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Creato il 08/07/2026, 20:26 · Aggiornato il 08/07/2026, 20:26

Capitolo 18: Capitolo 9.2

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoCompleta

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Morte
  • Sangue
  • Violenza
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Mentre Alexandra era sottoposta alla sessione dell’Animus, Katia era tornata nel suo piccolo ufficio per sbrigare alcune pratiche — ma anche per prepararsi alla propria sessione d'esame, che era stata sì rinviata, ma non annullata.

Seduta alla scrivania, stava scrivendo nel suo notebook qualche appunto. Stanca però della monotonia di quel lavoro tedioso, decise di concedersi una breve distrazione: aprì Facebook, sperando in qualche meme capace di strapparle un sorriso.

Appena la schermata si caricò, però, le comparve davanti il riquadro dell’«anniversario dell’amicizia» con Alexandra - anche se ufficialmente il suo nome al pubblico era Angel Niza.

Nella foto, le due erano al compleanno di un’amica: indossavano buffi cappellini colorati e reggevano dei bastoncini con baffi arricciati alle estremità.

Un sorriso le affiorò spontaneo sulle labbra… ma subito dopo il suo sguardo si spense.

Alexandra era figlia di Assassini — i suoi nemici giurati. Aveva sempre interpretato una parte con lei.

Eppure, perché adesso provava dei sensi di colpa?

Aprì il profilo di Alexandra, più per masochismo che per curiosità. Gli agenti dell’Abstergo erano stati previdenti: avevano hackerato il suo account per mantenerlo attivo. Di tanto in tanto appariva qualche post, un commento, una foto accuratamente ritoccata.

Ma Katia la conosceva bene, troppo bene, e riusciva a leggere la finzione dietro quelle parole entusiaste.

Le persone rispondevano, commentavano con affetto, felici per lei — per quella ragazza che, dopo l’omicidio del custode, aveva deciso di prendersi un anno sabbatico per stare con la famiglia.

Nessuno dei suoi ex colleghi d’università, però, sapeva la verità: che Alexandra non era in vacanza, né lontana. Era a pochi chilometri da loro, imprigionata e trattata come una cavia da laboratorio.

Basta. Era troppo.

Con stizza chiuse la pagina internet e tornò ai suoi appunti.

Si chinò per prendere dalla borsa alcune riviste — quelle stesse che aveva sottratto dall’ufficio della casa editrice del padre, specializzata in pubblicazioni scientifiche e storiche. Almeno, quello era vero.

L’argomento che voleva trattare per l’esame riguardava lo sbarco sulla Luna del ’49: un esempio straordinario di cooperazione tra nazioni che, secondo le sue fonti, aveva prevenuto la Guerra Fredda.

Ma quando iniziò a sfogliare le pagine, il suo viso si irrigidì in un’espressione confusa.

Scorse con crescente ansia avanti e indietro tra le colonne di testo e le fotografie in bianco e nero: lo sbarco del ’49 non esisteva.

Secondo quell’articolo, l’allunaggio era avvenuto vent’anni dopo, nel 1969, e non come un progetto condiviso tra potenze, ma come una sfida diretta contro la Russia.

Neil Armstrong, Buzz Aldrin, Michael Collins.

Nomi sconosciuti. Mai sentiti.

«Che razza di rivista ho preso?» mormorò.

Per scrupolo, aprì il browser e cercò rapidamente online.

Quando anche Wikipedia e diversi siti accademici confermarono la stessa data — 20 luglio 1969 — le mani le tremarono sul mouse.

Si ritrasse dallo schermo come se avesse appena visto qualcosa di impossibile.

Rovesciò la borsa sulla scrivania, facendo rotolare penne e fogli ovunque, e tirò fuori tutte le riviste che aveva preso. Non che conoscesse ogni singolo argomento abbastanza da dire con certezza se fosse corretto o meno, ma poteva almeno concentrarsi su quelli più noti.

Ricordava perfettamente che il Titanic aveva raggiunto l’America al suo primo viaggio — e invece, secondo quelle pagine, era affondato.

Un certo Umberto Nobile aveva conquistato il Polo Nord con la sua cagnolina, ma lei era sicura che fosse stato qualcun altro.

E poi altri, altri ancora: eventi, date, nomi che la memoria le restituiva in un modo, ma che le riviste e poi Internet smentivano senza esitazione.

Lo chiamavano “effetto Mandela”, spiegavano gli articoli.

Un termine coniato nel 2009, quando l’autrice Fiona Broome raccontò, durante una conferenza, di ricordare chiaramente la morte di Nelson Mandela in carcere negli anni ’80 — un evento che, in realtà, non era mai accaduto.

Tutto questo non aveva senso.

Un’ondata di vertigine la colpì; le pareti sembravano spostarsi, i pensieri scivolarle via come sabbia tra le dita. Frustrata, spazzò via tutto dalla scrivania, facendo volare riviste e fogli a terra.

Qualcuno nel corridoio si voltò verso la porta a vetri, attratto dal rumore, e vide Katia, immobile al centro della stanza, con lo sguardo perso nel vuoto, immersa in quel caos.

Nel frattempo, il corpo di Alexandra veniva mosso e massaggiato dal lettino dell’Animus, appositamente progettato per impedire che i muscoli si atrofizzassero durante le lunghe sessioni.

Nella sala di osservazione, i finanziatori attendevano con impazienza che accadesse qualcosa degno di nota.

Non che l’esplorazione della memoria genetica — frutto di anni di studi, fallimenti e sacrifici — non fosse già una conquista straordinaria. Per Warren Vidic, era il culmine della propria carriera, il risultato tangibile di una vita dedicata alla ricerca.

Ma per chi si interessava solo del risultato finale, tutto ciò non bastava.

Le notizie dagli agenti inviati alle coordinate indicate dalla Mappa dell’Eden si sarebbero fatte attendere ancora per settimane, e in quell’attesa cresceva il malcontento. Gli uomini al vertice dell’Abstergo Industries, discendenti ideologici dei Templari, fremevano.

La lotta con gli Assassini si era protratta per secoli, ma ora che questi ultimi erano stati finalmente ridotti al silenzio, era tempo di raccoglierne i frutti.

Il piano era semplice, e terribile: un nuovo ordine mondiale fondato sulla privazione del libero arbitrio.

E la chiave di tutto — la loro ossessione — giaceva proprio lì, nella Mela dell’Eden.

In contemporanea, nell’estate del 1193, il castello di Masyaf era attraversato da un insolito fermento. Gli inviti erano stati consegnati e le risposte cominciavano ad arrivare, le carrozze prenotate, gli abiti nuziali spediti fino a Limassol.

A sovrintendere a ogni dettaglio c’era soprattutto Maria, dal momento che Altair, in qualità di Maestro della Confraternita, era costantemente impegnato a gestire le questioni degli Assassini. La donna, però, non ne sembrava affatto turbata: anzi, quella libertà le permetteva di organizzare il matrimonio esattamente come desiderava.

Parvaneh, nel frattempo, era finalmente riuscita ad alzarsi in piedi, ma nessuno le permetteva di fare nulla. Tra Maria e Malik, sembrava di trovarsi sotto la sorveglianza di due genitori troppo premurosi, pronti a lavarla e vestirla pur di non farle compiere il minimo sforzo.

L’unico conforto della ragazza era Alexandra. L’Animus, continuava a procedere a fatica nei momenti più monotoni, ma almeno questo diede il tempo all'americana di studiare meglio il castello.

Da quando la storia si era riscritta, i glitch si erano quasi del tutto diradati e, anche se ancora presenti in modo sottile, non risultavano più fastidiosi.

Per la prima volta, tutto sembrava scorrere esattamente come doveva andare.

Pensi che Altair porterà con sé la Mela a Limassol? chiese Alexandra, dopo un lungo silenzio.

«Credo di sì, dal momento che verrà anche Malik» rispose Parvaneh. «Certo non la lasceranno qui, con Abbass Sofian che gira nei dintorni. Hai sentito, no? Anche quando Malik gli aveva dato il comando in sua vece, durante la missione a Damasco, non ha perso occasione per cercare simpatie e consensi. Ma per fortuna le imprese di Altair sono sufficienti perché quest’ultimo non debba fare proprio niente per convincere gli altri a seguirlo.»

Alexandra proiettò il suo turbamento attraverso il legame mentale.

Alla fine della cerimonia sottrarrò la Mela, disse con tono fermo.

