Vai al contenuto principale

← Il quinto petalo

Creato il 13/05/2026, 07:59 · Aggiornato il 16/09/2026, 13:14

Capitolo 9: Rivelazioni

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoCompleta

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Morte
  • Sangue
  • Violenza
Scarica EPUB (capitolo)

Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.

«Quando tutto sembra finito e la terra resta in silenzio, è allora che il seme lavora. Non fa rumore, non chiede luce: aspetta il tempo giusto e riapre il cammino.» - Racconti perduti de Il Libro della Luna


Il grattacielo della Darcia Industries si stagliava contro il cielo grigio di Freeze City come una lama di vetro e acciaio. Hubb Lebowski rimase qualche secondo immobile sul marciapiede, con il cappello calcato appena più in basso sulla fronte per ripararsi dalla neve sottile che cadeva senza tregua sul centro urbano. Non era la prima volta che entrava lì dentro, ma ogni volta provava la stessa identica sensazione, ovvero quella di stare varcando una soglia invisibile che separava due mondi completamente diversi. Spinse la porta girevole di cristallo ed entrò. 


L’aria all’interno dell’edificio era calda, profumata e silenziosa, e il brusio caotico della città rimase fuori come un ricordo distante. Si avvicinò al banco della reception principale, mostrando il tesserino di riconoscimento con un sorriso misurato.


«Il signor Darcia mi sta aspettando.»


La receptionist annuì subito con professionalità impeccabile. «Certamente, detective Lebowski. Il presidente è stato già informato del suo arrivo.»


L’ascensore esterno salì a grande velocità lungo la facciata trasparente dell’edificio. Freeze City si dispiegava interamente sotto i suoi occhi, rivelandosi una distesa immensa di tetti bianchi e traffico rallentato dalle forti nevicate. Hubb osservò il panorama geometrico, ma la sua mente logica era altrove, poiché troppe domande senza risposta gli riempivano la testa in quei giorni di indagini. Le porte automatiche si aprirono infine con un suono discreto. L’ufficio privato di Darcia occupava l’intero ultimo piano, caratterizzato da ampie pareti di vetro, arredi minimalisti e una luce naturale diffusa anche in un giorno plumbeo come quello. 


Darcia era in piedi accanto alla grande vetrata, tenendo le mani intrecciate dietro la schiena, e non si voltò subito al suo ingresso.


«Detective Lebowski,» disse l'uomo con tono cordiale, come se stesse accogliendo un vecchio conoscente di passaggio. «È sempre un vero piacere riceverla nel mio ufficio.»


Hubb avanzò di qualche passo. «La ringrazio molto per aver accettato di vedermi con così poco preavviso.»


Darcia si voltò allora con calma, mostrando il suo solito sorriso misurato e gli occhi incredibilmente attenti. «La mia agenda è sempre piena, ma trovo sempre il tempo necessario per le istituzioni.» L'imprenditore fece un gesto elegante verso le poltrone di pelle chiara. «Si accomodi pure.»


Hubb si sedette composto, poggiando il cappello sulle ginocchia.


«Immagino che la sua non sia una semplice visita di cortesia,» continuò Darcia, prendendo posto di fronte a lui con elegante disinvoltura. «Posso offrirle qualcosa nel frattempo? Un tè o un caffè?»


«Nulla, grazie. Non la tratterrò a lungo con le mie domande.»


Darcia inclinò leggermente il capo di sbieco. «La cosa mi rassicura.»


Un breve e denso silenzio calò improvvisamente tra loro due nell'abitacolo dell'ufficio; non si trattava di imbarazzo, quanto piuttosto di uno studio psicologico reciproco tra cacciatore e preda.


«Sono tornato a interessarmi personalmente dell’episodio avvenuto sei mesi fa a uno dei covi del famigerato Satoshi,» disse infine Hubb mantenendo un tono del tutto neutro.


Il sorriso di Darcia non vacillò di un solo millimetro a quel nome. «Una pagina di cronaca spiacevole per la città. Ma ormai del tutto chiusa.»


«Forse non del tutto, signor Darcia.»


L'imprenditore incrociò le dita sul bracciolo della poltrona, mantenendo lo sguardo immobile e vitreo su quello del detective. «Temo di non seguirla, detective, mi spieghi meglio.»


Hubb si sporse appena in avanti sulla sedia, stringendo i denti. «Sei mesi fa lei è intervenuto di persona con una scorta privata pesantemente armata in un edificio già sotto osservazione della polizia. Un’azione decisamente avventata e insolita per un uomo della sua elevata posizione sociale.»


«Stavo semplicemente salvando la vita a una giovane donna indifesa» replicò Darcia mantenendo un tono di voce misurato. «Non credo che l’istinto di protezione verso il prossimo sia un reato punibile dal codice.»


«Non lo è» concesse Hubb senza scomporsi. «Soprattutto considerando il fatto che, ufficialmente, non ci sono state vittime in quel covo. Ufficialmente, per l'appunto.» L'investigatore sottolineò l'ultima parola con una breve pausa calibrata.


Darcia inclinò appena il capo in silenzio, studiando la sua mossa. Hubb non distolse per un solo secondo lo sguardo dalle sue iridi eterocrome.


«Recenti accertamenti scientifici sul campo suggeriscono che le cose potrebbero non essere andate esattamente in quel modo» incalzò il poliziotto.


Un silenzio perfettamente calibrato scese nuovamente tra loro due nella stanza.


«Accertamenti forensi di quale tipo?» domandò Darcia, mostrando una sfumatura di educata curiosità.


«Tracce che indicano la possibilità di un triplice omicidio.»


Il sorriso dell’imprenditore non si incrinò nemmeno di fronte a quanto appena detto, ma divenne sensibilmente più sottile e tagliente. «La cosa mi sorprende molto. E immagino che lei si trovi qui oggi perché ritiene che io possa essere in qualche modo coinvolto in questo presunto massacro.»


«Ritengo semplicemente che lei fosse presente nella stanza del delitto prima del nostro arrivo.»


«Questo fatto non mi rende affatto un assassino, detective.»


«No, lo ammetto» confessò Hubb. «Ma rende decisamente difficile per il mio dipartimento ignorare alcune strane coincidenze.»


Darcia si alzò lentamente in piedi, avvicinandosi di nuovo alla grande parete di vetro per osservare l'esterno. La metropoli si estendeva sotto i suoi piedi, apparendo minuscola e insignificante dall'alto del grattacielo. «Detective Lebowski,» disse l'uomo con voce estremamente tranquilla e distaccata, «lei è un uomo davvero scrupoloso nel suo lavoro e lo apprezzo molto. Freeze City ha un disperato bisogno di persone integre come lei.» Si voltò lentamente a guardarlo. «Ma le piste sbagliate sanno essere molto pericolose.»


Hubb sostenne fermamente il suo sguardo senza indietreggiare. «Pericolose per chi, signor Darcia?»


«Per chi decide di percorrerle fino in fondo.» Il tono di voce del magnate non cambiò, poiché non ce n'era alcun bisogno per lanciare quell'avvertimento. «La reputazione professionale» continuò Darcia, camminando sulla moquette, «è una cosa estremamente fragile in questa società. Un attimo prima sei considerato un investigatore promettente, e l’attimo dopo rischi di diventare solo un uomo che ha costruito un’accusa infondata basandosi su semplici suggestioni personali.»


Hubb rimase completamente immobile sulla poltrona. Darcia fece qualche altro passo in avanti, accorciando sensibilmente la distanza tra loro due.


«Suo padre era un uomo stimato in tutto il dipartimento e ho avuto modo di sentirne parlare spesso in passato» riprese il nobile con una pausa studiata. «Integrità morale, disciplina ferrea e rispetto delle regole, un vero e proprio pilastro della polizia cittadina. Sarebbe davvero un grande peccato se il figlio finisse per macchiare per sempre un cognome così rispettato in città, inseguendo inutili fantasmi della mente.»


L’aria all’interno dell’ufficio sembrò farsi improvvisamente molto più pesante e fredda. Hubb raccolse con calma il cappello dalle ginocchia, ma scelse di non alzarsi ancora dalla poltrona.


«Sta cercando di intimorirmi in qualche modo, signor Darcia?» domandò il detective.


«Assolutamente no,» rispose l’altro sfoggiando un sorriso cortese e impeccabile. «Le sto semplicemente offrendo un saggio consiglio spassionato.» Si fermò del tutto accanto al bordo della scrivania di legno. «Ci sono forze molto potenti in questa città che non amano essere disturbate durante i loro affari. A volte è più saggio proteggere ciò che si possiede già, piuttosto che rischiare di perdere tutto il proprio futuro per ciò che si crede erroneamente di aver visto nel buio.»


Hubb si alzò allora lentamente in piedi, ricomponendosi con fermezza. «La ringrazio molto per la sua premura, signor Darcia.»


«È sempre un piacere collaborare attivamente con le forze della polizia.»


La parola collaborare rimase sospesa nell’aria tra loro due per diversi secondi, carica di significati del tutto opposti e conflittuali.


«Se dovesse avere bisogno di ulteriore documentazione o di chiarimenti ufficiali per il suo caso» concluse Darcia, tornando verso la postazione, «la mia segreteria resta a sua completa disposizione.»


Hubb si fermò un istante sulla soglia d'uscita prima di varcare la porta di vetro. «Non si preoccupi. Quando avrò qualcosa di concreto in mano, stia pur certo che tornerò qui.»


«La attenderò con trepidazione, detective.»


Le porte automatiche dell’ascensore si chiusero dietro le spalle del poliziotto e solo in quel preciso istante il sorriso cordiale di Darcia si spense del tutto, lasciando spazio a un'espressione di gelido disprezzo.


Hubb rimase immobile mentre la cabina iniziava la discesa lungo la parete di vetro. Freeze City scorreva sotto di lui, grigia, innevata, apparentemente ordinaria.


Solo quando l’ultimo piano scomparve sopra la sua testa lasciò andare un respiro che non si era accorto di trattenere.


Darcia non aveva negato con troppa forza. Non si era difeso. Non aveva nemmeno finto indignazione.

Aveva parlato come chi sa di avere il controllo.


La menzione di suo padre gli tornò alla mente con fastidiosa precisione. Un uomo stimato. Un cognome rispettato.

Non era una minaccia diretta. Era peggio. Era un promemoria.


L’ascensore arrivò al piano terra. Le porte si aprirono, lasciando entrare il brusio ovattato della hall.


Hubb si sistemò il cappello e uscì nell’aria fredda della strada.


Il vento gli colpì il viso.


«Piste sbagliate…» mormorò tra sé.


Se Darcia fosse stato innocente, avrebbe liquidato la questione con sufficienza, invece aveva cercato di guidarlo. L'esperienza gli diceva che chi cerca di guidare un’indagine, di solito, ha paura di dove possa arrivare.


E poi c’erano quelle impronte.


Il detective infilò le mani nelle tasche del cappotto.

Non aveva ancora prove definitive, ma aveva qualcosa di più pericoloso: un sospetto fondato... e la certezza che Darcia non fosse l’uomo impeccabile che Freeze City vedeva.


Al piano più alto del grattacielo, Darcia rimase qualche istante fermo davanti alla finestra. La neve cadeva lenta, coprendo ogni cosa con la stessa indifferenza. Solo quando fu certo che l’ascensore fosse ormai arrivato al piano terra si voltò verso la scrivania e prese il telefono interno.


«Fatemi avere il responsabile della sicurezza.»


Passarono pochi secondi prima che la linea venisse stabilita.


«Sì,» disse il CEO, tornando a guardare la città dall'alto. «Il detective Lebowski ha riaperto la questione del covo di quel trafficante.» Una breve pausa. «No, non è ancora un problema. Ma potrebbe diventarlo presto.»


Le sue dita tamburellarono lentamente sul piano di vetro della scrivania, seguendo un ritmo ipnotico.


«Voglio che venga monitorato costantemente. Spostamenti, contatti, eventuali nuove richieste di perquisizione aziendale. Con massima discrezione.» Un’ultima pausa densa. «Non deve accorgersi di nulla.»


Chiuse la comunicazione con un gesto secco. Per un attimo il suo riflesso nel vetro gli restituì un’immagine sdoppiata: l’uomo elegante, il benefattore della città… e qualcosa di più antico, più freddo, che lo osservava da dietro lo sguardo eterocromo.


