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«Non spiegano il destino ma lo accompagnano.» - Racconti perduti de Il Libro della Luna
Quella notte per Hige e Misha segnò un passaggio silenzioso ma estremamente importante. La complicità nata quasi per gioco tra i tavoli della caffetteria, le risate e la sintonia immediata avevano finalmente preso una forma del tutto diversa, più profonda e decisamente più intensa. Quando rientrarono in casa non si precipitarono l’uno sull’altra con foga; c’era emozione nel petto, sì, ma anche molto rispetto. Si creò tra loro una timidezza nuova e quasi tenera che da un tipo solitamente spavaldo come Hige proprio non ci si aspettava. Si spogliarono lentamente nella penombra della camera, scambiandosi sorrisi e battute leggere.
«Che affari difficili» scherzò lui, arrossendo visibilmente mentre cercava goffamente di slacciarle il reggiseno.
Misha rise di gusto, ma scelse di non aiutarlo. Restò ferma, osservandolo con divertita pazienza: se lui voleva continuare la serata, doveva riuscirci da solo.
Lui si concentrò sui ganci come se stesse sostenendo un esame universitario importante. Quando finalmente ce la fece, tirò un sospiro di vittoria così teatrale che fece ridere di cuore entrambi. Poi la fece sdraiare con dolcezza sul piumone con la stampa fiorata e le sfiorò il collo con baci lenti e attenti. Misha intrecciò le dita nei suoi ricci rossi, mentre con il palmo libero gli accarezzava la schiena calda. I loro movimenti erano cauti, come se stessero imparando una nuova lingua fatta esclusivamente di pelle e di respiro. Non c’era alcuna fretta.
Quando i loro corpi si unirono, si guardarono dritto negli occhi. Non c’era imbarazzo tra loro, ma solo dolcezza e il desiderio profondo di perdersi l'uno nel respiro dell'altra. Misha gli sfiorò le guance con le dita, lui le accarezzò i fianchi con calore e si sorrisero teneramente prima di baciarsi ancora una volta, lentamente. Il profumo di lavanda dei suoi capelli si mescolava all’aroma fresco del suo dopobarba nell'aria tiepida della camera da letto. Per qualche ora il mondo fuori, con le sue spaventose visioni e i dubbi, cessò completamente di esistere. Esistevano solo loro due.
Si addormentarono infine abbracciati stretti nel letto. Hige la strinse da dietro, tenendo il volto nascosto tra i suoi capelli scuri. Misha cercò il suo calore protettivo con i piedi intrecciati ai suoi polpacci, come se temesse inconsciamente di perderlo nel sonno durante la notte.

Il mattino arrivò decisamente troppo presto per entrambi. La luce chiara del giorno filtrò attraverso le tende della finestra e colpì Hige in pieno viso, svegliandolo. Il ragazzo aprì gli occhi confuso, guardandosi intorno per qualche istante, poi ricordò dove si trovava e un sorriso dolce gli distese subito le labbra. Sollevò lentamente il braccio per controllare l’orario sul quadrante dell’orologio digitale, ma non appena lesse i numeri il sorriso svanì di colpo dal suo volto.
Era tardi. Maledettamente tardi.
Si alzò di scatto dal materasso, inciampando goffamente sul pavimento della camera mentre cercava di infilarsi i pantaloni in tutta fretta. Misha si svegliò all'improvviso al rumore sordo della sua caduta, sollevandosi sui gomiti tra le lenzuola.
«Dove stai andando?» chiese la ragazza, ancora con la voce impastata dal sonno.
«Perdonami, devo scappare assolutamente!» esclamò lui, recuperando la camicia.
Lei annuì in silenzio, ma sul fondo dei suoi occhi color ghiaccio passò un’ombra sottile. Hige si fermò sulla soglia della camera, si voltò indietro e colse immediatamente la fragilità di quello sguardo. Lasciò cadere i vestiti, si avvicinò di nuovo al bordo del letto e le sfiorò le labbra con un bacio dolce e rassicurante.