Il cuore di Parvaneh iniziò a battere all’impazzata.

Parvaneh, comprendo ciò che provi, ma me l’avevi promesso. Alla fine neanche a Damasco sono riuscita ad impossessarmene davvero. Quel vortice temporale, o qualunque cosa fosse, ti ha messa fuori gioco proprio quando finalmente avremmo potuto prenderla. Avevamo sventato gli attentati, tutti guardavano al tradimento di Louis e proprio a un passo… a un passo…

«Lo so cosa ti ho promesso» rispose Parvaneh, con voce velata d’avvilimento**. «Non mi rimangio la parola. Ma non vedo come fare.»**

Nel riflesso dello specchio, la sua immagine appariva spenta, come una maschera di cera.

«Proprio ora che il mio valore veniva riconosciuto…»

Ti comprendo bene, sorella. Ormai ogni tuo pensiero è anche il mio, e questi tuoi sentimenti per la Confraternita — credimi — sono diventati anche i miei. Ma spero che anche io, a mia volta, abbia trasferito i miei a te.

«Lo hai fatto. Non sto protestando. Mi hai mostrato come sei tenuta… ed è disumano.»

Se ti può consolare, farò tutto da sola. Goditi la festa, festeggia con i tuoi amici, ma al termine… io ti metterò all’angolo e farò tutto io. Questa volta niente mi—

Un glitch improvviso interruppe la conversazione. L’immagine si distorse in frammenti di luce, un fischio metallico lacerò le orecchie di Alexandra.

All’esterno, l’Animus segnalò l’anomalia. L’assistente di Warren corse alla console per tentare di stabilizzare il segnale.

«Va tutto bene con il suo strumento, dottor Vidic?» chiese uno dei tre uomini presenti.

Lo scienziato, visibilmente teso, si asciugò il sudore dalla fronte ma mantenne un tono controllato.

«Solo normali interferenze. L’Animus richiede molta energia, e con questo tempo uggioso può capitare che il segnale sfarfalli. Nulla di anomalo.»

Ovviamente, mentiva spudoratamente, come aveva fatto fin dall’inizio della sessione.

Dopo qualche istante, il tecnico riuscì a ristabilire la connessione — o forse fu l’Animus stesso ad auto-correggersi.

Quando l’immagine tornò nitida, Alexandra non era più nella stanza di Parvaneh:

l’Assassina si trovava ora nello studio del Consigliere. Malik le parlava con tono serio.

«So che sei la damigella d’onore, ma proprio per questo avrai anche un compito più importante: sorvegliare su Maria. A Limassol nessuno può escludere la presenza di cellule templari isolate. Non dimenticare che due anni fa, quando Altair e Maria furono lì in missione, lei venne rapita. Anche se ora la città non è più sotto il loro controllo, la prudenza resta il nostro scudo migliore.»

«Certo, Malik, non devi assolutamente dubitare. Sarò un’amica per Maria, ma anche la sua custode, che lei voglia o meno» rispose Parvaneh con tono deciso, annuendo.

«Non avevo dubbi, e mi dispiace gravarti di questo compito: sei ancora in convalescenza» rispose Malik, con un’espressione dispiaciuta. «Non ti sei voluta nemmeno sedere.»

Parvaneh drizzò la schiena; le braccia erano incrociate dietro di essa, nella postura richiesta quando si era in cospetto di un superiore. «Non preoccuparti, sono nel pieno delle mie facoltà, e quando indosso questi abiti io sono una Nizarita. Devo mostrare il rispetto che devo al Consigliere della Confraternita.»

Malik scosse il capo, sorridendo. Forse Parvaneh era una dei suoi Assassini più diligenti — forse proprio la prima — poiché, a differenza degli altri, era svantaggiata e malgiudicata per il solo fatto di essere una donna. Aveva capito perfettamente che non poteva permettersi passi falsi: doveva sempre dimostrare qualcosa, per non darla vinta ai detrattori del suo ruolo nella Confraternita. Oltretutto, se avesse fallito, se la sarebbero presa anche con Altair, mettendo in dubbio il suo giudizio nel momento in cui aveva deciso di arruolarla.

Parvaneh fece per voltarsi, ormai congedata da Malik, ma proprio quando gli dava le spalle, i suoi occhi divennero vitrei per un istante: Alexandra aveva preso il controllo del corpo.

Si voltò lentamente e guardò Malik con uno sguardo rinnovato. Quest’ultimo lo notò, percepì un’espressione diversa, ma neanche lui riusciva a spiegarsene il motivo.

«Consigliere, ti posso chiedere una cosa?»

«Certo, dimmi pure.»

«La Mela verrà con noi, da quello che mi è parso di capire.»

Malik si drizzò di colpo e afferrò i bordi della scrivania. «Una nuova visione!?»

Alexandra scosse il capo. «Non ancora, ma sai che arrivano improvvisamente, no? Puoi mostrarmela?»

L’uomo assunse un’espressione titubante, ma dopo quella rivelazione ad Ascalona, Altair non aveva mai avuto nulla in contrario a mostrargliela; semmai, le sarebbe servita. Finora, però, era stata proprio lei a non richiederlo mai, almeno fino a quel momento.

Si alzò dalla scrivania e si diresse verso la libreria. In un doppio fondo era nascosto il famoso cofanetto. Dalle fessure si poteva già intravedere il bagliore emesso dal manufatto.

«Non toccarlo, però, hai visto quello che ci ha fatto a Damasco» disse Malik, rabbuiato, ricordando quando l’aveva usata e che per poco non si erano persi.

«È bellissima» commentò Alexandra, osservando la superficie liscia del metallo simile all’ottone. L’aveva già toccata eppure, ogni volta che la guardava da vicino, ne rimaneva affascinata.

Immaginò che così quel vecchio e scorbutico scienziato sarebbe stato felice di proiettare sul grande schermo quella visione.

Doveva però aspettare la fine del matrimonio, come si era già ripromessa. Per ora, il fatto che Malik gliel’avesse mostrata senza protestare era un buon segno: poteva avere accesso ad essa senza che qualcuno pretendesse solide giustificazioni.

«Vedi niente? Ti senti diversa?» chiese Malik, cercando di scrutarle il viso.

Ma non lesse nulla in lei. Proprio nulla. Una cosa che amava di Parvaneh erano i suoi occhi dolci, quando lo guardava, segno del suo affetto per lui, ma ora erano di totale indifferenza.

«Consigliere» la voce di Parvaneh lo riportò alla realtà. «Non percepisco niente al momento, ma grazie per avermela mostrata.»

«Mio dovere… ora però torna nei tuoi alloggi. Domani dobbiamo partire ed il viaggio è lungo.»

Appena pronunciate quelle parole, l’Animus dissolse l’immagine e, quando tutto si rimaterializzò attorno ad Alexandra, sullo schermo ricurvo apparve la data: Giugno 1193, Limassol.

Ma per un istante, sovrapposta all’elaborazione dei dati, le parve di udire una voce metallica, dal tono contrariato. Forse uno dei soliti glitch spazio-temporali. «Dannazione.»

Le carrozze si avvicinavano lentamente al cuore di Limassol, la città portuale di Cipro che, nel 1193, era ancora segnata dalle cicatrici lasciate dai Templari. Il cielo limpido di una giornata di sole illuminava le strade polverose, mentre il mare scintillava all'orizzonte. Le mura della città, imponenti e robuste, si stagliavano contro il cielo azzurro, testimoni silenziose di secoli di storia e di lotte.

Dalle finestre decorate con tende colorate, i passanti osservavano il passaggio della carovana, mentre le carrozze si allontanavano dal porto, dove le navi che li avevano portati oscillavano dolcemente sull’acqua azzurra. La brezza salmastra accarezzava i volti dei viaggiatori, portando con sé un senso di attesa e di eccitazione: il matrimonio imminente del Maestro degli Assassini e di Maria Thrope.

Parvaneh osservava tutto con occhi attenti, annotando nella mente ogni dettaglio, pronta a intervenire se fosse stato necessario. Per quanto la città apparisse calma e accogliente, sapeva che ogni pietra e ogni vicolo potevano nascondere insidie, e la sua mente correva già ai possibili scenari, mentre le ruote delle carrozze scricchiolavano sui ciottoli della strada principale.

