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Creato il 08/07/2026, 20:20 · Aggiornato il 08/07/2026, 20:20

Capitolo 13: Capitolo 7.3

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoCompleta

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Morte
  • Sangue
  • Violenza
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Alle prime luci dell’alba, la Porta Orientale, la Bab Sharqi, si stagliava contro il cielo ancora velato da un leggero chiarore rosato. Era l’unica delle antiche porte di Damasco a conservare la sua struttura romana originale, un’imponente testimonianza di secoli di storia. Tre archi la componevano: quello centrale, ampio e maestoso, consentiva il passaggio di carri e cavalli, mentre i due laterali, più stretti, erano dedicati ai pedoni. Sulla sommità, un minareto eretto in epoca più recente si innalzava come un faro di pietra, da cui le guardie potevano osservare chiunque si avvicinasse alla città.

Le sentinelle, avvolte nei loro mantelli, si muovevano costantemente lungo il camminamento superiore, mentre altre due stazionavano ai lati dell’arco centrale, controllando con sguardo attento ogni pellegrino, mercante o forestiero che giungeva. In quei giorni, i flussi verso Damasco erano intensi come mai prima: migliaia di persone provenienti da ogni angolo del Medio Oriente, ma anche dall’Europa, erano accorse per rendere omaggio a Saladino. Il quartiere immediatamente oltre la porta era quello cristiano, e molti fedeli vestiti di tuniche bianche e croci appese al collo attraversavano il portale con passo devoto, pregando a bassa voce.

Era proprio quella moltitudine a rendere i controlli complessi. Più che altrove, qui era facile che qualcuno si celasse sotto mentite spoglie, sfruttando la confusione per entrare in città senza destare sospetti. Era anche ciò che permetteva agli Assassini di mimetizzarsi in bella vista: Parvaneh e i suoi compagni, vestiti con la divisa Nizarita, si confondevano con i monaci, i mercanti e i pellegrini, senza attirare attenzione.

Davanti a loro si estendeva la Via Recta, la più importante arteria di Damasco, che si snodava per centinaia di metri verso il cuore della città, incorniciata da colonnati romani che, seppur consunti dal tempo, raccontavano ancora la grandezza di epoche passate. Il brusio delle voci, lo scalpiccio degli zoccoli e l’aroma misto di spezie, sudore e polvere saturavano l’aria, mentre il vento portava con sé echi di canti religiosi provenienti dai vicini minareti.

Prima di mandarli in missione, Malik li aveva riuniti, rivelando di aver ricevuto da una sua fonte notizie su una poesia misteriosa che stava circolando tra la gente. Non poteva avere certezze, ma nei versi aveva colto indizi che, se interpretati correttamente, potevano condurre agli attentatori. Per questo aveva suddiviso i compiti con precisione:

Parvaneh avrebbe esplorato i pressi immediati della porta, osservando chi entrava e usciva, cercando volti sospetti o piccoli segnali nascosti nella folla.

Yusuf, sfruttando la sua conoscenza delle lingue e delle culture, si sarebbe mescolato tra i bazar, le fontane e i mercati, dove la multiculturalità era più evidente, cercando di cogliere conversazioni e indizi.

Amhed avrebbe controllato i luoghi più solenni e simbolici, come mausolei e palazzi importanti, rappresentazioni dei fiori bianchi, per capire se qualcuno stesse cercando di introdursi o manometterli e l'eventualità di passaggi sotterranei nei loro pressi.

Louis, con la sua esperienza tra le truppe cristiane, avrebbe pattugliato i pressi delle caserme e dei punti di guardia, cercando segni di corruzione o sabotaggio, così da prevenire che le difese cittadine fossero neutralizzate al momento dell’attacco.

Con gli ordini ben chiari e le mappe dei sotterranei distribuite, i quattro si dispersero nella folla, le loro figure assorbite dal flusso incessante di corpi e voci, mentre Malik, rimasto alla base, attendeva notizie, consapevole che ogni ora poteva avvicinarli alla verità… o alla catastrofe.

Il sole, ancora basso all’orizzonte, proiettava lunghe ombre dorate sui tetti piatti di Damasco, facendo brillare la sabbia e la pietra chiara come se fossero rivestite di polvere d’oro. Parvaneh e Amhed si muovevano silenziosi tra le terrazze delle abitazioni, le fasce rosse della loro divisa che si gonfiavano appena nel vento caldo del mattino. Ogni salto, ogni presa sulle sporgenze era calcolato, il rumore dei loro passi appena percettibile sopra il vociare distante della città che si stava svegliando. Da lassù, il dedalo di viuzze brulicanti di gente sembrava un mare in fermento: venditori che aprivano le tende delle botteghe, pellegrini che pregavano rivolti verso oriente, bambini che correvano tra i carretti.

Intanto, Yusuf si muoveva tra i vicoli, mescolandosi alla folla come un viandante qualsiasi. Il cappuccio tirato basso sugli occhi e un rosario appeso al polso per rafforzare la sua copertura.