«Vado solo in quell’ufficio noiosissimo» le disse con un mezzo sorriso per tranquillizzarla. «Quando stacco vengo subito a trovarti in caffetteria. Promesso.» Appoggiò teneramente la fronte alla sua e socchiuse gli occhi. «E no… non sarà mai un errore fare l’amore con te.»
Misha lo accompagnò fino alla porta d'ingresso dell'appartamento, tenendo addosso solo una vestaglia leggera. Rimase ferma lì, sulla soglia, finché non sentì i suoi passi veloci allontanarsi definitivamente lungo il corridoio del palazzo. Quando la porta si chiuse alle sue spalle, la ragazza si appoggiò con la schiena al muro e lasciò uscire un lungo, liberatorio respiro dal petto. Due lacrime silenziose le scivolarono lente sulle guance; non si trattava di lacrime di tristezza, ma di puro e profondo sollievo. Per la prima volta dopo lunghi mesi di incubi e tormenti interiori, si sentiva felice davvero.
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La notte calò su Freeze City senza portare con sé alcun riposo per Hubb e Tsume. Le parole di Kiba avevano incrinato qualcosa nel profondo, come se una crepa sottile si fosse aperta sotto la superficie della realtà che avevano conosciuto fino a quel momento. Non ricordavano davvero, non c'era nessuna immagine nitida del vecchio mondo raccontato con tanta certezza, eppure, dentro di loro, qualcosa aveva smesso di opporsi. Era emersa una nuova consapevolezza.
Si faceva spazio la sensazione di essere ingranaggi di un meccanismo più vasto, di una scacchiera già disposta molto prima che loro ne comprendessero le regole. E soprattutto, nasceva la certezza inquietante che forse erano gli unici a vedere l’ombra che si allungava dietro il nome di Darcia. Hubb aveva insistito su un punto, con la lucidità che ancora lo contraddistingueva: Misha, Hige, Toboe… erano davvero in pericolo? Kiba aveva risposto con una calma che non rassicurava del tutto, spiegando che finché fossero rimasti inconsapevoli, finché il loro sangue di lupo non si fosse risvegliato, Darcia probabilmente non avrebbe agito apertamente. Non ancora, non con mosse evidenti. Ma questo non significava che fossero al sicuro.
Dovevano restare nell'ombra e sorvegliarli.
Non si poteva certo piazzare una volante sotto casa di una ragazza con la scusa che un importante imprenditore potesse essere la reincarnazione di un nobile mezzo lupo deciso a rifare il mondo; anche per Hubb, quello sarebbe stato un passo troppo oltre la logica. Tale compito quindi doveva essere spartito tra loro tre. Tsume e Kiba avrebbero vegliato su di loro, muovendosi tra le strade come presenze invisibili, mentre Hubb, invece, avrebbe continuato a fare ciò che sapeva fare meglio: indagare.
Ora che sapeva, o almeno sospettava, che Darcia stava orchestrando qualcosa di più oscuro di un semplice insabbiamento, il detective non poteva fermarsi. Anche se ufficialmente non c’era nulla, nessuna prova concreta e nessun capo d’accusa sostenibile, lui aveva visto la stanza illuminarsi di sangue. Aveva visto quelle impronte di zampe e aveva visto la reazione di Kiba davanti a quella fotografia. Doveva stargli addosso senza esporsi, senza offrirgli il fianco e senza permettere che il magnate capisse quanto ormai il cerchio si stesse stringendo attorno a lui. Perché se davvero il ciclo del mondo stava per chiudersi di nuovo, allora, ancora una volta, dovevano fare in modo che Darcia non rientrasse nel nuovo corso. E questa volta definitivamente.