Trainati da cavalli robusti, attraversavano le strade affollate del mercato, dove mercanti e artigiani esponevano le loro merci. Le voci dei venditori si mescolavano al rumore dei passi, creando un'atmosfera vivace e caotica. I passanti, ignari della presenza degli ospiti illustri, continuavano le loro attività quotidiane, mentre le carrozze si dirigevano verso un'area meno frequentata della città.

Qui, tra vicoli ombrosi e piazzette silenziose, si trovava la sede della resistenza cipriota: un edificio che, sebbene non apparisse imponente all'esterno, custodiva al suo interno storie di coraggio e determinazione.

L'edificio, ristrutturato e rinforzato dopo la cacciata dei Templari, presentava una facciata semplice ma solida, con finestre strette e un portone in legno massiccio. Un piccolo giardino interno, circondato da mura alte, offriva un rifugio sicuro lontano dagli occhi indiscreti. Le guardie, ben addestrate e attente, pattugliavano l'ingresso, assicurandosi che solo gli alleati potessero accedere al rifugio.

All'interno, le stanze erano arredate con sobrietà ma funzionalità, riflettendo lo spirito pratico dei ribelli che le abitavano. Mappe dettagliate della città e della regione erano appese alle pareti, mentre tavoli di legno ospitavano piani strategici e discussioni tra i membri della resistenza. L'atmosfera era carica di determinazione e speranza, un segno tangibile che, nonostante le difficoltà, la lotta per la libertà e l'indipendenza continuava.

Questo rifugio, ora sotto la protezione degli Assassini, sarebbe stato il punto di partenza per i successivi preparativi. Ma era un beneficio reciproco. Con l'arrivo del Maestro e dei suoi compagni, la resistenza cipriota si rinvigoriva ulteriormente, pronta ad affrontare le sfide future.

Appena le carrozze si fermarono nel cortile interno, alcuni uomini scesero per primi, assicurandosi che l’area fosse sgombra. Poi, tra i mormorii di chi si affacciava dalle finestre, apparvero Altair, Maria.

Ad accoglierli, con passo sicuro e il volto illuminato da un sorriso sincero, fu Markos. L’uomo aveva mantenuto lo stesso portamento fiero che Altair ricordava, sebbene qualche ruga in più e la barba leggermente imbiancata tradissero gli anni trascorsi dalle lotte per liberare l’isola. Indossava una tunica chiara, cinta ai fianchi da una fascia rossa, simbolo del nuovo ordine dei liberi di Cipro.

«Altair Ibn-La’Ahad…» disse Markos, con tono solenne ma carico d’affetto, «mai avrei creduto di rivederti così presto, e men che meno per una simile occasione.»

Altair ricambiò il sorriso con la sua consueta compostezza. «Ci hai accolti come fratelli quando la guerra ancora infuriava, Markos. Non potevamo celebrare questo giorno in nessun altro luogo che non fosse questo.»

Maria, scesa subito dopo, tese la mano a Markos che, con galanteria, la portò alle labbra. «Lady Maria,» disse, «è un onore avervi di nuovo tra noi, e sapere che la pace che abbiamo conquistato possa essere suggellata dal vostro matrimonio.»

Attorno a loro, gli ex ribelli che un tempo avevano imbracciato le armi contro i Templari si erano raccolti nel cortile. Le loro vesti erano semplici, ma gli occhi brillavano di rispetto e riconoscenza verso i due Assassini che li avevano liberati. Molti ricordavano ancora gli assedi, le imboscate, e le parole di Altair che li avevano spinti a credere che l’isola potesse tornare libera.

Markos fece un cenno, e due giovani portarono delle anfore d’acqua e dei cestini di frutta fresca, posandoli su un tavolo sotto il pergolato.

«Il viaggio da Masyaf è lungo,» disse, «riprendete fiato. Abbiamo preparato per voi le stanze migliori. L’intera casa è a vostra disposizione, come un tempo lo era per la resistenza.»

Parvaneh lo osservava con curiosità. Nonostante le rughe e il tono pacato, Markos emanava un’aura di leadership tranquilla, di quelle che non avevano bisogno di autorità imposta. I suoi occhi chiari scrutavano ogni volto, fino a posarsi sulla giovane Assassina.

«Ho sentito parlare di te, Parvaneh,» le disse. «Altair mi ha raccontato del tuo coraggio a Damasco. Spero che tu possa trovare qui un po’ di pace, anche solo per qualche giorno.»

Parvaneh accennò un inchino. «È un onore incontrarti, Markos. Questo luogo... sembra respirare ancora la libertà che avete conquistato.»

L’uomo sorrise, toccandosi il petto in segno di gratitudine. «La libertà è fragile, ragazza mia, ma finché ci saranno uomini e donne disposti a difenderla, non morirà mai.»

Poi fece cenno ai presenti di tornare alle loro mansioni. Le porte vennero chiuse, e l’edificio tornò immerso nella calma del pomeriggio.

La sera scese rapida su Limassol, e la sede degli ex ribelli si illuminò di torce e bracieri. Il cortile, ripulito e rinforzato dopo la cacciata dei Templari, era addobbato con tavoli di legno grezzo e tessuti ciprioti dalle tinte calde. L’aria profumava di pane, olive e carne arrostita, e per una notte le mura, un tempo teatro di battaglie, risuonavano di voci e risa.

Markos fu il primo ad accogliere gli ospiti al banchetto. Aprì le braccia verso Altair e Maria, un sorriso largo sul volto.

«Lasciate che rinnovi il mio bentrovati, amici miei! Guardate come è bella è diventata la nostra sede!»

Altair gli posò una mano sulla spalla, accennando un sorriso contenuto ma sincero. «Hai fatto un buon lavoro.»

Durante il banchetto, i racconti si intrecciarono alle risate. Si parlava delle ultime missioni, delle rotte commerciali con gli alleati, del mare che restituiva pace dopo anni di guerre. Maria ascoltava con un sorriso discreto, mentre Altair si piegava in avanti, chiedendo a Markos:

«Come procede la vita qui? I Templari hanno lasciato ferite profonde, ma vedo che il popolo sembra tornato a fidarsi.»

Markos annuì, versandosi del vino. «È un cammino lento, Maestro. Ma la gente ha memoria, e quando la paura svanisce, ritrova la speranza. Le strade sono di nuovo sicure, i mercanti riprendono a viaggiare. Direi che… Limassol sta rinascendo.»

Altair approvò con un breve cenno, mentre intorno i brindisi continuavano a riempire il giardino.

Parvaneh — o meglio, Alexandra, più decisa che mai finalmente — approfittò del momento. Nessuno faceva caso a lei, intenta a fissare il suo bicchiere senza toccarlo. Si alzò con discrezione, fingendo di voler prendere aria. Malik la notò di sfuggita, ma, immerso nella conversazione con Maria, non diede peso al suo allontanamento.

Uscì nel corridoio, dove le torce ardevano fioche. I passi la condussero verso la stanza di Altair, riconoscibile per il simbolo inciso sulla porta: la lama triangolare stilizzata stilizzata, emblema della Confraternita.

Spalancò piano il battente. L’interno era ordinato, essenziale: una scrivania con carte sparse, un letto, e un piccolo cofanetto di legno intarsiato posto su un ripiano di pietra. Il suo cuore accelerò.

Si guardò intorno — nessuno. Poi prese un panno di lino da una mensola, lo avvolse attorno alle mani e sollevò lentamente il coperchio.

All’interno, la Mela dell’Eden emanava una luce fievole, quasi respirasse.

Alexandra la fissò con meraviglia e timore. Non poteva toccarla, non direttamente. Si chinò, tirando fuori dal mantello un piccolo foglio di pergamena e un carboncino. Con movimenti precisi, posò la carta sopra il manufatto, seguendone i contorni, ricalcando i motivi incisi.

Quando terminò, richiuse il cofanetto e lo rimise al suo posto, esattamente come lo aveva trovato.

Nessuno l’aveva vista — o almeno, così credeva.

Non appena varcò la soglia, proiettò mentalmente il suo pensiero, e Parvaneh le rispose dall’interno, come un’eco distante.

Hai finito?

«Sì,» mormorò Alexandra.

Un senso di colpa le serrava il petto, eppure non poteva fermarsi. Sentiva la pressione di chi la controllava, di chi l’aveva mandata in quella missione che non le apparteneva. Parvaneh la percepì chiaramente, e per un lungo istante non parlò.

