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Era da ore che si rigirava nel letto, intrappolata in un sogno tormentato, costellato di lamenti soffocati.
Flash, odori, suoni: tutto si accalcava nella sua mente come un vortice caotico e opprimente.
C’erano frammenti della sua quotidianità, ricordi della sua infanzia… ma anche eventi che non aveva mai vissuto in prima persona, eppure impressi nel suo stesso sangue, come se il suo DNA li custodisse da sempre.
A un certo punto, nel caos confuso di ricordi e sensazioni, qualcosa emerse con più nitidezza, come se la nebbia nella sua mente si stesse diradando.
Alexandra si ritrovò in una radura arida, il terreno secco e screpolato sotto i piedi, mentre in lontananza si stagliava la sagoma imponente del castello di Masyaf, illuminato da una luce pallida e irreale.
Di fronte a lei c’erano tre ragazzini che sorridevano spensierati, indossando semplici tuniche grigie, strette in vita da una fascia rossa. I due più grandi avranno avuto dodici, forse tredici anni, mentre il terzo era visibilmente più piccolo.
«Parvaneh, giochiamo ad acchiapparella!» esclamò quello con i capelli neri e il naso leggermente adunco, gli occhi che brillavano di entusiasmo. «Tu stai con Kadar, io con Altair. Vince la squadra che riesce a evitare di essere acchiappata almeno da uno dei due!»
Alexandra sussultò. Non poteva essere ancora dentro l’Animus. Quello strumento, inoltre, traduceva sempre in tempo reale le parole dei suoi antenati, permettendole di comprenderle senza sforzo.
Ma lì, in quel sogno, i bambini stavano parlando in persiano antico… e lei capiva ogni parola.
Il pensiero le si conficcò nella mente come una lama gelida: Se l’Animus traduceva per me… allora come faceva Parvaneh a capire me e rispondermi a sua volta?
«Ma non vale!» protestò Kadar, facendo il broncio. «Voi due siete più forti e più veloci di noi!»
Altair e Malik risero, ignorando la lamentela, e subito scattarono in avanti, i piedi che sollevavano nuvole di polvere mentre correvano per evitare di essere presi.
Il paesaggio attorno a loro aveva un aspetto surreale: tutto sembrava nitido e sfocato allo stesso tempo. Il fruscio degli alberi, i rovi che tremavano nel vento, persino il movimento dei ragazzi, tutto era avvolto da un’aura biancastra, come se stesse assistendo a un ricordo filtrato attraverso la nebbia di un sogno.
«Non preoccuparti, non siamo da meno!» rise Parvaneh, stringendo la mano di Kadar per incitarlo a correre insieme a lei.
Le risate e i passi si mescolarono in una corsa sfrenata. Il gioco li entusiasmava, e nessuno dei quattro voleva arrendersi.
Kadar però fu catturato quasi subito da Altair, lasciando Parvaneh sola a sfidare Malik.
La ragazza schivò più volte i tentativi dell’avversario, cercando a sua volta di prenderlo, ma Malik era già veloce e agile come un vero figlio di Assassini: un avversario che, nonostante la giovane età, non era affatto semplice da battere.
Alla fine, con uno scatto felino, Malik riuscì a prenderla, stringendola in un abbraccio. Era un gesto puro, innocente, quello di un bambino che ancora ignorava gli orrori della guerra.
«Ti ho preso, Parvaneh!» esclamò, raggiante di gioia.
«Parvaneh...»
La voce cambiò.
In un istante la scena si distorse, dissolvendosi come sabbia al vento. Alexandra si ritrovò davanti un’immagine completamente diversa: né lei né Malik erano più bambini.
Lui la stava ancora stringendo, ma ora era a torso nudo, la pelle imperlata di sudore, e il suo sguardo era carico di un desiderio che la fece sussultare. Quando pronunciò di nuovo il suo nome, la voce era roca, carica di desiderio.
Alexandra si riscosse di colpo, emettendo un gemito strozzato, come se fosse riemersa da un abisso senza aria.
Si guardò attorno, ansimante. Solo un sogno, si ripeté con forza.
Ma non riusciva a crederci.
L’odore del deserto, il vento che le aveva accarezzato il volto mentre correva, la sensazione calda e reale della pelle di Malik contro la sua... tutto era stato troppo vivido, troppo intenso per essere soltanto frutto della sua immaginazione.
Come poteva starle succedendo una cosa simile?
Ormai lo aveva compreso: l’Animus non era solo una macchina che accedeva ai ricordi della memoria genetica. Era molto di più.
«Uno squarcio nello spazio-tempo,» spiegò Warren con un entusiasmo quasi febbrile. «Il giorno del temporale ci fu un corto circuito, che unito all'anomalia che l'Animus non registrava te e l'Assassina come un'entità unica, ha creato una singolarità. La tua mente non si è limitata a regredire nel passato: ha raggiunto una dimensione della fisica che noi stessi non comprendiamo ancora.
Ancora non ci è chiaro quale sia l'ingrediente che ha provocato tutto questo, ma una cosa è certa: è un passo avanti rivoluzionario per la nostra tecnologia.»
Poi sorrise con espressione trionfante, cosa che fece correre un brivido freddo lungo la schiena della ragazza**. «Lo abbiamo registrato, signorina Blade. Abbiamo registrato i momenti in cui la sua antenata ha… alluso a lei stessa. È incredibile, una scoperta che non avrei mai ritenuto possibile!**
Il suo cervello ha subito una pressione immane, e naturalmente ne sta subendo le conseguenze, ma—»
«Ma lasci che indovini.» Lo interruppe Alexandra, la voce carica di rabbia - l'avevano scoperta e questo non ci voleva, ma in cuor suo sapeva fosse solo questione di tempo. «Nonostante tutto questo, io dovrei comunque sdraiarmi sull’Ani-coso e tornare indietro nel tempo finché non avrete quello che volete: i segreti della Mela, giusto?»
Era stanca di andare ogni giorno docilmente su quel lettino. Ed ora che le avevano confermato essere a conoscenza del suo “segreto” con l'antenata, a maggior ragione era restia a salirci.
Con uno scatto d’ira, colpì la scrivania con un pugno, facendo tremare gli oggetti sopra di essa.
«Come potete costringermi a una simile tortura!? Dove sono i miei diritti?»
L’espressione di Warren, fino a quel momento austera, si contrasse in una maschera di freddezza glaciale.
«Lei è davvero sciocca se pensa di potersi permettere certe scenate.»
Si sporse appena in avanti e la voce divenne più melliflua e la scintilla del fanatismo che segretamente lo guidava, finalmente emerse.
