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Creato il 08/07/2026, 20:22 · Aggiornato il 08/07/2026, 20:22

Capitolo 15: Capitolo 7.5

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoCompleta

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Morte
  • Sangue
  • Violenza
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Il sole tracciava la sua curva nel cielo quando l’ora della partenza si avvicinò, e Parvaneh sentì crescere un nodo allo stomaco più d’impazienza che di paura. Il Rafiq aveva assicurato che la ferita di Louis non era così grave: dopo un’intera giornata di riposo, medicazioni e cibo caldo, il francese aveva recuperato colore e forza a sufficienza per seguirla. Se il loro piano fosse andato liscio, non ci sarebbe stato bisogno di scontri diretti: avrebbero compromesso la polvere prima che potesse essere spostata, e poi sarebbero stati i soldati di Damasco a inseguire i veri colpevoli.

L’ombra lunga della decisione su quando — e se — usare la Mela pendeva ancora sulla testa di tutti, motivo di malumore per Malik. Al-Zahir restava vago nelle comunicazioni; le perquisizioni nella sua corte avevano mostrato solo che qualcuno aveva prodotto documenti falsi, e che probabilmente la corruzione o la negligenza di qualche soldato avevano consentito a quell’ordine di passare.

Il provvedimento più concreto, intanto, aveva dato loro tempo: per ordine di corte, tutti i magazzini erano stati posti sotto blocco e il commercio sospeso un giorno in anticipo, ufficialmente in segno di lutto per il funerale di Saladino. I mercanti s’erano lamentati, ci si aspettava qualche protesta, ma la famiglia ayyubide aveva la forza per soffocare ogni malumore. Così, se i Templari e i seguaci di Tamir avessero davvero voluto proseguire col piano, avrebbero dovuto fare tutto con le loro mani, spostando i barili in piena notte senza poter contare sulle vie legali di transito.

Quella era la leva che dovevano sfruttare: impedire lo spostamento, forzare il sabotaggio, e lasciare che la giustizia — o il caos organizzato delle guardie — si incaricasse del resto. E mentre la vita in città proseguiva inconsapevole, Parvaneh avvertì con chiarezza la responsabilità che le pendeva sulle spalle: andare contro il destino stesso, riscrivere i libri di storia. Qualsiasi sarebbe stato il prezzo di quella scelta.

«Malik, il tempo stringe» disse Parvaneh all’uomo seduto alla scrivania dello studiolo, mentre lui fissava con sguardo cupo la Mela dell’Eden, racchiusa nel suo scrigno di legno.

«Lo so bene» rispose Malik, pensieroso. «Spero solo che Altair non decida di staccarmi anche l’altro braccio, se riusciremo a fare ritorno alla Confraternita.»

Parvaneh gli si avvicinò, poggiandogli una mano sulla spalla. «Sono certa che, se torneremo, il Maestro non avrà nulla da rimproverarti. Damasco sarà salva, migliaia di innocenti saranno al sicuro. Questo è tutto ciò che conta.»

Malik sospirò. Mancava appena un’ora alla partenza di Parvaneh e Louis per la missione. Mentre loro avrebbero tentato di rendere inutilizzabile la polvere da sparo, lui avrebbe dovuto avvisare Al-Zahir, per indicargli l’ubicazione del covo dei criminali, così da porre fine alla loro minaccia una volta per tutte.

In quel momento entrarono nella stanza anche il Rafiq e Louis, entrambi con il volto teso, consapevoli di ciò che stava per accadere.

«Consigliere, crediamo in te» disse Louis, con il suo marcato accento francese. «Prenda in mano la pomme e ci dica tutto.»

Malik aggrottò lo sguardo e, dopo un profondo respiro, si fece coraggio. Sollevò lentamente il coperchio dello scrigno. Al suo interno, la Mela dell’Eden si rivelò in tutta la sua inquietante magnificenza: una sfera di colore ottone - ma di cui il vero metallo di cui era fatta era sconosciuto - incisa da enigmatici segni ed emanava un’aura chiara e palpabile. Con mano ferma, Malik la strinse nel suo palmo.

Parvaneh, fissandola, fu colta da un improvviso senso di nausea. Era un disagio che conosceva bene: lei stessa era stata una delle vittime della sua ipnosi, quando Al Mualim aveva utilizzato la reliquia contro i suoi sottoposti e la popolazione di Masyaf. La sensazione che provava era disturbante, un déjà-vu che la fece tremare dentro.

All’improvviso, l’Animus riprese a emettere segnali irregolari, interferendo nella mente di Alexandra e, di riflesso, in quella della sua antenata. Stava registrando ogni istante di quell’evento: un contatto diretto con la reliquia, esattamente ciò che l’Abstergo bramava da tempo.

Immersa in quello che doveva essere solo un ricordo — e che invece era, in qualche modo, anche il presente — Alexandra non poteva udire cosa si stessero dicendo Vidic e Lucy nel laboratorio. Ma non aveva dubbi: avrebbe scommesso cento dollari che, in quel momento, lo scienziato stava letteralmente esultando di gioia.

Al contatto con la sua pelle, la Mela reagì immediatamente. Il bagliore che emanava si intensificò all’istante, riempiendo la stanza di una luce accecante. Sembrava essersi attivata, proprio come Malik l’aveva vista comportarsi tra le mani di Altair.

Un’ondata di vibrazioni lo attraversò, così potente da togliergli quasi il respiro. Era come udire, contemporaneamente, mille voci che sussurravano e mille stridii che laceravano l’aria. Un’energia sovrumana, primordiale, tanto immensa da far sembrare impossibile che potesse appartenere a questo mondo.

Che creatura o divinità aveva potuto concepire un simile artefatto?

Il ricordo di Abbas gli balenò nella mente: stava per cedere, soggiogato da quel potere che nessun essere umano avrebbe mai dovuto possedere. Per un attimo, la paura minacciò di spegnere la sua determinazione. Ma poi la voce di Parvaneh, le sue parole, riaffiorarono nitide nella memoria. E, soprattutto, ricordò ciò che lui stesso si era ripetuto prima di impugnare la reliquia: non stava usando la Mela per sete di dominio o gloria personale.

Voleva solo fermare l’attentato.

Voleva salvare vite, non spegnerle.

Non era Altair… ma era comunque Malik Al-Sayf: guerriero, secondo in comando della Confraternita, uomo d’onore.

Lui ce l’avrebbe fatta.

«Mostrami, Mela. Mostrami dove si nascondono questi criminali» pronunciò con tono solenne, la voce tesa dallo sforzo di dominare l’artefatto.

La Mela brillò ancora più intensamente, costringendo Parvaneh, Louis e il Rafiq a coprirsi gli occhi per non restare accecati.

Allora, nella mente di Malik, esplose una visione.

Era come se si trovasse sospeso sopra Damasco, avvolta nei caldi riflessi dorati del tramonto. La città si estendeva sotto di lui, viva e pulsante, ma la sua percezione era distorta: il centro della sua vista era nitido, mentre i bordi si deformavano come se fossero tirati da un’ellisse instabile.

D’un tratto, si ritrovò sopra un edificio, e poi la visuale scivolò in avanti, come un improvviso e vertiginoso effetto di zoom.

Si ritrovò nel cuore del Souk Sarouja, il quarto mercato di Damasco, situato nella parte nord-occidentale del quartiere ricco, accanto alla grandiosa Moschea degli Omayyadi.

Un luogo che Malik conosceva bene: era lì che, tempo addietro, il mercante Tamir aveva condotto i suoi affari, una delle prime vite che Altair si era preso, per fermare il complotto dei Templari.

La visuale di Malik proseguì, scivolando rapida come un falco in picchiata.

Sorvolò i tetti degli edifici, scivolando sopra le cupole e i comignoli, fino a calarsi all’interno di un lucernario lasciato aperto. Si insinuò tra i banchi del mercato, tra la folla ignara che si muoveva tra le merci, per poi penetrare in una bottega dall’aspetto anonimo. Lì, una botola nascosta nel pavimento si spalancò davanti alla sua percezione, conducendolo in una galleria segreta.

Il cunicolo, fiocamente illuminato da torce tremolanti, si apriva infine in una camera sotterranea.

All’interno, diversi uomini attendevano. Alcuni portavano i simboli di Tamir, altri recavano il marchio della croce templare, inciso sulla pelle, un giuramento indelebile.

Non potevano vederlo né sentirlo, eppure Malik aveva la netta sensazione di essere lì con loro, in piedi, a respirare la loro aria.

I loro volti erano contratti: rabbia, frustrazione, tensione.

I piani erano stati compromessi, e quasi nulla era andato come previsto. Ora avevano solo quella notte per portare a termine il loro intento, e non avrebbero tollerato altri fallimenti.

All’improvviso, la visione cominciò a vacillare.

Malik sentì la sua concentrazione spezzarsi, come se un vento impetuoso stesse strappando via le vele di una barca in mezzo alla tempesta. Altair, immune all’influenza della Mela, riusciva a dominare la reliquia con la forza della sua volontà. Malik no: per lui era un campo di battaglia mentale, e stava perdendo terreno.

La scena mutò di colpo.

Le immagini di Damasco svanirono, e davanti a lui apparvero volti sconosciuti: figure alte, dall’espressione austera, avvolte in abiti mai visti prima. Non parlavano, ma lo fissavano, immobili, come statue vive.

Un gelo innaturale lo attraversò. Quelle presenze non appartenevano al suo mondo.

Un dolore acuto esplose nella sua mente. Le sue sinapsi sembravano sul punto di bruciare, e quel tormento si riversò nel corpo, facendolo urlare. Nella stanza, Parvaneh, Louis e il Rafiq sobbalzarono, terrorizzati.

«Malik, basta così! Lascia andare la sfera!» gridò il Rafiq, con la voce incrinata dal panico.

Ma Malik non poteva udirlo, intrappolato com’era nella visione.

Parvaneh si precipitò verso di lui e gli afferrò il braccio, sperando di scuoterlo.

Appena lo toccò, fu come se una tempesta di immagini le esplodesse nella mente. Voci, colori, ricordi… tutto correva davanti ai suoi occhi come una folla impazzita, lasciando solo scie indistinte.

Tra quelle scie, per un istante, vide Malik stesso, che la fissava. Poi il suo volto si dissolse, sostituito da quello di una giovane donna.

Aveva occhi di un blu intenso e uno sguardo confuso, come se potesse vederla a sua volta.

Indossava una giacca azzurra di un materiale mai visto prima, i capelli castani leggermente mossi incorniciavano un viso dalla pelle olivastra, più chiara di quella di Parvaneh.

Era un’immagine impossibile… eppure incredibilmente reale.

Il cuore di Parvaneh accelerò, ma non poteva fermarsi a contemplare quella visione. Doveva salvare Malik.

Con uno sforzo sovrumano riuscì a distinguere l’illusione dalla realtà. Serrando i denti, con un gesto deciso, colpì la mano di Malik.

La Mela dell’Eden rotolò via, cadendo pesantemente sul pavimento.

Il corpo di Malik si afflosciò sulla sedia, il capo chinato sul petto.

Per un attimo il silenzio fu totale, rotto solo dal suo respiro affannoso. Era privo di sensi, ma vivo.

Parvaneh barcollò all’indietro, il fiato spezzato, e si appoggiò contro la parete per non cadere. Il mondo attorno a lei era ancora sfocato, come se la realtà stessa avesse esitato a ricomporsi.

Tutto questo, nel laboratorio dell’Abstergo, non era passato affatto inosservato.

Le luci dei monitor lampeggiavano in maniera caotica, emettendo una serie di segnali acuti che rimbombavano nella stanza come un allarme incombente.

Lucy Stillman, con il volto contratto dalla concentrazione, dava fondo a tutte le sue conoscenze per cercare di stabilizzare il Soggetto 18. Le sue dita correvano rapide sulla tastiera, mentre controllava contemporaneamente diversi pannelli di controllo. Ogni secondo perso poteva significare la fine della sessione… o peggio.

«Dannazione!» ringhiò Warren Vidic, che si agitava alle sue spalle.

«Mantienila sul ricordo, Lucy! Non possiamo permetterci di perdere la connessione ora!»

La sua voce era dura, imperiosa, più vicina a un ordine militare che a un consiglio.

L’Animus emise un forte stridio, lo schermo principale sfarfallò e per un istante tutto si fece bianco.

Lucy trattenne il fiato, le mani che non smettevano di digitare, il cuore in gola.

Se il sistema avesse ceduto in quel momento, non solo avrebbero perso dati cruciali… ma Alexandra avrebbe rischiato danni irreparabili.

Vidic si passò una mano tra i capelli sudati, furioso. «Non deve saltare ora… non mentre siamo così vicini!»

I suoi occhi brillavano di bramosia: voleva quella memoria, quella visione della Mela dell’Eden, a qualunque costo.

In qualche modo, nonostante le continue pressioni di Vidic — che certo non aiutavano la sua concentrazione — Lucy riuscì a ricalibrare l’Animus, impedendo che collassasse del tutto.

Il respiro le uscì lento e tremante, ma non poteva permettersi di abbassare la guardia nemmeno per un secondo.

Aveva seguito l’intera sequenza attraverso i suoi schermi, le immagini scorrendo davanti ai suoi occhi come un incubo vivido.

La distruzione di Damasco, di cui fino a quel momento aveva letto solo nei testi storici, si rivelava ora in tutta la sua brutalità: una realtà cruda, tangibile, che rendeva le Crociate ancora più spietate di quanto avesse mai immaginato.

Ma qualcosa, in quella sessione, stava andando oltre ogni logica.

Lucy si morse il labbro, gli occhi che scorrevano freneticamente tra i dati in sovrapposizione.

Che diavolo sta succedendo?

La Confraternita stava davvero riuscendo a fermare il sabotaggio?

Lo squarcio spazio-temporale era sempre stato solo una teoria, un’ipotesi remota che persino l’Abstergo aveva esitato a considerare. Ma ciò che stava vedendo sul monitor non sembrava una simulazione.

Sembrava… realtà.

Uno scherzo crudele dell’universo, qualcosa di inconcepibile.

Il panico le serrò la gola.

Forse avrebbe dovuto rimuovere Alexandra dalla sessione con un arresto forzato, anche a costo di infliggere danni irreparabili alla mente della giovane. Era l’unico modo per spezzare quel legame pericoloso prima che fosse troppo tardi.

