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Creato il 08/07/2026, 20:24 · Aggiornato il 08/07/2026, 20:24

Capitolo 16: Capitolo 8

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoCompleta

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Morte
  • Sangue
  • Violenza
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Alexandra passò una notte terribile. Ciò a cui la sua mente era stata sottoposta non aveva precedenti. Viaggiare attraverso gli squarci spazio-temporali non era certo un gioco e questa volta sentiva che qualcosa, davvero, si era spezzato.

Quello che aveva fatto poteva aver alterato il corso della storia, e la sua mente ora oscillava tra due realtà sovrapposte, come un nastro che cercava di riavvolgersi su sé stesso. I glitch che esistevano solo nell’Animus, ora pulsavano anche dentro di lei.

La memoria tentava di resettarsi, confondendo eventi vissuti, studiati e persino inventati.

Sapeva che Damasco era esplosa poco dopo la Terza Crociata — lo ricordava con chiarezza — eppure un’altra parte di lei giurava che non fosse mai accaduto.

Lo stesso valeva per tutto il resto: come un effetto domino, la linea temporale si deformava davanti ai suoi occhi. Era certa che Mandela fosse morto in prigione negli anni ’80, ma un’altra voce, più insistente, le sussurrava che fosse sopravvissuto.

E ancora: ricordava lo sbarco del ’49, ma non con gli astronauti sempre visti nei documentari, ma uno nuovo guidato da un certo Neil Armstrong, come se l’allunaggio fosse avvenuto vent’anni dopo.

Si guardò le mani tremanti.

Era ancora lei, oppure anche in lei qualcosa era cambiato?

Dovette correre in bagno. Lo stomaco si contorceva, ma non avendo mangiato nulla non riuscì a vomitare che bile. Restò piegata sul lavandino per qualche istante, respirando a fatica. Quando alzò lo sguardo, lo specchio le restituì un volto che quasi non riconosceva: scavato, pallido, le occhiaie due cerchi neri che le incorniciavano gli occhi spenti.

Stava facendo tutto ciò che Abstergo le chiedeva, aggrappandosi a un’unica speranza: che i suoi genitori fossero ancora vivi. Ma dentro di sé sapeva che, continuando così, si sarebbe persa del tutto. Se solo nel suo DNA non scorresse quel retaggio tanto ricercato da quella setta.

Aprì il rubinetto, si lavò il viso e si sciacquò la bocca, come se l’acqua potesse cancellare l’eco di ciò che aveva visto. Cercò di ritrovare un briciolo di lucidità, ma oltre ai ricordi contrastanti c’era dell’altro. I sensi le sembravano acuiti, ogni suono, ogni vibrazione, ogni minimo dettaglio della stanza la raggiungeva con una chiarezza inquietante. Era in ipervigilanza, come se qualcosa dentro di lei si fosse risvegliato.

Le tornò alla mente un’immagine confusa: poche ore prima, il gesto istintivo di conficcare una lama invisibile nel collo di Vidic. Si era fermata solo perché, abbassando lo sguardo, si era resa conto di non indossare alcun bracciale. Né le vesti della Nizarita.

Lentamente tornò nella camera da letto e si sedette sul bordo. Sollevò poi il capo e fissò la parete grigia e metallica, dietro la quale sapeva trovarsi lo sventurato che stava vivendo il suo stesso supplizio. Chissà se anche lui fosse ormai agli sgoccioli.

L’Animus si impossessa della tua stessa anima, pensò Alexandra, con amarezza.

Socchiuse gli occhi: nella mente riaffioravano le imprese compiute con la sua antenata. Le loro coscienze, a un certo punto, si erano talmente allineate da sembrare una sola — e proprio quell’unità aveva permesso a Parvaneh di compiere un balzo in avanti nelle sue abilità di Assassina.

Che parte di quelle capacità si fosse trasmessa anche a lei?

Cercò di ritrovare la concentrazione assoluta che, nella cittadella di Damasco, aveva consentito loro di individuare i sicari. Quando li avevano visti, avvolti da quell’aura rossa, le era parsa un’allucinazione; eppure il sole non era ancora abbastanza alto da giustificarla. Per di più, erano proprio gli uomini che cercavano: non c’era stato alcun errore.

Si sentiva mentalmente esausta, ma il sonno non voleva saperne di tornare. Così, con quell’esercizio, cercò di liberarsi della tensione accumulata.

Fu allora che notò uno strano bagliore. Non riusciva a distinguere cosa fosse, ma sembrava un’aura rossa, ovattata, come sospesa dietro la parete. A giudicare dalle forme vaghe, potevano essere segni o simboli, ma per vederli chiaramente avrebbe dovuto trovarsi dall’altra parte, nella stanza di Desmond.

Fu tentata di bussare, ma l’idea che anche lui potesse giacere a letto, stremato, la fece desistere. E se non fosse stato in grado di vedere ciò che vedeva lei, sarebbe stato inutile. Le guardie, poi, avrebbero notato tutto dalle telecamere e si sarebbero chieste cosa stesse facendo nel cuore della notte.

Lasciò perdere e tornò a coricarsi.

Se non era un’allucinazione anche quella. Lucy, poco prima, le aveva sussurrato che “loro” stavano per arrivare. Non aveva capito chi intendesse, ma ricordò che a Lucy mancava l’anulare, proprio come agli Assassini della Confraternita. Già ai tempi di Parvaneh quel rito stava cadendo in disuso, ma Alexandra sapeva bene — gliel’avevano insegnato in famiglia — che quel sacrificio era un simbolo d’appartenenza: un’antica fedeltà incisa con il gesto di mozzarsi un dito.

Le ultime ore della notte le aveva trascorse con gli occhi chiusi, senza però addormentarsi davvero. Eppure quel silenzio prolungato le aveva regalato un’illusione di quiete: la mente si era distesa, e lo stomaco, finalmente, aveva smesso di torcersi.

Fu un bene, perché al mattino due guardie aprirono la porta stagna senza neanche bussare. Fortunatamente si era già lavata e rivestita, ma quel gesto così brusco la fece sentire violata. Quella piccola stanza, in quei giorni, era diventata il suo unico rifugio, e l’irruzione delle guardie le ricordò bruscamente che non si trovava in un luogo di piacere, ma in una prigione mascherata da laboratorio.

Vidic aveva mantenuto la parola: ciò che aveva ipotizzato, ora lo stava mettendo in atto. Se con Alexandra erano riusciti a ottenere sessioni “attive” nei ricordi dell’antenata, forse potevano replicare l’esperimento anche con Desmond — discendente diretto di Altair, e quindi il candidato ideale per l’individuazione della Mela dell’Eden e il suo recupero.

Con il giovane, finalmente, erano riusciti a sbloccare gli ultimi ricordi. Anche lui era stato costretto a rivivere le imprese del suo antenato, ma per un percorso più lineare: nel suo caso, i ricordi erano già stati “registrati” e lui li stava sperimentando in modo passivo. Ora, però, era giunto il momento cruciale — quello in cui avrebbe rivissuto la caduta di Masyaf, piegata dal potere della Mela e dal tradimento del suo stesso Maestro, Al Mualim, segretamente un Templare.

