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Creato il 12/05/2026, 18:04 · Aggiornato il 12/05/2026, 18:04

Capitolo 8: Impronte invisibili

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Morte
  • Sangue
  • Violenza
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«Il primo segno del ritorno non è nel cielo: è nelle impronte.» - Racconti perduti de Il Libro della Luna

«Cinque, sei, sette, otto!»

Il battito secco delle mani dell’insegnante rimbombò nella sala dagli specchi alti fino al soffitto. Il pianoforte, nell’angolo, seguiva con una melodia vivace ma disciplinata, mentre una fila disordinata di aspiranti ballerini tentava di coordinare piedi e braccia con dignità alterna.

Hige era tutto tranne che dignitoso.

«Ma perché il mio piede sinistro fa sempre di testa sua?» sbottò a mezza voce, inciampando quasi nella propria ombra e rischiando di travolgere Toboe, che invece cercava di eseguire i passi con una concentrazione quasi eroica.

Misha, qualche posizione più avanti, trattenne una risata. Le mani leggere, la schiena dritta, provava a seguire il conteggio, ma ogni tanto lo sguardo le sfuggiva verso il riflesso nello specchio. Non era abituata a vedersi così: elegante, composta, come se stesse davvero preparando qualcosa di importante.

Fuori dalle grandi finestre, la neve continuava a cadere silenziosa sulla città.

Dentro, tra passi sbagliati e rimproveri ritmati, sembrava tutto incredibilmente normale.

Eppure, sotto quella musica ordinata, qualcosa continuava a vibrare.

Finalmente, dopo aver girato mezza Freeze City, avevano trovato la scuola adatta, specializzata in danze storiche e da sala.

«Postura!» richiamò l’insegnante, una donna dai capelli raccolti in uno chignon impeccabile. «Schiena dritta, mento leggermente sollevato. Questo non è un valzer da balera, è un ballo da palazzo.»

Si avvicinò a una coppia per correggere la distanza tra i corpi.

«La mano dell’uomo sostiene, non stringe. La dama non si abbandona, si affida.»

Hige fece una smorfia teatrale. «Io mi affido solo al buffet,» borbottò.

«Cambio partner!» annunciò l’insegnante, battendo di nuovo le mani.

Con un piccolo movimento a incastro, Misha si ritrovò davanti a Hige. Lui le offrì la mano con un mezzo inchino esagerato.

«Mia signora, mi vuole concedere questo ballo?»

Misha alzò gli occhi al cielo, ma gli posò comunque la mano sulla spalla, mentre lui le sfiorava la vita con una cautela quasi insolita per lui.

«Ma certo, messere,» sussurrò lei.

Iniziarono a muoversi, un po’ rigidi, seguendo il ritmo lento e cadenzato. Un passo indietro, uno laterale, mezzo giro.

«Come ti senti?» chiese Misha a un certo punto, a bassa voce, senza smettere di contare mentalmente.

Hige abbassò lo sguardo per un istante, il sorriso si fece più sottile.

«Meglio,» disse. «È passato.» Fece una pausa. «Però… quella sensazione è rimasta. Qualunque cosa fosse quella visione, spero solo che non mi ricapiti.»

Misha annuì appena, stringendo un poco di più la presa.

Dall’altra parte della sala, Toboe li osservava. Cercava di seguire i passi con la nuova partner, ma il suo sguardo tornava spesso verso i due.

Si accigliò leggermente.

Non sentiva cosa stessero dicendo, ma il modo in cui si parlavano, così vicini, così concentrati l’uno sull’altra, gli diede una strana stretta allo stomaco.

«Chiaramente non voglio farti tornare in mente quei brutti ricordi,» disse Misha, con tono sincero. «Ma da allora non ne abbiamo più parlato.»

Hige scosse il capo, senza smettere di muoversi al ritmo imposto.

«Sei l’unica persona con cui potrei farlo. Tutto questo ha dell’incredibile.»

Esitò un istante. «Secondo te dovremmo dirlo anche a Toboe? Kiba ha nominato anche lui.»

«Silenzio in sala e concentrazione!» intimò l’insegnante, battendo le mani.

Misha e Hige serrarono i denti. Era evidente che il rimprovero fosse indirizzato soprattutto a loro.

Un altro giro e un passo laterale.

Hige la fece ruotare su sé stessa al comando della maestra, e quando la riprese tra le braccia, Misha scosse appena il capo.

«Non voglio coinvolgerlo. Non finché non capisco anch’io cosa sta succedendo.»

Hige si accigliò. «Ma anche tu…?»

«Ops! Scusa, ho intruppato!» intervenne Toboe con un finto tono dispiaciuto, dando una spallata a Hige mentre cambiava direzione.

Hige lo fulminò con lo sguardo, sbuffando dalle narici.

«Non possiamo aspettare troppo,» riprese sottovoce. «E se gli capitasse mentre è da solo?»