«Può giudicare i nostri metodi come estremi, ma noi dell’Ordine Templare lo facciamo per uno scopo superiore.» Strinse le nocche, al punto da farsele diventare bianche. «Voi Assassini parlate tanto di libertà e pace… ebbene, anche noi perseguiamo la pace. Solo che, a differenza vostra, sappiamo che essa può esistere solo se le menti vengono regolate da chi ha la visione necessaria per guidare il mondo.
Lasciando che ognuno faccia ciò che vuole, difendendo questa vostra cosiddetta “democrazia”, i “vostri diritti” ecco cosa avete ottenuto: guerre, caos, barbarie.»
La voce si fece tagliente come una lama.
«Con la Mela, noi potremo piegare le menti e riportare l’umanità all’ordine.»
Alexandra sentì il cuore mancarsi, come potevano Warren e gli altri membri dell'Abstergo, avere simili idee macchiavelliche? Le si gelò il sangue.
«Vi state mettendo sullo stesso piano di Dio!» esplose lei, indicando verso l'alto. «Solo Lui può dare o togliere il libero arbitrio!
Il vostro non è un ideale di pace… è solo un mascheramento, una scusa per il vostro smisurato desiderio di dominio!
Voi non avete nemmeno il diritto di chiamarvi Templari. Un vero Templare è un cavaliere, un soldato del Signore che ha sacrificato la propria vita per una missione sacra: cercare il Santo Graal, combattere nel Suo nome!»
«E per fare giustizia nel Suo nome!» ribatté Warren, sbattendo la mano sul tavolo. Le orecchie gli si erano fatte rosse per l’ira.
«Ebbene, quella giustizia non sarà mai raggiunta finché i popoli resteranno liberi di scegliere!
Noi abbiamo capito questa verità secoli fa… ma gli Assassini ci hanno sempre ostacolati, accecati dalla loro visione miope di libertà.
Ora, però, grazie all’Animus, possiamo ribaltare il destino stesso.»
Si avvicinò lentamente a lei, facendo il giro della scrivania, e la fissò a brutto muso, con un tono minaccioso.
«Lei non dovrà fare altro che sdraiarsi su quel lettino. Le conviene farlo volontariamente, signorina Blade.
Ora che sappiamo della sua discendente, dovrà spingerla ad avvicinarsi alla Mela. E non mi interessa come lo farà: se sarà necessario, la manipoli, la spinga oltre i suoi limiti, la torturi psicologicamente… ma deve condurla a toccare l’artefatto.»
Alexandra spalancò gli occhi e, senza riflettere, corse verso la porta.
Chiusa.
Si voltò di scatto verso la finestra, ma i vetri erano blindati, a prova di proiettile e perfettamente isolanti. Nessuna via di fuga.
«Patetica. E codarda.»
Il tono di Warren era gelido, quasi divertito.
«Eppure, ormai dovrebbe saperlo che ogni loro respiro dipende da lei.»
Ruotò il notebook verso di lei. Sullo schermo apparve un video: i suoi genitori, imbavagliati, con lividi evidenti sul viso. Stavano gridando qualcosa verso la telecamera, ma l’audio era volutamente distorto.
Alexandra crollò in ginocchio, le mani che tremavano mentre le lacrime le rigavano il volto.
«Io non voglio…» singhiozzò, la voce spezzata. «La Confraternita… deve sapere…»
Le parole si persero in un pianto disperato, mentre la verità dell’incubo che stava vivendo la travolgeva come un’onda nera.
«Deve invece.» La voce del dottore si fece tagliente. «Cosa le importa della Confraternita? Non ha forse detto di non aver mai desiderato una vita simile per sé?
Con la Mela potremmo persino cambiare il suo destino, signorina. Potremmo cancellare questo periodo così drammatico dalla sua mente… e da quella dei suoi genitori.»
Il suo tono si addolcì improvvisamente, insinuandosi come un veleno. «Potrete vivere una vita serena, normale. Le basterà far sì che la sua antenata prenda la Mela e la nasconda in un luogo sicuro, di cui solo noi conosceremo l’ubicazione, grazie alla visione simultanea nel nostro sistema. Nessuno dovrà scoprirla, e Parvaneh potrà trascorrere i suoi sessant’anni nella fortezza, indisturbata. È una grande opportunità, non la sprechi per valori che non le appartengono nemmeno.»
Quelle parole scavarono nella mente di Alexandra.
L’idea di una vita libera da tutto quel dolore, lontana dal sangue e dalla paura, la colpì con forza. La promessa di Warren – e non poteva negarlo a sé stessa – le diede una nuova spinta a continuare.
Se non so di aver commesso qualcosa di sbagliato… posso davvero essere considerata colpevole?
Ma l’ultima frase del dottore accese un campanello d’allarme.
«E se venisse scoperta… o se non ce la facesse? Vivrebbe comunque per sessant’anni nella fortezza?»
Warren sorrise appena, sicuro di sé. «La storia è già stata scritta. È possibile che questo sia il destino della sua antenata. Lei non crede?»
Alexandra rimase turbata, ma non ebbe tempo di riflettere: il cellulare del dottore squillò e lui fu costretto a lasciare la stanza.
La ragazza guardò Lucy con aria disperata. L’assistente, con un’espressione di sincera pena, scosse il capo.
«Ascolta, io sono dalla tua parte. Anche Desmond sta raggiungendo il limite, anche lui si sente diverso, nonostante il suo Animus funzioni come previsto.» Le sfiorò la mano, un gesto discreto, quasi proibito. «Ma al momento non posso fare altro che continuare a recitare la mia parte di assistente. Abbi fiducia.
Per ora collabora, fai come dice Warren… per il bene dei tuoi genitori. Hai già sperimentato il dolore di perderli, grazie ai ricordi della tua antenata, vero?»
Alexandra si morse il labbro per non crollare. Non poteva fare altro che obbedire. Si sdraiò sul lettino, tremando. Il metallo era gelido, come sempre.
«Sacrifico me stessa per un bene superiore,» sussurrò, con la voce rotta, «anche a costo di essere poi odiata da chi desidero proteggere.»
Rimase un attimo in silenzio, mentre un nodo le serrava la gola. Tutto le stava crollando addosso: la minaccia alla sua famiglia, l’odio per i Templari, la sensazione di essere solo una pedina in un gioco che non aveva mai scelto.
Lucy la guardò con occhi lucidi. «Sei un’Assassina.»
Alexandra sollevò appena lo sguardo, lasciando trapelare un sorriso spezzato, amaro. «No…» sussurrò, la voce incrinata. «Solo una povera disgraziata.»