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La grande sala era illuminata da candelabri posti in alto, con la luce fioca delle lampadine che si rifletteva sulle superfici dorate e sugli specchi incastonati tra i marmi scuri delle pareti. Le ampie finestre erano interamente velate da drappi pesanti, così che il mondo esterno rimesse del tutto escluso dal salone. Al centro dello spazio, posizionato su un piccolo rialzo di pietra, stava Darcia.
Indossava il sontuoso mantello sormontato da lunghe piume nere che scendevano sulle sue spalle come ali ripiegate, mentre il copricapo di penne scure incorniciava alla perfezione la maschera di ceramica bianca. Sulla superficie liscia del finto volto era dipinta una bocca rossa e sorridente, e attorno alle fessure per gli occhi spiccava un’ombra nera intensa. Da quelle aperture emergevano le sue iridi eterocrome, una azzurra e una gialla, lucide come due frammenti di cielo e di sole.
Davanti a lui, disposti in un semicerchio perfetto, sedevano uomini e donne estremamente eleganti. Indossavano abiti sontuosi, sete pregiate, broccati e guanti lunghi fino al gomito, e tutti portavano maschere di ceramica ornate con piume e dettagli dorati che richiamavano un carnevale antico, ma del tutto privo di leggerezza. Non c’era alcuna traccia di allegria in quella stanza, ma solo una cupa devozione.
«Il Rakuen non è una leggenda» disse Darcia con voce pacata, modulata nei toni come quella di un sacerdote durante un rito. «È una soglia. Un passaggio. Un luogo che si apre solo quando il mondo giunge al termine del proprio ciclo.»
Le teste mascherate degli invitati si inclinarono all'unisono, rimanendo in ascolto.
«I fiori della luna sono solo il primo segno che il tempo sta maturando per l'inizio del nuovo ciclo. E quando la luna tornerà a tingersi di rosso, sarà il momento giusto per aprire le porte del Rakuen.» L'uomo fece un gesto lento della mano guantata ed Edward, il suo fedele maggiordomo, gli porse prontamente un tomo antico. La copertina appariva consunta e interamente rilegata in pelle scura, con simboli sbiaditi sulla costa. «Questo è il Libro della Luna, l'unico e originale. Fu scritto da Darcia I nel mondo che precedette il nostro, e fu ritrovato dal mio avo in questo nuovo ciclo.»
Sfogliò alcune pagine ingiallite dal tempo, mostrando ai presenti disegni dettagliati di lupi, schemi lunari complessi e annotazioni fitte di una calligrafia elegante e ossessiva.
«Egli tentò in passato di anticipare ciò che non era ancora necessario, e pagò quell'errore con una maledizione che gravò pesantemente sulla nostra stirpe. Io non ripeterò quell’errore.» La sua voce si fece improvvisamente più intensa e vibrante nella sala. «Io non forzerò il Rakuen. Io renderò semplicemente inevitabile la sua apertura.»
Un mormorio sommesso di ammirazione e devozione percorse l'intera sala colonnata.
«Quando il mondo sarà pronto a crollare sotto il peso dei suoi errori, quando l’umanità disperata invocherà un nuovo inizio, allora la porta si aprirà da sola. E questa volta non sarà il caos a governarlo.» Il magnate si voltò lentamente verso i domestici ai lati. «Abbassate il telo.»
Un grande drappo bianco scese lentamente davanti alla parete opposta e un proiettore si accese subito con un ronzio discreto nel silenzio. Sul grande schermo apparvero in sequenza tre volti giovanili: Toboe, Misha e Hige. Le immagini erano state chiaramente scattate con discrezione dalle spie in momenti quotidiani della loro routine, mentre erano del tutto inconsapevoli di essere osservati.