Misha abbassò lo sguardo, seguendo meccanicamente il passo.

«Sì… ma forse, come diceva Kiba, è meglio non sapere.»

«Se è coinvolto anche lui, non potrai proteggerlo per sempre.»

Dall’altra parte della sala, Toboe cercava di captare qualche parola. La sua partner lo trascinava in un mezzo giro troppo largo, costringendolo a concentrarsi sui piedi.

Ma un nome gli arrivò chiaro: Kiba.

Si irrigidì appena. Quel nome, per qualche motivo, non gli era estraneo.

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

Qualche giorno dopo, il detective Hubb Lebowski tornò al Central Hospital.

Tsume era seduto sul letto, la schiena appoggiata al muro. Il colorito era meno livido, ma i punti al fianco gli tiravano a ogni respiro più profondo. Si era rimesso in piedi per brevi tratti, sotto lo sguardo vigile degli agenti di turno, e l’energia stava lentamente tornando, anche se il corpo non gli permetteva ancora movimenti bruschi.

La porta si aprì senza fretta.

«Vedo che sei ancora qui,» commentò Hubb, entrando con il solito cappello in mano. «Devo dire che apprezzo. Avrei scommesso su un tentativo di fuga.»

Tsume lo fissò, senza rispondere.

«Buone notizie,» proseguì il detective, avvicinandosi al letto. «Ho parlato con il giudice. Non è stato semplice, ma ho ottenuto per te una condizionale temporanea.»

Gli occhi di Tsume si fecero più attenti.

«Verrai con me nel luogo dove è avvenuta la sparatoria. Se davvero Satoshi è morto e Darcia ha fatto sparire il corpo, troveremo qualcosa stanne certo.»

Fece una breve pausa.

«Se quello che hai detto corrisponde al vero, la tua posizione potrebbe alleggerirsi. Ma se mi hai mentito…»

Lasciò la frase sospesa.

Tsume inspirò lentamente, sentendo tirare la ferita sotto le bende.

«Portami lì,» disse soltanto.

Hubb si sfilò la giacca e la appese allo schienale della sedia, rimanendo in piedi davanti al letto.

«Ragazzo mio, hai davvero un pessimo modo di relazionarti con le persone,» disse con il suo tono gentile, quasi ironico. «In questo momento io sono il tuo unico salvagente, prima che ti buttino nelle acque del carcere.»

Si aggiustò i polsini. «Certo, c’è sempre l’avvocato d’ufficio… ma quelli pensano più allo stipendio a fine mese che agli interessi del cliente.»

Tsume rimase in silenzio un po’ troppo a lungo.

«Non sono uno che si integra,» rispose infine.

«Questo mi è piuttosto chiaro.» Hubb inclinò leggermente il capo. «Dalle mie indagini, sei uno che usa le persone per convenienza. E quelli che potresti chiamare “amici”… nessuno ha speso una parola in tuo favore.»

Lo osservò con calma. «Scorbutico e poco paziente. La tua unica passione sembra essere la moto.»

Gli occhi di Tsume si accesero per la prima volta.

«L’avete recuperata?»

«Come, scusa?»

«La mia moto. Sono finito qui perché quei bastardi volevano rubarmela.»

Hubb sospirò.

«Non mi è arrivata alcuna denuncia di furto. E temo che, a quest’ora, della tua sia rimasto ben poco. Si fa in fretta a smontarle e rivenderle come pezzi di ricambio.»

Le mani di Tsume si chiusero in pugni serrati. La mascella si tese.

Per un istante, Hubb provò un moto di sincero dispiacere.

Sì, era un teppista, i precedenti parlavano chiaro, ma nel suo profilo non vedeva un criminale calcolatore. Piuttosto uno sbandato, cresciuto senza una guida, che aveva imparato a sopravvivere mostrando i denti.

Un randagio.

E forse, se qualcuno gli avesse davvero offerto un’alternativa, qualcosa sarebbe potuto cambiare.

Forse era anche per questo che si era legato a quella ragazza con una vita così distante dalla sua da sembrare quasi irreale.

«Facciamo così,» disse Hubb, incrociando le braccia. «Io troverò il modo di farti riavere la moto. Ma tu mi prometti che collaborerai al cento per cento. Niente inganni. Niente sotterfugi.»

Per la prima volta, l’attenzione di Tsume si fece piena.

«E poi ti serve,» aggiunse il detective con un mezzo sorriso, «per fare colpo su quella ragazza, non credi?»

Non seppe bene come, ma aveva toccato il punto giusto.

Tsume accennò a un mezzo sorriso.

«Ce l’avevo già portata sopra. Era completamente terrorizzata.»

«Eh, sì. Possono far paura.» Hubb ridacchiò. «Io ho sempre avuto la macchina. Però immagino sia soddisfacente avere una bella ragazza che ti si stringe addosso per non cadere.»

Tsume lo osservò per un istante.

«Sei sposato?»