Approfittando di un momento in cui Vidic le dava le spalle, Lucy tentò la procedura, le dita che correvano veloci sulla tastiera, ignorando ogni ordine di quell’uomo folle e accecato dall’avidità.

Ma sullo schermo apparve un messaggio che le fece gelare il sangue nelle vene: comando disabilitato.

Alexandra e l’Animus, in quel momento, erano diventati un’unica entità.

Non esisteva più confine tra il corpo della ragazza e la macchina.

Lucy sbiancò, il cuore che martellava nel petto.

Per la prima volta, realizzò che non stavano solo correndo un rischio: stavano oltrepassando un limite che non avrebbe mai dovuto essere valicato.

La Mela era rotolata in un angolo della stanza, e il Rafiq, rapido e deciso, la raccolse con un panno, riponendola con cura nello scrigno, per la sicurezza di tutti.

Il segreto più grande della Confraternita… e forse anche la sua più grande disgrazia.

Il respiro di Malik si fece affannoso. Il corpo tremava mentre riacquistava lentamente coscienza. I suoi occhi erano paonazzi, come se una secchiata d’acqua gelida gli fosse stata rovesciata addosso. Si guardò intorno, confuso, e per un attimo non riconobbe né il luogo né i volti che lo circondavano.

«Grazie al cielo, ti sei ripreso» ansimò Parvaneh, ancora scossa ma finalmente lucida.

«Consigliere… cosa è successo? Ha visto qualcosa?» chiese Louis di getto, gli occhi spalancati per lo stupore e la preoccupazione.

Malik non rispose subito. Si portò una mano alla fronte, piegandosi leggermente: una nausea intensa lo aveva pervaso.

Il Rafiq lo intuì all’istante e gli porse un vaso, pronto ad accogliere ciò che il corpo del Consigliere rifiutava. Malik rigettò l’eccesso, poi bevve un sorso d’acqua per riprendersi.

«Ho visto…» balbettò, ansimando, «ho visto il loro covo.»

Le parole uscivano lente, pesanti, cariche della tensione accumulata.

«Si sono insediati di nuovo nel loro vecchio nascondiglio. Pensavano che, agendo con discrezione, non avrebbero incontrato ostacoli.»

Un sorriso orgoglioso increspò le sue labbra.

«Ma questi sciocchi… vogliono giocare tra le ombre… con gli Assassini.»

«Manderò immediatamente dei messaggeri al principe, così che possa sgominare il covo» disse prontamente il Rafiq.

Senza indugiare oltre, uscì dalla stanza di gran carriera, lasciando dietro di sé il silenzio carico di tensione.

Louis si avvicinò a Parvaneh, aiutandola a sorreggersi. Lei lo ringraziò con un sorriso, ancora leggermente tremante ma rasserenata.

Malik la osservò con uno sguardo intenso. Quella breve connessione con la Mela gli aveva aperto una consapevolezza fugace, ma per ora preferì serbare i suoi pensieri per sé.

«Andatevi a sdraiare entrambi» ordinò ai suoi sottoposti con voce ferma, ma calma.

«Manca meno di un’ora. Vi voglio lucidi.»

I due fecero come richiesto dal Consigliere, lasciandolo riposare dopo quell’intensa esperienza.

Si sdraiarono sui soffici cuscini della sala principale, cercando di chiudere gli occhi, di trovare un po’ di tregua.

Ma Parvaneh non poteva riposare. Non ora, non mentre nella sua mente si affollavano mille domande per Alexandra.

La cercò, aprendo il contatto mentale, e inizialmente non ottenne risposta. Pensò fosse uno di quei momenti in cui lo strumento che permetteva la comunicazione con la discendente considerava quel tempo “obsoleto”, poiché l’interesse del soggetto era concentrato sui momenti più salienti della propria vita.

Così non fu. Alexandra era presente, ma provata come lei, anch’essa scossa da quanto appena vissuto. Anche la giovane donna aveva avuto quella visione.

Quindi… eri realmente tu? disse Parvaneh, nella mente ad Alexandra, con stupore palpabile. Ho visto il tuo volto… sei… sei reale.

Ancora non lo credevi? replicò Alexandra, con un filo di dispiacere nella voce mentale.

Ormai sì, sei reale… ammise Parvaneh. Tutti i miei dubbi si sono dissipati quando i nostri sguardi si sono incrociati. Sei così giovane…

In realtà abbiamo più o meno la stessa età. Ma nel mio tempo la vita media è più lunga, viviamo più agiatamente rispetto al vostro, spiegò Alexandra.

Eppure la brama di potere rimane immutata nei secoli, osservò Parvaneh con un filo di sarcasmo.

Esattamente. Tutto quello che ci sta capitando deriva da quel desiderio… e da ciò che ho visto, sentito, a contatto con la Mela. La voce di Alexandra tremava. Parvaneh, siamo sull’orlo di qualcosa di terribile. Si percepisce sempre più chiaramente. Dobbiamo fermarci… ora.

Parvaneh strinse i pugni. No. Ormai ci siamo. Possiamo vincere questa partita.

A quale scapito, però?

Parvaneh non rispose. Aveva compreso perfettamente cosa intendesse la discendente, ma non aveva intenzione di tornare indietro.

Se Alexandra avesse provato a prendere il controllo del suo corpo… no. Non glielo avrebbe permesso. Lo spirito della giovane poteva dominare a livello mentale, come se potesse dirigere la sua esistenza, ma Parvaneh non si sarebbe mai trasformata in una marionetta.

Le ombre si allungavano su Damasco. Il sole stava per nascondersi dietro le colline, tingendo il cielo di sfumature rosa e arancioni.

Per molti, la giornata lavorativa volgeva al termine; per gli Assassini, invece, tutto stava appena cominciando.

Si arrampicarono silenziosi sul tetto della loro base e, rapidi e discreti come ombre stesse, ripercorsero il tragitto che ormai conoscevano a memoria.

Ogni passo, ogni salto, ogni appiglio era già stato provato e riprovato, ma quella volta sarebbe stato definitivo.

Se il loro intento fosse fallito, quella strada non sarebbe più esistita, inghiottita dall’oblio e dal pericolo che li attendeva.

Il magazzino appariva esattamente come se lo erano immaginato: quasi deserto, presidiato soltanto da poche guardie con compiti di portierato, utili più a scoraggiare i ladri che a difenderlo realmente.

A differenza della notte precedente, la porta principale era stata sbarrata, ma i due Assassini non si lasciarono scoraggiare.

Come tutti i fondaci, anche questo disponeva di un piano superiore destinato agli alloggi dei mercanti. Tuttavia, essendo una struttura di secondaria importanza rispetto a quella appartenente al Khan di Azim Pascià – e forse proprio per questo scelta dai Templari – molte stanze risultavano vuote e silenziose.

Fu in una di queste che decisero di agire.

La camera era spoglia, e lo erano anche quelle adiacenti: il luogo ideale per introdursi senza correre il rischio che qualcuno li sentisse.

Da lì avrebbero potuto scendere, inosservati, nel grande stanzone sottostante dove venivano custodite le merci.

Louis fece scattare la serratura della finestra, facendo scorrere uno dei suoi pugnali da lancio nella sottile fenditura tra le ante.

Un click secco ruppe il silenzio, e subito dopo i battenti si aprirono senza un gemito, come se fossero stati unti di recente.

Il duo si infilò all’interno, rapidi e silenziosi come ombre.

L’aria nella stanza era stantia, carica dell’odore di polvere e legno vecchio, ma soprattutto di quell’inquietante calma che precede la tempesta.

Aprire la porta interna fu persino più semplice: il meccanismo era rozzo, pensato più per la privacy che per la sicurezza.

Louis si chinò, lavorando in pochi secondi sulla serratura, mentre Parvaneh si guardava intorno, tesa come la corda di un arco.

Un altro click, e la porta si spalancò di pochi centimetri, senza emettere alcun suono.

Si scambiarono uno sguardo d’intesa, poi si immersero nel corridoio di pietra.
Le pareti erano grezze, appena intonacate, senza arredi di pregio.

Chi alloggiava lì non era certo un mercante di alto rango.

L’odore di olio bruciato e umidità aleggiava nell’aria, mentre lampade a olio sparse lungo il percorso emanavano una luce bassa e tremolante.

Quella scarsa illuminazione era un vantaggio: ogni volta che sentivano passi avvicinarsi, Parvaneh e Louis si nascondevano tra gli angoli bui.

Finalmente, raggiunsero una porta di legno rinforzato che celava la scala diretta al magazzino.

Appena la aprirono, si ritrovarono su un piccolo terrazzino interno, da cui si poteva osservare l’enorme stanzone dall’alto.

Lì sotto, le strutture in legno si intrecciavano come un dedalo: alte scaffalature, casse accatastate, botti impilate in file precise.

Un luogo ordinato, apparentemente innocuo, ma sotto quella facciata si nascondeva un piano capace di annientare Damasco.

Louis si chinò verso di lei, con un accenno di sorriso che non riuscì a mitigare la tensione.

«Mademoiselle Parvaneh…» sussurrò, con il suo accento francese marcato.

«Vieni, ti mostro dove si trovano i barili.»

Scivolarono giù per la rampa di scale, veloci e silenziosi.

Una volta toccato il pavimento dello stanzone, Louis li guidò tra pile di casse fino a una catasta di botti contrassegnata da un simbolo insolito: quello che Yusuf aveva riconosciuto come il marchio di Tamir.

Parvaneh si inginocchiò e sfiorò con le dita la superficie ruvida di una botte.

Louis estrasse uno dei suoi pugnali da lancio e, con un movimento secco, fece saltare il coperchio.

Un odore pungente e acre si diffuse immediatamente.

All’interno, una sostanza scura: polvere nera, simile a carbone ridotto in granelli, ma infinitamente più letale.

La luce della luna, che filtrava dai finestroni alti, illuminò il volto di Parvaneh, marcandone la preoccupazione.

Quella polvere, all'apparenza innocua, era in grado di esplodere al contatto con il fuoco, radendo al suolo interi edifici, persino interi quartieri se concentrata a sufficienza.

Parvaneh sollevò lo sguardo e studiò la disposizione del magazzino.

Sopra la catasta di botti erano sospese grandi piattaforme di sabbia, tenute in equilibrio da un sistema di corde e carrucole.

Altre piattaforme simili erano collocate lungo i lati dello stanzone.

L’idea era chiara: se fossero riusciti a posizionare le piattaforme correttamente, bastava tagliare le corde giuste e far crollare la sabbia.

Il peso e l’impatto avrebbero schiacciato i barili e al contempo avrebbe creato un effetto domino con le altre merci accatastate.

In questo modo, nessuno avrebbe mai sospettato che il vero bersaglio fossero proprio quei barili.

Louis annuì, valutando il meccanismo con occhio esperto.

«Parvaneh, sali sulla piattaforma,» disse con decisione. «Dall’alto potrai indicarmi la posizione esatta in cui posizionarla.»

Si avvicinò alle leve che regolavano lo scorrimento delle carrucole.

Il suo corpo non era particolarmente massiccio, ma era allenato e temprato, con la forza tipica di un guerriero cresciuto sul campo di battaglia.

Un tempo, prima di indossare la tunica degli Assassini, Louis era stato un soldato crociato, abituato al peso di una cotta di maglia e di un’armatura completa.

Ora metteva quell’addestramento al servizio della Confraternita per sventare il piano dei Templari.

Parvaneh si avvicinò alla parete e grazie alla sua conoscenza nell'arrampicata, riuscì ad individuare i punti migliori per aggrapparsi. Così facendo, riuscì a raggiungere una certa altezza, per poi voltarsi e saltare verso la corda della piattaforma centrale.

La piattaforma oscillava leggermente mentre Parvaneh vi si issava sopra, agile e rapida come un felino.

Si aggrappò alle corde, sfruttando la forza delle braccia e la spinta delle gambe, fino a raggiungere il suo obiettivo.

«Ancora un poco a sinistra, Louis!» sussurrò dall’alto, indicando la posizione con gesti precisi.

Il francese, sudando sotto lo sforzo, manovrò le leve delle carrucole con attenzione, facendo scorrere la struttura.

Il legno scricchiolava, ma i meccanismi rispondevano bene.

«Là! Perfetto!»

Con un cenno deciso, Parvaneh confermò che la piattaforma era pronta.

Poi, senza perdere tempo, piegò le ginocchia e balzò verso la piattaforma laterale di destra, afferrando la fune sospesa.

Il salto fu rischioso, ma l’addestramento e la sua determinazione la portarono a compiere un atterraggio stabile.

«Louis, questa deve essere spostata più avanti, verso la parete!» gridò a bassa voce, facendo dei segni rapidi con le mani.

Louis obbedì, spingendo con decisione le leve e muovendosi tra corde e pulegge come se stesse guidando una macchina da guerra.

Quando la piattaforma fu nella posizione esatta, Parvaneh annuì e scivolò verso l’ultima.

Quella di sinistra era la più complessa da raggiungere.

Si arrampicò sulle corde, poi, aggrappandosi a una trave, compì un altro salto calcolato, atterrando sulla terza piattaforma.

La sabbia scricchiolò sotto i suoi stivali, mentre lei si inginocchiava per regolare i contrappesi e controllare le corde di sgancio.

«Questa è l’ultima!» annunciò, con un misto di sollievo e tensione.

Louis sollevò lo sguardo e le fece cenno di completare il controllo.

Con un respiro profondo, Parvaneh diede l’ultimo segnale: tutto era pronto.

La trappola era stata posizionata alla perfezione.

Senza perdere tempo, iniziò a compiere il percorso inverso, scivolando lungo le corde e aggrappandosi alle sporgenze.

Si muoveva con la stessa agilità con cui era salita, ma la scarsa luminosità della stanza era un nemico subdolo.

Quando posò il piede su una corda lasca, non la vide in tempo.

Il piede scivolò.

Il corpo perse l’equilibrio.

Il salto successivo verso la parete fu sbagliato: Parvaneh riuscì appena a sfiorare il muro con la mano, senza trovare appiglio.

Cadde nel vuoto.

Il tonfo fu attutito da un sacco di tela che si trovava a terra, ammortizzando l’impatto.

Tossendo e dolorante, Parvaneh si accorse che il sacco si era aperto e che da esso fuoriuscivano divise da Assassino: quelle che Louis, Yusuf e Ahmed avevano nascosto la notte precedente per infiltrarsi fingendosi facchini.