Ora sei determinata ad andare fino in fondo, Alexandra? le chiese infine, la voce quieta ma grave, come il suono dell’acqua in una caverna.

«Sì. Devo farlo,» rispose Alexandra, con un tremito che si confuse con il suo respiro. «Questa volta coglierò l’occasione. Mi dispiace sobbarcare anche te di questo fardello.»

Parvaneh tacque, poi la sua voce risuonò più salda. In due sarà meno difficile.

Un breve silenzio cadde tra loro. Le due coscienze, così lontane nel tempo, si trovavano ora fuse nello stesso corpo — una che voleva agire, l’altra che sopportava.

Parvaneh avrebbe voluto ribellarsi, ma aveva giurato di aiutare Alexandra, almeno finché la ragazza non avesse trovato un modo per liberarsi dai Templari. Era una promessa fatta nel dolore, e mantenuta nella paura.

Se fosse dipeso solo da lei, si sarebbe lasciata morire pur di non tradire Altair. Ma la giovane donna che portava dentro non aveva lo stesso coraggio, né la stessa rassegnazione al sacrificio.

Due epoche, due destini.

Una fede antica che si spegneva, e un futuro che non credeva più negli ideali per cui si moriva.

Eppure, in quell’istante, entrambe camminavano nella stessa direzione — verso l’ombra che le attendeva.

Non sapevano però che nell’ombra, in quel momento, si celava un’altra figura. Silenziosa, discreta, osservava i passi di Parvaneh e ne ascoltava il mormorio appena percettibile. Forse un sospetto, forse un istinto, aveva spinto quell’anima vigile a seguirla.

Intanto, nella sala principale, la voce tonante di Markos ruppe il brusio del banchetto:

«Un brindisi ad Altair e Maria, che domani diverranno marito e moglie... mi raccomando, non ci sfondate il letto o ve lo mettiamo in conto!»

Un’esplosione di risate riempì l’ambiente, fra calici levati e battute che si perdevano tra il vociare dei presenti. Il profumo del pane caldo e delle carni arrostite si mescolava al suono delle coppe che si urtavano e del vino che scorreva generoso.

Parvaneh era appena rientrata, giusto in tempo per udire quelle parole. Si fermò un istante sulla soglia, osservando quella scena conviviale. Un sorriso appena accennato le attraversò il volto: per un momento, anche lei si concesse di ridere, di sentirsi parte di quella leggerezza effimera.

Nessuno poteva immaginare ciò che aveva appena fatto. Era tornata nel suo alloggio solo per nascondere il calco della Mela, e il battito del cuore ancora le pulsava forte nelle orecchie. Dentro di lei, Alexandra cercava di calmarsi, ma l’adrenalina non accennava a svanire.

Il gesto era compiuto — eppure la mente non trovava pace. Un senso di nausea le serrava lo stomaco, come se la consapevolezza di ciò che avevano osato vibrasse ancora dentro di loro.

Fu allora che Alexandra udì qualcosa. Una voce lontana, metallica, intrisa di un compiacimento gelido.

«Il reparto di ricerca sta procedendo oltre ogni aspettativa… abbiamo trovato l’antenato perfetto…»

Warren Vidic.

Lo sentì come un’eco dietro la parete della realtà, una traccia dallo spazio che divideva la mente dal simulatore. Rideva, gongolandosi coi suoi finanziatori, mentre la verità veniva taciuta: non erano ricordi quelli che i dati registravano, ma vita reale che si diramava in quel momento ma lontano nel tempo.

«Oh, ecco la mia damigella d’onore!»

Maria, raggiante, si fece largo tra la folla e raggiunse Parvaneh per prenderle le mani e trascinarla nel vortice di persone. Il suo entusiasmo era contagioso, e accanto a lei Altair la guardava con un sorriso velato di stima.

Attorno a loro, il cortile vibrava di calore e curiosità. I ciprioti, che avevano ascoltato le gesta degli Assassini come leggende lontane, ora avevano davanti la protagonista di quelle storie. Le domande si accavallavano: volevano sapere dell’assalto a Damasco, della missione ad Ascalona, del duello con Baha affrontato mentre era ancora debilitata. E poi del coraggio con cui aveva guidato la liberazione dei prigionieri dalle mani di Seffe.

Altair, con il tono calmo di chi raramente elogia, aveva raccontato di lei. Aveva parlato del primo Assassino donna, di come la sua determinazione avesse scosso la Confraternita stessa. Ma nemmeno lui conosceva tutta la verità — le sfumature, i sacrifici, la doppia voce che abitava dentro di lei.

Parvaneh, si ritrovò improvvisamente al centro dell’attenzione. Tutti volevano offrirle da bere, ballare con lei, ringraziarla. Il brusio di voci, le risate, le coppe che tintinnavano — tutto la travolse come un sogno febbrile.

Sorrise, si lasciò trascinare, e per un istante credette di sentire la gioia vera.

Poi, d’un tratto, la realtà si frantumò.

Un bagliore.

Un suono distorto.

E le figure intorno a lei cominciarono a dissolversi come fumo nel vento.

I glitch si propagarono come un’onda, deformando i volti, i gesti, le parole. I colori si spensero, la musica svanì. L’ultimo volto che vide fu quello di Malik: distante, immobile, lo sguardo fisso su di lei, come se avesse finalmente intuito qualcosa.

Poi il nulla.

Alexandra e Parvaneh si sentirono scivolare fuori da quella realtà artificiale, ma l’Animus non si era spento. I dati correvano ancora, il segnale era instabile, eppure nessuno nel laboratorio sembrava in grado di interrompere la sequenza.

Il mondo attorno a loro non era più né passato né presente.

Era un limbo di frammenti — e loro, intrappolate tra due epoche, si separarono mentalmente.



«Vidic, ancora un’altra perdita di potenza?» chiese uno dei finanziatori, con un tono tagliente che fece sussultare l’intero laboratorio.

Questa volta Warren Vidic non rispose subito. Le dita tremavano sulla tastiera, ma l’Animus non reagiva a nessun comando. Le luci di sistema lampeggiavano in rosso, segno che qualcosa di profondo — e di sconosciuto — stava accadendo. Per un istante, il dottore pensò al peggio: un sabotaggio, un attacco informatico, qualcuno che aveva scoperto ciò che stavano facendo.

Ma si sforzò di scartare quel pensiero. Non poteva essere. Ogni cellula nemica, ogni residuo dell’Ordine degli Assassini era stato schiacciato, annientato, ridotto al silenzio.

«Verificate i server!» ordinò, più per disperazione che per controllo.

L’assistente si mise in contatto con la squadra tecnica. Dopo pochi minuti, la risposta arrivò:

«Nessuna intrusione esterna, dottore. Il problema è interno al programma.»

Vidic si passò una mano sulla fronte, madido di sudore. Avrebbero potuto eseguire una chiusura forzata, certo, ma Alexandra era ancora connessa. Staccarla in quel momento avrebbe potuto causarle un danno cerebrale irreversibile, e perdere l’unico soggetto rimasto — davanti agli investitori, per di più — non era un’opzione.

Un silenzio teso scese nella stanza. Solo il ronzio delle ventole e i bip intermittenti delle macchine riempivano l’aria.

Alla fine, Vidic si voltò verso quegli uomini in giacca e cravatta e con un sorriso finto e un tono stanco:

«Signori, mi dispiace per l’inconveniente. L’Animus richiede una stabilizzazione spontanea, è un processo normale. Direi di prenderci una pausa. Continueremo più tardi.»

Le parole bastarono appena a contenere il malumore.

Nel frattempo, dentro l’Animus, Alexandra fluttuava in uno spazio privo di coordinate.

Non c’era orizzonte. Non c’era cielo. Solo un vuoto lattiginoso, come se tutto l’universo fosse stato cancellato e sostituito da una luce senza origine.

«Finalmente ce l’ho fatta a portarti qui.»

La voce — metallica, vibrante, quasi umana — la fece voltare di scatto. Ma non c’era nessuno.

Poi un suono sordo, come un colpo elettrico, attraversò il vuoto.

L’Animus pronunciò parole che rimbombarono tutt’intorno:

"Il costrutto Clay è in esecuzione."

Dalle pareti invisibili si sprigionarono fasci di luce, simili a laser, che tracciavano linee geometriche nello spazio. Da quelle scie nacque gradualmente una figura: un uomo sulla trentina, capelli biondi, un volto che appariva e scompariva a frammenti, come un mosaico digitale che non trovava mai la sua forma definitiva.