«Io?» fece Hubb, quasi divertito. «No, sono uno scapolone. Tutto lavoro e niente divertimento. Ho seguito le orme di mio padre, e lui era raramente a casa. Temo che i Lebowski finiranno con me.»

«Sei un bell’uomo. Prima o poi una donna la troverai.»

Hubb lo guardò, sorpreso dalla sincerità.

«Ti ringrazio.»  Poi tornò serio. «Ma ora basta parlare di me. La ferita?»

Tsume fece un respiro più profondo, che gli tirò i punti.

«Il dottore dice ancora qualche giorno di osservazione. Poi riposo a casa.»

Un attimo. «Anche se non credo di averne più una. Il tipo da cui stavo avrà già dato la stanza a qualcun altro. Le mie cose saranno state buttate in strada.»

Hubb fischiò piano. «Accidenti, amico, sei proprio messo male.»

Tsume fece spallucce.

«Vivendo così ho imparato a non attaccarmi alle cose. Solo alla moto ci tenevo davvero. L’avevo comprata con sacrifici. Ora che non ho nemmeno quella… non mi resta molto a cui pensare.»

Il detective si fece serio.

«Forse se finirò in prigione,» aggiunse Tsume con un mezzo sorriso amaro, «avrò finalmente un posto stabile e sicuro. Ironico, no?»

«A me non fa ridere.» La voce di Hubb si abbassò. «Secondo me hai le potenzialità per essere meglio di così. Devi solo circondarti di persone che credano in te.»

Tsume lo guardò di sbieco.

«Peccato non ne abbia alcuna.»

Hubb sostenne il suo sguardo.

«Ce l’hai di fronte.»

Il ragazzo dai capelli grigi non nascose lo stupore.

«Che assurdità. Nemmeno mi conosci.»

Hubb non ritrasse lo sguardo.

«Ti ho osservato abbastanza. E parlarti di persona, guardarti negli occhi… mi ha dato la certezza che sei recuperabile.»

Si avvicinò al letto e gli tese la mano.

«Collabora con me, Tsume. Aiutami a scoprire la verità su quel giorno. E dai una possibilità a te stesso. Tutti hanno diritto a un po’ di felicità.»

Tsume rimase a fissare quella mano per qualche secondo.

Gli occhi di Hubb erano accesi, ma non c’era calcolo in essi. Solo una determinazione sincera.

Esitò, ma infine la strinse.

L’impatto fu immediato: una visione li travolse entrambi.

Neve che cadeva sul monte dell’Albero del Principio.

Un incrocio di sguardi.

Tsume che tendeva la mano verso di lui, mentre avanzava verso la cima.

Hubb che precipitava più in basso, ormai consapevole che per lui, semplice umano, non ci sarebbe stato alcun Rakuen.

Il fiato si mozzò in petto a entrambi. Hubb barcollò all’indietro, urtò la sedia e cadde a terra. Tsume, invece, lasciò la presa di scatto e fissò la propria mano come se fosse diventata estranea.

Allora anche l’altro giorno al cimitero…

«Che cosa… è successo?» balbettò il detective, pallido, la voce incrinata.

«Non lo so,» rispose Tsume, ancora scosso.

Poi il suo sguardo si spostò verso la finestra.

Le sopracciglia si inarcarono: in un angolo del vetro, tra la condensa e il gelo, erano sbocciati piccoli fiori bianchi.

Proprio come quello al cimitero, quello che aveva toccato prima di essere investito dalla visione del fiero lupo nella notte.

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

Kiba non lasciò Freeze City.

Avrebbe potuto allontanarsi, cercare altrove un segno più chiaro di Cheza, ma qualcosa lo tratteneva lì. Una tensione sottile, come un filo invisibile che lo legava a quelle strade, a quei tetti coperti di neve.

Se il branco si stava ricomponendo, allora il centro era lì.

Camminava senza una meta apparente, le mani nelle tasche del giubbotto, il passo lento.

Aveva visto abbastanza: Hige aveva sentito il richiamo e Misha aveva pronunciato parole che non poteva conoscere... e chissà se anche Toboe stava mostrando anche lui i primi segni di memoria riemersa.

Non poteva però forzarli.

Non ancora.

Se avesse rivelato tutto subito, li avrebbe solo spaventati. Strappati via da quella fragile normalità che si erano costruiti. E lui sapeva cosa significasse perdere tutto in un istante.

Si fermò davanti alla vetrina di una libreria, osservando il proprio riflesso sovrapposto ai volumi esposti. Per un attimo, nel vetro, gli parve di vedere altro. Pelo bianco. Occhi ambrati.

Sbatté le palpebre.

In questo mondo era umano, ma il suo istinto non lo era mai stato.

Se Cheza li stava chiamando, c’era un motivo. E se il destino si stava muovendo di nuovo, allora un nuovo pericolo stava bussando alla porta, ma ancora non l’aveva individuato.

Il pensiero della lotta finale nella sua vecchia vita gli fece irrigidire le spalle.