Ma non era tutto:

tra quelle stoffe, scivolò fuori una lettera piegata, scritta in francese.

La prese tra le dita tremanti e, nonostante la scarsa luce e la calligrafia corsiva, la sua discendente riuscì a distinguere due parole che lasciarono interdette entrambe:

"trappola"

"giustizia"

Il cuore di Parvaneh accelerò.

Alzò di scatto lo sguardo per cercare Louis, ma il francese non era più al posto di comando.

La piattaforma centrale oscillava ancora leggermente, ma lui era svanito.

Si voltò d’istinto dall’altro lato, pronta a reagire, ma qualcosa di duro e pesante la colpì alla nuca.

Un lampo di dolore acuto, poi il buio totale.

Parvaneh riaprì gli occhi frastornata. Non era più nel magazzino: si trovava in un corridoio di pietra illuminato da torce fissate alle pareti, e intorno a lei si allineavano barili polverosi. Le mani le erano legate dietro la schiena.

Accanto a lei giaceva Louis, nelle stesse condizioni, il volto contratto in un'espressione accigliata mentre chiedeva di parlare con qualcuno. Di fronte a loro stavano uomini che non conosceva; sulle braccia portavano il tatuaggio dei Templari.

«Che vuoi?» chiese l’uomo che si presentò come il capo degli attentatori, la pronuncia francese marcata.

«Vedo che proveniamo dalle stesse terre. Slegami subito, così potremo parlare da uomo a uomo.»

«E poi mi attacchi?» ribatté l’altro.

«Hai la mia parola che non lo farò. Ci avete disarmati e siete in numero maggiore.»

L’uomo biondo e stempiato scrollò le spalle e sciolse i nodi. Louis si alzò con calma, appoggiandosi al muro, e mormorò in tono rassicurante: «Non ti preoccupare, cercherò di convincerli a lasciarci andare; se non lo faranno, userò le maniere forti.» Parvaneh gli rispose con un semplice cenno del capo.

I due iniziarono a discutere, ma in francese. Parvaneh aggrottò la fronte: non capiva la lingua. Poi, improvvisa, la voce di Alexandra squillò nella sua mente. Ti sta ingannando! esclamò, allarmata. Non sta trattando per salvarvi — sta perfezionando il piano. Louis non è con noi!

La rivelazione la colpì. «Maledetto traditore!» urlò Parvaneh, fissandolo con gli occhi infuocati. «Eri in combutta con loro fin dall’inizio?»

Louis rimase sorpreso. «Tu… conosci il francese?» chiese, sorpreso. Ma Parvaneh non rispose alla domanda; esigeva spiegazioni.

«Perché lo fai?» gli chiese allora, la voce rotta dall’incredulità. «Tu sei un Assassino: vivi nell’ombra per servire la luce. Hai abbandonato l’armata crociata perché ritenevi che la spedizione in nome di Dio fosse una scusa per saccheggiare queste terre.»

Louis la guardò, la voce divenne dura. «Non sono più un crociato, infatti. Proprio perché disgustato dai massacri compiuti in nome di un Dio, ho cercato la pace. Credevo di trovarla nella Confraternita, e per anni ci ho creduto. Ma il vostro ideale di pace è utopico. L’obiettivo dei Templari è concreto. Con un ordine assoluto, le guerre finiranno. Sì, si perderà parte della libertà, ma cosa ha prodotto finora la nostra libertà se non altra morte e distruzione?»

«E quindi far saltare Damasco fa parte della tua idea di pace?» sbottò Parvaneh. «Non hai idea di cosa scatenerai: saraceni e crociati si accuseranno a vicenda, le battaglie diventeranno ancora più feroci, non ci sarà mai fine!»

Louis parlò lentamente, come chi pesa ogni parola. «Mademoiselle Parvaneh… la botta alla testa è stata più forte di ciò che immaginassi. Se può consolarti, quando partii per questa missione non sapevo che l’ordine templare fosse il mandante. Volevo sventare qualsiasi piano fanatico. Ma indagando nelle caserme, mostrando l’anello della mia famiglia, un membro dell’Ordine mi si è avvicinato e mi ha spiegato tutto.» Nei suoi occhi si accese una luce folle. «Per ottenere una pace duratura, qualche innocente dovrà morire. Dobbiamo provocare una guerra tanto sanguinosa che la gente, disperata, chiederà un’ancora di salvezza. La Confraternita sarà costretta a dividersi, indebolita: allora, con Masyaf vulnerabile, potremo impossessarci della pomme dell’Eden.»

Parvaneh strinse i denti. «Perché mi racconti tutto questo?» chiese.

Louis ghignò. «Perché, come Amhed e Yusuf, anche tu aiuterai ad alimentare le fiamme che avvolgeranno Damasco.»

Il capo degli attentatori, che aveva ascoltato lo scambio, aggrottò lo sguardo. «Veramente, nel punto indicato abbiamo trovato un solo uomo. Non ce n’erano due.»

Louis si voltò di scatto. «Come, uno solo? E l’altro dov’è?!»



Louis e Parvaneh erano partiti da circa un’ora, e l’attesa nella sala principale pesava come un macigno.

Malik, con il braccio piegato dietro la schiena, non riusciva a stare fermo: camminava avanti e indietro tracciando cerchi sul tappeto.

Dietro il bancone, il Rafiq sorseggiava il tè con aria forzatamente composta, come se potesse tenere a bada l’ansia a forza di gesti abitudinari.

C’era poco da fare in quel momento se non attendere: nelle strade si sarebbe presto sollevato il brusio dell’incidente al magazzino, e Al-Zahir stava già organizzando la retata al Souk Sarouja.

All’improvviso, un bussare lento e incerto scosse il silenzio: qualcuno picchiava al lucernario — l’apertura che gli Assassini usavano per entrare e uscire in incognito.

«Non possono già essere tornati!» esclamò Malik, sollevando lo sguardo verso la botola con uno scatto.

«Farhad, sali la scala e vedi chi è» disse il Rafiq a uno dei giovani aiutanti, cercando di non tradire l’emozione nella voce.

Farhad salì con passo leggero, chiese la parola d’ordine e attese. Una voce roca e stentata la pronunciò. Quando la botola si aprì, il ragazzo rischiò di perdere l’equilibrio nel sostenere quel corpo provato che veniva giù.

«Chi è?» domandò Malik, stupito e in preda a un’immediata tensione.

Il Rafiq fece il giro del bancone per avere una vista migliore, i sensi tutti accesi. Farhad lasciò cadere il corpo a terra con cura. L’uomo era sporco di polvere e sangue, il collo fasciato.

«È Amhed, miei signori» annunciò Farhad, del tutto sorpreso.

Lo portarono nella stanza adibita ad infermeria, quella che aveva ospitato Louis ore prima.
Aveva un profondo taglio alla gola, ma non sufficiente da avergli reciso le corde vocali e la carotide, tuttavia il poveretto aveva perso ugualmente molto sangue e solo la benevolenza di qualcuno dall'alto lo aveva salvato.

Amhed non parlò subito. Tossì, si passò una mano sugli occhi e cercò di riprendersi fiato. Quando finalmente sollevò lo sguardo, i suoi occhi erano allargati da un misto di paura e rabbia contenuta.

«Siamo stati traditi» disse con voce affaticata, ogni parola usciva come uno sforzo. «Subito dopo avervi inviato il messaggio, Louis ha fatto scattare la lama del bracciale contro le nostre gole.» Strinse i denti. «Yusuf è morto. Io sono vivo perché non era riuscito ad affondare abbastanza a fondo e dei cittadini di zona, credendomi un operaio aggredito, mi hanno prestato le prime cure di urgenza.»

Malik e il Rafiq rimasero immobili per un istante, lo sguardo scolpito dall'incredulità. La parola «tradimento» rimbombò più forte di qualsiasi cozzare di spada. Malik sentì il mondo restringersi attorno a un unico pensiero: Parvaneh. Tutto il resto divenne un brusio lontano.

«Dobbiamo mandare degli uomini al magazzino, Parvaneh è in pericolo!» scattò fuori dalla sua bocca, la voce carica di determinazione e paura.

Il Rafiq già si stava muovendo, chiamando i giovani più vicini e afferrando i pugnali posti sotto il bancone.

Ma non ebbero neppure il tempo di organizzare la sortita. Dalla botola lasciata aperta sopra di loro giunse un tonfo, seguito da un coro di passi rapidi: uomini armati irruppero nella stanza. Allo stesso tempo, la porta secondaria — quella da cui Parvaneh e Louis si erano presentati la notte prima — si spalancò ed un altro gruppo fece irruzione.

Erano vestiti di rosso cremisi ed oro. Sulle loro verti erano ricamati i marchi che nulla avevano a che vedere con la semplice brigata di mercenari: erano uomini scelti, quelli che due anni prima avevano servito Tamir.

Per un istante la sala si fermò: sguardi che si incrociarono, armi sguainate quasi istantaneamente. Poi esplose la violenza.

Un uomo in oro balzò giù dalla botola e atterrò in mezzo al bancone, rovesciando tazze e spargendo il tè. Farhad fu il primo a reagire, afferrando una clava di legno e colpendo un aggressore al volto; il colpo non lo fermò ma gli aprì una crepa nell'armatura sotto gli abiti di tela. Il Rafiq estrasse un pugnale e si gettò contro un altro, urlando ordini incomprensibili nella mischia.

Malik uscì di corsa dalla stanza e chiuse rapidamente la stanza a chiave. «Difendete l'infermeria!» gridò, indicando la porta dove Amhed giaceva.

Il grido di Malik si spense nella gola quando la realtà lo colpì con violenza: se quegli uomini erano riusciti a trovare la base, la Mela era in pericolo.

Il ricordo della luce dorata che aveva invaso la stanza poche ore prima lo scosse fino al midollo. Se la reliquia fosse caduta nelle mani sbagliate, la distruzione di Damasco sarebbe stata solo l'inizio della fine.

Si voltò di scatto e spinse via due combattenti che intralciavano la sua corsa.

«Difendete lo studiolo!» urlò con una voce che squarciò la mischia. «Non devono mettere le mani sulla reliquia!»

Il Rafiq, che stava affrontando due nemici contemporaneamente, spalancò gli occhi, comprendendo subito la gravità di quell’ordine.

«Farhad! Con me!» gridò, parando un fendente e arretrando verso il corridoio che conduceva alla stanza. Ma Farhad era già stato travolto da un nemico e la sua arma era rotolata via tra il sangue e i cocci.

Malik capì che era solo.

Afferrò una spada caduta a terra e si gettò di corsa lungo il corridoio, schivando le frecce che uno degli uomini in oro gli scagliava dalle retrovie. I suoi sandali scivolarono sul pavimento lucido mentre girava l’angolo.

Il cuore gli martellava, ma la mente era fredda, lucida come lama appena forgiata: non doveva pensare a Parvaneh, non ora. Doveva essere l’uomo che la Confraternita si aspettava, non un fratello disperato.

Arrivò allo studiolo proprio mentre due aggressori sfondavano la porta con un ariete improvvisato, con una trave di legno.

Il cofanetto era lì, al centro dello scaffale, a pochi passi da loro, emanando un bagliore fievole attraverso le fessure del legno, come se la Mela percepisse il caos intorno.

«Non un passo di più!» ruggì Malik, piombando nella stanza.

Il primo nemico gli si lanciò contro brandendo una scimitarra. Malik abbassò la spalla, deviò il colpo e lo trapassò in un sol movimento, strappando l’arma dal corpo dell’avversario per usarla contro il secondo. Il sangue macchiò il pavimento.

Ma un terzo uomo, piombò su di lui con un coltello. Malik riuscì a parare, ma il colpo lo sbilanciò e il cofanetto si rovesciò, scivolando sul pavimento fino a fermarsi vicino all’ingresso.

Il nemico tese la mano verso la reliquia, gli occhi colmi di bramosia.

Malik ruggì e, spinto da una forza che non credeva di avere, lo afferrò per la veste, lo trascinò a sé e lo abbatté con una ginocchiata al volto. Il rumore delle ossa che si spezzavano fu secco, definitivo.

Ansante, Malik afferrò il cofanetto, stringendolo al petto come fosse la cosa più preziosa al mondo.

Poi si voltò, coperto di sudore e sangue, mentre altri passi si avvicinavano lungo il corridoio.

Il Rafiq comparve sulla soglia, ferito a una spalla, ma ancora in piedi. «Malik! Sono troppi, dobbiamo ripiegare!»

«Se ripieghiamo, questa città è perduta!» ribatté Malik, serrando i denti e consegnandogli il cofanetto, così che lui potesse riprendere la spada. «Chiudi la porta dello studiolo e bloccalo dall’interno,» ordinò al Rafiq. «Io terrò la linea finché respiro.»

Fu allora che la Mela, come percependo la sua determinazione, emanò un bagliore dorato che illuminò la stanza, facendo vacillare i nemici che sopraggiungevano.

Malik strinse l’impugnatura della spada.

Se doveva morire, sarebbe morto come Consigliere della Confraternita e non avrebbe abbandonato Damasco al suo destino.

Parvaneh fece un passo avanti, nonostante le caviglie legate. Il volto torvo, la voce vibrante di dolore e fermezza insieme.

«Come puoi dire che i nostri ideali siano utopici?» brontolò, con un filo di voce che tremava per l’ira. «Non hai capito nulla, Louis — hai tradito la Confraternita senza nemmeno provare a capire cosa difendevamo davvero, non sei stato abbastanza vicino al nostro Maestro, per comprenderli»

Si schiarì la voce, respirò con fatica, poi proseguì:

«Il motto della nostra confraternita non è una frase vuota: “Nulla è vero, tutto è lecito” non significa caos o dispotismo. Significa consapevolezza e responsabilità.

Nulla è vero: perché le leggi, le verità che ti vendono come assolute, sono creazioni umane, fragili, manipolabili. Le strutture — re, imperi, religioni — presentano “verità” che danno potere a pochi. Ma la verità ultima rispetto a ciò che è giusto o ingiusto, ciò che è morale o immorale, non è scolpita nel marmo: è dibattibile, mutevole, soggetta al tempo e al punto di vista.

