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«Quando tutto sembra finito e la terra resta in silenzio, è allora che il seme lavora. Non fa rumore, non chiede luce: aspetta il tempo giusto e riapre il cammino.» - Racconti perduti de Il Libro della Luna
Il grattacielo della Darcia Industries si stagliava contro il cielo grigio di Freeze City come una lama di vetro e acciaio.
Hubb Lebowski rimase qualche secondo immobile sul marciapiede, il cappello calcato appena più in basso sulla fronte per ripararsi dalla neve sottile che cadeva senza tregua. Non era la prima volta che entrava lì dentro, ma ogni volta provava la stessa sensazione: quella di stare varcando una soglia che separava due mondi.
Spinse la porta girevole.
L’aria all’interno era calda, profumata, silenziosa. Il brusio della città rimase fuori come un ricordo distante.
Si avvicinò al banco della reception, mostrando il tesserino con un sorriso misurato.
«Il signor Darcia mi sta aspettando.»
La receptionist annuì con professionalità impeccabile.
«Certamente, detective Lebowski. È stato informato del suo arrivo.»
L’ascensore esterno salì lungo la facciata trasparente dell’edificio. Freeze City si dispiegava sotto di lui, una distesa di tetti bianchi e traffico rallentato dalla neve.
Hubb osservò il panorama, ma la sua mente era altrove. Molte domande gli riempivano la testa in quei giorni.
Le porte si aprirono con un suono discreto.
L’ufficio di Darcia occupava l’ultimo piano. Pareti di vetro, arredi minimalisti, luce naturale diffusa anche in un giorno plumbeo come quello.
Darcia era in piedi accanto alla finestra, le mani intrecciate dietro la schiena. Non si voltò subito.
«Detective Lebowski,» disse con tono cordiale, come se stesse accogliendo un vecchio conoscente. «È sempre un piacere riceverla.»
Hubb avanzò di qualche passo.
«La ringrazio per aver accettato di vedermi con così poco preavviso.»
Darcia si voltò allora, il sorriso misurato, gli occhi attenti.
«La mia agenda è piena, ma trovo sempre tempo per le istituzioni.» Fece un gesto elegante verso le poltrone. «Si accomodi.»
Hubb si sedette, poggiando il cappello sulle ginocchia.
«Immagino che non sia una visita di cortesia,» continuò Darcia, prendendo posto di fronte a lui. «Posso offrirle qualcosa? Tè? Caffè?»
«Nulla, grazie. Non la tratterrò a lungo.»
Darcia inclinò leggermente il capo.
«Mi rassicura.»
Un breve silenzio calò tra loro. Non era imbarazzo, ma uno studio reciproco.
«Sono tornato a interessarmi dell’episodio avvenuto sei mesi fa a uno dei covi del famigerato Satoshi Haruno,» disse infine Hubb con tono neutro.
Il sorriso di Darcia non vacillò. «Una pagina spiacevole. Ma chiusa.»
«Forse non del tutto.»
Darcia incrociò le dita sul bracciolo, lo sguardo immobile su quello del detective. «Temo di non seguirla, detective.»
Hubb si sporse appena in avanti.
«Sei mesi fa lei è intervenuto con una scorta privata armata in un edificio sotto osservazione. Un’azione… avventata. Insolita per un uomo della sua posizione.»
«Stavo salvando una giovane donna,» replicò Darcia con tono misurato. «Non credo che l’istinto di protezione sia un reato.»
«Non lo è,» concesse Hubb. «Soprattutto considerando che, ufficialmente, non ci sono state vittime. Ufficialmente»
Sottolineò l'ultima parola con una pausa.
Darcia inclinò appena il capo.
Hubb non distolse lo sguardo.
«Recenti accertamenti suggeriscono che le cose potrebbero non essere andate esattamente così.»
Un silenzio calibrato scese tra loro.
«Accertamenti?» domandò Darcia, con educata curiosità.
«Tracce. Che indicano la possibilità di un omicidio.»
Il sorriso dell’imprenditore non si incrinò, ma divenne più sottile.
«Mi sorprende. E immagino che lei sia qui perché ritiene che io possa essere coinvolto.»
«Ritengo che lei fosse presente.»
«Questo non mi rende un assassino.»
«No,» ammise Hubb. «Ma rende difficile ignorare alcune coincidenze.»
Darcia si alzò lentamente, avvicinandosi di nuovo alla parete di vetro. La città si estendeva sotto di lui, minuscola.
«Detective Lebowski,» disse con voce tranquilla, «lei è un uomo scrupoloso. Lo apprezzo. Freeze City ha bisogno di persone come lei.» Si voltò. «Ma le piste sbagliate sono pericolose.»
Hubb sostenne lo sguardo.
«Per chi?»
«Per chi le percorre.» Il tono non cambiò. Non serviva. «La reputazione,» continuò Darcia, «è una cosa fragile. Un attimo prima sei un investigatore promettente. Un attimo dopo… un uomo che ha costruito un’accusa su suggestioni.»
Hubb rimase immobile.
Darcia fece qualche passo, accorciando la distanza.
«Suo padre era un uomo stimato. Ho avuto modo di sentirne parlare. Integrità, disciplina. Un pilastro del dipartimento.» Fece una pausa studiata. «Sarebbe un peccato se il figlio finisse per macchiare un cognome così rispettato, inseguendo fantasmi.»
L’aria nell’ufficio sembrò farsi più pesante.
Hubb raccolse il cappello dalle ginocchia, ma non si alzò ancora.
«Sta cercando di intimorirmi, signor Darcia?»
«Assolutamente no,» rispose l’altro con un sorriso cortese. «Le sto offrendo un consiglio.»
Si fermò accanto alla scrivania.
«Ci sono forze in questa città che non amano essere disturbate. A volte è più saggio proteggere ciò che si ha, piuttosto che rischiare tutto per ciò che si crede di aver visto.»
Hubb si alzò lentamente. «La ringrazio per la premura.»
«È sempre un piacere collaborare con la polizia.»
La parola collaborare rimase sospesa tra loro, carica di significati opposti.
«Se dovesse aver bisogno di documentazione o chiarimenti ufficiali,» concluse Darcia, «la mia segreteria è a sua disposizione.»
Hubb si fermò un istante sulla soglia. «Non si preoccupi. Quando avrò qualcosa di concreto, tornerò.»
«La attenderò.»
Le porte dell’ascensore si chiusero e solo allora il sorriso di Darcia si spense.
Hubb rimase immobile mentre la cabina iniziava la discesa lungo la parete di vetro. Freeze City scorreva sotto di lui, grigia, innevata, apparentemente ordinaria.
Solo quando l’ultimo piano scomparve sopra la sua testa lasciò andare un respiro che non si era accorto di trattenere.
Darcia non aveva negato con troppa forza. Non si era difeso. Non aveva nemmeno finto indignazione.
Aveva parlato come chi sa di avere il controllo.
La menzione di suo padre gli tornò alla mente con fastidiosa precisione. Un uomo stimato. Un cognome rispettato.
Non era una minaccia diretta. Era peggio. Era un promemoria.
L’ascensore arrivò al piano terra. Le porte si aprirono, lasciando entrare il brusio ovattato della hall.
Hubb si sistemò il cappello e uscì nell’aria fredda della strada.
Il vento gli colpì il viso.
«Piste sbagliate…» mormorò tra sé.
Se Darcia fosse stato innocente, avrebbe liquidato la questione con sufficienza, invece aveva cercato di guidarlo. L'esperienza gli diceva che chi cerca di guidare un’indagine, di solito, ha paura di dove possa arrivare.
E poi c’erano quelle impronte.
Il detective infilò le mani nelle tasche del cappotto.
Non aveva ancora prove definitive, ma aveva qualcosa di più pericoloso: un sospetto fondato... e la certezza che Darcia non fosse l’uomo impeccabile che Freeze City vedeva.
Al piano più alto del grattacielo, Darcia rimase qualche istante fermo davanti alla finestra.
La neve cadeva lenta, coprendo ogni cosa con la stessa indifferenza.
Solo quando fu certo che l’ascensore fosse ormai arrivato al piano terra si voltò verso la scrivania e prese il telefono interno.
«Fatemi avere il responsabile della sicurezza.»
Passarono pochi secondi.
«Sì,» disse, tornando a guardare la città. «Il detective Lebowski ha riaperto la questione del covo di quel trafficante.»
Una pausa.
«No, non è ancora un problema. Ma potrebbe diventarlo.»
Le dita tamburellarono lentamente sul piano di vetro.
«Voglio che venga monitorato. Spostamenti, contatti, eventuali nuove richieste di perquisizione. Con discrezione.» Un’ultima pausa. «Non deve accorgersi di nulla.»
Chiuse la comunicazione.
Per un attimo il suo riflesso nel vetro gli restituì un’immagine sdoppiata: l’uomo elegante, il benefattore della città… e qualcosa di più antico, più freddo, che lo osservava da dietro lo sguardo.
«Non ora,» sussurrò appena.
Non poteva permettersi distrazioni. Il tempo non era ancora maturo. Ma si stava avvicinando.
˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆
L’appartamento di Hubb era silenzioso quando infilò la chiave nella serratura.