No. Non avrebbe permesso che la storia si ripetesse.

Sollevò lo sguardo.

Dall’altra parte della strada, in un piccolo locale con le tende rosse, riconobbe i capelli fulvi, troppo vivaci per passare inosservati. Hige stava gesticolando animatamente. Toboe rideva. Misha li ascoltava, con quel mezzo sorriso che non era mai del tutto spensierato.

Per un momento Kiba rimase immobile.

Sembravano decisamente felici.

Forse aveva sbagliato. Forse avrebbe dovuto lasciarli così.

Ma il vento cambiò direzione, portando con sé un profumo lieve, dolce e familiare.

I fiori della luna. Il richiamo non si era spento.

Kiba attraversò la strada, intenzionato a raggiungerli, ma non per rivelarsi loro come un profeta o un messaggero. Solo come un ragazzo che aveva bisogno di parlare.

Quando fu a pochi passi da loro, rallentò.

«Ciao,» disse semplicemente.

Ma nei suoi occhi c’era qualcosa che nessuno di loro avrebbe potuto ignorare.

Terminata la lezione di ballo, Toboe, Hige e Misha si erano rifugiati in un bar poco distante, per rilassarsi davanti a una cioccolata calda. I vetri erano appannati dal contrasto con il freddo esterno, e fuori la neve continuava a scendere silenziosa.

Il profumo di caffè macinato e di latte caldo, aleggiava nell'ambiente e in sottofondo si udiva il leggero brusio delle persone ed il tintinnio dei cucchiaini.

«Dai, almeno sa il fatto suo. Hai visto quante medaglie?» disse Toboe, cercando di smorzare le lamentele di Hige, riguardo la severità dell’insegnante.

«Sì, ma tra quelle non credo ci sia il premio simpatia,» ribatté il rosso, portandosi la tazza alle labbra.

Misha sorrise.

«Tu però mi sei sembrato molto portato, Toboe. Potresti persino continuare.»

Il ragazzo drizzò la schiena e strinse i denti.

«No, grazie. Ho altri piani nella vita!»

Hige assottigliò lo sguardo. «Ad esempio?»

Toboe si grattò la nuca, imbarazzato. Abbassò gli occhi verso il riflesso tremolante nella cioccolata.

«Mi piacerebbe avere un lavoro che mi permetta di avere una casa tutta mia. Non so ancora cosa fare… mi basta qualcosa di stabile.»

«Sei volenteroso,» disse Misha con dolcezza. «Lo troverai.»

Toboe sospirò.

«Lo spero. Anche perché, compiuti i vent’anni, l’orfanotrofio mi caccerà.»

«Magari verrai adottato prima,» intervenne Hige.

Toboe appoggiò il mento sul palmo.

«E quando? Tra meno di sei mesi compirò sedici anni. Sono troppo grande per qualsiasi famiglia.»

L’espressione di Misha si fece più seria. Allungò una mano verso la sua e la strinse.

«Non perdere la speranza. Sei leale, studioso, generoso. Chi ti avrà sarà fortunato.»

Il giovane le sorrise, gli occhi velati di gratitudine.

«A volte vorrei che fossi tu la mia mamma.»

Misha scoppiò a ridere. «E quando ti avrei avuto, a dieci anni?»

«Hai ragione, ho esagerato!» rise anche lui. «Ma come sorella maggiore mi piacerebbe.»

Lei si sporse e gli abbracciò le spalle. «Non serve un certificato per considerarci tali.»

Toboe arrossì fino alle orecchie.

«Oh, basta voi due. Mi verrà il diabete!» protestò Hige, anche se stava sorridendo.

Improvvisamente la voce di un ragazzo catturò l’attenzione di tutti e tre.

Hige e Misha lo riconobbero subito.

Kiba.

Stava lì, davanti al loro tavolo, con quell’espressione indecifrabile che sembrava sempre a metà tra distanza e urgenza.

Sui loro volti si dipinsero tre reazioni diverse:

Toboe interrogativo.

Hige irritato.

Misha sospesa tra speranza e timore.

«Che vuoi?» disse Hige, senza mezzi termini.

«Speravo di unirmi a voi,» rispose Kiba con tono pacato, la giacca di pelle marrone ancora punteggiata di neve sciolta.

«Mi spiace. Tutto occupato.»

Toboe si accigliò. «Lo conosci?»

«Affatto!» ribatté Hige secco. «È solo un folle che io e Misha abbiamo incontrato l’altro giorno.»

Toboe alzò un sopracciglio. «Siete usciti insieme?»

«Siamo andati solo a cercare una scuola di ballo,» si affrettò a precisare Misha. Non sapeva nemmeno perché sentisse il bisogno di giustificarsi, ma dopo quello che era accaduto in terrazza, non aveva voglia di tornarci sopra.

«Mi fa piacere vedere che vi siate riuniti. Tu e Toboe,» disse Kiba con un lieve sorriso.