«Non ora,» sussurrò appena.


Non poteva permettersi distrazioni in quella fase delicata. Il tempo non era ancora del tutto maturo, ma sentiva che si stava avvicinando inesorabilmente.


˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆


L’appartamento di Hubb era silenzioso quando l'investigatore infilò la chiave nella serratura. Era il tipico bilocale di un uomo che viveva da solo, caratterizzato da arredi essenziali e un vago senso di trascuratezza, a causa delle tante notti passate in ufficio per i casi più complessi. Appena entrò in casa, sentì lo scroscio dell’acqua della doccia fermarsi di colpo. Poco dopo, la porta del bagno si aprì e Tsume ne uscì con un asciugamano passato distrattamente tra i capelli grigi ancora umidi; indossava solo una maglietta scura e i pantaloni della tuta, mostrando uno sguardo apparentemente assonnato, ma in realtà vigile.


Hubb sollevò un sopracciglio, guardandolo. «Buongiorno.»


Tsume lo fissò con distacco. «È mattino inoltrato.»


«Appunto,» replicò il detective, togliendosi con calma l’impermeabile bagnato. «Alcuni di noi lavorano di già.»


Tsume sbuffò dalle narici, dirigendosi a grandi passi verso la cucina. «La prossima volta dormi tu su quel vecchio divano sgangherato.»


«Ringrazia che non devi dormire direttamente sul pavimento,» rispose Hubb, già armeggiando con la macchinetta del caffè sul bancone. «Il letto è mio. Ho una certa età e la schiena ne risente subito.»


Tsume si lasciò cadere su una sedia di legno. «Hai parlato con lui?»


Hubb versò il caffè americano in una tazza grande e nera, emanando un aroma intenso. Ne bevve un lungo sorso prima di rispondere al suo sorvegliato speciale. «Sì.»


Il ragazzo alzò un sopracciglio, in attesa. «E...?»


L'uomo fece spallucce. «È andata esattamente come mi aspettavo.»


Tsume lo osservò in silenzio, studiando la sua espressione seria.


«Non avrebbe mai confessato un omicidio su due piedi davanti alla polizia,» continuò Hubb. «Ma non mi pento affatto di aver lasciato chiaramente intendere che ho trovato qualcosa di compromettente al covo.» Bevve ancora un sorso. «Se ha qualcosa da nascondere, farà presto una mossa azzardata. E quando le persone potenti fanno mosse in fretta, di solito commettono sempre errori fatali.»


Tsume abbassò lo sguardo sulle proprie mani. «E se invece non avesse proprio niente da nascondere?»


Hubb lo fissò intensamente sopra il bordo della tazza scura. «Allora sarò io a fare una pessima figura con il dipartimento.»


Tsume si alzò dalla sedia senza aggiungere altro, tornando verso la camera per rivestirsi. Qualche minuto dopo riapparve nell'atrio con la sua giacca di pelle e gli stivali neri, mentre i capelli ancora leggermente umidi gli cadevano disordinati sulla fronte. Prese le chiavi dal tavolo dell'ingresso con un gesto rapido.


«Dove vai adesso?» chiese Hubb, bloccandolo.


«Fuori.»


«Fuori dove?»


Tsume infilò le mani nelle tasche della giacca. «A fare due passi.»


Il detective lo scrutò con evidente sospetto. «Non stai mica pensando di fuggire, vero?»


Tsume gli lanciò un’occhiata tagliente. «Se avessi voluto farlo sul serio, a quest'ora non sarei qui.» Fece una smorfia appena percettibile, portandosi inconsciamente una mano sul fianco dolorante. «Sono stufo di stare chiuso tra queste mura. Voglio sentire un po’ d’aria fresca, magari aiuta con questa dannata ferita.»


Hubb sospirò, scuotendo il capo. «Aspetta. Vengo con te.»


Tsume aveva tuttavia già aperto la porta del pianerottolo. «Non serve.» E uscì.


Hubb rimase un secondo immobile nell'atrio, poi afferrò al volo il cappello grigio dal mobile accanto all’ingresso. «Ragazzo testardo…» si disse, e si affrettò a seguirlo lungo le scale.


˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆


Tsume camminava con le mani infilate nelle tasche della giacca, il capo leggermente chino e lo sguardo duro come l’asfalto sporco di neve sotto i suoi stivali. Aveva scelto deliberatamente strade interne e meno trafficate, tra palazzi anonimi, scale antincendio arrugginite e bidoni dell’immondizia allineati contro i muri scrostati. Freeze City mostrava in quel quartiere il suo volto più crudo. Il freddo pungente gli pizzicava le guance e gli faceva bruciare i polmoni a ogni respiro, ma in qualche modo alleviava il fastidio alla ferita al fianco; il gelo anestetizzava i tessuti, riportando tutto a una dimensione decisamente più sopportabile per il suo corpo. Passò accanto a un’aiuola abbandonata. 


I fiori della luna tintinnarono all'improvviso. Il suono era lieve e quasi cristallino, come se i petali argentati e gli steli vibrassero sotto il peso della neve fresca. Tsume rallentò appena il passo e strinse la mascella, poiché non voleva affatto associare quel suono a nessun ricordo o debolezza della mente. Riprese subito a camminare con decisione. 


Fu allora che incrociò un ragazzo che procedeva nella direzione opposta: aveva capelli neri lunghi fino alle spalle, mossi dal vento, e occhi azzurri chiarissimi, oltre a una giacca di pelle scura che gli aderiva alle spalle come se fosse un’armatura. Tsume inizialmente non gli diede alcuna importanza, intenzionato a tirare dritto.


«Tsume.»


Quel richiamo improvviso lo colpì dritto alla schiena. Si fermò, ma non del tutto, solo quel tanto che bastava per voltarsi di lato e guardare lo sconosciuto oltre la spalla.


«Ci conosciamo?» chiese con la voce piatta e diffidente.


Il ragazzo si era fermato a pochi passi di distanza da lui e lo osservava con assoluta calma, senza alcuna traccia di ostilità nelle iridi. «Tu non conosci me,» disse lentamente. «Ma io conosco te.»


Tsume si voltò allora del tutto per fronteggiarlo e i suoi occhi si fecero sottili. «Sei stato mandato da qualcuno?» Il suo tono si indurì notevolmente. «Se è per una questione di soldi, ti avviso che non ho il becco di un quattrino. Meglio che giri i tacchi e te ne torni da dove sei venuto.»


Il ragazzo non batté ciglio di fronte a quel rifiuto. «Non sono qui per conto di nessuno.» Passò poi un silenzio breve ma estremamente carico di tensione elettrica prima che egli continuasse a parlare. «Il nostro incontro attuale è del tutto casuale.»


Tsume sbuffò dalle narici con disprezzo. «Casuale, certo. Come no.»


«Anche se,» continuò l’altro senza scomporsi, «è stato l’istinto a condurci sulla stessa identica strada oggi.» 


Una forte raffica di vento fece oscillare i suoi capelli scuri sul viso. Tsume lo squadrò con cura dall’alto in basso, stringendo i pugni. «Sei palesemente ubriaco.»


L’altro mantenne la sua imperturbabile fermezza. «No.»


«Allora sei completamente fuori di testa.»


Un angolo delle labbra del ragazzo si mosse appena, accennando a un enigmatico sorriso. «Può darsi.»


Tsume fece un gesto secco per voltarsi e riprendere il cammino. «Non ho tempo da perdere con i matti.»


«Ne hai molto più di quanto credi,» rispose calmo l’altro, bloccandolo sul posto.


Tsume si irrigidì di nuovo, avvertendo una strana fitta. «Che cosa vuoi da me?»


Il ragazzo lo fissò dritto negli occhi, senza la minima esitazione o paura. «Parlare.»


La neve continuava a cadere lenta tra loro e i fiori della luna, poco più in là, vibravano ancora nella penombra del vicolo. Tsume lo fissava dalla testa ai piedi, stringendo i denti. C’era qualcosa in quel giovane di familiare, non un volto preciso o un ricordo nitido, quanto piuttosto una sensazione indefinibile; era come quando si riconosce un odore antico senza sapere da dove provenga, e quella strana familiarità lo irritava non poco.


«Parlare di cosa?» chiese Tsume con la voce bassa e cauta.


Il ragazzo non distolse lo sguardo dalle sue iridi. «Di ciò che sei stato… e di ciò che potrebbe ripetersi presto.» Fece una breve pausa, come se stesse misurando con cura il peso esatto della parola successiva. «Il nome Cheza ti dice qualcosa?»


A quel nome il tempo sembrò contrarsi all'improvviso.


«Cheza hai detto?»


La bocca di Tsume si socchiuse leggermente per lo stupore e il canto soave che gli aveva accarezzato la mente quando era sospeso tra la vita e la morte all'ospedale tornò a vibrargli nitido nelle orecchie. Non si trattava di un suono reale, eppure in quel secondo lo sentiva chiaramente. Il vento gelido si infilò tra i palazzi, sollevando la neve.


«Ma tu chi...?» tentò di chiedere Tsume, ma venne interrotto.


«Ah eccoti finalmente, accidenti quanto sei veloce!»


La voce di Hubb arrivò insieme al rumore dei suoi passi frettolosi sulla neve fresca del marciapiede. Il detective li raggiunse con il fiato corto, emanando piccole nuvole di condensa che si dissolsero rapidamente nell’aria gelida.


«Ti ricordo che rimani pur sempre un mio sorvegliato speciale,» disse l'investigatore con tono ironico, ma non troppo. «Non puoi semplicemente andartene in giro per i fatti tuoi in questo stato.»


Tsume non si voltò neppure a guardarlo, poiché il suo sguardo era letteralmente inchiodato al ragazzo con la giacca di pelle vellutata. Quando gli occhi di Kiba incrociarono poi quelli di Hubb, qualcosa cambiò radicalmente nel volto del lupo bianco e un’ombra pesante di ricordi gli attraversò la mente. Rivide nitidamente l’uomo che, nella sua vita passata, aveva aiutato con lealtà i lupi a salire verso il Monte del Principio; vide la sua caduta, il suo estremo sacrificio e la consapevolezza amara di non poter entrare nel Rakuen alla fine del mondo. Lo stomaco di Kiba si contorse per l'emozione: non si trattava di semplice sorpresa, ma di un sentimento misto a una profonda commozione. Quindi ce l'aveva fatta anche lui a rinascere. 


"Il destino sta riposizionando i pezzi sulla scacchiera uno dopo l’altro?" pensò il ragazzo. Kiba abbassò appena lo sguardo sulla neve, poi lo rialzò fiero verso di loro: non c’erano ormai più dubbi, il ciclo interrotto stava riprendendo il suo corso.


«Tu chi sei?» domandò Hubb, contraendo un poco il muscolo di un sopracciglio mentre studiava con professionalità l’espressione tesa dello sconosciuto. «Sei un amico di Tsume?»


«Non ho la minima idea di chi diavolo sia,» rispose Tsume senza distogliere gli occhi da Kiba. «E non ho idea di cosa stia parlando in questo momento.»


Il vento invernale si infilò tra loro tre, sollevando piccoli vortici di neve sul cemento.


«Parlo di ciò che sta avvenendo attorno a noi in questa città,» disse Kiba con assoluta calma. «Misha aveva ragione… i fiori stanno sbocciando ovunque nei vicoli.»


A quel nome Tsume scattò violentemente in avanti, con il cuore in gola.


«La conosci?»


Hubb gli afferrò la manica della giacca di pelle con un gesto rapido e istintivo, non brusco ma estremamente fermo. Al detective era ormai del tutto chiaro che quel ragazzo dai capelli grigi reagiva con un’intensità incontrollabile ogni volta che qualcuno nominava quella ragazza. 


«Calma, Tsume» mormorò l'investigatore.


Kiba non esitò anche di fronte a quella furia. «Sì. L’ho conosciuta. E ho rivisto anche Toboe e Hige.» Il ragazzo fece un lieve cenno con la testa, come se quei nomi avessero un significato specifico. «Ma non è il caso di parlarne qui, in mezzo alla strada.» I suoi occhi azzurri si posarono prima su Tsume, poi si spostarono su Hubb con rispetto. «Se le mie parole stanno avendo per voi un qualche significato… seguitemi. Per gli altri preferisco aspettare, ma per voi due credo sia arrivato il momento di scoprire quanto… ricordate.»