Le parole le pesarono sulle labbra, come una condanna.
Odori, sensazioni, ricordi… tutto si accavallò nella mente di Alexandra, sbalzandola in un vortice di luce accecante.
Per un istante ebbe l’impressione di precipitare, senza corpo e senza tempo, finché la vertigine non si placò e davanti ai suoi occhi non si aprì un cono di luce. Forse era quello lo squarcio temporale di cui parlava Vidic.
Era trascorso del tempo. Gli alberi che un tempo vedeva spogli ora erano punteggiati di boccioli, pronti a fiorire, e nell’aria si respirava l’odore fresco della terra umida.
Parvaneh indossava una nuova divisa, rinforzata da spallacci e con una spada corta al fianco: un simbolo silenzioso della sua crescita come Assassina.
L'Animus riportò sullo schermo, l'anno 1193, il 5 marzo per la precisione. Era passato quasi un anno, per l'antenata di Alexandra, mentre per lei al massimo una notte.
In quei mesi era stata sottoposta a diversi test per capire gli effetti della Mela su di lei, ma Alexandra non era più dentro la sua mente e l’antenata era tornata “normale”. Nessun altro attacco, nessuna manifestazione insolita.
Altair, rassicurato, aveva deciso di non coinvolgerla più del necessario. Era occupato da pensieri ben diversi: le imminenti nozze con Maria. I due erano ormai ufficialmente legati e desideravano sposarsi, ma incombenze politiche e missioni di alto livello li tenevano spesso lontani. Maria, con la sua esperienza e il suo carisma, era ormai un’Assassina di prestigio, mentre Altair si dedicava all’espansione della Confraternita e al perfezionamento delle tecniche di combattimento.
Malik, nel frattempo, reggeva la fortezza in assenza del Maestro, immerso in responsabilità sempre più gravose.
La superficie sembrava tranquilla. Qualche mese prima Saladino e re Riccardo avevano stretto un accordo di pace destinato a durare tre anni, tre mesi, tre giorni e tre ore.
Dopo aver difeso Giaffa da un attacco musulmano, Riccardo aveva deciso di abbandonare la crociata, sebbene non fosse mai riuscito a mettere piede nella Città Santa: non voleva “ricevere dai pagani, come un favore, ciò che non era stato in grado di ottenere con l’aiuto di Dio”.
Non tutti, però, avevano accolto quella decisione. In entrambi gli schieramenti c’erano voci contrarie, e gli Assassini continuarono a muoversi nell’ombra per mantenere quell’equilibrio fragile, nella speranza che la tregua potesse durare ben oltre i limiti stabiliti.
Parvaneh non se ne accorse subito che la discendente era di nuovo tornata: Malik l'aveva convocata nella sala del Maestro, per riferirle i dettagli della sua prossima missione.
Il 5 marzo, si chiese Alexandra, perché proprio questo giorno?
La risposta le fu presto chiara: Saladino era morto il giorno prima, stroncato da una febbre fulminante.
La sua scomparsa avrebbe scatenato un inevitabile rimescolamento delle carte: alleanze che crollavano, nuove che nascevano… e con esse, conflitti ancora più sanguinosi.
«La morte di Saladino è un duro colpo alla pace che lui e re Riccardo avevano faticosamente instaurato, Parvaneh.» Iniziò a spiegare. «Quando era in vita, aveva diviso ufficialmente i territori tra i suoi parenti: Karak e Shawbak a suo fratello Safedino, l’Egitto ad Al-‘Aziz, Aleppo e Mosul ad Al-Zhair, mentre al primogenito Al-Afdal aveva affidato la Palestina e la Siria.
Ognuno ha ricevuto una parte importante della torta, ma il sangue che li unisce non li impedirà dal tentare di uccidersi a vicenda. Non escluderei nemmeno che qualcuno di loro possa stringere alleanze con i Crociati pur di prevalere sugli altri: dopotutto, il nemico del mio nemico è mio amico.
Come ti ho detto, la pace tanto agognata è fragile e rischia di svanire da un momento all’altro.»
Si grattò la nuca, pensieroso.
«Anche per noi Assassini la tranquillità è in pericolo. Ora che Al-‘Aziz è salito al trono d’Egitto, potrebbe cercare vendetta per l’onta subita, scatenando il suo esercito contro di noi.»
«Probabilmente Saladino, agendo in questo modo, oltre a voler mantenere l’autorità della famiglia ayyubide su tutti quei territori, sperava di garantire una sorta di pace, affidando il governo solo a parenti stretti.» Osservò Parvaneh, sospirando. «Purtroppo, però, il potere acceca e fa dimenticare persino di essere figli dello stesso padre.»
«È triste, ma è così,» sospirò Malik. «Quando in gioco c’è il controllo di vasti e ricchi territori, i legami di sangue diventano solo un ostacolo.»
Si distese lentamente contro lo schienale dello scranno su cui era seduto.
«Tra due settimane si terranno i funerali del sultano, a Damasco, e saranno presenti molte figure di spicco. Non si può escludere un attentato, soprattutto contro suo fratello e i suoi tre figli maggiori. Basterebbe la morte di uno solo di loro per scatenare una guerra fratricida: non per la giustizia, ma per spartirsi i territori rimasti scoperti. Il caos è dietro l’angolo.»
Parvaneh sgranò leggermente gli occhi.
«Dovremmo quindi sorvegliare il funerale e impedire ogni tentativo di insurrezione. Ma dobbiamo proteggere soprattutto quei quattro, giusto?»
Si morse il labbro, pensierosa.
«E se uno di loro fosse il mandante?»
«Che tra loro si celi l’autore dei possibili dissidi, se riusciremo a scoprirlo, tanto meglio… ma non possiamo assumerci il destino di tutti questi territori senza rischiare di compromettere la Confraternita.» Si passò una mano sulla barba, il volto segnato dalla preoccupazione. «Noi agiremo nell’ombra, come sempre, mantenendoci quanto più neutrali possibile. Li proteggeremo tutti e quattro, senza distinzioni, e supereremo la giornata.»
Fece un gesto vago con la mano, quasi a scacciare un pensiero troppo cupo. «Se poi, in futuro, scoppierà la guerra tra di loro… vorrà dire che così era destino. Ma finché esiste la possibilità di ritardare quell’inevitabile bagno di sangue, allora faremo la nostra parte.»
Si sporse in avanti, lo sguardo che divenne improvvisamente più intenso, quasi a trapassarla. «Se c’è anche solo una possibilità di fare la differenza, non resteremo qui ad aspettare che il caos ci travolga.»