«Questi giovani» riprese Darcia, indicando lo schermo, «sono parte fondamentale dell’equazione. Un sangue antico scorre nelle loro vene, anche se ancora non ne comprendono il reale valore.» Il gerofante fece un breve cenno con il capo e un’altra fotografia comparve sul telo, mostrando il detective Lebowski. «E lui» proseguì con un lieve inclinare della testa, «è un’anomalia interessante, considerando che non è mai stato un lupo nella scorsa era. Un uomo che crede, forse anche in questo tempo attuale, di poter fermare ciò che è già stato scritto dal destino.»
Le figure mascherate sedute in semicerchio rimasero in un silenzio assoluto, attente e quasi in attesa di un comando esecutivo da parte del loro leader. Darcia chiuse il Libro della Luna con un gesto netto e definitivo.
«Il nuovo ciclo sta per iniziare. E noi saremo pronti ad accoglierlo.»
I devoti batterono le mani all’unisono, producendo un suono compatto e cadenzato che rimbombò tra le grandi colonne come un unico battito di cuore. Non si trattava affatto di un entusiasmo scomposto, ma di un'approvazione solenne. Sotto le maschere di ceramica bianca si celavano sorrisi ampi e febbrili, nutriti da un’attesa messianica che aveva tutto il sapore della promessa.
Undici mesi.
Meno di un anno intero li separava ormai dall’apertura delle porte del Rakuen. In base alle precise previsioni astronomiche di Darcia, se i suoi piani fossero andati come prospettato, per allora la Luna Rossa sarebbe tornata a splendere nel cielo, testimone silenziosa del mondo che si chiude e si riapre per uno completamente nuovo. Sarebbe stato un mondo ideale, purificato e interamente riscritto secondo la loro volontà, un luogo esclusivo in cui non avrebbero più dovuto sottostare a leggi civili, governi, equilibri fragili e compromessi politici. Quello attuale, ormai irrimediabilmente destinato alla rovina totale, sarebbe rimasto alle spalle come un guscio vuoto e inutile.
Dietro quei volti anonimi e di ceramica sedevano uomini e donne di immenso potere, tra finanziatori d'alto borgo, industriali spietati e raffinati strateghi. Erano persone che avevano già intere città ai propri piedi e nazioni che pendevano letteralmente dalle loro decisioni quotidiane, eppure tutto quello non era abbastanza per la loro ambizione. Perché lì, nonostante tutto il denaro accumulato, restavano pur sempre esseri umani, soggetti al logoramento del tempo, alla malattia, alla morte e alle conseguenze delle proprie azioni. Nel Rakuen, invece, le cose sarebbero andate diversamente e loro sarebbero stati altro: divinità.
Il sangue di lupo, ancora parzialmente sopito nelle vene di quei giovani inconsapevoli, presto si sarebbe ridestato del tutto sotto lo stimolo del canto. E con esso si sarebbe inevitabilmente attivato il meccanismo antico che conduceva alla fine e alla rinascita dell'era. Non importava quante vite umane o animali si sarebbero spezzate nel corso del processo, e non importava il prezzo di dolore da pagare; importava esclusivamente il compimento del disegno. E mentre gli applausi compatti si spegnevano lentamente nel salone, nella sala restò sospesa un’unica, raggelante certezza: il desiderio di quegli uomini e di quelle donne mascherate era molto più antico della morale comune, e infinitamente più pericoloso per il mondo.
Mentre nella sala dorata le parole di Darcia accendevano l’ambizione dei suoi devoti, nella profondità del castello regnava un silenzio completamente diverso.
Nella stanza segreta, rischiarata solo dalla luce fredda dei monitor e dal bagliore verde della sfera, la dottoressa sorseggiava lentamente del tè da una tazza di ceramica bianca, il vapore che si dissolveva nell’aria. Seduta sulla sua sedia a rotelle, le gambe accavallate con eleganza quasi distratta, osservava i parametri vitali delle due donne nella sfera. Il suo fisico era snello, asciutto, quasi fragile. La pelle, più pallida del necessario, tradiva le ore trascorse lontana dal sole. Sotto gli occhi azzurri, cerchi violacei segnavano notti brevi e pomeriggi interminabili passati a monitorare quella prigione trasparente. Quel giorno non indossava la maschera.