Era il tipico bilocale di un uomo che viveva da solo, con arredi essenziali e con un vago senso di trascuratezza, a causa delle tanti notti passate in ufficio.
Appena entrò, sentì lo scroscio dell’acqua fermarsi. Poco dopo, la porta del bagno si aprì e Tsume ne uscì con un asciugamano passato distrattamente tra i capelli grigi ancora umidi. Indossava solo una maglietta scura e pantaloni della tuta.
Lo sguardo assonnato, ma vigile.
Hubb sollevò un sopracciglio. «Buongiorno.»
Tsume lo fissò. «È mattino inoltrato.»
«Appunto,» replicò il detective, togliendosi l’impermeabile. «Alcuni di noi lavorano.»
Tsume sbuffò, dirigendosi verso la cucina. «La prossima volta dormi tu su quel vecchio divano.»
«Ringrazia che non devi dormire sul pavimento,» rispose Hubb, già armeggiando con la macchinetta del caffè. «Il letto è mio. Ho una certa età, la schiena ne risente.»
Tsume si lasciò cadere su una sedia. «Hai parlato con lui?»
Hubb versò il caffè americano in una tazza grande, nera. Ne bevve un sorso prima di rispondere. «Sì.»
Il ragazzo alzò un sopracciglio. «E...?»
Fece spallucce. «È andata esattamente come mi aspettavo.»
Tsume lo osservò in silenzio.
«Non avrebbe mai confessato un omicidio su due piedi,» continuò Hubb. «Ma non mi pento di aver lasciato intendere che ho trovato qualcosa.»
Bevve ancora.
«Se ha qualcosa da nascondere, farà una mossa. E quando le persone potenti fanno mosse in fretta, di solito commettono errori.»
Tsume abbassò lo sguardo. «E se invece non avesse niente da nascondere?»
Hubb lo fissò sopra il bordo della tazza. «Allora sarò io a fare una brutta figura.»
Tsume si alzò senza aggiungere altro, tornando verso la camera per rivestirsi.
Qualche minuto dopo riapparve con giacca e stivali. I capelli ancora leggermente umidi gli cadevano sugli occhi.
Prese le chiavi dal tavolo.
«Dove vai?» chiese Hubb.
«Fuori.»
«Fuori dove?»
Tsume infilò le mani nelle tasche. «A fare due passi.»
Il detective lo scrutò. «Non stai pensando di fuggire, vero?»
Tsume gli lanciò un’occhiata tagliente. «Se avessi voluto farlo, non sarei qui.» Fece una smorfia appena percettibile, portandosi inconsciamente una mano al fianco. «Sono stufo di stare chiuso. Voglio sentire un po’ d’aria fresca. Magari aiuta con questa dannata ferita.»
Hubb sospirò. «Aspetta. Vengo con te.»
Tsume aveva già aperto la porta. «Non serve.» E uscì.
Hubb rimase un secondo immobile, poi afferrò il cappello dal mobile accanto all’ingresso. «Ragazzo testardo…»
Si affrettò a seguirlo.
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Tsume camminava con le mani infilate nelle tasche della giacca, il capo leggermente chino, lo sguardo duro come l’asfalto sporco di neve sotto i suoi stivali.
Aveva scelto strade interne, meno trafficate. Palazzi anonimi, scale antincendio arrugginite, bidoni dell’immondizia allineati contro i muri. Freeze City mostrava lì il suo volto più crudo.
Il freddo gli pungeva le guance e gli faceva bruciare i polmoni, ma in qualche modo alleviava il fastidio alla ferita. Il gelo anestetizzava, riportava tutto a una dimensione più sopportabile.
Passò accanto a un’aiuola abbandonata.
I fiori della luna tintinnarono.
Il suono era lieve, quasi cristallino, come se petali e steli vibrassero sotto la neve.
Tsume rallentò appena e strinse la mascella. Non voleva associare quel suono a niente.
Riprese a camminare.
Fu allora che incrociò un ragazzo che procedeva nella direzione opposta: capelli neri, lunghi fino alle spalle, mossi dal vento. Occhi azzurri, chiarissimi. Una giacca di pelle scura che gli aderiva alle spalle come se fosse un’armatura.
Tsume non gli diede importanza.
«Tsume.»
Quel richiamò lo colpì. Si fermò ma non completamente. Solo quel tanto che bastava per voltarsi di lato e guardare oltre la spalla.
«Ci conosciamo?» chiese, la voce piatta.
Il ragazzo si era fermato a pochi passi da lui. Lo osservava senza ostilità.
«Tu non conosci me,» disse con calma. «Ma io conosco te.»
Tsume si voltò del tutto. Gli occhi si fecero sottili. «Sei stato mandato da qualcuno?» Il tono si indurì. «Se è per soldi, non ho il becco di un quattrino. Meglio che giri i tacchi.»
Il ragazzo non batté ciglio. «Non sono qui per conto di nessuno.» Passò poi un silenzio breve ma carico, prima che egli continuasse. «Il nostro incontro è casuale.»
Tsume sbuffò. «Casuale, certo.»
«Anche se,» continuò l’altro, «è stato l’istinto a condurci sulla stessa strada.»**
Il vento fece oscillare i suoi capelli scuri.
Tsume lo squadrò dall’alto in basso. «Sei ubriaco.»
L’altro non si scompose. «No.»
«Allora sei fuori di testa.»
Un angolo delle labbra del ragazzo si mosse appena. «Può darsi.»
Tsume fece per voltarsi. «Non ho tempo da perdere con i matti.»
«Ne hai più di quanto credi,» rispose calmo l’altro.
Tsume si irrigidì di nuovo. «Che cosa vuoi?»
Il ragazzo lo fissò negli occhi, senza esitazione. «Parlare.»
La neve continuava a cadere lenta tra loro e i fiori della luna, poco più in là, vibravano ancora.
Tsume lo fissava dalla testa ai piedi.
C’era qualcosa in lui di familiare. Non un volto preciso, non un ricordo nitido. Piuttosto una sensazione. Come quando si riconosce un odore senza sapere da dove provenga.
E quella sensazione lo irritava.
«Parlare di cosa?» chiese, la voce bassa, cauta.
Il ragazzo non distolse lo sguardo. «Di ciò che sei stato… e di ciò che potrebbe ripetersi.»
Fece una breve pausa, come se stesse misurando il peso della parola successiva.
«Il nome Cheza ti dice qualcosa?»
Il tempo sembrò contrarsi.
«Cheza hai detto?»
La bocca di Tsume si socchiuse appena. Il canto soave che gli aveva accarezzato la mente quando era sospeso tra la vita e la morte tornò a vibrare nelle orecchie. Non era un suono reale — eppure lo sentiva.
Il vento si infilò tra i palazzi.
«Ma tu chi...?»
«Ah eccoti finalmente, accidenti quanto sei veloce!»
La voce di Hubb arrivò insieme al rumore dei suoi passi frettolosi sulla neve.
Il detective li raggiunse con il fiato corto, piccole nuvole di condensa che si dissolsero nell’aria gelida.
«Ti ricordo che rimani un mio sorvegliato speciale,» disse con tono ironico ma non troppo. «Non puoi semplicemente andartene per i fatti tuoi.»
Tsume non si voltò neppure. Il suo sguardo era inchiodato al ragazzo in giacca di pelle.
Quando gli occhi di Kiba incrociarono poi quelli di Hubb, qualcosa cambiò nel suo volto. Un’ombra o un ricordo gli attraversarono la mente.
Vide l’uomo che aveva aiutato i lupi a salire verso il monte. Vide la sua caduta. Il suo sacrificio. La consapevolezza amara di non poter entrare nel Rakuen.
Lo stomaco gli si contorse. Non era solo sorpresa, ma qualcosa mista alla commozione. Quindi ce l'aveva fatta anche lui.
Il destino sta riposizionando i pezzi uno dopo l’altro? Pensò il ragazzo.
Kiba abbassò appena lo sguardo, poi lo rialzò.
Non c’erano più dubbi. Il ciclo stava riprendendo.
«Tu chi sei?»
Hubb contrasse appena il muscolo di un sopracciglio, studiando l’espressione tesa del ragazzo.
«Sei un amico di Tsume?»
«Non ho idea di chi diavolo sia,» rispose Tsume senza distogliere lo sguardo. «E non ho idea di cosa stia parlando.»
Il vento si infilò tra loro tre, sollevando piccoli vortici di neve.
«Parlo di ciò che sta avvenendo attorno a noi,» disse Kiba con calma. «Misha aveva ragione… i fiori stanno sbocciando ovunque.»
Il nome cadde come un sasso dentro di lui.
Tsume scattò in avanti.
«La conosci?»
Hubb gli afferrò appena la manica della giacca. Un gesto rapido, istintivo. Non brusco — ma fermo.
Gli era ormai chiaro che quel ragazzo dai capelli grigi reagiva con un’intensità che andava oltre la semplice preoccupazione, quando qualcuno che lo insospettiva nominava il nome di qualcuno a lui caro.
«Calma,» mormorò.
Kiba non arretrò. «Sì. L’ho conosciuta. E ho rivisto anche Toboe e Hige.» Fece un lieve cenno con la testa, come se quei nomi avessero un significato specifico. «Ma non è il caso di parlarne qui, in mezzo alla strada.»