Il mercato era un intreccio di colori e odori: cumuli di spezie rosse e dorate, stoffe pregiate appese come bandiere, voci che si accavallavano tra mercanti e compratori. Ma lui non ascoltava il vociare generale: si concentrava su frammenti di frasi, su sguardi rapidi, su dettagli apparentemente insignificanti.

Fu così che li notò: due uomini in disparte, vicino a una fontana decorata di mosaici, parlavano con la tensione di chi teme di essere scoperto. Yusuf si nascose dietro un tendaggio di stoffe, piegando appena il capo per ascoltare.

«…è pronta?»

«La polvere nera brucia come l’inferno stesso. Una sola scintilla e la città vedrà il fuoco.»

Il cuore di Yusuf accelerò. Polvere nera. Solo la misteriosa polvere da sparo, nominata alla riunione da Malik aveva anche quest'altra nomea, per quanto ne sapeva, e intuì immediatamente la gravità di quelle parole. Si spinse un poco più avanti, cercando di distinguere meglio i volti.

L’altro uomo estrasse un sacchetto di monete e lo consegnò con gesto rapido, mentre il destinatario lo fece sparire tra le pieghe della tunica.

«Dopodomani all’alba. La Porta Orientale dovrà essere pronta.»

«E se qualcuno sospetta?»

«Nessuno sospetterà. Tutti guarderanno altrove.»

Un gruppo di pellegrini passò rumorosamente tra Yusuf e i due uomini, e in quel breve istante la coppia svanì tra la folla. Yusuf si slanciò per seguirli, ma il mercato esplose in una confusione di voci e movimenti, rendendo impossibile distinguere i sospetti. Si fermò, il respiro accelerato, mentre il frastuono del bazar copriva i suoi pensieri. Aveva perso gli uomini, ma aveva ottenuto qualcosa di più prezioso: una conferma.

Mentre alzava lo sguardo verso i tetti, scorse Parvaneh che lo osservava da una terrazza distante. Si scambiarono un cenno rapido: erano sulla pista giusta.

Gli uomini del Rafiq erano posizionati in punti strategici a cui riferire le informazioni agli altri Assassini in circolazione, ma c'erano anche le piccionaie, utile per inviare messaggi diretti alla base e quindi informare Malik.

Louis avanzava a passo sicuro tra le strade polverose che conducevano alla caserma principale di Damasco, il mantello di stoffa grezza che portava sulle spalle a malapena riusciva a celare la sua postura aristocratica. L’anello d’argento con il sigillo della casata di Borgogna, pur nascosto fino a quel momento, gli dava l’aria di chi non temeva di imporsi. Quando raggiunse l’ingresso, due guardie incrociarono le alabarde, sbarrandogli il passo.

Louis non mostrò esitazione: sollevò lentamente la mano, lasciando che la luce del mattino illuminasse il sigillo.

«Ho l’incarico di verificare i registri e le merci in arrivo,» dichiarò con voce calma ma ferma, in un francese venato da un accento orientale, come chi è abituato a muoversi tra due mondi. «La mia famiglia è nota tra i pellegrini crociati. Se necessario, potete confermare l’autenticità di questo anello con i vostri superiori.»

Le guardie si scambiarono uno sguardo incerto. Infine, una di loro si inchinò appena, facendo cenno all’altra di aprire il portone. «Prego, messere. Ma vi chiedo di non intralciare le procedure di sorveglianza.»

Louis accennò un sorriso educato. «Non è mia intenzione.»

All’interno, l’aria era densa dell’odore di sudore, ferro e olio per armi. Soldati addestravano le reclute nel cortile, le lame che cozzavano tra loro risuonavano come un battito costante, mentre scribi annotavano le scorte su lunghi registri di pergamena. Louis si avvicinò a un tavolo ingombro di pergamene e casse di merci.

«Vorrei consultare i registri delle ultime settimane,» disse, questa volta assumendo un tono autorevole. «In particolare i rifornimenti destinati alla messa in sicurezza dei sotterranei. Mi è stato riferito che ci sono stati degli aumenti improvvisi.»

Il responsabile, un uomo anziano con la barba striata di grigio, lo squadrò con sospetto. «Gli ordini sono molti, straniero. Le fondamenta del mausoleo richiedono pietre, legname e ferro… ma anche torce, corde e uomini armati. Ciò che entra e ciò che esce è sorvegliato attentamente.»

Louis posò con calma una mano sulla pergamena, abbassandosi quel tanto che bastava per creare una tensione studiata.

«È proprio quello che desidero verificare. I pellegrini sono numerosi, e tra loro possono celarsi nemici di Damasco. La vostra efficienza è fuori discussione, ma anche la più solida roccaforte può crollare se la sorveglianza viene… distratta.»

L’uomo abbassò lo sguardo, contrariato ma consapevole che l’ospite stava toccando un punto sensibile. Con un sospiro, spinse verso Louis i registri più recenti.