Tutto è lecito: non perché ogni azione si giustifichi, ma perché noi dobbiamo essere architetti delle nostre scelte, affrontare le conseguenze. Quando accettiamo che tutto è lecito per noi stessi, non perché possiamo agire come vogliamo, ma proprio perché ogni azione avrà un prezzo, diventiamo padroni di noi stessi: non servi della superstizione, non schiavi di dogmi imposti.

Con quel motto ci liberiamo dalle catene dell’ideologia imposta, ma non per cedere all’anarchia. Ci liberiamo per poter scegliere: e scegliere la giustizia, scegliere la difesa della vita, scegliere chi deve cadere quando l’oppressione è più forte del diritto. Noi non siamo vigilanti ciechi — siamo giudici coscienti, che portano il peso di ogni ferita inflitta, di ogni morte.

Se tu credi che la distruzione di Damasco possa essere giustificata in nome di una pace futura, allora hai frainteso tutto. Non sequenzi il sacrificio di innocenti per un’utopia che nessuno può garantire.

Se “tutto è lecito” per te significa distruggere una città intera, allora la parola legittimità è morta nel tuo cuore.

Perché “tutto è lecito” non è un lasciapassare al delirio: è la condanna a scegliere bene, ora, sotto ogni alba. E se sbagli, pagarne il prezzo con il rimorso, non con la scusa delle "vere intenzioni".»

La sua voce si spezzò, ma i suoi occhi brillarono intensi.

«Io non accetterò che la Mela, la Confraternita, i sacrifici di tanti caduti finiscano nelle mani di chi non comprende il nostro credo. Apri gli occhi, Louis o mi costringerai a fermarti dal compiere questo delitto.»

Louis ascoltò con calma, come se avesse atteso quel momento da sempre. Il suo sguardo non era quello di un fanatico selvaggio, ma di chi ha ragionato fino allo stremo e ha scelto una strada che per gli altri sembra mostruosa.

«Parvaneh…» cominciò, la voce bassa e misurata, «capisco il tuo dolore. Capisco il tuo sdegno. Ma lasciami spiegare, prima che il tuo odio annebbi ogni cosa.»

Si appoggiò al muro, gli occhi che cercavano i suoi, cercando di non perdere il contatto. «Io ero un crociato. Ho visto la guerra nei suoi peggiori travestimenti: prediche che benedivano saccheggi, altari che coprivano avidità. Ho visto i volti di chi credeva in un ideale trasformarsi in bestie assetate di bottino. Per questo sono scappato dal mio grado e ho cercato altro tra di voi.»

Fece una piccola pausa, e le parole diventavano più dure, più ragionate. «Sono venuto con la speranza che la Confraternita fosse la risposta: lottare dall’ombra per evitare che il potere corruttore si radichi. Ho creduto per anni. Ma la verità che ho imparato, guardando la Storia, è che le ombre non bastano quando l’ordine stesso che consente il conflitto rimane intatto.»

«Nulla è vero, tutto è lecito — voi l’avete interpretato come responsabilità morale, e non vi manca ragione. Ma se la Verità è una menzogna costruita per mantenere privilegi, allora chi può avere il coraggio di spezzare quelle strutture? I nostri colpi nell’ombra possono rallentare la rotazione del mondo, ma non fermano la macchina della guerra. Le città rinascono, i tiranni ricrescono come cancrena» — la sua voce si fece più fredda — «Io ho scelto di applicare un principio diverso: l’ordine. Un ordine che imporrebbe limiti alla libertà che ora divora se stessa. Sì, la libertà va compressa — non per sadismo, ma perché senza una guida ferma la Storia ripete massacri su massacri. Se una sofferenza controllata oggi evita milioni domani, non è forse un sacrificio necessario?»»

Louis alzò la mano, non per minacciare ma per spiegare ancora. «Tu parli di giudici coscienti. Io dico: i giudici coscienti non bastano quando sono divisi e fermi su principi che il mondo non segue più. L’Ordine Templare promette di piegare le armi della menzogna: un governo forte, una legge che taglia l’anarchia. So che suona bestiale. So che tu lo chiami tirannia. Ma cosa preferisci? Una pace imposta che impedisca più carneficine? O la libertà che alimenta l’inferno?»

La sua voce si incrinò un attimo, e il ghigno che le rivolse era tutto meno che soddisfazione. «Non ti dico che non provo rimorso. Ti dico che ho calcolato i costi e ho scelto. E se questo significa sporcarmi le mani per costruire qualcosa che duri, allora sia: sarò io a portare il peso.»

Poi, quasi piano, concluse: «E non credere che lo faccia per avidità. Lo faccio perché — come te — voglio che finisca il dolore. Solo che non penso più che spargendo sangue a caso si trovi la civiltà. Penso che serva ordine, e l’Ordine raramente è gentile.»

Parvaneh, mentre ascoltava Louis parlare, sentiva il cuore batterle in gola. Quelle parole erano piene di follia, ma allo stesso tempo di una logica glaciale che la faceva tremare.

Si sforzò di non reagire, di mantenere uno sguardo fermo e colmo di rabbia, mentre le dita sfioravano un oggetto gelido sotto la manica.

Un pugnale? pensò, sorpresa e confusa. Com’è possibile che non me l’abbiano tolto?

Capì subito che non c’era tempo per porsi domande. Con movimenti impercettibili, iniziò a scivolare la lama contro le corde che le serravano i polsi. Ogni fibra si tendeva e gemeva sotto la pressione, ma lei stava attenta a non fare il minimo rumore.

Louis, intanto, si era spostato verso uno dei barili impilati lungo il corridoio. Si chinò, fece saltare il coperchio e una nuvola sottile di polvere nera si sollevò nell’aria.

Affondò la mano dentro, lasciando che la polvere da sparo gli scorresse tra le dita come sabbia scura. Quando rialzò lo sguardo, il suo volto era teso, quasi febbrile, ma sotto quell’espressione c’era un’ombra che Parvaneh non riuscì a cogliere del tutto.

«Guarda, Parvaneh,» disse, la voce calma ma con una punta di amarezza che sembrava sincera. «Questo è ciò che serve per scuotere il mondo. Basta un solo fuoco, ben posizionato, e le menzogne che tengono in piedi la pace apparente crolleranno. Il dolore che seguirà sarà terribile, sì… ma necessario.»

Passò le dita tra i granelli neri, lasciando che cadessero lentamente, come se stesse mostrando la sabbia di una clessidra che stava per scadere. «Non possiamo tornare indietro, non più. Il piano ormai è avviato. Un ultimo sacrificio, e poi tutto finirà.»

Parvaneh serrò i denti, tagliando ancora le corde, ma dentro di sé rimuginava su quelle parole.

Gli occhi di Louis la sfiorarono per un attimo, e per un secondo lei credette di vedere in essi un dolore nascosto, un barlume di pentimento. Ma subito dopo, la sua espressione tornò fredda e controllata.

Louis riprese, più forte, come se stesse parlando tanto a lei quanto ai Templari presenti:

«Gli uomini credono di poter dominare il caos con la libertà. Ma la libertà… è come questa polvere.» Sollevò il pugno chiuso, poi lo aprì lentamente, lasciando che i granelli scivolassero via nell’aria. «Sfugge, si disperde, e finisce per esplodere nelle mani di chi non sa come contenerla. Solo chi ha la volontà di stringere forte, di guidare con pugno saldo, può impedire che tutto vada in fumo.»

Un ultimo strappo, e la corda cedette appena mentre Louis tornava verso di lei.

Con un mezzo sorriso ambiguo, si chinò quel tanto che bastava perché solo lei potesse sentire:

«Mi dispiace, ma è inevitabile.»

Si rialzò subito, come se nulla fosse accaduto, tornando a rivolgersi agli uomini presenti con tono autoritario:

«Non vi ho detto di rallentare, abbiamo solo questa notte, sbrigatevi con questi barili.»

Non appena Louis si voltò per ordinare ai suoi uomini, lei colse l’attimo. Con un gesto fulmineo si slanciò in avanti, i piedi già pronti a spingere, e in un lampo si mise in piedi.

La lama sottile, nascosta sotto la manica, scintillò per un istante mentre la fece scorrere tra le corde rimaste: la corda cedette con un piccolo stridio e lei lanciò via i lacci. Non diede tempo a nessuno a reagire. Con il coltello da lancio puntato avanti, affrontò Louis a viso aperto.

Lui non aveva armi in mano — solo la sua robusta corporatura e la forza grezza di chi sa combattere corpo a corpo. Si mosse come un peso che schiaccia: spallate, prese, tentativi di immobilizzarla. Parvaneh però era agilità pura; evitava i colpi, colpiva con fendenti rapidi e mirati, cercando le leve per sfiancarlo. Subito il combattimento divenne sporco: gomiti che cercavano il volto, ginocchia che premevano lo stomaco, e Parvaneh che sfruttava l’inerzia di Louis per trascinarlo fuori equilibrio.

Alla fine, con un movimento secco e improvviso, riuscì a piantargli il piccolo coltello nella spalla e a liberarsi da una presa. Louis barcollò, ringhiando, poi cadde in ginocchio, lucido ma sconfitto — non disarmato dalla ferita ma incapace, per il momento, di continuare efficacemente. Parvaneh lo tenne d’occhio, i polmoni in fiamme, il petto che batteva come un martello. Aveva vinto l’assalto corpo a corpo.

Ma il vantaggio fu effimero. Dalle due estremità del corridoio arrivarono nuovi passi: rinforzi degli uomini in rosso cremisi si riversarono dentro, lance e torce in mano, chiudendo rapidamente lo spazio. Il numero era schiacciante. Parvaneh si ritrovò circondata, con Louis che, pur piegato, cercava di rialzarsi. Il respiro della folla armata si faceva sempre più vicino; la situazione precipitava.

Fu allora che, come un sussurro nella nebbia della sua testa, sentì la voce di Alexandra. Prendi la polvere, le disse, fredda e calda nello stesso tempo, devi lanciarla contro le torce, fidati di me! Non fu un suggerimento tecnico: fu un lampo di istinto. Parvaneh guardò attorno, vide un barile con il coperchio appena spostato, la polvere nera che era già stata esposta. Senza pensarci troppo — perché non c’era tempo per il dubbio — raccolse una manciata, lasciando che i granelli scivolassero nelle dita.

Con un gesto largo e deciso lanciò la polvere verso le torce che punteggiavano le pareti. Quel contatto con la fiamma produsse lampi e scoppi, piccole esplosioni di luce che fecero balzare e indietreggiare gli uomini più vicini. In pochi secondi la scena si riempì di schiarite e, soprattutto, di un fitto fumo che bruciava gli occhi e stringeva i polmoni: una cortina opprimente e tossica che si insinuava tra soldati e avversari, rendendo difficile vedere e respirare.

Gli uomini in rosso cremisi tossirono, si accasciarono, alcune torce si spensero; il corridoio divenne un caos soffocante dove movimenti e ordini si perdevano nel grigiore. Parvaneh, il cuore martellante, strinse la lama e sfruttò la confusione: trascinò Louis, ancora in ginocchio, verso una nicchia laterale. Non per liberarlo — non ancora — ma per guadagnare copertura. La polvere aveva creato quel secondo di sbandamento che serviva a rompere l’accerchiamento.

Coprendosi il volto con il braccio per filtrare il fumo, Parvaneh si mosse rapida, cercando l’uscita più vicina.

Alexandra le rimaneva appesa nella mente, fredda e decisa: sono con te Parvaneh, rimani lucida!

Il corridoio echeggiava ancora di grida e tosse, ma tra quelle ombre Parvaneh sparì, trascinando con sé la speranza che la sua fuga potesse ancora significare la salvezza — per lei e per la città.

Louis la seguiva, anche se era lei a trascinarlo principalmente. Non sapeva bene perché lo stava facendo, forse perché alla fine rimaneva un suo confratello e non poteva lasciarlo lì a soffocare.

Alle loro spalle, nel sotterraneo, altri scoppi si susseguirono in rapida sequenza, facendo tremare le pareti e sollevando nuove nubi di polvere. Per fortuna, gli ordigni non erano stati ancora predisposti in modo da innescare un vero effetto domino: l’esplosione rimase confinata al punto d’origine, senza radere al suolo l’intera struttura. Tuttavia, il boato fu sufficiente a svegliare l’intero quartiere, e le campane d’allarme iniziarono subito a rintoccare nella notte.

Louis e Parvaneh crollarono in ginocchio, ansimanti, i corpi scossi dal fumo e dall’onda d’urto. Erano vivi, ma il respiro era corto e le orecchie ancora ronzavano per la deflagrazione.

Parvaneh si voltò verso di lui, la voce spezzata tra tosse e indignazione:

«Se sei dalla parte dei Templari… perché mi hai nascosto quel coltellino sotto la manica?»

Louis respirava a fatica, il petto che si alzava e abbassava in modo irregolare mentre cercava di liberarsi dalla cenere che gli bruciava la gola. Si sostenne con un braccio tremante, l’altro premuto sulla ferita alla spalla.

Il suo sguardo si incrociò con quello di Parvaneh: occhi lucidi, colmi di rabbia e di domande.

«Perché?» insistette lei, la voce rotta sia dalla tosse che dall’emozione. «Se sei davvero dalla parte dei Templari, perché mi hai dato una possibilità di fuggire?»

Louis serrò la mascella, visibilmente tormentato. Ci mise qualche secondo a trovare la forza di parlare, la voce roca e spezzata:

«Ho… ho creduto nei Templari… davvero. Credevo che un ordine assoluto potesse… mettere fine al caos.» Tossì forte, lasciando cadere qualche goccia di sangue sulla pietra. «Ma quando ho visto la Mela nelle mani di Malik… ho capito quanto mi sbagliavo. Nessun uomo… nessuna confraternita… dovrebbe avere un potere simile.»

Abbassò lo sguardo, il peso delle sue colpe tutto sulle spalle. «Ho ucciso Yusuf e Amhed. Per questo non c’è perdono per me. Ma… almeno tu…» Deglutì, come se le parole gli ferissero la gola più di qualsiasi lama. «Almeno tu dovevi avere una possibilità di fermare tutto. È per questo che ti ho lasciato il coltello.»

Parvaneh lo fissò senza riuscire a parlare subito, combattuta tra l’odio, lo shock e un barlume di comprensione.

Louis tossì, il respiro affannoso. Gli occhi gli bruciavano, ma parlò, la voce strozzata dalla freddezza del rimorso.