Cher era sempre stata brillante. Laureata con lode in neuroscienze, con una tesi che aveva attirato l’attenzione di istituti internazionali, il mondo accademico le aveva spalancato le porte ancora prima che potesse bussare. Ma il suo destino era stato tracciato ben prima della discussione finale. I suoi genitori, notai di grande prestigio, erano membri dell’Organizzazione segreta legata alla famiglia Darcia, una rete invisibile che si estendeva tra finanza, politica e ricerca. Il capofamiglia aveva notato subito le sue capacità: precisione analitica, mente lucida, assenza di scrupoli inutili. Le aveva offerto un contratto che pochi avrebbero rifiutato, uno stipendio a cinque zeri mensili e l'accesso a tecnologie che la gente comune poteva solo immaginare. Non aveva previsto, però, che la ricchezza non le avrebbe garantito viaggi, conferenze o lussi mondani. Il suo regno era diventato quella stanza sotterranea.
Al centro della sala dominava la sfera.
Cheza fluttuava immersa nel liquido verde, un miracolo scientifico ereditato dal vecchio mondo, creata dai Darcia stessi ibridando la genetica umana con i tessuti dei fiori della luna, e concepita come traghettatrice del Rakuen. Il fiume che avrebbe attraversato non era fatto d’acqua, ma del sangue di lupo. Accanto a lei, stretta in un abbraccio immobile, vi era l’anomalia: la donna dalla pelle scura, Blue, aggrappata a Cheza come se anche nell’incoscienza il suo istinto la costringesse a proteggerla. I monitor indicavano una stabilità precaria, un equilibrio impossibile da replicare artificialmente. Avevano tentato di separarle, ma i risultati erano stati inequivocabili: se scisse, Blue sarebbe entrata in arresto cardiaco, e Cheza, privata di quel legame, avrebbe iniziato ad appassire come un fiore strappato alla radice.
Cher bevve un altro sorso di tè, mantenendo gli occhi fissi sulla ragazza nella sfera.
«Perché li chiami, se poi così non farai che risvegliarli?» mormorò, più a sé stessa che a lei.
Cheza non rispose. Non poteva farlo. I suoi occhi erano aperti, velati di tristezza, e nel liquido verde le sue labbra si muovevano appena, come se stesse cantando un richiamo che solo pochi potevano udire.
Cher inclinò leggermente il capo, studiando la sua espressione.
«Forse ti senti sola» concluse a bassa voce. «E spaventata.»
Per un istante, lo sguardo di Cheza sembrò intensificarsi nella sfera di vetro.
I passi misurati di Darcia risuonarono nel corridoio di marmo. Cher sollevò lo sguardo dai monitor e lo accolse con un cenno del capo, composto e professionale.
«Un’altra magnifica assemblea, Lord Darcia. Ho seguito tutto dal cellulare.»
La voce della scienziata era calma, quasi distaccata, ma nei suoi occhi azzurri brillava una luce attenta. Darcia avanzò verso la sfera con movimenti lenti, teatrali.
«Mi fa piacere che il Wi-Fi prenda bene anche qui dentro. Del resto anche un ordine antico, a un certo punto, deve esigere una certa modernità» disse con una risata elegante, smorzata dalla maschera.
Cher ricambiò con un sorriso appena accennato, portando la tazza alle labbra. «Non nascondo che mi sia dispiaciuto per il Dottor Silva. Quando si è scusato per aver detto ai ragazzi che il Rakuen non esiste, sembrava sinceramente turbato.»
