyaf: i risparmi di Parvaneh. Una parte l’aveva già usata per finanziare il fabbro; ora il resto sarebbe servito a pagare i mercanti, insieme al messaggio che avrebbero dovuto recapitare all’ex Assassino francese.
I mercanti avevano mantenuto la parola, e anche lei fece lo stesso. Si presentò di nuovo avvolta nella penombra, con l’aspetto di un adolescente — giustificazione perfetta per la sua corporatura minuta e la voce ancora troppo morbida.
Si fidarono senza esitazione, soprattutto quando videro ciò che contava davvero: il denaro.
«Faremo come ci hai chiesto, ragazzo, solo perché parli francese e ci hai pagato bene. Una volta consegnata la lettera, negheremo qualsiasi coinvolgimento», disse il capo dei mercanti.
«Nessuno vi cercherà. Vi ringrazio per il vostro aiuto. Anche Louis saprà come ricompensarvi. Visto che vendete stoffe, proponetegli quelle con trame damascate: le apprezzerà.»
La consegna avvenne in fretta, con la discrezione necessaria. Poi, altrettanto furtivamente, Alexandra risalì i tetti per osservare il trio allontanarsi tra i vicoli.
Aveva fatto ciò che doveva. Domani avrebbe messo in atto l’ultimo passo della sua missione a Limassol.
Quella notte non sarebbe rientrata al covo di Markos. Il fabbro apriva all’alba, e se fosse tornata prima in sede, difficilmente avrebbe avuto il tempo di tornare al mercato senza destare sospetti: qualcuno avrebbe potuto offrirsi di accompagnarla, e un suo rifiuto avrebbe attirato attenzioni indesiderate.
Scelse quindi un gazebo appartato e vi si accovacciò, cercando un momento di quiete, un riparo dove chiudere per un po’ gli occhi.
Dentro di sé sentiva Parvaneh piangere. Ora che la lettera era stata consegnata, il tradimento alla Confraternita era compiuto. Nella disperazione, la voce interiore di Parvaneh le domandava se davvero non esistesse un altro modo per salvare i suoi genitori.
Per un istante, nella mente di Alexandra affiorò l’immagine dell’A.I. di Clay — un lampo, un pensiero fugace — ma lo respinse subito, prima che Parvaneh potesse accorgersene.
Non appena le due donne si addormentarono, l’Animus — che aveva registrato ogni loro mossa — “intuì” di dover proseguire fino al sorgere del sole, quando il fabbro avrebbe riaperto la bottega.
Quando Alexandra riaprì gli occhi, i raggi dorati del mattino le colpirono il volto, filtrando attraverso le tendine del gazebo. Si coprì con un braccio, infastidita dalla luce, poi si riscosse.
Il corpo era indolenzito, ma il breve riposo le era bastato per recuperare le forze. Doveva muoversi in fretta. Non poteva mostrarsi con gli abiti Nizariti, così da un balcone vicino sottrasse un mantello pesante, che le coprì la figura lasciandole solo il volto scoperto.
«Buongiorno,» salutò, avvicinandosi al fabbro con tono cortese. «Spero di non essere arrivata troppo presto.»
L’uomo le restituì un cenno rispettoso.
«Al contrario, siete fortunata. Ho terminato il lavoro ieri notte. In questo periodo non ho molto da fare, e ho potuto dedicarmi al vostro incarico con attenzione. Devo ammettere che è stata una piccola sfida personale… ma spero che il risultato sia all’altezza delle vostre aspettative.»
Entrò nella bottega e ne uscì poco dopo, portando un oggetto avvolto in un panno color antracite.
Quando lo scoprì, Alexandra rimase senza parole. La replica della Mela dell’Eden era sorprendentemente fedele. Certo, con i mezzi del tempo non si poteva pretendere la perfezione, ma a uno sguardo superficiale nessuno avrebbe sospettato che non fosse l’originale.
Alexandra lo ringraziò sinceramente, lodando la maestria del suo lavoro.
Mentre gli consegnava il saldo pattuito, aggiunse una piccola somma extra — un tacito invito a mantenere il segreto tra loro due.
Nascose la replica della Mela in una delle sue scarselle e, una volta lontana da occhi indiscreti, si liberò del mantello rubato. Poi prese la strada verso la sede, muovendosi con la consueta cautela.
Arrivata, continuò a mantenere un atteggiamento furtivo: non voleva che nessuno notasse il suo arrivo così tardo. Giunta infine nel suo alloggio, nascose la Mela tra i bagagli, assicurandosi così che restasse fuori da qualsiasi sguardo curioso.
Poco dopo, qualcuno bussò alla porta. La donna si era appena messa la vestaglia, felice di liberarsi degli abiti che aveva indossato per ore.
Aprendo, si trovò davanti Malik, che le chiese perché non fosse rientrata la sera prima insieme agli altri uomini.
«Non è successo niente, non preoccuparti,» rispose lei con tono tranquillo. «Mi sono lasciata prendere dal dovere e, quando ho realizzato di star crollando, ero semplicemente troppo stanca. Per fortuna ho trovato un riparo dove concedermi un breve sonno… Ora, se non ti dispiace, vorrei solo rinfrescarmi un attimo e poi dormire un po’.»
Malik provò una certa perplessità nell'udire quelle parole, accentuata dal freddo sorprendente che sentì quando si chinò per baciarla. Era davvero la sua Parvaneh?
«Va bene, grazie per il tuo lavoro. Riposati, ci vedremo più tardi per il pranzo.»
Fece per richiudere la porta, ma un attimo prima che l’uscio si chiudesse del tutto, notò la divisa gettata a terra con noncuranza.
Quando Parvaneh si distese sul letto e lentamente scivolò tra le braccia di Morfeo, qualcuno, nel mondo contemporaneo, decise che anche per Alexandra la sessione poteva dirsi conclusa.
Il ritorno alla realtà fu un processo lento e confuso. Aveva bisogno di tempo per riabituarsi al presente. Per un istante credette di avere un’allucinazione: il laboratorio dell’Abstergo si sovrapponeva all’alloggio cipriota, i due mondi si mescolavano in un’immagine instabile.
Udiva la voce del dottor Vidic, ma le parole le giungevano distorte, in una lingua che non riusciva a comprendere. Alla fine, vedendo che non si muoveva, un tecnico si avvicinò e la aiutò a scendere dal freddo lettino.
Intorno a lei, le voci dei finanziatori si intrecciavano in un brusio ovattato, ma non capiva se stavano esultando per i progressi raggiunti o protestavano perché, dopo "solo" un’intera giornata, il soggetto era stato disconnesso.
Quando Alexandra raggiunse il suo nuovo alloggio — lo stesso che un tempo era appartenuto a Desmond — la porta stagna si richiuse alle sue spalle.
Finalmente, il silenzio.