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Nel frattempo, Yusuf, Amhed e Louis si erano mossi silenziosamente attraverso i vicoli, sfruttando ogni angolo d’ombra per non farsi notare, raggiunsero il magazzino che in mattinata Parvaneh aveva esplorato ed aveva confermato che era lì che stavano portando i barili.
Quando giunsero a destinazione, la situazione era cambiata: la frenesia delle ore diurne era ormai svanita, lasciando il luogo semideserto. Solo due sentinelle, annoiate e con la torcia in mano, si aggiravano distrattamente nei pressi dell’ingresso principale.
I tre Assassini si divisero senza bisogno di parole: Yusuf salì rapidamente su una piccola tettoia laterale, pronto a coprire i compagni dall’alto; Amhed e Louis rimasero a terra, strisciando tra casse e mucchi di tela accatastati per avvicinarsi ai barili.
Louis tratteneva il fiato, osservando attentamente ogni movimento.
Quando furono abbastanza vicini, notò subito un dettaglio sospetto: i barili non recavano solo il simbolo del califfato per le cerimonie funebri, ma anche un marchio molto più piccolo e quasi nascosto, inciso sul legno con una precisione insolita, come se fosse un segnale di riconoscimento per chi sapeva cosa cercare.
Amhed si chinò.
«Troppi... e troppo ben sigillati. Non sono per uno spettacolo di fuochi,» mormorò a voce bassa.
Louis annuì, il volto teso. «E guarda qui: questo marchio non compare in nessun registro ufficiale che ho consultato. È la prova che c’è una mano interna che sta manovrando tutto.»
Yusuf, che li aveva raggiunti, si chinò anche lui, sfiorando il cerchio inciso nel legno con la punta delle dita, poi socchiuse gli occhi come per leggerci dentro. Lì, fra le venature e la fuliggine, il marchio gli si rivelò con brutale chiarezza: il sigillo di Tamir.
Il nome gli pesò come un sasso nello stomaco — Tamir il mercante, il trafficante d’armi che Altair aveva portato giù due inverni prima, smascherandone i contatti con quella setta oscura che chiamavano "Templari". Se quel marchio era tornato a circolare, pensò Yusuf, non era per caso: qualcuno aveva ereditato o stava perseguendo le veci dell'uomo e la vendetta poteva avere il sapore della polvere da sparo.
«Questa è roba di Tamir.»
Amhed e Louis si voltarono come un sol uomo. Non c’era bisogno di spiegazioni: un mercante d’armi e vecchie alleanze tradite significavano vendetta con risorse, contatti e denaro. Significava qualcuno capace di procurarsi materiali, uomini e, soprattutto, complicità dentro le mura.
Si mossero allora senza fretta, tra i corridoi del magazzino.
Yusuf scivolò più vicino al portone dove alcuni addetti stavano ancora sistemando il registro della consegna; appena si voltarono, sfiorò con lo sguardo le mani che legavano le funi, osservò le tasche dei caricatori e cercò uno sguardo che tradisse le intenzioni. Amhed e Louis si posizionarono a protezione, pronti a intervenire, ma senza attirare l’attenzione: ogni movimento doveva essere misurato, nessun fremito che potesse allertare i pochi soldati.
Poi, a bassa voce, presero la decisione: avvicinare uno dei manovali, magari guadagnarsi la sua fiducia o minacciarlo di tagliargli la gola e aspettare che qualcuno desse il primo ordine di spostare i barili.
I cospiratori non avrebbero atteso l’ultima notte per disseminare le casse in punti diversi della città: servivano tutti barili ordinati, per ottenere una detonazione a catena e seminare il panico. Se avessero trovato chi comanda quei movimenti, avrebbero trovato la rete.
Il silenzio fu rotto solo dal cigolio di una botola e dal lontano abbaiare di un cane. Yusuf abbassò la voce ancora di più e, con un gesto quasi impercettibile, indicò un uomo dalla mano grossa che stava legando una corda al carico. «Quello», sussurrò. «Lo seguo io. Siete pronti?»
Gli altri annuirono.
Grazie al suo intuito affinato dall’esperienza, Yusuf — come altri Assassini della Confraternita più esperti — riusciva a percepire dettagli che sfuggivano a un occhio comune, una sorta di sesto senso che lo guidava nei momenti cruciali.
Rannicchiato tra le ombre, non perse di vista l’uomo nerboruto che uscì dal magazzino, guardandosi attorno con circospezione. L’individuo girò l’angolo e si avvicinò a un altro uomo, avvolto in un mantello scuro e con un turbante che gli celava parte del volto. Yusuf lo riconobbe all’istante: era lo stesso che aveva notato al bazar, intento a scambiarsi monete in modo furtivo con un altro sospetto.
Restando immobile, Yusuf trattenne il respiro mentre ascoltava.
«È tutto pronto?» domandò l’uomo dal turbante con voce bassa e decisa.
«Sì,» rispose il magazziniere, ansioso. «I cavalli da soma sono pronti a partire, il primo carico può muoversi stanotte.»
Lo scambio di monete fu rapido, quasi impercettibile, ma agli occhi di Yusuf parve un segnale inequivocabile: il complotto stava prendendo forma, e lui ne aveva appena intravisto un tassello fondamentale.
Yusuf si mosse come un predatore nel buio, silenzioso e letale.
Il magazziniere, ancora con la borsa di monete stretta nella mano, si voltò per tornare all’interno del deposito, ma non ebbe il tempo di fare un passo. Una mano si posò sulla sua bocca, mentre un braccio lo serrava alla gola, trascinandolo nell’oscurità di un vicolo laterale.
«Adesso parli… oppure muori in silenzio.»
La voce di Yusuf era un sussurro glaciale, vicino all’orecchio dell’uomo. Louis e Amhed apparvero alle sue spalle come ombre, impedendogli ogni via di fuga.
All’inizio il prigioniero cercò di divincolarsi, ma quando la lama di Yusuf sfiorò la sua gola, capì che il suo destino era già segnato.
«Chi era l’uomo col mantello?» ringhiò Yusuf, stringendo la presa.
