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La stanza del Rafiq era immersa in una penombra calda e dorata, rischiarata solo dalla luce tremolante di alcune lanterne ad olio appese lungo le pareti. I raggi filtravano attraverso sottili drappi di seta color cremisi e oro, che creavano giochi di ombre morbide sugli intarsi geometrici dei muri. Sul pavimento erano stesi tappeti persiani finemente lavorati, le trame fitte di motivi floreali e arabeschi che raccontavano la storia di generazioni di artigiani.
Al centro, un braciere di rame diffondeva nell’aria profumi d’incenso e sandalo, mescolati al lieve aroma di menta proveniente da una piccola teiera fumante appoggiata su un vassoio d’argento.
I cinque Assassini sedevano in cerchio su ampi cuscini imbottiti, le gambe incrociate e le armi appoggiate ordinatamente dietro di loro, in segno di rispetto per la riunione. Parvaneh era accanto a Malik, leggermente tesa ma composta, mentre Yusuf, Amhed e Louis si scambiavano occhiate curiose, ancora sorpresi che il Consigliere in persona avesse deciso di unirsi alla missione.
Il Rafiq di Damasco, un uomo sulla cinquantina dal volto segnato dall’esperienza, li osservava con attenzione. Il suo sguardo era penetrante, ma la postura rimaneva calma, come chi ha imparato a pesare ogni parola prima di pronunciarla. Indossava una tunica verde scuro, con ricami dorati lungo i bordi, simbolo della sua posizione di guida nella Confraternita locale.
Malik fu il primo a rompere il silenzio. La sua voce era bassa ma ferma, carica di autorità:
«Vi chiederete perché ho deciso di lasciare Masyaf per accompagnarvi.»
Si guardò intorno, soffermandosi un istante sugli occhi di ciascuno, come a preparare tutti alla gravità di ciò che stava per dire.
«Da fonti certe sono venuto a conoscenza che la minaccia di un attentato durante i funerali del sultano Saladino è più concreta che mai. Non si tratta solo di un pericolo per la famiglia ayyubide…» fece una breve pausa, lasciando che le sue parole si sedimentassero nell’aria pesante d’incenso. «Gli attentatori mirano a colpire Damasco stessa. Vogliono scatenare il caos e distruggere ciò che Saladino ha faticosamente costruito: la fragile pace raggiunta con Re Riccardo, e forse persino l’ordine che mantiene stabili questi territori.»
Un mormorio preoccupato si sollevò tra i tre Assassini. Yusuf serrò i pugni, scuotendo la testa.
«Distruggere la città? È una follia. Centinaia, forse migliaia di innocenti perderebbero la vita.»
Louis parlò con tono grave, senza traccia della sua solita ironia:
«E se la pace tra i regni crollasse, significherebbe la ripresa delle Crociate… un disastro che potrebbe estendersi ben oltre queste mura.»
Il Rafiq aggrottò le sopracciglia, la sua voce misurata ma carica di tensione.
«Siete certi delle vostre informazioni, Malik? Non possiamo muoverci solo su sospetti.»
Malik annuì lentamente. «Sono informazioni verificate. Non posso rivelare le fonti, ma vi assicuro che non possiamo permetterci di ignorarle.
Se non agiamo ora, non solo rischiamo di perdere la famiglia ayyubide, ma consegneremo la città stessa agli uomini che vogliono vederla bruciare.»
Parvaneh abbassò lo sguardo, le mani intrecciate sulle ginocchia, e aggiunse con tono deciso:
«Non sappiamo ancora chi siano i responsabili, né dove intendano colpire. Per questo ci servono tre giorni di indagine. Dobbiamo trovare il loro deposito di armi e barili di polvere da sparo prima che sia troppo tardi.»
Un silenzio denso seguì le sue parole, rotto solo dal crepitio sommesso del braciere.
Infine, il Rafiq inspirò lentamente l’aroma dell’incenso, poi annuì con gravità.