Hige si alzò di scatto, facendo voltare alcuni clienti.

«Senti, non so chi sei, ma stai lontano da noi. Vuoi cercare quella tipa-fiore? Bene. Vai pure in capo al mondo. Basta che ci lasci stare.»

Misha gli afferrò un lembo della tuta. «Calmati. Stai urlando.»

Toboe era completamente spaesato. Non capiva cosa stesse succedendo né come quello sconosciuto conoscesse il suo nome. Non lo conosceva, ma non poté negare a sé stesso che non gli sembrava neanche un estraneo.

Kiba notò gli sguardi incuriositi attorno a loro. Fece un passo indietro e alzò le mani.

«Non insisterò. Per ora vado. Ma se vorrete parlarmi, saprete dove trovarmi.» Fece una pausa. «Temo di avere bisogno di voi.»

«E dove dovremmo trovarti?» chiese Toboe.

«Il vostro istinto ve lo dirà.»

Uscì dal locale. La neve scricchiolava sotto le suole, le mani infilate nelle tasche. Era combattuto. Non erano pronti. E lui non voleva forzarli.

Ma Cheza stava chiamando. Doveva trovarla prima che fosse troppo tardi.

«Kiba, aspetta!»

Misha lo raggiunse di corsa e gli posò una mano sulla spalla.

Lui si voltò. Le guance della ragazza erano arrossate dal freddo. Era uscita senza giacca; il calore del bar era svanito in un istante.

«Hai notizie di Tsume?» chiese, trattenendo il fiato.

Kiba scosse il capo. «Non ancora. Ma non credo sia lontano.»

Misha deglutì. «Per via di quell’“istinto” di cui parlavi?»

Kiba annuì. «È ciò che ci ha fatti ritrovare, è una specie di connessione. Ma solo chi ne è consapevole può usarla davvero.»

La ragazza si portò le mani al petto. Il labbro le tremò appena.

«Quindi potrei farlo anch’io? Se mi concentrassi?»

Kiba la osservò per un momento, indeciso su come risponderle.

«Potresti. Ma la questione con lui è delicata, mi sembra di capire.»

La voce si fece più bassa. «Lascia che sia io a cercarlo. Tu resta vicino a Hige e Toboe. Continua la tua vita. Ti prometto che presto avrai mie notizie.»

Misha esitò. Poi annuì.

Quando Misha rientrò nel locale, Hige la fulminò con lo sguardo. Aveva capito immediatamente perché fosse corsa fuori.

L’atmosfera al tavolo si fece rigida.

Bevvero la cioccolata quasi in silenzio e poi, sempre senza molte parole, andarono a pagare.

In macchina nessuno parlò. La prima tappa fu l’orfanotrofio. Toboe scese con un saluto un po’ più freddo del solito.

«Passo domani in caffetteria… ho una verifica, mi servono energie,» disse a Misha, forzando un sorriso.

Lei annuì, ma percepì quella distanza. Si sentiva escluso, ed era evidente.

Rimasti soli, Hige guidò fino a casa di Misha. Lei scese e lo salutò con un cenno.

Fece pochi passi sul vialetto quando sentì lo sportello richiudersi e passi veloci dietro di sé.

Una mano le afferrò il polso.

«Aspetta.» La voce di Hige era tesa. «Gli sei andata a chiedere di Tsume, vero? Non avevi detto che non volevi più soffrire?»

Misha si strinse nelle spalle, senza incontrare il suo sguardo.

«L’ho detto… ma non posso fare a meno di preoccuparmi. È più forte di me.»

Hige serrò la mascella.

«Perché? Ci sei andata a letto, ok… ma non puoi esserti innamorata per una notte.»

Quelle parole, dette così, le bruciarono addosso più del freddo.

«Non sai cosa è successo quella notte,» rispose, ferita. «E comunque non sono affari tuoi.»

Provò a liberarsi, ma Hige rinsaldò la presa e la attirò verso di sé.

«Certo che lo sono!» sbottò. «Se la ragazza che mi piace soffre per uno che l’ha messa nei guai, è affare mio.»

Il silenzio tra loro si fece improvvisamente denso. Hige esitò solo un istante, poi si chinò per baciarla. Misha si scostò all’ultimo momento.

«Lasciami andare.» La voce era ferma, ma le tremava dentro.

Con uno strappo deciso liberò il polso. «Voglio solo andare a casa.»

Hige abbassò lo sguardo. Le mani gli ricaddero lungo i fianchi.

Sentì i suoi passi allontanarsi sulla ghiaia.

«Fa’ come ti pare,» mormorò. «Non mi interessa.»

Sapeva, però, di mentire... gli importava fin troppo.

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

Il giorno delle dimissioni arrivò senza ulteriori incidenti.

Tsume firmò i moduli con una grafia rapida e nervosa. I punti al fianco tiravano ancora a ogni movimento brusco, ma almeno non sanguinava più. Aveva insistito per non avere antidolorifici troppo forti: voleva la mente lucida.