I suoi occhi azzurri si posarono prima su Tsume, poi su Hubb. «Se le mie parole stanno avendo per voi un qualche significato… seguitemi.» Scosse appena il capo. «Per loro preferisco aspettare. Ma per voi credo sia arrivato il momento di sapere quanto… ricordate.»
La parola rimase sospesa.
Ricordate.
Tsume e Hubb si scambiarono uno sguardo. Un ragazzo apparso dal nulla, che parlava di persone che conoscevano e alludeva a ricordi che nessuno dei due avrebbe dovuto avere.
«Possiamo fidarci, secondo te?» chiese Hubb a bassa voce.
Tsume non distolse gli occhi da Kiba. «Non lo so,» ammise. «Ma quello che dice…» Strinse appena la mascella. «Non mi suona nuovo. E non chiedermi perché.»
Kiba, nel frattempo, si era già voltato.
Fece qualche passo lungo la strada secondaria, le mani infilate nelle tasche della giacca di pelle.
Non si affrettò e non si voltò a controllare. Si limitò ad attendere.
Sperò — davvero — che almeno loro due fossero abbastanza pronti, perché dietro il velo della loro amnesia... non c’erano solo ricordi.
Avrebbero potuto tranquillamente girare i tacchi e lasciar perdere quel giovane delirante. Forse lo avrebbero fatto... se l’episodio all’ospedale — quella visione condivisa, improvvisa, impossibile — non fosse ancora inciso nelle loro menti come se fosse successo solo ieri.
Tsume tornò con lo sguardo ai fiorellini bianchi che spuntavano nell’angolo della strada. Crescevano tra l’asfalto crepato e la neve sporca, delicati e fuori luogo, in pieno inverno, con la città soffocata dal gelo quasi ogni giorno.
Era assurdo.
«Dobbiamo seguirlo,» disse infine, senza alzare la voce.
Kiba era ormai qualche metro più avanti, la figura scura che si stagliava nel bianco.
Hubb lo osservò di profilo. «Ne sei certo? Potrebbe essere un tuo nemico che ci sta portando in trappola.»
Tsume non distolse lo sguardo dalla schiena del ragazzo. «Cosa ti dice il tuo istinto da poliziotto?»
La domanda lo colpì più di quanto volesse ammettere. Hubb assottigliò lo sguardo. Dentro di lui qualcosa premeva.
Non era una sensazione nuova — era più simile a un ricordo che non riusciva a diventare immagine. Come se nella sua mente esistesse un archivio ordinato, con cassetti etichettati con cura… e uno solo fosse rimasto chiuso.
Esso era senza serratura eppure sapeva che al suo interno c'era qualcosa.
Lo sconosciuto ragazzo… poteva aiutarlo ad aprirlo? O avrebbe solo scoperchiato un vaso di Pandora che sarebbe stato meglio lasciare sigillato?
Il vento soffiò più forte, facendo vibrare i petali dei fiori della luna.
Hubb inspirò lentamente. «Il mio istinto,» disse infine, «mi dice che non sta mentendo... e mi dice anche che se lo lasciamo andare adesso, potremmo rimpiangerlo.»
Tsume fece un mezzo sorriso, appena accennato. «Allora muoviti.»
Senza aggiungere altro, iniziò a seguire la figura di Kiba.
Hubb rimase un secondo indietro, poi lo raggiunse.
La neve scricchiolava sotto i loro passi. Qualunque cosa li stesse aspettando, non sarebbe stata una semplice conversazione. In fondo, entrambi lo sapevano.
˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆
La campanella sopra la porta della caffetteria tintinnò leggera.
Misha non alzò subito lo sguardo. Stava sistemando delle tazze sul ripiano dietro al bancone, concentrata a non farle urtare tra loro.
«Un cappuccino e una brioche alla crema, per favore.»
Una voce maschile, calma ed educata e anche famigliare le giunse alle orecchie.
Misha sollevò gli occhi.
Darcia era lì, in piedi davanti al bancone, impeccabile come sempre. Cappotto scuro su misura, guanti in pelle, lo sguardo attento ma non invadente.
Le rivolse un sorriso appena accennato. «Buongiorno, Misha.»
Lei non nascose un lieve stupore, poi ricambiò il saluto con professionalità. «Buongiorno, signor Darcia. Non mi aspettavo di vederla qui.»
«Mi trovavo in zona.»
Misha prese la tazza ed azionò la macchina del caffè. Il vapore salì, creando una piccola nube tra loro.
«Come procedono le lezioni di ballo?» chiese lui con tono cortese.
Misha si irrigidì impercettibilmente. «Bene. L’insegnante è molto… rigorosa.»
Darcia accennò un sorriso più visibile. «È una qualità necessaria, quando si vuole ottenere un risultato impeccabile.» Fece una pausa, osservando distrattamente l’ambiente. «Immagino che non sia semplice prepararsi per un evento di un certo livello.»
«Ci stiamo impegnando,» rispose lei, posando la tazza davanti a lui.
Darcia la osservò un secondo di troppo. «Ne sono certo.»
Il suo sguardo si abbassò brevemente sulle mani della ragazza. «Hai un’aria stanca.»
Misha si raddrizzò appena. «Solo un po’ di lavoro in più.»
«Dopo tutto quello che ti è capitato, sono davvero sorpreso dei progressi fatti,» disse lui, mescolando lentamente il cappuccino. «Sei una ragazza dall'animo forte.»
Il cuore di Misha ebbe un sussulto. Non si seppe dire perché.
«Signor Darcia…» esitò un istante. «Lei crede davvero al Rakuen ed ai fiori della luna?»
Lui sollevò lo sguardo con calma studiata.
«Come mai me lo stai chiedendo?»
«Non so spiegarle il perché, ma sto vedendo quei particolari fiori ovunque... e oh mi scusi, lei è venuto qui per staccare da lavoro e io ora la sto importunando con i miei pensieri.»
Misha provò a chiudere l'argomento con una risatina casuale, per poi passare un panno sul bancone.
Ma Darcia non stava ridendo affatto.
«Misha, ci conosciamo da pochi mesi, ma ho capito fin da subito che tu non parli tanto per dire,» rispose infine, con tono misurato. «Se hai dei pensieri, devi dirli ad alta voce, tu stessa me lo hai detto l'altro giorno.»
Prese la brioche con eleganza.
«E poi hai accennato alla leggenda di cui abbiamo ampiamente parlato e che tra l'altro sarà il tema della festa. Se hai delle curiosità al riguardo, non sono forse io il massimo esperto?»
Il sorriso amichevole di Darcia la rincuorò. Nonostante fosse un uomo che viveva tra colonne dorate, la sua gentilezza, il suo tono misurato, lo rendevano in qualche modo "umano".
Proprio non capiva perché una parte di lei la metteva sempre in allerta quando lo vedeva.
In quel momento, fuori dalla vetrina, un piccolo gruppo di persone passò accanto a un vaso decorativo. Uno di loro, infastidito, urtò con il piede un fiore bianco che spuntava dal bordo del marciapiede.
Il fiore oscillò, ma non si spezzò.
Darcia seguì la scena con la coda dell’occhio.
«Certo che la generazione di giovani di oggi è davvero maleducata,» disse con voce bassa. «Come se fossero i fiori la fonte dei loro mali, quando sono semplicemente simboli di ciò che stanno seminando.»
Misha tornò a guardarlo. Parlava sempre per enigmi, ma questa volta il discorso stranamente le tornò. «Stanno spuntando ovunque, non è così?»
Il suo sorriso tornò impeccabile. «Te ne sei accorta anche tu, vedo. È così. Te l'ho detto che non si trattava solo di una leggenda.»
Lasciò alcune banconote sul bancone, più del dovuto.
«Purtroppo il dovere mi chiama.» sospirò. «Tieni il resto, è sempre un piacere parlare con te.»
Fece per andarsene, poi si fermò un istante.
«A proposito… se dovessi avere qualsiasi problema, Misha, non esitare a contattarmi.»
Infine porse un lieve cenno del capo prima di congedarsi.
La campanella tintinnò di nuovo.
Misha rimase immobile per qualche secondo, fissando la porta chiusa.
Non solo una leggenda.
Sentì improvvisamente freddo e si strinse nelle spalle. In sei mesi erano accaduti avvenimenti da segnare per una vita intera. Lo percepiva nell'aria. Forse l'istinto di cui le aveva accennato quel misterioso Kiba?
Un'ondata di pensieri le si accavallò l'uno sull'altro.
Ma la campanella tintinnò di nuovo.
«Buongiorno, benvenuto alla nostra caffetteria!» disse Misha, come un riflesso condizionato.
Solo quando mise bene a fuoco riconobbe quella chioma fulva.
Il sorriso le si spense quasi subito, lasciando spazio allo stupore.
Hige.
Dopo giorni, era finalmente tornato.
Si scrollò i fiocchi di neve dai ricci, restando con le mani infilate nelle tasche della tuta mentre si avvicinava al bancone. «Un panino con il bacon.»
«Non è nemmeno mezzogiorno…» rispose lei.
Ma non c’era il solito tono leggero, complice.
«Se la cucina è chiusa, allora passo un altro giorno.»