«Molto bene. Allora Damasco vi sarà alleata. Vi fornirò uomini fidati e accesso ai miei informatori. Ma muovetevi nell’ombra: se qualcuno sospettasse il nostro coinvolgimento, l’intera città potrebbe rivoltarsi contro di noi.»
Malik chinò leggermente il capo in segno di ringraziamento.
«Agiremo come lame invisibili nella folla.»
Parvaneh avvertì un brivido lungo la schiena: la partita era appena cominciata e il peso di quelle vite innocenti gravava già sulle sue spalle.
Mentre il Rafiq si spostava verso la grande scaffalatura dietro la scrivania, le vesti leggere che indossava frusciarono appena, mentre le sue mani callose scorrevano con precisione tra gli oggetti preziosi in cerca della piccola scatola di legno contenente le piume bianche, simbolo di una missione affidata e accettata.
Nel frattempo, Malik si alzò leggermente dal cuscino, assumendo una posizione più autoritaria e catturando l’attenzione di tutti.
«Non abbiamo tempo da perdere», disse con tono deciso, ma non privo di una nota di preoccupazione. «Sfrutteremo le nostre capacità di mimetizzazione. Yusuf, Ahmed e Louis: vi infiltrerete nei mercati, tra i venditori e i pellegrini, confondendovi tra la folla. Parlate con la gente, ascoltate le voci che circolano nelle taverne, osservate ogni gesto sospetto e, se necessario, seguite chi ritenete possa condurci a qualche indizio. Parvaneh, tu lavorerai a stretto contatto con loro, coordinando i movimenti e gestendo i rapporti qui, alla base.»
Si voltò verso tutti e, con uno sguardo serio, aggiunse:
«Individuate ogni passaggio segreto, ogni cunicolo che possa condurre alle fondamenta della città. Se intendono farla esplodere, è lì che dobbiamo cercare i barili. Abbiamo solo tre giorni per sventare il piano e scoprire chi è il vero mandante.»
Il Rafiq tornò al centro della stanza, porgendo a ciascuno una piuma bianca. Il silenzio calò per un istante mentre tutti, uno per uno, accettavano l’incarico con un inchino solenne.
Dopo la riunione, gli Assassini si dispersero, ritirandosi nei loro alloggi. Il viaggio era stato lungo e la missione richiedeva lucidità assoluta, ma non c’era tempo per il riposo: già all’alba avrebbero iniziato a muoversi per le strade di Damasco, mescolandosi tra i pellegrini come ombre tra la folla.
Malik, tuttavia, chiese a Parvaneh di restare.
La condusse in una stanza più raccolta ma altrettanto elegante, con tappeti intrecciati a mano e lanterne di ottone che diffondevano una luce calda e soffusa. L’aria era intrisa di un aroma delicato di ambra e mirra, che creava un’atmosfera quasi sospesa nel tempo.
Al centro, un piccolo tavolino di legno intagliato. Malik vi si avvicinò lentamente, aprendo uno scrigno dalle venature scure e antiche.
All’interno, avvolta in un panno di seta, c’era la Mela dell’Eden.
Quando Malik la sollevò, persino Alexandra – che osservava attraverso gli occhi di Parvaneh – trattenne il fiato. La superficie dorata emetteva un bagliore inquietante, come se pulsasse di vita propria.
Parvaneh la fissò con un misto di timore e fascinazione, il cuore che batteva all’impazzata.
Malik la mostrò solo per pochi istanti, poi la ripose con decisione.
Parvaneh si voltò verso di lui, agitata. «Malik… potremmo usarla. Come abbiamo detto alla fortezza. Se la Mela può mostrarci i colpevoli, potremmo risparmiare tempo prezioso e impedire la strage prima che sia troppo tardi.»
Lui la fissò intensamente, con un velo di esitazione negli occhi.
«Ci ho pensato,» ammise a bassa voce. «Ma non possiamo correre questo rischio. Non sappiamo cosa sia davvero questo manufatto. Se fallissimo, le conseguenze sarebbero devastanti. E se anche riuscissimo a usarlo… potremmo non essere più noi stessi dopo.