La parola rimase sospesa nel silenzio del vicolo. Ricordate.


Tsume e Hubb si scambiarono uno sguardo denso di interrogativi. Un ragazzo apparso dal nulla parlava di persone che conoscevano e alludeva a ricordi che nessuno dei due avrebbe mai dovuto possedere nella propria vita.


«Possiamo fidarci, secondo te?» chiese Hubb a bassa voce, studiando il profilo dello sconosciuto.


Tsume non distolse gli occhi da Kiba. «Non lo so,» ammise. «Ma quello che dice…» Il giovane uomo strinse appena la mascella per la tensione. «Non mi suona nuovo. E non chiedermi il perché.»


Kiba, nel frattempo, si era già voltato di spalle lungo la strada secondaria, camminando con le mani infilate nelle tasche della giacca. Non si affrettò e non si voltò neppure a controllare se lo stessero seguendo, limitandosi ad attendere la loro mossa. Sperò in cuor suo che almeno loro due fossero abbastanza pronti a quella rivelazione, perché dietro il velo fitto della loro amnesia non c’erano soltanto semplici ricordi di un tempo passato. 


I due avrebbero potuto tranquillamente girare i tacchi e lasciar perdere quel giovane delirante, e forse lo avrebbero fatto sul serio se l’episodio all’ospedale, quella visione condivisa, improvvisa e impossibile, non fosse rimasta ancora incisa nelle loro menti come se fosse successa solo il giorno prima. Tsume tornò con lo sguardo ai piccoli fiori bianchi che spuntavano nell’angolo del marciapiede; crescevano miracolosamente tra l’asfalto crepato e la neve sporca, apparendo delicati e del tutto fuori luogo in pieno inverno, in una città soffocata dal gelo quasi ogni giorno. Era una cosa del tutto assurda.


«Dobbiamo seguirlo,» disse infine Tsume, senza alzare il tono della voce.


Kiba era ormai qualche metro più avanti lungo il vicolo, con la figura scura che si stagliava nitidamente nel bianco della neve. Hubb lo osservò di profilo, scettico. «Ne sei davvero certo? Potrebbe essere un tuo nemico dei bassifondi che ci sta portando dritti in una trappola.»


Tsume non distolse gli occhi dalla schiena del ragazzo. «Cosa ti dice il tuo istinto da poliziotto in questo momento?»


La domanda lo colpì molto più di quanto l'investigatore volesse ammettere ad alta voce e Hubb assottigliò lo sguardo. Dentro di lui qualcosa di profondo premeva per uscire: non si trattava di una sensazione del tutto nuova, ma era qualcosa di molto simile a un ricordo antico che non riusciva a diventare un'immagine nitida nella coscienza. Era come se nella sua mente logica esistesse un archivio ordinato, con cassetti etichettati con cura, e uno solo fosse rimasto ostinatamente chiuso. Il cassetto era privo di una serratura visibile, eppure sapeva con assoluta certezza che al suo interno era custodito qualcosa di vitale. Quel ragazzo sconosciuto poteva davvero aiutarlo ad aprirlo, oppure avrebbe solo scoperchiato un vaso di Pandora che sarebbe stato decisamente meglio lasciare sigillato per sempre? 


Il vento invernale soffiò più forte tra i palazzi, facendo vibrare i petali d'argento dei fiori della luna. Hubb inspirò lentamente l'aria gelida. «Il mio istinto,» disse infine l'investigatore, prendendo una decisione, «mi dice che non sta mentendo, e mi dice anche che se lo lasciamo andare adesso, potremmo rimpiangerlo.»


Tsume fece un mezzo sorriso, appena accennato sulle labbra. «Allora muoviti.»


Senza aggiungere altro, il giovane uomo iniziò a seguire la figura di Kiba nella neve. Hubb rimase solo un secondo indietro sul marciapiede, poi si sistemò il cappello in testa e lo raggiunse a passo svelto. La neve fresca scricchiolava sotto i loro passi; qualunque cosa li stesse aspettando alla fine di quel percorso, sapevano bene che non sarebbe stata una semplice conversazione tra ragazzi. In fondo al cuore, entrambi lo sentivano già.


˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆


La campanella sopra la porta della caffetteria tintinnò leggera. Misha non alzò subito lo sguardo, poiché stava sistemando con cura delle tazze sul ripiano dietro al bancone, concentrata al massimo a non farle urtare tra loro.


«Un cappuccino e una brioche alla crema, per favore.»


Una voce maschile, calma, educata e soprattutto familiare le giunse all'improvviso alle orecchie. Misha sollevò subito gli occhi. Darcia era lì, in piedi davanti al bancone della caffetteria, impeccabile come sempre nel suo cappotto scuro tagliato su misura, i guanti in pelle nera e lo sguardo attento ma non invadente. Le rivolse un sorriso appena accennato sulle labbra. 


«Buongiorno, Misha.»


Lei non nascose un lieve stupore per quella visita inaspettata, poi ricambiò il saluto con la solita professionalità. «Buongiorno, signor Darcia. Non mi aspettavo di vederla qui oggi.»


«Mi trovavo in zona per degli affari.»


Misha prese la tazza pulita e azionò la macchina del caffè; il vapore salì rapido, creando una piccola nube calda tra loro due.


«Come procedono le lezioni di ballo?» chiese lui con il suo solito tono cortese.


Misha si irrigidì impercettibilmente a quella domanda. «Bene. L’insegnante è molto… rigorosa.»


Darcia accennò un sorriso molto più visibile. «È una qualità del tutto necessaria, quando si vuole ottenere un risultato impeccabile.» L'uomo fece una breve pausa, osservando distrattamente l’ambiente circostante. «Immagino che non sia affatto semplice prepararsi per un evento di un certo livello.»


«Ci stiamo impegnando,» rispose lei, posando con cura la tazza fumante davanti a lui.


Darcia la osservò in silenzio un secondo di troppo. «Ne sono assolutamente certo.» Il suo sguardo si abbassò brevemente sulle mani della ragazza che stringevano il bancone. «Hai un’aria piuttosto stanca.»


Misha si raddrizzò appena sulla schiena. «Solo un po’ di lavoro in più in questi giorni.»


«Dopo tutto quello che ti è capitato, sono davvero sorpreso dei progressi fatti,» disse lui, mescolando lentamente il cappuccino con il cucchiaino. «Sei una ragazza dall'animo forte.»


A quel complimento il cuore di Misha ebbe un improvviso sussulto, anche se lei non si seppe spiegare il perché. «Signor Darcia…» esitò un istante, combattuta. «Lei crede davvero alla ricerca del Rakuen e ai fiori della luna?»


Lui sollevò lo sguardo con una calma studiata. «Come mai me lo stai chiedendo proprio adesso?»


«Non so spiegarle bene il perché, ma in questo periodo sto vedendo quei particolari fiori bianchi ovunque... e oh, mi scusi, lei è venuto qui per staccare dal lavoro e io ora la sto importunando con i miei pensieri assurdi.» Misha provò a chiudere frettolosamente l'argomento con una risatina casuale, per poi passare un panno pulito sul bancone di legno. Ma Darcia non stava ridendo affatto.


«Misha, ci conosciamo da pochi mesi, ma ho capito fin da subito che tu non parli tanto per dire,» rispose infine con tono misurato e profondo. «Se hai dei pensieri che ti tormentano, devi dirli ad alta voce, tu stessa me lo hai spiegato l'altro giorno.» Prese la brioche con estrema eleganza. «E poi hai accennato alla leggenda di cui abbiamo ampiamente parlato nell'ufficio e che, tra l'altro, sarà il tema centrale della mia festa. Se hai delle curiosità al riguardo, non sono forse io il massimo esperto in materia?»


Il sorriso amichevole di Darcia la rincuorò molto; nonostante fosse un uomo potente che viveva tra colonne dorate, la sua gentilezza e il suo tono misurato lo rendevano in qualche modo vicino, umano. Proprio non riusciva a capire perché una parte profonda di lei la mettesse sempre inconsciamente in allerta ogni volta che lo vedeva entrare. In quel preciso momento, fuori dalla grande vetrina, un piccolo gruppo di persone passò accanto un fiore bianco che spuntava dal bordo della strada; uno dei passanti, gli diede un calcio volontariamente. Il fiore oscillò visibilmente, ma non si spezzò. Darcia seguì l’intera scena con la coda dell’occhio.


«Certo che la generazione di giovani di oggi è davvero maleducata,» disse l'uomo con voce bassa. «Come se fossero proprio i fiori la fonte dei loro mali, quando sono semplicemente simboli puri di ciò che stanno seminando nel mondo.»


Misha tornò a guardarlo intensamente. Parlava sempre per enigmi, ma questa volta il discorso stranamente le risuonava dentro con forza. «Stanno spuntando ovunque, non è così?»


Il sorriso del magnate tornò impeccabile sui suoi lineamenti. «Te ne sei accorta anche tu, vedo. È così, Misha. Te l'ho detto che non si trattava solo di una semplice leggenda.» Lasciò alcune banconote sul bancone, molto più del dovuto per la colazione. «Purtroppo il dovere mi chiama.» Sospirò, sistemandosi i guanti. «Tieni il resto, è sempre un vero piacere parlare con te.» Fece per andarsene verso la porta, poi si fermò un istante sulla soglia. «A proposito… se dovessi avere qualsiasi tipo di problema, Misha, non esitare a contattarmi direttamente.» Infine, le porse un lieve cenno del capo prima di congedarsi.


La campanella sopra l'ingresso tintinnò di nuovo. Misha rimase del tutto immobile per qualche secondo, fissando la porta di vetro che si era appena chiusa. Non solo una leggenda. Sentì improvvisamente freddo e si strinse nelle spalle per un brivido. In appena sei mesi erano accaduti avvenimenti tali da segnarla per una vita intera, e ora lo percepiva chiaramente nell'aria. Forse si trattava dell'istinto di cui le aveva accennato quel misterioso ragazzo di nome Kiba sulla terrazza? Un'ondata imprevista di pensieri e frammenti si accavallò l'uno sull'altro nella sua mente, lasciandola senza risposte.


Ma la campanella sopra la porta d'ingresso tintinnò di nuovo, interrompendo quel flusso di pensieri.


«Buongiorno, benvenuto alla nostra caffetteria!» disse Misha, come un semplice riflesso condizionato. 


Solo quando mise bene a fuoco la figura del nuovo avventore riconobbe quella inconfondibile chioma fulva. Il sorriso professionale le si spense quasi subito sulle labbra, lasciando spazio a un profondo stupore. Era Hige. Dopo giorni di assenza e silenzio, il ragazzo era finalmente tornato nel locale. Si sgrullò i fiocchi di neve fresca dai ricci rossi, restando fermo con le mani infilate nelle tasche della tuta mentre si avvicinava lentamente al bancone di legno.


«Un panino con il bacon» ordinò lui.


«Non è nemmeno mezzogiorno…» rispose lei, guardandolo.


Nelle sue parole, tuttavia, non c’era il solito tono leggero e complice dei mesi passati. 


«Se la cucina è chiusa, allora passo un altro giorno» replicò Hige con distacco. Fece per voltarsi verso l'uscita.


«Aspetta.»


Misha lo fermò con un gesto rapido della mano, si precipitò subito sul retro del locale e chiese al cuoco se la cucina per caso fosse già operativa per i piatti caldi. Il cuoco le diede una risposta affermativa con un cenno del capo. La ragazza tornò allora al bancone, mostrando un lieve sorriso controllato.


«Buone notizie. Te lo stanno preparando sul momento. Nel frattempo vuoi bere altro? Una cola?»


Hige si sedette senza fretta sullo sgabello alto di fronte a lei. «Acqua naturale. Non posso eccedere con le calorie in questi giorni, o quella strega dell’insegnante di ballo mi dirà di nuovo davanti a tutti che sono goffo nei movimenti.» Il rosso gonfiò le guance, sbuffando contrariato. «Mi odia a morte, ne sono certo.»


Un’ombra di sorriso genuino attraversò finalmente il volto di Misha. «Per me sei bravo, invece. Hai fatto dei passi da gigante dall'inizio del corso.» Continuò a sistemare con calma i bicchieri puliti sul ripiano. «Non sei mica obbligato a venire alle lezioni, comunque. Lo facevi solo per me, no?»


