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Il bip continuo del monitor dei segni vitali le trapassava le orecchie, acuto e monotono, come se una goccia d'acqua cascasse continuamente sul suo capo. Una tortura.
Alexandra contrasse appena le sopracciglia mentre la coscienza riaffiorava, lenta e dolorosa.
«Dottore, i parametri si sono stabilizzati. Il Soggetto 18 sta riprendendo conoscenza.»
Una voce femminile si stava rivolgendo a qualcuno poco distante, dall’altra parte della stanza.
«Eccellente» rispose Vidic, con tono calmo ma intriso di soddisfazione. «Temevo che quel colpo alla nuca le avesse compromesso le facoltà cerebrali, ma vedo che la signorina Stillman è stata più che precisa.»
«Dove… dove mi trovo?» sussurrò Alexandra. La voce le uscì flebile, le labbra secche.
Sul braccio aveva infilato l’ago della flebo. La testa le pesava come piombo, ogni pensiero era una fitta.
L’odore di disinfettante saturava l’aria. Dalla finestra filtrava una raggio di luce chiaro, tagliato dalle tendine bianche.
«Dove è sempre stata nelle ultime due settimane, signorina Blade. All’Abstergo Industries. Eviterò, naturalmente, di precisare di quale stato.»
«Io… stavo fuggendo… Lucy… Desmond…»
Vidic incrociò le mani dietro la schiena.
«Devo ammettere che la signorina Stillman mi ha sorpreso. Per un attimo ho creduto davvero che ci avesse tradito. Ma il fatto che abbia lasciato lei qui e si sia portata dietro Desmond Miles mi fa pensare che il suo piano sia molto più articolato e che richieda la fiducia cieca di quel ragazzo.»
Alexandra sollevò appena lo sguardo, la mente ancora annebbiata. Vidic le sorrise.
«Lei, invece, non serviva. O meglio, non là fuori. La sua singolarità è più utile in un laboratorio che in un rifugio improvvisato. E non si aspetti alcun salvataggio: la credono morta, e quelli che hanno tentato l’assalto… sono stati eliminati. Non solo loro, naturalmente. Anche le comuni, quei buchi di fogna dove gli Assassini si nascondevano… tutti rasi al suolo.»
Alexandra ascoltava, ma ogni parola le cadeva addosso come un colpo di martello. Più un tormento che informazioni utili da recepire.
«Mamma… e papà?» riuscì a chiedere, quasi temendo la risposta.
Vidic inarcò le sopracciglia, con una smorfia infastidita.
«Ancora vivi, per ora. Ma la loro sopravvivenza dipende solo da lei. Fuggendo li ha messi in grave pericolo, sa? Che ragazza egoista.»
Alexandra abbassò lo sguardo, il petto stretto da un profondo senso di colpa.
I pensieri le si affollavano nella mente, confusi e pesanti. Da una parte desiderava porre fine a tutto, fuggire da quel luogo che le stava logorando la mente; dall’altra non riusciva a ignorare il legame che la teneva ancorata ai suoi genitori. Non poteva abbandonarli.
Vidic non aveva ancora terminato.
«Per oggi può riposare, signorina Blade. Ma se i miei colleghi domani confermeranno che la sua mente è di nuovo pronta per il collegamento con l’Animus, procederemo senza esitazione.»
La sua voce era priva di calore, scandita con la precisione di chi parla a un oggetto, non a una persona.
Alexandra lo osservò mentre si voltava verso verso l'uscita. Non la guardava nemmeno più negli occhi.
In quell’istante comprese davvero: per lui era sempre stato un giocattolo da martoriare, utile finché non si fosse rotto.
La mattinata trascorse lenta, scandita solo dal ticchettio distante di qualche macchinario e dal respiro monotono della ventilazione.
Non sapeva che giorno fosse. Vidic le aveva detto che erano passate due settimane, ma a lei era sembrato molto di più.
Se in così poco tempo si era ridotta in quello stato, ce l’avrebbe fatta ad arrivare alla fine del mese?
Gli occhi le si velarono di lacrime.
Solo poche settimane prima era al mare, con gli amici dell’università.
Ricordava la sabbia dorata che le si incollava alle gambe, il sale sulla pelle, le risate che si confondevano con lo sciabordio dell’acqua.
Erano andati nel sud della Sicilia, a inseguire un’estate che sembrava non dovesse finire mai — un gruppo di ragazzi poco più che ventenni, allegri, spensierati, con tutta una vita davanti.
La sua, invece, forse non avrebbe superato la fine dell’anno.
Verso l’ora di pranzo, la porta si aprì con un sibilo lieve.
Un’infermiera entrò per posare sul tavolino un vassoio con un po’ di riso al latte e una bottiglia d’acqua. Dietro di lei, si affacciò una figura familiare.
Katia.
Indossava anche in quell’occasione una tuta aderente grigio scuro con il logo dell’Abstergo. I capelli raccolti in una coda di cavallo alta, gli occhiali dalle lenti cerchiate che le scivolavano leggermente sul naso.
Fissava Alexandra con un’espressione neutra, quasi impassibile — e proprio quell’indifferenza le ferì più di qualsiasi parola.
