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«Il primo segno del ritorno non è nel cielo: è nelle impronte.» - Racconti perduti de Il Libro della Luna
«Cinque, sei, sette, otto!»
Il battito secco delle mani dell’insegnante rimbombò nella grande sala dagli specchi alti fino al soffitto. Il pianoforte nell’angolo seguiva i movimenti con una melodia vivace ma disciplinata, mentre una fila disordinata di aspiranti ballerini tentava di coordinare piedi e braccia con dignità alterna. Hige, in mezzo a quel gruppo, era tutto tranne che dignitoso.
«Ma perché il mio piede sinistro fa sempre di testa sua?» sbottò a mezza voce, inciampando quasi nella propria ombra e rischiando di travolgere Toboe, che invece cercava di eseguire i passi con una concentrazione quasi eroica.
Misha, qualche posizione più avanti nella fila, trattenne a stento una risata. Con le mani leggere e la schiena dritta provava a seguire il conteggio della maestra, ma ogni tanto lo sguardo le sfuggiva inevitabilmente verso il grande riflesso nello specchio. Non era affatto abituata a vedersi in quel modo: elegante, composta, come se stesse davvero preparando qualcosa di molto importante per il suo futuro. Fuori dalle grandi finestre della scuola la neve continuava a cadere silenziosa sulla metropoli, mentre dentro, tra passi sbagliati e rimproveri ritmati, sembrava tutto incredibilmente normale. Eppure, sotto quella musica ordinata, qualcosa di antico continuava a vibrare nel loro sangue. Finalmente, dopo aver girato per mezza Freeze City, avevano trovato la struttura adatta, specializzata in danze storiche e da sala.
«Postura!» richiamò severamente l’insegnante, una donna dai capelli scuri raccolti in uno chignon impeccabile. «Schiena dritta e mento leggermente sollevato. Questo non è un valzer da balera di periferia, è un ballo da palazzo.» La donna si avvicinò a una coppia per correggere la distanza tra i corpi dei ballerini. «La mano dell’uomo sostiene con fermezza, non stringe. La dama non si abbandona alla gravità, si affida.»
Hige fece una smorfia teatrale sul parquet di legno. «Io mi affido solo al buffet» borbottò a bassa voce.
«Cambio partner!» annunciò prontamente l’insegnante, battendo di nuovo le mani a tempo.
Con un piccolo movimento a incastro tra le coppie, Misha si ritrovò proprio davanti a Hige. Lui le offrì subito la mano con un mezzo inchino esagerato e canzonatorio.
«Mia signora, mi vuole concedere questo ballo?»
Misha alzò gli occhi al cielo per quella scenetta, ma gli posò comunque la mano sulla spalla, mentre lui le sfiorava la vita con una cautela quasi insolita per i suoi modi rozzi.
«Ma certo, messere» sussurrò lei, stando al gioco.
Iniziarono a muoversi insieme, un po’ rigidi, seguendo il ritmo lento e cadenzato del pianoforte. Un passo indietro, uno laterale e poi mezzo giro sul posto.
«Come ti senti?» chiese Misha a un certo punto a bassa voce, senza smettere di contare mentalmente le battute della musica.
Hige abbassò lo sguardo per un brevissimo istante e il suo sorriso si fece più sottile. «Meglio» disse. «È passato.» Fece una breve pausa, poi riprese: «Però… quella sensazione strana è rimasta. Qualunque cosa fosse quella visione dell'altra sera, spero solo che non mi ricapiti mai più.»
Misha annuì appena per non farsi notare dalla maestra, stringendo un poco di più la presa sulle sue dita. Dall’altra parte della sala specchiata, Toboe li osservava con attenzione. Cercava di seguire i passi con la sua nuova partner di ballo, ma il suo sguardo tornava costantemente verso i due amici. Si accigliò leggermente, infastidito; non riusciva a sentire cosa stessero dicendo a causa del pianoforte, ma il modo in cui si parlavano, così vicini e così concentrati l’uno sull’altra, gli diede una strana stretta allo stomaco che non seppe spiegarsi.
«Chiaramente non voglio farti tornare in mente quei brutti ricordi» riprese Misha con tono sincero. «Ma da allora non ne abbiamo più parlato tra noi.»
Hige scosse il capo, senza smettere di muoversi al ritmo imposto dall'esercizio. «Sei l’unica persona con cui potrei farlo. Tutto questo ha dell’incredibile.» Il rosso esitò un istante, poi domandò: «Secondo te dovremmo dirlo anche a Toboe? Kiba sulla terrazza ha nominato anche lui.»
«Silenzio in sala e massima concentrazione!» intimò improvvisamente l’insegnante, battendo le mani con forza.
Misha e Hige serrarono subito i denti per fermarsi. Era evidente che quel richiamo fosse indirizzato soprattutto a loro. Eseguirono un altro giro e un passo laterale coordinato. Hige la fece ruotare agilmente su sé stessa al comando della maestra, e quando la riprese tra le braccia Misha scosse appena il capo per riprendere il discorso interrotto.
«Non voglio coinvolgerlo. Non finché non capisco anch’io cosa sta succedendo davvero.»
Hige si accigliò, stringendo le sopracciglia. «Ma anche tu…?»
«Ops! Scusa, ho intruppato!» intervenne Toboe con un finto tono dispiaciuto, dando una spallata decisa a Hige mentre cambiava direzione.
Hige lo fulminò immediatamente con lo sguardo, sbuffando vistosamente dalle narici per l'interruzione.
«Non possiamo aspettare troppo tempo» riprese sottovoce. «E se gli capitasse una visione mentre è da solo all'orfanotrofio?»
Misha abbassò lo sguardo sui propri piedi, seguendo meccanicamente il passo del ballo. «Sì… ma forse, come diceva Kiba sulla terrazza, è meglio non sapere.»
«Se è coinvolto anche lui in questa storia, non potrai certo proteggerlo per sempre.»