Louis iniziò a scorrere i nomi e le cifre, simulando di controllare i dati mentre, in realtà, cercava anomalie: nomi di spicco che non avrebbero dovuto comparire, merci in quantità sproporzionate, o transazioni che non combaciavano con i lavori di consolidamento.

Ad ogni pagina, la sua espressione rimaneva impassibile, ma dentro di sé stava costruendo un quadro sempre più nitido: piccole irregolarità, apparentemente insignificanti, che però tracciavano un filo rosso.

Quando una cassa venne portata all’interno, Louis fece un passo indietro fingendo di voler solo osservare. Il legno era marchiato con un simbolo che non apparteneva a nessuna delle corporazioni note della città.

«Questa spedizione?» chiese, sollevando appena il mento.

Il responsabile esitò. «Un carico speciale, arrivato ieri. Sono strumenti per le fondamenta… o almeno così ci hanno detto.»

Louis annotò mentalmente quel dettaglio, poi ringraziò con un cenno cortese. Dietro la facciata di routine, qualcosa stava minando la sicurezza della città, e se i suoi sospetti erano corretti, la corruzione poteva aver già raggiunto le stesse guardie che avrebbero dovuto difendere Damasco.

Louis chiuse lentamente il registro, mantenendo un’espressione neutra mentre nella mente i pensieri correvano frenetici.

Non c’erano nomi di spicco che potessero rivelare un complotto, nessun indizio evidente che potesse smascherare i traditori. Tuttavia, tra le righe di quelle pergamene, un dettaglio lo aveva fatto gelare: una consegna di barili di polvere pirica, registrata con la causale “cerimonia”.

Un piccolo quantitativo avrebbe avuto senso: bastava poco per creare giochi di luce e suoni scenografici durante un funerale reale.

Ma quella era una quantità spropositata, completamente ingiustificata.

Finse indifferenza, ringraziò il responsabile e lasciò la caserma con passo calmo. Solo quando fu al sicuro tra la folla, il volto gli si irrigidì.

Se la polvere era destinata a un attentato, bisognava capire dove fosse stata stoccata e fermare tutto prima che venisse messa in circolazione.

Accelerò il passo, scivolando tra mercanti e pellegrini fino a raggiungere uno dei punti di contatto segreti del Rafiq, un piccolo cortile dietro una taverna apparentemente anonima. Lì, due uomini fidati di Malik lo attendevano, fingendo di essere semplici facchini.

«Devo mandare un messaggio a Parvaneh,» disse Louis a bassa voce, tirando fuori da sotto il mantello una pergamena piegata con precisione. «Deve recarsi immediatamente al magazzino indicato in questi registri. È lì che hanno depositato i barili.»

Uno dei due uomini prese la pergamena e annuì senza fare domande, dileguandosi subito tra i vicoli.

Louis inspirò profondamente, cercando di calmare il battito del cuore.

Parvaneh si sarebbe occupata di indagare sul carico, ma lui aveva ancora un altro compito: scoprire quali guardie erano state corrotte, così da impedire che, al momento dell’attacco, i traditori lasciassero la città indifesa.

Sistemò il mantello, nascondendo di nuovo l’anello dei Borgogna, e si diresse verso la successiva caserma.

Ogni suo passo era misurato, ma dentro di sé sapeva che il tempo stava per scadere.

Quella polvere, se usata come sospettava, avrebbe trasformato il funerale di Saladino in una carneficina senza precedenti.

Parvaneh strinse il messaggio tra le dita, lasciando che le parole di Louis le restassero impresse nella mente. Poi, come da protocollo, lo distrusse velocemente, lasciandolo cadere tra le fessure di un tetto.

Il sole era ormai alto, e la luce del mattino si rifletteva sulle cupole dorate e sui tetti in pietra, mentre la città ribolliva di voci e movimento.

Scivolò tra i tetti, rapida e silenziosa, i piedi che sfioravano appena le tegole arroventate dal sole, mentre la sua figura si confondeva tra le ombre strette dei vicoli.

Da lassù, la città le appariva come un dedalo perfetto di vicoli e passaggi, un intrico di vie che solo un’Assassina avrebbe saputo dominare.

Il deposito segnalato da Louis non era lontano dalla Porta Orientale, una posizione strategica: se la polvere nera era lì, sarebbe stato facilissimo per i nemici trasportarla rapidamente e raggiungere un sotterraneo vicino, pronto per nascondere i barili fino al momento dell’attacco.

Parvaneh si fermò su una terrazza bassa, tirando fuori la copia della mappa dei sotterranei che Yusuf aveva ottenuto il giorno precedente.

La stese con cura, osservando le linee intricate alla luce diretta del sole.

Era una mappa vecchia, non aggiornata, ma utile a intuire la logica della città.

Come molte metropoli antiche, Damasco era costruita su se stessa, strato dopo strato: antichi acquedotti, condotti di drenaggio e cunicoli segreti correvano sotto le strade principali, molti ormai dimenticati persino dai cittadini.