Fece per voltarsi.
«Aspetta.»
Misha lo fermò con un gesto rapido e si precipitò sul retro e chiese al cuoco se la cucina per caso fosse già operativa. Il cuoco le diede una risposta affermativa.
Tornò al bancone con un lieve sorriso controllato.
«Buone notizie. Te lo stanno preparando. Nel frattempo vuoi altro? Una cola?»
Hige si sedette sullo sgabello alto.
«Acqua. Non posso eccedere con le calorie o quella strega dell’insegnante mi dirà di nuovo che sono goffo.» Gonfiò le guance, sbuffando. «Mi odia, ne sono certo.»
Un’ombra di sorriso attraversò il volto di Misha. «Per me sei bravo. Hai fatto passi da gigante.» Continuò a sistemare i bicchieri. «Non sei obbligato a venire, comunque. Lo facevi solo per me, no?»
Hige distolse lo sguardo. «Lo faccio perché mi va. Voglio davvero andare a quella festa.»
«Sai, hai mancato di poco il signor Darcia. È passato prima.»
Le mani tremarono appena, mentre strofinava lo straccio nei bicchieri.
«Anche lui ha notato che i fiori stanno spuntando sempre di più.»
Hige si irrigidì. «La smetti con questa storia dei fiori? Quel tipo della terrazza ti ha riempito la testa di sciocchezze. Non ti facevo così…»
Aveva alzato la voce senza accorgersene e alcuni clienti si voltarono.
«Tutto bene, Misha?» chiese il datore, accigliato.
«Sì, sì, tutto bene,» rispose lei con una risatina forzata. «Sai che il nostro Hige diventa intrattabile quando ha fame.»
L’uomo li osservò un attimo, poi annuì e tornò alle sue occupazioni.
«Scusa,» disse Hige, più piano, dopo qualche secondo di silenzio.
Misha non rispose, limitandosi a lavare i bicchieri.
«Scusa,» ripeté lui.
Lei abbassò appena la voce. «Ultimamente non ti riconosco più.»
Prendendosi poi anche lei qualche momento di silenzio, ovattato dal tintinnio dei cucchiaini ed il vociare degli altri avventori.
«Siamo entrambi nella stessa situazione.»
Hige la guardò. «Che vuoi dire?»
«Anche io ho avuto una visione.»
Il ragazzo sgranò gli occhi. «Quando?»
«Poco prima del mio rapimento. All’inizio pensavo fosse solo suggestione… poi l’ho associata a una specie di premonizione.»
«E come ti ha fatto sentire?»
Misha rimase in silenzio qualche secondo. Il labbro le tremò appena. «Come se la vita mi stesse abbandonando.»
La frase cadde pesante tra loro.
In quel momento entrarono nuovi clienti e lei dovette voltarsi, costringendosi a un sorriso professionale.
Hige la osservava in silenzio. Quella situazione lo faceva stare male, sembrò che in quei giorni la neve oltre ad aver sepolto la città, avesse sepolto anche la loro gioia. Non capiva cosa stesse accadendo, ma sapeva che in qualche modo doveva reagire a tutto questo.
A un certo punto Hige si alzò di scatto. Lo sgabello strisciò leggermente sul pavimento. Posò entrambe le mani sul bancone, piegandosi appena in avanti. L’espressione sul suo volto si fece decisa, quasi ostinata.
«Misha, quando stacchi?»
La domanda la colse di sorpresa. Rimase con il panno a mezz’aria. «All’una… perché?»
Hige sorrise, sforzandosi di sembrare naturale — e coraggioso.
Si puntò il pollice al petto. «Perché dopo avrai un appuntamento con me e non accetto un “no” come risposta.»
Più tardi, quando la ragazza staccò, si ritrovò Hige sulla soglia. Si era cambiato. Indossava una camicia bianca con un pattern a griglia, jeans e una giacca sportiva di tessuto sintetico.
Misha ammise tra sé e sé che non pensava avesse altro oltre alle tute. E, a dire il vero, non stava nemmeno male.
«Sei stanca?» le chiese, scrutandola in viso.
Misha aprì l’ombrello di plastica trasparente e scosse il capo. «Ormai sono abituata a questi ritmi. Sgranchirmi le gambe mi aiuterà a uscire dal mood lavorativo.»
Hige estrasse improvvisamente un paio di biglietti dalla tasca e glieli sventolò davanti agli occhi.
«Che cosa sono?»
«Biglietti per il bioparco!»
Mezz’ora più tardi Hige parcheggiò non lontano dall’entrata.
Il bioparco accoglieva i visitatori con le statue di un elefante e di una tigre. Il cancello in ferro era aperto e davanti si era formata una bella fila. Hige era stato previdente: avendoli acquistati online, dovettero attendere solo il controllo d’ingresso.
«Dunque… da questa parte l’area dei primati, da quest’altra i felini… poi qui gli animali delle conifere e delle latifoglie… che vorrà dire, mah!» disse Hige, studiando la piantina con aria concentrata.
«Sono animali di montagna,» rispose lei distrattamente, guardandosi attorno. Era da quando era bambina che non visitava quel luogo. Ora le sembrava di osservarlo con uno sguardo diverso.
«Dove vuoi andare per prima?» le chiese lui.
Misha si avvicinò per leggere meglio la cartina. Ci pensò un attimo, poi indicò un punto.
«Gli ippopotami.»
«Che?»
«Non ti piacciono?»
«Mi sono indifferenti… è che pensavo scegliessi animali più carini. Da ragazza, ecco.»
Misha si accigliò. «Hige, forse hai un’idea un po’ arretrata di quello che piace alle donne.»
Incrociò le braccia e si girò leggermente di lato, come offesa.
«E poi è nato un cucciolo recentemente. Dalle foto sui social è proprio… adorabile.»
Arrossì appena nel dirlo.
Si diressero verso la vasca degli ippopotami. Gli addetti sembravano schierati come una piccola guardia, pronti a gestire la folla. Tutti volevano fotografare il cucciolo appena presentato al pubblico e, per evitare che i visitatori si accalcassero contro il vetro, facevano avvicinare i gruppi a turno.
Quando fu il loro momento, dovettero restare vicini per non essere spintonati.
Il piccolo ippopotamo sostava accanto alla madre, ignaro di essere diventato una piccola celebrità.
Misha e Hige lo salutarono con la mano. Con loro sorpresa, il cucciolo sembrò notare il movimento e si avvicinò al vetro.
Si chinarono entrambi.
I loro sguardi si incrociarono per un istante, poi tornarono sul piccolo animale: goffo, tondo, con la bocca ancora priva di veri denti.
«Sei proprio piccolo e tenero, sai?» mormorò Misha.
Il cucciolo spalancò la bocca, come se volesse rispondere con un’espressione buffa a quel complimento. Come se l'avesse capita.
«Mamma, guarda che bello, apre la bocca!» gridò un bambino poco più in là.
L’entusiasmo esplose e in un attimo la folla si fece più pressante. Hige e Misha vennero spinti indietro.
«Ma guarda che modi,» sbottò Hige, infastidito. Poi si voltò verso di lei. «Stai bene?»
Le sfiorò il braccio con un gesto delicato.
Misha annuì. Cercò di nuovo con lo sguardo il cucciolo, ma ormai era nascosto dietro le persone. Gli addetti alzarono la voce per riportare un minimo di ordine.
˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆
Tsume e Hubb lo avevano seguito senza fare domande, ma senza mai abbassare la guardia. Kiba camminava qualche passo davanti a loro, le mani infilate nelle tasche della giacca di pelle, lo sguardo fisso in avanti.
Li condusse infine in una zona periferica, dove alcuni cantieri circondavano una vecchia galleria ferroviaria dismessa. Impalcature immobili, reti arancioni mosse dal vento e cartelli di lavori in corso leggermente piegati dalla neve.
Il luogo era deserto.
«Siamo sicuri che possiamo sostare qui?» chiese Hubb, leggendo uno dei cartelli.
«Possiamo,» rispose Kiba. «In questi giorni i lavori sono fermi. Nessuno verrà a disturbarci.»
Hubb lo studiò. «Te la sei studiata bene, vedo. Qualcosa mi dice che il nostro incontro non è stato del tutto casuale.»
Kiba fece un cenno lento. «È così, non sono stato del tutto sincero prima. Erano giorni che vi stavo cercando.»
Spostò lo sguardo su Tsume. «Anche se non avrei mai creduto che con te ci fosse il detective Lebowski.»
«Sei un mio fan?» ironizzò Hubb, ma la battuta cadde in un’aria troppo tesa.
Kiba lo guardò seriamente. «Il fatto è che lei non sarebbe dovuto essere qui.»
Le parole non suonarono come una minaccia, ma come una constatazione.
Hubb aggrottò la fronte ed il tono si fece più fermo, mentre lo fissava negli occhi. «Non capisco che cosa intendi.»
Kiba non restituì uno sguardo tutt'altro che infastidito o provocatorio: commozione.
«Come ti chiami, ragazzo?» chiese il detective.
«Si chiama Kiba.»
Tsume aveva parlato prima ancora di rendersi conto: il nome gli era uscito dalle labbra come se non fosse stato scelto.