L’Assassina riconobbe subito la fonte di quelle parole, e un leggero sorriso le sfiorò le labbra. «Altair sarà d’accordo con tutto questo?» domandò, con un tono che oscillava tra curiosità e provocazione.
«È lui stesso il mittente del messaggio.» L’uomo si raddrizzò sulla sedia, la voce carica di autorità. «E aggiungo un dettaglio che viene solo da me: sarai tu a far parte della squadra inviata lì, anche se sei solo un'Apprendista. Il fatto che Al-Zahir sia una delle possibili vittime o, al contrario, uno dei cospiratori, ti offre la possibilità di osservarlo e allo stesso tempo avere un alleato.»
La donna si irrigidì, tradendo una punta di amarezza. «Dopo che ha giurato di proteggere il nostro segreto, noi lo ripagheremo spiandolo?»
«Sempre per citare parole già pronunciate,» ribatté lui con calma glaciale, «quando ci sono in ballo situazioni tanto critiche, non si guarda in faccia a nessuno. Nemmeno alle persone per cui si prova affetto.»
Le ultime parole pronunciate da Malik, intimamente, colpirono più Alexandra che Parvaneh.
«Va bene, è chiaro.» La voce della donna si fece ferma, lo sguardo deciso, già proiettato verso l’azione. «Farò come hai detto: controllerò la situazione e io e i miei compagni fermeremo ogni tentativo di attacco ai governatori.»
Si concesse un attimo di riflessione, poi aggiunse: «Suppongo che Altair non si unirà a noi. Sarebbe sciocco che si esponga in prima persona, lui che è il Maestro. Dovremmo rivolgerci al Rafiq di Damasco prima di iniziare la missione?»
L’uomo annuì lentamente. «Se partirete domani mattina presto, avrete davanti circa dieci giorni di traversata a cavallo. Questo vi lascerà tre giorni per indagare sul posto. Se riuscirete a identificare i cospiratori prima che agiscano, dovrete informare subito il Rafiq e ottenere da lui la piuma… per poi tingerla del sangue del vostro bersaglio.»
Il suo sguardo si fece più severo. «Ma sia chiaro: anche se le indagini non porteranno i frutti desiderati, dovrete comunque presenziare in incognito durante i funerali e mantenere la sorveglianza. Non possiamo permettere che la situazione degeneri.»
Parvaneh annuì, poi lo fissò con una leggera piega tra le sopracciglia. «E te che farai?»
Un’ombra di stanchezza attraversò il volto dell’uomo. «Neanche io vi accompagnerò: devo restare qui a dirigere la fortezza e, soprattutto, a proteggere la Mela.»
Parvaneh inarcò le sopracciglia, sorpresa. «Non se l’è portata con sé?»
«No.» La risposta fu secca, ma decisa. «Portarla in viaggio sarebbe stato troppo rischioso. Avrebbe potuto perderla per un qualsiasi imprevisto. Qui, invece, è sotto stretta sorveglianza, lontana da occhi indiscreti.»
Si chinò leggermente verso di lei, abbassando la voce in un tono grave. «Mi raccomando, Parvaneh… non parlarne mai con nessuno. La posta in gioco è troppo alta.»
Ovviamente non avrebbe mai parlato con nessuno della Mela, giurandolo sul suo onore.
Con lei sarebbero partiti Yusuf, Amhed – i guerrieri che, tempo addietro, avevano combattuto fianco a fianco con Malik contro le tigri – e persino Lois. Quest’ultimo era tornato da poco da Citeaux, dopo aver seppellito il cugino Ugo III, morto durante l’inverno precedente. Ora che non doveva più fargli da portavoce, era finalmente libero di dedicarsi alle missioni della Confraternita, proprio lì, in Terra Santa.
«Parvaneh…» la chiamò Malik qualche istante dopo averla congedata. La sua espressione era cupa, quasi preoccupata.
«…tu combatti bene, non ti farai male.»
Lei lo fissò per un momento, stranita da quelle parole, poi scosse il capo con un mezzo sorriso ironico.
«Vedi di bere qualche sidro di meno!»
Parvaneh ritornò nel suo alloggio, per preparare le cose per il viaggio e anche per concedersi un momento per sé.
Prese delle spezie e accese il narghilè, da cui si diffuse immediatamente odore di tabacco misto ad aromi, note fruttate di mela e menta.
Dalle persine aperte sul paesaggio brullo dei territori di Masyaf, entrava una luce dorata che si rifletteva sui fini filamenti degli arazzi e dei teli del letto a baldacchino.
Un momento di pace tutto per sé, per intraprendere quello che forse sarà la sua missione più importante, che magari le avrebbe fatto ottenere il titolo di Discepolo, se tutto fosse andato per il verso giusto.
Parvaneh la voce improvvisa di Alexandra paralizzò per un attimo la Nizarita. Un ricordo lontano era appena riaffiorato.
«Eccoti di nuovo, infine» ormai non c'era nemmeno più stupore nelle sue parole, era quasi ovvio che Alexandra apparisse proprio ora che aveva ricevuto quell'incarico.
Non devi partire domandi. Disse Alexandra con tono deciso.
La persiana poggiò il boccale del narghilè sull'apposito appiglio. Si stava già inquietando. «Dammi un buon motivo»
Perché io so cosa accadrà al funerale di Saladino. Ricorda che conosco il futuro.
Il respiro di Parvaneh si fece più incerto. Questa era la prima volta che Alexandra le parlava di fatti storici contemporanei a lei. Per quale motivo ora aveva deciso di farlo?
«Non capisco il motivo per cui tu voglia dirmelo,» chiese, con tono accigliato «hai forse paura che mi succeda qualcosa?»
Sì, ho paura. Ora ho paura. Disse Alexandra. Le persone che mi costringono a fare queste sedute parlano di squarcio spazio-temporale.
«E che sarebbe?»
In realtà… non saprei nemmeno spiegartelo bene. La voce di Alexandra tremava, incerta, era un argomento troppo complesso, per una semplice studentessa di architettura. È qualcosa che non dovrebbe esistere, qualcosa che va contro ogni logica. E proprio perché sta accadendo, temo che nulla sia più scontato. Noi due, per esempio… non avremmo nemmeno dovuto conoscerci.
«Questo è poco ma sicuro.» Rispose Parvaneh, indurendo la mascella.
Nel mio tempo, inoltre, sto avendo delle visioni. Ricordi tuoi, fuori dall'Animus, capisci? Tutto questo non è normale. Disse lei, con una punta di preoccupazione. E non solo del tuo passato che conosci già.