Hige distolse imbarazzato lo sguardo da lei, fissando il pavimento. «Lo faccio semplicemente perché mi va di farlo. Voglio davvero andare a quella festa.»


«Sai, hai mancato di poco il signor Darcia» riprese lei a bassa voce. «È passato proprio prima di te.» Le mani le tremarono appena per l'emozione mentre strofinava con forza lo straccio nei bicchieri di vetro. «Anche lui ha notato che i fiori stanno spuntando sempre di più.»


Hige si irrigidì visibilmente a quel commento, incupendosi. «La smetti una buona volta con questa storia dei fiori? Quel tipo strano della terrazza panoramica ti ha riempito la testa di sciocchezze. Non ti facevo così…»


Il ragazzo aveva alzato sensibilmente la voce senza manco accorgersene e alcuni clienti dei tavoli vicini si voltarono incuriositi.


«Tutto bene, Misha?» chiese il datore di lavoro, sporgendosi accigliato dalla cassa.


«Sì, sì, tutto bene, non si preoccupi» rispose lei con una risatina forzata per salvare la situazione. «Sai bene che il nostro Hige diventa intrattabile quando ha troppa fame.»


L’uomo li osservò con sospetto ancora per un breve attimo, poi alla fine annuì e tornò tranquillo alle sue occupazioni amministrative.


«Scusa,» disse Hige a voce decisamente più bassa, dopo qualche secondo di silenzio imbarazzato. 


Misha non rispose subito, limitandosi a continuare a lavare i bicchieri nel lavandino.


«Scusa,» ripeté lui, cercando il suo sguardo.


Lei abbassò a sua volta il tono della voce per non farsi sentire. «Ultimamente non ti riconosco più, Hige.» Si prese poi anche lei qualche momento di silenzio per riflettere, un attimo ovattato dal tintinnio continuo dei cucchiaini e il vociare degli altri avventori della caffetteria. «Siamo entrambi nella stessa identica situazione, dopotutto.»


Hige la guardò intensamente, sorpreso. «Che vuoi dire con questo?»


«Anche io ho avuto una visione» confessò lei.


Il ragazzo sgranò gli occhi per lo stupore. «Quando ti è successo?»


«Poco prima del mio rapimento, nel vicolo. All’inizio pensavo si trattasse solo di una suggestione dovuta alla stanchezza… poi però, dopo il trauma, l’ho associata a una specie di premonizione.»


«E come ti ha fatto sentire di preciso?»


Misha rimase in silenzio per qualche secondo, stringendo lo straccio tra le dita. Il labbro le tremò appena per l'emozione repressa. «Come se la vita mi stesse abbandonando del tutto.»


La frase cadde pesante e fredda tra loro due sul bancone. In quel preciso momento entrarono nuovi clienti dalla porta e lei dovette inevitabilmente voltarsi verso di loro, costringendosi a sfoggiare un sorriso cordiale di benvenuto. 


Hige la osservava in totale silenzio dallo sgabello. Quella situazione di stallo lo faceva stare malissimo; gli sembrò che in quei giorni la neve, oltre ad avere sepolto l’intera città, avesse sepolto per sempre anche la loro gioia quotidiana. Non riusciva a capire cosa stesse accadendo attorno a loro, ma sapeva con certezza che in qualche modo doveva reagire. A un certo punto Hige si alzò di scatto dalla postazione e le gambe dello sgabello strisciarono leggermente sul pavimento di legno, producendo un rumore secco. Posò entrambe le mani sul bancone, piegandosi in avanti verso la ragazza. L’espressione sul suo volto si fece improvvisamente decisa, seria e quasi ostinata.


«Misha, quando stacchi di preciso dal turno?»


La domanda improvvisa la colse del tutto di sorpresa, tanto che rimase ferma con il panno a mezz’aria. «All’una… perché me lo chiedi?»


Hige le rivolse un sorriso pieno, sforzandosi con tutto sé stesso di sembrare il più naturale e coraggioso possibile. Si puntò deciso il pollice contro il petto. «Perché dopo avrai un appuntamento con me e non accetto un “no” come risposta, sia chiaro.»


Più tardi, quando la ragazza staccò finalmente dal turno di lavoro, si ritrovò Hige ad attenderla proprio sulla soglia della caffetteria. Si era cambiato d'abito nel frattempo; indossava una camicia bianca caratterizzata da un pattern a griglia, un paio di jeans puliti e una giacca sportiva di tessuto sintetico scuro. Misha ammise onestamente tra sé e sé che non pensava affatto che lui possedesse nel guardaroba qualcosa di diverso dalle solite tute sportive e, a dire il vero, doveva riconoscere che con quell'abbigliamento non stava nemmeno male.


«Sei stanca?» le chiese subito il ragazzo, scrutandola con attenzione in viso per capire il suo stato d'animo.


Misha aprì con calma l’ombrello di plastica trasparente per ripararsi dalla neve e scosse il capo in segno di diniego. «Ormai sono abituata a questi ritmi. Sgranchirmi le gambe mi aiuterà sicuramente a uscire dal mood lavorativo.»


Hige estrasse improvvisamente un paio di biglietti cartacei dalla tasca della giacca e glieli sventolò con allegria davanti agli occhi, mostrando un sorriso sfacciato.


«Che cosa sono?» domandò lei, inarcando le sopracciglia per la curiosità.


«Biglietti per il bioparco!» esclamò lui fiero della sorpresa.



Mezz’ora più tardi Hige parcheggiò l'auto non lontano dall’entrata principale. Il bioparco accoglieva i visitatori con le imponenti statue di un elefante e di una tigre, disposte proprio ai lati del varco. Il grande cancello in ferro battuto era spalancato e davanti alle casse si era già formata una bella fila di persone, ma Hige era stato previdente in quell'occasione: avendo acquistato i biglietti online, dovettero attendere solo il rapido controllo elettronico all’ingresso per entrare.


«Dunque… da questa parte l’area dei primati, da quest’altra i felini… poi qui gli animali delle conifere e delle latifoglie… che vorrà dire, mah!» disse Hige, studiando la piantina di carta con aria visibilmente concentrata.


«Sono animali di montagna,» rispose lei distrattamente, guardandosi attorno con curiosità. Era da quando era una bambina che non visitava quel luogo, e ora le sembrava quasi di osservare ogni recinto con uno sguardo completamente diverso rispetto al passato.


«Dove vuoi andare per prima?» le chiese lui, sollevando gli occhi dal foglio.


Misha si avvicinò a lui per leggere meglio la cartina, sfiorando leggermente la sua spalla. Ci pensò su per un breve attimo, poi indicò un punto preciso sulla mappa colorata.


«Gli ippopotami.»


«Che?» fece Hige, sgranando gli occhi sorpreso.


«Non ti piacciono?»


«Mi sono indifferenti… è che pensavo scegliessi animali più carini. Da ragazza, ecco.»


Misha si accigliò all'istante di fronte a quel commento. «Hige, forse hai un’idea un po’ arretrata di quello che piace alle donne.» La ragazza incrociò le braccia al petto e si girò leggermente di lato, fingendosi offesa dal suo atteggiamento. «E poi è nato un cucciolo recentemente. Dalle foto sui social è proprio… adorabile.» Arrossì appena sulle guance nel dirlo ad alta voce.


Si diressero subito verso la vasca degli ippopotami, dove gli addetti della struttura sembravano schierati come una piccola guardia, pronti a gestire la folla crescente dei visitatori. Tutti volevano a tutti i costi fotografare il cucciolo appena presentato al pubblico e, per evitare che i visitatori si accalcassero pericolosamente contro il grande vetro protettivo, il personale faceva avvicinare i gruppi a turno. Quando fu finalmente il loro momento dovettero restare molto vicini, spalla a spalla, per non essere spintonati dagli altri. 


Il piccolo ippopotamo sostava tranquillo accanto alla madre, del tutto ignaro di essere diventato una celebrità. Misha e Hige lo salutarono con la mano e, con loro immenso stupore, il cucciolo sembrò notare quel movimento ravvicinato e si avvicinò spontaneamente al vetro. Si chinarono entrambi sul parapetto per osservarlo meglio. I loro sguardi si incrociarono per un breve istante carino, poi tornarono a focalizzarsi sul piccolo animale, che appariva goffo, tondo e con la bocca ancora del tutto priva di veri denti.


«Sei proprio piccolo e tenero, sai?» mormorò Misha con dolcezza, avvicinando il viso alla superficie trasparente.


Il cucciolo spalancò la bocca all'improvviso, come se volesse rispondere con un’espressione buffa a quel complimento, quasi l'avesse capita sul serio.


«Mamma, guarda che bello, apre la bocca!» gridò un bambino poco più in là, indicando la vasca.


L’entusiasmo generale esplose tra i presenti e in un attimo la folla si fece decisamente più pressante, tanto che Hige e Misha vennero spinti indietro con forza dalla calca.


«Ma guarda che modi la gente,» sbottò Hige, visibilmente infastidito dalla maleducazione dei visitatori. Poi si voltò subito verso di lei con premura. «Stai bene?» 


Il ragazzo le sfiorò il braccio con un gesto delicato per accertarsi delle sue condizioni. Misha annuì prontamente per rassicurarlo. Cercò di nuovo con lo sguardo il piccolo ippopotamo tra la folla, ma ormai l'animale era completamente nascosto dietro le schiene delle persone accorse. Intanto gli addetti alzarono la voce per riportare un minimo di ordine e far defluire il gruppo.


˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆


Tsume e Hubb lo avevano seguito senza fare domande, ma senza mai abbassare davvero la guardia. Kiba camminava qualche passo davanti a loro, con le mani infilate nelle tasche della giacca di pelle e lo sguardo fisso in avanti. Li condusse infine in una zona periferica della città, dove alcuni cantieri recintati circondavano una vecchia galleria ferroviaria ormai dismessa. Attorno a loro si stagliavano impalcature immobili, reti arancioni mosse dal vento e cartelli di lavori in corso leggermente piegati dal peso della neve accumulata. Il luogo appariva completamente deserto.


«Siamo sicuri che possiamo sostare qui?» chiese Hubb, leggendo con attenzione uno dei cartelli di divieto.


«Possiamo,» rispose Kiba, fermandosi. «In questi giorni i lavori sono fermi. Nessuno verrà a disturbarci.»


Hubb lo studiò con professionalità. «Te la sei studiata bene, vedo. Qualcosa mi dice che il nostro incontro di prima non è stato del tutto casuale.»


Kiba fece un cenno lento con il capo. «È così, non sono stato del tutto sincero prima. Erano giorni che vi stavo cercando.» Il ragazzo spostò lo sguardo profondo su Tsume. «Anche se non avrei mai creduto che con te ci fosse il detective Lebowski.»


«Sei un mio fan?» ironizzò Hubb, ma la battuta cadde in un’aria decisamente troppo tesa.


Kiba lo guardò seriamente, con rispetto. «Il fatto è che lei non sarebbe dovuto essere qui.»


Le parole non suonarono come una minaccia, ma come una constatazione. Hubb aggrottò la fronte e il tono della sua voce si fece più fermo, mentre lo fissava dritto negli occhi. «Non capisco che cosa intendi con questo.»


Kiba restituì uno sguardo tutt'altro che infastidito o provocatorio, ma intriso di una profonda commozione.


«Come ti chiami, ragazzo?» chiese allora il detective.


«Si chiama Kiba.»


Tsume aveva parlato prima ancora di rendersi conto di averlo fatto; il nome gli era uscito dalle labbra in modo viscerale, come se non fosse stato scelto sul momento, ma come se fosse improvvisamente riemerso dal passato. 


Kiba lo guardò, illuminandosi in viso. «Allora ti ricordi.»


Tsume scosse bruscamente la testa, infastidito da quel cedimento. «Io non ricordo un cazzo. Smettila.»


Il vento gelido attraversò l’imboccatura della galleria, producendo un suono cupo e profondo.


«Si può sapere che sta succedendo qui?» intervenne Hubb, stringendo i denti. «Chi sei e cosa vuoi da noi?» Il detective era visibilmente impallidito; il cuore gli martellava furiosamente nel petto per la tensione, e questo lo irritava ancora di più, poiché non era affatto un uomo abituato a farsi destabilizzare in quel modo.