Come se fosse riemerso.
Kiba lo guardò. «Allora ti ricordi.»
Tsume scosse bruscamente la testa. «Io non ricordo un cazzo. Smettila.»
Il vento attraversò la galleria producendo un suono cupo.
«Si può sapere che sta succedendo?» intervenne Hubb. «Chi sei e cosa vuoi da noi?»
Il detective era impallidito. Il cuore gli martellava nel petto, e questo lo irritava ancora di più. Non era uomo da farsi destabilizzare così.
Kiba strinse i pugni. Sembrava lottare contro qualcosa dentro di sé.
«Vi racconterò una storia,» disse infine. «Ma non so se siete pronti ad ascoltarla.»
Fece un respiro profondo.
«Se non fosse che Cheza sta chiedendo aiuto… e io non ho idea di dove trovarla.»
Il nome vibrò nell’aria.
«Tu provaci,» disse Hubb, con un tono improvvisamente più umano. «Al massimo la prenderemo per uno scherzo.»
Lo osservò meglio.
«Ma è evidente che per te non lo è. Qualunque cosa sia, ti sta consumando.»
Kiba abbassò lo sguardo per un istante.
La neve riprese a cadere oltre l’ingresso della galleria, lenta, silenziosa.
«Allora ascoltate.»
˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆
Hige e Misha trascorsero l’ora successiva passeggiando lungo i viali del bioparco, ben spazzati e curati nonostante la stagione. Molte recinzioni erano vuote: essendo inverno, soprattutto gli animali provenienti da zone calde preferivano restare negli spazi interni.
Questo però non impedì loro di divertirsi.
Si fermarono al bar interno per una merenda veloce e, quasi senza pensarci, acquistarono due cappellini buffi con lunghe fasce laterali pendenti: lei scelse quello a forma di panda, lui quello da scimmia.
«Ti si addice,» commentò Misha, sistemando le orecchie finte sulla testa di lui.
«Parla quella col panda,» ribatté Hige.
Si infilarono poi in una cabina fotografica dove era possibile applicare filtri digitali: orecchie, baffi, nasi da animale. Scattarono diverse foto e scoppiarono a ridere quando videro il risultato.
In una erano diventati un cane, nell'altra un gatto e nella terza una papera.
«Questa è terribile,» disse Hige indicando quella con il becco.
«Sei tu che sembri una papera arrabbiata,» ribatté lei.
Quando le stampe uscirono dalla fessura, Misha le raccolse e gliele porse.
«Quale ti piace di più?»
Hige inclinò la testa, studiandole con aria concentrata. «Non so… mhm.»
«Non te ne piace neanche una?»
«Mi piacciono tutte, in realtà.» Sollevò lo sguardo verso di lei. «E tu sei decisamente carina in tutte.»
Lo disse con una semplicità disarmante.
Poi, quasi per sottrarsi al momento, alzò lo sguardo verso un cartellone poco distante. «Vieni, andiamo da questa parte.»
Partì quasi di corsa lungo un viale che conduceva alla galleria zoologica.
Misha però non lo seguì subito.
Era rimasta immobile, colta in contropiede da quel complimento detto con tanta naturalezza.
Sentì le guance avvampare e per un istante, il freddo sembrò non esistere più.
All’ingresso della galleria una locandina spiccava più delle altre, attirando l’attenzione dei visitatori.
Storia dei lupi.
Storia di un’estinzione ingiusta.
Sull’immagine campeggiava un vecchio disegno, una delle poche testimonianze rimaste di quella creatura ormai scomparsa: un lupo dal profilo fiero, tratteggiato a mano, lo sguardo rivolto verso un orizzonte invisibile.
Misha assottigliò lo sguardo quando notò, in basso, il logo dell’ente patrocinante: un fiore bianco stilizzato.
«Devi perdonarmi… non sono stato del tutto limpido.»
La voce di Hige la richiamò alla realtà. Si stava grattando la nuca, imbarazzato.
Misha non disse nulla. Lo guardò soltanto, aspettando.
«Ti ho portato qui proprio per questa conferenza.»
«Perché?» La sua fronte si corrugò.
Hige inspirò, poi sospirò. «Per quello che sta capitando. E che ci sta capitando.» Abbassò lo sguardo per un istante. «Perdonami… ma credo che potrebbe esserci utile. Per provare a capire.»
«Capire cosa?» La voce di Misha vibrò appena.
Hige fece un cenno verso la locandina. «Nel tuo libro… I Racconti Perduti… non si parlava anche dei lupi?»
Lei rimase immobile.
«Se questi animali sono coinvolti in qualche modo… voglio capire in che cosa.» Fece un passo verso di lei. «Vuoi entrare con me?»
Le porse la mano e quando lo guardò negli occhi, lesse un barlume di speranza.
Misha deglutì. Non sapeva se voleva davvero affrontare quella strada. Non sapeva nemmeno spiegarsi perché quella semplice parola — lupi — le stringesse il petto.
Forse aveva paura. Paura che tutto smettesse di essere solo coincidenze.
Rimase in silenzio ancora un battito... poi si fece forza e gli prese la mano.
Il professore si sistemò gli occhiali sul naso e lasciò scorrere sullo schermo l’immagine di un lupo che dominava una cresta montuosa.
«I lupi si estinsero circa duecento anni fa. Non in un’unica notte, non con un evento improvviso. Fu un processo lento e sistematico.»
Fece una pausa.
«Erano animali grandi, fieri, adattati alla vita nelle montagne e nelle foreste. Predatori intelligenti, organizzati in branchi con una struttura sociale complessa. Per secoli avevano mantenuto un equilibrio naturale tra fauna predatoria e fauna predata.»
Cambiò diapositiva che mostrò mappe, grafici e dati.
«Poi arrivò l’uomo moderno. Armi più precise, trappole più efficienti, e soprattutto una narrativa che trasformò il lupo in un nemico da abbattere. La caccia divenne incontrollata. Non più per sopravvivenza, ma per paura, per profitto, per dimostrazione di dominio.»
Un leggero mormorio attraversò la sala.
«A un certo punto, semplicemente… non se ne trovarono più. Le segnalazioni diminuirono. Gli avvistamenti cessarono. Le ultime tracce si persero nelle zone montane più isolate. Poi, il silenzio.» Abbassò il tono. «La loro scomparsa non fu soltanto simbolica. Creò uno squilibrio evidente negli ecosistemi. Senza il principale predatore naturale, alcune specie erbivore proliferarono oltre misura, alterando la vegetazione, impoverendo i territori. L’equilibrio millenario si spezzò.»
Sul monitor tornò l’immagine del lupo.
«Eppure…» Il professore incrociò le mani. «Nonostante l’uomo si sia accanito su una specie così nobile, il lupo non è mai scomparso del tutto.»
Qualcuno in platea sollevò lo sguardo.
«È rimasto nella nostra cultura. Nei racconti, nei miti, nelle fiabe. Nelle metafore che utilizziamo ogni giorno.» Un accenno di sorriso. «Diciamo “solitario come un lupo”. “Occhi da lupo”. “Affamato come un lupo”.»
Fece scorrere un’ultima immagine: un’illustrazione antica su incisione.
«È come se il lupo si fosse estinto nella carne… ma non nell’anima collettiva.»
Si fermò un istante.
«Forse perché rappresentava qualcosa che l’uomo riconosce in sé stesso: l’istinto, la libertà, la forza primordiale.» Lo sguardo si fece più intenso. «Forse i lupi non camminano più tra le montagne. Ma continuano a camminare dentro di noi.»
Hige e Misha si erano accomodati al centro della sala. Non tutte le sedie erano occupate, così poterono seguire l’esperto senza difficoltà, osservando con attenzione le diapositive che scorrevano sullo schermo.
Ascoltarono ogni parola con un’attenzione quasi febbrile, dai dati più tecnici alle riflessioni più filosofiche.
Avevano bisogno di cogliere ogni dettaglio. Forse, tra quelle informazioni, si nascondeva una risposta.
Ma il professore non nominò mai i fiori della luna, né il Rakuen. Nemmeno come metafora.
Non si accorsero che, per tutto quel tempo, si stavano stringendo la mano.
Come se, inconsciamente, avessero bisogno di sostenersi a vicenda.
Arrivò il momento delle domande. Le loro mani si alzarono quasi all’unisono.
L’anziano relatore sorrise con evidente soddisfazione.
«Prima la signorina col cappello da panda. Poi il suo ragazzo col cappello da scimmia. Prego.»
Qualche risatina si sparse nella sala.
Misha si alzò leggermente.
«Ecco, professore…» disse, un poco imbarazzata. «Siamo assolutamente certi che i lupi siano totalmente estinti? Con la tecnologia che abbiamo oggi non sarebbe possibile mappare in modo capillare i boschi?»
«Grazie per la domanda, signorina…?»
«Misha.»
«Misha. Ah, che bel nome.»
Fece un cenno gentile.
«Purtroppo sì, glielo devo confermare. Molti colleghi, con le attrezzature più sofisticate, hanno tentato di individuare eventuali tracce residue. Non abbiamo trovato nulla.» Cambiò leggermente postura. «Ormai ciò che resta del lupo è nel retaggio genetico dei cosiddetti "cani lupo". Ma sono cani. Non hanno né la stazza né la forza di un lupo puro.»