Darcia si accomodò sulla poltrona accanto alla sfera, accavallando le gambe; la luce verde rifletteva sulle piume nere del mantello, creando ombre irregolari sul pavimento dello studio. «Silva è tra i più devoti» rispose con tono misurato. «Ma il suo lavoro non è propriamente allineato ai nostri precetti. Proprio per questo è prezioso. Uno zoologo che si metta a difendere leggende sui lupi con convinzione… sarebbe insolito, e noi abbiamo bisogno di uomini come lui.» Sfiorò la superficie della sfera con la punta delle dita guantate. «Se hai ascoltato bene la mia risposta, infatti, gli ho detto che ha fatto più che bene. La sua negazione è la nostra migliore copertura.»
Cher inclinò il capo, osservandolo di sbieco. «Qualcosa mi dice che quella sua azione vi gioverà lo stesso.»
Un sorriso lento si disegnò sotto la maschera di ceramica. Non si vedeva, ma si percepiva. «Naturalmente. La negazione alimenta la curiosità, la curiosità porta alla ricerca, e la ricerca, quando è guidata nella direzione giusta… conduce esattamente dove desideriamo.» Si alzò appena, avvicinandosi alla sfera, e i suoi occhi eterocromi si posarono su Cheza. «Ho già un piano al riguardo, ma non posso scoprire ora tutte le mie carte.»
La luce verde tremolò impercettibilmente, e per un istante, nel riflesso del vetro, sembrò che Darcia sorridesse non a Cher… ma al futuro stesso.
«Ma per oggi basta parlare di piani e sotterfugi. Ora devo riposarmi, poi mi attendono i report di chiusura dell’anno aziendale» sospirò Darcia, con una punta di stanchezza quasi umana. «Nel nuovo mondo, spero proprio che tutto questo non esista più.»
Cher rise di gusto. «Lord Darcia, se iniziaste a fare propaganda sul Rakuen promettendo l’assenza di burocrazia e bilanci, il nostro Ordine raddoppierebbe gli accoliti nel giro di un mese.»
Anche Darcia sorrise sotto la maschera. «Lo credo anch’io. Ma se portassimo con noi migliaia di persone, otterremmo solo una copia di questo mondo. Il Rakuen si plasmerà attraverso una mente coesa e forte, non possiamo trascinare chiunque solo perché ci è utile o simpatico.» Si voltò verso la sfera, con lo sguardo addolcito da un’ombra di malinconia.
«Per allora avrete richiamato anche Hamona. E il Rakuen sarà plasmato anche da un’anima pura come la sua» rispose Cher con un mezzo sorriso.
«Sì» disse lui, quasi sussurrandolo, poi cambiò tono. «Cher, quando partirai per andare a trovare i tuoi genitori in Francia?»
La dottoressa fece spallucce, poggiando la tazza ormai vuota sulla console. «Sono stata presa così tanto dal lavoro che ho dimenticato di fare i biglietti. Ormai è tutto esaurito. Temo che passerò il Natale qui… sorseggiando un bicchiere di brandy.»
Darcia la osservò per qualche istante, poi si voltò verso di lei. «Apprezzo molto il lavoro che fai, dico davvero. Ma sarei un pessimo datore di lavoro se ti permettessi di rimanere qui anche nei giorni di festa.»
Cher scosse il capo con naturalezza. «Per me il lavoro è anche passione. Studiare questo miracolo» disse indicando la sfera «è come scoprire qualcosa di nuovo ogni giorno.»
Darcia infilò una mano sotto il mantello e dalla tasca interna del completo estrasse un volantino; il foglio, dominato dal rosso acceso e da caratteri grandi, pubblicizzava una festa natalizia. «Lo sta distribuendo la caffetteria dove lavora Misha. L’hanno dato anche a me.»
Cher lo prese, osservandolo da entrambi i lati con espressione scettica. «Volete davvero partecipare a una cosa del genere?»
«Sembra… divertente, perché no?» rispose lui con una leggerezza studiata, poi il suo sguardo si fece più sottile. «Inoltre è un ottimo modo per mantenere i rapporti con quella ragazza e con i suoi amici. Kiba e Tsume non si vedono ancora, ma non possono essere lontani. Nel frattempo controllerò i progressi di quei tre.» Fece una breve pausa. «Devo assicurarmi, in particolare, di avere Misha dalla mia parte.»