Alexandra si ritrasse, spaventata. Cercò di muoversi, ma il suo corpo non rispondeva: fluttuava, impotente.

«Tu non sei mai stata qui,» disse la voce, ora chiara, proveniente dall’uomo di luce. «Non potevi arrivarci, hai sempre usato l’Animus come un ponte, ma ora anche tu sei dentro la "camera bianca". Almeno una parte della tua coscienza.»

«Chi sei?» domandò Alexandra, la voce rotta. «E dove mi hai portato?»

L’uomo si avvicinò, i contorni instabili.

«Te l’ho detto,» rispose con calma. «Sei nella "camera bianca". Per l’Animus, è l’area di caricamento dei ricordi. Ma tu non sei come gli altri soggetti. Il tuo DNA non usa il programma per rivivere — lo usa per attraversare. È un trampolino dal presente al passato.»

Alexandra lo fissava, incredula.

«La tua condizione è unica, ma ha una spiegazione. Io…» La figura esitò, poi sorrise amaramente. «Io sono il Soggetto 16. Mi chiamo Clay Kaczmarek. O meglio… sono ciò che resta di lui. L’intelligenza artificiale che ha lasciato qui dentro, nel cuore dell’Animus.»

Le luci attorno a loro pulsarono, come se lo spazio stesso reagisse al suo nome.

Clay Kaczmarek, un tempo brillante informatico dell’Abstergo, era stato il primo a comprendere quanto profondo e pericoloso fosse l’oceano di memorie in cui l’Animus poteva spingere la mente umana. Aveva lavorato ai primi prototipi del programma, contribuendo alla mappatura genetica dei ricordi ancestrali, finché non aveva compreso la verità: Abstergo non cercava la conoscenza, ma il controllo.

Quando aveva provato a opporsi, era stato rinchiuso e costretto a continuare i test fino a consumarsi del tutto.

Prima di togliersi la vita, aveva trovato il modo di caricare la propria coscienza digitale all’interno del sistema, frammentandola in un insieme di codici, glitch e simboli nascosti. Da quel momento, non era più un uomo, ma un’eco viva dentro l’Animus.

«Inizialmente pensavo che il prossimo soggetto di Vidic fosse solo Desmond. Per questo ho lasciato a lui dei glifi nel suo alloggio che, cercandoli attraverso le memorie di Ezio Auditore - nostro antenato in comune - potesse scoprire alcune verità, riguardanti il mondo prima del mondo, degli Isu, e di quella fragile linea che separa il libero arbitrio dal controllo.»

Alexandra non capiva. «Chi sono gli Isu?»

Clay scosse il capo. «Tutto a suo tempo, prima ti voglio spiegare come sono riuscito a mettermi in contatto con te e perché sono felice di essere finalmente riuscito a portarti qui. Non abbiamo molto tempo, non riuscirò a tenere "frizzato" l'Animus troppo a lungo, prima che mi riveli come un'anomalia da eliminare.»

Clay si avvicinò di un passo; l’ambiente tremolò, come se la memoria stessa volesse respingerlo.

«Ti parlerei anche del fatto che sono un prototipo casuale del progetto Siren, per quanto riguarda le interfacce artificiali e la mente umana, ideato a Lucy Stillman. Ma davvero, non c'è tempo, sappi solo che grazie alla tua connessione particolare con l'Animus, ho raggiunto un livello superiore di efficienza, seppur per ora abbia interagito solo di background, senza che tu ti accorgessi mai di me.»

Alexandra ascoltava con espressione confusa e spaventata, ma sapeva che ora non poteva fare altro che ascoltare quello sconosciuto.

«Attraverso di te potevo vedere, ascoltare, percepire. Ho fatto quello che potevo per… rallentarti.

Sì, quei glitch, quelle distorsioni… non erano errori. Ero io.»

La voce di Clay si incrinò, come attraversata da interferenze.

«Vidic ti ha messo in un percorso costruito per portarti al ricordo della Mela dell’Eden di Altair.

Ma la tua mente agisce attivamente in Parvaneh, questo principio con te non aveva senso. Interagisci con la linea temporale. Non hai bisogno di un percorso che sblocchi ricordi o di vivere la "nascita dell'eroe".

E io… lo sapevo.

Così, ogni volta che ti avvicinavi al momento giusto, inserivo un errore, una distorsione, un arresto improvviso. Oppure selezionavo per te un ricordo della tua antenata, che per lei era importante - così da gettare anche fumo negli occhi all'Abstergo - ma che a te avrebbe messo i bastoni tra le ruote, poiché troppo impegnata a combattere.

**Come quella volta del salto della fede. Non era stato il tempo a "rompersi", perché il tempo si riscrive istantaneamente.»
**
«Se è come dici te... tu mi stai dicendo che padroneggi il tempo stesso!» Esclamò Alexandra. «Altrimenti come avresti fatto a decidere tu per me?»

Le luci del sistema si intensificarono, come se il codice stesso respirasse.

«È grazie ad un fatto che accomuna me e te. Io sono connesso a Desmond per una linea di sangue, così come lo sono allo stesso tempo con te, ma grazie ad un legame ancora più antico, che mi ha permesso di andare oltre alla mia sola funzione di interfaccia.»

Alexandra non ci stava capendo più niente. Credeva che tutto ciò che stava accadendo riguardasse solo lei, ma non era più così a quanto pare.
Si guardò attorno, davanti a lei scorrevano linee di codice.

«Ma allora quelle visioni con la Mela? Quelle sensazioni, odori... ricordi manifestati anche fuori dall'Animus...»

«Quella è una manifestazione del tuo codice genetico. Con l'effetto osmosi, tu hai avuto accesso anche a ricordi custoditi nel tuo DNA ed il contatto con la Mela e la tua particolare condizione l'hanno amplificata, fino a creare un luogo simile a questo, ma ancestrale. Lo so, è difficile da capire questi concetti.»

L'Animus iniziò a vibrare, finalmente si stava accorgendo di quella anomalia del codice.

«Accidenti, credevo di avere più tempo.» Disse Clay con rammarico e frustrazione. «Devo tornare nell'area di background o verrò cancellato. Basta con gli spiegoni ed arriviamo al punto perché mi sono messo in contatto con te.»

Fece una pausa, per guardarla dritta negli occhi e scandire lentamente e in maniera incisiva «Non devi aiutarli a recuperare la Mela.»

«Ma loro...»

«Accidenti Alexandra, lo so perché lo fai e ti dico con forza che i tuoi genitori preferirebbero morire, piuttosto che sapere che la figlia ha tradito l'umanità solo per loro!» L'immagine dell'uomo vibrò, manifestando la sua rabbia. «Per non bastare, stai costringendo pure la tua antenata a tradire, approfittandoti dell'affetto che prova per te.

Ma sappi, che una volta che avranno recuperato la Mela, la metteranno in un satellite e l'attiveranno per controllare le menti umane. Anche questo ho scoperto dai rapporti di Lucy, quando li ho intercettati. Sì, anche io ho creduto al suo visetto angelico, ma è una serpe in seno.
Non esserlo anche tu.»


«Ho già provato a ribellarmi e ho tentato la fuga. Tutto è stato vano.»

Clays scosse il capo, come fosse esausto. «Se ti può consolare, ho già pensato ad un piano anche per questo. Ma tu intanto puoi aiutarmi a realizzarlo, se mi aiuti a "prendere tempo". L'Animus con il ricordo del matrimonio di Altair e Maria, in qualche modo "ha vinto" su di me, perché questo ricordo non può impedirti di impossessarti del manufatto. Hai già messo in atto la prima fase del tuo piano, per questo ci sto mettendo la faccia. Te lo chiedo con il cuore. Non aiutarli.»

Lo spazio in cui Clay e la mente di Alexandra si erano incontrati si richiuse su sé stesso, dissolvendosi in un lampo bianco.

All’esterno, sull’interfaccia dell’Animus, comparve soltanto un avviso di diagnostica: errore sconosciuto — processo sospeso. Poi, lentamente, il sistema si riavviò, come se nulla fosse accaduto.

Nel passato, Parvaneh giaceva immobile. Lo shock le aveva fatto perdere i sensi, e quando riprese conoscenza si trovò nel proprio letto, la fronte umida e il corpo coperto da una camicia da notte pulita. Accanto a lei, Maria la osservava in silenzio, visibilmente sollevata.