«Cosa ci fai qui?» chiese Alexandra, la voce roca.
«I miei superiori mi hanno chiesto di vedere come stavi. I finanziatori sono arrivati di persona per assistere alla performance di domani» rispose Katia, fredda, come se stesse leggendo un rapporto.
«Vidic ha detto loro che la mia mente attraversa il tempo e comunica con la mia antenata?»
«Per quanto la scoperta sia eclatante, preferisce tenerla per sé. Sei un caso unico… e probabilmente irripetibile. Meglio che non sappiano troppo. Potrebbero chiedere di più… o, peggio, considerarci dei ciarlatani. L’Animus è già un traguardo notevole, per ora basta quello.»
Alexandra lasciò uscire un mezzo sospiro, ma non sentì alcun vero sollievo.
«E allora perché sono venuti?» domandò piano.
«Perché sei l’ultimo soggetto rimasto in grado di testare l’Animus. Hanno ricevuto la comunicazione che abbiamo registrato la mappa con l’ubicazione delle Mele dell’Eden. Ora, però, vogliono vedere con i loro occhi l'efficacia di questo progetto.»
«Anche se avete già una mappa, puntate sempre e solo a quella custodita dalla Confraternita di Altair?»
La testa le pulsava, un’emicrania che si confondeva con la rabbia.
«Non abbiamo scelta,» rispose Katia, «per ora quel manufatto è l’unico localizzato con certezza. Gli altri nostri agenti stanno già verificando le altre coordinate, ma dobbiamo offrire ai nostri finanziatori un risultato concreto.»
Alexandra la fissò, con amarezza.
«Quindi avete ancora bisogno di me» disse, con un filo di voce. Poi, più dura: «Ora che Lucy non c’è più, sei tornata tu a convincermi a collaborare? Credevo di avere delle amiche, ma sono stata ingannata da entrambe.»
Katia rimase impassibile, anche davanti allo sguardo amareggiato e ferito di quella che, fino a poche settimane prima, era stata forse la sua migliore amica.
«So che, per quanto tu sia provata, hai ancora la forza di ribellarti… e soprattutto di non cadere nello stesso inganno due volte.» La sua voce era ferma, ma in quella frase c’era una nota sincera di rispetto. «Ma, al momento, io sono l’unica persona che conosci. E quindi, anche se sai di non avere altra scelta, mi auguro che ci sia almeno una certa propensione da parte tua a farlo spontaneamente.»
Si voltò verso il tavolino accanto al letto. Prese il piatto di riso e lo posò accanto a lei, sedendosi sul bordo del materasso.
«Devi riprendere le forze.»
Alexandra distolse lo sguardo, serrando le labbra. Lo stomaco le si era chiuso da quando Katia era entrata.
«Eppure, a un certo punto hai persino cercato di ingraziarti Altair… anche al costo di comandare la tua stessa antenata.»
Katia lasciò sospesa la frase, ma lo sguardo era tagliente, come se le parole non dette pesassero di più.
«E poi, qualche giorno fa, quando hai preso in mano la Mela…»
Alexandra contrasse le sopracciglia, e distolse lo sguardo verso la finestra. Il senso di colpa le scavò una fossa nello stomaco.
«Se mi hai spiato per tutto questo tempo,» mormorò, «sai bene quanto mi importi degli Assassini — cioè niente — ma sai anche quanto tenga alla mia famiglia. Io sono disperata, Katia, e mi chiedete qualcosa di indicibile.»
La sua voce tremò leggermente.
«Sì, ho provato a collaborare. Ho persino convinto Parvaneh a sostenermi. Ma per quanto io rinneghi il mio retaggio, a un certo punto c’è sempre qualcosa che mi blocca. Qualcosa dentro di me che non riesce ad andare avanti con l’intento di tradire la Confraternita.»
Katia si irrigidì.
«Così però stai solo… prolungando la tua agonia!» sbottò, troppo in fretta.
Le parole le uscirono di bocca prima che potesse trattenerle, e un’ombra di rimorso attraversò il suo sguardo.
Alexandra la fissò, incerta.
C’era qualcosa di reale, in quella voce incrinata? O era solo un’altra illusione, un altro gioco di manipolazione?
«Te l’ho detto, perché lo faccio…» sussurrò poi, più per sé che per l’altra.
«Ma io stessa mi saboto. Non ce la faccio. Non ce la faccio più.»
Le parole le scivolarono fuori, cariche di una stanchezza che non era solo fisica.
E nel pronunciarle, si rese conto da sola della verità che aveva sempre evitato di vedere:
aveva avuto più volte l’occasione di sottrarsi, di prendere la Mela, di chiudere la partita. Ma non lo aveva mai fatto.
Qualcosa dentro di lei — forse quella parte che apparteneva a Parvaneh — l’aveva sempre spinta nella direzione opposta.
E allora perché?
Perché l’Animus, se il suo scopo era recuperare la Mela, la portava sempre in momenti in cui la sua antenata aveva sempre una missione, anziché selezionare magari un periodo di tranquillità in cui avrebbe potuto mettere in atto il piano?