Dall’altra parte della sala Toboe cercava con ogni briciolo di attenzione di captare qualche parola comprensibile. La sua partner lo trascinava in un mezzo giro troppo largo, costringendolo a concentrarsi sui piedi per non cadere, ma in quel preciso istante un nome gli arrivò chiaro e distinto all'orecchio: Kiba. Il quindicenne si irrigidì appena sul posto, poiché quel nome, per qualche misterioso motivo, non gli appariva affatto estraneo.
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Qualche giorno dopo, il detective Hubb Lebowski tornò al Central Hospital. Tsume era seduto sul letto, con la schiena appoggiata al muro; il suo colorito appariva decisamente meno livido, ma i punti di sutura al fianco gli tiravano ancora a ogni respiro più profondo. Si era già rimesso in piedi per brevi tratti sotto lo sguardo vigile degli agenti di turno, e l’energia stava lentamente tornando nel suo corpo, anche se i medici non gli permettevano ancora movimenti bruschi. La porta della camera si aprì senza alcuna fretta.
«Vedo che sei ancora qui,» commentò Hubb, entrando con il solito cappello in mano. «Devo dire che apprezzo. Avrei scommesso su un tentativo di fuga.»
Tsume lo fissò intensamente, senza rispondere.
«Buone notizie,» proseguì il detective, avvicinandosi al letto. «Ho parlato con il giudice. Non è stato semplice, ma ho ottenuto per te una condizionale temporanea.»
Gli occhi di Tsume si fecero subito più attenti.
«Verrai con me nel luogo dove è avvenuta la sparatoria. Se davvero Satoshi è morto e Darcia ha fatto sparire il corpo, troveremo qualcosa, stanne certo.» L'investigatore fece una breve pausa per studiare le sue reazioni. «Se quello che hai detto corrisponde al vero, la tua posizione potrebbe alleggerirsi. Ma se mi hai mentito…» Lasciò la frase volutamente sospesa nell'aria.
Tsume inspirò lentamente, sentendo tirare la ferita sotto le bende pulite. «Portami lì,» disse soltanto.
Hubb si sfilò con calma la giacca e la appese allo schienale della sedia, rimanendo in piedi davanti al letto. «Ragazzo mio, hai davvero un pessimo modo di relazionarti con le persone,» disse con il suo solito tono gentile e quasi ironico. «In questo momento io sono il tuo unico salvagente, prima che ti buttino nelle acque del carcere.» L'uomo si aggiustò con cura i polsini della camicia. «Certo, c’è sempre l’avvocato d’ufficio… ma quelli pensano più allo stipendio a fine mese che agli interessi reali del cliente.»
Tsume rimase in silenzio un po’ troppo a lungo, rielaborando quelle parole. «Non sono uno che si integra,» rispose infine.
«Questo mi è piuttosto chiaro.» Hubb inclinò leggermente il capo di sbieco. «Dalle mie indagini, sei uno che usa le persone solo per convenienza. E di quelli che potresti chiamare “amici”… nessuno ha speso una sola parola in tuo favore.» Lo osservò con assoluta calma, per poi aggiungere: «Scorbutico e poco paziente. La tua unica vera passione sembra essere la moto.»
A quel commento gli occhi di Tsume si accesero per la prima volta di una luce viva. «L’avete recuperata?»
«Come, scusa?» fece Hubb, sorpreso.
«La mia moto. Sono finito qui in ospedale perché quei bastardi volevano rubarmela a tutti i costi.»
Hubb sospirò rammaricato. «Al mio dipartimento non è arrivata alcuna denuncia di furto. E temo che, a quest’ora, della tua moto sia rimasto ben poco. Nei mercati neri si fa in fretta a smontarle e a rivenderle come pezzi di ricambio.»
Le mani di Tsume si chiusero subito in pugni serrati, mentre la mascella si tese per il nervosismo. Per un breve istante Hubb provò un moto di sincero dispiacere nei suoi confronti; sì, era un teppista e i precedenti penali parlavano chiaro, ma nel suo profilo psicologico non vedeva affatto un criminale calcolatore, quanto piuttosto uno sbandato cresciuto senza una guida che aveva imparato a sopravvivere solo mostrando i denti. Un randagio, a tutti gli effetti. E forse, se qualcuno gli avesse davvero offerto un’alternativa in passato, qualcosa sarebbe potuto cambiare in lui; forse era anche per questo che si era legato a quella ragazza con una vita così distante dalla sua da sembrare quasi irreale.
«Facciamo così,» propose Hubb, incrociando le braccia al petto. «Io troverò il modo di farti riavere la moto. Ma tu in cambio mi prometti che collaborerai al cento per cento con le mie indagini. Niente inganni e niente sotterfugi.»
Per la prima volta da quando era iniziato il loro rapporto, l’attenzione di Tsume si fece piena e sincera.
«E poi ti serve,» aggiunse il detective con un mezzo sorriso complice, «per fare colpo su quella ragazza, non credi?»
Senza sapere bene come, l'investigatore aveva appena toccato il punto giusto nel suo orgoglio. Tsume accennò a un mezzo sorriso amaro. «Ce l’avevo già portata sopra. Era completamente terrorizzata.»
«Eh, sì. Possono far paura.» Hubb ridacchiò di gusto. «Io ho sempre preferito la comodità della macchina. Però immagino sia soddisfacente avere una bella ragazza che ti si stringe addosso per la paura di non cadere.»
Tsume lo osservò in silenzio per un istante, poi domandò: «Sei sposato?»
«Io?» fece Hubb, quasi divertito da quel cambio di ruoli. «No, sono uno scapolone d'oro. Tutto lavoro e niente divertimento. Ho semplicemente seguito le orme di mio padre nella polizia, e lui era raramente a casa con la famiglia. Temo che la dinastia dei Lebowski finirà con me.»
«Sei un bell’uomo. Prima o poi una donna la troverai» replicò Tsume.
Hubb lo guardò, sinceramente sorpreso da quel complimento spontaneo. «Ti ringrazio.» Poi tornò subito serio, riprendendo il controllo della situazione. «Ma ora basta parlare di me. La ferita al fianco come va?»