«Cosa… dove mi trovo?» mormorò Parvaneh, la voce ancora impastata.

Anche Alexandra era tornata in sé, ma dentro di lei regnava un silenzio inquieto.

Maria le sfiorò la mano, con un sorriso dolce. «Sembra che per questa sera tu abbia avuto fin troppe emozioni. Anche se sono passate settimane, forse è stato prematuro permetterti di unirti alla festa. Altair stesso si è rammaricato.»

Parvaneh scosse piano il capo, cercando di mettersi seduta. «Non dovete scusarvi di nulla, davvero. È stato solo un capogiro…»

«Se domani non te la senti di farmi da damigella, sappi che lo comprenderò,» aggiunse Maria, con tono sincero ma preoccupato.

A quelle parole, Parvaneh drizzò la schiena e aggrottò lo sguardo. «Certo che me la sento! Un piccolo mancamento non mi impedirà di essere presente alle vostre nozze. Ti prometto che domani sarò come nuova.»

Poi, incrociando le braccia sotto il petto, aggiunse con un mezzo sorriso: «Ora va’ anche tu a riposare, o rischi di arrivare all’altare con le occhiaie.»

Maria rise piano, sollevata. «Va bene, da questa tua risposta ho capito che sei tornata in te. Buonanotte allora… e a domani, mia cara amica.»

Quando la porta si richiuse alle sue spalle, Parvaneh rimase immobile per qualche istante, fissando il buio della stanza. Dentro di sé, Alexandra taceva ancora.

Il sole, alto e limpido, diffondeva una luce dorata che avvolgeva la costa di Limassol. L’aria profumava di mare e di erbe aromatiche, portata da una brezza leggera che faceva ondeggiare le tende bianche poste tra i colonnati del monastero. Il luogo scelto da Altair e Maria si trovava lontano dalle strade principali, immerso nel silenzio di un giardino cinto da mura antiche. Un sentiero di pietra, costeggiato da cipressi e gelsomini, conduceva alla piccola cappella dove la cerimonia avrebbe avuto luogo.

All’interno, la luce filtrava dai vetri colorati, disegnando mosaici tremolanti sul pavimento di marmo. Il canto lontano dei gabbiani si mescolava al sussurro delle onde, quasi fosse un accompagnamento naturale alla preghiera. Tutto trasmetteva pace e raccoglimento.

Gli Assassini presenti — pochi, scelti tra i più fedeli e di grado elevato — indossavano le vesti cerimoniali, candide e bordate d’argento. Malik, con la postura, accanto Altair, osservava in silenzio l’altare. Parvaneh, accanto a Maria, era la damigella d’onore: anche lei vestiva la divisa ufficiale, con la sua nuova cintura cremisi che indicava il suo nuovo rango e il diritto di affiancare il Maestro e la sua futura consorte.

Altair, in piedi di fronte al monaco, indossava la tunica bianca da Maestro della Confraternita, con ricami argentati.

Maria, al suo fianco, portava un abito di lino bianco, finemente ricamato, la vita stretta da una cintura d’argento e i capelli raccolti in un intreccio di perline e fili di seta. Il velo scendeva lieve sulle spalle, come una carezza di luce.

Tra gli invitati, in prima fila, sedevano gli ex-ribelli ciprioti. Markos, il più fiero di loro, osservava la scena con un sorriso ampio, orgoglioso di poter assistere a quel legame che suggellava le vite di due suoi cari amici.

Il monaco alzò lentamente la mano, tracciando il segno della croce. «Siete pronti a condividere la vostra vita, nel rispetto e nella fiducia, uniti nella via della verità e dell’onore?»

«Lo siamo» risposero all’unisono, le voci di Altair e Maria armoniose, ferme.

Poi il momento giunse**: «Altair Ibn-La’Ahad, accetti Maria Thorpe come tua sposa?»**

«Sì.»

«E tu, Maria Thorpe, accetti Altair Ibn-La’Ahad come tuo sposo?»

«Sì.»

Nel silenzio che seguì, la luce del sole si spostò, colpendo entrambi, come se la natura stessa volesse benedirli.

Malik guardò Parvaneh. Lei sentì su di sé quello sguardo e lo ricambiò, con un’intensità che superava le parole, un legame profondo che li univa come compagni di fede e di destino.

Poi, il monaco dichiarò: «Siete uniti, davanti a Dio e davanti agli uomini.»

Un mormorio di gioia attraversò la cappella. Maria e Altair si scambiarono un bacio lieve, mentre all’esterno le campane del monastero iniziarono a suonare. Gli Assassini si inchinarono in segno di rispetto, rendendo omaggio al loro mentore e l'onorevole guerriera che gli aveva conquistato il cuore.

I festeggiamenti esplosero, nel momento in cui Altair, prendendo in braccio Maria, uscirono dalla cappella.

Il canto dei monaci che chiudevano la cerimonia, si mescolarono a suoni di flauti e tamburi portati dai ribelli ciprioti. Le tavole erano state disposte sotto pergolati di vite e di gelsomino, cariche di pane appena sfornato, frutta, vino e pietanze semplici ma abbondanti.

Markos, sempre allegro e generoso, aveva portato botti di vino locale, e rideva di gusto mentre serviva da bere a chiunque passasse, raccontando aneddoti delle loro battaglie passate. Gli Assassini, pur nella loro compostezza, avevano accantonato per un giorno la rigidità dell’ordine: si concedevano sorrisi, conversazioni e qualche risata sincera, anche Malik, che più di una volta aveva dovuto nascondere un sorriso dietro la coppa di vino.

Maria, con il velo che ondeggiava leggero nel vento del mare, si muoveva tra gli ospiti con grazia, ringraziando e scherzando con chi la circondava. Altair la seguiva con lo sguardo, una quieta soddisfazione negli occhi, quella di chi, dopo tante battaglie e perdite, può finalmente concedersi un momento di pace.

Parvaneh, ora in abito cerimoniale - come promesso/ordinato da Maria - era diventata ben presto l’anima della festa insieme a Markos: coordinava i musicisti, invitava tutti a danzare, e più volte aveva fatto sorridere Maria con le sue battute.

I bambini dei ribelli correvano tra gli archi e i cortili, mentre gli adulti alzavano brindisi agli sposi. L’allegria aveva un tono quieto, sincero, come se tutti percepissero che quel giorno non era solo una celebrazione d’amore, ma anche una promessa di speranza per un tempo nuovo.

Quando il sole iniziò a calare, tingendo di rame le mura del monastero, Maria e Altair si ritirarono per un momento sul loggiato che dava verso il mare. Sotto di loro, la festa continuava tra danze e canti; Parvaneh e Malik erano seduti vicini, in silenzio, immersi nello stesso tramonto che colorava il mondo di luce calda e malinconica.

Malik, con il capo leggermente inclinato, la guardava di sottecchi. Non tanto per curiosità, quanto per un senso di attenzione che gli era ormai istintivo nei suoi confronti. Aveva notato la sua stanchezza, il pallore che ancora le velava il viso, ma c’era in lei una forza nuova, una determinazione che non l’aveva mai abbandonata, nemmeno dopo lo svenimento della sera precedente.

Tuttavia, non era solo per quello che la osservava. C’era qualcosa di indefinibile che cercava nel suo sguardo, come se tentasse di leggere un segreto che gli teneva ancora nascosto.

A un certo punto, Malik tese la mano verso di lei, le dita sfiorarono appena la sua, un contatto leggero ma deliberato.

«Ti va di fare una passeggiata verso la spiaggia?» chiese, la voce bassa, quasi a non voler disturbare la quiete che li avvolgeva.

Parvaneh si voltò verso di lui. Per un istante restò immobile, sorpresa. Sentì il calore salire alle tempie, il battito accelerare, ma cercò di mantenere la compostezza che le era naturale.

«Va bene» rispose, con un sorriso appena accennato.

Si alzarono con calma, muovendosi tra le sedie e le tovaglie ancora sparse di coppe e briciole di dolci al miele. Attraversarono il colonnato, mentre le voci festose si facevano via via più lontane. Ripercorsero il sentiero che Altair e Maria avevano percorso poco prima, ma a un certo punto deviarono verso un corridoio laterale, per evitare di coglierli in un momento intimo.