Passarono alcuni minuti di silenzio assoluto.
Solo il ticchettio della flebo rompeva la quiete.
Tra Alexandra e Katia aleggiavano troppe parole non dette, troppo dolore nascosto sotto la superficie.
«Allora sei destinata alla totale perdita delle tue facoltà,» disse infine Katia, con una nota di irritazione nella voce. «E la tua famiglia non l’avrai minimamente aiutata.»
Alexandra non rispose subito. Le labbra le tremarono, ma il tono con cui parlò fu quasi rassegnato.
«Tanto l’ho capito… anche se avessi già recuperato la Mela, voi non mi lascereste mai andare.
Spero solo che lo farete con mamma e papà. Solo di questo mi importa.»
La lucidità di quella frase colpì Katia più di quanto volesse ammettere. Restò a fissarla a lungo: Alexandra era distesa sul cuscino, lo sguardo fisso al soffitto, con l’espressione di chi ha smesso di lottare e ha già accettato la propria fine.
«E comunque, a te che ti importa, Katia?» proseguì Alexandra, con voce bassa ma ferma. «Hai cercato di fermarmi, e ce l’hai fatta — anche se grazie a Lucy. Hai compiuto la tua missione, come quando mi hai segnalata ai tuoi complici.
Se sei venuta per torturarmi psicologicamente, stai solo sprecando il tuo tempo.»
Katia si morse il labbro, trattenendo un impulso che nemmeno lei seppe definire. Poi si alzò di scatto, quasi per difendersi da quel peso.
«Come ti ho già detto, ero solo venuta a vedere come stavi — e mi sembri abbastanza lucida. Domani non credo avrai problemi con la nuova sessione.»
Fece una pausa, la voce le tremò appena.
«E, come ti ho accennato poco fa, sono l’unica che ti conosce qui... e che ancora ti vede come un essere umano… ma alla fine hai ragione: di te non mi importa niente.»
Si voltò e uscì senza voltarsi indietro, i passi rapidi e rigidi sul pavimento lucido del corridoio.
Appena qualche metro più avanti, incrociò Vidic che rientrava dalla sua pausa. L’uomo teneva un tablet tra le mani, lo sguardo calmo ma curioso.
«Ah, signorina Sofian,» la salutò, quasi cordiale. «Ha parlato con il Soggetto 18? Come le è sembrato?»
Katia mantenne l’espressione tesa che si era portata dietro dall’infermeria.
«Come al solito,» rispose fredda. «Le piace stare al centro dell’attenzione. Dice che se anche ci prova, alla fine qualcosa la blocca. Non riesce mai ad arrivare fino in fondo.»
Vidic socchiuse gli occhi, riflettendo.
«L’unico suo blocco è l’ostinazione. Se non fosse che le sue sessioni sono uniche nel suo genere, l’avremmo già sedata e usata per i nostri scopi.»
Katia lo fissò per un istante, poi chiese sottovoce:
«L’unico motivo per cui ancora collabora… sono i suoi genitori. Ma mi risulta che li abbiate già uccisi da tempo, giusto?»
Vidic alzò lo sguardo, severo, e fece cenno di abbassare la voce.
«Questa è un’informazione riservata. Eviti di parlarne così alla leggera.»
Poi, più piano, quasi con compiacimento:
«Certo che sono morti. Li abbiamo registrati il tempo necessario per ottenere dei filmati credibili, qualcosa con cui darle uno scopo, tenerla agganciata. Ma non si illuda, Sofian: lei non uscirà più da qui. E rimarrà in vita solo finché ci servirà.»
Vidic le rivolse un sorriso calmo, come chi ha appena chiuso una pratica. Poi proseguì lungo il corridoio, lasciandosi dietro il suono dei suoi passi e il gelo delle sue parole.
Katia rimase immobile per un istante, lo sguardo perso nel vuoto.
Per la prima volta, le parve di non sapere più da che parte stava.
Giunse infine la notte e Alexandra, sopraffatta dal sonno e dallo sconforto al pensiero che l’indomani quel supplizio sarebbe ricominciato, alla fine crollò e si addormentò.
E sognò di nuovo.
Era a Masyaf, nel castello della Confraternita.
Si trovava nel giardino dove Altair e Al Mualim si erano sfidati; le persone che lo attraversavano parlavano la lingua del loro tempo, e anche questa volta lei le capiva, come se fosse la sua lingua madre.
Si sentiva diversa, più pesante. Abbassò lo sguardo e vide il ventre gonfio: una vita stava crescendo dentro di lei. A un certo punto una bambina vestita di bianco, la divisa Nizarita, di circa otto anni, le corse incontro per abbracciarla.
«Mamma, ma quando nasce il bambino? Io lo voglio conoscere!» disse la bambina, dai folti riccioli neri come quelli di Parvaneh, ma con il viso più simile a quello del padre.
«Abbi un po’ di pazienza, Maria!» intervenne un uomo dai capelli corti e neri, la barba appena accennata, il naso adunco e la divisa da consigliere: era Malik.
In braccio teneva un bambino di circa cinque anni, anche lui con riccioli scuri e ribelli.