«Non c’è tempo…» disse. «Ho detto ai seguaci di Tamir dove si trova la base segreta. Dovevano prendere la Mela dell’Eden. Probabilmente l’attacco è già iniziato.»

La donna lo fissò, incredula, poi la paura trasformò la sua incredulità in azione. Si protese verso di lui, afferrandolo per una spalla.

«Vieni con me, aiutami — non ce la faccio da sola» sussurrò, la voce tesa dall’ansia.

Louis scosse la testa, le labbra secche. «Sono troppo debole» sussurrò, ma non riuscì a nascondere l’angoscia.

«Se vuoi fare almeno una cosa buona nella tua vita, aiutami a fermarli,» insistette Parvaneh, gli occhi fissi su di lui. «Io non ce la faccio a combattere da sola. Ho bisogno del mio confratello.»

Passi pesanti, grida concitate li interruppe. In fondo alla strada arrivavano voci e stivali che sbattevano sulla pietra. Con loro, i facchini e le guardie spingevano grandi botti d’acqua, pronti a domare incendi e a sradicare i punti sospetti: il corteo si avvicinava rapidamente.

Non c’era più tempo per discutere. Parvaneh strinse i denti, afferrò Louis per il braccio e lo tirò in piedi. Si mossero rapidi, dovevano sparire alla vista, infilarsi tra nicchie e pilastri, evitare i lampi delle torce.

Con passi veloci e sicuri — due ombre tra le ombre — si allontanarono, scomparendo tra i vicoli alla volta della loro base segreta, sperando che non fosse già troppo tardi.

Malik era madido di sudore. Nonostante gli uomini del Rafiq lo aiutassero a tenere testa agli assalitori di Tamir, lui restava l’unico guerriero veramente esperto nella stanza: avere un braccio solo non agevolava certo i movimenti né la resistenza. Quando la pressione dei nemici aumentò, si vide costretto a ritirarsi nello studiolo e a sbarrare la porta alle sue spalle. Il Rafiq, con mani veloci e decise, aveva già riposto la Mela dell’Eden nello scrigno di legno; insieme poi portarono tavoli e scaffali davanti alla soglia, formando una barricata improvvisata.

Il Rafiq, ansimante, si piegò verso di lui con lo sguardo carico di paura e risolutezza: «Malik, questi uomini sono agguerriti — mossi dalla sete di vendetta per il loro capo. Non si fermeranno finché non ci avranno scuoiato. Scappa dalla finestra con la Mela: la base è compromessa.» Indicò con la testa verso l’esterno, dove le campane cominciavano a farsi avvertire in lontananza. «Senti queste campane? Sta avvenendo qualcosa di importante — forse Al-Zhair ce l’ha fatta, o forse i nostri. Ma nessuno arriverà in nostro soccorso. Salva te stesso: sei il nostro Consigliere.»

Malik scrollò la testa, il sudore che gli imperlava la fronte. Guardò il Rafiq negli occhi, cercando la misura tra la razionalità e l’istinto che gli urlava di correre via.

«Non vi lascerò soli», ripeté a denti stretti, la voce roca. «Non posso essere il Consigliere che fugge quando la sua gente lo aspetta. Se questa stanza deve essere l’ultima nostra trincea, la difenderò fino all’ultimo respiro.»

Per un attimo sembrò esitare, poi lo sguardo gli cadde sulla lampada d’olio riversa per terra. La luce tremolò. Malik ricavò dalla scelta una risoluzione nuda e terribile. «Ascoltami», disse con parole secche, «Se sfonderanno la porta, nessuno dovrà portarla via intatta.»

Dall’altra parte della stanza, la porta cominciava a scheggiarsi sotto i colpi furiosi degli uomini di Tamir; ogni colpo risuonava come un tuono, mescolandosi alle urla degli alleati che difendevano con le unghie e con i denti la base, soprattutto l’infermeria.

Il Rafiq aveva ragione: nessuno li avrebbe aiutati. Sicuramente non Al-Zahir, che per quanto debitore della Confraternita non poteva mostrarsi apertamente “amico” di guerrieri considerati dal popolo reietti e drogati.

Malik si premette le mani sulle tempie, cercando una via d’uscita. Poi, come un lampo, un ricordo: le parole di Altair sullo scontro con Al Mualim, il Maestro che aveva tentato di ingannare la sua mente moltiplicandosi in copie illusorie, tangibili al punto da combatterci.

«Sei sicuro? Oggi ti ha molto provato…» disse il Rafiq, perplesso, mentre lo osservava con apprensione.

«No che non lo sono» rispose Malik, stringendo i denti. «Ma prima di dare fuoco con noi dentro, forse questa è l’ultima possibilità.»

Gli porse un pugnale. «Se vedi che perdo il controllo, se noti che la Mela cerca di soppiantare la mia mente… uccidimi senza esitazione.»

Il Rafiq assunse un’espressione perplessa, ma sapeva che non c’era altra opzione. Non con i nemici dietro la porta, feroci e determinati, mentre loro erano ridotti a un guerriero con un braccio solo, lui che era un uomo di mezza età avanzata e dall'altra parte c'erano uomini fidati ma più adatti a inviare messaggi e spiare che a combattere e Amhed ferito e semi-incosciente nell’infermeria.

Malik si avvicinò al Rafiq, aprì il cofanetto di legno e fissò la Mela. Brillava con una luce quasi ipnotica, attrattiva e terribile al tempo stesso.

Fece un respiro profondo, e con decisione la sollevò.

«Mela.» sussurrò, mentre la sua mente cercava di figurarsi un’immagine: sé stesso nel pieno delle forze, con entrambe le braccia e le vesti bianche degli Assassini, la fascia rossa stretta alla vita.

Quando finalmente i nemici irruppero nella stanza, rimasero sbigottiti. Di fronte a loro c'erano una decina di guerrieri incapucciati, spade sguainate, pronti a combattere. La luce tremolante delle torce si rifletteva sulle lame, mentre i guerrieri avanzavano silenziosi, in attesa del primo assalto.

Senza esitare oltre, i guerrieri vestiti di cremisi e oro si scagliarono contro gli Assassini fittizi. Le spade cozzarono con clangore metallico, i movimenti dei fantocci erano rapidi e fluidi: chiunque li avesse visti avrebbe giurato che fossero reali.

Malik e il Rafiq, nascosti dall’illusione, ne approfittarono per uscire dalla stanza.

Raggiunsero la sala principale, dove giacevano gli uomini di fiducia del Rafiq, purtroppo uccisi o gravemente feriti.

«Recuperiamo Amhed e usciamo immediatamente da qui!» ordinò Malik, la voce secca.

Uno degli uomini spostò il tavolo che sbarrava la porta dell’infermeria, permettendo di sollevare Amhed, ancora vivo e cosciente, seppur debole.

«Sono tutti lì dentro a combattere contro le tue ombre?» chiese, incredulo, il Rafiq. Malik annuì, confermando.

«Mi dispiace… in quanto ex-rafiq, so bene quanto questi luoghi siano importanti per noi», rispose lui.

«La nostra vita è al servizio della Confraternita… che dolore lasciare la propria dimora… certo, avevo fatto tanto per arredarla a dovere, per non parlare del carico di stoffe che mi erano giunte da poco», aggiunse con una nota malinconica, mentre il caos della lotta infuriava alle loro spalle.

Quando furono tutti fuori dalla porta secondaria, il Rafiq afferrò una torcia e la lanciò contro il lampadario ad olio sul soffitto. Il contenuto si riversò sul tappeto, alimentando fiamme e fumo.

Non appena il gruppo raggiunse un vicolo stretto e poi, con cautela, dei gradini segreti che li condussero sui tetti, Malik tentò di dissolvere l’illusione che aveva tenuto i nemici occupati. Ma la concitazione e l’adrenalina lo tradirono: la concentrazione venne meno.

La Mela, lucente e potente, approfittò di quella crepa nella sua mente. Penetrò dentro di lui come una lama invisibile, insinuandosi nei suoi pensieri e cercando di soggiogarlo. La sua volontà lottava, ma il fascino del manufatto era irresistibile: ogni fibra del suo essere percepiva la tentazione di cedere.

Il Rafiq, intuendo il pericolo, cercò di scuoterlo. Provò anche a strappargli la Mela di mano, ma fu come urtare un muro invisibile: Malik reagì, quasi respingendo la sua stessa forza.

Un brivido freddo gli corse lungo la schiena. Nella mente del Rafiq, un pensiero tremolava: avrebbe dovuto fare come gli aveva ordinato il Consigliere?

Nel frattempo Parvaneh e Louis, respirando l’aria fresca della sera - finalmente i polmoni si erano liberati dal fumo intossicante - cercarono di saltare agilmente da un tetto all’altro, sfruttando ogni appiglio e ogni sporgenza. La città sotto di loro aveva quasi tutte le finestre accese, i rumori dei quartieri risvegliati dagli allarmi lontani rimbombavano tra le vie strette.

Il cuore di Parvaneh batteva a mille, e nella sua mente Alexandra fu travolta dai ricordi dell’infanzia con Malik: ogni momento condiviso, ogni lezione appresa, ogni legame forgiato nella fiducia e nell’amore. Il sentimento che provava per quell’uomo era così intenso da commuoverla. In quel momento, anche lei desiderava raggiungere la base il più presto possibile, e quella particolare sintonia acutizzò i suoi riflessi.

Il corpo divenne improvvisamente più agile e reattivo, unendo la precisione di Parvaneh alla rapidità di pensiero di Alexandra. Louis, pur essendo superiore di grado e più esperto, si ritrovò costretto a inseguirla, stupito dalla sua capacità di anticipare ogni passo e ogni movimento.

Ma la distorsione visiva tornò a tormentarla: flash improvvisi, immagini del futuro e della realtà si mescolavano in modo disordinato, come se l’Animus fosse impazzito. Ogni salto tra i tetti divenne un rischio concreto, e ogni appoggio sbagliato avrebbe potuto costare caro e la partita sarebbe finita lì.

«Cos’è quell’incendio?» esclamò Louis, allarmato, mentre il vento portava alle loro narici l’odore acre di legno bruciato. I suoi occhi si posarono sull’orizzonte, dove alte fiamme lambivano i tetti della città.

Ma ciò che lo colpì di più furono gli edifici vicini: uno strano bagliore biancastro avvolgeva un uomo, pulsante e inquietante.

«Malik!» gridò Parvaneh. La vista del suo amato immerso nel potere della Mela fece svanire ogni residuo delle visioni tormentose che la assalivano; tra i tremolii e le distorsioni che ancora filtravano nella sua mente, nulla riuscì a fermarla.

«Parvaneh, sta’ lontana!» avvertì il Rafiq, sguainando il pugnale. «Ho provato anche io a liberarlo, ma non ce l’ho fatta. Mi ha detto… se cadesse preda del manufatto, dovrei fermarlo, anche al costo di ucciderlo.»

Ma Parvaneh non ascoltò. Non avrebbe permesso che Malik soccombesse così. Con un gesto deciso, si chinò e afferrò la Mela con entrambe le mani, sentendo subito l’energia pulsare tra le sue dita e attraversarle il corpo.

A differenza della barriera che aveva contrastato il Rafiq, incredibilmente lei non subì alcun ostacolo. Di nuovo quel susseguirsi rapido di persone che sfrecciavano velocemente apparvero nella sua mente.

Improvvisamente sentì la mano di Alexandra nella sua come un’àncora, di nuovo non più solo la sua voce, era lei in carne ed ossa, in quel luogo sospeso nel tempo.

«Guarda, è lì,» disse Alexandra.

Parvaneh guardò al centro del non-luogo: Malik, avvolto dal bagliore biancastro, sembrava sospeso tra due mondi, il suo corpo teso ma in bilico tra controllo e preda del potere.

Provò a chiamarlo, ma non lo sentiva.
Allora ci provò la discendente e incredibilmente l'uomo sollevò il capo, guardando in loro direzione.

Provarono a raggiungerlo, ma una barriera invisibile glielo impediva. La Mela li aveva messi in connessione, ma non permetteva loro di unirsi.

Parvaneh strinse i denti e chiuse gli occhi per cercare di tornare in sé. La mano di Alexandra ancora stretta alla sua, le diede quella stabilità e supporto di cui aveva bisogno.

Con un gesto deciso, afferrò la Mela. Una scarica di energia le attraversò le braccia, come se il manufatto stesse reagendo alla determinazione di chi lo toccava.

«Torna in te!» gridò Parvaneh, puntando la Mela verso di lui. Sentì la voce di Alexandra riverberare nella sua mente: "Sono con te, ritrova la sua coscienza!"

Il Rafiq indietreggiò, con il pugnale ben stretto nella mano, pronto a intervenire se qualcosa fosse andato storto. Ma Parvaneh non esitò. Il suo spirito si fuse con quello della discendente: ogni esitazione, ogni paura, fu scacciata dalla volontà di salvare Malik.

Un lampo di luce più intenso attraversò la Mela e, come una marea, Malik cadde in ginocchio, il bagliore che lo avvolgeva si placò lentamente, fino a dissolversi completamente. Respirava affannosamente, ma era libero dalla presa della Mela.

Parvaneh cadde in ginocchio, l'energia della Mela ora stava agendo su di lei, come due anni prima.
Fortunatamente il Rafiq, lesto gettò a terra il pugnale, per recuperare il panno dal cofanetto di legno e riprendere il manufatto, così che non potesse più nuocere a nessuno.

«Malik!» Alla perdita di quel contatto, la sua mente, ancora spinta dal cercare di salvare l'uomo, la ridestò immediatamente e corse verso di lui, abbracciandolo. Non importava più il fuoco, non importava chi la stava osservando o le visioni: in quel momento, l’unica cosa che contava era che fosse salvo.

Louis, accanto a loro, rimase in silenzio, osservando la scena. Per la prima volta, comprese che nessun piano, nessun ideale di dominio o ordine assoluto, poteva avere valore davanti alla determinazione di chi protegge ciò che ama davvero.

A quell’abbraccio, Malik sembrò risvegliarsi da un sortilegio. Capendo chi lo stava stringendo, ricambiò con la stessa forza, affondando il viso tra i riccioli mori di Parvaneh e stringendo gli occhi, come a imprimersi ogni dettaglio di quel momento.

Ma non c’era tempo da perdere: le fiamme si propagavano rapidamente, e anche in quel quartiere le campane d’allarme iniziarono a risonare fragorosamente.