Hubb lo attendeva nel corridoio, appoggiato alla parete, cappello sotto il braccio.

Si scambiarono uno sguardo breve.

Nessuno dei due accennò minimamente a ciò che era accaduto qualche giorno prima nella stanza d’ospedale.

Onestamente, non avrebbero saputo nemmeno da dove cominciare.

«Allora,» disse Hubb con tono pratico, «vediamo di non farmi pentire della fiducia che ho riposto in te.»

Tsume infilò le mani nelle tasche della giacca che gli avevano restituito.

«Portami lì e ti mostrerò quello che so.»

Attraversarono l’uscita automatica dell’ospedale. L’aria fredda li investì in pieno volto.

Stava nevicando di nuovo.

Hubb sollevò appena lo sguardo verso il cielo bianco.

«Freeze City non cambia mai,» commentò.

Tsume non rispose. Si limitò a stringere i denti mentre scendeva i gradini. Il fianco protestò, ma non disse nulla.

Raggiunsero l’auto del detective, un'utilitaria bianca.

Prima di salire, Tsume lanciò un’occhiata distratta alle finestre del piano alto dell’ospedale e per un istante gli parve di scorgere qualcosa di chiaro vicino al vetro.

Distolse lo sguardo.

Meglio non pensarci.

Hubb mise in moto.

«Dimmi solo una cosa,» disse mentre si immetteva nel traffico. «Se quello che mi hai raccontato è vero… perché non hai mai cercato di scappare alla prima occasione?»

Tsume guardò fuori dal finestrino la città scorrere lenta sotto la neve.

«Perché sono stanco di scappare.»

Hubb non replicò.

L’auto si perse tra le strade grigie della metropoli.

Viaggiarono per circa un’ora, scambiandosi poche parole. Nell’abitacolo aleggiava una tensione sottile, che nessuno dei due aveva intenzione di nominare.

Hubb guidava con apparente tranquillità, ma di tanto in tanto lanciava a Tsume rapide occhiate di sottecchi. Era una deformazione professionale: osservare, analizzare, registrare ogni minimo dettaglio.

Cercò di scacciare il pensiero di quella visione.

No. Non poteva aver visto la propria morte.

E poi detestava la montagna. Lui preferiva il mare.

Non c’era alcun senso logico in ciò che era accaduto.

Eppure Tsume aveva visto qualcosa a sua volta. Non era stata un’allucinazione unilaterale. C’era stato quello stesso gelo improvviso, quella sensazione di fine imminente che gli si era insinuata nel petto come una lama fredda.

Era un poliziotto. Addestrato a restare lucido anche nelle situazioni ad alto rischio. Ma tra la teoria e la pratica… c’era un abisso.

Quando arrivarono davanti all’edificio in cui, sei mesi prima, era avvenuta la sparatoria per liberare Misha, lo trovarono ancora più decadente di quanto già non fosse allora.

I sigilli della polizia sventolavano nel vento gelido; alcuni si erano staccati sotto il peso della neve accumulata. Sulle pareti erano ancora visibili i fori dei proiettili.

L’intero complesso aveva un’aria lugubre, il tipo di fascino che attira solo gli esploratori di edifici abbandonati.

Tsume scese per primo. Il freddo gli morse il fianco ancora sensibile.

Subito dopo scese anche Hubb. Si rimise il cappello con un gesto automatico e sistemò meglio l’impermeabile sulle spalle, come se stesse entrando in scena.

Fece il giro della vettura e aprì il bagagliaio.

Dentro c’era una valigetta di metallo.

Tsume si accigliò. «Che cos’è?»

«Siamo venuti a cercare tracce o no?» rispose il detective.

Con un click secco aprì la valigetta, rivelando il contenuto: un kit forense per il primo sopralluogo.

Da una borsa di stoffa nera estrasse poi una macchina fotografica, che si appese al collo.

Tsume sbuffò. «Ma che professionalità.»

Hubb sollevò appena un sopracciglio.

«Per tua fortuna, ragazzo, non sono un poliziotto superficiale.»

Richiuse il bagagliaio con un colpo deciso. «Lo stipendio preferisco guadagnarmelo.»

Tsume inclinò appena il capo.

Per quanto gli costasse ammetterlo, quell’uomo iniziava a stimarlo.

Il detective infilò un paio di guanti in lattice e fece un cenno con il capo. «Andiamo.»

L’ingresso principale era semi divelto. Il nastro della polizia pendeva molle, strappato in più punti. Tsume lo scostò con il dorso della mano ed entrò per primo.

L’odore li investì subito: umidità, muffa, ferro ossidato. E qualcosa di più vecchio, più sottile. Polvere da sparo ormai assorbita nei muri.

I loro passi risuonarono nel corridoio vuoto.

«Sei sicuro di ricordare bene?» chiese Hubb, già con la macchina fotografica pronta.