«Non so il nome… lo giuro!» balbettò il magazziniere, terrorizzato. «È lui che paga. Dice che… che il carico deve essere pronto prima dell'inizio della cerimonia. Io… io preparo i cavalli e ricevo il denaro. Non so altro!»
Louis si chinò verso di lui, il volto impassibile. «E dove vanno portati questi barili?»
L’uomo deglutì, gli occhi sbarrati. «Al sotterraneo vicino alla Porta Orientale. Il primo carico parte stanotte… i cavalli sono già sellati.»
Yusuf scambiò un rapido sguardo con i compagni: era la conferma che cercavano.
Poi, senza una parola, lo lasciò andare di colpo. L’uomo ansimò, illuso di essere salvo… ma la lama scivolò rapida e silenziosa sotto le costole, spegnendo il suo respiro. Yusuf lo sostenne mentre cadeva, evitando che il corpo facesse rumore, e lo depose tra le ombre di un mucchio di casse.
«Era colpevole,» disse a voce bassa, pulendosi la lama con calma glaciale. «Non potevamo rischiare che parlasse.»
Louis annuì, pragmatico. «Ora tocca a noi completare il suo lavoro.»
Con movimenti rapidi, i tre Assassini si tolsero le vesti della Confraternita e indossarono quelle dei facchini, prese da un ripostiglio accanto al magazzino. Yusuf calò il cappuccio basso sul volto, mentre Amhed sistemava le finte bende sulle braccia per sembrare un normale scaricatore.
Nel cortile, i cavalli da soma attendevano impazienti, i finimenti già pronti. Il primo carico di barili venne caricato con estrema cura, come se fosse un semplice trasporto di merci comuni.
«Quando saremo al sotterraneo,» mormorò Yusuf, salendo sul carro, «non faremo alcuna mossa finché non avremo visto chi aspetta l’arrivo. Potremmo trovarci davanti a una decina di uomini o a un solo emissario.»
Amhed e Louis annuirono, avevano recepito il messaggio.
Louis fece un cenno e diede il comando ai cavalli. Il carro si mosse, traballante, lungo la strada semibuia che portava verso la Porta Orientale.
Il piano era semplice e rischioso: penetrare nel cuore del complotto fingendosi i loro stessi burattini.
Ma se tutto fosse andato come previsto, al calar della notte non sarebbero stati più solo degli osservatori: avrebbero visto con i propri occhi il punto d’inizio della catastrofe e, forse, l’identità di chi teneva i fili dell’attentato.
Le strade di Damasco erano avvolte da un sonno profondo.
Il ritmo lento e cadenzato delle ruote che cozzavano contro le pietre lastricate risuonava come un eco sommesso. Yusuf, Louis e Amhed si scambiavano occhiate rapide, pronti a reagire a qualsiasi imprevisto, ma persino le guardie di ronda, incontrate lungo il tragitto, non si preoccuparono di fermarli: quei giorni erano caotici, i controlli continui e così preoccuparsi di interrogare dei facchini, era proprio l'ultima cosa a cui ambivano.
Arrivati al punto indicato sulla mappa, i tre Assassini arrestarono il carretto e si misero in attesa, in silenzio, le mani pronte a far scattare i meccanismi delle lame nascoste nei loro bracciali. L’unico suono era quello dei cavalli che sbuffavano nella fresca aria notturna.
Dopo qualche minuto, il cigolio di un portone annunciò l’arrivo di un gruppo di uomini. Erano nervosi, i movimenti rapidi e tesi come corde d’arco. La luce tremolante delle torce rivelò dettagli che irrigidirono gli Assassini: sulle braccia nude di molti di loro spiccavano tatuaggi di croci templari.
«Finalmente,» sbottò uno degli uomini, avvicinandosi al carretto con impazienza.
«Scaricate in fretta, non possiamo perdere tempo.»
Dieci barili, pieni e pesanti, furono fatti rotolare uno alla volta fino a una botola, quella che Parvaneh aveva notato durante la sua ispezione. Ora le due ante di vecchio legno erano spalancate, e da sotto saliva un odore umido di pietra antica e terra bagnata. Una serie di assi era stata sistemata come un rudimentale scivolo per agevolare il trasporto. I barili scivolavano giù uno dopo l’altro, con un rumore sordo che si perdeva nelle profondità.
Fu allora che gli Assassini colsero ogni dettaglio. Nella luce tremula, le casacche degli uomini mostravano chiaramente lo stemma di Tamir. Ma quello che più colpì Yusuf fu che quasi tutti portavano, inciso sulla pelle, il simbolo dei Templari. Non erano semplici complici: erano fanatici, pronti a tutto per il loro credo.
Louis serrò la mascella e sussurrò appena, «Siamo in trappola se restiamo qui.»
Yusuf annuì impercettibilmente. L’unica mossa sensata era ritirarsi.
Finito lo scarico, i tre annunciarono che sarebbero "andati a prendere un altro carico". Nessuno sospettò nulla: erano solo tre scaricatori qualsiasi nella notte.
Guidarono di nuovo il carretto lungo la via buia, allontanandosi senza dare nell’occhio.
Una volta al sicuro, avrebbero mandato un piccione a Malik per avvisarlo: la minaccia era più grande di quanto avessero immaginato.
Non si trattava solo di un attentato.
I Templari erano tornati a Damasco.
I tre Assassini raggiunsero la piccionaia con passo rapido e silenzioso. Yusuf si occupò personalmente di legare il piccolo rotolo di pergamena alla zampetta del piccione prescelto. Lo accarezzò appena, sussurrando una parola che soltanto lui e Malik conoscevano, poi lo liberò nel cielo scuro. L’uccello si alzò in volo, battendo le ali contro la luna che sbucava tra le nubi.
«È fatta,» disse Amhed con un sospiro di sollievo. «Ora torniamo al magazzino e—»
Non finì la frase.
Un fruscio improvviso, come di seta che si strappa, precedette l’attacco.
Una lama sottile e affilata attraversò l’oscurità e si piantò nella gola di Amhed con un sordo schiocco.
L’uomo spalancò gli occhi, portandosi d’istinto le mani al collo mentre il sangue gli sgorgava tra le dita.