Tsume fece un respiro più profondo, che gli tirò inevitabilmente i punti di sutura sotto le bende. «Il dottore dice ancora qualche giorno di osservazione qui in reparto. Poi riposo a casa.» Il giovane fece una breve pausa. «Anche se non credo di averne più una. Il tipo da cui stavo in affitto avrà già dato la stanza a qualcun altro e le mie cose saranno state buttate in mezzo alla strada.»
Hubb fischiò piano tra le labbra. «Accidenti, amico, sei proprio messo male allora.»
Tsume fece spallucce con distacco. «Vivendo così ho imparato da tempo a non attaccarmi alle cose materiali. Solo alla moto ci tenevo davvero, l’avevo comprata con enormi sacrifici. Ora che non ho nemmeno quella… non mi resta molto a cui pensare.» Il ragazzo fece un altro respiro. «Forse se finirò in prigione,» aggiunse con un mezzo sorriso intriso di cinismo, «avrò finalmente un posto stabile e sicuro da chiamare casa. Ironico, no?»
«A me non fa ridere per niente.» La voce di Hubb si abbassò, facendosi seria e profonda. «Secondo me hai tutte le potenzialità per essere molto meglio di così. Devi solo iniziare a circondarti di persone che credano davvero in te.»
Tsume lo guardò di sbieco, scettico. «Peccato non ne abbia alcuna intorno.»
Hubb sostenne fermamente il suo sguardo, senza indietreggiare. «Ce l’hai proprio di fronte.»
Il ragazzo dai capelli grigi non riuscì a nascondere il proprio stupore di fronte a quell'affermazione. «Che assurdità. Nemmeno mi conosci.»
Hubb non ritrasse gli occhi dai suoi. «Ti ho osservato abbastanza attraverso i fascicoli. E parlarti qui di persona, guardarti dritto negli occhi… mi ha dato la certezza assoluta che sei una persona recuperabile.» Si avvicinò lentamente al bordo del letto e gli tese il palmo aperto. «Collabora con me, Tsume. Aiutami a scoprire la verità su quel giorno e dai finalmente una possibilità a te stesso. Tutti hanno diritto a un po’ di felicità in questa vita.»
Tsume rimase a fissare quella mano tesa per qualche secondo interminabile. Gli occhi di Hubb erano accesi, ma non c’era traccia di calcolo o di inganno in essi; vi si leggeva solo una determinazione sincera e disarmante. Esitò a lungo, combattuto, ma alla fine sollevò il braccio e la strinse.
L’impatto del contatto fisico fu immediato e devastante: una visione spaventosa li travolse entrambi nello stesso istante. Videro la neve cadere fitta e implacabile sul monte dell’Albero del Principio. Un incrocio di sguardi stupiti tra la tormenta. Tsume che tendeva rapidamente la mano verso di lui mentre avanzava verso la cima del Paradiso, e Hubb che precipitava nel vuoto più in basso, ormai consapevole che per lui, semplice essere umano, non ci sarebbe stato alcun Rakuen ad attenderlo alla fine del mondo.
Il fiato si mozzò di colpo in petto a entrambi per lo shock. Hubb barcollò violentemente all’indietro, urtò la sedia di legno e cadde pesantemente a terra sul pavimento. Tsume, invece, lasciò la presa di scatto e fissò la propria mano destra come se fosse improvvisamente diventata un oggetto estraneo al suo corpo. Allora anche l’altro giorno al cimitero, quando aveva sfiorato quel bocciolo…
«Che cosa… è successo?» balbettò il detective, diventato pallido, con la voce incrinata dal terrore.
«Non lo so,» rispose Tsume, ancora visibilmente scosso e con il fiatone.
Poi, guidato da un istinto improvviso, il suo sguardo si spostò verso la finestra della camera dell'ospedale. Le sue sopracciglia si inarcarono per lo stupore: in un angolo esterno della finestra erano sbocciati dei piccoli fiori bianchi. Erano identici in tutto e per tutto a quello visto al cimitero, lo stesso identico fiore che aveva toccato prima di essere investito dalla visione del fiero lupo nella notte.
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Kiba non lasciò Freeze City. Avrebbe potuto allontanarsi per cercare altrove un segno più chiaro di Cheza, ma qualcosa di profondo lo tratteneva lì. Era una tensione sottile, come un filo invisibile che lo legava indissolubilmente a quelle strade e a quei tetti coperti di neve. Se il branco si stava ricomponendo, allora il centro di gravità era proprio in quella metropoli. Camminava senza una meta apparente, con le mani infilate nelle tasche del giubbotto e il passo lento. Aveva visto abbastanza nelle ultime ore: Hige aveva chiaramente sentito il richiamo e Misha aveva pronunciato parole che non poteva conoscere, e chissà se anche Toboe stava mostrando i primi segni di una memoria riemersa. Non poteva però forzarli, non ancora. Se avesse rivelato tutto subito, rischiava solo di spaventarli, strappandoli via con violenza dalla loro normalità, e lui sapeva fin troppo bene cosa significasse perdere tutto in un solo istante.
Si fermò davanti alla grande vetrina di una libreria, osservando il proprio riflesso sovrapposto ai volumi esposti. Per un attimo, sul vetro lucido, gli parve di vedere altro: un pelo bianco e fiero, e due occhi ambrati che lo fissavano. Sbatté le palpebre e l'immagine svanì. In questo mondo attuale appariva umano, ma il suo istinto non lo era mai stato. Se Cheza li stava chiamando con tanta insistenza, c’era un motivo ben preciso; e se il destino si stava muovendo di nuovo, allora un nuovo pericolo stava bussando alla porta, anche se ancora non l’aveva individuato chiaramente. Il pensiero della lotta finale nella sua vecchia vita gli fece irrigidire improvvisamente le spalle. No, si promise, non avrebbe permesso che la storia si ripetesse in quel modo.