«Alexandra,» mormorò nella mente, mentre seguiva con il dito le linee che conducevano verso la Porta Orientale, «se il deposito è qui, dove potrebbe essere l’ingresso più vicino ai sotterranei?»

La voce di Alexandra giunse calma e riflessiva:

Le città come Damasco hanno sempre condotti secondari vicino alle porte principali, servivano sia per drenare l’acqua che come vie di fuga. Il magazzino, essendo così vicino a Bab Sharqi, non è di per sé il punto dell’esplosione… ma se l’attacco parte da un sotterraneo collegato, lì vicino, spostare i barili sarà semplice e veloce.

Si interruppe un istante, riflettendo.

Controlla i pressi della Porta e i punti dove le strade si incrociano con i canali antichi. Se trovi un accesso nascosto, quello sarà il primo segno che stiamo cercando.

Parvaneh annuì tra sé, piegando la mappa e riponendola nella cintura.

Scivolò giù dal tetto, mischiandosi alla folla come un’ombra tra mille volti sconosciuti, mentre con la coda dell’occhio continuava a scrutare archi, griglie di drenaggio e passaggi laterali.

Da qualche parte, sotto quelle strade, l’ingresso ai sotterranei li stava aspettando.

Alexandra, mentre guidava Parvaneh nei ragionamenti, non poté fare a meno di sorridere tra sé.

Era strano ammetterlo, ma quella parte della missione le piaceva. Nonostante il pericolo, lo spionaggio e l’indagine avevano un fascino tutto loro. Studiare le mappe antiche, osservare la gente, ricostruire indizi era come trovarsi dentro a uno di quei misteri storici che aveva sempre amato leggere nei libri.

E pensare che il mio professore di storia dell’arte mi aveva dato solo ventiquattro all’esame… mormorò con una punta di ironia, e ora eccomi qui, a fare da guida turistica a un’assassina medievale per sventare un attentato. Se solo potessi vederlo, credo che ci rimarrebbe di sasso.

Parvaneh, ignara del vero senso di quelle parole, avvertì comunque l’umore leggermente divertito della sua discendente e piegò appena le labbra in un sorriso, senza comprendere appieno.

Ma quel momento di leggerezza durò poco.

All’improvviso, Alexandra sentì un forte senso di vertigine, come se la realtà attorno a loro avesse subito una distorsione. La vista di Parvaneh si sdoppiò per un istante, il mondo sembrò rallentare e accelerare al tempo stesso.

I “glitch” erano tornati.

Era una sensazione inquietante, simile a quando un videogioco non riesce a caricare una sequenza in tempo: un ritardo, un singhiozzo del sistema.

Alexandra comprese subito cosa significava: l’Animus stava arrancando, incapace di sostenere la comunicazione diretta tra loro due.

Quel flusso continuo di informazioni e ricordi, quell’anomalia spazio-temporale, era qualcosa che la macchina non era mai stata progettata per gestire.

Alexandra si morse il labbro, combattuta tra la paura e la necessità di restare lucida.

Non voleva pensarci troppo, perché farlo avrebbe significato affrontare una verità terribile: lei era diventata una cavia vivente.

Vidic, lì fuori, stava sicuramente osservando tutto, studiando quei glitch con la sua mente fredda e calcolatrice.

Forse stava già progettando un modo per sfruttare questa connessione, per perfezionare la tecnologia e renderla uno strumento definitivo nelle mani di Abstergo.

Una consapevolezza si insinuò nella mente di Alexandra come un brivido gelido:

anche se avesse avuto successo nella missione, non significava che sarebbe stata libera.

Che la Mela fosse recuperata o meno, per Vidic, Alexandra era una scoperta pioneristica, impossibile da lasciare andare.

Parvaneh dovette fermarsi di colpo.

Le ginocchia le tremavano, la vista si offuscava mentre davanti ai suoi occhi si accavallavano immagini senza senso: strade che non esistevano ancora, macchine di metallo che sfrecciavano, volti sconosciuti che parlavano una lingua che non capiva.

Ogni visione era come una pugnalata nella mente, un dolore acuto che le tagliava la concentrazione.

Si rifugiò in un piccolo gazebo di legno e pietra, costruito sul tetto di una vecchia abitazione, e si accovacciò all’interno, premendosi le tempie con le mani. Respirò a fondo, cercando di riportare ordine nella sua mente, ma il battito del cuore era ancora disordinato, spezzato come le immagini che la tormentavano.

Non poteva continuare così: se avesse tentato di muoversi con quella confusione nella testa, avrebbe rischiato di cadere, di farsi scoprire o peggio, di fallire la missione.

Si chiese per quanto tempo ancora avrebbe dovuto sopportare quella follia.

Questi glitch del futuro stavano diventando sempre più frequenti, più intensi.

E se un giorno avessero spezzato la sua mente?

Se avesse finito per non distinguere più la realtà dalle visioni, diventando una prigioniera di ricordi che non le appartenevano?