Kiba strinse i pugni lungo i fianchi, sembrando lottare duramente contro qualcosa che si muoveva dentro di sé. «Vi racconterò una storia,» disse infine. «Ma non so se siete pronti ad ascoltarla sul serio.» Fece un respiro profondo per ritrovare la concentrazione. «Se non fosse che Cheza sta chiedendo aiuto… e io non ho idea di dove trovarla.»


Il nome della fanciulla fiore vibrò nitido nell’aria fredda.


«Tu provaci,» disse Hubb, usando un tono più umano e comprensivo. «Al massimo la prenderemo per uno scherzo.» Lo osservò meglio nei dettagli. «Ma è del tutto evidente che per te non lo è affatto. Qualunque cosa sia questa storia, ti sta consumando dall'interno.»


Kiba abbassò lo sguardo per un breve istante sulla terra battuta, poi lo rialzò fiero. La neve riprese a cadere oltre l’ingresso della galleria, lenta e silenziosa.


«Allora ascoltate.»


˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆


Hige e Misha trascorsero l’ora successiva passeggiando con calma lungo i viali del bioparco, che apparivano ben spazzati e curati nonostante la rigidità della stagione. Molte delle recinzioni esterne erano comprensibilmente vuote; essendo ormai pieno inverno, soprattutto gli animali provenienti da zone calde preferivano restare protetti negli spazi interni riscaldati. Questo inconveniente, tuttavia, non impedì affatto ai due ragazzi di divertirsi e di godersi la giornata. 


Si fermarono al bar interno della struttura per una merenda veloce e, quasi senza pensarci troppo, acquistarono due cappellini buffi dotati di fasce laterali pendenti: lei scelse sorridendo quello a forma di panda, mentre lui optò per quello da scimmia.


«Ti si addice,» commentò Misha, sistemando con cura le orecchie finte sulla testa di lui.


«Parla quella col panda,» ribatté subito Hige, ridacchiando.


Si infilarono poi con curiosità in una cabina fotografica poco distante, dove era possibile applicare vari filtri digitali come orecchie, baffi e nasi da animale. Scattarono diverse foto in sequenza e scoppiarono a ridere di cuore quando videro i risultati sullo schermo. In una erano diventati un cane, in un'altra un gatto e nella terza una stramba papera.


«Questa è terribile,» disse Hige, indicando la stampa con il becco.


«Sei tu che sembri una papera arrabbiata,» ribatté lei, dandogli una leggera gomitata.


Quando le strisce stampate uscirono infine dalla fessura metallica della cabina, Misha le raccolse e gliele porse.


«Quale ti piace di più?»


Hige inclinò la testa di sbieco, studiando le immagini con aria concentrata. «Non so… mhm.»


«Non te ne piace neanche una?» domandò lei, inarcando un sopracciglio.


«Mi piacciono tutte, in realtà.» Il rosso sollevò lo sguardo verso di lei, guardandola dritto negli occhi. «E tu sei decisamente carina in tutte.»


Lo disse con una semplicità e una genuinità del tutto disarmanti, senza alcuna malizia. Poi, quasi per sottrarsi all'imbarazzo di quel momento, alzò rapidamente lo sguardo verso un cartellone informativo poco distante. «Vieni, andiamo da questa parte adesso.»


Partì quasi di corsa lungo un viale innevato che conduceva direttamente alla grande galleria zoologica. Misha, tuttavia, non lo seguì subito nel tragitto. Era rimasta immobile, colta in contropiede da quel complimento spontaneo detto con tanta naturalezza. Sentì le guance avvampare improvvisamente di calore e, per un brevissimo istante, il freddo gelido di Freeze City sembrò non esistere più.



All’ingresso della grande galleria zoologica una locandina spiccava più delle altre, attirando immediatamente l’attenzione di tutti i visitatori di passaggio. 


Storia dei lupi. 

Storia di un’estinzione ingiusta.


Sull’immagine in bianco e nero campeggiava un vecchio disegno, una delle pochissime testimonianze rimaste di quella splendida creatura ormai del tutto scomparsa nel mondo attuale: era il profilo di un lupo tratteggiato a mano, con lo sguardo rivolto verso un orizzonte invisibile. Misha assottigliò lo sguardo quando notò con sorpresa che proprio in basso sul manifesto era riportato il logo dell’ente patrocinante della mostra, ovvero un fiore bianco stilizzato.


«Devi perdonarmi… non sono stato del tutto limpido con te.»


La voce improvvisa di Hige la richiamò bruscamente alla realtà. Il ragazzo si stava grattando la nuca, visibilmente imbarazzato per quel segreto. Misha non disse nulla alla confessione, limitandosi a guardarlo negli occhi e aspettando che continuasse a parlare.


«Ti ho portato in questo posto proprio per assistere a questa conferenza.»


«Perché?» La fronte della ragazza si corrugò per la perplessità.


Hige inspirò a fondo l'aria fredda, poi sospirò rassegnato. «Per tutto quello che sta capitando, Misha. E per quello che sta capitando a noi due in questo periodo.» Abbassò lo sguardo sulle proprie scarpe per un breve istante. «Perdonami… ma credo che questa spiegazione potrebbe esserci davvero utile in questo momento, se non altro per provare a capire qualcosa.»


«Capire cosa di preciso?» La voce di Misha vibrò appena per una sottile nota di ansia.


Hige fece un cenno eloquente con il capo verso la locandina appesa alla parete. «Nel tuo libro… ne I Racconti Perduti del Libro della Luna… non si parlava anche dei lupi e del loro legame con i fiori?»


Lei rimase completamente immobile, ascoltandolo.


«Se questi animali sono coinvolti in qualche modo in tutta questa assurda faccenda, allora io voglio capire fino in fondo in che cosa consista il legame» riprese il ragazzo, facendo un passo deciso verso di lei. «Vuoi entrare nella sala con me?»


Hige le porse il palmo aperto e, quando Misha lo guardò fisso negli occhi, vi lesse un limpido barlume di speranza e determinazione. La ragazza deglutì a fatica, profondamente combattuta nel cuore: non sapeva se voleva davvero incamminarsi lungo quella strada misteriosa, e non sapeva nemmeno spiegarsi dal punto di vista razionale perché quella semplice parola, lupi, le stringesse il petto in una morsa tanto dolorosa. Forse si trattava solo di paura, la paura ancestrale che tutto ciò che le stava succedendo attorno smettesse per sempre di essere un insieme di semplici coincidenze. Rimase in un silenzio assoluto ancora per un battito di ciglia, poi si fece forza, scacciò i dubbi e gli prese la mano.


Il professore si sistemò con cura gli occhiali sul naso e lasciò scorrere sullo schermo la prima immagine di un lupo che dominava fiero una cresta montuosa.


«I lupi si estinsero circa duecento anni fa. Non in un’unica notte, non con un evento improvviso. Fu un processo lento e sistematico.»


Il docente fece una breve pausa per catturare l'attenzione della sala. 


«Erano animali grandi, fieri, perfettamente adattati alla vita nelle montagne e nelle foreste. Predatori intelligenti, organizzati in branchi con una struttura sociale complessa. Per secoli avevano mantenuto un equilibrio naturale perfetto tra fauna predatoria e fauna predata.»


Cambiò la diapositiva, che mostrò subito ai presenti mappe dettagliate, grafici complessi e dati storici. 


«Poi arrivò l’uomo moderno. Armi molto più precise, trappole più efficienti, e soprattutto una narrativa culturale che trasformò il lupo in un nemico da abbattere. La caccia divenne incontrollata in ogni regione. Non più per sopravvivenza o difesa, ma per paura, per profitto e per una mera dimostrazione di dominio sulla natura.»


Un leggero mormorio attraversò la sala della conferenza. 


«A un certo punto, semplicemente… non se ne trovarono più. Le segnalazioni diminuirono drasticamente, gli avvistamenti ufficiali cessarono e le ultime tracce biologiche si persero nelle zone montane più isolate del nord. Poi, calò il silenzio più assoluto.» Il professore abbassò sensibilmente il tono della voce per dare enfasi. «La loro scomparsa non fu soltanto simbolica per la nostra cultura, ma creò uno squilibrio evidente negli ecosistemi locali. Senza il principale predatore naturale, alcune specie erbivore proliferarono oltre misura, alterando la vegetazione spontanea e impoverendo i territori. L’equilibrio millenario si spezzò di colpo.»


Sul grande monitor tornò l’immagine iniziale del lupo sulla cresta. 


«Eppure…» Il professore incrociò le mani sul leggio, fissando la platea. «Nonostante l’uomo si sia accanito con tanta violenza su una specie così nobile, il lupo non è mai scomparso del tutto.»


Qualcuno in platea, colpito da quell'affermazione insolita, sollevò subito lo sguardo verso il palco. 


«È rimasto saldamente nella nostra cultura di massa. Nei racconti popolari, nei miti antichi, nelle fiabe per bambini e persino nelle metafore linguistiche che utilizziamo ogni giorno senza pensarci.» Il professore accennò a un sorriso. «Diciamo comunemente solitario come un lupo. Occhi da lupo. Affamato come un lupo.»


Fece scorrere un’ultima immagine sul monitor, mostrando l’illustrazione antica di un'incisione medievale. 


«È come se il lupo si fosse estinto nella carne… ma non nell’anima collettiva della nostra specie.»


Si fermò un istante prima di concludere il discorso, lasciando che il silenzio avvolgesse la sala. 


«Forse perché rappresentava qualcosa che l’uomo riconosce intimamente in sé stesso: l’istinto primordiale, la libertà assoluta, la forza selvaggia.» Lo sguardo del docente si fece più intenso e penetrante verso i sedili. «Forse i lupi non camminano più tra le montagne innevate. Ma continuano a camminare dentro di noi.»


Hige e Misha si erano accomodati al centro della sala conferenze. Non tutte le sedie erano occupate, così poterono seguire l’esperto senza alcuna difficoltà, osservando con attenzione le diapositive che scorrevano sul grande schermo. Ascoltarono ogni singola parola con un’attenzione quasi febbrile, passando dai dati biologici più tecnici alle riflessioni antropologiche più filosofiche. Avevano un disperato bisogno di cogliere ogni minimo dettaglio: forse, proprio tra quelle informazioni accademiche, si nascondeva una risposta concreta al loro tormento. Ma il professore non nominò mai i fiori della luna e nemmeno la ricerca del Rakuen, neppure sotto forma di metafora poetica. I due ragazzi non si accorsero che, per tutto il tempo della durata del dibattito, si stavano stringendo inconsciamente la mano, come se avessero un profondo bisogno di sostenersi a vicenda.


Arrivò finalmente il momento dedicato alle domande del pubblico e le loro mani si alzarono quasi all’unisono verso il palco. L’anziano relatore sorrise con evidente soddisfazione, indicandoli.


«Prima la signorina col cappello da panda. Poi il suo ragazzo col cappello da scimmia. Prego.»


Qualche risatina divertita si sparse inevitabilmente tra le poltrone della sala. Misha si alzò leggermente in piedi, ricomponendosi.


«Ecco, professore…» disse, avvertendo un poco di imbarazzo. «Siamo assolutamente certi che i lupi siano totalmente estinti? Con la tecnologia che abbiamo oggi non sarebbe possibile mappare in modo capillare i boschi?»


«Grazie per la domanda, signorina…?»


«Misha.»


«Misha. Ah, che bel nome.» Il docente le fece un cenno gentile con il capo. «Purtroppo sì, glielo devo confermare con assoluto rigore scientifico. Molti colleghi, dotati delle attrezzature satellitari più sofisticate, hanno tentato a lungo di individuare eventuali tracce biologiche residue nelle foreste del nord, ma non abbiamo trovato nulla. Ormai ciò che resta del lupo è unicamente custodito nel retaggio genetico dei cosiddetti cani lupo. Ma sono cani domestici, non hanno né la stazza massiccia né la forza muscolare di un lupo puro.»


Il professore fece una breve pausa per sfoltire i dubbi. «L’unico modo per vederne uno oggi è recarsi nei musei di storia naturale e, mi creda, la tassidermia di due secoli fa lasciava molto a desiderare.» L'uomo accennò a un sorriso lieve. «Abbiamo il loro intero patrimonio genetico conservato negli archivi di laboratorio, ma non credo che un tentativo di clonazione artificiale sia previsto nel breve termine.» La guardò con attenzione attraverso le lenti degli occhiali. «Ho risposto alla sua domanda?»