Con gesti bruschi, le fecero capire che la sessione non si sarebbe svolta nel laboratorio adiacente alla sua stanza, ma in quello dove operavano su Desmond.

Fu così che, per la prima volta, Alexandra poté vedere cosa ci fosse oltre la porta del suo isolamento. Non che il panorama le suscitasse particolari emozioni — arredi essenziali, pareti grigie, volti anonimi di dipendenti in camice bianco — ma almeno qualcosa di diverso stava accadendo.

Grazie alla disciplina mentale appresa attraverso la mente di Parvaneh, approfittò subito dell’occasione per memorizzare ogni dettaglio. A ogni passo, i suoi occhi scansionavano l’ambiente con precisione chirurgica: le porte, le vie di fuga, gli ostacoli, i punti ciechi delle telecamere.

Notò dei divanetti bassi disposti lungo il corridoio e, sopra di essi, delle grandi finestre. Non davano sull’esterno, ma su altri ambienti interni, come se ogni parete fosse uno specchio rivolto su un’altra prigione. Non poté avvicinarsi, ma intuì che dietro quelle superfici opache si celava il vero cuore del complesso.

Le sale di passaggio, delimitate da pareti di vetro, si aprivano solo tramite un codice numerico digitato su pulsantiere metalliche. Ogni tanto, lungo le pareti, si incontravano schermi spenti, dove campeggiava il logo luminoso dell’Abstergo — un triangolo stilizzato che pareva osservarla da ogni direzione.

In altre stanze, più piccole e trasparenti, s’intravedevano server allineati come colonne di un tempio moderno, pulsanti di una luce intermittente.

Alexandra comprese subito che fuggire da lì sarebbe stato impossibile senza un aiuto interno. Le guardie, tutte simili nei tratti e nella durezza dello sguardo, erano chiaramente scelte per la loro incorruttibilità. Sotto i berretti grigi, non mostravano emozione: solo la fredda disciplina di chi era stato addestrato a non avere pietà.

Infine raggiunsero l’ultimo corridoio. Girato l’angolo, si trovarono di fronte una porta stagna, lucida come acciaio liquido. Oltre quella soglia si trovava il laboratorio dove tenevano Desmond.

Quando il portello si aprì con un sibilo metallico, gli occhi blu di Alexandra incrociarono immediatamente quelli, color nocciola, del giovane. Fu un istante sospeso, ma sufficiente per darle la conferma di ciò che aveva già intuito: Desmond e Altair erano identici. La stessa linea del volto, lo stesso sguardo profondo, come se la storia avesse deciso di ripetere se stessa.

Eppure, mentre Altair emanava una calma austera, un senso di rettitudine quasi mistica, Desmond appariva svuotato. Nel suo volto c’era la stanchezza di chi è stato trascinato troppe volte nei ricordi altrui, senza più sapere quali fossero i propri.

Alexandra lo osservò per un istante più lungo del necessario. Aveva imparato a fidarsi di Altair con una naturalezza istintiva, quasi ancestrale; ma quell’uomo davanti a lei non le trasmetteva sicurezza, bensì un silenzioso senso di pena condivisa.

Quando Vidic parlò, il momento si spezzò.

«Ecco la signorina Blade,» annunciò con un sorriso che non raggiunse mai gli occhi. Nella sua voce si avvertiva l’impazienza di chi è sull’orlo di una scoperta. «Signor Miles, le presento la discendente di uno degli accoliti della Confraternita, ai tempi di Altair. Anche nei suoi ricordi compare la Mela dell’Eden. Ma non è solo questo a rendere il Soggetto 18... speciale.»

Alexandra avanzò all’interno della stanza.

Lucy era già lì, e le rivolse un’espressione fugace, ma colma di significato: un muto incoraggiamento, forse, o un avvertimento.

Alexandra inspirò profondamente prima di fermarsi davanti a Desmond, che la sovrastava di una decina di centimetri.

«Ci incontriamo, finalmente,» disse lei, con voce ferma.

«Speravo in circostanze migliori,» rispose lui, con una punta d’ironia che non riuscì a celare del tutto la tensione.

Vidic li richiamò entrambi all’attenzione. Durante la notte, il laboratorio era stato modificato: accanto al primo lettino dell’Animus ne era stato installato un secondo.

«Il discorso è semplice,» iniziò il dottore, la voce tagliente come l’acciaio che li circondava. «Dobbiamo fare in modo che anche Desmond riviva i ricordi del suo antenato in modo "attivo". Dai ricordi di Alexandra è emerso che Altair non subisce l’influenza del manufatto. Un’anomalia preziosa, che ci permetterà di studiare il manufatto in tempo reale.»

Lucy prese la parola, cercando di mantenere un tono più pacato:

«Ciò che ha portato Alexandra a rivivere in modo così profondo i suoi ricordi genetici è stato il risultato di una serie di coincidenze e fattori irripetibili. Ottenere lo stesso effetto con il Soggetto 17 potrebbe richiedere anni... ma noi non abbiamo quel tempo.»

Desmond e Alexandra deglutirono quasi nello stesso istante. Si erano istintivamente avvicinati, come se la consapevolezza di essere prigionieri dello stesso destino avesse creato fra loro una fragile alleanza.

«Cosa volete farci, esattamente?» chiese Alexandra, la voce incrinata da un filo di esitazione.

Vidic si voltò verso di lei, gli occhi gelidi.

«Vi collegheremo neuralmente, attraverso questi due lettini. Rivivrete insieme la memoria condivisa: la sequenza in cui la Mela dell’Eden viene utilizzata da Altair. È l’ultimo passo per completare il quadro.»

I due ragazzi mantenevano un’espressione confusa, ma il dottor Vidic non aveva ancora terminato.

«Forse non lo sapete,» riprese con tono compiaciuto, «ma la signorina Stillman qui presente è laureata in neuroscienze cognitive. Grazie alle sue competenze, riusciremo ad allineare le vostre menti.»

Lucy fece un passo avanti, stringendo un tablet da cui scorrevano grafici e parametri in tempo reale.

«Per questo esperimento abbiamo formulato due ipotesi,» spiegò, mantenendo un tono professionale. «O il collegamento neurale permetterà anche a Desmond di entrare nella mente di Altair, nello stesso modo in cui tu hai fatto, Alexandra… oppure non subirà alcuna influenza diretta. In quel caso, attraverso il corpo di Parvaneh sarai tu a intervenire, per tentare di sottrarre la Mela.»

Lucy la fissò negli occhi.

«Hai subito un effetto di osmosi, da quanto ho potuto osservare ieri sera, giusto?»

«Così si chiama quello provo? La sensazione di avere io stessa le capacità di Parvaneh?»

Lucy annuì. «Con queste capacità ottenute, male che vada, interverrai tu stessa per il recupero. Magari in un momento di concitazione post-battaglia.»

Alexandra la fissò un po’ incredula. Aveva capito che lei fosse un’alleata, eppure il modo in cui supportava l’altro scienziato in quell’affare le sembrò fin troppo proattivo. Cercò di soffocare il presentimento che le era appena salito.

«Ma perché… perché se sapete che la Mela, dopo il 1191, era custodita nel castello, avete preso anche lui? Oppure perché non l’avete mandato direttamente agli anni che sto rivivendo io?» chiese Alexandra.