Alexandra percepì la sua angoscia e, con voce ferma, cercò di riportarla alla lucidità:

Lo so che è difficile… ma ricordati perché siamo qui. Questa missione può cambiare tutto. Se falliamo, Damasco esploderà, proprio come è scritto nella storia. Ma se ci riusciremo…

Si interruppe un istante, quasi esitante, prima di aggiungere: Se ci riusciremo, nessuno può dire cosa succederà. Potremmo davvero riscrivere la storia.

Le parole di Alexandra aprirono un abisso di domande.

Cosa sarebbe accaduto se avessero impedito l’attentato?

Lo squarcio spazio-temporale che le univa si sarebbe chiuso… o forse allargato?

Quel futuro di cui Parvaneh aveva visioni confuse avrebbe iniziato a mutare, forse a dissolversi?

E soprattutto… Alexandra sarebbe mai tornata a casa?

Nessuna delle due aveva le conoscenze necessarie per dare risposte.

Quelle erano questioni che andavano oltre la comprensione umana, oltre la logica stessa.

Ma nonostante l’incertezza, sapevano che non potevano fermarsi.

Parvaneh strinse i pugni, la determinazione tornò a scorrere nelle sue vene.

Non avrebbe mai permesso che Damasco diventasse un ammasso di macerie e corpi senza vita, non mentre lei aveva la possibilità di fare la differenza.

Alexandra sentì quella stessa forza crescere dentro di sé.

«Non importa quanto sia rischioso,» sussurrò Parvaneh. «Non importa il prezzo. Non lasceremo che accada.»

Parvaneh si rialzò, i sensi ancora leggermente confusi ma la volontà salda.

Costi quel che costi, avrebbero combattuto fino all’ultimo respiro.

Tornata di nuovo in sé, Parvaneh scivolò silenziosa tra i tetti, tornando a seguire il percorso che la mappa suggeriva.

Secondo la planimetria, doveva esserci un ingresso nascosto in una zona di mezzo tra il magazzino e Bab Sharqi, un punto perfetto per far transitare velocemente i barili senza dare nell’occhio, per poi convogliarli verso un cunicolo che portasse più in profondità, forse persino sotto la città vecchia.

Avvicinandosi, Parvaneh iniziò a cercare dettagli che confermassero la sua ipotesi.

E fu allora che li notò: blocchi di pietra disposti in modo anomalo, tracce di polvere sottile e leggera che provenivano dalle fessure di un’antica grata semicoperta da tavole di legno, e soprattutto un simbolo inciso su una pietra, consumato dal tempo, simile a una piccola croce inclinata.

Quel segno era tipico delle vecchie gallerie di servizio usate dai mercanti e dai pellegrini secoli prima: un indizio lasciato da chi, nel passato, conosceva bene la rete di passaggi sotterranei di Damasco.

La conferma arrivò quando individuò l’ingresso vero e proprio.

Non era una porta evidente, bensì una botola di pietra, ben mimetizzata nel terreno battuto accanto a un piccolo cantiere.

Gli operai stavano lavorando proprio lì, tra impalcature e torce fumose che gettavano luci tremolanti sulle pareti.

C’erano casse di legno, corde e attrezzi sparsi, segno che i lavori erano intensi: del resto, come già aveva anticipato la sera prima Yusuf, la città stava rinforzando le fondamenta per due motivi cruciali.

Da un lato, l’imminente costruzione del Mausoleo di Saladino, che avrebbe richiesto una base solida e sicura; dall’altro, l’enorme afflusso di pellegrini e mercanti in quei giorni, che rischiava di sovraccaricare le strutture antiche.

Parvaneh si avvicinò quanto bastava per osservare senza farsi notare.

Scorse almeno una decina di uomini al lavoro, che si muovevano tra i ponteggi e le carriole cariche di pietre.

In quelle condizioni, tentare di scendere ora sarebbe stato folle e inutile: ogni passo l’avrebbe tradita, e persino un rumore minimo sarebbe bastato per far scattare l’allarme.

Si limitò quindi a memorizzare la disposizione del luogo, studiando attentamente ogni dettaglio: i punti ciechi, i percorsi delle pattuglie che sorvegliavano l’area, persino l’orientamento delle impalcature.

Poi, silenziosa come un’ombra, arretrò di qualche passo, mantenendosi nell’ombra di un muro.

Tornerò al calare del sole, pensò, stringendo la mappa tra le mani.

Quando la confusione del giorno si fosse placata e i lavoratori se ne fossero andati, sarebbe stata libera di indagare, pronta a scoprire se quel sotterraneo fosse davvero la chiave del complotto che minacciava di ridurre Damasco in cenere.

Qualunque fosse la fonte di Malik, aveva dimostrato ancora una volta di essere affidabile e sorprendentemente precisa. Gli indizi raccolti quel giorno confermavano che il Consigliere aveva avuto un intuito straordinario, riuscendo a distinguere le informazioni rilevanti da quelle fuorvianti.