Altair sembra avere una certa… sintonia con la Mela, una resistenza naturale alla sua influenza. Ma lui non è qui, e nessuno di noi ha la sua forza di volontà.»
Parvaneh serrò le mani, combattuta tra la ragione e la paura.
Malik fece un passo verso di lei, abbassando leggermente la voce. «Te lo prometto: se tra tre giorni non avremo tutti gli elementi necessari per sventare l’attacco, useremo la Mela come ultima risorsa. Ma fino ad allora, dobbiamo contare solo su noi stessi.»
Il loro sguardo si incontrò, e per un attimo il silenzio tra loro si caricò di qualcosa di non detto, di sentimenti trattenuti che non potevano emergere in quel momento.
Poi Malik si ricompose, tornando alla sua consueta fermezza. «Ora riposati, Parvaneh. Domani la città avrà bisogno dei nostri occhi più che mai.»
Alle prime luci dell’alba, Damasco era già viva, avvolta da un brusio incessante che sembrava respirare all’unisono con la città. I primi raggi di sole filtravano attraverso gli stretti vicoli, illuminando i colori vibranti dei bazar: stoffe pregiate stese come vele, spezie che emanavano aromi pungenti di cumino, cardamomo e coriandolo, pane caldo appena sfornato che diffondeva un profumo invitante nell’aria.
Era il momento perfetto per passare inosservati.
Gli Assassini si dispersero tra la folla, dissolvendosi come gocce d’acqua nel mare di pellegrini e mercanti che affollava la città.
Ahmed, grazie alla sua corporatura possente e alla pelle scura, si avvicinò ai gruppi di uomini provenienti dall’Africa settentrionale, parlando con loro in un dialetto familiare e instaurando rapidamente un clima di fiducia.
Louis, con i suoi tratti europei e la lingua franca dei crociati, trovò terreno fertile tra i pellegrini francesi e provenzali, sorseggiando vino in piccole taverne e fingendo di essere uno di loro mentre carpiva informazioni preziose.
Yusuf, che condivideva la lingua e i costumi degli arabi locali, si mescolò tra i mercanti e i viandanti di Damasco, sfruttando la sua naturale capacità di mimetizzarsi nei gesti quotidiani.
Parvaneh, invece, adottò una strategia diversa. Indossò vesti modeste, tipiche di una popolana del luogo, e si coprì il capo con un velo semplice, confondendosi tra le donne che affollavano i bazar. Con una cesta tra le mani, si muoveva tra i banchi di frutta, tessuti e gioielli, fingendo di fare acquisti.
Le sue orecchie, tuttavia, erano tese a cogliere ogni parola che potesse emergere dai discorsi sommessi tra le clienti o dalle conversazioni che le mogli riportavano dopo aver ascoltato i loro mariti.
Un sorriso accennato, una domanda di circostanza, e spesso bastava poco perché qualcuna si lasciasse sfuggire un dettaglio rivelatore.
In questo modo, sfruttando le proprie origini e abilità, gli Assassini iniziarono a tessere una rete invisibile di informazioni.
Il sole, ormai alto, faceva brillare i tetti di rame e le cupole delle moschee, mentre il tempo scorreva rapido come la corrente del Barada. Ogni parola carpita, ogni sguardo fugace, poteva essere la chiave per scoprire dove fossero nascosti i barili di morte che minacciavano la città.
E così, tra la folla ignara, la caccia ebbe inizio.
Malik rimase solo nello studiolo della base, illuminata appena dalla luce calda che filtrava da una piccola finestra con grate di ferro battuto.
Sul tavolo basso, davanti a lui, giaceva lo scrigno di legno intarsiato che custodiva la Mela dell’Eden.
Il Consigliere lo fissava a lungo, quasi fosse un avversario silenzioso. Le sue dita sfiorarono il coperchio senza aprirlo, come se persino il tocco diretto potesse in qualche modo essere pericoloso.