«Voi, non fatevi trovare ancora qui!» ordinò il Rafiq agli uomini rimasti. «Tornate a casa, mentre noi ci dirigiamo altrove.»

Gli uomini obbedirono senza discutere, lasciando sul posto solo gli Assassini e il Rafiq.

Amhed, in un lampo di lucidità, riconobbe il volto di Louis e gli urlò tutto il suo sdegno: «Sei un traditore!»

«Oui… lo sono stato. Ma adesso non più», ammise il francese, con voce ferma ma breve.

«È vero», confermò Parvaneh, «inizialmente mi aveva catturata, ma poi ha fatto in modo di liberarmi.»

«Se per un attimo possiamo mettere da parte i dissapori, una volta raggiunto un luogo sicuro, vi parlerò di ogni cosa che so.»

Ovviamente nessuno si fidava più del francese, ma in quella concitazione dovevano trovare rapidamente un rifugio sicuro.

«Fortunatamente abbiamo un rifugio d'emergenza», disse il Rafiq, avvicinandosi ad Amhed per aiutarlo a rialzarsi. «Possiamo passare lì la notte»

«Non vorrete certo portarvi dietro questo traditore!» protestò Amhed, con la voce incrinata dall’indignazione.

«Potete legarmi, bendarmi, se lo ritenete necessario» rispose Louis, con tono fermo ma lo sguardo colmo di rammarico. «Quando saremo al sicuro, vi dirò tutto ciò che so. Anche se il tentativo di ridurre la città in macerie è fallito, non escludo che domani i principi siano in pericolo.»

Malik serrò la mascella, pronto a controbattere, ma comprese che quello non era il momento di accendere discussioni. Le domande e i giudizi sarebbero arrivati dopo.

Mentre il gruppo si incamminava verso il rifugio, nessuno perse di vista il francese. Ogni passo di Louis era seguito da occhi attenti, pronti a reagire al minimo segno di tradimento.

La strada verso il rifugio fu un alternarsi di silenzi tesi e respiri affannosi. Attraversarono vicoli anneriti dal fumo, costeggiarono mura segnate dal fuoco e più volte furono costretti a fermarsi, rannicchiati nell’ombra, per lasciare che le pattuglie passassero oltre. Le campane non smettevano di suonare, e ogni rintocco sembrava accelerare i loro passi.

Infine, il Rafiq guidò il gruppo fino a un portone consunto, semi nascosto dall’edera. Spinse un mattone all’altezza della spalla e con un lieve scatto la porta cedette, aprendosi su un corridoio stretto che scendeva in profondità.

All’interno, la luce fioca di poche lampade a olio rivelò una stanza spoglia ma ordinata: tappeti arrotolati negli angoli, qualche cassa di viveri, un tavolo basso con sopra strumenti di scrittura. Non c’erano insegne né segni riconoscibili, e proprio in quella semplicità stava la sua sicurezza.

«Non è molto» disse il Rafiq, abbassando la voce, «ma qui nessuno verrà a cercarci. Almeno per stanotte.»

Amhed si lasciò cadere su un giaciglio improvvisato, ancora pallido ma cosciente. Malik rimase in piedi, la Mela ben chiusa nello scrigno e posata davanti a sé, come se anche un attimo di distrazione potesse costargli caro.

Louis si fermò vicino all’ingresso, e il suo sguardo incrociò quello di Parvaneh. Nessuno parlò, ma la diffidenza era palpabile.

Per la prima volta dopo ore, il gruppo poteva respirare. Ma la notte non prometteva riposo: c'era ancora qualcosa di cui dovevano occuparsi.

Ormai era calata la notte fonda e l’alba non era poi così lontana. Cercarono di recuperare un po’ di forze, dividendo tra loro carne essiccata e frutta secca.

«Bando alle ciance,» disse Malik, ormai del tutto rinfrancato dopo la dura esperienza con la Mela. «Al-Zahir, a quest’ora, dovrebbe aver già messo in catene i cospiratori rimasti… oppure vuoi forse dirmi che le persone coinvolte sono molte di più di quanto pensiamo?»

Louis rimase qualche istante a fissare la fiamma tremolante delle candele sul tavolo, poi iniziò a parlare con voce grave:

«Il giorno in cui stavo controllando i registri delle caserme, fui avvicinato da un uomo che portava lo stemma dei Templari, per darmi una lettera. Era appena dopo che avevo mandato l’avviso a Parvaneh per esplorare il magazzino. Quest’uomo, tramite un contatto fidato, aveva scoperto chi io fossi e mi rivelò che proprio i Templari erano i veri organizzatori della congiura. Si erano appoggiati agli uomini rimasti fedeli a Tamir, nonostante la sua morte due anni fa, e con loro avevano dato vita a tutto questo piano.

Ma non erano soli. C’era anche una terza figura, qualcuno che serbava rancore personale contro la famiglia ayyubide. Costui era riuscito a falsificare un mandato d’acquisto per ottenere altra polvere da sparo. E, qualora il piano di distruggere Damasco fosse fallito – come infatti è avvenuto – era pronto a tentare comunque un attentato diretto contro i principi.

Sai bene che tra loro il sangue non scorre limpido: già si vocifera che, finito il funerale, esploderanno nuove lotte intestine per strapparsi i territori lasciati dal padre. Se quest’uomo dovesse riuscire nel suo intento, anticiperebbe i tempi: invece di unirsi nel dolore, i principi ayyubidi si getterebbero l’uno contro l’altro, come belve assetate di sangue.»

Alle parole di Louis, nella stanza calò un silenzio pesante. Malik socchiuse gli occhi, piegandosi leggermente in avanti come per non lasciarsi sfuggire neppure una sillaba. Parvaneh, che fino a quel momento era rimasta quasi immobile, sollevò appena lo sguardo: nei suoi occhi scuri lampeggiava un misto di stupore e curiosità. Persino Amhed, che aveva sempre mostrato distacco, serrò la mascella e si voltò verso Louis con un interesse improvviso. Tutti compresero che quanto stava rivelando non era solo un dettaglio, ma il cuore stesso della cospirazione.

Louis abbassò la voce, quasi temendo che qualcuno potesse ascoltare oltre quelle mura.

«Dietro a questa terza figura non si celava soltanto un singolo uomo. Vi era l’ombra di un’intera fazione, antica rivale della dinastia ayyubide: gli Zengidi di Mosul. Dopo la morte di Nur al-Din, il loro potere si è logorato, ma l’odio verso Saladino e i suoi figli non si è mai spento. Essi non hanno mai perdonato di essere stati spodestati da Damasco, né di essere stati relegati a un ruolo secondario nei confronti della nuova grandezza ayyubide.

Per i Templari, un’alleanza con loro era naturale: i primi cercavano di destabilizzare il regno dall’interno, i secondi sognavano di riprendersi con il sangue ciò che avevano perduto con l’astuzia di Saladino. Se davvero gli Zengidi sono dietro a questo complotto, allora non ci troviamo soltanto davanti a una cospirazione isolata, ma a una frattura che rischia di spaccare il cuore stesso del mondo musulmano.»

Louis si interruppe, lasciando che le sue parole pesassero nell’aria. La fiamma delle candele tremolò, proiettando ombre sulle pareti: sembrava quasi che la stanza stessa trattasse il respiro, in attesa di ciò che sarebbe stato detto dopo.

«Quella frattura sarebbe esplosa con la distruzione della città», concluse Malik, la voce carica. «Ora che il piano dei Templari è fallito, quel movimento dovrebbe aver perso il suo scopo; gli uomini di Tamir sono o in catene o riversi tra le fiamme alla base. Rimane però lo spettro della vendetta: gli Zengidi cercano di accelerare i tempi delle lotte intestine nella famiglia ayyubide, sperando di trarre vantaggio dalla debolezza e dal caos che ne scaturiranno.»

Louis annuì, scarno e serio.

«Tu», riprese Malik, fissandolo con lo sguardo infuocato, «che avresti dovuto preservare l’equilibrio e impedire che innocenti rimanessero travolti da queste guerre di potere… hai tradito ogni nostro valore, ogni nostra regola. Dimmi: perché non dovrei farti giustiziare qui ed ora?»

I presenti si scambiarono sguardi rapidi: c’era rabbia, sì, ma anche la stanchezza di chi sa che ora servono fatti, non furori.

Parvaneh lo fissava con gli occhi in fiamme; Amhed, ancora pallido, serrò i pugni come per volersi lanciare addosso al francese. Il Rafiq, invece, guardò Malik in cerca di un ordine.

Louis abbassò lo sguardo, la voce spezzata ma ferma. «Consigliere, so di meritare la morte — e l’accetterò quando sarà il momento, se quello sarà il vostro giudizio. Ma lasciatemi prima aiutarvi a trovare il sicario. Dopo, portatemi alla Confraternita: fate di me ciò che riterrete giusto.»

Malik rimase qualche istante a osservare il volto del traditore: negli occhi c’era rimorso, ma anche la stanchezza di chi ha ceduto e vuole in qualche modo riparare. Respirò a fondo, il peso della scelta inciso sul petto.

«Non ti credo» disse infine, a bassa voce. «Ma in assenza di tempo per indagare e per il fatto che hai aiutato Parvaneh a liberarsi, per ora non ti metto in catene.

Quando i canti alla memoria del Saladino si leveranno al sorgere del sole, noi ci recheremo alla cittadella e lì osserveremo ogni movimento sospetto. Se Yusuf fosse stato ancora in vita, forse avremmo individuato il sicario con più facilità.»

«Malik, permettimi di partecipare» disse Amhed con voce roca.

«No, amico mio, è già un miracolo che tu sia vivo,» rispose il consigliere, scuotendo il capo. «Andrà Parvaneh, so che le chiedo tanto, essendo solo un'Apprendista, ma al momento è la nostra unica opzione.»

Parvaneh irrigidì le spalle. Aveva una strana sensazione al riguardo e non si trattava solo dell'importante compito di proteggere dei governatori.

Se ne rese conto solo ora, ma ciò che era stato scritto nei libri di storia che Alexandra ricordava... era appena stato cancellato.

«Farò come mi ordini, consigliere, in nome della Confraternita, farò del mio meglio per fermare il nemico.» Disse, alzandosi in piedi e porgendo ai presenti il tipo saluto Nizarita.

«Ovviamente non ti lasceremo da sola, anche se Amhed non può combattere, ti guarderà le spalle e lo stesso faranno gli uomini del Rafiq e anche io. Se dovessero esserci diversi sicari o le cose farsi troppo complicate, basta che lanci un fischio e riceverai tutto l'aiuto di cui hai bisogno» continuò Malik.

L’alba stava tingendo i cieli di Damasco di sfumature d’oro e di rame, mentre il sole sorgeva lento oltre le mura possenti della città. Le prime luci del giorno accarezzavano i minareti, facendo brillare le cupole come lame sottili in mezzo al cielo. Dai muezzin si levò il richiamo alla preghiera, un canto struggente che si intrecciava con i rintocchi profondi e cadenzati dei tamburi funebri.

Nelle strade, una fiumara di gente si muoveva compatta, lenta come un mare che avanza, guidata da un dolore collettivo. Uomini e donne, ricchi e poveri, soldati e mercanti, tutti stretti in un corteo che non aveva confini di ceto o di fede. Ogni sguardo era rivolto al feretro che avanzava, mentre l’eco del lutto si propagava di vicolo in vicolo, come un’onda che non conosce ostacoli.

Non era in realtà un funerale particolarmente sfarzoso, Saladino, oltre ad aver diviso le terre conquistate tra i figli e suo fratello, aveva fatto diverse donazioni per i poveri di guerra e tutto ciò che gli era rimasto era giusto per il suo funerale. Ma la popolazione lo aveva apprezzato in vita per le sue grandi doti e l'unica cosa che voleva era rendergli l'estremo saluto, non assistere ad una "festa di gala".

In cima a un tetto, silenziosa e immobile, Parvaneh osservava. La cittadella di Damasco era lì, davanti a lei, severa e imponente, mentre il cuore della città pulsava sotto i suoi occhi. Il vento del mattino soffiava leggero, sollevando le ciocche ribelli dei suoi ricci, che sfuggivano al cappuccio come fili di fuoco sotto la luce nascente.

Il respiro le si fermò per un istante: non era più semplice storia, non erano più i ricordi di Alexandra a guidarla. Tutto ciò che vedeva apparteneva all’ignoto. E in quell’ignoto, tra il pianto della città e l’aurora che rischiarava il mondo, sapeva che il suo compito l’attendeva.

I flash delle memorie accavallate in quelle ultime ore si fecero più intensi che mai, sovrapponendo passato e presente in un vortice insostenibile.

«Lasciatemi stare…» mormorò Parvaneh a denti stretti.

I preparativi erano avvenuti nella notte: il corpo del sultano era stato lavato con acqua pura (ghusl), secondo il rito, profumato con aghi di cedro e incenso leggero. Era stato avvolto in un sudario bianco semplice (kafan), drappeggiato con pudore, senza decorazioni vistose, come prevedeva la tradizione: semplicità, rispetto, dignità.

Prima che il corteo funebre iniziasse, il cadavere era stato posto davanti al luogo della preghiera funebre (salat al-janazah), probabilmente in una moschea grande o cortile moscheico vicino alla cittadella. I dotti e gli imam recitavano in silenzio la preghiera per i morti, supplicando perdono per il defunto, per la sua famiglia e per la comunità, affinché Allah gli concedesse misericordia. Dietro la bara, uomini della famiglia e dignitari, principe e fratelli, camminavano scalzi o con sandali semplici, mostrando umiltà; le donne della famiglia del defunto osservavano, separate, nei limiti del contegno previsto.

Al-Zahir, il più noto tra loro, avanzava con passo deciso, il volto segnato, anche lui aveva passato la notte in bianco per la retata al nascondiglio degli uomini di Tamir, ma lo sguardo fermo e vigile, quello di un giovane uomo che già portava sulle spalle il peso dell’eredità. Indossava un abito scuro, semplice ma impreziosito da una fascia dorata che ricordava la sua dignità di principe, e i soldati lo circondavano in formazione serrata.

Accanto a lui c'erano i fratelli, ciascuno con la propria corte di consiglieri e guardie.