Durante la riunione convocata nel primo pomeriggio, i membri del gruppo rientrarono uno alla volta, portando con sé frammenti di una verità che stava lentamente prendendo forma.

Avevano osservato scambi sospetti di denaro, avvenuti con gesti rapidi e quasi impercettibili tra figure incappucciate, mescolate alla folla nei bazar. I mercanti sembravano gestire carichi eccessivi di merci, come se stessero tentando di mascherare qualcosa di ben più importante, nascosto sotto casse di tessuti o di spezie pregiate.

Amhed presentò una scoperta che collegava tutti i pezzi del puzzle.

Aveva passato la mattinata a esplorare i punti di maggior prestigio della città — mausolei, palazzi di nobili, sale di culto — tutti luoghi che, per la loro magnificenza, potevano essere associati al simbolismo dei “fiori bianchi” contenuto nella poesia.

Ogni edificio che aveva esaminato con attenzione aveva qualcosa in comune: un ingresso ai sotterranei, ben nascosto e custodito. Questo confermava che sotto le strutture più importanti si estendeva una rete di camere cave, perfette per collocare carichi di esplosivo senza destare sospetti in superficie.

L’ipotesi di Malik prendeva forma con una chiarezza inquietante:

i barili sarebbero stati trasportati dal magazzino vicino a Bab Sharqi e da lì convogliati attraverso i sotterranei fino alle fondamenta dei luoghi di maggior importanza.

Una volta posizionati, bastava una sola scintilla per trasformare la città in un inferno di fuoco e macerie.

Agire in pieno giorno era impensabile: le strade erano affollate, i lavori nei cantieri attivi, i controlli più serrati.

Ma con il favore della notte, tutto cambiava. Quando le vie si facevano silenziose e le ombre coprivano ogni movimento, poche persone avrebbero notato carichi spostati su carri o trasportati a mano attraverso vicoli laterali.

E, come Malik aveva avvertito, bastava una “generosa offerta” affinché qualche guardia compiacente distogliesse lo sguardo, lasciando campo libero agli attentatori.

Parvaneh, che aveva trascorso gran parte della giornata a studiare il possibile ingresso attraverso il quale i barili sarebbero stati trasportati, espose al gruppo ogni dettaglio annotato: la disposizione delle casse, i movimenti degli operai, le vie laterali più utili per passare inosservati. Concluse proponendosi di continuare lei stessa l’indagine quella sera, certa di riuscire a infiltrarsi senza essere notata.

Malik, tuttavia, scosse il capo con fermezza.

Era giunto il momento di passare dall’ombra alla luce.

I sospetti che fino a poche ore prima erano solo indizi, ora erano diventati prove tangibili, e ignorare la gravità della situazione sarebbe stato imperdonabile.

«Non puoi occupartene tu, Parvaneh,» spiegò, la voce tesa ma decisa. «Questa notte Yusuf, Amhed e Louis si occuperanno degli ingressi. Sono guerrieri esperti, addestrati a muoversi in situazioni pericolose. Se qualcosa dovesse andare storto, sapranno come reagire.»

Parvaneh lo fissò sorpresa, intuendo che Malik aveva in mente un compito diverso per lei.

«E io?» chiese, senza riuscire a nascondere un filo di inquietudine.

Malik la osservò a lungo, poi parlò con tono grave:

«Tu andrai da Al-Zahir. Come figlio di Saladino, è l’unico che può ordinare indagini interne immediate senza destare sospetti tra le guardie. Lui si fida di te, e questo ci garantisce che prenderà sul serio le nostre parole. Se tu gli riferirai ciò che hai scoperto, non avrà dubbi sulla tua sincerità e agirà subito.»

Parvaneh abbassò lo sguardo, combattuta. Non era la paura a turbarla, ma l’idea di non essere al fianco dei suoi compagni mentre affrontavano il pericolo. Tuttavia, sapeva che Malik aveva ragione: convincere Al-Zahir era l’unica via per bloccare dall’interno la rete di cospiratori.

Alla chiusura della riunione, la decisione era presa. Ora non restava che attendere il calare della notte, quando le ombre avrebbero avvolto la città e ogni gruppo avrebbe preso la propria strada.

Il silenzio che calò nella stanza era carico di tensione, come se tutti percepissero che quella sarebbe stata una delle notti più decisive delle loro vite.

Quando finalmente il sole scomparve all’orizzonte, tingendo il cielo di un rosso cupo, gli Assassini erano già pronti a partire.

Mentre gli altri controllavano le lame e i mantelli, Parvaneh si avvicinò a Malik e lo prese da parte, cercando di leggere nei suoi occhi ciò che lui non diceva.

«Ti pesa che io stia andando da Al-Zahir, vero?»

La sua voce era appena un sussurro, fragile e sincera.

Malik esitò, poi annuì lentamente.

«Sì. Mi pesa molto.»

Si passò una mano tra i capelli, trattenendo un sospiro. «Ma i sentimenti personali non devono interferire con la missione. Ciò che conta ora è salvare la città. E io… ho fiducia in te, Parvaneh. Più di chiunque altro.»