Si aspettava già una risposta aspra del professore, una di quelle in cui le avrebbe detto di farsi gli affari suoi. Ma evidentemente, quel giorno, l’uomo di mezza età si sentiva particolarmente euforico, con una certa voglia di chiacchierare.

«Signorina Blade, quando ci siamo conosciuti le abbiamo detto che eravamo alla ricerca della Mela.»

«In realtà no,» lo interruppe Alexandra, «non sapevo nemmeno come si chiamasse. Solo parlando con Maria ci sono arrivata per intuizione, capendo che il manufatto che stavate cercando fosse questa… palla chiamata Mela.»

Vidic la guardò male per il tono sfacciato con cui l’aveva interrotta. Si limitò però a fulminarla con lo sguardo, poi proseguì.

«Le avevamo detto che stavamo cercando un certo manufatto. Come poi ha scoperto nei suoi ricordi, ha capito di cosa si trattasse.

Purtroppo esplorare la memoria genetica richiede tempo. Non è facile accedere a quei ricordi: lo si può fare solo seguendo un percorso preciso, come quello vissuto dal signor Miles.

Avremmo potuto fare come dice lei, ma era molto più utile ripercorrere il periodo in cui Altair scopriva la Mela, anziché dopo, quando avrebbe potuto averla già nascosta — o magari mai più nominata fino alla fine dei suoi giorni.

Deve sapere che c’è stato un momento in cui eravamo a un passo dal recuperarla, ma non ci siamo riusciti.

Se così fosse stato, ci sarebbe bastato il solo signor Miles per rivivere l’episodio della scoperta, quando il suo antenato attivò la Mela mostrando una certa mappa.

Ma così non è stato, e ci serviva qualcuno che potesse rivivere i giorni successivi a quell’episodio. Non abbiamo trovato altri discendenti diretti dell’Assassino, e il tempo stringeva.

Per fortuna, però, abbiamo trovato lei, discendente di Parvaneh.

Il caso ha voluto che una serie di coincidenze le desse questa particolare abilità.»

«Avremmo potuto fare le cose con più calma,» aggiunse Lucy, con un tono quasi di scusa. «Ma siamo pur sempre una struttura di ricerca che vive di fondi. Grazie ai nostri finanziatori, per il progetto Animus l’Abstergo si è messa in gioco e, per questo, siamo costretti a provarle tutte pur di ottenere risultati concreti.»

Alexandra assottigliò lo sguardo. Lucy forse voleva che provassero empatia per i poveri dipendenti dell’Abstergo che rischiavano il posto? Quando lì, le vere vittime, a cui avevano violato i diritti umani, erano lei e Desmond?

«Quindi la genialata di unire le nostre due menti,» intervenne Desmond, accigliato. «E se ci riusciamo, poi cosa accadrà?»

«Di questo non si deve preoccupare. Ora sdraiatevi su quei lettini, senza perdere altro tempo,» rispose Vidic, aspro. La voglia di chiacchierare, come gli era venuta, gli era già passata.

Ma i due ragazzi non si mossero. Ora che erano insieme, era come se avessero ritrovato un briciolo di coraggio.

Vidic lo intuì subito. Con un cenno del capo si rivolse alle guardie, che compresero senza bisogno di ordini ad alta voce. Estrassero le pistole e gliele puntarono contro.

Entrambi sapevano che non li avrebbero uccisi — ma forse una ferita sarebbe bastata a fiaccarli.

Eppure, anche solo l’idea di ritrovarsi un proiettile in un braccio bastò a gelar loro il sangue. Capirono che non avevano altra scelta.

Il cuore di Alexandra batteva all’impazzata. Sdraiata su quel freddo lettino metallico, sentì un tecnico sistemarle un casco pesante sulla testa, da cui spuntavano sottili cavi argentati che si intrecciavano come vene artificiali.

Girò appena il viso verso destra: Desmond stava subendo lo stesso trattamento. I loro sguardi si incrociarono, e per un istante il rumore secco delle apparecchiature parve dissolversi.

Strizzò gli occhi quando collegarono i sensori ai suoi parametri vitali. Il bip regolare del monitor le ricordava quanto fosse viva — e quanto presto avrebbe potuto smettere di esserlo. Era certa che quella sessione sarebbe stata ancora più dura della precedente.

«Aspettate… ma se mi fate tornare indietro… che ne è stato di Parvaneh?»

La voce le tremò appena. Anche se si trattava di un passato remoto, Alexandra aveva vissuto nel presente della sua antenata. L’ultima immagine che ricordava era il salto nel vuoto dalle mura, e poi quella distorsione di luce che le aveva separate di colpo.

«Lei è qui, no?» rispose Vidic, freddo. «Qualunque cosa sia accaduta, dopo i funerali di Saladino l’ha portata comunque a sposarsi e ad avere una discendenza.»

Le parole erano razionali, ma non bastavano. Parvaneh non era solo un frammento di memoria: era stata una compagna, un’amica. Le aveva promesso di aiutarla a nascondere la Mela, rischiando la vita e il suo posto tra gli Assassini. Alexandra non riusciva a credere che fosse finita così.

Anche se sarebbe tornata nel suo corpo, nel 1191 lei non era ancora un’Assassina, e non avrebbe ricordato nulla di ciò che avevano condiviso. Sarebbe stata di nuovo un’estranea, sola, in un mondo ostile.

Il respiro le divenne corto, veloce. Un’ondata d’ansia le serrò il petto.

Sarebbe stato un nuovo salto nel buio — e questa volta non sapeva se sarebbe stata in grado di affrontarlo.

D’istinto, allungò una mano verso Desmond. Lui la afferrò, senza dire una parola. Le loro dita si intrecciarono, fredde e tremanti.

Gli occhi di Alexandra erano lucidi, colmi di paura e di un muto appello d’aiuto. Quelli di Desmond le risposero con una malinconica consapevolezza: non poteva aiutarla, come non poteva aiutare lui stesso.

Un vetrino obliquo scivolò fuori dal vano del lettino, calando sopra le loro teste con un sibilo elettrico.

«Ci siamo,» annunciò la voce metallica di Lucy.

«Immersione congiunta nella sequenza del DNA tra tre… due… uno…»

I corpi dei due giovani si irrigidirono all’unisono.

I loro occhi si rovesciarono all’indietro.

Fu come lanciarsi da un elicottero nel vuoto, con il piccolo dettaglio che non indossava alcun paracadute.

La sensazione di cadere era vertiginosa: intorno a lei, il cono di luce bianca si contorceva in mille direzioni, attraversato da echi di voci, frammenti di volti, odori, battiti di cuore che non erano i suoi.

Cercò di voltarsi, sperando di scorgere Desmond precipitare con lei — ma non c’era. Solo luce, e il ronzio crescente del tempo che si piegava.

Forse non era così che funzionava. Forse avrebbe scoperto l’esito dell’esperimento solo una volta riemersa nella mente di Parvaneh.

Poi, uno strappo.

Quando riaprì gli occhi, un’ondata d’aria calda e polverosa le colpì il viso. L’odore di terra secca, legno bruciato e spezie le diede la conferma: era tornata a Masyaf.

Ma c’era qualcosa di profondamente diverso.