Parvaneh restò in silenzio. Si chinò, poggiando i gomiti sulle cosce, e affondò le dita tra i ricci ribelli. Ogni volta che Alexandra emergeva, la sua mente vacillava. Ripensò al giorno in cui, insieme a tanti altri cittadini, era caduta sotto l’influsso ipnotico della Mela dell’Eden: forse, in quell’istante, le era successo qualcosa di molto più profondo e oscuro, che non riusciva nemmeno a nominare.
«Che cosa dovrebbe accadere di così grave? Se mi dici che potrei morire in combattimento, mi dispiace per te, hai scelto l'antenata sbagliata. Fin da quando non sapevo di avere un futuro, ho sempre messo in gioco la mia vita e questo non cambierà.»
Si alzò in piedi e si fissò allo specchio, come a voler mostrare ad Alexandra la fermezza nei suoi occhi.
Lo so. Sussurrò, Alexandra. E non ti chiederò mai di riporre la tua spada. Ma quello che sta per accadere… è ricordato come uno degli attentati più gravi della storia. Fece una pausa, come se persino pronunciare le parole le costasse fatica. Durante l’inumazione di Saladino, qualcuno fece esplodere barili di polvere da sparo in più punti della città di Damasco. Morirono migliaia di persone e non si seppe mai chi fosse il vero mandante: c’era chi accusava i crociati, chi i figli di Saladino, in una lotta di potere per prolungare la Guerra Santa.
Abbassò ancora di più la voce. Ho studiato quell’evento. La distruzione di Damasco e del mausoleo di Saladino è stata una delle più grandi perdite della storia dell’arte, nonché uno degli episodi più sanguinosi della storia.
Alla notizia, Parvaneh si voltò di scatto, come se potesse guardare Alexandra negli occhi.
Il cuore le martellava nel petto, mentre già immaginava le conseguenze devastanti di quella tragedia imminente.
«La Confraternita impedirà tutto questo.» Disse con tono acceso ed orgoglioso. «O mi vuoi dire che non c'è modo di cambiare la storia, quindi tanto vale che me ne rimanga a casa?»
Esattamente questo, è inutile rischiare di rimanere coinvolti, se la storia è stata già scritta. Le disse Alexandra, sperando di convincerla.
«Se il mio destino può essere riscritto, allora anche quello di Damasco può esserlo.» ribatté Parvaneh, serrando i pugni.
La sua voce tremava, ma non di paura: era determinazione pura, pronta a esplodere come una lama che vibra prima di colpire.
Alexandra rimase in silenzio, incerta se contraddirla.
«Tu stessa me l’hai detto,» continuò Parvaneh, facendo un passo verso lo specchio come se potesse affrontare la sua discendente. «Nulla è più certo. Nulla è già deciso. Se la tua comparsa ha sconvolto la linea del tempo, allora vuol dire che non c’è un destino immutabile. Io potrei morire domani, sì… ma potrei anche salvare migliaia di vite.»
Inspirò profondamente, come per dare più forza alle sue stesse parole.
«E se esiste anche solo una possibilità di impedire quella strage, io la coglierò. Domani partirò con i miei fratelli. Non resterò a guardare mentre Damasco brucia.»
Alexandra trattenne il respiro, un brivido lungo la schiena.
E se invece, tentando di fermarlo, non facessi altro che innescarlo? Chiese piano, con un filo di voce, quasi temendo la risposta.
Parvaneh la fissò attraverso il riflesso, lo sguardo deciso e duro come l’acciaio.
«Allora almeno avrò combattuto. Non sono mai stata una donna che aspetta la fine a braccia conserte. Preferisco agire… anche se dovessi scoprire che la mia azione è stata parte del destino.»
Il silenzio calò nella stanza, pesante come una sentenza.
Alexandra abbassò lo sguardo, consapevole che nulla avrebbe potuto fermarla.
C’è un’altra cosa che non ti ho detto. La sua voce era un soffio, fragile e teso. Nel mio tempo… io e i miei genitori non abbiamo più molto tempo. "Loro" vogliono quel manufatto.
Si interruppe, mordendosi il labbro per non lasciarsi sopraffare dalle emozioni. Mi hanno persino detto di impormi nella tua mente, di… costringerti ad avvicinarti alla Mela per prenderne il controllo.
Sollevò lo sguardo, pieno di lacrime trattenute. Ma io non voglio farlo, Parvaneh. Non posso. Tu sei… la mia famiglia quanto loro. Sei le mie radici. Come potrei distruggerti per salvare me stessa?
Parvaneh la osservò nello specchio, il suo volto teso, ma nei suoi occhi comparve per un istante una scintilla di comprensione.
Se tu rimanessi a Masyaf, anziché partire...
«Ti interrompo subito.» Disse Parvaneh. «Altair ora è lontano e la Mela è stata affidata a Malik, come sai, se provassi ad impossessarmene proprio ora, non solo minerei la mia posizione, ma soprattutto del Consigliere della Confraternita per negligenza, non posso fargli questo.»
Lo capisco, ma io "devo", comprendi? La voce di Alexandra era flebile, stanca, quasi un sussurro che tradiva disperazione*. Anche ora, mentre parliamo, l’Animus registra ogni cosa… ogni parola, ogni gesto degno di nota. Non posso affrontare tutto questo da sola. Ho bisogno che tu sia la mia alleata. Ti prego.*
Parvaneh restò immobile, la cassa toracica si alzava e si abbassava lentamente.
Da una parte c’era la sua fedeltà alla Confraternita, a Malik, ad Altair. Se avesse seguito le richieste della sua discendente e qualcuno l’avesse scoperta, avrebbe perso tutto: il suo onore, la sua posizione, persino la fiducia di coloro che amava.
Dall’altra parte, per quanto continuasse a ripetersi che Alexandra fosse soltanto un inganno della sua mente, un demone nato da notti insonni e da ferite mai guarite, non riusciva a soffocare quel legame viscerale che sentiva con lei.
Aveva perso i genitori in modo tragico, e quella voce che veniva dal futuro era, in un certo senso, tutto ciò che le rimaneva della propria famiglia. Non poteva ignorarla, non quando ogni parola di Alexandra portava con sé la stessa solitudine che lei conosceva fin troppo bene.
Fuori, il sole era ormai tramontato, lasciando spazio a un cielo punteggiato di stelle.
Avrebbe dovuto dormire da un pezzo: all’alba sarebbe partita per Damasco. Ma il fervore di quella conversazione, e il peso delle scelte che la attendevano, le avevano strappato via ogni traccia di sonno.
«Se io ti aiuto,» disse infine Parvaneh con voce grave, «comprometterò la Confraternita.»
Il silenzio che seguì era pensate.