Misha annuì lentamente, tornando a sedersi. «Sì. Grazie.»


«Bene. Passiamo adesso al suo fidanzato. Come ti chiami?»


Hige arrossì appena sulle guance per il malinteso della definizione. «Hige, professore.»


«Dimmi pure, Hige.»


«Mi chiedevo…» esitò un attimo il rosso, cercando le parole adatte. «Ha parlato poco fa dell’istinto dei lupi e della loro struttura familiare molto forte, addirittura che erano animali monogami… Ma come facevano a riconoscersi o a ritrovarsi tra loro, se qualcosa li divideva?»


Il professore rimase pensieroso per qualche secondo sul podio. «Domanda interessante.» Si sistemò gli occhiali sul naso. «Purtroppo abbiamo solo testimonianze scritte frammentarie di pochi ricercatori naturalisti dell’epoca, perciò non posso dare una risposta del tutto scientifica. Per spiegare questo fenomeno dovrò sconfinare un poco nel campo poetico.»


Qualcuno tra i presenti sorrise per la battuta. 


«L’istinto è qualcosa di ancestrale che accomuna molte specie sociali» riprese il relatore, appoggiandosi al leggio di legno. «Anche noi umani lo possediamo nel profondo, sebbene la modernità cittadina lo abbia in gran parte sopito nel tempo. È come un filo invisibile e potente che collega tra loro gli individui della stessa specie. Nei lupi era comune comunicare a grandi distanze con l’ululato o lasciando precise tracce olfattive sul territorio, ma quando il vento invernale non era favorevole, quando il suono non poteva raggiungere le orecchie e l’odore non poteva essere percepito dai sensi…» Il docente fece una breve pausa. «Subentrava l’istinto del sangue.»


La sala era avvolta in un silenzio assoluto. 


«Come il salmone selvaggio che sa perfettamente dove tornare nel fiume per deporre le uova, per i lupi era qualcosa di molto simile.»


Hige si fece improvvisamente più serio in viso, stringendo la mano di Misha. «Quindi… se ipotizziamo che dei lupi desiderino ardentemente ritrovarsi… riuscirebbero a farlo anche senza cercarsi attivamente?»


Il professore inclinò la testa, valutando l'ipotesi fantascientifica del ragazzo. «In linea teorica, sì.» Un lieve e saggio sorriso gli illuminò il volto. «Soprattutto se uno di loro è rimasto solo nel mondo.» L'anziano si fece più riflessivo, guardando il monitor. «Il cosiddetto lupo solitario non desidera mai davvero la solitudine assoluta, nemmeno se è vecchio, stanco o ferito nel corpo. A volte la sua fuga è solo una fase temporanea, perché in realtà sta cercando disperatamente un branco a cui appartenere davvero, e che sia disposto a proteggere con tutto sé stesso fino all'ultimo respiro.»


Quelle parole profonde dettero ad entrambi, e a Misha soprattutto nel profondo del cuore, moltissimo da pensare.



La conferenza giunse infine alla sua naturale conclusione, ma la profonda curiosità dei ragazzi non si era affatto placata. Anzi, ora che dallo stimato professore avevano ricevuto la conferma scientifica che quell’istinto ancestrale, nominato giorni prima anche da Kiba sulla terrazza, non fosse qualcosa di campato in aria, sentirono il bisogno impellente di approfondire la questione. Attesero con pazienza che la sala conferenze si svuotasse un poco prima di avvicinarsi con cautela verso la cattedra. 


Il professore si stava massaggiando la barba bianca, intento a chiudere i programmi aperti sul computer portatile prima di sfilare la chiavetta USB dall'apposita fessura.


«Professore, scusi il disturbo» disse Misha, stringendosi appena nelle spalle per l'imbarazzo.


L’anziano uomo sollevò lo sguardo oltre le lenti degli occhiali e si soffermò con attenzione sui loro volti. «Ah, Misha e Hige, giusto? Vi ringrazio molto per l’intervento di poco fa durante il dibattito. Temevo seriamente di assistere a un silenzio imbarazzante da parte della platea.»


I ragazzi accennarono un sorriso cortese di rimando.


«Avete forse altre domande per me?»


«In effetti sì» rispose prontamente Hige.


Il professore inclinò il capo di sbieco, incuriosito da quel vivo interesse. «Siete per caso studenti della facoltà di scienze naturali?»


«Io no…» disse Hige. «Beh, Misha sì, ma non si occupa di animali. È laureata in geologia.»


«Ah, davvero?» si illuminò subito l’uomo, sistemandosi la borsa. «Paleontologia?»


«Stratigrafia» precisò lei, mostrandogli un lieve sorriso. «Ma tra gli esami del corso c’era anche paleontologia.»


«Capisco, capisco… un percorso di studi affascinante.»


«Avevamo altre domande specifiche sui lupi» intervenne Hige, avvertendo questa volta un sottile filo di tensione nella propria voce.


«Ditemi pure, ragazzi. Fossili? Ere geologiche? È un discorso decisamente lungo e complesso, ma se avete tempo a disposizione…»


«No» lo interruppe Misha con estrema cautela. «In realtà non si tratta di una domanda di tipo scientifico.»


Il professore sollevò un sopracciglio, in attesa della questione.


«Ci chiedevamo se ha mai sentito parlare in passato dei racconti del Libro della Luna» spiegò la ragazza. «Del mito del Rakuen. E dei fiori della luna.»


Per un lungo istante l’uomo rimase in un silenzio assoluto, riflettendo. «Sì… mi pare che tempo fa sia uscita una raccolta stampata in libreria. Ma si tratta semplicemente di uno dei tanti racconti di pura fantasia che da secoli gravitano attorno alla figura del lupo. Nulla di serio dal punto di vista accademico.»


Misha aggrottò la fronte, stringendo i denti. «Ma ha notato che i fiori della luna stanno aumentando?»


«Di quali particolari fiori parla di preciso?» chiese il professore, ora visibilmente perplesso da quella affermazione.


«Piccoli. Bianchi. Sono sempre più presenti e fitti negli angoli di Freeze City» spiegò Hige, indicando l'esterno.


L’uomo scosse lentamente il capo in segno di diniego. «Non ci ho fatto minimamente caso. Ma se sono quelli descritti nel racconto, vi assicuro che non hanno alcun nesso con i lupi.»


«Neanche con la ricerca del Rakuen?» insistette Misha, spinta da un'urgenza interiore. «E che gli uomini derivino originariamente dai lupi?» 


Pronunciare quelle parole assurde ad alta voce davanti a uno scienziato sconosciuto le fece improvvisamente sembrare delle sciocchezze infantili.


Il professore le sorrise con un'indulgente benevolenza. «È bello sognare, ragazzi. È bello credere che la realtà materiale che vediamo ogni giorno non sia affatto l’unica possibile per noi, soprattutto quando si è ancora così giovani e si conservano molti sogni nel cassetto.» Scosse il capo. «Ma devo confermarvi che ciò che avete letto è purissimo folklore. Tradizioni popolari tramandate oralmente nel tempo, modificate nei secoli e arricchite dalla fantasia dei poeti.» L'anziano si fece improvvisamente più serio in viso. «Gli uomini sono esclusivamente il risultato di un lungo processo evolutivo biologico. Non derivano in alcun modo dai lupi.» 


Fece una breve pausa, poi aggiunse con un tono di voce decisamente più grave e profondo: «E se anche fosse vero che gli uomini fossero stati creati dai lupi nel passato… in tal caso, sterminandoli, vorrebbe dire che avremmo ucciso il nostro stesso Dio.»


Un silenzio molto pesante calò improvvisamente tra loro tre.


«E per un mondo che uccide consapevolmente il proprio Dio…» concluse piano l'uomo, stringendo la cartella, «non resterebbe davvero molta speranza di salvezza.»


Il sangue si raggelò all'istante nelle vene di Hige e Misha a quelle parole profetiche, ma si sforzarono con ogni briciolo di energia di non darlo a vedere. Il professore chiuse il suo computer portatile con un clic secco.


«Ora scusatemi, ma devo proprio andare a prendere il mio treno. Buon proseguimento con i vostri studi, ragazzi.»


I due rimasero lì, fermi in piedi davanti alla cattedra ormai vuota, con la sensazione che le risposte tanto cercate si fossero fatte, ancora una volta, incredibilmente più lontane e misteriose.


˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆


Kiba terminò il suo racconto solo quando il silenzio sotto la galleria dismessa divenne quasi opprimente. Tsume e Hubb, sopraffatti dal peso di quanto stavano ascoltando, avevano sentito il bisogno di sedersi sui freddi pilastri di cemento, come se le gambe non reggessero più soltanto il freddo inverno ma anche l'incredibile portata di quella storia. 


Il giovane parlò a lungo di lupi e della ricerca del Rakuen, di un vecchio mondo ormai giunto al termine della sua era e della corsa disperata verso la montagna sacra dove tutto si sarebbe compiuto. Raccontò del salvataggio di Cheza, del potente nobile con cui avevano combattuto fino all'ultimo sangue per impedire che la rinascita del mondo si trasformasse in un inferno imposto con la forza, e della tragica caduta dei suoi compagni d'avventura uno dopo l’altro. Parlò della fine di ogni cosa e, insieme, di un nuovo inizio: di Cheza che, compiuto il suo destino, si era frammentata in migliaia di semi dispersi nel lago ove si specchiava la luna, affidandogli solennemente il compito di ritrovarla.


Spiegò che il suo desiderio ardente di non dimenticare le promesse gli aveva permesso di mantenere viva la memoria intatta anche attraverso la reincarnazione. Nel nuovo mondo, che secondo i piani avrebbe dovuto essere il vero Rakuen, era rimasto a lungo in attesa, finché un giorno il suo istinto di lupo non si era riacceso con forza improvvisa. Aveva udito di nuovo quel canto soave, non come un suono reale percepibile dalle orecchie, ma come un richiamo interiore profondo, e quel richiamo lo aveva condotto dritto fino a Freeze City. 


Vedendo i suoi antichi compagni immersi in vite del tutto nuove, completamente inconsapevoli di ciò che erano stati nel passato, si era convinto che la scelta migliore fosse quella di non coinvolgerli affatto. Credeva fosse giusto lasciarli alla loro ritrovata serenità umana. Eppure, nonostante il suo iniziale silenzio protettivo, qualcosa di ancestrale si stava muovendo lo stesso dentro di loro tra ricordi frammentari, visioni notturne e coincidenze sempre meno casuali. Senza che lui li cercasse attivamente, si stavano ritrovando, e senza che nessuno li guidasse apertamente, il branco stava ricomponendosi da solo attraverso il sangue.


Fu prima un tremito alle spalle, poi una risata molto più ampia e plateale, finché Tsume scoppiò a ridere sonoramente nella penombra.


«Accidenti, non ho mai sentito un mucchio di stronzate una appresso all’altra.»


Anche il detective si lasciò andare a una risatina nervosa, quasi imbarazzata da quel racconto.


«Ragazzo, certo che ne hai di fantasia. Dovresti scriverci un libro sopra. Me lo immagino già: I lupi e la fanciulla del fiore. Un racconto distopico dove solo i lupi vanno in paradiso.»


Kiba si accigliò appena, ma non si scompose di fronte al loro scetticismo, poiché non si era mai aspettato che gli credessero su due piedi.


«L’unica cosa che non mi piace» proseguì Hubb, facendo spallucce con finto distacco, «è il mio ruolo in tutta questa storia. Perché io devo morire? E perché divorziato, quando avevo una così bella donna al mio fianco?»


«Non ho detto che fosse una bella donna» osservò Kiba con calma.


Hubb si fermò di colpo, sgranando gli occhi. «Come no? Capelli biondi, occhi azzurri, certo che...»


«Non mi sono mai soffermato sulla sua descrizione fisica durante il racconto. Né ho pronunciato il suo nome ad alta voce. Ma forse tu lo ricordi da solo.»


Gli occhi di Hubb si fecero improvvisamente vuoti, fissando il buio della galleria. «Cher.»


Il nome gli uscì direttamente dal profondo dell'anima, prima ancora che potesse fare qualsiasi cosa per trattenerlo. Nel pronunciarlo, una fitta lancinante gli attraversò il petto.


Tsume sbuffò dalle narici, palesemente infastidito da quell'atmosfera surreale. «Ah, ma che ti prende pure a te adesso?»