Si avvicinò a Parvaneh e le sfiorò la fronte con un bacio. «Per certe cose ci vuole pazienza e amore. Un po’ come per i nostri precetti, bambina mia.»
Mentre parlava, lo sguardo di Malik si posò amorevolmente su Maria e su Parvaneh, e Alexandra riusciva a percepire tutto l’affetto che quest’ultima provava per il marito.
Dall’età della bambina e dalle lievi rughe sul volto di lui, era evidente che fossero trascorsi diversi anni. Ormai sia Malik che Parvaneh dovevano avere circa trentasette / trentotto anni, e la loro vita sembrava finalmente completa e serena: una famiglia unita, libera dalle tensioni che un tempo li avevano divisi.
Quando si svegliò dal sogno, notò che i raggi del nuovo giorno filtravano già tra le tende. Quel ricordo le era rimasto addosso in modo così vivido da farla quasi dubitare della realtà: le sembrava di sentire ancora sulla fronte l’umidità del tenero bacio che Malik aveva posato su quella di Parvaneh, e di percepire il lieve movimento del bambino nel suo grembo, ormai prossimo alla nascita.
Istintivamente, Alexandra si portò una mano al ventre, come per accertarsi che non fosse davvero incinta.
Le si inumidirono gli occhi. Era stato un ricordo autentico o solo un desiderio del suo subconscio? Forse una proiezione di ciò che sperava: che Parvaneh avesse infine trovato la serenità accanto all’uomo che amava.
L’ultima volta che era stata con lei, stava fuggendo dal funerale di Saladino. Poi, il buio.
Anche se dentro di sé sentiva che era sopravvissuta, non poteva smettere di chiedersi se il resto della sua vita fosse stato felice.
La risposta arrivò presto.
Quando il suo lettino venne spinto fuori dall’infermeria per portarla nella sala dell’Animus, Vidic le comunicò che avrebbero ripreso proprio da quell’ultima sessione. Ma, stavolta, sarebbe stata più lunga del normale.
L’avevano trasferita nel laboratorio dove, fino a poco tempo prima, veniva studiato Desmond. Era più spazioso, con un solo lettino al centro — l’altro era stato rimosso — e dotato di nuove estensioni meccaniche, studiate per mantenere in movimento il corpo del soggetto ed evitare l’atrofia muscolare.
Vidic le spiegò che quello, d’ora in avanti, sarebbe stato anche il suo nuovo alloggio.
Mentre il dottore parlava, la sua attenzione fu catturata da tre uomini che osservavano dietro una vetrata opaca, le mani intrecciate dietro la schiena, in attesa dell’inizio dell’esperimento.
«L’antenata del nostro soggetto,» iniziò Vidic, con tono formale e professionale, rivolgendosi ai tre, «è stata la prima Assassina della Confraternita di Masyaf, molto vicina al Consigliere e al Maestro stesso, Altair Ibn-La’Ahad.
Come è noto dai nostri archivi, egli fu il più giovane Mentore della Confraternita e il custode della Mela dell’Eden.
Attraverso i ricordi del nostro soggetto, abbiamo già individuato la mappa che indica l’ubicazione di altre Mele e inviato i nostri agenti sul campo.
Ora, proseguendo l’esplorazione della memoria genetica, contiamo di accedere a dei nuovi ricordi che possano rivelare nuovi segreti del manufatto e, con un po’ di fortuna, la sua esatta collocazione.»
Uno dei tre uomini, dal tono autoritario, lo interruppe: «Perché non impiegare un discendente diretto di Altair? Mi avevano assicurato che il dipartimento Ricerca e Acquisizione Discendenti fosse il migliore in questo campo.»
Vidic mantenne il controllo, ma Alexandra colse nel suo sguardo un’ombra di esitazione. E fu in quel momento che comprese quanto le aveva già anticipato Katia: l’Abstergo aveva deciso di celare la verità sulla sua unicità ai finanziatori. E, cosa ancor più evidente, la fuga del Soggetto 17 non era stata ancora resa pubblica.
«Ahimè, miei signori,» rispose infine il dottore con tono compunto, «non abbiamo ancora rintracciato un discendente diretto di Altair. Avevamo individuato un soggetto legato a Ezio Auditore, un altro Mentore che aveva posseduto con certezza la Mela, ma… si è tolto la vita prima di ottenere risposte significative.»
Temendo che il trio si irritasse, Vidic si avvicinò subito ad Alexandra, ormai sistemata sul freddo lettino dell’Animus.
«A ogni modo,» riprese, «il nostro nuovo soggetto è pienamente idoneo. Non è stata la diretta custode della Mela, ma la sua vicinanza ad Altair ci ha già permesso di ottenere indizi fondamentali.
Oggi, rispettabili signori, avrete modo di assistere con i vostri occhi alle potenzialità dell’Animus e all’importanza del contributo che la signorina Blade sta offrendo alla nostra causa.»
Lo scienziato si rivolse poi al suo nuovo assistente, invitandolo ad attivare l’Animus.