«Se io ti aiuto,» riprese, questa volta più piano, «non avrò più un posto dove tornare. Non avrò più un nome.»
Si passò una mano tra i ricci, esausta, e concluse con un filo di voce incrinata:
«Ma se non lo faccio… saprò che degli innocenti sono morti a causa mia. E non importa che ci separino ottocento anni. Io lo saprò. E non potrò mai perdonarmi.»
Alexandra rimase in silenzio per un istante, quasi non osando respirare.
Il cuore le batteva forte: finalmente Parvaneh sembrava davvero pronta a fare qualcosa per aiutarla.
Allora… cosa intendi fare? Chiese piano, con un filo di speranza nella voce.
Parvaneh iniziò a camminare avanti e indietro nella stanza. «Malik non deve sapere di te. Non deve nemmeno sospettare che la tua voce viva dentro di me. Non capirebbe. E se lo scoprisse…» esitò, sospirando, «saremmo entrambe perdute.»
Alexandra deglutì. Sono d’accordo. Ma come pensi di convincerlo a lasciarti avvicinare alla Mela?
Parvaneh si fermò e la fissò di nuovo nello specchio, come se davvero potesse vederla.
«Gli dirò che ho avuto delle visioni.»
Alexandra sgranò gli occhi. Vis… visioni? Vuoi dire che—
«Che la Mela mi ha mostrato qualcosa di terribile, sì.» Il tono della Nizarita era deciso, calcolato.
«Gli racconterò dell’attentato a Damasco, di come la città andrà in rovina e migliaia moriranno. Gli dirò che l’unico modo per capire la verità è portare con me la reliquia, così da poterla usare per scoprire chi trama nell’ombra.»
Alexandra trattenne il fiato. E tu credi che Malik ti darà ascolto?
Un’ombra di malinconia attraversò il volto di Parvaneh. «Malik mi conosce. Sa che non sono una visionaria, né una sciocca che inventa storie. Se gli parlo con fermezza, se mi vedrà turbata, non potrà ignorarmi. Soprattutto ora che Altair è lontano: la responsabilità di Masyaf grava tutta sulle sue spalle. Non rischierà di ignorare un avvertimento che potrebbe salvare la Confraternita e il popolo di Damasco.»
Alexandra esitò. E se poi scoprisse che era tutto una menzogna?
Parvaneh scosse il capo, con un sorriso amaro. «Non sarà una menzogna se riusciremo davvero a impedire l’attentato. In quel caso, nessuno avrà motivo di dubitare di me. E se falliremo…» si interruppe, inspirando a fondo, «se falliremo, poco importerà, perché Damasco sarà cenere e sangue.»
Alexandra restò in silenzio, sentendo un brivido correre lungo la schiena.
Parvaneh… mormorò, commossa, stai rischiando tutto. Per me.
«Non solo per te,» la corresse lei, con una determinazione feroce nello sguardo.
«Per la mia gente. Per la mia famiglia. Per entrambe.»
Parvaneh percorse i corridoi in penombra a passo deciso, gli stivali che sfioravano appena le lastre di pietra. Il cuore le batteva forte, ma il suo volto era impassibile, determinato. Quando giunse davanti agli alloggi di Malik, bussò con forza due volte.
Dall’interno si udì un lieve movimento, poi la porta si aprì di scatto. Malik, vestito solo di una tunica leggera, la fissò con un’espressione a metà tra il sonno e la sorpresa.
«Parvaneh? Che succede? È quasi notte fonda.»
«Devo parlarti. Subito.» La sua voce era tesa, ma ferma. «È qualcosa di molto più grave.»
Malik incrociò le braccia, studiandola attentamente. Il suo sguardo si fece serio, lucido. «Stai parlando della missione per Damasco?»
«In parte.» Inspirò profondamente, come per trovare il coraggio di dire il resto. «Sai bene che in passato ho avuto delle visioni… immagini confuse, frammenti che non sempre ho compreso subito.»
Malik annuì lentamente. «Sì, me lo ricordo bene.»
«Ecco.» Parvaneh serrò i pugni. «Ora sono tornate. Più forti. Più chiare. Malik, Damasco è in pericolo.»
La donna quindi prese a raccontargli di quanto sarebbe avvenuto tra due settimane. Dei disordini, la paura e il sangue degli innocenti, versato nelle vie della città. Uomini, donne, bambini, vecchi. Nessuno escluso. Gli disse inoltre che l'unica soluzione, quantomeno una possibilità di riuscita, era di portare il prezioso manufatto con loro. Del resto, già una volta era stata utile, per la scoperta della verità: la sua innocenza e la conseguente scarcerazione dalle prigioni di Hittin.
Malik rimase in silenzio, scrutandola con attenzione. La tensione nella stanza era palpabile. Ciò che Parvaneh gli stava raccontando era qualcosa di orribile e sconvolgente, ma il suo lato razionale cercò di fargli mantenere la calma.
«E tu credi che queste visioni siano un presagio affidabile?»
«Non posso permettermi di non crederlo.» La sua voce si incrinò, ma solo per un istante. «So quanto possa sembrare folle, ma non sono mai stata così certa di qualcosa. Se non agiamo, Damasco brucerà e con essa cadranno anche gli equilibri tra i figli di Saladino. Sarebbe l’inizio di una guerra fratricida che travolgerebbe tutto.»
Malik si massaggiò il mento, pensieroso. «E tu pensi che portare con te la Mela dell’Eden sia la soluzione?»
«Sì,» rispose senza esitazione. «Con il suo potere potrei capire chi si cela dietro a questa cospirazione. Non basta che io vada a Damasco a proteggere i governatori. Se non scopriremo chi trama, non faremo altro che guadagnare tempo, mentre la minaccia continuerà a crescere nell’ombra.»
Malik strinse le labbra, combattuto. «Portare la Mela fuori dalla fortezza è un rischio enorme. Altair si è fidato di me per custodirla qui, al sicuro. Se dovesse accadere qualcosa, se la perdessimo…»
«Se la lasciamo qui, la Confraternita non avrà alcun vantaggio. Malik, io ho visto cosa sta per accadere.» I suoi occhi brillarono di determinazione e paura. «Non possiamo combattere un nemico che non conosciamo. Con la Mela, potrei svelare la verità prima che sia troppo tardi.»
Malik sospirò, passando una mano tra i capelli. «Stai chiedendo molto, Parvaneh. Non solo di fidarmi delle tue visioni, ma di mettere a rischio il segreto più prezioso che possediamo.»