Quelle parole scaldarono il cuore di lei, e per un istante il mondo parve fermarsi.

Avrebbe voluto stringergli la mano, dirgli che avrebbe fatto ritorno sana e salva, ma si limitò a fissarlo, imprimendosi nella memoria quel momento prima di girarsi e dirigersi verso le scale che portavano al tetto.

Parvaneh e i suoi compagni lasciarono la base scivolando nella notte come ombre.

Si divisero rapidamente, ognuno diretto verso il proprio obiettivo: Yusuf, Amhed e Louis verso i sotterranei e i punti nevralgici indicati sulla mappa, mentre Parvaneh si inoltrò nel cuore della città, dove risiedeva la famiglia ayyubide.

Il Rafiq le aveva lasciato informazioni precise: quale palazzo ospitava i principi, e persino la stanza di Al-Zahir, così da non perdere tempo prezioso.

Saltava silenziosa tra i vicoli, sfiorando i muri di pietra calda che trattenevano ancora l’eco del sole, mentre le lanterne oscillavano al vento, proiettando ombre lunghe e distorte sulle strade quasi deserte.

Al-Zahir si trovava nella sua stanza, immerso in un momento di quiete apparente.

Il corpo ancora caldo dall’amplesso, i muscoli rilassati, indossava solo un paio di larghi pantaloni di tela, mentre si godeva la brezza notturna affacciato alla finestra.

Dietro di lui, una cortigiana dormiva tra i cuscini di seta, la pelle dorata illuminata dalla luce soffusa di alcune lampade ad olio.

Nell’aria, l’odore dolce e speziato della mirra, mescolato alla nota pungente di un narghilè appena fumato, creava un’atmosfera intima e decadente.

Un rumore impercettibile – un lieve fruscio, come di stoffa che sfiora la pietra – attirò la sua attenzione.

Al-Zahir si voltò bruscamente, aguzzando la vista verso l’angolo più buio del tetto.

«Chi va là?» la sua voce, pur calma, tradiva una sottile tensione.

«Mostrati!»

Dall’ombra si mosse una figura incappucciata, agile come un felino. La luce della luna, che filtrava dall’ampia finestra, creò un’aura argentea attorno alla veste candida, rendendola quasi spettrale.

Al-Zahir fece un passo indietro, pronto a gridare aiuto, la mano che scivolava verso la daga appoggiata su un tavolino.

Poi, la figura tirò giù il cappuccio.

Una cascata di riccioli ribelli si liberò, illuminata dal chiarore notturno.

Il volto di Parvaneh emerse dalla penombra, e in quell’istante il sospetto negli occhi del principe si trasformò in un sorriso largo, sincero, quasi incredulo.

«Parvaneh…» mormorò, con un tono che era un misto di sollievo e gioia.

Scordandosi della daga, abbassò la mano e si avvicinò di qualche passo, lasciando trasparire l’affetto che provava per lei e la fiducia cieca che le riservava.

«È da tanto che non ci si vede,» disse Parvaneh con voce ferma, appena un soffio di emozione nella sua cadenza.

Il suo sguardo era serio, ma nei suoi occhi brillava una scintilla inattesa, segno che non serbava più rancore o timore verso di lui.

Al-Zahir la fissò, combattuto tra sorpresa e nostalgia. Aveva imparato ad accettare la decisione di Parvaneh, quando lei aveva rifiutato di diventare sua concubina. Da quel giorno non si erano più parlati, e ora il destino li poneva di nuovo faccia a faccia.

«Come stai, Parvaneh? E perché sei qui, a quest’ora?» domandò, la voce roca.

Lei non si perse in convenevoli. «Sto bene… ma non c’è tempo per i ricordi. Sono qui perché Damasco è in grave pericolo, e anche la tua famiglia.»

Le parole, pronunciate con tanta gravità, fecero scurire lo sguardo di Al-Zahir.

Capì subito che non era un semplice avvertimento. Senza dire altro, si voltò verso la cortigiana che dormiva beatamente tra i cuscini. La scosse delicatamente per svegliarla e, con un gesto rapido e deciso, la congedò.

La donna, ancora assonnata, si rivestì in silenzio e lasciò la stanza, lasciandosi alle spalle una scia di profumo dolce e speziato.

Quando furono soli, Al-Zahir invitò Parvaneh a sedersi e prese una coppa di sidro speziato da un vassoio d’argento. «Vuoi bere qualcosa? Ti aiuterà a rilassarti.»

Lei scosse il capo. «Ti ringrazio, ma sono in missione. Devo mantenere la mente lucida.»

Parvaneh allora iniziò a raccontare tutti i dettagli emersi dall’indagine, senza menzionare le visioni — quelle rimanevano segrete, conosciute solo da Malik e, lontano da lì, da Altair.

Parlò di movimenti sospetti, dei barili di polvere nera, delle mappe dei sotterranei, e del sospetto che l’attacco potesse avvenire durante i funerali di Saladino, quando la città sarebbe stata al culmine della confusione.