Yusuf fece appena in tempo ad estrarre la lama celata, ma ecco che un secondo colpo, rapido come un serpente, affondò nella sua gola.
Il mondo di Yusuf si tinse di rosso, poi di nero.
Malik, intanto, fissava il messaggio che aveva appena ricevuto. Il piccolo rotolo era spiegato sul tavolo, illuminato dalla luce tremolante di una lampada a olio.
Il contenuto era chiaro: i barili erano nelle mani dei Templari, e tra gli uomini che li maneggiavano c’erano veterani appartenuti alla compagnia del defunto Tamir.
Il problema era che quel messaggio era stato inviato più di due ore prima.
Da allora, nessun altro aggiornamento. Nessun altro piccione. Nessun segnale.
Parvaneh era rientrata poco prima e aveva portato notizie preziose: era riuscita ad avvicinare Al-Zahir, che, insieme allo zio Safedino, aveva accettato di aprire un’indagine all’interno della corte.
Lo scopo era identificare chi stava finanziando quelle misteriose spese extra, costringendo la “serpe in seno” a rivelare ogni complice.
Malik ascoltò in silenzio, ma la sua fronte restò corrugata. Si voltò verso Parvaneh e verso il Rafiq della gilda, che osservava in silenzio.
«È strano,» disse, tamburellando le dita sul tavolo**. «Se Yusuf e gli altri fossero stati scoperti, le campane d’allarme avrebbero già squarciato la notte. L’intera città sarebbe in subbuglio.»**
Parvaneh strinse la mascella, le mani serrate ai fianchi. «A meno che...»
Si interruppe, gettando un’occhiata preoccupata al Rafiq.
Malik completò la frase per lei, con tono grave:
«A meno che chi li ha catturati non faccia parte della guardia di Damasco.»
Un silenzio carico di tensione cadde nella stanza.
Il Rafiq si schiarì la voce, tentando di riportare un briciolo di calma e ragione.
«Forse state correndo troppo con i pensieri,» disse con tono pacato. «Yusuf e gli altri potrebbero semplicemente trovarsi in una posizione delicata, dove non possono rischiare di essere scoperti. In quel caso, non inviare un piccione immediatamente sarebbe la scelta più saggia. Il silenzio, a volte, è la miglior arma.»
Malik, però, scosse il capo con decisione, i suoi occhi scuri che brillavano di preoccupazione e collera repressa.
«No,» ribatté con fermezza. «Se dietro a tutto questo ci sono davvero i Templari e gli ex uomini di Tamir, non si sarebbero presi il lusso di aspettare l’alba. Questi barili sono armi di distruzione, e non lascerebbero che venissero trasportati liberamente per la città.»
Si avvicinò al tavolo, puntando un dito sulla mappa spiegata davanti a loro.
«Se Yusuf e gli altri non hanno agito subito per sabotare il magazzino, sarebbero quantomeno rientrati qui a fare rapporto. In questo modo avremmo potuto informare Al-Zahir e mandare le sue guardie a eliminare i cospiratori. Ma due ore di silenzio…»
Si interruppe, serrando la mascella. La deduzione era implicita: qualcosa era andato terribilmente storto.
Parvaneh, che fino a quel momento era rimasta in disparte, fece un passo avanti.
«Yusuf, Louis e Amhed sono guerrieri esperti,» disse con tono deciso, sebbene la sua voce tradisse una lieve esitazione. «Non dobbiamo subito pensare al peggio. Sono addestrati a resistere e a combattere anche in condizioni avverse.»
Poi abbassò lo sguardo per un istante, riflettendo, e aggiunse con determinazione:
«Ma non possiamo restare qui a speculare mentre forse stanno affrontando un pericolo imminente. Lasciate che vada io a controllare. Mi muovo più rapida di chiunque altro e posso passare inosservata. Se c’è una trappola, la individuerò… e se sono stati catturati, saprò come liberarli.»
Malik esitò un attimo, combattuto tra la prudenza e la necessità di agire, ma alla fine acconsentì, seppur a malincuore.
«Va’, ma sii prudente,» disse con tono grave, fissandola negli occhi come a voler imprimere quelle parole nella sua mente.
Parvaneh annuì con decisione, senza aggiungere altro. In un attimo era già sulla scala che portava al tetto e poi via, come un’ombra che si fondeva con la città. Il suo obiettivo era chiaro: raggiungere la Porta Orientale e scoprire che fine avessero fatto Yusuf e gli altri.
Dentro di lei, Alexandra fremeva. L’ansia della donna del presente era un tamburo impazzito che rimbombava nella mente di Parvaneh.
Ti prego, non combattere se puoi evitarlo… sussurrava mentalmente, con una nota di terrore. Non voglio morire.
Parvaneh serrò la mascella, rispondendo con un pensiero altrettanto deciso.
Trattieni la paura. Se ti lasci andare, se cerchi di prendere il controllo, ci condannerai entrambe. Lascia che sia io a guidare.
Il suo cuore, però, batteva forte quasi quanto quello di Alexandra: la tensione si trasmetteva, nonostante le parole ferme.
Il vento della notte le accarezzava il volto mentre correva lungo i tetti, fino a quando non giunse al punto che cercava: la piccionaia da cui era stato inviato l’ultimo messaggio.
Atterrò silenziosamente, inginocchiandosi a osservare l’area.
Il respiro le si bloccò in gola.
Sul legno scuro erano visibili macchie di sangue, ancora lucide, tanto da riflettere la luce della luna.
Non erano schizzi casuali: qualcuno era stato ferito gravemente lì, subito dopo l’invio del messaggio.
Un gelo improvviso le percorse la schiena.
Ora non c’erano più dubbi: qualcosa di terribile era accaduto ai suoi confratelli, il nemico sapeva di loro.
Improvvisamente, una voce roca, segnata da un marcato accento francese, ruppe il silenzio della notte.
«Mademoiselle Parvaneh…»
L’Assassina si voltò di scatto, la lama già pronta a scattare, ma subito le sue mani tremarono nel riconoscere la figura che emergeva dall’oscurità di un angolo del tetto.
Era Louis.