Kiba rimase in silenzio per un istante, poi guardò fisso Tsume. «Tu, piuttosto. Come pensi di aver saputo il mio nome?»


«Ed io che ne so?» ribatté lui scettico. «Magari ti ho già visto in giro e il cervello mi ha fatto brutti scherzi, facendomelo tornare in mente.» Il giovane uomo soffiò forte dalle narici per scacciare la tensione. «E poi anche a me non è che piaccia tanto sapere che alla fine ci sono rimasto secco, e sei sopravvissuto solo tu, con la tua ragazza.»


«Alla fine il Rakuen vi ha accolti tutti» intervenne Kiba con tono solenne e serio. «Anche se non eravate più in vita per assistere al prodigio finale.»


Tsume si alzò di scatto dal pilastro di cemento. Fece qualche passo avanti verso l'imboccatura del tunnel, dando loro le spalle; aveva un disperato bisogno di scaricare l'adrenalina e la confusione che gli stavano salendo addosso. Si fermò con le mani infilate nelle tasche della giacca.


«In tutto questo non mi è parso che tu abbia nominato Misha. Qual è il suo ruolo? Non sarà mica lei questa fantomatica ragazza fiore?»


«No. Lei è un lupo. Proprio come tutti noi.»


A quelle parole lo sguardo di Tsume tremò vistosamente e un flash lo attraversò all'improvviso, nitido e violento nella mente: la lupa fiera in cima al silos della stazione ferroviaria a Mine-Ruins Town.


«L’abbiamo conosciuta quando abbiamo incontrato quel branco decaduto che aveva ormai rinunciato alla ricerca del Rakuen» proseguì Kiba, spiegando i dettagli. «Stavano lentamente consumandosi nell'attesa della fine. Non credevo che tra di loro ci fosse ancora qualcuno con la speranza nel cuore.»


«Avremmo dovuto portarla con noi.»


La frase sfuggì a Tsume con un filo di voce, prima ancora che la sua razionalità potesse fare qualcosa per fermarla. Dentro di lui qualcosa di ancestrale stava cedendo di schianto, come un bozzolo che si incrina sotto la pressione interna, e subito la parte logica cercò inutilmente di richiuderlo.


Hubb lo osservava in totale silenzio. Poi, tornando serio in viso, guardò il lupo bianco. «E io? Ero anche io un lupo in quel passato?»


«No. Sei sempre stato un essere umano. Ed è esattamente per questo che sono sinceramente stupito di vederti rinato qui oggi.»


Hubb sbuffò, ma quella volta non c'era traccia di ironia nel suo gesto. «Forse la vostra idea che solo i lupi abbiano il diritto esclusivo a rinascere è un po’ egoistica, non credi? Non ho mai amato nemmeno la storia dell’Arca di Noè. Due animali per ogni specie si salvano… e tutti gli altri lasciati ad affogare nel diluvio. Erano forse creature meno degne di vivere?»


Il vento gelido passò di nuovo sotto la volta della galleria dismessa, sollevando un sottile velo di polvere e fiocchi di neve sul terreno. Per la prima volta da quando era iniziato quell'incontro, nessuno dei tre stava più ridendo.


˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆


La giornata era passata in fretta. Erano stati davvero bene insieme e per la prima volta, dopo un lungo periodo di incomprensioni, erano riusciti a passare del tempo senza alcun attrito o quella tensione sottile che ultimamente si insinuava tra loro a ogni discorso. Eppure la conferenza scientifica sul lupo li aveva segnati nel profondo, molto più di quanto entrambi volessero ammettere apertamente. Mentre percorrevano in auto la strada del ritorno verso la periferia, quella nuova consapevolezza si faceva faticosamente spazio in silenzio tra un semaforo e l’altro. 


Hige fermò l’auto proprio sotto il palazzo di Misha e tirò il freno a mano con un colpo secco. Fuori dall'abitacolo la neve aveva ricominciato a cadere in fiocchi lenti, quasi sospesi nell'aria fredda. Ci fu un breve attimo di silenzio iniziale tra i sedili, poi parlarono quasi all’unisono.


Hige si grattò la nuca con imbarazzo, guardandola. «Vai prima tu… che ne pensi di oggi?»


«Mi sono divertita davvero molto» rispose lei.


«Mi fa piacere sentirlo.» Il ragazzo estrasse allora dalla tasca della giacca il cappello a forma di scimmia, mostrandoglielo. «Con questo domani voglio andarci al lavoro. Farò un figurone con i colleghi.»


Misha sorrise di gusto a quell'immagine. «Immagino tu sia l’anima del tuo team in azienda.»


«Qualcuno dovrà pur esserlo, in mezzo a tutti quei colletti bianchi.» Hige si accigliò per finta, gonfiando il petto, poi tornò subito serio. «Ma tu? Che ne pensi della conferenza di prima?»


Misha si strinse nelle spalle con un moto di finta indifferenza. «È stata molto istruttiva. Ora credo di sapere abbastanza sui lupi per il resto della mia vita.»


«Sì, concordo pienamente.»


Lei abbassò lo sguardo sulle proprie mani, rigirandosi i pollici sul grembo. «E forse… forse le nostre erano solo suggestioni della mente.» Il sorriso che le sfuggì dalle labbra appariva velato di una profonda malinconia.


«Quindi non credi più alla ricerca del Rakuen? Al legame del branco?» chiese lui, studiando la sua espressione.


«Quando l’ho detto ad alta voce davanti a quel professore mi sono sentita incredibilmente sciocca. Anche lo scienziato mi guardava come se fossi completamente pazza.»


«Fregatene di quel vecchio. Tu cosa pensi sul serio nel tuo cuore?»


«Che forse ci siamo semplicemente lasciati trascinare troppo dalla fantasia.»


Hige si fece improvvisamente serio in viso. «E le visioni che abbiamo avuto?»


Misha esitò per qualche secondo, combattuta. «È passato del tempo dal rapimento, Hige… ed eravamo sotto shock. Forse ho solo i ricordi confusi per via della paura.» Mentre lo diceva ad alta voce, le tornò alla mente la recente conversazione avuta nell'ufficio di Darcia riguardo a quell'episodio, quando lei aveva avuto l'impressione assurda di essere saltata al collo di Satoshi come un animale. Ricordò le sue parole, la spiegazione logica e rassicurante del magnate; forse davvero il terrore di quei minuti aveva deformato ogni sua percezione razionale. Si voltò verso Hige. «E la tua di visione?»


Lui poggiò stanco il gomito contro lo sportello dell'auto, infilando le dita tra i ricci rossi e folti. «Ho ancora la nausea se ci ripenso. Forse in quei giorni ero troppo scosso. Tu stavi male per via di Tsume, quel folle di Kiba sulla terrazza ti aveva turbata profondamente… e io pure ero fuori di me. Mi sono buttato in mezzo a quei criminali armati solo per salvarti, ho fatto a botte con la malavita e ho rischiato seriamente la pelle. Magari dovrei iniziare ad andare da uno psicologo anch’io per rimettermi in sesto.»


Nell'abitacolo calò un altro silenzio, interrotto solo dal riscaldamento acceso. Poi il ragazzo le rivolse un sorriso, decisamente più dolce del solito. «Però c’è una cosa a cui voglio credere, Misha.»


«Quale?» domandò lei, incuriosita.


«A quell’istinto misterioso che ti conduce inevitabilmente verso i tuoi simili.» Il rosso sollevò lo sguardo verso il parabrezza imbiancato. «Quel giorno di San Valentino, quando ti ho vista per la prima volta distribuire cioccolatini con quel vestito…» Il ragazzo ridacchiò da solo. «Ammetto che in quel momento avevo solo una gran voglia di provarci con te. Non avevo davvero fame.»


«Davvero non era per fame?» lo punzecchiò lei con un mezzo sorriso malizioso.


«Ma che pensi di me, che viva costantemente con il frigorifero aperto?» sbuffò lui, fingendosi offeso. Poi tornò serio, fissandola con intensità. «Quando ti ho vista quel giorno ho pensato subito: Lei la conosco già. Con lei posso finalmente essere me stesso.»


Misha prese un lembo del suo cappello da panda e lo stropicciò nervosamente tra le dita per l'emozione. «In fondo anch’io ho provato la stessa identica cosa. Con te. E con Toboe quando è entrato in caffetteria.»


«Sì… anche con il moccioso.»


«Quindi credi che siamo parte di un branco sul serio?»


Hige ridacchiò di gusto per sciogliere la tensione. «Il branco dei lupi ballerini.»


Lei sorrise dolcemente, immaginando la scena assurda. Poi lui intensificò lo sgurdo e le guance gli si colorarono appena di rosso nella penombra dell'auto. 


«Non so se si tratti di un istinto o di un filo invisibile tra noi…» confessò Hige con voce bassa. «So solo che quando sto con te sto bene, Misha. Non sento quella distanza che provo con tutti gli altri. Tu mi fai sentire… a casa.»


Misha non rispose, ma i suoi occhi color ghiaccio cercarono intensamente quelli ambrati di lui nel silenzio dell'abitacolo. Hige esitò solo per un brevissimo istante, poi sostenne fermamente il suo sguardo senza indietreggiare. Fu come essere irresistibilmente attratti dalla forza di una calamita: le loro teste si avvicinarono lentamente nello spazio tra i sedili, senza alcuna fretta. Quando le loro labbra si sfiorarono infine, non ci fu spazio per l'impeto o per l'esitazione del dubbio; ci fu solo un calore improvviso e travolgente, come una scintilla elettrica che trova finalmente il suo punto di contatto nel buio. Fu un gesto semplice, ma per entrambi decisamente reale.



Il cuore di entrambi batteva all’impazzata, un rimbombo che pareva riempire l’auto. Si scostarono appena, quel tanto che bastava per tornare a guardarsi dritti negli occhi, e Misha notò che quelli di Hige erano diventati si erano fatti più luminosi, quasi accesi da una luce del tutto nuova. Hige si accorse dello stesso identico mutamento in quelli di lei: non si trattava di semplice emozione, ma di una connessione autentica e viscerale. 


Hige si chinò di nuovo verso di lei, questa volta muovendosi con più sicurezza e con meno esitazione rispetto a prima. Superato il primo imbarazzo, fu per lui come liberarsi finalmente di un peso che aveva trattenuto fin troppo a lungo nel petto. Anche per Misha fu esattamente lo stesso: quel contatto ravvicinato le alleggerì il cuore di colpo, come se una tensione rimasta sospesa per mesi si fosse finalmente sciolta sotto la neve. Tsume era sparito nel nulla, le aveva detto duramente che ciò che c’era stato tra loro era stato solo un errore e da allora non aveva più cercato in alcun modo di mettersi in contatto con lei. Hige invece c'era sempre stato, fedele e pronto a tenderle la mano in ogni momento di difficoltà. Lasciarsi andare alle sue attenzioni genuine e a quel calore divenne allora la cosa più naturale del mondo, semplice come l’acqua che trova il suo corso naturale.


Ben presto l’abitacolo, con la neve che continuava a cadere lenta oltre i finestrini e il sole che scivolava pigro dietro i palazzi di Freeze City, iniziò a farsi troppo stretto per loro due. Capirono entrambi, senza bisogno di parole, che non potevano rimanere fermi lì dentro, così Misha gli prese la mano e lo guidò verso l'ingresso del suo palazzo. Salirono le scale di corsa, quasi senza parlare, ancora interamente avvolti da quella tensione dolce e vibrante. La porta dell'appartamento si chiuse alle loro spalle con un suono secco e ovattato.


In quel preciso secondo fu come se il mondo esterno e tutti i suoi misteri si spegnessero di colpo. Si abbracciarono con forza, senza più trattenersi o nascondersi, e le loro labbra si cercarono di nuovo con un’urgenza profonda che non era dettata solo dal desiderio fisico, ma dal bisogno disperato di sentirsi reali, presenti e vivi. Le loro mani tremavano appena nell'oscurità del soggiorno, ma non c’era alcuna fretta e non c’era alcuna confusione tra i loro gesti. Esisteva solo la certezza assoluta, in quel momento sospeso, di appartenere pienamente l’uno all’altra, travolti da un'onda emotiva che non li sommerse, ma li unì.


˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆


«Perciò i lupi si troveranno sempre alla fine di questo mondo?»