Sollevò lo sguardo e, dall’altra parte della strada, in un piccolo locale con le tende rosse, riconobbe i capelli fulvi di Hige, troppo vivaci per passare inosservati. Il rosso stava gesticolando animatamente, Toboe rideva sereno e Misha li ascoltava con quel suo solito mezzo sorriso che non era mai del tutto spensierato. Per un momento Kiba rimase immobile sul marciapiede: sembravano decisamente felici così. Forse aveva sbagliato, pensò, forse avrebbe semplicemente dovuto lasciarli vivere la loro vita. Ma in quel secondo il vento cambiò direzione, portando con sé un profumo lieve, dolce e incredibilmente familiare. Erano i fiori della luna. Il richiamo ancestrale non si era affatto spento.
Kiba attraversò la strada, intenzionato a raggiungerli, ma non per rivelarsi a loro come un profeta o un messaggero del passato, quanto solo come un ragazzo qualunque che aveva un disperato bisogno di parlare con qualcuno. Quando fu a pochi passi dal loro tavolino, rallentò il passo.
«Ciao,» disse semplicemente.
Ma nei suoi occhi azzurri c’era qualcosa di così profondo che nessuno di loro avrebbe potuto ignorare.
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Terminata la lezione di ballo, Toboe, Hige e Misha si erano rifugiati in un bar poco distante per rilassarsi davanti a una cioccolata calda. I vetri del locale erano appannati dal contrasto con il freddo esterno, e fuori la neve continuava a scendere silenziosa sul centro. Il profumo di caffè macinato e di latte caldo aleggiava nell'ambiente, mentre in sottofondo si udiva il leggero brusio delle persone e il tintinnio dei cucchiaini.
«Dai, almeno sa il fatto suo. Hai visto quante medaglie?» disse Toboe, cercando di smorzare le continue lamentele di Hige riguardo alla severità dell’insegnante.
«Sì, ma tra quelle non credo ci sia il premio simpatia,» ribatté lui, portandosi la tazza fumante alle labbra.
Misha sorrise di gusto a quella battuta. «Tu però mi sei sembrato molto portato, Toboe. Potresti persino continuare il corso.»
Il ragazzo drizzò la schiena e strinse i denti con orgoglio. «No, grazie. Ho altri piani nella vita!»
Hige assottigliò lo sguardo, incuriosito. «Ad esempio?»
Toboe si grattò la nuca con palese imbarazzo, abbassando gli occhi verso il riflesso tremolante nella sua cioccolata. «Mi piacerebbe avere un lavoro che mi permetta di avere una casa tutta mia. Non so ancora cosa fare… mi basta qualcosa di stabile.»
«Sei volenteroso,» disse Misha con estrema dolcezza. «Lo troverai.»
Toboe sospirò, scuotendo leggermente il capo. «Lo spero. Anche perché, compiuti i vent’anni, l’orfanotrofio mi caccerà via.»
«Magari verrai adottato prima,» intervenne Hige per rassicurarlo.
Toboe appoggiò il mento sul palmo della mano. «E quando? Tra meno di sei mesi compirò sedici anni. Sono troppo grande per qualsiasi famiglia ormai.»
L’espressione di Misha si fece improvvisamente più seria; allungò una mano verso la sua sul tavolino e la strinse con affetto. «Non perdere la speranza. Sei leale, studioso, generoso. Chi ti avrà sarà fortunato.»
Il giovane le sorrise, con gli occhi leggermente velati di gratitudine. «A volte vorrei che fossi tu la mia mamma.»
Misha scoppiò a ridere di cuore. «E quando ti avrei avuto, a dieci anni?»
«Hai ragione, ho esagerato!» rise anche lui, arrossendo. «Ma come sorella maggiore mi piacerebbe moltissimo.»
Lei si sporse in avanti e gli abbracciò le spalle con calore. «Non serve mica un certificato per considerarci tali.»
«Oh, basta voi due. Mi verrà il diabete!» protestò scherzosamente Hige, anche se sotto i baffi stava sorridendo sinceramente.
Improvvisamente, la voce di un ragazzo catturò l’attenzione di tutti e tre. Hige e Misha lo riconobbero all'istante. Era Kiba. Stava lì, in piedi davanti al loro tavolo, con quell’espressione indecifrabile che sembrava sempre oscillare tra la distanza e l'urgenza. Sui loro volti si dipinsero subito tre reazioni completamente diverse: Toboe appariva interrogativo, Hige visibilmente irritato e Misha sospesa in un limbo tra la speranza e il timore.
«Che vuoi?» disse Hige, senza troppi mezzi termini.
«Speravo di unirmi a voi,» rispose Kiba con tono pacato, mostrando la giacca di pelle marrone ancora punteggiata di neve sciolta.
«Mi spiace. Tutto occupato» tagliò corto il rosso.
Toboe si accigliò, guardando l'amico. «Lo conosci?»
«Affatto!» ribatté Hige secco. «È solo un folle che io e Misha abbiamo incontrato l’altro giorno sulla terrazza.»
Toboe alzò un sopracciglio, stupito. «Siete usciti insieme?»
«Siamo andati solo a cercare una scuola di ballo,» si affrettò a precisare Misha. Non sapeva nemmeno lei perché sentisse il bisogno di giustificarsi con tanta urgenza, ma dopo quello che era accaduto sulla terrazza panoramica non aveva alcuna voglia di tornarci sopra davanti a Toboe.
«Mi fa piacere vedere che vi siate riuniti. Tu e Toboe,» disse Kiba, rivolgendo un lieve sorriso al più giovane.
Hige si alzò di scatto dalla sedia, facendo voltare di colpo alcuni clienti dei tavoli vicini per il rumore. «Senti, non so chi sei, ma stai lontano da noi. Vuoi cercare quella tipa-fiore? Bene. Vai pure in capo al mondo a cercarla. Basta che ci lasci in pace.»
Misha gli afferrò prontamente un lembo della tuta per farlo sedere. «Calmati. Stai urlando.»
Toboe era completamente spaesato in mezzo a quel conflitto. Non riusciva a capire cosa stesse succedendo, né come quel perfetto sconosciuto potesse conoscere il suo nome; non lo aveva mai visto prima, eppure non poté negare a sé stesso che quel volto non gli sembrava per nulla quello di un estraneo. Kiba notò gli sguardi incuriositi e tesi del personale attorno a loro, così fece un passo indietro e alzò le mani in segno di pace.