Conosceva Altair da anni e sapeva che, se il Maestro fosse stato presente, avrebbe approvato la decisione di portare con sé il manufatto, seppur con riluttanza. Tuttavia, non essendoci stato tempo di ricevere una risposta ufficiale, Malik aveva dovuto agire in autonomia. Lo aveva avvisato con un messaggio dettagliato riguardo la visione di Parvaneh e si augurava che Altair comprendesse la necessità delle sue scelte, anche se avrebbero potuto sembrare temerarie.
Un pensiero lo colpì con forza, lasciandolo in silenzio per qualche istante.
Era davvero solo il senso del dovere a spingerlo a credere così ciecamente a Parvaneh, o la sua fiducia totale era condizionata da qualcosa di più personale, da sentimenti che non riusciva più a reprimere?
Negli ultimi mesi aveva fatto ogni sforzo possibile per riavvicinarsi a lei, nei limiti imposti dal proprio ruolo. E lei, lentamente, sembrava aver deposto ogni risentimento, lasciando che i rancori del passato si dissolvessero. Non erano mai tornati apertamente a parlare dei loro trascorsi, ma i gesti, i silenzi condivisi e gli sguardi non lasciavano spazio a dubbi: un legame profondo li univa ancora.
Formalmente, erano un Consigliere e una sottoposta, separati da rigidi gradi gerarchici. Ma nella loro intimità, nelle memorie che li legavano, erano ancora i due bambini che correvano tra i cortili della cittadella, quando i titoli e i doveri non avevano alcun significato.
Malik inspirò profondamente, costringendosi a ritrovare la calma. Sapeva che non poteva permettersi di lasciarsi influenzare da emozioni personali. Fuori da quelle mura, quattro Assassini si stavano muovendo in una città sull’orlo del caos, guidati da Parvaneh… la quale, senza che nessuno lo sapesse, era segretamente sostenuta dalle conoscenze di Alexandra.
Il Rafiq, come promesso, aveva inviato ulteriori uomini, che faceva da tramite tra i quattro, così che ognuno di loro rimanesse sempre aggiornato.
Il tempo scorreva rapido e la minaccia era vicina: tre giorni appena per salvare Damasco.
Con un ultimo sguardo allo scrigno, Malik serrò la mascella e si impose un pensiero:
qualsiasi cosa provasse, la Confraternita e la missione venivano prima di tutto.
Il primo giorno trascorse senza scoperte eclatanti, ma i quattro Assassini riuscirono comunque a raccogliere informazioni preziose. La città era un dedalo di vicoli gremiti e bazar affollati, e muoversi tra quella marea di pellegrini richiedeva grande abilità nel mimetizzarsi.
Yusuf, sfruttando la sua parlantina e l'aspetto affidabile, riuscì a guadagnarsi la fiducia di alcuni operai impegnati nei lavori di manutenzione delle fondamenta della città. Con qualche moneta e molte parole ben dosate, ottenne da loro una cartina rudimentale dei sotterranei.
Era una mappa incompleta, ma abbastanza dettagliata da rivelare ingressi secondari, passaggi nascosti e camere di ispezione che si snodavano sotto i quartieri centrali.
Gli operai gli spiegarono che, data l’importanza del funerale, Safedino aveva richiesto controlli accurati sulla stabilità del terreno attorno al mausoleo dove sarebbe stato deposto suo fratello.
Il progetto di quel luogo di sepoltura era grandioso e complesso, ma ancora lontano dall’essere terminato: i lavori sarebbero durati almeno altri tre anni. In quel momento, la priorità era garantire che le fondamenta potessero reggere la marea di persone attese per le cerimonie.
Louis, invece, decise di rivolgere la propria attenzione agli stranieri giunti da lontano, convinto che tra di loro potessero circolare informazioni sfuggite alla popolazione locale. In una taverna riuscì a parlare con un gruppo di storiografi cristiani venuti a Damasco per documentare i funerali.