Parvaneh fece un passo avanti, quasi a sfidarlo. «Non ti sto chiedendo di fidarti ciecamente. Ti sto chiedendo di ascoltare la tua stessa coscienza. Se ignoriamo questo presagio e l’attentato avviene davvero, quante vite potrai dire di aver salvato restando qui, a proteggere una reliquia chiusa in una stanza?»
Malik abbassò lo sguardo, combattuto tra ragione e dovere.
Infine, con un lungo respiro, disse soltanto:
«Devo pensarci. All’alba ti darò la mia risposta.»
Parvaneh annuì, sapendo di aver piantato il seme del dubbio nel suo cuore.
Senza aggiungere altro, si voltò e lasciò la stanza, il passo sicuro come la sua determinazione.
«Parvaneh, aspetta.»
La donna si fermò sull'uscio e si girò appena. La luce delle torce in controluce mettevano in risalto il suo profilo, dai morbidi lineamenti orientali.
Malik deglutì, ma poi scosse il capo e la congedò.
«Sei un maledetto idiota.» Si disse tra sé e sé, a denti stretti, quando ormai ella era lontana.
Alexandra "approdò" al mattino seguente, proprio nel momento in cui l’antenata ed i suoi compagni erano pronti per la cavalcata.
Yusuf e Amhed avevano ormai raggiunto il rango di Guerriero, ciò aveva conferito loro la possibilità di possedere una cintura che conteneva cinque pugnali da lancio, oltre che a brandire una spada più potente.
Louis invece aveva quello di Discepolo, seppur le sue conoscenze belliche fossero già formate grazie all’addestramento militare crociato. I guanti che gli avevano concesso erano ottimi per le arrampicate, soprattutto per un tipo agile come lui. Egli era l’anima del gruppo, con la sua bellezza da putto, il suo accento fortemente francese e soprattutto la sua lingua sciolta.
Stavano aspettando che Malik comunicasse a Parvaneh la sua decisione.
Nella Confraternita tutti erano a conoscenza dell’esistenza di quel manufatto, ma solo in termini vaghi: sapevano che aveva il potere di corrompere la mente, di svuotare l’anima o piegarla alla propria volontà, proprio come era accaduto ad Abbas Sofian… e persino al loro ex Maestro.
Proprio per questo, i tre Assassini che avrebbero viaggiato con Parvaneh ignoravano completamente l’incontro segreto della notte precedente e non potevano immaginare che la risposta di Malik riguardasse una decisione ben più delicata: se la Mela dell’Eden avrebbe viaggiato con loro o sarebbe rimasta protetta nella fortezza.
Malik arrivò al punto di ritrovo quando il sole stava appena illuminando le mura di Masyaf. Per la sorpresa di tutti, anche lui era in sella a un cavallo. Yusuf, Ahmed e Lois si scambiarono uno sguardo confuso, chiedendosi cosa significasse la sua presenza.
«Malik… perché sei qui?», domandò Yusuf, incapace di nascondere lo stupore.
Il Consigliere arrestò il cavallo con un gesto deciso, senza lasciar trapelare emozioni. «Sono venuto a conoscenza di informazioni che riguardano la nostra missione a Damasco», rispose con tono calmo ma fermo. «Ci sono movimenti sospetti che potrebbero complicare la situazione. È necessario che io venga con voi, per guidarvi e per valutare di persona ciò che sta accadendo.»
I tre Assassini si scambiarono un altro sguardo, incerti. Non osarono chiedere oltre: il tono di Malik non lasciava spazio a discussioni. In realtà, lui non aveva fatto alcun accenno alla visione di Parvaneh o all’attentato imminente, preferendo mantenere il segreto.
«Ho già inviato un piccione viaggiatore ad Altair», aggiunse. «Gli ho spiegato le ragioni della mia partenza e sono certo che comprenderà, senza opporsi.»
Ahmed, ancora dubbioso, si fece avanti. «E mentre sei via, chi si occuperà della Confraternita? Masyaf non può restare senza guida.»
Malik esitò appena, poi rispose con calma: «Abbas.»
Un silenzio carico di tensione cadde tra i tre Assassini. Yusuf si morse il labbro, visibilmente preoccupato. «Abbas…?»
«So cosa state pensando,» intervenne Malik prima che potessero replicare. «Ma negli ultimi tempi non ha più mostrato atteggiamenti di ribellione. Dargli la responsabilità di dirigere la Confraternita potrebbe persino fargli comprendere fino in fondo cosa significhi guidare tante vite. È una prova che potrebbe cambiare la sua prospettiva.»
Yusuf non sembrava del tutto convinto, ma non osò contraddire Malik. Alla fine annuì lentamente. «Spero che tu abbia ragione. Non possiamo permetterci divisioni mentre siamo via.»
«Nemmeno io lo voglio,» concluse Malik, sistemandosi meglio sulla sella. «Per questo dobbiamo partire subito. Damasco ci aspetta, e non possiamo permetterci di perdere altro tempo.»
Con quelle parole, spronò il cavallo e guidò il gruppo fuori dalle mura di Masyaf, con Parvaneh che lo seguiva da vicino, consapevole che ogni passo li stava avvicinando non solo alla missione… ma anche alla verità che solo lei conosceva.
Il gruppo avanzava in silenzio, mentre i cavalli sollevavano piccole nuvole di polvere a ogni passo. Il terreno era brullo e screpolato, interrotto qua e là da arbusti rinsecchiti e da rari ciuffi d’erba, rinvigoriti dalle piogge primaverili. Il sole era ormai alto, e la sua luce dorata avvolgeva la distesa in un calore secco, facendo tremolare l’aria in lontananza.
Ogni tanto, qualcuno rompeva la monotonia del viaggio con una battuta o un commento scherzoso, e risate soffocate si mescolavano al ritmo cadenzato degli zoccoli. Erano compagni di lunga data e tra loro regnava una familiarità sincera, fatta di stima e di reciproco rispetto. Tuttavia, dietro i sorrisi si celava una tensione sottile, che nessuno poteva ignorare.
Parvaneh, cavalcando poco dietro Malik, osservava i compagni con attenzione. Louis, che amava scherzare, non staccava mai la mano dall’elsa della spada; Ahmed manteneva lo sguardo fisso all’orizzonte, vigile come una sentinella; Yusuf, pur ridendo sommessamente, tradiva una certa inquietudine nei movimenti. Tutti erano consapevoli che la missione a Damasco avrebbe richiesto sangue freddo e determinazione.
Era una strana miscela quella che li legava: la leggerezza di chi condivideva la strada e la gravità di chi sapeva che, presto, il deserto avrebbe potuto tingersi di rosso.