Al-Zahir la ascoltò senza interromperla, stringendo i pugni sempre più forte man mano che la gravità della situazione emergeva.

Quando Parvaneh concluse, lui si alzò di scatto, l’ira che gli bruciava negli occhi come una lama sguainata.

«Se ciò che mi dici è vero,» disse con voce bassa ma carica di veleno, «maledirò e farò scuoiare vivo tutti coloro che hanno preso parte a questo complotto. Non solo per voler uccidere migliaia di innocenti, ma per aver scelto il funerale di mio padre come teatro del loro tradimento, infangando la sua memoria davanti al mondo intero.»

Si avvicinò alla finestra, respirando profondamente per contenere la furia.

Poi si voltò verso di lei, il volto ombreggiato dalla luce tremolante delle lampade. «Domani stesso informerò lo zio Safedino. Faremo avviare indagini interne. Nessuno dovrà sfuggire alla nostra giustizia.»

Parvaneh sollevò appena la mano, cercando di calmare l’ira che ribolliva nel principe.

«Al-Zahir, ascoltami. Non sei solo in questa battaglia. I miei compagni sono già in azione, proprio in questo momento. Stanno indagando sull’area da cui i barili verranno introdotti in città. Conoscono le vie secondarie, i sotterranei, i punti ciechi delle pattuglie. Non resteremo ad aspettare che il nemico colpisca.»

Il principe la fissò, la mascella serrata, ma il respiro cominciò a farsi meno affannoso.

Parvaneh colse quel momento per porre la domanda che le premeva da quando aveva messo piede nel palazzo:

«Devo chiederti una cosa importante. Sai chi ha preso la decisione di includere lo spettacolo con la polvere piritica durante la cerimonia funebre di tuo padre?»

Al-Zahir sospirò, passandosi una mano tra i capelli scuri ancora umidi di sudore.

«È stata una decisione comune, presa da noi principi e da mio zio, Safedino.

Abbiamo voluto introdurre l’uso di quella polvere non solo per dare un tono solenne alla cerimonia…» abbassò lo sguardo, come se stesse misurando le parole, «ma anche per un motivo politico. Dimostrare che i nostri artigiani sanno padroneggiare l’arte della polvere piritica avrebbe rassicurato i sudditi sulla forza del nostro regno e… fatto tremare i nostri nemici.»

Il principe sollevò lo sguardo verso Parvaneh, cercando di coglierne la reazione. «Comprendo che possa sembrare rischioso, ma la quantità di polvere richiesta per lo spettacolo non era neanche lontanamente sufficiente a far crollare i palazzi. Era solo per luci e suoni, niente di più.»

Parvaneh annuì, ma la sua espressione rimase cupa.

«Questo è proprio ciò che ci preoccupa. Un mio confratello ha consultato i registri delle caserme: la quantità di barili registrata è molto più alta di quanto servirebbe per uno spettacolo, persino di grande scala.»

Le sue parole caddero come pietre nel silenzio della stanza.

«Se la tua famiglia non è coinvolta direttamente, allora significa che qualcun altro all’interno della corte ha scoperto questa decisione e l’ha sfruttata per gonfiare gli ordini senza destare sospetti. Chiunque sia, conosce i vostri piani e le vostre procedure… e sa esattamente come muoversi nell’ombra.»

Al-Zahir si irrigidì, rendendosi conto della portata del tradimento.

«Vuoi dire che abbiamo… una serpe nel nostro nido.»

La voce gli tremò appena, più per la rabbia che per la paura.

Parvaneh fece un passo avanti, fissandolo con determinazione.

«Ecco perché è essenziale che agiate subito. Tu e tuo zio dovete indagare, ma senza attirare attenzioni. Nel frattempo, i miei compagni seguiranno la pista dei barili. Quando scopriremo chi sta dietro a tutto questo, sarà troppo tardi per lui… e non per Damasco.»

Al-Zahir la fissò per un istante, poi parlò con voce ferma ma calda: «Come ti dissi in passato, se mai avessi avuto bisogno della Confraternita, sarebbe stato di te espressamente che avrei chiesto. Ora mi stai rendendo un grande servizio, anche senza che io ti abbia assoldata.»

Parvaneh annuì appena, un cenno misurato, e lui fece un passo indietro, concedendole libertà. «Vai, e che la notte ti protegga,» disse infine, per poi farle una dolce carezza che non aveva altri fini se non dimostrare la sua amicizia ed il suo affetto.

Senza aggiungere altro, Parvaneh si voltò verso la finestra, lasciando la stanza con la stessa agilità con cui era arrivata. Un attimo dopo, era già un’ombra tra le ombre, pronta a ricongiungersi alla missione che la attendeva.

Al-Zahir rimase a guardare il vuoto lasciato dalla sua figura, il cuore colmo di gratitudine e rispetto, consapevole che la città e la memoria di suo padre erano ora in mani sicure.

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