Tra un bicchiere di vino speziato e un piatto di datteri, gli uomini gli raccontarono un dettaglio curioso: per rendere la cerimonia ancora più solenne, la famiglia ayyubide avrebbe impiegato una misteriosa polvere nera, importata da terre lontane d’Oriente, che sprigionava scoppi e bagliori a contatto con il fuoco.
Si trattava di una novità mai vista in città e avrebbe sicuramente stupito la folla.
Quando i quattro Assassini si riunirono alla base del Rafiq per fare rapporto, Parvaneh e Alexandra compresero subito la gravità di quell’informazione.
Ancora erano ben lontani dal conoscere i nomi e i volti dei futuri attentatori, ma le prime tessere del mosaico cominciavano a delinearsi: se qualcuno avesse voluto distruggere Damasco, quella stessa polvere, usata per scopi cerimoniali, avrebbe potuto diventare un’arma devastante.
Era evidente che il nemico stava pianificando di agire dall’interno, sfruttando i sotterranei e forse persino il caos della folla, per colpire in un momento di massima vulnerabilità.
Il gruppo comprese che non c’era tempo da perdere:
il giorno successivo sarebbe stato dedicato a scoprire dove la polvere era custodita… e chi aveva accesso a essa.
Quando la cena fu terminata e gli altri Assassini si ritirarono nei loro alloggi, Malik trattenne Parvaneh con un gesto discreto della mano.
La condusse in una piccola stanza laterale, più raccolta e silenziosa, illuminata solo da una lampada a olio che proiettava motivi tremolanti sulle pareti damascate. L’aria era intrisa di profumo di legno bruciato e spezie, mentre dalla città giungevano ovattati rumori di mercanti che ancora riponevano le merci nei bazar notturni.
«Fra due giorni, all’alba di venerdì, i muezzin canteranno dai minareti e il funerale avrà inizio,» disse Malik, la voce grave.
Il suo sguardo era serio, ma anche attraversato da una tensione che non riusciva a nascondere. «Se non avremo individuato i responsabili, sarà troppo tardi. Dobbiamo agire ora, Parvaneh. Dimmi, durante questa giornata le tue… visioni hanno portato a qualcosa di nuovo? Un nome, un volto, un luogo da cui inizierà il primo attacco?»
Parvaneh abbassò gli occhi, stringendo le mani.
Sapeva che Malik confidava in lei più di quanto avrebbe mai ammesso, e il peso di quell’attesa le gravava sulle spalle.
Alexandra, ti prego… la invocò nella mente, cercando la voce della sua discendente. Dimmi che ricordi qualcosa di più. Qualsiasi cosa.
Alexandra rimase in silenzio per qualche istante, poi sospirò.
I libri di storia non riportano dettagli così precisi, rispose con tono amareggiato. Ma ricordo… ricordo una poesia. È l’unica testimonianza giunta fino al mio tempo, tramandata in segreto. Nessuno sa chi l’abbia scritta, ma il suo significato… è oscuro e terribile.
Parvaneh si riscosse e, dopo un cenno d’incoraggiamento di Malik, ripeté a voce alta le parole che Alexandra le stava sussurrando nella mente.
Sulla via di Damasco
tra fiori bianchi e sete damascate,
cade il petalo, cade la lama,
nessun cuore resta a ricordare.
Le scimitarre tacciono,
il canto dell’amore si spegne,
non v’è differenza, non v’è colore,
solo un volere che tutto trattiene.
Un solo fiore, un solo stelo,
un solo giardino senz’odore,
così la pace si fa catena,
così la libertà muore.
Al termine, nella stanza calò un silenzio pesante.
Il cuore di Malik martellava nel petto: non comprendeva pienamente il significato di quei versi, ma percepiva che dietro di essi si celava un disegno oscuro e organizzato, ben più grande di qualunque lotta tra fratelli o di un banale attentato politico.
Parvaneh, invece, rabbrividì. Alexandra non aveva dovuto spiegarle nulla: l’allusione a un’unica volontà che soffoca ogni libertà era chiara come la lama di un pugnale.