Fece una pausa.
«L’unico modo per vederne uno oggi è nei musei di storia naturale. E, mi creda, la tassidermia di due secoli fa lasciava molto a desiderare.» Un sorriso lieve. «Abbiamo il loro patrimonio genetico conservato negli archivi, ma non credo che un tentativo di clonazione sia previsto nel breve termine.» La guardò attraverso le lenti. «Ho risposto alla sua domanda?»
Misha annuì lentamente. «Sì. Grazie.»
«Bene. Passiamo al suo fidanzato. Come ti chiami?»
Hige arrossì appena. «Hige, professore.»
«Dimmi, Hige.»
«Mi chiedevo…» esitò un attimo. «Ha parlato dell’istinto dei lupi. Della loro struttura familiare molto forte, addirittura erano monogami… Ma come facevano a riconoscersi o a ritrovarsi, se qualcosa li divideva?»
Il professore rimase pensieroso. «Domanda interessante.» Si sistemò gli occhiali. «Purtroppo abbiamo solo testimonianze frammentarie di pochi ricercatori dell’epoca. Non posso darle una risposta del tutto scientifica… dovrò sconfinare un poco nel poetico.»
Qualcuno sorrise.
«L’istinto è qualcosa che accomuna molte specie sociali. Anche noi lo possediamo, sebbene la modernità lo abbia in gran parte sopito.»
Si appoggiò al leggio.
«È come un filo invisibile che collega gli individui della stessa specie. Nei lupi era comune comunicare con l’ululato o con tracce olfattive. Ma quando il vento non era favorevole, quando il suono non poteva raggiungere le orecchie e l’odore non poteva essere percepito…» Fece una breve pausa. «Subentrava l’istinto.»
La sala era silenziosa.
«Come il salmone che sa dove tornare per deporre le uova. Per i lupi era qualcosa di simile.»
Hige si fece più serio. «Quindi… se ipotizziamo che dei lupi desiderino ritrovarsi… riuscirebbero a farlo anche senza cercarsi attivamente?»
Il professore inclinò la testa. «In teoria, sì.» Un lieve sorriso. «Soprattutto se uno di loro è rimasto solo.»
Si fece più riflessivo.
«Il cosiddetto “lupo solitario” non desidera mai davvero la solitudine. Nemmeno se è vecchio o ferito. A volte è solo una fase.» Abbassò lo sguardo un istante. «Perché sta cercando un branco a cui appartenere davvero. E che sia disposto a proteggere con tutto sé stesso.»
Quelle parole dettero ad entrambi, Misha soprattutto, molto da pensare.
La conferenza giunse alla conclusione, ma la curiosità dei ragazzi non si era placata.
Anzi, ora che dal professore avevano avuto conferma che quell’“istinto” — nominato giorni prima anche da Kiba — non fosse qualcosa di campato in aria, sentirono il bisogno di approfondire.
Attesero che la sala si svuotasse un poco, prima di avvicinarsi alla cattedra.
Il professore si stava massaggiando la barba bianca, cercando di chiudere il programma sul portatile prima di sfilare la chiavetta USB.
«Professore, scusi il disturbo» disse Misha, stringendosi appena nelle spalle.
L’uomo sollevò lo sguardo oltre le lenti e si soffermò sui loro volti.
«Ah, Misha ed Hige, giusto? Vi ringrazio per l’intervento di poco fa. Temevo di assistere a un silenzio imbarazzante.»
I ragazzi accennarono un sorriso cortese.
«Avete altre domande per me?»
«In effetti sì» rispose Hige.
Il professore inclinò il capo, incuriosito. «Siete studenti di scienze naturali?»
«Io no…» disse Hige. «Beh, Misha sì, ma non sugli animali. È geologa.»
«Ah davvero?» si illuminò l’uomo. «Paleontologia?»
«Stratigrafia» precisò lei, con un lieve sorriso. «Ma tra gli esami c’era anche paleontologia.»
«Capisco, capisco…»
«Avevamo altre domande sui lupi» intervenne Hige, questa volta con un filo di tensione nella voce.
«Ditemi pure. Fossili? Ere geologiche? È un discorso lungo, ma se avete tempo…»
«No» lo interruppe Misha con cautela. «In realtà non è una domanda scientifica.»
Il professore sollevò un sopracciglio.
«Ci chiedevamo se ha mai sentito parlare dei racconti del Libro della Luna. Del Rakuen. E dei fiori della luna.»
Per un istante l’uomo rimase in silenzio.
«Sì… mi pare che tempo fa sia uscita una raccolta in libreria. Ma si tratta di uno dei tanti racconti di fantasia che gravitano attorno alla figura del lupo. Nulla di serio.»
Misha aggrottò la fronte. «Ma ha notato che i fiori della luna stanno spuntando ovunque?»
«Di che fiori parla?» chiese il professore, ora visibilmente perplesso.
«Piccoli. Bianchi. Sempre più presenti negli angoli di Freeze City» spiegò Hige.
L’uomo scosse lentamente il capo. «Non ci ho fatto caso. Ma se sono quelli del racconto, non hanno alcun nesso con i lupi.»
«Neanche con il Rakuen?» insistette Misha. «E con l’idea che gli uomini derivino dai lupi?»
Dirlo ad alta voce, davanti a uno sconosciuto, le fece improvvisamente sembrare quelle parole delle sciocchezze.
Il professore sorrise con indulgente benevolenza. «È bello sognare. È bello credere che la realtà che vediamo non sia l’unica possibile. Soprattutto quando si è giovani e si hanno ancora molti sogni nel cassetto.» Scosse il capo, quasi con dolcezza. «Ma devo confermarvi che ciò che avete letto è folklore. Tradizioni tramandate oralmente, modificate nel tempo, arricchite dalla fantasia.»
Si fece più serio.
«Gli uomini sono il risultato di un processo evolutivo. Non derivano dai lupi.»
Fece una breve pausa, poi aggiunse con tono più grave: «E se anche fosse vero che gli uomini fossero stati creati dai lupi… in tal caso, sterminandoli, avremmo ucciso il nostro stesso Dio.»
Un silenzio più pesante calò tra loro.
«E per un mondo che uccide il proprio Dio…» concluse piano «non resterebbe molta speranza.»
Il sangue si raggelò nelle vene di Hige e Misha, ma non lo diedero a vedere.
Il professore chiuse il portatile con un clic.
«Ora scusatemi, devo proprio andare. Buon proseguimento, ragazzi.»
Rimasero lì, in piedi davanti alla cattedra ormai vuota, con la sensazione che le risposte cercate si fossero fatte ancora più lontane.
˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆
Kiba terminò il suo racconto solo quando il silenzio sotto la galleria divenne quasi opprimente. Tsume e Hubb, sopraffatti dal peso di quanto stavano ascoltando, avevano sentito il bisogno di sedersi sui pilastri di cemento, come se le gambe non reggessero più soltanto il freddo ma anche la portata di quella storia.
Il giovane parlò di lupi e del Rakuen, di un mondo ormai giunto al termine e della corsa disperata verso la montagna dove tutto si sarebbe compiuto. Raccontò del salvataggio di Cheza, del nobile con cui avevano combattuto per impedire che la rinascita del mondo si trasformasse in un inferno imposto con la forza, e della caduta dei suoi compagni uno dopo l’altro. Parlò della fine e insieme di un nuovo inizio: di Cheza che, compiuto il suo destino, si era frammentata in migliaia di semi dispersi nella lago ove si specchiava la luna, affidandogli il compito di ritrovarla.
Spiegò che il desiderio ardente di non dimenticare gli aveva permesso di mantenere viva la memoria anche attraverso la reincarnazione. Nel nuovo mondo, che avrebbe dovuto essere il vero Rakuen, era rimasto in attesa, finché un giorno il suo istinto non si era riacceso con forza improvvisa. Aveva udito di nuovo quel canto, non come un suono reale ma come un richiamo interiore, e quel richiamo lo aveva condotto fino a Freeze City.
Vedendo i suoi compagni immersi in vite nuove, inconsapevoli di ciò che erano stati, si era convinto di non volerli coinvolgere. Credeva fosse giusto lasciarli alla loro serenità. Eppure, nonostante il suo silenzio, qualcosa si stava muovendo lo stesso: ricordi frammentari, visioni, coincidenze sempre meno casuali. Senza che lui li cercasse, si stavano ritrovando. Senza che nessuno li guidasse apertamente, il branco stava ricomponendosi da solo.
Fu prima un tremito alle spalle, poi una risata più ampia e plateale. Tsume scoppiò a ridere.
«Accidenti, non ho mai sentito un mucchio di stronzate una appresso all’altra.»
Anche il detective si lasciò andare a una risatina nervosa, quasi imbarazzata.
«Ragazzo, certo che ne hai di fantasia. Dovresti scriverci un libro sopra. Me lo immagino già: I lupi e la fanciulla del fiore. Un racconto distopico dove solo i lupi vanno in paradiso.»
Kiba si accigliò, ma non si scompose. Non si era mai aspettato che gli credessero su due piedi.