Cher sollevò lo sguardo, attenta. «Siete sicuro su di lei?»
Gli occhi di Darcia si fecero profondi, quasi febbrili. La luce verde della sfera si rifletté sulla maschera, ma fu l’occhio giallo a brillare con intensità innaturale.
«Ne sono certo» disse con voce bassa. «Grazie a lei… riuscirò a richiamare Hamona.»
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«Buongiorno, Misha!»
«Buongiorno, Nadia!» rispose la ragazza entrando a passo svelto nella caffetteria; la campanella sopra la porta d'ingresso tintinnò allegra mentre lei si liberava della calda sciarpa di lana. Poi si fermò di colpo, sgranando gli occhi. «Ma questo?»
Sul bancone di legno, custodito in un vaso di vetro trasparente, troneggiava un mazzo fitto di fiori bianchi. I petali candidi riflettevano la luce dei faretti del locale e sembravano quasi emanare un chiarore proprio, delicato ma incredibilmente vivo nella penombra. Per un solo istante, a quella vista, il cuore di Misha perse un battito nel petto.
«Belli, vero?» disse Nadia, sistemando i rami con evidente orgoglio. «Il giardiniere li stava togliendo proprio stamattina dal cortile sul retro. Ne sono cresciuti a bizzeffe nel giro di una notte! Mi dispiaceva molto che li buttasse via così, anche se chissà come si chiamano in realtà.»
«Si chiamano fiori della luna» rispose Misha immediatamente, senza nemmeno prendersi il tempo di pensarci su.
Il tono di voce le uscì decisamente più basso e più serio di quanto avrebbe voluto. Il fatto che anche altre persone normali iniziassero a notarli ovunque le fece correre un brivido gelato lungo la schiena; non sapeva spiegarlo, ma qualcosa nel profondo del suo istinto reagì con un segnale di forte allarme.
«Ma che bel nome!» esclamò Nadia, del tutto ignara dei suoi pensieri e soddisfatta dell’ornamento scelto per il locale.
Misha si forzò a sfoggiare un sorriso tranquillo e si diresse nello stanzino del personale per lasciare il cappotto e la borsa. Tornò poco dopo dietro il bancone, indossando il grembiule pulito e il cappellino della divisa. Nadia la fissò intensamente per un breve istante, poi sgranò gli occhi sorpresa; le fece un cenno vistoso di avvicinarsi e, arrossendo per l'imbarazzo, le indicò il collo con un dito.
«Che c’è?» mormorò Misha confusa, non capendo inizialmente quel tanto agitarsi della collega. Ma poi, passando davanti allo specchio di una delle colonne, lo vide chiaramente: un piccolo alone rossastro spiccava evidente sulla sua pelle diafana. Le guance le si accesero all’istante di un rosso fuoco.
«C-coprimi un secondo!» sussurrò presa dal panico, precipitandosi di nuovo sul retro.
«Ma certo!» rispose Nadia, mordendosi forte il labbro per non scoppiare a ridere davanti ai clienti. «Vatti a nascondere subito quel bel succhiotto!»
Misha si afferrò al primo foulard che trovò nello stanzino e tornò in sala con un’aria fin troppo composta e professionale, mentre la collega faceva finta di essere concentratissima sulla pulizia dei filtri. Proprio in quel momento la campanella della porta d'ingresso tintinnò di nuovo, annunciando un arrivo. Toboe entrò con la cartella a tracolla, tenendo il cappotto ancora cosparso di piccoli fiocchi di neve fresca. Si fermò un istante sulla soglia, inspirando con gioia l’odore familiare di caffè macinato e brioche calde. Era venuto anche quella mattina per fare colazione prima di andare a scuola.