Le strade erano silenziose, troppo. Gli abitanti si muovevano con lentezza, gli sguardi persi nel vuoto, le labbra che mormoravano parole sconnesse, come se ripetessero una preghiera dimenticata, riguardo un certo "percorso di luce".

«Parvaneh!» disse ad alta voce, sperando in una risposta mentale, in quel familiare richiamo dentro la sua mente. Ma non udì nulla. Solo il brusio confuso delle voci che la circondavano.

Si voltò e scorse, appoggiato al muro di una bottega, un vecchio specchio incrinato. Vi si avvicinò e rimase immobile.

Il riflesso non mostrava la guerriera Nizarita che ricordava, ma una donna del popolo: una veste di tela grezza color terra, un velo avvolto attorno al capo e sulle spalle, lasciandole scoperto appena il viso. Ai piedi, sandali di cuoio consunti.

Nessuna lama, nessuno spallaccio, nessuna libertà di movimento.

Con quegli abiti addosso si sentiva soffocare: ogni gesto le pesava, come se anche il corpo del passato volesse ricordarle il suo posto nel mondo.

Era tornata nel Medioevo, sì. Ma non come un’Assassina.

Era tornata come una popolana, senza voce, in un luogo che sembrava aver perso la ragione.

«Sia lode al Maestro, poiché ci ha condotto alla luce!»

Le voci dei popolani si intrecciavano in un unico coro distorto, una nenia ipnotica che risuonava per le strade di Masyaf.

Alexandra riconobbe quel giorno: lo aveva intravisto nella mente di Parvaneh, quando la sua antenata si trovava due anni più avanti nel tempo.

Quel ricordo era sempre stato confuso, sbiadito come un sogno che svanisce al risveglio.

Ora capiva il motivo.

L’intera cittadina era caduta sotto l’influenza di Al Mualim — uomini, donne, persino quasi tutta la Confraternita.

E Parvaneh non faceva eccezione.

È per questo che non mi risponde… pensò Alexandra.

Forse il suo mutismo era la conseguenza diretta del controllo mentale.

Non sarebbe stata la prima volta che il corpo riusciva a muoversi anche se una delle due menti restava prigioniera dell’incoscienza.

Parvaneh dormiva, e lei era l’unica burattinaia rimasta a muovere quei fili invisibili.

Un clangore improvviso di metallo la scosse.

Il suono delle spade che cozzavano tra loro ruppe quel silenzio irreale, portando con sé l’eco della battaglia.

Altair stava combattendo. Contro i suoi stessi fratelli, ormai schiavi del volere di Al Mualim.

Alexandra si voltò di scatto e cominciò a correre.

Conosceva la salita, l’aveva percorsa decine di volte nei ricordi, ma ora ogni passo era una fatica.

I vestiti le intralciavano le gambe, la stoffa pesante le avvolgeva le caviglie, quasi volesse trattenerla.

«Oh, tanto sono tutti ipnotizzati… nessuno si scandalizzerà.»

Borbottò, fermandosi un istante per strappare un lembo della gonna.

La tela cedette con un suono secco.

Si rialzò, le falcate più ampie e leggere, il respiro più libero.

Mentre correva, il velo le scivolò via dal capo, lasciando cadere una chioma ribelle di ricci scuri che si mossero al vento.

Per un attimo, in quella follia generale, si sentì di nuovo se stessa.

Una manciata di minuti dopo, appostandosi dietro un muro, la ragazza era giunta appena in tempo per assistere alla scena.

Dal suo nascondiglio, poteva vedere Altair impegnato in un combattimento disperato: i suoi movimenti, precisi e implacabili, disegnavano traiettorie di luce e polvere nel sole che filtrava nell'aria distorta e cupa del circondario.

Alexandra si guardò intorno, alla ricerca di una spada, un pugnale, qualunque cosa potesse servirle. L’istinto la spingeva ad agire, a gettarsi nella mischia per aiutare il suo Maestro. Ma si fermò.

Ogni fibra del suo corpo voleva intervenire, eppure la mente le ricordò che non era il suo tempo.

Aveva già infranto la linea sottile che separava l’osservatrice dalla storia.

Un passo di troppo e forse avrebbe alterato il destino stesso di quell’istante.

Meglio non interferire. Non ancora.

Un lampo d’acciaio tagliò l’aria.

Gli ultimi avversari che stavano per sopraffare Altair caddero uno dopo l’altro, trafitti da pugnali lanciati con precisione mortale.

Alexandra sollevò lo sguardo, seguendo la scia del metallo, e lo vide: su un’altura, Malik, con al fianco i suoi uomini di fiducia.

Il cuore le balzò nel petto.

Era un impulso incontrollato, un istinto che non le apparteneva in realtà, ma che aveva fatto suo.

Ogni volta che quell’uomo appariva nel suo campo visivo, qualcosa dentro Parvaneh si agitava.

Altair, intanto, tirò un respiro profondo e raggiunse i suoi alleati.

Da quella distanza, Alexandra non riuscì a distinguere le parole, ma le loro posture, i cenni rapidi delle mani, le fecero intuire che si stavano preparando all’assalto finale al castello.

Il momento tanto atteso stava per arrivare.

Attese che il gruppo si disperdesse. Poi, dopo essersi assicurata che non ci fosse nessun altro nei paraggi, uscì allo scoperto per intraprendere l’ultima salita, quella che l’avrebbe condotta all’ingresso del castello.

A terra giacevano gli uomini che Altair aveva appena sconfitto. Credeva fossero tutti morti, ma presto si rese conto che solo quelli colpiti dai pugnali avevano perso la vita. Gli altri, messi fuori gioco da Altair, erano feriti e malconci, ma ancora vivi.

Un lieve sorriso le sfuggì. Quel giovane guerriero, che non aveva nemmeno trent’anni, era già pronto per diventare il futuro Maestro della Confraternita.

Non poteva più indugiare. Guardò davanti a sé e iniziò a correre.

I pensieri le si accavallavano uno dopo l’altro. Cosa stava davvero facendo? Stava obbedendo agli ordini di Abstergo — approfittare della confusione dello scontro tra Altair e Al Mualim per sottrarre la Mela — oppure stava solo cercando di sopravvivere?

Era lì per quella ragione, lo sapeva bene, eppure ogni passo che la avvicinava alla meta le faceva sentire una voce dentro urlarle “traditrice.”

Un mese prima, se qualcuno le avesse chiesto cosa pensasse di quella vecchia congrega di reietti che viveva nascosta in comuni isolate dal mondo, avrebbe alzato le spalle: erano le credenze dei suoi genitori, non le sue.

Adesso, però, tutto era cambiato.

Ma che scelta aveva? Il suo vero corpo giaceva su un lettino di laboratorio, minacciato, e sapeva che avrebbero trovato altri modi per costringerla a collaborare, se non l’avesse fatto di sua volontà.

E Desmond? Cosa stava facendo in quel momento?

L’uomo che aveva visto combattere poco prima era Altair, oppure il giovane che sedeva accanto a lei nel presente?

Se anche lui avesse subito quell’“effetto osmosi”, non si sarebbe sorpresa nel vederlo maneggiare una lama come un guerriero nato.

Una volta varcato l’arco dell’entrata, si ritrovò nello spiazzo: era deserto, grigio, e il vento pareva soffiare morte e desolazione.