L’uomo eseguì l’ordine e, in un istante, l’ambiente svanì: in un’immersione ormai familiare, Alexandra venne proiettata nel passato.
Altrove.
Desmond, Lucy, Shaun e Rebecca erano giunti a destinazione, a chilometri di distanza dall’Abstergo.
Desmond non ricordava con precisione il tragitto. Dopo tutto ciò che aveva vissuto, era rimasto sdraiato ed in silenzio per gran parte del viaggio, perso tra pensieri e stanchezza. Tornò alla realtà solo quando Rebecca aprì i portelloni del furgone: si ritrovò in un parcheggio interno, incastonato sotto un edificio dall’aspetto industriale.
Lucy gli spiegò che gli Assassini stavano perdendo la guerra e che avevano bisogno del suo aiuto. Dopo qualche esitazione, Desmond accettò.
Grazie all’Animus, potevano addestrarlo attraverso le memorie dei suoi antenati, senza dover contare su anni di allenamento tradizionale.
Finalmente Shaun e Rebecca ebbero modo di presentarsi meglio. Rebecca e Lucy si conoscevano da circa sette anni. Lucy aveva portato con sé anche un nucleo di memoria, che sarebbe stato installato sull’Animus 2.0, la “Baby” di Rebecca.
Il compito di Desmond sarebbe stato quello di rivivere i ricordi di Ezio Auditore — un altro suo antenato, anch’egli entrato in contatto con la Mela dell’Eden, appartenente alla stessa linea di sangue di Altair.
Shaun non tardò a mostrare il suo carattere pungente e, senza troppi giri di parole, commentò che forse sarebbe stato più utile salvare Alexandra al posto di Desmond.
Quest’ultimo, con un sorriso amaro, replicò:
— Scusami se sono ancora vivo, allora.
Lucy e Rebecca cercarono subito di stemperare i toni. Spiegarono che sarebbe stato magnifico poter salvare entrambi, ma che era già un miracolo essere riusciti a trarre in salvo almeno Desmond: la sua discendenza era direttamente legata ad Assassini che avevano avuto contatti con la Mela dell’Eden.
Inoltre, la singolarità che aveva coinvolto Alexandra non era detto potesse essere replicata con il nuovo Animus.
Rebecca, pur considerandosi più competente dei tecnici di Abstergo, dovette ammettere che, senza alcuna informazione su di lei — nulla che Lucy fosse riuscita a sottrarre — non c’era modo di capire come la sua connessione con l’Animus funzionasse davvero.
Dopo essersi concesso una breve pausa — un espresso e un pezzo di crostata — Desmond si sentì finalmente pronto. Si sdraiò sul nuovo lettino, una poltroncina dal rivestimento rosso vivo.
La procedura era praticamente identica a quella vissuta con i suoi rapitori, ma questa volta qualcosa era diverso.
La “camera bianca”, quella zona liminale dove la mente veniva trattenuta mentre il sistema caricava le memorie genetiche, non era più immersa nella solita nebbia digitale, né attraversata da lampi di codice e frammenti di DNA.
Ora sembrava uno spazio sospeso: luminoso, reticolare, privo di peso. Ogni superficie si estendeva all’infinito, come se la realtà fosse ridotta a pura geometria.
Un brivido gli attraversò la schiena. D’improvviso, i ricordi lo investirono come un’eco lontana.
Rivide i simboli tracciati nella sua cella all’Abstergo — segni che solo l’Occhio dell’Aquila, ereditato da Altair, gli aveva permesso di scorgere.
Poi, una voce.
Un sussurro metallico, profondo, sconosciuto.
«Inganno.»
Desmond si irrigidì, i peli sulla nuca dritti. Ma non ebbe il tempo di riflettere.
La luce intorno a lui vibrò, e il mondo si dissolse di nuovo.
Il ricordo era pronto.
Suoni, ricordi, odori: tutto si mescolava nella mente di Alexandra, in un vortice indistinto di sensazioni.
Ancora una volta, e ancora, fu trascinata dentro la memoria di Parvaneh.
«Ti prego, Parvaneh… torna da me.»
La voce era maschile, spezzata, intrisa di disperazione.
Un uomo sedeva accanto al letto a baldacchino, le dita intrecciate a quelle della donna che giaceva immobile, il volto pallido e il respiro appena percettibile.
L’alloggio della Confraternita era immerso in un silenzio denso, rotto solo dal ritmo irregolare del suo respiro e dal fruscio lieve delle persiane mosse dal vento. I raggi del pomeriggio tagliavano la stanza in strisce dorate, illuminando la barba corta e gli occhi arrossati di Malik.
«Troppe volte ho lasciato che qualcuno, o qualcosa, ti portasse via da me… troppe.»
La sua voce tremava. «Non dirmi che è troppo tardi, amore mio.»
Forse fu il destino, o forse quella connessione profonda che li aveva sempre legati: in quell’istante, le dita di Parvaneh si mossero appena.
Un respiro più profondo. Un fremito.
E Parvaneh riemerse dalla soglia tra la vita e la morte.
Parvaneh e Alexandra si percepivano l’una nell’altra. Nessuna delle due aveva chiara la cognizione del tempo: non sapevano che giorno fosse, né cosa fosse accaduto.