«Ricordo ogni centimetro,» rispose Tsume senza voltarsi.

Salirono le scale lentamente.

Al primo piano lo accolse un atrio che portava a diversi corridoi e stanze, ma il giovane uomo si mosse con sicurezza, fino a raggiungere il fondo, dove trovarono una porta sfondata.

Tsume si fermò davanti a quella e la fissò per qualche secondo. «Qui.»

Hubb scattò alcune foto prima ancora di entrare.

La stanza era spoglia e in penombra, illuminata solo dalla luce grigia che filtrava dalle finestre rotte.

Tsume fece un passo dentro.

«Satoshi era lì.» Indicò un punto vicino alla finestra. «I suoi due uomini lì e lì.»

Si voltò appena.

«Misha e il ragazzino erano distesi qui a terra, l'uno non molto distante dall'altra.»

Hubb seguiva ogni gesto con lo sguardo, registrando mentalmente le distanze.

«E poi?» chiese.

Tsume serrò la mascella. «Poi sono arrivati gli uomini di Darcia e hanno sfondato la porta.»

Hubb si irrigidì appena, ma non lo interruppe. Si accigliò invece.

«Perciò tu non potevi sapere che qui dentro ci fossero Satoshi e gli ostaggi. Lo hai scoperto restando appostato finché Darcia e i suoi non sono arrivati? Oppure li hai visti rinchiudersi dentro?»

Tsume strinse le labbra, gli occhi assottigliati dietro le lenti scure degli occhiali da sole.

«Ho sentito le loro voci. Ho capito che erano qui dentro,» disse piano. «Ma non ho potuto fare niente. Poi è arrivato Darcia.»

«Quindi hai assistito allo scontro.»

«No… cioè, sì.»

Hubb lo fissò, cogliendo la confusione evidente.

«Prendi un respiro. È passato del tempo e sei appena uscito dall’ospedale. Chiudi gli occhi e fai mente locale.»

Tsume fece come gli era stato detto. I ricordi non erano più nitidi. Le immagini si accavallavano.

Ma quel ringhio, le urla di agonia.. quelle non si potevano confondere.

...e in quel momento Darcia non era ancora entrato.

Aprì gli occhi.

«Darcia ha dato l’ordine ai suoi uomini di sbarazzarsi dei corpi. Questo lo ricordo chiaramente,» disse dopo un attimo. «E ho visto Satoshi e i suoi due scagnozzi riversi a terra.»

Hubb annuì. Quella parte era chiara, ma la dinamica no.

«Io qui non vedo segni di sparatoria o di colluttazione,» disse, guardandosi attorno. «Anzi… questa stanza è molto più pulita rispetto alle altre che abbiamo superato.»

Si mosse lentamente lungo il perimetro.

«Troppo pulita.»

Posò la valigetta a terra, la aprì ed estrasse il luminol.

Hubb agitò leggermente la bomboletta prima di spruzzare.

«Il luminol reagisce con il ferro contenuto nell’emoglobina,» spiegò con tono professionale, quasi didattico. «Anche se il sangue è stato lavato via o coperto, basta una traccia microscopica perché la reazione chimica lo faccia brillare.»

Indossò gli occhiali protettivi e fece un cenno a Tsume.

«Questo luogo è senza corrente, per fortuna, vedremo subito i risultati.»

Poi spruzzò.

Per un istante non accadde nulla, ma poco dopo emerse un bagliore, prima tenue, poi via, via sempre più evidente.

Sulle pareti, sul pavimento, vicino alla finestra e persino sul soffitto: la stanza si accese di una fosforescenza azzurrina, come se una mappa segreta fosse riemersa dal nulla.

Tsume trattenne il fiato.

Hubb rimase immobile per un secondo di troppo.

«Accidenti…»

Erano passati mesi. Eppure la reazione era netta, violenta.

I segni di trascinamento c'erano, quindi quelli confermavano quanto detto da Tsume che qualcuno aveva portato via tre corpi, ma questo non giustificava tutti quegli schizzi.

«Hai detto il vero,» mormorò il detective.

Tsume non disse nulla, ma il suo sguardo si fece più duro.

Hubb reagì immediatamente, impugnando la macchina fotografica e iniziando a muoversi lungo la stanza, documentando ogni angolo.

«Qui c’è stata una lotta,» disse tra sé. «Ma se non ci sono stati spari, devono aver utilizzato un machete.»

Si voltò lentamente su sé stesso e fu allora che si fermò.

Sul pavimento, tra le tracce luminescenti, si distinguevano delle forme più definite: c'erano delle impronte... ma non di scarpe.

Hubb si abbassò lentamente.

«Ti risulta che Satoshi avesse un cane di grossa taglia?»

Tsume si avvicinò.

Le impronte erano grandi. Troppo grandi per un cane comune. Le dita allungate, i segni degli artigli ben marcati. E ce n’erano diverse. Come se l’animale si fosse mosso avanti e indietro nella stanza.