Al suo primo approdo nella mente di Parvaneh, quel luogo era carico di vita — Assassini di tutte le età che si allenavano nell’arena — ma in quel fatidico giorno del 1191 le cose erano ben diverse.

Si diresse verso la scalinata che portava all’interno del palazzo, e lì notò subito che sulla piazzola in cima era riunito un gruppo di cittadini comuni, anch’essi sotto ipnosi: sguardi vacui, parole sconnesse, la stessa follia che aveva visto per le strade di Masyaf.

«Bisogna unirsi alla luce. Tutti coloro che non lo faranno, moriranno» — era un altro dei loro motti deliranti.

Provò a passare in fretta, ma quelle persone non accennarono a scansarsi, e per poco non le finì addosso. Decise allora di fare come al funerale di Saladino: si abbassò e si insinuò tra i corpi, rapida e decisa, per non ferirli né attirare attenzioni indesiderate.

Le venne naturale muoversi così — quei gesti appartenevano ormai anche a lei. Li aveva assimilati nella mente, e in quel momento si sentiva sicura delle proprie azioni.

Superata la folla, anche l’androne del palazzo appariva vuoto e silenzioso. Poi, da lontano, le giunsero delle grida provenire dal giardino interno: il luogo utilizzato dagli Assassini per distendere la mente, passeggiando o leggendo.

Quel luogo di pace era appena diventato il campo della battaglia decisiva — una guerra mentale tra l’avido Al Mualim e l’indomito Altair.

Non capiva bene cosa stesse accadendo.

Altair, dopo aver scambiato parole di sfida con l’ex Maestro, aveva estratto la spada e cominciato a colpire l’aria con movimenti precisi, quasi coreografici. Non stava agendo a caso: stava combattendo contro qualcosa — o qualcuno — che solo lui poteva vedere.

Alexandra si portò le mani alla testa. Anche se non era la diretta parte in causa di quello scontro mentale, ne stava subendo gli effetti.

Una serie di lampi improvvisi le attraversò la mente, accecanti, accompagnati da un dolore pulsante alle tempie. Si accasciò contro la parete più vicina, stringendo i denti.

Si chiese se l’influsso della Mela, nel corpo e nella mente di Parvaneh, stesse agendo in modo diverso rispetto a tutti gli altri caduti sotto ipnosi. Forse c’era qualcosa di unico in lei, qualcosa che poi l'anno dopo le aveva permesso di comunicare con il futuro.

Mentre Altair era impegnato nello scontro, Al Mualim discese lentamente dal balcone verso il pian terreno.

Ogni passo echeggiava come un battito nel silenzio irreale del castello.

Scendendo le scale, incrociò lo sguardo di Parvaneh accasciata a terra, le mani tra i capelli, il respiro corto e irregolare.

Si fermò.

Per un istante, nei suoi occhi brillò una vaga curiosità: quella giovane non sembrava sotto ipnosi come gli altri. Ma lo sguardo dell’anziano si spense presto, come se la considerasse un dettaglio marginale, e riprese a camminare verso l'entrata del cortile.

L’illusione di Altair stava svanendo, dissolvendo le copie illusorie dei suoi nemici. Al Mualim, ora, voleva affrontarlo direttamente, sfruttando ogni stilla del potere contenuto nella Mela.

Quando sollevò la sfera e questa iniziò a brillare, Alexandra – o meglio, il corpo di Parvaneh – fu colpita da un’ondata di energia. Il suo corpo ebbe uno spasmo violento e cadde in avanti, le mani tese sul pavimento di pietra gelido.

Gli occhi spalancati le si muovevano freneticamente. La realtà si frantumò.

Vide l'androne attorno a sé mutare all’infinito: ora terreno brullo, ora un cantiere, poi le stesse mura ridotte in rovina, divorate dal tempo.

Il battito del suo cuore era un tamburo impazzito.

E in mezzo a tutto, le voci. Centinaia, migliaia. Parlavano lingue diverse, epoche diverse, tutte dentro di lei: frammenti di memoria genetica che le sfuggivano di mano, come sabbia tra le dita.

Qualcosa stava cambiando.

Non solo lei o il corpo che la ospitava. Forse entrambi.

E mentre la trasformazione la travolgeva, un pensiero la trafisse come un lampo: dove si trovava, in quel momento, la vera coscienza di Parvaneh?

Nel frattempo, Vidic osservava due monitor accesi davanti a sé.

Su uno scorreva la sequenza neurale di Alexandra, sull’altro quella di Desmond. Linee di dati si muovevano frenetiche, come onde sismiche di un evento in pieno corso.

Era in fermento.

La sessione era appena iniziata quando l’allarme aveva cominciato a ululare in tutto l’edificio. Le luci d’emergenza lampeggiavano in rosso, e dalle radio interne arrivavano voci concitate: un gruppo di Assassini aveva fatto irruzione nella struttura.

Vidic serrò la mascella.

Come diavolo avevano fatto a sapere dove trovarli? E, soprattutto, come avevano comunicato con i due soggetti legati all’Animus?

Scartò l’ipotesi che Lucy potesse esserne coinvolta: era sempre stata affidabile, una mente brillante e disciplinata. Sì, proveniva da una famiglia di Assassini — ma il suo tradimento verso la Confraternita era stato totale. Non poteva essere lei.

Sul monitor, però, la situazione si stava complicando.

La sequenza di Alexandra mostrava anomalie sinaptiche gravi: onde cerebrali irregolari, ritmo cardiaco fuori scala, un’emorragia nasale evidente.

Eppure non potevano interrompere la sessione. Non ora. Quel momento rappresentava un punto di svolta, una connessione inedita nella memoria genetica.

Desmond, al contrario, era stabile. Il suo grafico era ordinario come sempre: il piano di “attivare” anche lui attraverso Alexandra sembrava fallito. Ma il dottore non poteva ancora dichiarare il fallimento. Non mentre aveva davanti a sé una possibilità.

Nel frattempo, dentro l’Animus, Alexandra cercava di rialzarsi.

Il mondo intorno a lei si piegava, le immagini si deformavano come riflessi d’acqua.

Poi la voce di Al Mualim risuonò limpida, tagliente come una lama:

«Sono tutte illusioni.»

Illusioni.

La parola le esplose nella mente, come una scossa elettrica.

Non poteva continuare a subirle — doveva reagire.

Non era immune come Altair al potere della Mela, ma neppure un soggetto ordinario. C’era qualcosa di diverso in lei.

Le sue mani tremavano, ma il respiro divenne più lento, più controllato. Il caos mentale iniziò a farsi ordine.

Sul monitor, Lucy trasse un sospiro di sollievo.

«Si sta stabilizzando.»

Si chinò su Alexandra e, con un gesto quasi materno, le asciugò il sangue dal naso.

«Questa ragazza è forte.»

Vidic annuì, pur con il volto madido di sudore.

«Dopo tanti fallimenti… forse abbiamo trovato i soggetti giusti. Speriamo che sia la volta buona.»

Ma il suo sguardo tornò verso la porta, da cui provenivano colpi secchi e grida.

Le guardie stavano resistendo, ma non avrebbero retto a lungo.

Gli Assassini si stavano avvicinando.