La pietra del pavimento era tiepida sotto i sandali, le ombre si allungavano e il cielo sopra di loro assumeva sfumature di viola e rame. Il monastero, immerso tra ulivi e roseti, sembrava sospeso fuori dal tempo, e il mare, poco distante, si stendeva come una distesa d’argento liquido.

Parvaneh lanciò un’occhiata a Malik, che camminava al suo fianco con passo calmo e regolare. Sembrava silenzioso, assorto nei propri pensieri.

Anche la sua controparte, era rimasta taciturna. Parvaneh abbassò lo sguardo, un sorriso appena accennato sulle labbra e malinconico. Alexandra, aveva mantenuto la promessa. Le aveva concesso di vivere quella giornata come un dono, ma sapeva anche che, al termine di quel giorno, sarebbe tornata il tempo dei doveri. Il piano avrebbe dovuto proseguire.

Quando i due raggiunsero la spiaggia, l’aria profumava di sale e di sabbia scaldata dal sole. Le onde lambivano la riva con lentezza.

Parvaneh avanzò di qualche passo, lasciando che la sabbia fine si insinuasse tra i sandali, ma dopo poco si accorse che Malik non era più accanto a lei.

Si voltò.

Lui si era fermato qualche passo indietro, immobile, il braccio rilassato lungo il fianco. La stava fissando in silenzio, con un’espressione difficile da decifrare, a metà tra lo stupore e la consapevolezza.

«Stai bene? Troppo vino?» chiese lei, cercando di alleggerire l’atmosfera con un sorriso lieve. Il vento, che soffiava dal mare, le agitava i boccoli che fuoriuscivano dal velo di seta preziosa che Maria le aveva procurato per l’occasione. Il tessuto vibrava come una fiamma chiara nella luce dorata del pomeriggio.

Il suo abito, di un azzurro tenue trapuntato di ricami dorati, scintillava ad ogni movimento, riflettendo la luce del tramonto come se fosse cosparso di minuscole scaglie d’ambra. Attorno a loro, i granelli di sabbia si sollevavano per un istante, luccicando come polvere di stelle.

Malik non rispose subito. Fece un passo avanti, poi un altro, senza distogliere lo sguardo.

C’era qualcosa di più intenso del solito nei suoi occhi.

«Sei bellissima» disse infine, con voce quieta ma ferma.

Il cuore di Parvaneh iniziò a martellare immediatamente.

Illuminato dal sole, Malik ogni linea del suo viso era messa in risalto: la mascella squadrata, la barba nera appena accennata, e quello sguardo sempre leggermente aggrottato che ne accentuava la fierezza.

Per l’Assassina, quei tratti non erano affatto indifferenti.

Parvaneh sorrise e scosse il capo, tentando di spezzare la tensione che l’avvolgeva.

«Sì, hai bevuto un calice di troppo, sicuro.»

Ma Malik non stava ridendo affatto.

A lunghi passi la raggiunse, sovrastandola con la sua altezza. Il suo sguardo era serio, fermo, come se avesse preso una decisione da tempo.

«Sposami.»

Il tecnico dell’Animus non comprese l’origine dell’improvviso sbalzo di energia che il programma aveva appena registrato.

Parvaneh si portò una mano al petto e lo guardò, stupefatta. Le labbra le tremarono appena: voleva parlare, ma le parole non uscivano.

Malik abbassò lo sguardo, poi lo rivolse al mare, dove il sole si dissolveva all’orizzonte.

«Sì, forse ho bevuto troppo. Non sono degno di starti accanto in quel senso.»

«Perché dici questo?» domandò Parvaneh, la voce cauta ma vibrante di esitazione.

«Lo dimostra questo mio braccio mancante» rispose lui, con un sorriso amaro. «Ogni giorno mi ricorda che non sono un uomo completo. E con te... con te mi sono sentito meno di chiunque altro. Se fossi stato degno, non avrei permesso che ti accadessero tutte quelle cose.»

Parvaneh aggrottò lo sguardo, un lampo di fermezza nei suoi occhi.

«Ma di che stai parlando?»

Malik inspirò lentamente. «Prima di tutto, quando ho pensato male di te. Quando sei stata con Al-Zahir. Sono stato accecato dalla gelosia, e ho ignorato ciò che provavi davvero.

E prima ancora... quando ho rischiato di perderti, vedendoti promessa a un altro uomo.»

Parvaneh si strinse nelle spalle, il vento che le muoveva il velo come un’eco di ricordi. Quelle memorie le tornavano alla mente vivide, come se fossero ieri.

«Non lo nego,» disse piano, «mi ha fatto male quando mi hai allontanata e insultata. Mi sono sentita sola. E sporca.»

Fece una breve pausa, poi sollevò lo sguardo. «Ma per il resto, il matrimonio mancato e le altre cose che sono capitate… tu non avevi alcun potere. I miei genitori pensavano che sposare un mercante mi avrebbe garantito sicurezza, non un Assassino che avrebbe potuto lasciarmi presto vedova.

E comunque, non ho bisogno di protezione. Io sono una guerriera, Malik. Affronto ogni giorno sapendo che potrebbe essere l’ultimo.

Se mi muovessi pensando che ci sei tu a proteggermi, non sarei quella che sono ora. Sarei qualcuno che odierei.»

Malik la ascoltò in silenzio, ogni parola che lei pronunciava lo colpiva dritto al cuore. Quando lei disse "mi sono sentita sporca", il suo respiro si incrinò.

Fece un passo avanti.

«Non pensarlo. Mai.»

La sua voce era bassa, ma vibrava di convinzione.

«Non pensare mai di essere sporca o impura. Tu sei forte. Coraggiosa. Hai uno spirito di sacrificio che pochi uomini saprebbero comprendere.»

Le prese il mento con delicatezza, sollevandole il viso verso di sé. Parvaneh vide che Malik aveva lo sguardo lucido, gli occhi arrossati di un’emozione che raramente mostrava.

«Io ti amo, Parvaneh» disse infine. «Ti ho sempre amata.

E mi dispiace di essere stato così preso da me stesso da essermene accorto solo di recente.»

Malik curvò la schiena, fino a poggiare la fronte su quella di Parvaneh.

«Per non bastare,» mormorò, la voce rotta, «ho rischiato di perderti del tutto, quando sei caduta male. Perciò ho deciso di non trattenermi più. So che, come Consigliere e sottoposta, non sarebbe etico… ma sono disposto a rinunciare al mio ruolo, se questo fosse un ostacolo al poter stare insieme.

Ma come hai detto tu, nel momento del tuo bisogno massimo, io ti sono stato contro. Perciò, se dirai di no, lo comprenderò.»

Una lacrima gli scivolò lenta lungo la guancia, e fu allora che Parvaneh dissipò ogni dubbio.

Il dolore, la colpa, la tenerezza di quell’uomo le arrivarono addosso come un’onda calda. Lo amava, sì — lo aveva sempre amato — ma quella ferita nel cuore pulsava ancora, sottile come uno spillo. Cercò conforto nel silenzio, e nella mente la voce di Alexandra le tornò a sussurrare: ricorda quel sogno, la vostra famiglia felice.

Malik era nel suo futuro. Malik sarebbe stato il padre dei suoi figli.

E anche se il passato aveva graffiato entrambi, il futuro era ancora una tela bianca.

«Ti perdono, Malik,» disse infine, con un filo di voce che tremò tra le labbra. Le dita torcevano la stoffa dell’abito all’altezza del petto. «E… ti amo anch’io.»

Quelle parole furono come una scarica d’energia — più potente, forse, di quella che un tempo lo aveva attraversato quando aveva toccato la Mela dell’Eden.

Un sorriso gli si aprì da un orecchio all’altro, sincero e luminoso, e per un istante sul suo volto tornò quell’espressione fanciullesca che aveva quando, da bambini, giocavano insieme.

Con un gesto istintivo la sollevò da terra. Aveva un braccio solo, ma la forza non gli mancava.

Parvaneh si aggrappò alle sue spalle, ridendo, mentre Malik la faceva girare su sé stesso, ebbro di gioia, fino a perdere l’equilibrio.

Caddero entrambi sulla sabbia, le risate che si intrecciavano con il rumore delle onde.

Poi il silenzio.

Gli sguardi si incontrarono, le loro teste si avvicinarono piano, come calamite.

E dopo anni di sguardi rubati, sorrisi discreti e cuori trattenuti, riuscirono finalmente a dire tutto — senza più parole — attraverso un bacio lungo e profondo, sotto il sole che andava a morire sul mare.