Davanti a loro si stendevano dieci giorni di cammino tra deserto e colline semi brulle, un tempo che l’Animus avrebbe accorciato per evitare che Alexandra rivivesse sequenze prive di utilità pratica. Eppure, nonostante gli accorgimenti dello strumento, la ragazza percepiva dei rallentamenti, momenti in cui tutto sembrava arrancare. Il termine migliore per descriverlo era “lag”, come nelle tecniche informatiche o nei giochi: uno strano rallentamento tra realtà e memoria genetica. Nemmeno Parvaneh era esente da quell’anomalia, che talvolta le faceva perdere il filo, mentre oggetti totalmente estranei al loro mondo o al loro tempo sfrecciavano davanti ai loro occhi, lasciando un senso di straniamento.
Malik, che da quando erano partiti non aveva mai smesso di osservarla, notò subito quei suoi momenti di distrazione. Una sera, mentre il sole tramontava tingendo il deserto di arancione e porpora, decise di prenderla da parte per parlarne, deciso a capire cosa stesse davvero accadendo.
Malik si avvicinò a Parvaneh, lo sguardo attento e leggermente preoccupato, mentre il vento del deserto sollevava piccoli vortici di sabbia intorno ai loro cavalli.
«Hai continuato a vedere qualcosa?» chiese, la voce ferma ma calma, come se volesse sondare senza forzare.
Parvaneh sospirò, stringendo le redini. «Non molto più di quello che già sappiamo. Le mie visioni non mi mostrano tutto in anticipo… solo frammenti. Ma quei frammenti bastano a capire che dovremo essere estremamente cauti.»
«Cautela, certo…» mormorò Malik, cercando le parole giuste. «Ma dobbiamo partire da qualche indicazione concreta. Da dove dovremmo cominciare? Quali punti di Damasco dovremmo sorvegliare subito?»
Lei abbassò lo sguardo, riflettendo. «Non possiamo sapere tutto fino a quando non arriviamo lì. Questi tre giorni di osservazione saranno fondamentali. Dobbiamo identificare possibili movimenti sospetti, capire dove potrebbero nascondere i barili. Solo allora potremo agire.»
Malik annuì lentamente. «Quindi, innanzitutto, osservare, raccogliere informazioni. E gli altri?»
«Gli altri?» ripeté Parvaneh, alzando lo sguardo verso di lui. «Devono sapere solo quanto basta: fermare gli attentatori e proteggere la famiglia ayyubide. Noi ci occuperemo dei dettagli, del perché e del come.»
Malik fece un passo più vicino, riducendo la distanza tra loro senza invadere troppo lo spazio di lei. «Bene… allora dovremo partire con occhi e orecchie aperti. Voglio solo… che tu stia attenta. Non voglio trovarti in pericolo inutile.»
Parvaneh, colma di un misto di determinazione e affetto che non osava mostrare del tutto, scosse la testa. «Lo so, Malik. Non ci sarà pericolo inutile. Siamo qui per fare ciò che serve.»
Un silenzio breve e carico di tensione cadde tra loro, mentre il vento tra le dune trasportava l’odore della sabbia e del deserto primaverile. Malik, senza distogliere lo sguardo, aggiunse piano: «Bene… allora procediamo con cura. Ma… se qualcosa dovesse accadere, voglio che tu sappia…»
Parvaneh lo interruppe con un leggero sorriso, deciso ma pacato. «Lo so già. Ora pensiamo a Damasco. Il resto… il resto può attendere.»
Damasco appariva davanti ai loro occhi come un fiume in piena di pellegrini, mercanti e viaggiatori di ogni provenienza, tutti diretti verso le vie del centro in occasione dei funerali del sultano. Le strade erano strette e lastricate, animate da carretti, animali da soma e uomini carichi di merci pregiate. Il profumo delle spezie, del legno bruciato e del pane appena sfornato si mescolava al calore del sole primaverile, creando un’atmosfera quasi sacra, al tempo stesso viva e carica di tensione.
Il cielo terso rifletteva i colori vividi delle cupole e dei minareti, mentre le mura fortificate della città si stagliavano come un custode silenzioso del passato glorioso di Damasco. I cortili interni delle case, ornati da fontane e mosaici, risuonavano del fruscio dell’acqua e del richiamo dei venditori ambulanti. L’aria era satura di odori e suoni: il clangore delle campane, le voci dei mercanti, lo scalpiccio dei cavalli e l’eco dei passi dei pellegrini sulle pietre calde.
Tra le strade più centrali, il complesso che sarebbe stato l’ultima dimora di Saladino si ergeva in tutta la sua maestosa solennità. Non era solo un palazzo, ma un simbolo di grandezza e saggezza, costruito con pietre che avevano visto la storia di intere generazioni. I cortili silenziosi, le sale ornate di tappeti finemente lavorati e i portali scolpiti raccontavano di un uomo che, per secoli, sarebbe rimasto memoria viva in racconti, canzoni e cronache di viaggiatori, un sultano di cui ancora si sarebbe narrato nei secoli a venire.
La gravità di quei giorni era percepibile ad ogni angolo. Un solo errore, una sola scintilla di violenza, avrebbe potuto scatenare il caos in tutta la città, interrompendo non solo il corso della storia, ma segnando un’intera epoca di morte e distruzione. Ogni dettaglio sensoriale, ogni movimento sospetto, diventava cruciale: il lieve cigolio di una porta, l’odore acre del fumo lontano, il fruscio improvviso di un mantello tra le colonne.
I cinque Assassini si mossero con discrezione, come ombre tra la folla. Il secondo precetto della Confraternita – sapersi nascondere in bella vista – si dimostrava ancora una volta perfetto: occhi attenti, gesti misurati, nessun passo fuori posto. Ogni sensazione diventava un segnale, ogni sguardo un possibile indizio.
Dopo ore di cammino tra vicoli, mercati e cortili nascosti, il gruppo giunse infine alla base segreta della Confraternita, un luogo nascosto, un edificio che appariva come qualsiasi altro all'interno della città, ma protetto da passaggi e scale segrete che si aprivano solo a chi conosceva il codice. Il Rafiq di Damasco li stava aspettando, seduto con la postura composta e lo sguardo sorpreso quando Malik entrò con loro.
«Malik?» esclamò, il tono un misto di stupore e curiosità. «Non mi era stato detto che saresti partito con loro…»
Malik si limitò a un cenno, senza perdere la calma. «Ci sono dettagli che dovevo vedere con i miei occhi. Ora, però, dobbiamo concentrarci sulla missione.»
Parvaneh osservò il Rafiq, percependo la tensione nell’aria, ma anche la solida determinazione di chi, come lei, sapeva che i giorni a venire sarebbero stati cruciali per la storia stessa della città e della Confraternita.