Quando la vista di Parvaneh tornò a mettere a fuoco, notò il braccio destro fasciato e sentì delle bende avvolgerle il capo.
Accanto a lei, Malik le stringeva la mano sinistra. Il suo volto appariva stanco, segnato da notti insonni.
«Malik…» mormorò, appena un soffio.
Il Consigliere trasalì, come colpito da una scarica. Quando realizzò che si era svegliata, gli occhi gli si illuminarono di un’emozione troppo grande per essere contenuta.
Si chinò su di lei, poggiò la fronte sulla sua e le accarezzò il viso con dita tremanti. Cercò di trattenere il pianto, serrando i denti.
«Parvaneh…»
«Sì.»
Quella semplice sillaba bastò a sciogliere ogni resistenza. Lacrime calde gli scesero copiose sul viso.
Si voltò di lato, asciugandosi in fretta con la manica, quasi vergognandosi di quella fragilità, ma per Parvaneh non era affatto debolezza.
Era vita. Era amore.
E per un istante, Alexandra lo percepì distintamente: l’ondata di sollievo, la gratitudine, la paura dissolta.
«Malik, cosa… cosa è successo?» chiese lei, mentre la lucidità tornava a farsi strada insieme al dolore del corpo.
«Quando tu e Ahmed avete fatto il salto della fede, non hai preso bene la mira. Sei caduta fuori dal mucchio di paglia che avrebbe attutito la caduta. Per fortuna ti hanno soccorsa subito e non hai battuto troppo forte la testa.»
«Accidenti… che idiota,» mormorò.
Eppure, dentro di sé, sapeva di aver calcolato perfettamente la traiettoria. L’immagine del vortice – quella distorsione improvvisa che si aprì mentre era in caduta libera – le tornò alla mente come un lampo, lo stesso istante in cui Alexandra sentì un brivido percorrerle la schiena, nel presente.
Malik scosse il capo. «Eri stanca, stavi fuggendo. È stato un errore che chiunque avrebbe potuto commettere. Persino al nostro Maestro è capitato.»
Poi si alzò, incerto, ancora frastornato dall’emozione. «Vado a chiamare il dottore. Tu… tu resta qui, riposa!»
Parvaneh non poté trattenere un sorriso divertito nel vederlo muoversi in modo così impacciato, quasi timoroso di lasciarla sola.
Dopo che il medico l’ebbe visitata e dichiarata fuori pericolo, la notizia del suo risveglio si diffuse rapidamente per tutto il castello.
Ovunque, tra corridoi e cortili, si respirava sollievo: Parvaneh era sopravvissuta.
Poco dopo, Malik tornò nella stanza, questa volta accompagnato da Altair e Maria. Tutti e tre avevano lo sguardo raggiante, felici di vederla lucida e cosciente, nonostante le fasciature e la stanchezza.
Parvaneh tentò di sollevarsi per rendere omaggio al Maestro, ma Altair la fermò con un gesto della mano.
«Resta pure distesa. Ci hai fatto prendere un colpo, ma per fortuna te la sei cavata.»
Un accenno di sorriso gli piegò le labbra. «E giusto in tempo per le nostre nozze.»
Posò una mano sulla spalla di Maria, che ricambiò il suo sguardo con dolcezza.
Parvaneh sorrise a sua volta, sinceramente felice di apprendere la notizia.
«Immagino che si celebreranno qui, al castello?» chiese.
Maria scosse il capo. «No, ci recheremo a Cipro, a Limassol. È un luogo importante per entrambi: è lì che abbiamo capito cosa provavamo l’uno per l’altra… e lo abbiamo promesso a un nostro caro amico, Markos. Sarà il nostro ospite d’onore.»
«E naturalmente ci sarete anche tu e Malik,» aggiunse Altair, «tra gli invitati.»
Parvaneh rimase a bocca aperta. Essere invitata alle nozze del Maestro e di colei che era stata per lei un esempio come guerriero donna era qualcosa che non avrebbe mai immaginato.
«Ma io non sono che un’Assassina di terzo rango,» obiettò, con sincera umiltà. «Ho svolto le mie missioni con dedizione, ma non credo di essere diversa dai miei confratelli.»
Altair rise appena. «Quarto, vorrai dire.»
Parvaneh lo fissò, sorpresa. «Mi state dicendo che…?»
«Sì. Malik mi ha raccontato della visione che hai avuto, e del motivo per cui ha osato portare con voi la Mela fino a Damasco. Se non fosse stato per te, oggi della città non resterebbero che macerie. E non solo: hai sventato un attacco diretto ai principi ayyubidi.»
Scosse il capo, con un’espressione a metà tra l’orgoglio e l’ammonimento. «E ti ritieni ancora un’Assassina qualsiasi?»
Il viso di Parvaneh si accese d’imbarazzo, e si strinse nelle spalle, non trovando parole.
«E di Louis?» chiese poi, dopo un attimo di esitazione. «Che ne è stato?»
Il pensiero del compagno che li aveva traditi e aveva ucciso Yusuf tornò come una lama.