Il suo volto era pallido come la cera, madido di sudore, mentre con la mano destra cercava disperatamente di tamponare una ferita profonda al braccio sinistro. Le vesti da facchino era strappate, chiazzate di sangue scuro.
«Louis!» esclamò Parvaneh, precipitandosi verso di lui.
Senza esitazione, si strappò un lembo della fascia rossa che le cingeva la vita e lo usò per fasciare in fretta la ferita, le dita agili ma tremanti mentre cercavano di arrestare l’emorragia.
«Che cosa è successo?» chiese con il fiato corto, gli occhi colmi di ansia.
Louis deglutì a fatica, la voce rotta dal dolore e dalla rabbia.
«È stato… tutto così rapido…» sussurrò, con un filo di voce. «Forse… ci avevano scoperti. Forse hanno trovato il magazziniere che abbiamo eliminato, o… o i nostri abiti nascosti. Non lo so…»
Inspirò bruscamente, stringendo i denti mentre Parvaneh tirava il nodo della fasciatura.
«All’improvviso ci hanno circondati. Non abbiamo avuto nemmeno il tempo di reagire. Amhed e Yusuf… li hanno colpiti subito, con precisione letale. Non hanno avuto scampo.»
Parvaneh sgranò gli occhi, ma Louis continuò, la voce che tremava, carica di disgusto.
«Uno di loro mi ha trafitto il braccio e… credendomi morto, mi hanno lasciato lì. Ho perso i sensi, ma… prima di svenire ho sentito chiaramente le loro parole.»
Il francese sollevò lo sguardo, colmo di orrore.
«Dicevano che “quegli sporchi Assassini” avrebbero nutrito le fiamme dell’esplosione con i loro corpi.»
Un brivido di gelo attraversò Parvaneh.
«Quando mi sono ripreso…» proseguì Louis, «i corpi dei nostri fratelli non c’erano più. Li hanno portati via, Parvaneh. E torneranno presto… per prendere anche me.»
Parvaneh non esitò un istante. Lo fece alzare, passandogli un braccio attorno alla vita per sostenerlo.
«Andiamocene subito. Non possiamo rischiare che ti trovino qui.»
Louis annuì, barcollante, mentre lei lo guidava via dal tetto, allontanandosi da quel luogo maledetto.
Il cuore di Parvaneh era una tempesta: dolore per la perdita dei compagni, furia per l’oltraggio che i loro nemici stavano compiendo, e la terribile consapevolezza che il tempo stava per scadere.
Trovato riparo in una terrazza nascosta tra le case, fitta di piante rampicanti e vasi di terracotta, Parvaneh aiutò Louis a sdraiarsi su un mucchio di morbidi cuscini di piume, probabilmente si erano insediati nella terrazza di qualche famiglia benestante. L’aria era impregnata di profumo di gelsomino e menta, un contrasto crudele con l’odore di sangue che impregnava i loro abiti.
Parvaneh gli porse la borraccia, sostenendogli la testa mentre lui beveva a piccoli sorsi.
«Dobbiamo avvertire Malik di ciò che sta accadendo,» disse con voce dura, trattenendo a stento l’emozione. «Ma non posso… non voglio che i corpi dei nostri compagni finiscano chissà dove, usati come… come combustibile.»
Quelle ultime parole le uscivano a denti stretti, come una lama intrisa di dolore e rabbia.
Louis abbassò lo sguardo, condividendo il tormento della donna. «Lo so,» mormorò, «ma ora… così come siamo, possiamo fare ben poco. Se provassimo a seguirli, ci scoprirebbero subito. E ora che sanno che gli Assassini sono sulle loro tracce, rafforzeranno la sorveglianza. Un uomo ferito e un’Apprendista Assassina…» scosse la testa, «…non hanno alcuna possibilità contro un gruppo organizzato di Templari.»
Quelle parole pesarono nell’aria come macigni. Alexandra, nella mente di Parvaneh, non riuscì a trattenersi e sussurrò spontaneamente, con la sua voce interiore:
Alla fine… questo era il destino di Damasco. È ciò che dicono i libri di storia…
Parvaneh scattò in piedi, stringendo i pugni.
«Ancora non è finita!» urlò, la voce rotta dall’ira e dalla disperazione.
Louis la fissò sbalordito, confuso dal suo scatto improvviso. Non poteva sapere che la sua compagna stava parlando con una voce che lui non avrebbe mai udito, quella di una mente proveniente da un’altra epoca.
Assunse allora che quella reazione fosse semplicemente rivolta alle sue parole.
«Ragiona, Parvaneh,» disse con tono fermo, tentando di riportarla alla calma. «Se ci precipitiamo adesso laggiù, è un suicidio. Torniamo alla base. Abbiamo ancora un giorno intero davanti a noi.»
Gli occhi di Louis si fecero di ghiaccio, la mascella tesa in un’espressione di feroce determinazione.
«Ti prometto che farò di tutto per rimettermi in piedi. Non permetteremo a quei salauds di fare questo ai nostri fratelli!»
Parvaneh annuì, ma dentro di sé non poté evitare di interrogarsi su quel termine francese.
Alexandra rise leggermente nella sua mente, portando un attimo di leggerezza in quel momento cupo.
Vuol dire "bastardi", Parvaneh, spiegò, con una nota divertita. Ho vissuto in Francia per un progetto di scambio culturale tra scuole. E, ovviamente, la prima cosa che impari in un Paese straniero… sono le parolacce.
Nonostante la tensione, Parvaneh sentì le labbra piegarsi in un piccolo sorriso amaro.
Quella risata interiore le diede la forza di sollevare di nuovo Louis e iniziare il lento cammino verso la base.
Malik e il Rafiq erano chini su una mappa di Damasco, immersi in una discussione concitata sulle possibili mosse nemiche, quando un bussare rapido e insistente ruppe la tensione della stanza.
Malik scattò verso la porta, con i sensi allertati al massimo, ma quello che vide lo sconvolse: Parvaneh era sull’uscio, pallida e ansimante, con la divisa sporca di sangue e polvere.
Sorreggeva Louis, che barcollava, il volto madido di sudore e contratto dal dolore.