«Non insisterò. Per ora vado. Ma se vorrete parlarmi, saprete dove trovarmi.» Fece una breve pausa, fissandoli. «Temo di avere bisogno di voi.»
«E dove dovremmo trovarti?» chiese d'istinto Toboe.
«Il vostro istinto ve lo dirà.»
Detto questo, il ragazzo uscì con calma dal locale. La neve fresca scricchiolava sotto le sue suole mentre camminava con le mani infilate nelle tasche, profondamente combattuto. Sapeva che non erano ancora pronti a ricordare, e lui non voleva forzare la loro natura. Ma Cheza stava cantando in quel momento e doveva trovarla prima che fosse troppo tardi per il mondo.
«Kiba, aspetta!»
Misha lo raggiunse di corsa sul marciapiede, fermandolo e posandogli una mano sulla spalla. Lui si voltò lentamente. Le guance della ragazza erano arrossate per il freddo pungente; era uscita di corsa dal bar senza la giacca e il calore del locale era svanito in un istante.
«Hai notizie di Tsume?» chiese lei, trattenendo a stento il fiato.
Kiba scosse il capo. «Non ancora. Ma non credo sia lontano da qui.»
Misha deglutì a fatica. «Per via di quell’“istinto” di cui parlavi prima?»
Kiba annuì convinto. «È ciò che ci ha fatti ritrovare oggi, si tratta di una specie di connessione profonda. Ma solo chi ne è pienamente consapevole può usarla davvero.»
La ragazza si portò le mani al petto, sentendo il freddo morderle la pelle, e il labbro le tremò appena per l'emozione. «Quinto potrei farlo anch’io? Se mi concentrassi con tutta me stessa?»
Kiba la osservò in silenzio per un lungo momento, indeciso su come risponderle per non spaventarla. «Potresti farlo. Ma la questione con lui è molto delicata, mi sembra di capire.» La sua voce si fece più bassa. «Lascia che sia io a cercarlo. Tu resta vicino a Hige e Toboe e continua la tua vita tranquilla. Ti prometto che presto avrai mie notizie.»
Misha esitò per qualche secondo, guardandolo negli occhi, poi alla fine annuì, accettando il compromesso.

Quando Misha rientrò nel locale, Hige la fulminò immediatamente con lo sguardo, poiché aveva capito subito perché fosse corsa. L’atmosfera al tavolo si fece improvvisamente rigida. Bevvero la cioccolata quasi in totale silenzio e poi, sempre senza scambiarsi molte parole, andarono al bancone a pagare il conto. In macchina nessuno dei tre parlò per tutto il tragitto. La prima tappa del viaggio fu l’orfanotrofio del quartiere e Toboe scese dal veicolo rivolgendo loro un saluto un po’ più freddo del solito.
«Passo domani in caffetteria… ho una verifica, mi servono energie,» disse a Misha, forzando un piccolo sorriso.
La ragazza annuì con un cenno, ma percepì chiaramente quella dolorosa distanza; il quindicenne si sentiva escluso dai loro segreti ed era del tutto evidente. Rimasti finalmente soli nell'abitacolo, Hige guidò in silenzio fino al palazzo di Misha. Lei scese dal passeggero e lo salutò con un semplice cenno della mano. Fece solo pochi passi sul vialetto innevato quando sentì lo sportello dell'auto richiudersi di colpo e passi veloci calpestare la ghiaia dietro di sé. Una mano decisa le afferrò il polso, fermandola.
«Aspetta.» La voce di Hige era tesa e carica di frustrazione. «Gli sei andata a chiedere di Tsume, vero? Non avevi detto proprio l'altra sera che non volevi più soffrire per colpa sua?»
Misha si strinse nelle spalle, senza trovare il coraggio di incontrare il suo sguardo. «L’ho detto… ma non posso fare a meno di preoccuparmi per lui. È qualcosa di più forte di me.»
Hige serrò la mascella per la rabbia repressa. «Perché? Ci sei andata a letto, ok… ma non puoi esserti innamorata per una sola notte trascorsa insieme.»
Quelle parole, dette in modo così crudo e diretto, le bruciarono addosso molto più del freddo inverno della città.
«Non sai cosa è successo quella notte,» rispose lei, profondamente ferita da quell'insinuazione. «E comunque non sono affatto affari tuoi.» Provò a liberarsi dalla presa con uno scatto, ma Hige rinsaldò la presa sulle sue dita e la attirò con forza verso di sé.
«Certo che lo sono!» sbottò il ragazzo, alzando la voce. «Se la ragazza che mi piace soffre in questo modo per uno che l’ha solo messa nei guai, allora è affare mio.»
Il silenzio tra loro si fece improvvisamente denso e pesante sotto la neve che cadeva fitta. Hige esitò solo per un brevissimo istante, poi si chinò d'istinto per baciarla sulle labbra, ma Misha si scostò all’ultimo momento.
«Lasciami andare.» La sua voce era ferma, ma le tremava visibilmente dentro.
Con uno strappo deciso riuscì finalmente a liberare il polso dalla sua stretta. «Voglio solo andare a casa mia.»
Hige abbassò lentamente lo sguardo sulla ghiaia, mentre le mani gli ricaddero inerti lungo i fianchi. Sentì i passi leggeri della ragazza allontanarsi verso il portone del palazzo.
«Fa’ come ti pare,» mormorò tra sé con amarezza. «Non mi interessa più nulla.»
Sapeva benissimo, però, di stare mentendo a sé stesso, poiché di lei gli importava fin troppo.
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Il giorno delle dimissioni arrivò infine senza ulteriori imprevisti. Tsume firmò i moduli ospedalieri con una grafia rapida e nervosa; i punti di sutura al fianco gli tiravano ancora a ogni movimento brusco, ma almeno la ferita non sanguinava più. Aveva insistito con i medici per non avere antidolorifici troppo forti, poiché voleva a tutti i costi mantenere la mente lucida per quello che lo aspettava. Hubb lo attendeva nel corridoio esterno, appoggiato con calma alla parete e con il cappello sotto il braccio. Si scambiarono solo uno sguardo breve e penetrante. Nessuno dei due accennò minimamente a ciò che era accaduto qualche giorno prima, poiché, onestamente, non avrebbero saputo nemmeno da quale parola cominciare per spiegare un simile assurdo.