La folla si inchinava al loro passaggio, un’onda umana che si piegava al dolore e al rispetto, mentre i muezzin proseguivano il loro canto che si fondeva con i singhiozzi delle donne e il fruscio dei veli.

Dall’alto del tetto, Parvaneh scrutava quei volti uno a uno: i volti erano tesi, ma celati dalla compostezza della tradizione, nel loro intimo era viva la fiamma della rivalità. Nelle loro figure intuiva già le ombre del futuro, i conflitti che i ricordi di Alexandra le avevano sussurrato.

Non servivano le parole, la loro sola presenza, fianco a fianco, bastava a raccontare il fragile equilibrio di quella dinastia.

«Ecco ciò che porta con sé il Sultano di tutto l’Oriente, il conquistatore di tante terre: nulla, se non questo sudario.» Disse a un certo punto un araldo, mostrando al popolo o un pezzo di stoffa legato a una lancia.

Mentre la bara avanzava, la folla restava composta ma visibilmente commossa: uomini che chinavano la testa, donne che si schermivano con veli, bambini silenziosi. Alcuni recitavano versi del Corano, chiedendo pace per il defunto. Alcune persone ponevano fiori, rametti di ulivo, ma sempre con semplicità.

Parvaneh si spostò lungo una cornice in pietra, scrutando ogni movimento nella folla, ogni guardia, ogni volto. Sapeva che da qualche parte, nascosto tra gli uomini, poteva esserci il sicario mandato a colpire proprio in quell’istante di vulnerabilità.

Il vento le carezzò le guance, sollevando alcune ciocche che sfuggivano dal cappuccio. Chiuse per un momento gli occhi, lasciando che il canto funebre le entrasse dentro. Poi li riaprì, tornando alla sua missione.

Quando raggiunsero il luogo designato, si fermarono e un silenzio rispettoso avvolse il circondario. I principi si disposero intorno alla bara, poi si sedettero sugli scranni più alti, coperti da tessuti sobri e ben ordinati, simbolo della loro posizione e del rispetto per il padre defunto. Nessuna voce superflua, solo il fruscio dei tessuti e il leggero scrosciare dei sandali sul pavimento di pietra.

Un sacerdote si fece avanti, recitando sottovoce le formule rituali del salat al-janazah. La sua voce risuonava solenne, scandendo preghiere per la misericordia divina, invocando perdono e protezione per l’anima del sultano. La folla, composta e rispettosa, si inchinava leggermente a ogni invocazione. Gli uomini e i nobili, pur trattenendo il lutto nel silenzio, seguivano attentamente il rito, mentre le donne e i bambini rimanevano ai lati, osservando con rispetto, alcune con le mani giunte sul petto.

Parvaneh continuò a scrutare la scena, con il cuore che batteva all’impazzata. La città intera sembrava trattenerne il respiro, in attesa che il rito procedesse fino alla sepoltura, mentre lei cercava di individuare il sicario tra la folla.

Assottigliò lo sguardo ed inspirò a fondo. Lo stesso fece Alexandra, fu qualcosa di naturale, come se lei stessa fosse stata incaricata della missione. Insieme, le due menti formavano un unico campo sensoriale: la stessa intensità di concentrazione che, la notte prima, le aveva permesso di muoversi tra i tetti con agilità eccellente per raggiungere Malik.

D’improvviso non vide più una massa indistinta di corpi, ma singoli volti, singoli gesti. Un uomo che si passava una mano sul collo con troppa frequenza, un soldato che teneva l’arma con la presa irrigidita, un dignitario che voltava lo sguardo sempre nello stesso punto, come a controllare qualcosa di nascosto. Tutto si stagliava nitido davanti ai suoi occhi, come se il tempo stesso si fosse dilatato.

Il sicario doveva trovarsi lì, in mezzo a loro, mimetizzato come un predatore tra le prede.

Non poteva attendere che agisse: se lo avesse fatto, sarebbe stato troppo tardi. Doveva individuarlo adesso, e colpire per prima.

Il battito d’ali di un’aquila delle steppe squarciò l’aria, librandosi sopra il corteo funebre. I raggi dorati dell’alba fecero brillare le piume del rapace, mentre il suo richiamo si mescolava al canto dei muezzin.

Improvvisamente, alcuni individui tra la folla catturarono la sua attenzione. Non erano solo gesti nervosi, ma qualcosa di più sottile: un’aura rossa e cupa sembrava avvolgerli, quasi palpabile nella luce dell’alba.

Parvaneh sentì un brivido percorrerle la schiena mentre quegli sguardi si fissavano sui governatori, come se l’energia stessa del loro intento maligno si ampliasse, si proiettasse e cercasse un obiettivo.

Il colore rosso pulsava leggermente, l’istinto le urlava che il sicario era lì. Erano lì. Ma quando e come avrebbero attaccato?

Tra questi, ce ne era uno proprio in prossimità del tetto su cui stava. Tese il corpo e scivolò giù, agile e attenta. Il cappuccio le calò sugli occhi, lasciando in ombra il volto; il respiro era lento.

Avanzò a sguardo basso, fingendo di essere una semplice osservatrice del rito, mentre la folla ignara sfilava nel suo dolore. Quando fu abbastanza vicina all’uomo individuato, si avvicinò alle sue spalle con la rapidità di un predatore: un movimento fulmineo, preciso. La lama nel bracciale comparve, fredda e sottile, e si appoggiò con decisione dietro una scapola.

L’acciaio premette un istante, quel contatto bastò per costringerlo a irrigidirsi. Parvaneh non gli lasciò il tempo di voltarsi: con voce bassa e rauca, appena percettibile tra il mormorio della folla, gli ordinò di seguirla senza creare alcun clamore.

«Silenzio,» sussurrò, le parole come un filo teso. «Seguimi. Se urli, ti trafiggo.»

L’uomo eseguì, gli occhi sbarrati, la mano che cercava istintivamente la lama. Lei gli guidò i passi con un contatto appena percettibile, il pugnale ancora premuto alla schiena, e lo trascinò verso un arco laterale che gettava in un corridoio ombroso, lontano dal tappeto di fedeli.

Là, lontani dagli sguardi del corteo, Parvaneh lo spinse con decisione contro il muro, facendo scorrere la lama lungo il collo. L’uomo, di media statura, avvolto in una tunica bianca e un turbante, trasalì ma poi realizzò che a minacciarlo era una donna.

«Che vuoi, sgualdrina? Il funerale ti ha eccitato?» balbettò, con voce che cercava di mascherare il panico sotto un falso sarcasmo.

Parvaneh non si lasciò intimidire. Con un movimento rapido e controllato, accarezzò appena la punta del pugnale sulla sua pelle e disse, con un tono ironico ma tagliente:

«Una giornata perfetta per… evitare disastri, non credi?»

L’uomo esitò, cercando di ritrarsi, ma lei lo inchiodò con lo sguardo e con il pugnale: «Non ti muovere. Se vuoi vivere fino alla fine della cerimonia, dimmi cosa sai su quello che sta per succedere.»

Per un attimo parve sul punto di cedere, poi sbottò, voce carica di stizza e paura: «Io non so niente!»

Parvaneh, da sotto il cappuccio, lo fulminò con lo sguardo.

Improvvisamente, le parole dell’uomo, «Io non so niente!», si ripeterono davanti a lei come un nastro che si riavvolgeva: due volte, tre volte, ogni eco più insistente e dissonante della precedente, fino a costringerla a fare un passo indietro. Un’ondata di visioni la travolse, così violenta da farle vacillare le gambe. Alexandra, nella sua mente, provava la stessa pressione, lo stesso vertiginoso sovraccarico sensoriale.

La scena apparve nitida: Damasco avvolta dalle fiamme, urla che laceravano l’aria, l’odore acre di bruciato che sembrava penetrarle nelle narici.

Poi apparve un'altra immagine: mani scrivevano su tomi antichi, fissando data e descrizione di quell’orrore, ma la visione si consumò come carta bruciata dalle fiamme e scomparve.

Il “riavvolgimento” della memoria la riportò al funerale. Dalle file della folla, uomini emersero improvvisi a lame sguainate, cercando di distrarre le guardie. Caos, grida, corpi che si muovevano come proiettili tra la folla impaurita. Uno di loro, scostando il mantello, lanciò una palla incendiaria verso i principi ayyubidi. L’ordigno esplose ai piedi di Safedino. Al-Zhair si inginocchiò accanto a lui, agitandolo disperato, mentre il sangue gli scivolava tra le dita. Fu in quel preciso istante che l’uomo, proprio quello catturato da Parvaneh, scivolò silenzioso dietro di lui e gli tagliò la gola.

Il tempo sembrava dilatarsi. Ogni respiro, ogni battito di cuore diventava eterno. L’uomo percepì la frazione di esitazione di Parvaneh e tentò di fuggire. Ma l’Assassina reagì con riflessi perfetti: un colpo allo stomaco lo costrinse a piegarsi, poi, con una mossa fulminea, scostò la giacca. Lì, tra pieghe della stoffa, luccicava il fodero ornamentale del pugnale che teneva nascosto.

Un attimo di silenzio. Poi, rapida, precisa, Parvaneh conficcò la lama celata nella gola del nemico. Lo abbracciò per non farlo cadere. Si abbassò leggermente il cappuccio, mostrando la sua folta chioma riccia. Agli occhi dei passanti, sembravano due amanti che si stringevano, mentre la morte rimaneva un segreto nascosto tra le ombre.

Quel gesto le costò caro: le visioni si riaccesero con violenza, travolgendola. Nella sua mente, e in quella di Alexandra, il flusso d’immagini si mescolava come un vortice incontrollabile. Forse la storia si era appena riscritta, e loro l’avevano di nuovo spezzata. Che fosse opera dell’Animus, di uno squarcio spazio-temporale, o di entrambe le forze insieme, non potevano saperlo: per loro era solo un turbine di volti, eventi e ombre che si sovrapponevano senza tregua.

Ma Parvaneh aveva ancora tra le braccia l’uomo appena ucciso. Non poteva lasciarlo lì, esposto agli sguardi. Serrò i denti e lo trascinò con fatica verso il fondo del corridoio, dove l’ombra era più fitta. Lì trovò una panca: lo adagiò con cautela, sistemando il corpo come quello di un uomo addormentato. Poi lo coprì con il suo mantello, cercando di celare il più possibile il sangue che già macchiava la stoffa.

Si raddrizzò e inspirò profondamente, cercando di calmare il battito del cuore. Dal ritmo cadenzato dei canti e dalle formule pronunciate dai sacerdoti, comprese che la cerimonia era ormai a metà. I sicari, però, non avrebbero atteso la fine. Forse aveva appena salvato la vita ad Al-Zahir, eliminando quell’uomo. Ma Safedino era ancora in pericolo.

Doveva trovare l’altro. Doveva trovare chi portava con sé la bomba incendiaria.

Cercò di fare mente locale sugli altri uomini avvolti da quell’aura rossa e minacciosa.

Se l’istinto l’aveva già guidata a smascherare un sicario, allora anche stavolta non poteva ingannarsi.

Uscì rapida da sotto gli archi e si immerse nella calca, costeggiando la folla. Non era semplice: ovunque corpi serrati, mormorii, sguardi distratti dalla cerimonia. Doveva guadagnare un punto rialzato, un respiro sopra il mare di teste.

Scorse una scala che conduceva a una tettoia: la raggiunse di scatto e iniziò a salirla, i passi rapidi ma controllati, prima che qualche guardia potesse notare quel movimento anomalo. Una volta in cima, si acquattò dietro una colonnina, recuperando la prospettiva sull’intera scena.

Si concentrò. La sua percezione si fece più netta, come se fosse bastato un respiro profondo per separare i volti comuni da quelli marchiati dall'intento omicida. I sicari si erano spinti ancora più vicino alla zona riservata alla famiglia ayyubide. Tra loro, quello al centro avanzava con passo deciso: era lui a custodire la bomba incendiaria.

Non aveva tempo di fermarli tutti. Se fosse riuscita a colpire quell’uomo, anche qualora gli altri avessero attaccato le guardie, la minaccia principale sarebbe stata neutralizzata. La cerimonia si sarebbe ridotta al clamore di una rissa tra dissidenti, ma senza sfociare nella catastrofe.

Lo seguì con lo sguardo, calcolando la traiettoria che avrebbe percorso. Così come la visione le aveva preannunciato, il punto da cui l’uomo avrebbe scagliato l’ordigno era diretto verso Safedino, seduto alla sinistra del feretro del fratello.

Non c’era un istante da perdere. Rapida, si lanciò lungo il camminamento dell’edificio: la cittadella, con i suoi blocchi regolari e linee nette, le permetteva di avanzare con agilità, come se i tetti stessi fossero stati concepiti per il passo degli Assassini.

Una guardia, appostata anch’essa in alto, la intravide. Strizzò gli occhi, confuso: un lampo, un bagliore bianco che pareva riflesso del sole ormai alto, lo costrinse a portarsi la mano sulla fronte. Ma quando si liberò dal riverbero, la figura che aveva creduto di scorgere non c’era già più.

Parvaneh era scivolata giù silenziosa dall’edificio. La sua divisa si perse tra il mare di tuniche bianche del lutto, rendendola invisibile, una lama tra la folla.

Con l’agilità affinata da anni di addestramento, sfilò tra le persone con un serpente tra le rocce. Scostava i presenti con delicatezza, appena il necessario, gli occhi sempre fissi sull’obiettivo. Ogni senso era in allerta: pur muovendosi rapida, percepiva il tempo dilatarsi, come se ogni gesto, ogni respiro attorno a lei fosse rallentato. Era solo un’Apprendista, ma aveva avuto maestri abili, e con Alexandra a supportarla dall’interno, stava finalmente mettendo a frutto ogni insegnamento. Non avrebbe deluso la Confraternita.

Il bagliore rosso che avvolgeva il sicario pulsava tra la moltitudine come un faro, guidandola verso di lui. Non lo affrontò di petto: disegnò un ampio arco, muovendosi in maniera circolare, così che non potesse accorgersi della sua presenza alle spalle. Conosceva bene l’angolo del mantello dove era nascosta la sfera metallica, stretta da corde grezze. Quando gli fu dietro, allungò con discrezione la mano sinistra: sfiorò il tessuto, tastò con precisione fino a percepire il contorno dell’ordigno. Un attimo dopo, l’oggetto era nelle sue mani, sfilato con la stessa naturalezza di un battito di ciglia.