«L’unica cosa che non mi piace» proseguì Hubb, facendo spallucce «è il mio ruolo. Perché io devo morire? E perché divorziato, quando avevo una così bella donna al mio fianco?»
«Non ho detto che fosse una bella donna» osservò Kiba con calma.
Hubb si fermò. «Come no? Capelli biondi, occhi azzurri, certo che...»
«Non mi sono soffermato sulla sua descrizione fisica. Né ho detto il suo nome. Ma forse tu lo ricordi.»
Gli occhi di Hubb si fecero improvvisamente vuoti. «Cher.»
Il nome gli uscì dal profondo, prima ancora che potesse trattenerlo. Nel pronunciarlo, una fitta gli attraversò il petto.
Tsume sbuffò, infastidito. «Ah, ma che ti prende pure a te adesso?»
Kiba rimase in silenzio un istante, poi guardò Tsume. «Tu. Come pensi di aver saputo il mio nome?»
«Ed io che ne so?» ribatté lui, scettico. «Magari ti ho già visto in giro e mi è tornato in mente.»
Soffiò dalle narici.
«E poi anche a me non è che piaccia tanto sapere che alla fine ci sono rimasto secco. Sei sopravvissuto solo tu, con la tua ragazza.»
«Alla fine il Rakuen vi ha accolti tutti» intervenne Kiba, serio. «Anche se non eravate più in vita per assistere al prodigio.»
Tsume si alzò di scatto. Fece qualche passo avanti, dando loro le spalle. Aveva bisogno di scaricare la tensione che gli stava salendo addosso.
Si fermò con le mani nelle tasche.
«In tutto questo non mi è parso che tu abbia nominato Misha. Qual è il suo ruolo? Non sarà mica lei questa fantomatica ragazza fiore?»
«No. Lei è un lupo. Proprio come tutti noi.»
Lo sguardo di Tsume tremò e un flash o attraversò: il lupo alla stazione di Mine-Ruins Town.
«L’abbiamo conosciuta quando abbiamo incontrato quel branco che aveva rinunciato al Rakuen» proseguì Kiba. «Stavano lentamente consumandosi. Non credevo che tra di loro ci fosse ancora qualcuno con la speranza nel cuore.»
«Avremmo dovuto portarla con noi.»
La frase sfuggì a Tsume prima ancora che potesse fermarla. Dentro di lui qualcosa stava cedendo, come un bozzolo che si incrina. E subito la parte razionale cercò di richiuderlo.
Hubb lo osservava in silenzio. Poi, più serio: «E io? Ero anche io un lupo?»
«No. Sei sempre stato umano. Ed è per questo che sono stupito di vederti qui.»
Hubb sbuffò, ma non con ironia. «Forse la vostra idea che solo i lupi abbiano diritto a rinascere è un po’ egoistica, non credi? Non ho mai amato nemmeno la storia dell’Arca di Noè. Due animali per specie si salvano… e tutti gli altri ad affogare. Erano forse meno degni?»
Il vento passò di nuovo sotto la galleria, sollevando un velo di polvere.
Per la prima volta, nessuno dei tre stava più ridendo.
˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆
La giornata era passata in fretta.
Erano stati bene. Per la prima volta dopo diverso tempo erano riusciti a stare insieme senza attrito, senza quella tensione sottile che ultimamente si insinuava tra loro.
Eppure la conferenza sul lupo li aveva segnati più di quanto volessero ammettere. Mentre percorrevano la strada del ritorno, quella consapevolezza si faceva spazio in silenzio, tra un semaforo e l’altro.
Hige fermò l’auto sotto casa di Misha e tirò il freno a mano. La neve aveva ricominciato a cadere in fiocchi lenti, quasi sospesi.
Ci fu un attimo di silenzio iniziale, poi parlarono insieme.
Hige si grattò la nuca. «Vai prima tu… che ne pensi di oggi?»
«Mi sono divertita.»
«Mi fa piacere.» Estrasse dalla tasca il cappello a forma di scimmia. «Con questo domani voglio andare a lavoro. Farò un figurone.»
Misha sorrise. «Immagino tu sia l’anima del tuo team.»
«Qualcuno dovrà pur esserlo, in mezzo a tutti quei colletti bianchi.» Si accigliò per finta, poi tornò serio. «Ma tu? Che ne pensi della conferenza?»
Misha si strinse nelle spalle. «È stata istruttiva. Ora credo di sapere abbastanza sui lupi per una vita intera.»
«Sì, concordo.»
Lei abbassò lo sguardo, rigirandosi i pollici. «E forse… le nostre erano solo suggestioni.»
Il sorriso che le sfuggì era velato di malinconia.
«Quindi non credi più al Rakuen? Al branco?» chiese lui.
«Quando l’ho detto ad alta voce mi sono sentita sciocca. Anche il professore mi guardava come se fossi pazza.»
«Fregatene di quel vecchio. Tu cosa pensi davvero?»
«Che forse ci siamo lasciati trascinare.»
Hige si fece serio. «E le visioni?»
Misha esitò. «È passato del tempo… e poi c’è stato il rapimento. Forse ho solo i ricordi confusi.»
Mentre lo diceva, le tornò alla mente la conversazione con Darcia, riguardo quell'episodio in cui lei aveva avuto l'impressione di essere saltata al collo di Satoshi. Le sue parole rassicuranti. La spiegazione razionale. Forse davvero la paura aveva deformato tutto.
Si voltò verso Hige. «E la tua?»
Lui poggiò il gomito allo sportello, infilando le dita tra i ricci folti.
«Ho ancora la nausea se ci penso. Forse ero scosso. Tu stavi male per Tsume, quel folle di Kiba ti aveva turbata… e io pure. Mi sono buttato in mezzo a quei criminali, per salvarti, ho fatto a botte. Ho rischiato la pelle. Magari dovrei andare da uno psicologo anch’io.»
Calò un altro silenzio.
Poi lui sorrise, più dolcemente.
«Però c’è una cosa a cui voglio credere.»
«Quale?»
«A quell’istinto che ti conduce verso i tuoi simili.» Sollevò lo sguardo. «Quel giorno di San Valentino, quando ti ho vista distribuire cioccolatini…» Ridacchiò. «Ammetto che avevo solo voglia di provarci. Non avevo davvero fame.»
«Davvero non era per fame?» lo punzecchiò lei.
«Ma che pensi, che viva col frigorifero aperto?» sbuffò. Poi tornò serio. «Quando ti ho vista ho pensato: “Lei la conosco. Con lei posso essere me stesso.”»
Misha prese un lembo del cappello e lo stropicciò tra le dita. «Anch’io ho provato la stessa cosa. Con te. E con Toboe.»
«Sì… anche con lui.»
«Quindi credi che siamo parte di un branco?»
Hige ridacchiò**. «Il branco dei lupi ballerini.»**
Lei sorrise, immaginandolo.
Poi lui si fece più serio. Le guance gli si colorarono appena.
«Non so se sia un istinto, un filo invisibile… So solo che con te sto bene. Non sento quella distanza che provo con le altre. Mi fai sentire… a casa.»
Misha non rispose.
I suoi occhi color ghiaccio cercarono quelli ambrati di lui.
Hige esitò un istante, poi sostenne lo sguardo.
Fu come essere attratti da una calamita: le loro teste si avvicinarono lentamente, senza fretta.
Quando le labbra si sfiorarono, non ci fu impeto né esitazione. Solo un calore improvviso, come una scintilla che trova finalmente il suo punto di contatto.
Fu semplice... ma per entrambi, decisamente reale.
Il cuore di entrambi batteva all’impazzata, un rimbombo che pareva riempire l’abitacolo più del silenzio che li circondava. Si scostarono appena, quel tanto che bastava per tornare a guardarsi negli occhi.
Misha notò che quelli di Hige erano diventati più luminosi, quasi accesi da una luce nuova.
E Hige si accorse dello stesso nei suoi.
Non era solo emozione: era una connessione.
Hige si chinò di nuovo verso di lei, questa volta con più sicurezza, con meno esitazione. Superato l’imbarazzo, fu come liberarsi di qualcosa che aveva trattenuto troppo a lungo.
Anche per Misha fu lo stesso. Quel contatto le alleggerì il cuore, come se una tensione rimasta sospesa per mesi si fosse finalmente sciolta.
Tsume era sparito. Le aveva detto che ciò che c’era stato tra loro era stato un errore e non aveva più cercato di mettersi in contatto con lei.
Hige invece c'era, sempre pronto a tenderle la mano. Lasciarsi andare alle sue attenzioni, a quel calore, divenne naturale. Semplice come l’acqua che trova il suo corso.
Ma l’abitacolo, con la neve che continuava a cadere lenta oltre i finestrini e il sole che scivolava dietro i palazzi di Freeze City, iniziò a farsi stretto. Capirono entrambi che non potevano restare lì.
Misha gli prese la mano e lo guidò verso casa.
Salirono le scale quasi senza parlare, ancora avvolti da quella tensione dolce e vibrante. La porta si chiuse alle loro spalle con un suono secco.
Fu come se il mondo esterno si spegnesse. Si abbracciarono con forza, senza più trattenersi. Le loro labbra si cercarono di nuovo, con un’urgenza che non era solo desiderio, ma bisogno di sentirsi reali, presenti, vivi.