Il volto dei tre si fece cupo. Fu Malik a parlare, lentamente:
«Non lo abbiamo condannato a morte. Solo perché Ahmed è sopravvissuto e ti ha aiutato a fuggire dai sotterranei. Ha confessato i piani del nemico e ha voltato le spalle ai Templari. Ma è stato spogliato di ogni grado. Non è più un Assassino.»
Fece una pausa, incrociando lo sguardo di Altair. «Il fatto che appartenga alla famiglia dei Borgogna ha pesato sulla decisione: una sua condanna avrebbe solo attirato attenzioni indesiderate. Anche se lui stesso ha riconosciuto le sue colpe ed era pronto al patibolo, non è così che funziona.»
Maria intervenne sottovoce: «Ora è sotto sorveglianza. Conosce troppe cose, troppe verità… compresa quella della Mela e delle visioni che hai avuto, poiché era tra i presenti alla tua prima dimostrazione ad Ascalona.»
Parvaneh annuì lentamente, comprendendo la situazione.
«Te la senti di viaggiare?» chiese Malik con una punta di apprensione.
«Chiaramente gli invitati viaggeranno tutti in carrozza» intervenne Maria con un tono rassicurante. «E tu salirai nella mia. Non mi dispiacerà un po’ di compagnia femminile, in questo luogo popolato da soli uomini. Mi capisci, vero?»
Parvaneh accennò un sorriso complice. «Sì, sto bene. Credo di poterla affrontare. Grazie.»
Un sospiro di sollievo percorse la stanza, come se tutti avessero atteso quelle parole.
Maria si voltò allora verso Malik e Altair, il volto tornato serio. «Ora voi due, fuori. Io e Parvaneh dobbiamo parlare in privato.»
Il tono deciso della donna non lasciava spazio a obiezioni. I due uomini si scambiarono uno sguardo e, senza aggiungere altro, uscirono in silenzio dalla stanza, chiudendo la porta alle loro spalle.
Ora che le due donne erano rimaste sole, Maria percorse lentamente la stanza, fino a sedersi accanto al capezzale di Parvaneh. Le sistemò con delicatezza le bende, verificando che fossero ancora ben strette. Parvaneh avvertì un calore improvviso alle orecchie: quella premura le trasmise una sensazione familiare, quasi fraterna. Pur avendo avuto poche occasioni per conoscersi davvero, in quell’istante sentì che tra loro si stava creando un legame sincero.
«Sai, Malik non ha lasciato il tuo capezzale neanche per un attimo. Altair ha dovuto costringerlo a tornare in camera sua, altrimenti sarebbe stato capace di dormire sul pavimento.»
Parvaneh non trovò subito le parole, ma Maria proseguì con tono sereno: «So che tu, lui e Altair siete cresciuti insieme. Il vostro legame dev’essere profondo.»
«Sì, insieme a Kadar.» rispose Parvaneh, lasciando che un sorriso le addolcisse il volto. «Ogni volta che tornavo al castello, noi quattro passavamo le giornate a giocare tra i corridoi. Crescendo ci siamo un po’ allontanati, ma quel legame non si è mai spezzato.»
Maria annuì, comprensiva. Poi il suo sguardo si fece più deciso. «Sai, Parvaneh, mi piacerebbe che tu fossi la mia damigella d’onore. In realtà… la mia unica damigella. Non ho amiche qui, e la mia famiglia è lontana, in Inghilterra.» Le posò una mano sulla spalla. «Ma prima devo chiederti una cosa, e per me è importante.»
Parvaneh rimase in silenzio, intuendo dal tono che la conversazione stava per farsi seria.
«Quando arrivai qui, sentii alcune voci su di te,» disse Maria, abbassando lo sguardo. «Dicevano che fossi entrata nella Confraternita ammaliando il Maestro Altair. Che non avevi particolari doti, e che lui ti avesse accolta per debolezza.»
Le parole pesarono come pietre. Parvaneh sentì un moto di amarezza, ma si impose di restare calma. Purtroppo quelle dicerie non erano una sorpresa per lei. «Maria, per me Altair è solo un amico. Un Maestro che ha creduto in me, quando nessun altro lo avrebbe fatto. È vero, non avevo l’addestramento di molti altri, ma non ho mai usato altro che la mia volontà per guadagnarmi un posto tra gli Assassini. Non ho mai ammaliato nessuno, e non ho mai venduto il mio corpo per ottenere ciò che ho. Quelle voci sono solo veleno di chi non accetta che una donna possa impugnare una lama e conquistarsi il proprio valore.»
Maria la osservò attentamente, cercando nei suoi occhi la minima ombra di menzogna. Ma non trovò nulla, solo onestà. «Volevo sentirtelo dire,» mormorò infine. «Dovevo essere certa del tuo onore. Mi dispiace di aver dubitato.»
Parvaneh scosse il capo e le prese la mano. «Non devi scusarti. Conosci Altair meglio di chiunque altro. Sai che non è un uomo da favori o debolezze. Non dubitare mai dell’uomo che stai per sposare.»