Altair riuscì a sconfiggere anche le copie evocate da Al Mualim, ma l’anziano Maestro non aveva ancora giocato tutte le sue carte.

Questa volta combatté in prima persona: sfoderò la spada, e la Mela dell’Eden avvolse il giardino in un bagliore instabile. Ogni colpo era seguito da un lampo di luce, ogni suo passo da una smaterializzazione improvvisa. Si spostava come un’ombra tra le ombre, apparendo e svanendo a pochi metri da Altair.

L’aria stessa vibrava dell’energia del manufatto, tanto che sembrava fosse calata una nebbia spessa, viva.

Alexandra, ancora stordita, si rialzò a fatica. Ogni respiro era denso di elettricità. Poi cominciò a scendere lentamente i gradini di pietra bianca che conducevano al giardino, attirata dal ronzio che saturava l’aria.

Arrivò giusto in tempo per assistere all’ultima mossa.

Con un colpo preciso, Altair trafisse Al Mualim. La Mela gli sfuggì di mano e rotolò in un angolo, silenziosa.

Il Maestro si accasciò, gli occhi velati più dal rimpianto che dal dolore. Altair si chinò su di lui, e per un istante tra i due non ci fu odio, ma solo la memoria di ciò che erano stati.

Per anni, Al Mualim aveva guidato la Confraternita. Quando loro erano bambini, lui già li addestrava all’ombra delle mura di Masyaf. Ma col tempo la speranza si era tramutata in disperazione.

Forse credeva davvero che cancellando la volontà degli uomini avrebbe ottenuto la pace.

E in quell’ultimo respiro, Altair comprese che anche i Maestri possono perdersi cercando di salvare il mondo.

Alexandra rimase per un attimo immobile, catturata da quella scena solenne: Altair inginocchiato accanto al corpo del suo Maestro, il vento che muoveva piano il mantello, il silenzio dopo la battaglia.

Poi il suo sguardo fu attirato da un bagliore all’angolo dello spiazzo.

La Mela — pulsante di luce dorata — era rotolata fino quasi al bordo, a un passo dal piccolo ruscello che costeggiava il giardino e si univa poi alla fontana centrale, più in basso.

Era il momento giusto per agire.

Trattenne il respiro e mosse un passo, poi un altro.

Ma improvvisamente una mano la afferrò per la spalla e la strattonò con forza.

Alexandra si voltò di scatto: un Assassino, ancora prigioniero delle illusioni di Al Mualim, la fissava con occhi vuoti, ripetendo parole confuse — «Chi rifiuta la luce… deve morire…»

Non ebbe il tempo di pensare. L’uomo sferrò un colpo, ma lei si abbassò d’istinto, sentendo il vento del pugnale che le sfiorava i capelli.

Il corpo si muoveva da solo, come guidato da una memoria che non le apparteneva.

Bloccò il braccio dell’avversario, ruotò sul fianco, usò il peso di lui contro di lui.

Un gesto perfetto, fluido.

Il colpo successivo partì in automatico: un pugno al diaframma, un calcio dietro il ginocchio, e l’uomo cadde a terra, privo di fiato.

Restò ferma, con il respiro accelerato, le mani tremanti — ma non di paura.

Era come se dentro di lei qualcosa si fosse acceso, un istinto antico che non sapeva di possedere.

L’effetto osmosi, lo chiamava Lucy: la trasmissione silenziosa di un sapere che non nasceva dall’addestramento, ma dalla connessione genetica con la mente dell'antenato, nel suo caso neurale.

Quel momento le fu svantaggioso.

Altair l’aveva vista.

Aveva riconosciuto la figura di Parvaneh e il suo sguardo si era fatto carico di stupore — non solo per trovarla lì, ma per averla vista mettere al tappeto, a mani nude, un Assassino addestrato.

Ma non ebbe il tempo di dire nulla.

Aveva appena chiuso gli occhi di Al Mualim quando la Mela, posata poco distante, reagì improvvisamente.

Dalla superficie color ottone partirono fasci di luce verticale che si intrecciarono nell’aria, formando una rete di raggi dorati.

In pochi istanti, davanti a loro, si materializzò un ologramma fluttuante: il pianeta Terra, sospeso nel vuoto, e su di esso diversi punti luminosi lampeggiavano in modo intermittente, come coordinate di un mistero ancora tutto da decifrare.

Alexandra trattenne il fiato.

Sentì il ronzio familiare dell’Animus che attraversava il suo corpo — una vibrazione profonda, come se stesse registrando ogni dettaglio di ciò che accadeva.

Nella stanza di Abstergo, i due monitor dei Soggetti si illuminarono all’unisono.

Le linee di codice scorrevano veloci, trasformandosi sullo schermo nella stessa immagine che si rifletteva davanti a loro: la Terra, e quei punti lampeggianti.

Un momento di assoluto silenzio, poi solo il suono costante delle ventole dei computer.

Era un momento cruciale.

Un frammento di verità che Abstergo attendeva da tempo.

«Altair! Eccoci finalmente, siamo riusciti a…»

Malik si interruppe di colpo. Era appena giunto con alcuni uomini e rimase senza parole davanti alla scena: la sfera luminosa sospesa nell’aria, la mappa del mondo che pulsava di luce dorata.

Per un lungo istante nessuno parlò. Solo il rumore dell’acqua che scorreva lungo il giardino.

«Credo che presto tutti si risveglieranno e torneranno in sé,» disse Altair, con voce roca. Il corpo era ancora piegato dalla fatica del combattimento, la spada in mano tremava leggermente. C’era stanchezza, ma anche dolore: aveva appena ucciso colui che era stato il suo mentore.

«Sì… venendo da te, ho visto i popolani che…» Malik si fermò di nuovo.

Solo in quel momento notò la giovane donna accanto a loro.

«Parvaneh!» esclamò, stupito più della vista di quella mappa fluttuante.

Lei, col velo abbassato e i capelli arruffati, appariva provata. La stoffa del suo abito lacerata, mostrando la gamba fino a metà coscia. Malik, imbarazzato, si tolse di dosso la giacca blu scuro e gliela posò sulle spalle senza dire una parola.

Ai loro piedi giaceva l’Assassino privo di sensi.

«Ti ha aggredita?» chiese, con esitazione. «Per fortuna che qui c’era Altair.»

Altair scosse il capo.

«In realtà non ho fatto nulla. Si è difesa da sola. Non credevo che ricordassi ancora le tecniche di autodifesa di quando eravamo bambini.»

Alexandra colse subito l’occasione per giustificarsi:

«Sì, la memoria del corpo... quando impari a pedalare... cioè quando impari una cosa ripetendola più volte, poi ti rimane dentro.»

Malik le rivolse un sorriso complice, ma il momento non concedeva tregua.

Dovevano decidere cosa fare con la Mela.

Altair, Malik e gli altri uomini si radunarono poco più in là, formando un piccolo cerchio di discussione, mentre Alexandra si sedette su una panchina di marmo per riprendere fiato.

Subito dopo si voltò verso la sfera, che giaceva incustodita sul pavimento.

Il suo bagliore pulsava, come se la chiamasse.

Era giunto il momento.

Si chinò lentamente e la prese tra le mani.