«Allora,» disse Hubb rompendo il ghiaccio con tono pratico, «vediamo di non farmi pentire della fiducia che ho riposto in te.»
Tsume infilò le mani nelle tasche della sua giacca di pelle che gli avevano appena restituito. «Portami lì e ti mostrerò quello che so.»
Attraversarono insieme l’uscita automatica dell’edificio e l’aria fredda della metropoli li investì in pieno volto, mentre fuori stava nevicando di nuovo. Hubb sollevò appena lo sguardo verso il cielo bianco e plumbeo.
«Freeze City non cambia mai,» commentò l'investigatore.
Tsume non rispose, limitandosi a stringere i denti mentre scendeva i gradini di pietra; il fianco protestò dolorosamente per lo sforzo, ma lui non disse una sola parola. Raggiunsero l’auto del detective, un'utilitaria bianca parcheggiata nei posti riservati alla staff ospedaliero. Prima di salire a bordo, Tsume lanciò un’occhiata distratta alle finestre del piano alto dell’ospedale e per un brevissimo istante gli parve di scorgere qualcosa di chiaro, quasi luminescente, muoversi vicino al vetro. Distolse subito lo sguardo, pensando che fosse meglio non soffermarsi su quelle stranezze.
Hubb girò la chiave e mise in moto il veicolo. «Dimmi solo una cosa,» disse il detective mentre la vettura si immetteva lentamente nel traffico cittadino. «Se quello che mi hai raccontato l'altro giorno è la verità… perché non hai mai cercato di scappare alla prima occasione utile?»
Tsume guardò fuori dal finestrino laterale, osservando i palazzi grigi della città scorrere lenti sotto i fiocchi di neve.
«Perché sono stanco di scappare.»
Hubb non replicò a quella confessione così intima e l’auto si perse silenziosa tra le strade innevate della metropoli.

Viaggiarono per circa un’ora, scambiandosi poche parole. Nell’abitacolo dell'utilitaria aleggiava una tensione sottile, che nessuno dei due aveva la minima intenzione di nominare ad alta voce. Hubb guidava con apparente tranquillità nel traffico, ma di tanto in tanto lanciava a Tsume rapide occhiate di sottecchi. Si trattava di una vera e proprio deformazione professionale: osservare, analizzare e registrare ogni minimo dettaglio del proprio interlocutore. Il detective cercò con tutte le sue forze di scacciare dalla mente il pensiero di quella strana visione dell'altro giorno.
No, si disse stringendo le mani sul volante, non poteva affatto aver visto la propria morte. E poi detestava profondamente la montagna, da sempre preferiva la calma del mare. Non c’era alcun senso logico o scientifico in ciò che era accaduto in quella stanza d'ospedale.
Eppure era consapevole che Tsume avesse visto qualcosa a sua volta; non era stata un’allucinazione unilaterale dovuta allo stress delle indagini. Tra di loro c’era stato lo stesso identico gelo improvviso e quella medesima sensazione di fine imminente che gli si era insinuata nel petto come una lama fredda. Hubb era un poliziotto della scientifica, addestrato a restare lucido e razionale anche nelle situazioni ad altissimo rischio, ma in quel momento comprese che tra la teoria dei manuali e la cruda pratica della realtà c’era un abisso del tutto insondabile.
Quando arrivarono davanti all’edificio in cui, sei mesi prima, era avvenuta la sparatoria per liberare Misha, lo trovarono ancora più decadente di quanto già non fosse allora. I sigilli della polizia sventolavano nel vento gelido e alcuni di essi si erano staccati sotto il peso della neve accumulata. Sulle pareti di cemento esterno erano ancora perfettamente visibili i fori profondi lasciati dai proiettili. L’intero complesso aveva un’aria lugubre e spettrale, il tipo di fascino desolato che di solito attira solo gli esploratori di edifici abbandonati.
Tsume scese per primo dal passeggero e il freddo pungente gli morse subito il fianco ancora sensibile per i punti. Subito dopo scese anche Hubb dall'auto; si rimise il cappello in testa con un gesto automatico e sistemò meglio l’impermeabile sulle spalle, come se si stesse preparando a entrare formalmente in scena. Il detective fece il giro della vettura e aprì il bagagliaio, rivelando al suo interno una valigetta di metallo lucido.
Tsume si accigliò, incuriosito. «Che cos’è?»
«Siamo venuti a cercare tracce o no?» rispose il detective. Con un click secco aprì la valigetta, rivelando il contenuto ordinato di un kit forense completo per il primo sopralluogo sul campo. Da una borsa di stoffa nera estrasse poi una macchina fotografica professionale, che si appese subito al collo con la tracolla.
Tsume sbuffò dalle narici. «Ma che professionalità.»
Hubb sollevò leggermente un sopracciglio di fronte a quel sarcasmo. «Per tua fortuna, ragazzo, non sono un poliziotto superficiale.» Richiuse il bagagliaio con un colpo deciso della mano. «Lo stipendio preferisco guadagnarmelo sul serio.»
Tsume inclinò appena il capo in silenzio. Per quanto gli costasse ammetterlo a sé stesso, quell’uomo di legge iniziava sinceramente a stimarlo. Il detective infilò un paio di guanti in lattice azzurro e gli fece un cenno deciso con il capo.
«Andiamo.»
L’ingresso principale dell'edificio era semi divelto e arrugginito, e il nastro bicolore della polizia pendeva molle, ormai strappato in più punti. Tsume lo scostò con il dorso della mano ed entrò per primo nella struttura buia. L’odore di abbandono li investì subito le narici: umidità pesante, muffa e ferro ossidato, mescolati a qualcosa di più vecchio e sottile, come la polvere da sparo delle munizioni ormai interamente assorbita nei muri scrostati.
I loro passi risuonarono lenti e sordi nel corridoio vuoto della struttura abbandonata.