Maria trattenne il respiro, poi un sorriso le addolcì il viso. «Hai ragione. Dubitare di te è stato un insulto anche per lui. Ti chiedo perdono.»
«Non c’è nulla da perdonare,» rispose Parvaneh con dolcezza. «Anche la guerriera più forte può nascondere una fragilità quando si trova davanti all’amore.»
Maria rise, più leggera. «È proprio vero. Si può affrontare un esercito senza paura, ma davanti al cuore si diventa tutti… dei poveri incapaci.»
Ora che le due si erano chiarite, un rinnovato sguardo di rispetto passò tra di loro. C’era qualcosa di nuovo, silenzioso ma profondo, in quello scambio: due donne che si erano finalmente riconosciute come pari, al di là dei ruoli e della discendenza.
«Posso chiederti un’altra cosa?» domandò Maria, questa volta con voce più esitante, abbassando lo sguardo.
«Tutto quello che vuoi.» rispose Parvaneh, incuriosita.
«Hai avuto… altre visioni?» chiese Maria, quasi pentendosi subito delle proprie parole. «Sul futuro, intendo. Su di me e Altair.» Fece una pausa, poi proseguì con un tono più intimo. «Sai, ho circa trentadue anni. Forse ovunque, questo mi renderebbe troppo vecchia per un primo figlio. Ho passato metà della vita a servire Roberto di Sable, e sono persino più grande di Altair. Ho paura di non potergli dare ciò che desidera davvero.»
Parvaneh la ascoltò con attenzione, senza interromperla. Capiva perfettamente quel timore. Anche lei, ormai prossima ai trent’anni, aveva sentito il peso di quegli sguardi e di quei giudizi che la società riservava alle donne “fuori tempo”. Erano entrambe guerriere, avevano scelto la via della lama e dell’onore invece di quella del matrimonio e della maternità. Eppure, dietro la forza e la disciplina, esisteva anche in loro il desiderio semplice di amare ed essere amate, di costruire qualcosa di proprio.
Sapeva che Maria aveva trovato un uomo capace di guardare oltre tutto questo. Ma sapeva anche quanto fosse difficile crederlo davvero.
Parvaneh sospirò piano. Non era più vergine, e non lo rimpiangeva: le scelte e le perdite della sua vita l’avevano resa quella che era. Non si vergognava del proprio passato, ma capiva profondamente la paura di Maria — quella di non essere “abbastanza” in un mondo che misurava il valore delle donne sulla loro purezza e la loro capacità di dare figli.
«No, mi dispiace, ma non ho visto nulla al riguardo» — poi le sorrise con fare incoraggiante. «Ma sento nel mio cuore che tutto ciò che tu e Altair desiderate si avvererà. I vostri figli saranno fortunati e proveranno grande onore, sapendo di provenire dal frutto dell’amore di due grandi guerrieri.»
Maria sospirò. Del resto, sarebbe stata una fortuna sfacciata se quelle visioni apparissero a comando.
«Affronteremo l’ignoto, come del resto la vita ci ha riservato.»
Le passò una mano tra i riccioli ribelli di Parvaneh. «Vedrai che quando ti avrò fatta sistemare per la festa, Malik cadrà ai tuoi piedi.»
Parvaneh sussultò per quell’improvviso cambio di argomento. «Ma io credevo che avrei indossato la mia divisa per l’occasione.»
Maria la scrutò da sotto le ciglia. «Passi per la cerimonia, se vuoi metterti in alta uniforme, ma alla festa tu ti vestirai come una donna. Intesi?»
«Non credo di avere gli abiti adatti.»
«Te li procurerò io. Hai capito che sei la mia damigella d’onore? Perciò il tuo dovere è fare come ti dico. Puoi darmi persino della “Maestra”.»
Parvaneh drizzò la schiena. Maria aveva uno sguardo che trafiggeva; ci credeva che persino Altair e Malik, poco prima, avevano obbedito ai suoi ordini come cagnolini.
«Farò del mio meglio per rispondere alle aspettative, allora. Non so molto di queste cose.» Aggrottò lo sguardo. «E poi, che c’entra Malik? Se mi vestirò bene, è solo per accontentarti.»
«Parvaneh» disse lei, secca. «Ti prego di non insultare la mia intelligenza.»
Passarono dunque il resto della serata a parlare dei dettagli del matrimonio.
Mentre ciò avveniva, i pensieri di Alexandra erano altrove. Non le interessava poi molto la conversazione tra Maria e Parvaneh, e non comprendeva perché l’Animus non gliel’avesse risparmiata. Si chiese se, ad Abstergo, quella scena interessasse anche a loro e ai loro finanziatori, dato che non aveva nulla a che vedere con la missione.
Era un ricordo “inutile”.
Quando Maria infine si congedò, Parvaneh era più emozionata che mai, ma non poté non pensare a ciò che aveva riflettuto poco prima: che era ormai grande, non più “pura”. Malik la desiderava nonostante questo?
Allora Alexandra le proiettò mentalmente il sogno che aveva avuto la notte precedente, e questo commosse l’Assassina, che pregò con tutta sé stessa che la discendente avesse davvero “ricordato”, e non fosse stato solo un sogno.