INT. – ABSTERGO INDUSTRIES – STANZA DELL’ANIMUS

«Allarme! Allarme! Intrusione nella sezione Animus!»

Le luci lampeggiarono in rosso. Vidic imprecò furiosamente.

Proprio adesso, nel momento in cui Alexandra — nel corpo di Parvaneh — aveva afferrato la Mela, gli Assassini avevano fatto irruzione nel laboratorio.

Erano vestiti di nero, il volto coperto da bandane. Si muovevano rapidi, precisi e silenziosi. In pochi istanti neutralizzarono le ultime guardie con colpi rapidi e decisi.

Vidic si voltò, cercando Lucy.

«Dannati, siete arrivati troppo tardi, noi—»

Non finì la frase.

Lucy gli diede una spallata violenta, facendolo indietreggiare, e si precipitò verso l’Animus.

Con un gesto deciso scollegò i cavi di Alexandra e Desmond, ancora in stato di incoscienza.

La visione di Alexandra che teneva la Mela dell’Eden in mano tremolò, distorcendosi.

Il bagliore della sfera si fece accecante — poi tutto si dissolse.

Una pagina bianca.

Come se il tempo stesso fosse stato strappato.

La stanza girava.

Non riusciva a mettere a fuoco, non capiva dove fosse.

Un attimo prima si trovava nel giardino del castello, e l’attimo dopo in un freddo laboratorio dai muri grigi, invaso da urla e concitazione.

Alexandra cercò di rialzarsi, ma le gambe le cedevano. Riuscì solo a distinguere due figure familiari tra la confusione: Lucy e Desmond.

Anche lui era barcollante, con lo sguardo perso, come se stesse lottando per restare ancorato alla realtà.

Lucy li afferrò entrambi per le braccia e, con forza sorprendente, li trascinò via.

Le sirene d’allarme continuavano a ululare, mentre le porte automatiche si chiudevano una dopo l’altra.

Dai corridoi alle loro spalle si sentivano colpi e passi pesanti: i rinforzi erano arrivati, e ogni secondo contava.

Cercarono di evitare il più possibile gli scontri, muovendosi tra le ombre e i fumi di scarico. Lucy li guidava con precisione, conosceva l'edificio a menadito.

Finalmente raggiunsero un’infermeria laterale.

Entrarono di corsa, e Lucy chiuse la porta alle loro spalle, chiudendola digitando la password sulla pulsantiera apposita.

I due ragazzi, esausti, si lasciarono scivolare lungo la parete fino a terra.

Lucy frugò rapidamente nell’armadietto dei medicinali, tirando fuori fiale e una pistola medica.

«Quando tutto questo sarà finito,» disse Desmond, cercando di riprendere fiato ma con un accenno del suo solito tono ironico, «ti farò assaggiare il mio famoso Shirley Templar. Era la punta di diamante del mio bar.»

Alexandra lo guardò con un sorriso stanco. «Allora me lo farai doppio.»

La testa le cadeva da un lato; si lasciò andare, poggiandola sulla spalla del giovane.

«A fare aperitivo ci penserete un’altra volta,» disse Lucy frettolosamente, caricando la pistola medica. «Per oggi vi accontentate di questo.»

Premette il grilletto, e un getto d’aria accompagnato da un sibilo iniettò la soluzione nei loro avambracci.

L’effetto fu immediato: un brivido, come una secchiata d’acqua gelida.

I sensi tornarono a risvegliarsi, le luci ripresero a essere nitide, i suoni meno ovattati.

Il mondo reale riaffiorava, lentamente, dal fondo del caos.

Lucy osservò il quadrante dell’orologio.

Il tempo per fuggire era poco, ma non poteva trascinare in giro due ragazzi che reggevano a stento la posizione come due ubriachi. Avevano bisogno di almeno cinque minuti per riprendersi.

Cinque minuti che per loro passarono in un lampo.

Per Lucy, invece, furono un’eternità.

Ma ne era valsa la pena: finalmente Desmond e Alexandra si rialzarono, più stabili, lo sguardo tornato vigile. Non ancora nel pieno delle forze, ma abbastanza lucidi da seguirla senza difficoltà.

Lucy si avvicinò alla porta e sbirciò attraverso la finestrella: nessun nemico in vista.

Sbloccò rapidamente il pannello di sicurezza e, con un cenno deciso, li invitò a seguirla fuori.

L’ascensore principale era bloccato, ma lei conosceva la sequenza per bypassare il sistema. Le dita scorsero rapide sulla tastiera tattile e, con un bip sommesso, le porte si aprirono.

Appena entrarono, l’ascensore iniziò a scendere.

I pannelli di vetro offrivano una vista spettrale sui piani inferiori del complesso Abstergo: file infinite di lettini Animus, ciascuno racchiuso nel proprio cubicolo di vetro e acciaio.

Ce n’erano decine. Forse centinaia.

Desmond e Alexandra si scambiarono un’occhiata incredula.

Nessuno dei due osò parlare, ma la stessa domanda li attraversò entrambi:

erano già operativi? E, se non lo erano, a cosa servivano tutti quei lettini?

Meglio non scoprirlo.

Lucy restò immobile per un istante, fissando il pavimento che scendeva sotto di loro.

«Benvenuti nel cuore di Abstergo,» mormorò infine, a mezza voce.

A quelle parole, i due la fissarono con le sopracciglia inarcate, ma la discesa era ormai finita. Mancava solo l’ultimo corridoio e poi l’ultimo ascensore — quello che, a detta di Lucy, portava al piano sotterraneo dell’edificio, dove un furgone li avrebbe attesi per la fuga.

«Avete liberato anche i miei genitori?» chiese Alexandra, con un filo di speranza nella voce.

Lucy non rispose. Alexandra non capì se per distrazione o per scelta: forse la donna era troppo concentrata sulla fuga per averla sentita?

Un colpo di pistola riecheggiò improvviso nell’androne, un proiettile andato a vuoto, ma non capirono da dove provenisse.

Raggiunsero l’ascensore. Lucy lo sbloccò nello stesso modo in cui aveva fatto con il primo e Desmond fu il primo a entrare. Alexandra stava per seguirlo, ma un secondo colpo centrò in pieno la pulsantiera.

Le porte metalliche si richiusero di scatto, lasciando Desmond dentro e Lucy e Alexandra fuori, alla mercé del nuovo, misterioso nemico.

Desmond urlò e colpì le porte con i pugni, ma Lucy cercò di rassicurarlo.

«Scendi tu, intanto. Noi ti raggiungeremo. I nostri amici ci stanno aspettando, non preoccuparti per noi!»

Desmond esitò, ma Alexandra intervenne:

«Fa’ come dice Lucy! Se l’ascensore funziona, intanto scendi. Noi ce la caveremo, sta tranquillo!»

Il ragazzo smise di colpire le porte e, dal rumore degli ingranaggi, capirono che aveva fatto come gli era stato detto. Le due donne si scambiarono un rapido sguardo d’intesa.

«Ma che bello rivederci!» disse una voce alle loro spalle. «Sai, per fortuna che la sessione è stata rimandata. Non avevo proprio voglia di prendere venti a quel compito di storia.»

Un brivido gelò Alexandra. Quella voce la conosceva bene.

La voce di Katia.