«Sei sicuro di ricordare bene?» chiese Hubb, tenendo già la macchina fotografica pronta tra le mani.
«Ricordo ogni centimetro,» rispose Tsume senza voltarsi.
Salirono le scale lentamente, prestando attenzione ai gradini sconnessi. Al primo piano li accolse un grande atrio che portava a diversi corridoi laterali e a stanze spoglie, ma il giovane uomo si mosse con assoluta sicurezza fino a raggiungere il fondo del corridoio principale, dove trovarono una porta di legno sfondata. Tsume si fermò bruscamente davanti a quella soglia e la fissò in silenzio per qualche secondo.
«Qui.»
Hubb scattò prontamente alcune foto prima ancora di entrare nella stanza. L'ambiente appariva del tutto spoglio e in penombra, illuminato soltanto dalla luce grigia dell'inverno che filtrava dalle finestre rotte. Tsume fece un passo deciso dentro.
«Satoshi era lì.» Indicò con precisione un punto vicino alla finestra. «I suoi due uomini lì e lì.» Si voltò appena verso il detective. «Misha e il ragazzino erano distesi qui a terra, l'una non molto distante dall'altro.»
Hubb seguiva ogni singolo gesto con lo sguardo, registrando mentalmente le distanze spaziali. «E poi?» chiese.
Tsume serrò la mascella per la tensione. «Poi sono arrivati gli uomini di Darcia e hanno sfondato la porta.»
Hubb si irrigidì appena a quel dettaglio, ma scelse di non interromperlo, accigliandosi profondamente. «Perciò tu non potevi sapere che qui dentro ci fossero Satoshi e gli ostaggi. Lo hai scoperto restando appostato finché Darcia e i suoi non sono arrivati? Oppure li hai visti rinchiudersi dentro prima?»
Tsume strinse le labbra, con gli occhi assottilliati dietro le lenti scure degli occhiali da sole. «Ho sentito le loro voci. Ho capito che erano qui dentro,» disse piano. «Manon ho potuto fare niente. Poi è arrivato Darcia.»
«Quindi hai assistito allo scontro di persona.»
«No… cioè, sì.»
Hubb lo fissò intensamente, cogliendo la confusione del tutto evidente nei suoi occhi. «Prendi un respiro. È passato del tempo e sei appena uscito dall’ospedale. Chiudi gli occhi e fai mente locale.»
Tsume fece esattamente come gli era stato detto. I ricordi di quel pomeriggio di sei mesi prima non erano affatto nitidi e le immagini si accavallavano in modo caotico nella sua mente, ma quel ringhio feroce e quelle urla disperate di agonia non si potevano confondere con nient'altro. E in quel momento preciso Darcia non era ancora entrato nella stanza. Aprì gli occhi.
«Darcia ha dato l’ordine ai suoi uomini di sbarazzarsi dei corpi. Questo lo ricordo chiaramente,» disse dopo un attimo di esitazione. «E ho visto Satoshi e i suoi due scagnozzi riversi a terra.»
Hubb annuì convinto. Quella parte del racconto appariva lineare, ma la dinamica interna del delitto continuava a non quadrare. «Io qui non vedo segni di sparatoria o di colluttazione,» disse il detective, guardandosi attorno perplesso. «Anzi… questa stanza è molto più pulita rispetto alle altre che abbiamo appena superato... Troppo pulita.»
Posò la valigetta sul pavimento ed estrasse la bomboletta del luminol. Hubb la agitò leggermente prima di spruzzare il liquido sulle superfici. «Il luminol reagisce con il ferro contenuto nell’emoglobina,» spiegò usando un tono professionale e quasi didattico. «Anche se il sangue è stato accuratamente lavato via o coperto nel tempo, basta una traccia microscopica perché la reazione chimica lo faccia brillare nell'oscurità. Questo luogo è senza corrente elettrica, per fortuna, quindi vedremo subito i risultati.»
Poi spruzzò la sostanza sulle pareti e sul pavimento. Per un breve istante non accadde nulla, ma poco dopo emerse un bagliore chimico, prima tenue e poi via via sempre più evidente. Sulle pareti scrostate, sul pavimento di cemento, vicino alla finestra e persino sul soffitto la stanza si accese improvvisamente di una fosforescenza azzurrina, come se una mappa segreta e sanguinosa fosse appena riemersa dal nulla.
Tsume trattenne il fiato per lo shock, mentre Hubb rimase del tutto immobile per un secondo di troppo.
«Accidenti…» mormorò il detective.
Erano passati mesi, eppure la reazione chimica appariva netta e violenta. I segni di trascinamento sul pavimento c'erano, e quelli confermavano quanto detto da Tsume riguardo al fatto che qualcuno avesse portato via tre corpi, ma questo non giustificava tutti quegli altri schizzi.
«Hai detto il vero,» mormorò il detective.
Tsume non disse nulla, ma il suo sguardo si fece visibilmente più duro. Hubb reagì immediatamente impugnando la macchina fotografica e iniziando a muoversi lungo la stanza, documentando ogni singolo angolo illuminato.
«Qui c’è stata una lotta feroce,» disse tra sé l'investigatore, analizzando la geometria delle tracce. «Ma se non ci sono stati spari da arma da fuoco, devono aver utilizzato un machete o qualcosa di simile.» Si voltò lentamente su sé stesso per osservare il centro della stanza e fu allora che si bloccò all'improvviso. Sul pavimento, proprio tra le tracce luminescenti, si distinguevano delle forme molto più definite: c'erano delle impronte impresse nel sangue, ma non appartenevano a delle scarpe. Hubb si abbassò lentamente per studiarle da vicino. «Ti risulta che Satoshi possedesse un cane di grossa taglia?»
Tsume si avvicinò di qualche passo. Le impronte sul cemento erano grandi, decisamente troppo grandi per un cane comune; le dita apparivano allungate e i segni degli artigli erano ben marcati. E ce n’erano diverse in tutta la stanza, come se l’animale si fosse mosso freneticamente avanti e indietro nel mezzo del massacro. Hubb deglutì a fatica, guardandolo.
«Neanche Darcia ne aveva uno con sé durante l'irruzione, giusto?»