Appena in tempo. L’uomo, ignaro del furto, aveva appena usato un frammento di vetro per lanciare un segnale luminoso ai complici. Subito alcuni di loro si gettarono sulle guardie laterali a lame sguainate. Nella piazza gremita, il clangore delle armi rimase attutito, confuso tra i mormorii e i canti, e i soldati del corteo, scelti tra i migliori per presidiare il funerale del sultano, reagirono con disciplina: la cerimonia non poteva essere interrotta.

Quella mattina, Al-Zahir e i fratelli avevano rinunciato a qualunque rito con la polvere da sparo: dopo le esplosioni notturne presso la Porta Orientale e l’incendio di un rinomato negozio di stoffe, la popolazione aveva già visto abbastanza fiamme. Ma il vero incendio era quello che il sicario aveva in mente di scatenare. Spintonò brutalmente chi gli stava davanti, pronto a lanciare la bomba verso i principi ayyubidi. Eppure, nel momento decisivo, la mano si chiuse sul vuoto.

Si voltò di scatto. I suoi occhi si spalancarono quando, tra la folla, notò una figura incappucciata. Parvaneh, stringeva l’ordigno nella mano, come a sfidarlo apertamente.

Ringhiò di rabbia e si lanciò verso di lei, ma la giovane Assassina fu più veloce e si dileguò.

Il sicario, furioso, non era però disposto a cedere. Serrò i denti e si gettò all’inseguimento.

Non sentendosi alcuna esplosione, gli altri attentatori iniziarono a inquietarsi. Lo scontro con le guardie non avrebbe dovuto protrarsi così a lungo: tutto avrebbe dovuto concludersi di colpo, con l’attacco alla famiglia. Eppure il sacerdote stava ormai terminando i suoi riti, mentre la famiglia si era alzata per rendere grazie e posare un ultimo bacio sul volto del padre e fratello, amato e rispettato da tutti.

«Troia, fermati!» imprecò l’uomo, ormai ansimante, mentre la giovane aveva già raggiunto gli edifici e si arrampicava agilmente.

«Ha preso l’ordigno, aiutatemi!» gridò ad alcuni uomini impegnati con le guardie, sperando che potessero unirsi all’inseguimento.

Nel frattempo, gli altri complici, più distanti, venivano progressivamente bloccati: arrestati o abbattuti dalle lame delle guardie.

Parvaneh, intanto, era tornata sui tetti, inseguita da cinque uomini, tra cui il loro capo, colui che avrebbe dovuto scagliare la bomba. Le guardie poste sulle coperture videro quelle sei figure bianche correre senza curarsi di nulla. Qualcuno tentò di richiamarle all’ordine, ma ogni comando venne ignorato. Così gli allarmi scattarono, ma non ci fu tempo per coordinarsi: i sei erano già lontani.

L'Assassina correva e saltava senza tregua, inseguita da vicino. I suoi occhi si accendevano a tratti di bianco, come se lei e Alexandra si scambiassero il controllo del corpo in una danza silenziosa. Alexandra quasi non se ne accorgeva: dato che era lei la “burattinaia principale” di quel corpo, quando era collegata con l'Animus, era lei a scambiare la coscienza attiva, e in qualche modo i suoi movimenti fluivano con la stessa sicurezza di chi fosse stata addestrata per anni a quell’arte.

Uscì dalla cittadella, dove le costruzioni non seguivano più l’ordine regolare dei quartieri interni ma si spezzavano in geometrie irregolari, tetti disallineati e vicoli tortuosi. A un certo punto si ritrovò isolata, su un tetto troppo distante dagli altri per saltare oltre. Non ebbe scelta: i cinque inseguitori la circondarono, furenti.

Si mise in guardia, gambe salde, la spada corta sguainata che scintillava alla luce del sole.

Gli uomini risero, convinti di avere già vinto: una sola giovane donna contro di loro, una preda facile da immobilizzare e forse da umiliare.

Ma quando il primo di essi cadde, trafitto con un colpo rapido e preciso, i loro sorrisi si spensero di colpo.

Il secondo attaccò con rabbia cieca, costringendola a schivare e a deviare colpi poderosi che le avrebbero spezzato il braccio se solo avessero colpito pieno. Parvaneh sentì la fatica montare, il respiro accelerato, il peso di troppi avversari insieme. Una lama le sfiorò il fianco, un’altra le graffiò la spalla: stava rischiando di soccombere.

Fu allora che portò due dita alla bocca e fischiò, un suono breve ma tagliente che squarciò l’aria.

Un battito di cuore più tardi, quattro frecce sibilarono dal nulla, precise e letali. Uno dopo l’altro, gli uomini rimasti crollarono al suolo, senza neppure il tempo di capire da dove fosse giunta la morte.

Parvaneh sollevò lo sguardo: gli uomini del Rafiq non avevano smesso un solo istante di vegliare su di lei, come promesso. E ora, nel momento di massima necessità, l’avevano protetta.

Ora che il pericolo era scongiurato, Parvaneh estrasse dalla scarsella la bomba incendiaria. Con gesto rapido ne staccò la miccia e, sollevando il piccolo ordigno, lasciò che la polvere nera scivolasse via dal foro, mischiandosi con i granelli dorati della sabbia.

«Parvaneh, seguimi, le guardie ti sono alle calcagna!»

Dal bordo del tetto emerse Amhed, il volto segnato dalla stanchezza, la voce roca a causa del taglio. L'uomo aveva di certo conosciuto tempi migliori. Ma nei suoi occhi brillava ancora lucidità, e abbastanza forza da guidarla verso un rifugio.

Le campane della cittadella squillarono all’unisono, richiamando la sua attenzione. In lontananza, scorse le guardie che già avanzavano con decisione, puntando dritte a lei.

Il funerale si era concluso. Damasco non era esplosa. La famiglia ayyubide era salva.

«Parvaneh, non restare lì ferma, arrivano!» la incalzò l’Assassino dalla pelle scura.

Ma la giovane era di nuovo travolta dalle visioni, questa volta più potenti che mai: lampi, figure indistinte, echi di voci che non appartenevano al presente. Raccolse ogni frammento della sua forza di volontà per seguire Amhed lungo i tetti, correndo finché non raggiunsero un edificio particolarmente alto. Le voci delle guardie si facevano più lontane, ma ancora inesorabili.

Amhed si lanciò deciso verso il bordo, vicino a un nido di piccioni. Gli uccelli, spaventati, spiccarono il volo mentre egli allargava le braccia e saltava nel vuoto, atterrando su un mucchio di fieno che lo accolse senza danno.

Parvaneh lo imitò. Si spinse oltre il cornicione, allargò le braccia e si lasciò cadere.

Ma non trovò alcun fieno ad attenderla.

Sotto di lei, invece, si spalancò un vortice senza fondo, una spirale di energia viva, fatta di lampi elettrici, bagliori accecanti e ricordi che le piombavano addosso come schegge.

Mentre tutto questo avveniva, nel tempo presente, Lucy e Warren continuavano a registrare delle anomalie.

«Accidenti, ma che succede con questo soggetto!? Stava andando tutto così bene. Non bastava il signor Miles, ora anche questa scocciatura!» Il dottore sbatté con forza la sua tazza di teh sulla scrivania, versandone fuori un po’.

Lucy gli dava le spalle, intenta a cercare di regolare il lettino, ma il suo tono di voce non aveva bisogno di essere accompagnato da una sua espressione facciale. «Dottore, ma come può essere così insensibile? I soggetti 17 e 18 sono quasi perfetti, i loro antenati hanno vissuto nello stesso periodo e nella stessa fortezza. Desmond ed Alexandra ci stanno mostrando elementi importantissimi per studiare la Mela e capire i giri che ha fatto, anche rischiando dei danni celebrali. » Disse, con una vena che le spuntava sul collo.

«Non le permetto di farmi la morale, signorina Stillman, si ricordi che sono suo superiore e che ormai la nostra scadenza è alle porte, se i soggetti al termine del mandato non avranno ottenuto i risultati richiesti, saremo noi a pagarne le conseguenze.» Iniziò a massaggiarsi il mento e si fece più accigliato. **«…magari potremmo cercare di ricreare la situazione che ha portato il soggetto 18 a un contatto diretto con la sua antenata, col signor Miles. Lui è discendente del loro Mentore, sarà decisamente più facile fare ciò che abbiamo chiesto alla signorina Blade… dannazione, Lucy, faccia smettere questo affare con questo “errore di calibratura”, mi sta facendo venire l’emicrania!»**

La donna non gli rispose, concentrata com’era a sistemare la situazione. Una goccia di sudore le scese persino dalla tempia.

Alexandra aveva cominciato a perdere sangue dal naso. I segni vitali registrati erano decisamente irregolari e ogni tanto l’attraversava uno spasmo.

Data la serietà della situazione, Warren finalmente smise di lamentarsi e si dimostrò anche lui seriamente interessato alla situazione, affiancandosi all’assistente persino.

«Signorina Stillman, mi dia delle risposte.»

«Dottore, non posso darle risposte precise. Non era assolutamente previsto ciò che abbiamo appena registrato… ha presente quei racconti sul fatto di non modificare gli eventi del passato per non inficiare i futuri?»

«Cose da “Ritorno al Futuro”, signorina.» rispose lui, sarcastico.

«Si, ma anche questo è qualcosa che si potrebbe paragonare alla fantascienza. Ciò che sta succedendo al Soggetto 18 è qualcosa che è al di fuori del nostro controllo...» rispose la donna, con il fiato sospeso. «L’Animus rivela difficoltà a raggiungere i ricordi più recenti… ma sembra che non stia rivivendo dei ricordi e questo ha creato un conflitto. Di fronte alla sua antenata c’è... l’ignoto. L’avvenire che ancora deve essere scritto… chiaramente le mie sono solo teorie, sto solo interpretando i dati in mio possesso.»

Il suo sguardo era esterrefatto.

Warren contraccambiò la stessa espressione. «Per questo l’Animus non permette uno scollegamento forzato? Per lei la mente di Alexandra Blade è sia il passato che nel presente?»

«Probabilmente sì, per la macchina la sua mente è qualcosa che sta agendo nel passato, riscrivendo il suo DNA, ma di questo dobbiamo fare un’analisi approfondita.»

Mosse improvvisamente un passo indietro con la mano sulla bocca.

«Che succede, a che sta pensando?»

«Sto pensando all’effetto farfalla: e se, attraverso queste azioni, avesse impedito lo scorrere della storia così come lo conosciamo? Persone che sarebbero dovute morire, sono ancora vive, chi doveva nascere, non nascerà e al suo posto ci sarà qualcun altro.»

Scosse il capo, come a voler rifiutare questa tremenda idea. «Ciò potrebbe avere conseguenze su tutti noi, fino al nostro presente!»

«Ora signorina non faccia la catastrofista. Qui stiamo veramente sconfinando nella fantascienza… ma questa è la realtà. Siamo qui tutti presenti, vivi e vegeti. Al massimo rischiamo di perdere la nostra cavia, ne abbiamo già perse altre sfortunatamente, ma abbiamo ancora il signor Miles.»

«Siete cinico, dottore… comunque è vero, siamo qui, quindi qualunque cosa stia succedendo è difficile da credere che possa succedere una cosa del genere,» rispose Lucy, per poi essere attirata da un "bip" dell'Animus che incredibilmente si stava finalmente scollegando.

Alexandra era preda di quel vortice di luci e di flash, tutto vorticava attorno a sé. Si sentiva sospesa nel vuoto, una vertigine che le faceva battere fortissimo il cuore. 
Poi il suo sguardo riuscì a focalizzare due volti: un giovane donna ed un uomo di mezza età, entrambi in camice bianco. Ma la loro immagine era sdoppiata, anzi triplicata ed era sempre la stessa coppia, ma i loro connotati cambiavano di continuo, come se la realtà stessa stesse "rollando" per scegliere chi la ragazza dovesse avere davanti.

Infine l'Animus l'aveva liberata, facendola piombare nel tempo presente.
Non appena il vetrino curvo sul suo viso si ritirò, lei si gettò di lato e rovinò a terra.
Lo stomaco si contrasse e rigettò tutto quello che aveva in corpo.
Vidic si avvinò a lei, per protestare, a causa della scena indecorosa che aveva appena sporcato il laboratorio, ma come se fosse ancora nel pieno dell'azione, Alexandra scattò verso di lui, compiendo il tipico gesto del braccio sinistro, per far scattare la lama celata.
Se non fosse che indossava solo una camicetta ed un paio di pantaloni jeans, probabilmente il dottore sarebbe morto.

Lucy fece il giro del lettino, per recuperare la giovane, che improvvisamente era ritornata lucida, ma che ora era completamente priva di forze. La prese da sotto le braccia e l'aiutò a raggiungere il suo alloggio.

Alle loro spalle, il dottore imprecava, indignato di quanto era appena avvenuto, ma le due donne lo ignorarono completamente.

«Non ho idea di ciò che sia successo,» sussurrò Alexandra, con tono debole, mentre veniva sdraiata a letto. «Non voglio più farlo, ti prego.»

Lucy assunse un'espressione rammaricata**. «Mi dispiace per tutto quello che stai passando, credimi.»**
Le accarezzò i capelli con fare materno e poi sorrise lievemente, lo sguardo acceso. «Ma sta tranquilla, loro stanno arrivando a salvare te e Desmond, è questione di pochissimo.»

Alexandra non aveva idea se quelle parole fossero veritiere o meno, ma volle aggrapparcisi con tutta la sua forza. Sentiva che non sarebbe durata più a lungo di così, se qualcuno non l'avesse salvata.
«Grazie Lucy, menomale che ci sei te.» disse alla scienziata, mentre quest'ultima si stava avvicinando alla porta stagna. «Posso farti solo una domanda? Non c'entra con tutto questo, è solo una mia curiosità.»

Lucy alzò appena un sopracciglio ma poi sorrise ed annuì, attendendo la domanda.

**«Come mai ti sei fatta i capelli rossi? Il biondo ti donava di più, a mio parere.»
**
Lucy la guardò per un attimo confusa, ma poi scosse il capo. L'Animus del resto l'aveva provata terribilmente, era normale che non fosse lucida.

«Alexandra, questi sono sempre stati i miei capelli naturali, non sono mai stata bionda.»
Detto ciò, uscì dalla stanza.

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