Colei che per anni aveva creduto un’amica, con cui aveva condiviso lezioni, notti di studio, risate e frustrazioni d’esami.

Il volto di Alexandra impallidì non appena si voltò.

Davanti a lei, Katia indossava abiti sportivi con il logo dell’Abstergo ben visibile sul petto. Nella mano destra, una pistola ancora fumante.

Il suo sguardo era colmo di soddisfazione, un piacere freddo e disturbante. In quel volto, Alexandra non riconosceva più l’amica che aveva conosciuto.

«Quando il dottore mi aveva detto che eri stata tu a tradirmi, non volevo crederci» disse Alexandra, la voce tesa ma ferma. «In questi giorni ho cercato di cancellarlo dalla mente... ma ora tu mi getti con violenza nella realtà.»

Katia sorrise appena, inclinando la testa.

«Se può consolarti, ti sono davvero grata per avermi aiutato con lo studio… ma sappi che ogni giorno passato accanto a una sporca Assassina mi faceva venire il vomito.»

Alexandra sentì le lacrime montarle agli occhi, ma si sforzò di trattenerle. Si voltò appena verso Lucy e, sottovoce, le sussurrò:

«Lucy, puoi riparare quell’aggeggio?»

«Ci provo» rispose la donna, già chinata sulla pulsantiera danneggiata. «Ma mi servirà un po’ di tempo.»

Alexandra annuì, serrando la mascella.

«Allora cercherò di farti avere quel “po’” che ti serve.»

L’aria tremava tra loro, pesante di rabbia e ricordi.

Katia fece un passo avanti, stringendo la pistola. La punta canna tremolò solo un istante — poi il primo colpo partì.

Alexandra si gettò di lato. Il proiettile colpì il muro, sprizzando frammenti metallici. Un secondo colpo sfiorò la sua spalla.

Si rialzò con un movimento rapido, quasi felino. L’adrenalina le attraversò le vene come una corrente elettrica. Sentì il battito del cuore fondersi con quello di qualcun’altra, più antica, più sicura. Parvaneh.

Il suo corpo si muoveva ora con una sicurezza che non le apparteneva del tutto. Scivolava sotto i colpi, piegava le ginocchia, sfruttava ogni movimento dell’avversaria per anticiparla.

Katia sparò ancora, ma Alexandra era già oltre: un passo di lato, poi una torsione fluida e un calcio secco al polso. La pistola volò via, rimbalzando sul pavimento con un suono metallico.

Le due si fissarono, ansimanti.

Ora non c’erano più proiettili, solo due corpi e anni di emozioni non dette.

Katia si lanciò per prima. Un pugno diretto, poi un altro. Alexandra schivò, rispose con un colpo di gomito che le centrò la spalla. L’impatto fu violento, ma Katia reagì subito, spazzando la gamba di Alexandra.

Caddero entrambe, rotolando a terra, le mani che cercavano prese, braccia che si torcevano in cerca di vantaggio.

Un colpo. Un altro.

Poi Alexandra riuscì a ruotare il corpo, sfruttando il peso dell’altra per spingerla a terra e immobilizzarla con un ginocchio sul torace.

Katia cercò di liberarsi, ma Alexandra la colpì con il dorso della mano: un colpo deciso, non letale, che bastò a stordirla.

Silenzio.

Il respiro delle due riempiva la stanza.

Fu allora che, dietro di loro, comparve Lucy.

Nella sua mano brillava la pistola di Katia, ora puntata contro la ragazza distesa.

«Togliti,» disse fredda. «Non possiamo rischiare che scappi via.»

Alexandra, ancora ansante, la guardò con stupore. Poi si mise tra le due, le braccia aperte.

«No, Lucy. Non così. È vero, mi ha tradita, ma… non posso dimenticare chi è stata per me.»

Le sue parole si fecero più dolci, più lente. Si voltò appena verso Katia, gli occhi lucidi di malinconia.

«Qualunque cosa tu abbia fatto, Katia… una parte di me ti sarà sempre grata per quello che siamo state.»

Un lieve sorriso, triste, le attraversò il volto.

Fu l’ultima cosa che sentì.

Un colpo secco alla nuca.

Il mondo si inclinò. Le gambe le cedettero.

Mentre cadeva, vide solo il riflesso di Lucy, freddo e impenetrabile, che abbassava la pistola.

Poi il buio.

Desmond fissava l’indicatore luminoso dell’ascensore, le braccia incrociate, lo sguardo teso. Ogni secondo sembrava un’eternità.

Accanto a lui, due figure osservavano in silenzio.

Uno, un giovane dal volto magro, occhiali squadrati e golfino grigio portato sopra una camicia, digitava nervosamente qualcosa su un palmare.

L’altra, una ragazza dai capelli corti e neri, con una frangia che le sfiorava un occhio e un paio di cuffie appoggiate al collo, lo osservava con un misto di apprensione e irritazione contenuta.

«Non possiamo tardare,» sbottò il ragazzo, senza distogliere lo sguardo.

«Shaun, un po’ di pazienza,» rispose lei, tentando un mezzo sorriso. «Vedrai che arriveranno presto.»

La luce dell’ascensore si accese.

Il numero sul piccolo schermo salì a “0”, poi tornò lentamente a “-1”.

I tre si irrigidirono. Nessuno parlò.

Desmond fece un passo avanti, pronto a tutto.

Quando le porte si aprirono, un sospiro di sollievo gli sfuggì dalle labbra. «Lucy!»

La donna uscì dall’abitacolo, ma da sola.

Sul bianco candido della divisa spiccava una macchia di sangue, ancora umida.

Il sorriso di Desmond si spense di colpo.

«Dov’è Alexandra?» chiese, la voce incrinata.

Lucy abbassò lo sguardo. Per un istante sembrò cercare le parole, poi scosse lentamente la testa.

«Ha dato la sua vita per permetterci di fuggire. Non ce l’ha fatta.»

Il silenzio che seguì fu pesante, irreale.

Solo il suono degli allarmi in lontananza e i passi degli agenti Abstergo in arrivo riportarono tutti alla realtà.

«Dobbiamo andare. Subito,» disse Shaun, rompendo la paralisi.

Salirono sul furgone pochi minuti dopo, il motore che ruggiva mentre lasciavano l’edificio alle spalle.

Il veicolo sobbalzava sulla strada, ma all’interno regnava un silenzio pesante.

Desmond fissava il vuoto, lo sguardo perso nel nulla.

Lucy, seduta accanto a lui, gli posò una mano sul braccio.

«So cosa provi,» mormorò.

«È che… non ho potuto fare niente,» rispose lui, con un filo di voce. «Quella povera ragazza…»

Lucy restò un momento in silenzio, poi parlò piano, come se stesse ricordando a sé stessa quelle parole.

«Sai, come te non era interessata alla vita degli Assassini. Voleva solo vivere, inseguire i suoi sogni. Ma quando è arrivato il momento, ha scelto di rischiare per gli altri. Questo la rende una di noi, Desmond.»

Un lungo respiro.

«E un giorno, quando porteremo a termine la nostra missione, lei sarà orgogliosa di te. Te lo prometto.»

Desmond non rispose.

Fuori dal finestrino, le luci della città scorrevano veloci, come ricordi che si dissolvono troppo in fretta.

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