Tsume fissava quelle tracce senza battere ciglio, mentre la luce azzurrina del luminol continuava a vibrare attorno a loro. Il respiro del giovane si mozzò a metà nel petto e quella incredibile realtà gli penetrò nella testa con estrema violenza. Inspiegabilmente gli tornò alla mente la lupa bianca e nera vista nella sua recente visione a Mine-Ruins Town. Non riusciva a capire perché associasse quella stanza a quella figura animale, e soprattutto perché fosse così intimamente certo che si trattasse di una femmina.
«Tsume?» lo richiamò il detective, spazientito dal suo silenzio. «Allora?»
«Io… io...» mormorò il ragazzo, confuso.
«La condizione per la condizionale era l'assoluta sincerità tra noi. Mi stai nascondendo qualcosa, non è vero?»
Hubb scattò altre fotografie alle impronte di zampe, poi si raddrizzò asciugandosi la fronte. «Quello che è del tutto chiaro è che qui dentro è morto qualcuno, e il corpo è stato portato via in segreto. Darcia è intervenuto con la sua scorta privata e poi ha trovato un accordo con il comandante di polizia. Non sono stati usati proiettili letali da parte sua e nessun malvivente risulta ufficialmente morto nei verbali. Sono rimasti feriti solo i suoi uomini perché gli altri sparavano con munizioni vere.» Si guardò attorno con espressione seria. «Non conosco tutti i dettagli, ma se l’è cavata perché non risultavano omicidi sul campo. Questo, però…» indicò il pavimento lumiscente «…cambia completamente tutto.»
«Ha nascosto i corpi,» concluse Tsume, ancora con lo sguardo fisso sulle grandi impronte. «Perché, anche se non fosse stato direttamente coinvolto nel massacro, sarebbe stato molto difficile dimostrarlo alla scientifica.»
«Esatto. Anche se si fossero uccisi tra loro prima del suo arrivo, Darcia non sarebbe comunque rimasto fuori dalle indagini per omicidio. E per un uomo d'affari che ha già camminato abbastanza sul filo del rasoio con la giustizia, uno scandalo del genere non avrebbe fatto affatto bene ai suoi interessi economici.»
Tsume aggrottò la fronte, profondamente turbato. Si allontanò di qualche passo verso la finestra, con le mani infilate nelle tasche della giacca e il capo chino. «Misha o quel bambino hanno detto qualcosa nei verbali?»
Hubb scosse il capo in segno di diniego. «Toboe ricorda solo di aver ricevuto un pugno violento in faccia che l’ha messo immediatamente fuori combattimento.»
Tsume si voltò di scatto a quelle parole. «Hai detto Toboe!?» Quel nome lo aveva appena colpito dritto al cuore come un proiettile.
Hubb lo fissò con crescente perplessità e sospetto. «Lo conosci per caso?»
Tsume si portò immediatamente una mano alla tempia, poiché una fitta improvvisa e lancinante gli attraversò la testa, facendogli stringere i denti. «No… io non… non l’ho mai sentito né visto in vita mia.»
Il detective inspirò lentamente, mostrando una pazienza ormai al limite del tollerabile. «Ho sbagliato a portarti subito qui, è evidente che sei ancora provato. O forse gli antidolorifici dell'ospedale ti stanno confondendo le idee.» Fece un gesto vago con la mano per chiudere la borsa. «Per ora hai avuto ragione tu: questa è a tutti gli effetti una scena del crimine occultata, ma restano ancora troppe lacune nella tua versione dei fatti.» Richiuse la valigetta metallica, rimise il tappo all'obiettivo della macchina fotografica e si diresse verso l’uscita della stanza. «Avanti. Andiamo via.»
«Dove?» chiese Tsume, ancora visibilmente frastornato dal mal di testa.
Hubb si voltò appena sulla soglia, abbozzando un sorriso gentile e rassicurante. «A casa mia.»

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Misha si lasciò cadere sul letto, di schiena, tenendo le braccia aperte come se volesse occupare tutto lo spazio possibile attorno a sé. Era esausta. Da quando aveva litigato con Hige sul vialetto, l’aria alle lezioni di ballo classico era diventata pesante. Lui non si presentava più in caffetteria e questo le dispiaceva molto, ma la sorprendeva il fatto che continuasse comunque a frequentare il corso. Anche Toboe era cambiato nei suoi confronti; le parlava, sì, ma con una cautela del tutto nuova, come se temesse di urtare qualcosa di estremamente fragile. Non capire cosa stesse succedendo e non ricevere alcuna spiegazione lo stava ferendo nel profondo, e lei lo vedeva chiaramente ogni volta che lo guardava negli occhi.
Kiba non si era più fatto vivo. Forse era davvero solo un tipo delirante che, così come era apparso all'improvviso, era svanito nel nulla. Eppure sentiva che stavano accadendo troppe cose insolite perché potessero essere liquidate come semplici coincidenze, e la cosa peggiore era che non poteva parlarne con nessuno, neppure con i suoi stessi genitori.
Con un sospiro profondo si sollevò dal materasso e raggiunse la scrivania della camera. Aprì il primo cassetto e ne estrasse un album fotografico dalla copertina chiara. Le sue dita sfogliarono lentamente pagine cariche di passato: c'era lei appena nata, piccola e indifesa tra le braccia di sua madre, i primi passi incerti sul tappeto, il primo compleanno con la torta. Era nata da quelle due persone ed era cresciuta a tutti gli effetti come una bambina qualunque. Era un essere umano, su questo non c’erano assolutamente dubbi.
E allora perché quella strana visione nel vicolo? Perché quella di Hige sul divano? Perché sentiva quella connessione così profonda e viscerale con Tsume, che sembrava trascendere il tempo stesso? I fiori della luna e la ricerca del Rakuen erano solo leggende stampate sui libri, eppure quelle parole misteriose tornavano con insistenza, sempre più spesso nella sua testa.
Erano come un'eco, come se qualcosa di immenso stesse per accadere da un momento all'altro. Era come se un tempo invisibile stesse per compiersi... o per ripetersi... ma cosa?
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