Era la firma di un nemico che, seppur ancora invisibile, minacciava di riscrivere la storia stessa.
Malik cercò di ripetersi quelle parole nella mente, scandendole come se fossero versi di una preghiera, nella speranza di coglierne un significato nascosto.
“La via per Damasco”… quell’espressione era ben nota: veniva usata per indicare una rivelazione improvvisa, un cambiamento radicale, come quello di chi vede la propria fede o la propria vita capovolta da un evento sconvolgente. Forse, pensò, non si trattava solo di un luogo, ma di un presagio: un avvertimento che qualcuno, o qualcosa, avrebbe trasformato il destino di Damasco per sempre.
I fiori bianchi — rose, senza dubbio — evocavano purezza e amore, sentimenti delicati ma fragili, pronti a essere calpestati. I motivi damascati, con le loro trame intricate e variopinte, erano l’essenza stessa della città: ricchezza, cultura, diversità.
Le scimitarre, invece, rappresentavano il potere, la guerra, la volontà di imporre la propria forza sugli altri.
Mettendo insieme questi simboli, Malik ebbe un brivido.
Chi aveva scritto quei versi non parlava solo di un omicidio o di un attentato: stava annunciando la caduta non soltanto di uomini potenti, ma di tutto ciò che rendeva la città viva e unica. Un’unica volontà avrebbe ridotto Damasco a un giardino privo di odore, dove ogni fiore — ogni individuo, ogni diversità — sarebbe stato reso identico e silenzioso.
Si passò una mano sul volto, cercando di scacciare l’inquietudine che lo opprimeva.
Se la poesia era davvero collegata all’evento imminente, allora non bastava decifrarne i simboli: bisognava cogliere i segni nella città, prima che fosse troppo tardi.
Ma quali erano quei segni?
Un fiore bianco lasciato come marchio? Un motivo damascato che nascondeva un luogo preciso? O forse le scimitarre indicavano uomini armati pronti a colpire durante il funerale?
Malik serrò i pugni.
«Dobbiamo osservare, Parvaneh,» disse con tono deciso. «Ogni dettaglio, ogni stranezza, ogni parola sussurrata nei mercati o nei cortili. Questa poesia non è solo un avvertimento: è una mappa… ma la città stessa è la chiave.»
Parvaneh rimase in silenzio, gli occhi socchiusi, mentre nella sua mente cercava di far giungere la domanda ad Alexandra.
«Hai sentito?» mormorò tra sé, sperando che l’altra percepisse l’urgenza nella sua voce interiore.
La risposta arrivò dopo qualche istante, nitida come se fosse lì accanto a lei.
Se vogliono colpire un’intera città, non basta un solo attentatore, spiegò Alexandra, con tono freddo e analitico, quello che usava quando studiava per i suoi esami di architettura. Devono essere tanti, e per coordinarsi avranno bisogno di un simbolo, un segnale comune che li guidi come una rete invisibile. Dobbiamo capire quale sia.
Parvaneh concentrò il pensiero sul significato della poesia.
«La rosa bianca, il motivo damascato, le scimitarre… Damasco è piena di simboli, ma quali possono collegarsi a questi tre?»
Alexandra rifletté un attimo.
Una rosa bianca evoca purezza e sacralità. A Damasco, il luogo più vicino a questo concetto è la Grande Moschea degli Omayyadi, con i suoi mosaici dorati che rappresentano un paradiso terreno. Ma la rosa, per il suo colore, potrebbe anche richiamare i mausolei o le tombe nobiliari, luoghi dove si prega e si piange.
Il motivo damascato, proseguì, non è solo un tipo di decorazione: è la firma della città, un intreccio di forme ripetute che trovi nei tessuti, nelle ceramiche, ma soprattutto nei palazzi dei mercanti e nelle grandi fontane pubbliche. Sono luoghi affollati, perfetti per scambiarsi messaggi senza destare sospetti.