Il suo braccio sinistro era avvolto in una fasciatura improvvisata, scura di sangue rappreso, mentre si aggrappava a Parvaneh come unica ancora per restare in piedi.
«Per l’amor del cielo…» mormorò il Rafiq, correndo verso di loro.
Malik, con gli occhi sgranati, fece un passo indietro per lasciare spazio.
Louis crollò sulle ginocchia, gemendo appena, e il Rafiq gridò verso il corridoio:
«Cerusici! Subito! Portate le bende e l’acqua bollita!»
Due giovani apprendisti si precipitarono nella stanza, seguendo il Rafiq mentre trascinavano Louis verso la camera di cura.
Parvaneh rimase immobile per un istante, respirando affannosamente. La sua mente era un turbinio di emozioni, ma sapeva che Malik aveva bisogno di sapere la verità subito.
Senza dire una parola, si diresse verso lo studiolo, la piccola stanza laterale dove veniva custodita la Mela dell’Eden, protetta in uno scrigno di legno scuro.
Le sue mani tremavano mentre afferrava una caraffa di sidro e ne beveva qualche sorso, il sapore dolce e pungente che le bruciava la gola e la riportava momentaneamente alla lucidità.
Malik la raggiunse, lo sguardo pieno di domande e timori.
Parvaneh si asciugò le labbra, respirò profondamente e iniziò a raccontare:
di come aveva trovato la piccionaia, del sangue, dell’agguato, e soprattutto delle ultime parole di Louis, che parlavano della fine terribile di Yusuf e Ahmed.
Quando giunse alla parte in cui i corpi dei compagni erano stati portati via per essere usati come combustibile dell’esplosione, la voce di Parvaneh si incrinò, e Alexandra dentro di lei sentì la stessa ondata di dolore e nausea.
Malik rimase immobile, la mano serrata a pugno.
Il suo respiro si fece sempre più rapido, finché, senza riuscire a contenersi, scagliò un pugno contro la parete, producendo un tonfo sordo che fece tremare le scaffalature vicine.
«Dannazione!» urlò, la voce roca. «Come è possibile che siano stati scoperti!?»
Il Rafiq, rientrando, lo fissò con uno sguardo cupo.
Louis era stabile, disse, la ferita non era eccessivamente profonda, ma ci sarebbe voluto tempo prima che potesse tornare a combattere.
Il sole stava già tingendo di rosso le finestre, mentre la città si preparava a un nuovo giorno ignara della minaccia che incombeva.
Dalle strade giungevano i primi rumori di mercanti che aprivano le botteghe, di donne che riempivano le anfore alle fontane, di uomini che si avviavano alla preghiera del mattino.
Parvaneh, Malik e il Rafiq erano consapevoli che, ormai, gli uomini di Tamir erano spariti tra la folla, dissolti come ombre nella luce del giorno. Cercarli ora sarebbe stato inutile persino per le pattuglie dei principi ayyubidi, che già di per sé avevano difficoltà a mantenere l’ordine in quella metropoli brulicante.
Malik fissava la finestra con motivi damascati, con la mano serrata dietro la schiena, i muscoli delle spalle tesi per la frustrazione.
Due dei loro compagni più fidati erano caduti, e il terzo, Louis, giaceva ferito nella camera di cura, in bilico tra il sonno e la febbre.
Sapeva bene che Parvaneh, pur indomita e determinata, non aveva ancora l’esperienza né la forza per reggere uno scontro diretto contro uomini addestrati come quelli di Tamir.
Il Rafiq si ritirò nella sala principale, lasciando così che i due Assissini discutessero in privato sul da farsi.
Quando la porta si richiuse, il silenzio che li avvolgeva era carico di amarezza e di pensieri taciuti.
Parvaneh ruppe quella quiete con voce ferma, anche se negli occhi brillava un’ombra di esitazione.
«Forse è giunto il momento di… utilizzare la Mela.»
Le sue parole fecero voltare Malik di scatto, le sopracciglia aggrottate e nei suoi occhi guizzò un lampo di preoccupazione.
Parvaneh continuò, avanzando di un passo.
«Al-Zahir conosce il nostro segreto. Lo ha sempre rispettato, mantenendo la promessa di non rivelarlo a nessuno. Forse… è il momento di ricambiare la sua fiducia.»
Inspirò profondamente, quasi per darsi coraggio, e indicò la città che si stendeva sotto di loro, viva e indifesa.
«Se usassimo la Mela, potremmo scoprire dove si nascondono questi assassini. Potremmo aiutare lui, la sua famiglia, e l’intera Damasco. E non dovremmo più limitarci a inseguire ombre.»
Malik si passò la mano sulla barba rada, riflettendo tra sé e sé.
«La Mela non è uno strumento da impiegare alla leggera,» disse infine con tono grave. «Il suo potere è immenso, e ogni volta che viene usata, il mondo si piega e si spezza, anche se solo di poco. Ma…» si interruppe, scambiando uno sguardo con Parvaneh, «…forse hai ragione. Se Al-Zahir prima che cali il sole non ha trovato lui stesso una pista, credo proprio che dovremmo usarla»
Poi, stringendo di nuovo la mano a pugno, aggiunse con voce dura:
«Se questo è ciò che serve per vendicare i nostri fratelli… e per proteggere Damasco, allora faremo così.
Il problema è che, come già ci siamo detti, solo Altair ha la forza necessaria ad utilizzare questo potente strumento.»
Parvaneh si avvicinò a suo volta e gli poggiò una mano sulla spalla.
«Malik, il Maestro è un uomo nobile, che ha compiuto tante imprese degne di nota, ma ricorda che neanche tu sei da meno. Chi recuperò questo manufatto al Tempio di Salomone? Forse lui ha delle doti innate che scorrono nel suo sangue, ma non sentirti mai un "secondo". Non lo sei e non solo ai miei occhi».
Lo guardò con tono incoraggiante. «Credo che riusciremo ad usarla in qualche modo, con o senza Altair».
Malik abbassò lo sguardo, come se avesse paura che i propri sentimenti trapelassero.
«Abbiamo poco tempo» disse, la voce roca per l'emozione trattenuta, mentre le prendeva la mano. «Tu credi ne sia, che ne saremo in grado?»