Calata ormai la sera, Altair e Maria tornarono tra i presenti.

Nei loro sguardi brillava un’intesa nuova, dolce e profonda. I momenti trascorsi da soli avevano suggellato definitivamente la loro unione. Li attendeva una vita di coppia luminosa, un sentimento saldo che non avrebbe vacillato nemmeno quando i giorni cupi sarebbero tornati, e il tempo, con la sua lenta mano, avrebbe curvato le loro schiene e affievolito i loro passi.

Poco dopo rientrarono anche Parvaneh e Malik, mano nella mano, con ancora la sabbia addosso e il sorriso negli occhi.

Quel bacio li aveva finalmente liberati: non c’era più timore, né bisogno di celarsi.

Chi li conosceva bene scoppiò a ridere e a prenderli bonariamente in giro, tra battute e pacche sulle spalle.

«Ma è una Confraternita o il covo del pettegolezzo esclamò Malik, fingendo severità mentre l’imbarazzo gli colorava il viso.

Le risate si moltiplicarono, alleggerendo l’aria e sciogliendo gli ultimi residui di tensione.

Maria e Parvaneh si abbracciarono a lungo.

Due donne diverse per origini e destino, ma unite da un comune sentire: entrambe avevano raggiunto il culmine della loro felicità, nonostante i pregiudizi di quell'epoca.

Quando la luna si levò alta sul mare, la festa cominciò a spegnersi piano.

Uno alla volta, gli invitati fecero ritorno alle loro dimore.

Gli Assassini si avviarono verso il rifugio, tra le luci fioche delle torce e il profumo salmastro che proveniva dal mare della sera.

Sarebbero rimasti a Limassol ancora qualche giorno, per poi ripartire alla volta di Masyaf, lasciandosi alle spalle una notte che nessuno di loro avrebbe mai dimenticato.

Quando calò il silenzio nel covo degli ex ribelli, gli unici suoni che si distinguevano erano il canto ritmico delle cicale, i passi lenti di chi era ancora sveglio e il chiacchiericcio sommesso di chi aveva goduto troppo del vino portato da Markos.

Altair e Maria si ritirarono infine nella loro stanza, dopo aver dato la buonanotte a tutti e ringraziato per la presenza. Qualcuno, un po’ brillo, li salutò gridando che si raccomandava a loro “per la nuova generazione di Assassini”.

Malik, rimasto solo sul letto, ripensò alla giornata appena trascorsa: la gioia di vedere il suo Maestro e amico ritrovato sposarsi, la festa, le risate, e soprattutto quel momento perfetto in spiaggia con Parvaneh.

Si sentiva leggero, appagato, quasi disarmato.

Eppure, nel profondo, una piccola ombra di inquietudine gli si agitava dentro — l’antico istinto del guerriero che non riesce mai a dormire del tutto. Ma per quella sera decise di zittirlo.

Fu allora che udì bussare.

Un tocco discreto, quasi esitante.

Quando aprì, la vide davanti a sé.

«Tesoro, sei stanca… che ci fai ancora in piedi?» le chiese, con tono affettuoso.

«Mi spiace, ma non ci riesco proprio.» rispose lei scuotendo il capo.

Alexandra percepiva l’emozione che attraversava l’anima della sua antenata. Parvaneh era in tumulto: dopo aver confessato il suo amore, la colpa e la paura avevano ripreso ad attanagliarle il cuore.

Sapeva che, per proteggere Alexandra, l’indomani avrebbe mosso i primi passi verso il tradimento della Confraternita. Lo aveva già iniziato la sera prima — ma il giorno successivo, l’americana avrebbe preso pieno controllo del corpo.

Dal canto suo, Alexandra non riusciva a liberarsi dalle parole di Clay.

Neppure la vista di quel matrimonio, né la felicità di Parvaneh, erano riuscite a scalfire il peso dei pensieri che la tormentavano. Clay non aveva mentito: i suoi genitori non avrebbero mai voluto vedere il mondo inginocchiato ai Templari, nemmeno per salvarli.

Eppure lei non riusciva ad accettare l’idea di sacrificare due vite per salvarne miliardi.

Così, per ora, avrebbe continuato ad assecondare i piani di Abstergo.

Malik le accarezzò il viso con la stessa dolcezza con cui si tocca qualcosa di fragile.

«C’è qualcosa che mi devi dire, per caso?» chiese piano. Sembrava quasi che le avesse letto nel pensiero.

Lo sguardo di Parvaneh tremò appena. Per un istante le parole le si bloccarono in gola, poi si morse il labbro e scosse lentamente il capo.

Alexandra, nella sua mente, le sussurrò che non doveva preoccuparsi. Se vuoi entrare, fallo. È il tuo momento, non il mio. Fingi che io non ci sia… se solo l’Animus avesse interrotto la sequenza, ora sarebbe del tutto tuo.

Le guance di Parvaneh si tinsero di un rosso acceso. Non riusciva nemmeno a sostenergli lo sguardo; sentiva il cuore battere tanto forte da temere che Malik potesse udirlo.

Lui comprese senza bisogno di parole.

Un sorriso gli addolcì il volto, e con un gesto lento, quasi cerimoniale, si scostò di lato, lasciando l’uscio aperto.

Quando la porta si richiuse alle loro spalle, il mondo parve smettere di esistere.

Restarono immobili per un istante, come se entrambi avessero bisogno di convincersi che ciò che stava accadendo fosse reale.

L’unico suono era quello dei loro respiri che si cercavano, si riconoscevano.

Parvaneh abbassò lo sguardo, sentendo la luce fioca della candela tremolare sul suo volto. Malik, davanti a lei, la osservava come si guarda qualcosa di sacro. Non c’era più l’Assassina o il Consigliere, né il peso dei ruoli o dei giuramenti: solo due anime con quasi trent'anni sulle spalle, soli in quella stanza, lasciando il mondo fuori.

Lui le sfiorò di nuovo la guancia, tracciando il contorno del suo viso come per ricordarlo a memoria. Parvaneh chiuse gli occhi, lasciandosi guidare da quel tocco che cancellava tutto — il dolore, le battaglie, i silenzi.

Quando si abbracciarono, il gesto fu lento, trattenuto, ma carico di una tenerezza che non conosceva tempo.

Poi, quasi con timore, si sciolsero da quell’abbraccio e si guardarono davvero, come due viandanti che si riconoscono al termine di un lungo cammino. I movimenti si fecero incerti ma desiderosi: il fruscio delle stoffe che cadevano al suolo, i loro corpi che lentamente ma inesorabilmente che venivano rivelati.

Non c’era vergogna, solo meraviglia e piacere della scoperta.

Questa era la seconda volta che Parvaneh si spogliava davanti ad un uomo, ma questa volta non lo faceva per salvare qualcuno. Lo faceva perché lo desiderava davvero e anche se Al-Zahir si era preso la verginità del suo corpo, quella volta come mente attiva c'era Alexandra, era stato come assistere da un palco. Questa volta invece era lei in prima persona. Lei con Malik.

Quest'ultimo trasalì appena, preso dall'emozione, di vedere il corpo nudo di Parvaneh, poi la guidò con dolcezza verso il letto, senza fretta, rispettando i tempi della sua compagna. Si sdraiarono l’uno accanto all’altra, le dita che si intrecciavano, le fronti che si sfioravano, finché il respiro non cominciò a fondersi in un ritmo solo — timido all’inizio, poi sempre più profondo, come un’onda che trova la sua riva.

La candela tremolò, scossa dall'unione di corpo e spirito di quei due che finalmente si erano trovati.

Malik la teneva stretta a sé, come col timore che potesse scomparire, la baciò con ardore e sussurrò con la voce roca il suo nome e quanto l'amasse. 
Lei contraccambiò, abbracciandolo e sorridendogli, per fargli capire che andava tutto bene e che non c'era alcun luogo dove volesse stare, se non lì e in quel momento.

I cuscini caddero a terra, il letto scricchiolò appena sotto i movimenti concitati e il momento culminò con una bellissima luna argentata e piena, che regnava sulla volta stellata, facendo da custode alle unioni di quella notte.

Quando le luci dell'alba si insinuarono tra le persiane della stanza, esse andarono ad illuminare due corpi addormentati ma ancora intrecciati, di due giovani che avevano suggellato il loro amore.

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