Hubb aveva ormai perso del tutto il suo precedente tono ironico. Era rimasto seduto sul pilastro di cemento della galleria, con il viso visibilmente più lucido e lo sguardo fisso su Kiba in cerca di una risposta che fosse concreta.


Kiba annuì lentamente, sostenendo i suoi occhi. «Sì. Ci ritroveremo. Tutti. E ritroveremo Cheza.»


«E dove pensi di trovarla di preciso» insistette il detective, stringendo i denti, «esattamente se nemmeno questo tuo istinto riesce a guidarti nel posto giusto?»


«So con assoluta certezza che è qui. Da qualche parte a Freeze City. Ma non so ancora dove la nascondano.» Lo sguardo di Kiba si fece improvvisamente più duro e penetrante. «Per questo motivo avrò bisogno del vostro aiuto.»


Tsume, ancora in piedi a poca distanza dall'imboccatura del tunnel, aggrottò la fronte. «Chi era quel nobile di cui hai parlato poco fa? Quello che ci ha uccisi tutti alla fine della scorsa era?»


Per un istante, a quella domanda, l’aria all'interno della galleria dismessa sembrò farsi ancora più fredda. «Il suo nome era Lord Darcia III.»


Quel nome cadde come una pietra tombale nel silenzio del cantiere.


«Darcia…?» balbettò Hubb, irrigidendosi da cima a fondo sul pilastro.


«Sì» confermò Kiba. «Era per metà lupo, e tentò di forzare l'apertura del Rakuen per piegarlo al proprio volere.»


Hubb si lasciò sfuggire una risata nervosa per scacciare la tensione. «Se stiamo parlando dello stesso Darcia che conosco io, può anche essere considerato un lupo in senso puramente metaforico nel suo settore industriale… ma che lo sia davvero nella carne? Andiamo, è assurdo.»


Kiba si accigliò, facendo un passo verso di lui. «Hai appena detto che lo conosci di persona.»


«È un nome piuttosto raro. E sì, l'uomo è il terzo della sua dinastia.» L'investigatore fece una breve pausa per riflettere. «Non vorrete mica dirmi adesso che questa… connessione biologica… ha richiamato anche lui in questo nuovo mondo.»


«Hai forse una sua fotografia con te?» chiese Kiba, avvicinandosi ancora di più.


Hubb sospirò e tirò fuori il cellulare d'ordinanza dalla tasca della giacca. Scorse rapidamente tra i vari file digitali d’ufficio, fino a trovare la cartella crittografata con le fotografie dei rilievi scientifici effettuati il giorno del rapimento di Misha al covo. Girò lo schermo luminoso verso il ragazzo. 


Non appena Kiba vide chiaramente sul display il volto dell’uomo dai capelli neri e dagli occhi eterocromi, fece un passo indietro di scatto, come se qualcosa di invisibile e violentissimo lo avesse colpito in pieno petto.


«È lui?» domandò Hubb, alzandosi immediatamente in piedi, ora allarmato sul serio per la reazione.


Kiba annuì in silenzio, senza distogliere per un solo secondo lo sguardo dallo schermo dello smartphone. «Sì. È proprio lui. Lord Darcia. Colui che voleva un Rakuen esclusivamente per sé stesso.»


Un brivido simultaneo e gelato attraversò tutti e tre nello stesso istante. Hubb si portò una mano alla bocca e iniziò a camminare nervosamente in cerchio. Ripensò con al confronto verbale avuto quella mattina stessa nell'ufficio del magnate, alla totale sicurezza con cui l'uomo aveva parlato e a quella minaccia velata riguardante suo padre. Poteva davvero quell'imprenditore stimato essere coinvolto in qualcosa di molto più grande e spaventoso? L’uomo che aveva apparentemente mandato la sua scorta privata a liberare Misha, poteva essere a sua volta il vero carceriere della fanciulla fiore? 


Anche Tsume, nel silenzio, pensava intensamente a Misha e a quei due ragazzi, Hige e Toboe, che erano insieme a Darcia quel pomeriggio di sei mesi prima. Se quanto aveva appena sentito dal lupo bianco fosse stato anche solo in parte vero, allora erano tutti in gravissimo pericolo. 


Kiba si appoggiò alla parete della galleria con entrambe le mani, respirando a fondo per ritrovare la stabilità. Ecco spiegato il motivo per cui non riusciva in alcun modo a localizzare la sua scia olfattiva: se Darcia era lì in quel tempo e in quel mondo attuale, allora con ogni probabilità non aveva perso la memoria del passato e forse stava già tentando di nuovo di forzare l'apertura per il paradiso terrestre. 


Il branco si stava faticosamente risvegliando attraverso i ricordi, ma anche il loro peggior nemico era già pronto all'azione.


˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆



La macchina lussuosa si fermò davanti all’ingresso principale del castello e i fari abbaglianti illuminarono per un solo istante la facciata in pietra, prima di spegnersi nel buio. Ad accoglierlo, come sempre, c’erano i domestici allineati nell'atrio; gli porsero un rispettoso buonasera, mentre l’autista prese prontamente in consegna le chiavi dell’auto per riporla nella rimessa interna. Darcia si passò una mano stanca tra i capelli scuri e ribelli, consegnò l’impermeabile bagnato a una cameriera e tirò un lungo sospiro.


«Queste riunioni aziendali sono davvero stressanti.»


«Possiamo fare qualcosa per voi, Lord Darcia?» chiese una delle domestiche di turno.


«Portatemi un bicchiere di vino nel mio studio privato. Italiano.»


Le cameriere si inchinarono con compostezza e si allontanarono silenziose verso le cucine. Dal fondo del corridoio avanzò il maggiordomo, un uomo che aveva ormai superato la mezza età ma conservava ancora una postura impeccabile.


«Ci sono novità per me, Edward?» domandò Darcia, procedendo lungo il corridoio con passo misurato.


«Ha chiamato il professor Silva» rispose l’uomo, affiancandolo. «Dell’Ente del Fiore Bianco.»


Darcia aggrottò appena la fronte a quel nome.


«Oggi ha tenuto una conferenza programmata al bioparco di Freeze City. Argomento della discussione: i lupi.»


Un sorriso sottile incurvò le labbra del magnate. «Naturalmente.» Poi il suo sguardo si fece improvvisamente più attento e focalizzato. «E quindi?»


«Ha riferito che due giovani spettatori si sono avvicinati a lui al termine dell’incontro. Hanno posto domande molto specifiche… sulla ricerca del Rakuen.»


Il sorriso scomparve di colpo dal volto del nobiluomo.


«Due giovani?» ripeté con una calma del tutto controllata. «Chi erano di preciso?»


«Un ragazzo e una ragazza, signore. Hige e Misha, ha detto il docente. Il professore si è domandato se fossero gli stessi identici nomi che lei aveva menzionato alle precedenti riunioni.»


Darcia si fermò nel mezzo del corridoio, e l'ambiente, per un istante, sembrò trattenere il respiro. 


«Quindi iniziano a fare domande» mormorò pensieroso tra sé. «Del resto, quel canto soave non poteva non raggiungere le loro orecchie di lupo.»


L'uomo riprese a camminare, questa volta muovendosi con un passo più rapido e deciso. Giunto all'interno dello studio, chiuse la porta alle sue spalle; la stanza appariva ampia, interamente rivestita di legno scuro e illuminata solo da una luce calda e controllata. Scorse con lo sguardo la parete della grande libreria, fino a individuare un tomo dall’aspetto antico. Lo afferrò saldamente con le dita, ma l'oggetto non era un vero libro: un meccanismo interno rispose alla pressione ed emise un clic. La parete scivolò lateralmente con un rumore sordo, rivelando un passaggio segreto nascosto nell'oscurità. Darcia rimase immobile per un istante davanti all’apertura, guardando il buio.


L’aria fredda del corridoio sotterraneo lo investì in pieno volto, ma Darcia non ebbe alcun fremito, poiché la sua natura lo rendeva da sempre molto resistente alle basse temperature. Avanzò nell'oscurità con passo deciso e perfettamente misurato. Il suono secco dei suoi tacchi rimbalzava ritmicamente sulle pareti di pietra umida come un’eco lontana, scandendo quasi il tempo di qualcosa di inevitabile che stava maturando nel buio. Giunse infine davanti a una porta di legno scuro, inserì la chiave nella toppa e la girò lentamente; il clic metallico dello scatto spezzò bruscamente il silenzio del sotterraneo. Oltre la soglia si apriva un’anticamera spoglia. 


In un armadio a muro, custoditi in un ordine rigoroso, si trovavano un lungo mantello sormontato da piume nere, una maschera di ceramica candida finemente decorata e un copricapo anch’esso composto di piume scure. Si trattava di un abbigliamento che in quel mondo moderno avrebbe ricordato a chiunque il Carnevale veneziano, ma che nel suo tempo d’origine rappresentava il simbolo assoluto di rango, nobiltà e potere dinastico. Perché nella scorsa era un nobile non era un uomo qualunque, ma era considerato a tutti gli effetti una divinità. Darcia sfiorò il tessuto del mantello con le dita guantate, poi si voltò verso la porta opposta, interamente di metallo, e la aprì.


La sala che si rivelò oltre la soglia era immenso, colonnato e interamente immerso in una luce artificiale soffusa. Al centro dello spazio, sospesa nel vuoto come un vero e proprio cuore pulsante, si trovava la grande sfera verde. All’interno del liquido di coltura, Cheza e Blue erano strettamente abbracciate: Blue giaceva del tutto incosciente, mentre Cheza, al contrario, teneva gli occhi spalancati, velati da una profonda tristezza. Dalla struttura della sfera si diramavano numerosi cavi elettrici collegati a un complesso macchinario di alimentazione e monitoraggio biologico. Accanto alla console di controllo, intenta a esaminare i grafici dei dati, stava una donna con i capelli biondi raccolti in uno chignon spettinato; indossava un camice bianco e una maschera di ceramica simile a quella del magnate, ma priva di decorazioni colorate. Dalle fessure per gli occhi si intravedevano chiaramente due iridi azzurre.


«Lord Darcia» lo accolse la scienziata con un leggero e rispettoso inchino.


«Come stanno oggi la nostra Cheza e la sua amica?» domandò il nobile, avvicinandosi.


«Blue è ancora del tutto incosciente. Cheza…» la donna esitò un breve istante, guardando lo schermo, «…è affranta.»


Darcia si avvicinò alla superficie della sfera. «Certo che lo è. Canta fino allo sfinimento per richiamarli. Ma il suo bel lupo bianco e la sua combriccola non si vedono ancora da queste parti.» L'uomo posò il palmo della mano sulla superficie liscia e fredda del vetro. «Non preoccuparti, mia cara. Non ci vorrà molto tempo.» Un sorriso sottile si disegnò sotto la sua maschera. «I tuoi amici si stanno risvegliando uno dopo l'altro. Sono ancora umani nel corpo, benché una di loro, credo, abbia già nelle vene sangue di lupo in maniera definitiva.»


A quell'affermazione lo sguardo di Cheza tremò visibilmente all'interno del liquido.


«Se devo entrare nel Rakuen e trascinare con me anche quei devoti, avrò bisogno del sangue di tutti loro» riprese Darcia, avvicinandosi ancora di più alla sfera, fino quasi a sfiorare la superficie di vetro con la fronte. «Ma io vorrei che dall’altra parte tu portassi solo me… ed Hamona. Troppo a lungo l’ho fatta attendere in quel limbo.» Nella sua voce profonda, per un brevissimo attimo, si insinuò una nota di malinconia autentica e dolorosa.


La donna bionda accanto alla console parlò allora con tono quieto e consolatorio. «Ci riuscirà, mio signore. Il cuore trova sempre la sua via, per chi ama davvero.»


Darcia rimase in un silenzio assoluto per un istante, elaborando quel pensiero. Poi, senza distogliere lo sguardo dalla ragazza fiore nella sfera, rispose: «Ti ringrazio… Cher.»




Le immagini presenti in questa storia sono generate tramite strumenti di intelligenza artificiale e hanno esclusivamente finalità illustrative. Non rappresentano materiale ufficiale e non sono destinate a diffusione o utilizzo al di fuori di questo contesto.

Commenti

I commenti sui singoli passaggi si aprono dal fumetto accanto al testo; qui sotto trovi solo i commenti al capitolo intero.

Caricamento…