Parvaneh strinse la sua mano con decisione.
«La tua determinazione, è alla pari di quella di Altair, Malik. Lui crede nella Confraternita e nella giustizia, così come ci credi tu. Non sei inferiore a lui.»
Alexandra, dentro di lei, percepì l’intensità di quel momento. Il cuore di Parvaneh batteva più veloce.
Malik la fissò a lungo, poi portò la mano di Parvaneh alle labbra, baciandola come quella volta lontana, quando aveva interrotto le sue nozze forzate.
Il ricordo si intrecciò nella mente di Parvaneh e, attraverso il legame con l’Animus, travolse anche Alexandra.
Alexandra vide tutto come se fosse lì:
La piazza adornata in festa, piena di invitati sconvolti.
L’uomo che doveva essere suo marito, abbattuto dagli Assassini.
Parvaneh tremante, divisa tra lo shock e la gratitudine, mentre Malik le prendeva la mano prima di sparire tra la folla, imprimendole un bacio dolce e fugace.
Alexandra sentì la stretta nel petto che aveva provato Parvaneh in quell’istante e capì quanto Malik avesse significato per lei fin dall’inizio.
Quando l’immagine svanì, rimase stordita, quasi smarrita, come se il ricordo fosse suo.
Parvaneh batté le ciglia, tornando alla realtà. Malik si era già allontanato di un passo, tornando serio e composto.
«Preparati» disse, con una fermezza che nascondeva l’emozione. «Se useremo la Mela, dobbiamo essere pronti a qualsiasi conseguenza.»
Poi, voltandosi verso il Rafiq che era tornato nella stanza:
«Tieniti pronto a coordinare i nostri uomini. Una volta che sapremo dov’è il loro covo, i soldati di Al-Zahir faranno loro una visita.»
La luce del mattino filtrò tra le finestre, annunciando l’inizio di un giorno che avrebbe deciso il destino di Damasco.
Il Rafiq si inchinò davanti a Malik, ricevendo l’ordine con la massima solennità.
«Prendi con te uomini di cui ti fidi ciecamente,» disse Malik, la voce ferma ma con una tensione che ne incrinava leggermente il tono. «Contatta Al-Zahir, chiedigli a che punto sono le sue indagini e digli che dovrà essere pronto a schierare i suoi soldati non appena avremo localizzato il covo degli attentatori. Dobbiamo colpirli quando non se lo aspettano, di giorno, quando credono di essere al sicuro.»
Il Rafiq annuì senza fare domande, sapendo che la situazione era ormai disperata. Fece di nuovo un inchino più profondo e uscì dalla stanza con passo deciso, per radunare gli uomini fidati che avrebbero portato il messaggio.
Nel frattempo, nella sala di cura, Louis era disteso su un giaciglio basso, le coperte tirate fin sotto al petto. La luce che filtrava da una finestra stretta illuminava il suo volto, ora meno pallido di poche ore prima. Il cerusico aveva chiuso la ferita, pulendola con decotti di erbe amare e applicando impacchi caldi per favorire la guarigione.
L’uomo respirava meglio e, con il calore di un pasto caldo nello stomaco, aveva persino trovato la forza di rivolgere a Parvaneh un mezzo sorriso stanco.
«Non vi libererete di me così facilmente,» sussurrò, la voce roca, ma con un lampo di determinazione negli occhi.
Parvaneh, seduta accanto a lui, scosse la testa con un sorriso appena accennato. «Riposa. Tra poche ore dovremo muoverci di nuovo.»
Poi si alzò, lasciando che il cerusico continuasse a vegliare su di lui.
Malik, intanto, utilizzando la mappa di Damasco, ancora stesa sul bancone di legno della sala principale, illustrava i quartieri più importanti contrassegnati con pietruzze e pezzi di pergamena.
«Quando Louis sarà abbastanza in forze,» disse rivolgendosi a Parvaneh, entrata nella sala, pronta a ricevere gli ordini del Consigliere. «Il vostro compito sarà quello di provocare un incidente nel magazzino. Nulla che faccia vittime innocenti,» aggiunse subito, fissando Parvaneh negli occhi. «Dovrete solo compromettere i barili di polvere nera, così che quei maledetti possano abbandonare il piano di far esplodere tutta la città.»
Parvaneh annuì lentamente. «Capito. Ma se Louis non sarà ancora in grado di combattere?»
«Allora ti manderò degli uomini del Rafiq ad aiutarti,» rispose Malik, secco ma non privo di preoccupazione. «Non sono degli assassini, ma sono uomini di Damasco, hanno una famiglia qui, ti supporteranno in ogni modo per aiutarti in questa impresa.»
Parvaneh osservò Malik con attenzione. L’uomo, che era sempre apparso solido come la pietra, sembrava ora gravato da un peso invisibile. Non c'era bisogno di chiedere il perché di questa sua ansia.
Malik inspirò profondamente, come se stesse per affrontare una battaglia silenziosa.
«Tempo fa, Abbas tentò di usarla, ma quasi ne rimase vittima. Il suo cuore era avvelenato dall’ambizione e dal desiderio di dominare la Confraternita… Io non ho la sua sete di potere.»
Chiuse gli occhi un istante, rivivendo il volto del Maestro e le sue parole di saggezza.
«Io utilizzerei la Mela per salvare delle vite. Ma… Altair approverebbe questa scelta?»
Il dubbio era come una lama che gli premeva contro il petto. Non aveva risposte, solo la certezza che non agire significava condannare Damasco.
Si voltò verso Parvaneh, che era rimasta in silenzio, come se temesse di interrompere i suoi pensieri.
«A meno che tu non abbia visioni più precise e Al-Zahir non avesse buone nuove,» disse infine Malik, la voce colma di determinazione mista a rassegnazione, «Io tenterò di fare ciò che Altair fece, anche se non so se avrò la sua forza di volontà.»
Parvaneh posò una mano leggera sul braccio di Malik. «Se c’è qualcuno che può farlo senza cadere nell’ombra, sei tu.»
Dopo questo scambio di battute, era chiaro che non aveva senso rimuginarci ancora. Proprio perché erano semplici umani, non avevano idea di cosa sarebbe accaduto nel prossimo futuro.