Le mani tremavano appena.
Non c’era fretta.
Non c’era confusione.
Solo la certezza, in quel momento, di appartenere l’uno all’altra, travolti da un'onda che però non li sommerse ma li unì.
˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆
«Perciò i lupi si troveranno sempre alla fine di questo mondo?»
Hubb aveva perso il tono ironico. Era rimasto seduto sul pilastro, il viso più lucido, lo sguardo fisso su Kiba in cerca di una risposta concreta.
Kiba annuì lentamente. «Sì. Ci ritroveremo. Tutti. E ritroveremo Cheza.»
«E dove pensi di trovarla» insistette il detective «se nemmeno questo tuo istinto riesce a guidarti nel posto giusto?»
«So che è qui. Da qualche parte. Ma non so dove.» Lo sguardo di Kiba si fece più duro. «Per questo avrò bisogno del vostro aiuto.»
Tsume, ancora in piedi poco distante, aggrottò la fronte. «Chi era quel “nobile” di cui hai parlato? Quello che ci ha uccisi tutti?»
Per un istante l’aria sembrò farsi più fredda. «Il suo nome era Lord Darcia III.»
Quel nome cadde come una pietra.
«Darcia…?» balbettò Hubb, irrigidendosi.
«Sì. Era per metà lupo. Tentò di forzare il Rakuen per piegarlo al proprio volere.»
Hubb si lasciò sfuggire una risata nervosa. «Se stiamo parlando del Darcia che conosco io, può anche essere un lupo in senso metaforico nel suo settore… ma che lo sia davvero? Andiamo.»
Kiba si accigliò. «Hai detto che lo conosci.»
«È un nome piuttosto raro. E sì, è il terzo della sua dinastia.» Fece una pausa. «Non vorrete mica dirmi che questa… connessione… ha richiamato anche lui.»
«Hai una sua foto?» chiese Kiba, avvicinandosi.
Hubb sospirò e tirò fuori il cellulare. Scorse rapidamente tra i file d’ufficio, fino a trovare la cartella con le fotografie dei rilievi del giorno del rapimento di Misha.
Girò lo schermo verso di lui.
Non appena Kiba vide il volto dell’uomo dai capelli neri e dagli occhi eterocromi, fece un passo indietro, come se qualcosa di invisibile lo avesse colpito al petto.
«È lui?» domandò Hubb, alzandosi in piedi, ora allarmato sul serio.
Kiba annuì, senza distogliere lo sguardo. «Sì. È lui. Lord Darcia. Colui che voleva un Rakuen solo per sé stesso.»
Un brivido attraversò tutti e tre nello stesso istante.
Hubb si portò una mano alla bocca e iniziò a camminare in cerchio. Ripensò al confronto avuto quella mattina con il magnate. Alla sicurezza con cui aveva parlato. Alla minaccia velata.
Poteva davvero essere coinvolto in qualcosa di molto più grande?
L’uomo che aveva mandato la sua scorta privata a liberare Misha… poteva essere a sua volta un rapitore?
Tsume, anch'egli, pensava a Misha e a quei due ragazzi che erano con Darcia quel giorno.
Se quanto aveva sentito fosse anche solo in parte vero… erano in pericolo.
Kiba si appoggiò al muro con entrambe le mani, respirando a fondo.
Ecco perché non riusciva a trovarla. Se Darcia era lì, in quel tempo, in quel mondo… forse non aveva perso la memoria. E forse stava già tentando di nuovo di forzare l'apertura per il paradiso.
Il branco si stava risvegliando... ma anche il loro nemico.
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La macchina lussuosa si fermò davanti all’ingresso del castello. I fari illuminarono per un istante la facciata in pietra, prima di spegnersi.
Ad accoglierlo, come sempre, c’erano i domestici allineati. Gli porsero un rispettoso buonasera, mentre l’autista prese in consegna l’auto per riporla in rimessa.
Darcia si passò una mano tra i capelli scuri e ribelli. Consegnò l’impermeabile a una cameriera e tirò un lungo sospiro.
«Queste riunioni sono davvero stressanti.»
«Possiamo fare qualcosa per voi, Lord Darcia?» chiese una delle domestiche.
«Portatemi un bicchiere di vino nel mio studio. Italiano.»
Le cameriere si inchinarono con compostezza e si allontanarono silenziose.
Dal fondo del corridoio avanzò il maggiordomo, un uomo che aveva superato la mezza età ma conservava una postura impeccabile.
«Ci sono novità per me, Edward?» domandò Darcia, procedendo lungo il corridoio con passo misurato.
«Ha chiamato il professor Silva» rispose l’uomo. «Dell’Ente del Fiore Bianco.»
Darcia aggrottò appena la fronte.
«Oggi ha tenuto una conferenza al bioparco di Freeze City. Argomento: i lupi.»
Un sorriso sottile incurvò le labbra del magnate. «Naturalmente.» Poi lo sguardo si fece più attento. «E quindi?»
«Ha riferito che due giovani si sono avvicinati al termine dell’incontro. Hanno posto domande… sul Rakuen.»
Il sorriso scomparve.
«Due giovani?» ripeté con calma controllata. «Chi erano?»
«Un ragazzo e una ragazza. Hige e Misha, ha detto. Il professore si è domandato se fossero gli stessi nomi che lei aveva menzionato nei suoi… discorsi.»
Darcia si fermò. Il corridoio, per un istante, sembrò trattenere il respiro.
«Quindi iniziano a fare domande» mormorò, pensieroso. «Del resto, quel canto non poteva non raggiungere le loro orecchie di lupo.»
Riprese a camminare, questa volta con passo più deciso.
Giunto nello studio, chiuse la porta alle sue spalle. La stanza era ampia, rivestita di legno scuro, illuminata da una luce calda e controllata.
Scorse con lo sguardo la parete della libreria, fino a individuare un tomo dall’aspetto antico.
Lo afferrò ma non era davvero un libro. Un meccanismo interno rispose con un clic secco.
La parete scivolò lateralmente, rivelando un passaggio nascosto.
Darcia rimase immobile un istante davanti all’apertura.
L’aria fredda del corridoio lo investì, ma Darcia non ebbe alcun fremito. Era molto resistente al freddo.
Avanzò con passo deciso, misurato. Il suono dei tacchi rimbalzava sulle pareti di pietra come un’eco lontana, scandendo il tempo di qualcosa che stava maturando.
Giunse davanti a una porta di legno scuro. Inserì la chiave nella toppa e la girò lentamente. Il clic metallico spezzò il silenzio.
Oltre la soglia si apriva un’anticamera.
In un armadio a muro, perfettamente ordinati, erano custoditi un mantello sormontato da lunghe penne nere, una maschera di ceramica finemente decorata e un copricapo anch’esso composto di piume scure. Un abbigliamento che in quel mondo avrebbe ricordato il carnevale veneziano, ma che nel suo tempo originario era simbolo di rango e potere. Perché un nobile non era un uomo qualunque.
Era una divinità.
Darcia sfiorò appena il mantello, poi si voltò verso la porta opposta, di metallo. La aprì.
La sala che si rivelò oltre era ampia, colonnata, immersa in una luce artificiale soffusa. Al centro, sospesa come un cuore pulsante, la sfera verde.
All’interno, Cheza e Blue erano abbracciate. Blue giaceva incosciente; Cheza, invece, aveva gli occhi aperti, velati di tristezza.
Dalla sfera si diramavano cavi collegati a un complesso macchinario di alimentazione. Accanto alla console, piegata sui dati di monitoraggio, stava una donna con i capelli biondi raccolti in uno chignon spettinato. Indossava un camice bianco e una maschera di ceramica simile alla sua, ma senza colore. Dalle fessure per gli occhi si intravedevano iridi azzurre.
«Lord Darcia» lo accolse con un leggero inchino.
«Come stanno oggi la nostra Cheza e la sua amica?»
«Blue è ancora incosciente. Cheza…» esitò un istante «…è affranta.»
Darcia si avvicinò alla sfera. «Certo che lo è. Canta fino allo sfinimento. Ma il suo bel lupo bianco e la sua combriccola non si vedono ancora.»
Posò la mano sulla superficie liscia e fredda del vetro. «Non preoccuparti, mia cara. Non ci vorrà molto.»
Un sorriso sottile si disegnò sotto la maschera.
«I tuoi amici si stanno risvegliando. Sono ancora umani… benché una di loro, credo, abbia già nelle vene sangue di lupo in maniera definitiva.»
Lo sguardo di Cheza tremò.
«Se devo entrare nel Rakuen e trascinare con me anche quei devoti, avrò bisogno del sangue di tutti loro.» Le si avvicinò ancora, fino quasi a sfiorare la superficie con la fronte. «Ma io vorrei che dall’altra parte portassi solo me… ed Hamona. Troppo a lungo l’ho fatta attendere.»
Nella sua voce, per un attimo, si insinuò una nota di malinconia autentica.
La donna accanto alla console parlò con tono quieto.
«Ci riuscirà, mio signore. Il cuore trova sempre la sua via, per chi ama davvero.»
Darcia rimase in silenzio per un istante. Poi, senza distogliere lo sguardo dalla ragazza nella sfera: «Ti ringrazio… Cher.»
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