Le scimitarre, infine, sono armi. Non mi riferisco solo alla milizia: il loro simbolo è inciso sulle porte dei quartieri militari e sui mercati delle armi. Potrebbero essere punti di raccolta, o semplici riferimenti a uomini armati che sorvegliano la zona.
Parvaneh annuì lentamente, mentre ripeteva a voce alta le parole di Alexandra per Malik. Lui ascoltava, aggrottando la fronte.
«E “la via per Damasco”?» chiese, quasi in un sussurro. «È l’indizio più diretto. A cosa può riferirsi?»
Alexandra non esitò.
Quella frase nasce dalla storia dell’apostolo Paolo, convertito lungo il suo viaggio verso Damasco. In città, il suo simbolo è la Porta di Bab Sharqi, la Porta Orientale, da cui si dice che sia entrato. È un luogo conosciuto da tutti, un riferimento che chiunque potrebbe capire. Se gli attentatori vogliono richiamarsi a quel concetto, potrebbe essere il punto di partenza, o persino il segnale dell’inizio dell’attacco.
Parvaneh si morse il labbro.
«Quindi… il filo conduttore potrebbe partire proprio dalla Porta Orientale, diffondersi attraverso i mercati e i luoghi di scambio, fino a raggiungere i punti nevralgici come la moschea e i mausolei.»
Malik fremette, lo sguardo divenuto duro.
«Se hanno bisogno di coordinarsi, la Porta Orientale sarà il loro primo nodo. Metteremo uomini a sorvegliare ogni movimento, ogni volto sospetto.»
Parvaneh rimase in silenzio, ma nel profondo sentiva che Malik aveva ragione: la poesia non era solo un avvertimento, era una mappa. E la prima tappa si stagliava chiaramente nella sua mente: la Porta di Bab Sharqi, dove la “via per Damasco” aveva avuto inizio secoli prima.
Per il momento non avevano altro da dirsi, ma Malik non era disposto a lasciarla andare come le altre volte. In troppe occasioni si erano ritrovati soli, ma sempre per discutere in modo formale, come maestro e sottoposta. Questa volta, invece, qualcosa di diverso aleggiava tra loro.
Grazie alle visioni di Parvaneh, stavano per fare la differenza. Se non le avesse avute, nessuno avrebbe mai sospettato che la minaccia non fosse un semplice attentato contro una carica di stato, ma un piano di distruzione in grado di cambiare il destino di un’intera città. Era lei, con la sua mente e il suo coraggio, ad aver reso possibile tutto questo.
Malik, travolto da quell’idea, non riuscì a trattenersi. Le prese la mano, stringendola con delicatezza ma con una decisione che parlava di emozioni a lungo represse. Poi si avvicinò a lei, abbastanza da percepire il suo respiro. Non osò fare di più: non sentiva ancora di meritare il suo affetto, non dopo gli errori e le incomprensioni del passato. Ma aveva un disperato bisogno di quel contatto, di quel calore che solo lei riusciva a dargli.
Parvaneh sollevò lentamente lo sguardo, cercando i suoi occhi.
Non si dissero nulla. Qualsiasi parola sarebbe stata superflua, fragile, inadeguata.
Lei non si ritrasse. Il suo antico amore per lui, che aveva cercato di seppellire negli anni, stava ora risalendo in superficie, facendole battere il cuore con una forza che quasi le toglieva il respiro.
«Grazie» mormorò Malik, con una sincerità che spezzò il silenzio come un filo teso che si spezza.
Fece uno sforzo immenso per staccarsi da lei. Domani, all’alba, Parvaneh avrebbe dovuto coordinare la missione, e non poteva permettersi di tenerla sveglia troppo a lungo, non quando la loro unica speranza di salvare la città dipendeva anche da lei.
Si voltò, cercando di ricomporsi, ignaro che nella penombra di un corridoio vicino, un’ombra silenziosa li osservava.
Due occhi freddi e implacabili seguivano ogni gesto, ogni parola non detta, pronti a trasformare quella fragile intimità in un’arma contro di loro.