Quantomeno non lui.
Si sforzò di mettere da parte questi pensieri martellanti e si concentrò con Parvaneh su quale fosse il metodo più efficace per rendere inefficace la polvere da sparo.
Parvaneh annuì, richiamando alla memoria ogni dettaglio che aveva osservato durante la sua breve incursione. «Ricordo bene com’è disposto il magazzino,» disse con tono deciso. «Nella parte centrale ci sono grandi impalcature in legno, usate per stoccare i carichi più pesanti. In cima, o sospesi tramite corde, ci sono sacchi di sabbia: li usano come contrappesi o per spegnere incendi in caso di emergenza. Altri sono accatastati negli angoli, pronti all’uso.»
Si inginocchiò accanto alla mappa che Malik aveva aperto poco prima, e con il dito tracciò l’ingresso e i punti strategici della struttura.
«Se riuscissimo a far cadere quei sacchi sopra i barili di polvere, la sabbia si mescolerebbe a essa, rendendola inutilizzabile. Sarebbe come gettare acqua sul fuoco prima che divampi.»
Lo sguardo di Parvaneh brillava di determinazione mentre aggiungeva: «Non ci sarebbe bisogno di ferire nessuno, e il danno sembrerebbe un semplice incidente.»
Malik portò la mano al fianco, riflettendo sulle sue parole. «Un piano pulito e silenzioso… se riusciste a farlo sembrare un incidente, nessuno sospetterebbe di noi. Ma richiede precisione, e Louis non è ancora al pieno delle forze.»
Lei lo fissò per un istante. Poi chinò leggermente il capo. «Non ti deluderò.»
Chiaramente il piano, per quanto ingegnoso, non poteva poggiare su fragili pilastri.
I Templari sapevano ormai che la Confraternita era sulle loro tracce e, proprio per questo, non avrebbero perso tempo: era quasi certo che stessero già predisponendo un trasferimento del carico in un luogo più sicuro. Se i barili avessero lasciato il magazzino, tutto il loro sforzo sarebbe stato vano.
Il problema era duplice: per i nemici spostare un carico simile in pieno giorno sarebbe stato complicato, ma anche per loro fermarli senza destare sospetti non era impresa facile. Malik si passò la mano sul mento, ragionando rapidamente, finché una scintilla di intuizione gli illuminò lo sguardo.
Si voltò bruscamente verso il Rafiq, che era rimasto in disparte in attesa di istruzioni.
«Manda subito un secondo messaggio ad Al-Zahir,» ordinò con tono fermo. «Digli che deve impedire che qualsiasi merce lasci il magazzino oggi. Nessun barile, nessuna cassa, nessun animale da soma deve varcare quelle porte.»
Il Rafiq si irrigidì, comprendendo la gravità della situazione. «E se i mercanti dovessero protestare?» chiese con cautela.
Malik non esitò. «Trovi una scusa credibile. Domani all’alba ci saranno i funerali di Saladino: Al-Zahir può decretare un giorno di permesso anticipato per gli operai, o inventare un’ispezione straordinaria… qualunque strategia ritenga saggia. L’importante è che oggi nessuno lavori e che i barili restino dove sono.»
Parvaneh, che aveva ascoltato in silenzio, annuì lentamente. «Così avremo il tempo di agire questa sera, senza che i Templari possano muovere il carico durante il giorno.»
Malik la guardò con uno sguardo cupo ma determinato. «Esatto. Dobbiamo guadagnare anche solo poche ore. È un gioco di inganni e rapidità… e oggi, Parvaneh, noi dobbiamo muoverci più veloci delle serpi che stiamo cercando di schiacciare.»
Il Rafiq si inchinò rapidamente e uscì di corsa, diretto verso la voliera per inviare il messaggio.
Al-Zahir non aveva perso tempo.
Nel suo palazzo, tra mura illuminate da torce tremolanti, aveva convocato suo zio e, con lui, avevano avviato un’indagine serrata. La tensione era palpabile: servi, consiglieri e funzionari vennero interrogati uno dopo l’altro, le domande incalzanti e le risposte spesso contraddittorie.
Le voci, inevitabilmente, si diffusero come un incendio. Gli altri fratelli non tardarono a notare quell’attività frenetica e, sospettosi, pretesero spiegazioni.
Al-Zahir non ebbe scelta: spiegò che vi era un problema serio riguardo ad alcune merci acquistate di recente, un affare che minacciava la sicurezza della città. Ometteva, tuttavia, qualsiasi riferimento alla Confraternita, preferendo far credere che fosse solo una questione politica o opera di qualcuno che desiderava la fine della pace tanto ricercata dal Saladino. Non aveva così mentito, solo che si era risparmiato qualche "dettaglio scomodo" da rivelare.
Le indagini si concentrarono inizialmente sui contabili, coloro che avevano registrato gli ordini di acquisto. Erano uomini esperti, fedeli da anni alla famiglia ayyubide, ma l’acquisto di un bene tanto raro e pericoloso non poteva essere passato inosservato.
Messo di fronte alla minaccia di tremende fustigazioni, il capo dei contabili, con la voce tremante, indicò un nome:
«L’ordine è giunto a noi da… vostro fratello al-‘Aziz, signore.»
La dichiarazione cadde come un fulmine al ciel sereno nel silenzio della sala.
Gli sguardi si volsero immediatamente verso il giovane principe, che reagì con furia, il volto arrossato dall’indignazione.
«Menzogne!» ruggì, stringendo i pugni. «Non ho dato alcun ordine simile! Mio padre mi ha affidato l’Egitto come ricompensa per la mia lealtà. Fra pochi giorni partirò per quelle terre per consolidare il nostro dominio, distruggere gli idoli pagani, abbattere statue e templi superstiti… e dichiarare le piramidi come simboli di un passato empio che deve essere sepolto!»
Al-Zahir lo fissò, scrutando ogni minima reazione.
«Allora come spieghi l’ordine?» domandò, con una calma che era più minacciosa della rabbia.
Al-‘Aziz scosse il capo con forza, le vesti preziose ondeggiando attorno a lui.