Hubb deglutì.

«Neanche Darcia ne aveva uno con sé, giusto?»

Tsume fissava quelle tracce senza battere ciglio. La luce azzurrina continuava a vibrare attorno a loro.

Il respiro di Tsume si mozzò a metà.

Quella realtà gli penetrò nella testa con violenza. Inspiegabilmente, gli tornò alla mente il lupo visto a Mine-Ruins Town. Non capiva perché associasse quella stanza a quella figura… e soprattutto perché fosse così certo che si trattasse di una femmina.

«Tsume?» lo richiamò il detective, spazientito. «Allora?»

«Io… io...»

«La condizione era assoluta sincerità. Mi stai nascondendo qualcosa, non è vero?»

Hubb scattò altre fotografie alle impronte, poi si raddrizzò.

«Quello che è chiaro è che qui è morto qualcuno. E il corpo è stato portato via.» Fece un breve riepilogo, ragionando ad alta voce. «Darcia è intervenuto con la sua scorta privata. Poi ha trovato un accordo con il comandante di polizia. Non sono stati usati proiettili letali da parte sua, nessun malvivente è ufficialmente morto. Sono rimasti feriti solo i suoi uomini, perché gli altri sparavano con munizioni vere.»

Si guardò attorno, serio.

«Non conosco tutti i dettagli, ma se l’è cavata perché non risultavano omicidi. Questo, però…» indicò il pavimento luminescente «…cambia tutto.»

«Ha nascosto i corpi,» concluse Tsume, ancora con lo sguardo fisso sulle impronte. «Perché, anche se non fosse stato direttamente coinvolto, sarebbe stato difficile dimostrarlo.»

«Esatto. Anche se si fossero uccisi tra loro, Darcia non sarebbe rimasto fuori dalle indagini. E per uno che ha già camminato abbastanza sul filo del rasoio, con questa mossa, uno scandalo del genere non avrebbe fatto bene ai suoi affari.»

Tsume aggrottò la fronte. Si allontanò di qualche passo, mani in tasca, capo chino.

«Misha o quel bambino hanno detto qualcosa?»

Hubb scosse il capo. «Toboe ricorda solo di aver ricevuto un pugno violento che l’ha messo fuori combattimento.»

Tsume si voltò di scatto. «Hai detto Toboe!?»

Quel nome lo aveva colpito come un proiettile.

Hubb lo fissò con crescente perplessità. «Lo conosci?»

Tsume si portò una mano alla tempia. Una fitta improvvisa gli attraversò la testa. «No… io non… non l’ho mai sentito né visto.»

Il detective inspirò lentamente, la pazienza ormai al limite.

«Ho sbagliato a portarti subito qui. È evidente che sei ancora sotto stress. O forse gli antidolorifici ti stanno confondendo.» Fece un gesto vago con la mano. «Per ora hai avuto ragione: questa è una scena del crimine. Ma restano troppe lacune.»

Richiuse la valigetta, rimise il tappo alla macchina fotografica e si diresse verso l’uscita. «Avanti. Andiamo.»

«Dove?» chiese Tsume, ancora frastornato.

Hubb si voltò appena, abbozzando un sorriso gentile. «A casa mia.»

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Misha si lasciò cadere sul letto, di schiena, le braccia aperte come se volesse occupare tutto lo spazio possibile.

Era esausta.

Da quando aveva litigato con Hige, l’aria alle lezioni di ballo era diventata pesante. Lui non si presentava più in caffetteria e questo le dispiaceva, ma la sorprendeva che continuasse a frequentare il corso.

Anche Toboe era cambiato. Le parlava, sì, ma con una cautela nuova, come se temesse di urtare qualcosa di fragile. Non capire cosa stesse succedendo e non ricevere spiegazioni lo stava ferendo, e lei lo vedeva.

Kiba non si era più fatto vivo.

Forse era davvero solo un tipo delirante che, così come era apparso, era svanito.

Stavano accadendo troppe cose perché fossero semplici coincidenze e non poteva parlarne con nessuno, neppure con i suoi genitori.

Con un sospiro si sollevò e raggiunse la scrivania. Aprì un cassetto e ne estrasse un album fotografico dalla copertina chiara.

Le sue dita sfogliarono pagine cariche di passato: lei appena nata, piccola tra le braccia di sua madre, i primi passi, il primo compleanno... Era nata da quelle due persone ed era cresciuta come una bambina qualunque.

Era un essere umano. Su questo non c’erano dubbi.

E allora perché la visione? Perché quella di Hige?

Perché quella connessione così profonda con Tsume, che sembrava trascendere il tempo stesso?

I fiori della luna, il Rakuen, erano solo leggende, eppure quelle parole tornavano, sempre più spesso.

Come una eco, come se qualcosa stesse per accadere. Come se un tempo invisibile stesse per compiersi... o ripetersi... ma cosa?


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