«Damasco è il cuore della memoria di nostro padre, la città che egli ha amato più di ogni altra. Credi forse che io voglia farla saltare in aria?»
Si portò la mano al petto, come a sottolineare la propria onestà. «Se qualcuno ha usato il mio nome, è perché sa bene dei nostri antichi dissapori e che quindi vuol mettere zizzania al fine di farci distogliere lo sguardo dal vero colpevole.»
Safedino lanciò un’occhiata rapida ad Al-Zahir, ma entrambi non poterono negare la veridicità nel suo tono di voce. Al-‘Aziz era un fanatico, pretenzioso, folle... ma non così folle da macchiarsi di un'empietà del genere
Il sospetto si spostò dunque nuovamente sui contabili.
Gli uomini, tremanti, ribadirono con forza che avevano detto tutto ciò che sapevano. Per fugare ogni dubbio, uno di loro li condusse verso gli scaffali polverosi dell’archivio, dove erano conservati i registri e le bolle ufficiali.
Con mani esitanti estrasse un documento arrotolato, che venne subito dispiegato sul grande tavolo di legno al centro della sala.
La luce tremolante delle torce rivelò il sigillo perfetto della famiglia ayyubide, impresso nella ceralacca, e la firma di al-‘Aziz.
Ogni dettaglio era impeccabile, tanto che persino Al-Zahir sgranò gli occhi.
Era impossibile distinguere quel falso da un documento autentico.
Per un attimo la rabbia di Al-Zahir esplose, e il giovane uomo si voltò verso il fratello con gli occhi iniettati di sangue, pronto a scagliarsi contro di lui.
Ma Safedino si frappose tra loro, alzando una mano per riportare la calma.
Con voce ferma ma controllata disse: «Litigare tra fratelli è esattamente ciò che vuole colui che ci sta manovrando.
Questa firma potrebbe essere stata falsificata, e l’abilità di chi l’ha realizzata supera quella di qualsiasi falsario comune.»
Rivolgendosi ai contabili, Safedino assunse un tono più conciliante, ma con una punta di autorità.
«Pensate bene a ciò che state per dire. Ricordate chi ha consegnato il messaggio contenente quest’ordine? Qualsiasi dettaglio potrebbe salvarci la vita.»
Il capo dei contabili, un uomo anziano dal volto scavato e la barba grigia, abbassò lo sguardo mentre cercava nei ricordi.
«Signore…» disse infine, con voce tremante, «non avevo mai visto quell’uomo prima di quel giorno. Ho pensato fosse stato assegnato di recente alla corte, forse un nuovo emissario.
Non ricordo con chiarezza i suoi tratti…» fece una pausa, aggrottando la fronte, «ma ricordo i colori delle sue vesti: rosso cremisi e oro. Si distingueva da chiunque altro, come se volesse essere notato.»
Al-Zahir serrò la mascella, mentre Safedino rimase in silenzio, riflettendo.
Il colore cremisi era associato a certe fazioni mercenarie, ma anche ai Templari, e quella coincidenza non poteva essere ignorata.
Fu in quel momento che un messaggero irruppe nella sala, ansimando e con il volto imperlato di sudore.
«Miei signori, sono qui per Al-Zahir, il terzogenito di Saladino!» disse, piegandosi in un rapido inchino. «Porto un messaggio urgente. La… vostra fonte ha informazioni cruciali sull’identità dei cospiratori.»
Al-Zahir, con il cuore che gli batteva forte nel petto, attraversò la sala a lunghi passi e strappò quasi di mano la pergamena al messaggero.
Senza attendere oltre, la dispiegò e scorse le righe tracciate in fretta. Più leggeva, più i suoi occhi si facevano scuri e duri come la pietra.
Poi, con un lampo di intuizione, alzò lo sguardo e si voltò di scatto verso gli altri presenti.
«Ora ricordo a chi appartenevano quei colori!» esclamò, la voce tesa ma ferma.
Gli altri lo fissarono, interdetti, mentre continuava:
«Il mercante Tamir!
Vi ricordate? Stava tramando loschi affari, vendendo armi al mercato nero. Stavamo già indagando su di lui, ma prima che i nostri soldati potessero catturarlo, la Confraternita degli Assassini lo eliminò.»
Indicò la pergamena, che tremava leggermente tra le sue mani. «Le sue guardie personali indossavano proprio quei colori: rosso cremisi e oro.
E qui…» batté l’indice sulle parole, «c’è scritto che i suoi seguaci, rimasti fedeli a lui persino dopo la sua morte, hanno orchestrato questo piano. Si sono infiltrati a corte, lasciando quel falso messaggio per gettare sospetto tra di noi e distrarci.»
Safedino strinse i pugni, la sua voce un misto di ira e disprezzo:
«Probabilmente hanno corrotto alcune delle nostre guardie. Solo così avrebbero potuto introdursi indisturbati nei nostri palazzi.»
Si voltò verso i soldati presenti nella sala, lo sguardo tagliente. «Avvieremo immediatamente un’indagine. Chiunque avrà tradito la famiglia ayyubide conoscerà la frusta… e la morte.»
Le parole non avevano ancora finito di riecheggiare che un secondo messaggero fece irruzione, portando un nuovo rotolo sigillato.
«È ancora dalla stessa fonte, mio signore,» disse, ansimante.
Al-Zahir aprì in fretta la missiva.
Questa volta, il messaggio era breve ma altrettanto urgente: bloccare i magazzini immediatamente, impedendo che le merci continuassero a circolare liberamente durante il giorno e si mescolassero con quelle legittime.
Solo così, colei che conosceva avrebbe potuto agire nell’ombra e sabotare i piani nemici prima che fosse troppo tardi.
Safedino annuì con decisione. «Farò chiudere tutti i magazzini entro l’ora successiva. Nessuna cassa entrerà o uscirà senza il nostro consenso.»
Al-Zahir rimase in silenzio per un lungo momento, stringendo la pergamena tra le dita.
Sapeva che, dietro quelle righe, c’era un gioco di intrighi che andava ben oltre Tamir e i suoi seguaci.
E che la prossima mossa sarebbe stata decisiva.