«Buongiorno, Toboe, come stai?» disse Misha sfoggiando il suo solito sorriso luminoso, cercando in tutti i modi di sembrare naturale.
Toboe ricambiò subito con un sorriso cortese, posando la cartella scolastica accanto alla sedia del tavolo. «Buongiorno a te, Misha. Tutto ok.»
«Il solito?» chiese lei, tenendo già il taccuino degli ordini pronto tra le mani.
«Sì, grazie.» I suoi occhi color miele si soffermarono sul foulard insolito che le copriva la gola e il ragazzo si accigliò. «Come mai oggi ti sei messa questo?»
Misha si portò istintivamente la mano al collo, coprendo la stoffa, e distolse lo sguardo verso la cucina. «Oh, niente… con questo freddo ho un po’ di mal di gola stamattina.»
Toboe la studiò con estrema attenzione, non convinto. «Non mi sembri affatto rauca. E non ti ho mai vista ammalata prima d'ora.»
«Davvero, niente di importante» rispose lei, mantenendo il sorriso, anche se ora l'espressione appariva sensibilmente più rigida. «Perfetto, allora due omelette e un bicchiere di latte caldo per il nostro Toboe.»
Fece un movimento per girarsi verso la cucina e portare l'ordine al cuoco. Ma nel momento esatto in cui gli diede le spalle, Toboe si alzò di scatto dalla sedia. Con un gesto rapido e imprevisto le sfilò il foulard dal collo. Misha si voltò di colpo verso di lui, tenendo gli occhi spalancati per la sorpresa. E Toboe vide chiaramente l’alone rossastro sulla sua pelle. Il quindicenne deglutì a fatica, ferito.
«Ma quello cos’è?»
Lei si coprì di nuovo il segno con il palmo della mano. «Niente, è solo una puntura di zanzara.»
Il silenzio tra loro due si fece improvvisamente pesante e denso nella caffetteria.
«Sei… sei una bugiarda!» disse lui con la voce vistosamente incrinata dall'emozione.
Non lo disse per rabbia; si sentiva profondamente tradito nel cuore. Ancora una volta si sentiva escluso e ancora una volta percepiva che qualcosa di importante stava accadendo sopra la sua testa senza che potesse capirlo. Misha aprì la bocca per rispondere e spiegarsi, ma un fragore improvviso di vetri infranti tagliò l’aria del locale con violenza. Entrambi si voltarono di scatto verso il bancone.
Nel mezzo della sala, sotto gli sguardi sbigottiti di tutti i clienti, un uomo dall'aspetto severo aveva appena rovesciato con un colpo secco il vaso di vetro dal bancone. I fiori della luna erano adesso sparsi a terra sul pavimento, calpestati tra l'acqua e centinaia di frammenti.
«Pensavo fosse un locale pulito questo!» gridò l'uomo con profondo disprezzo, sputando a terra. «Portare qui dentro questa maledetta erbaccia!»
Nadia fece immediatamente il giro del bancone, furibonda e con le mani sui fianchi, pronta a replicare duramente all'insulto. L’attenzione di Misha si spezzò per un istante a causa di quel tumulto e, quando si voltò di nuovo verso Toboe, scoprì che il ragazzo non era più lì dove stava. Lo vide solo di sfuggita oltre la vetrata mentre si era già infilato la cartella sulla spalla e si dirigeva a passi rapidi verso l’uscita del cortile.
«Toboe…» sussurrò lei con un filo di voce roca, e qualcosa nello stomaco di Misha si chiuse improvvisamente come un nodo troppo stretto.

Per il resto di quella mattina, la ragazza non lo vide più e, presa dalle molte faccende in caffetteria, con il passare delle ore immaginò che alla fine fosse andato regolarmente a scuola. Ma ebbe un’amara sorpresa proprio quando stava per staccare dal turno: sulla soglia del locale comparve improvvisamente la tutrice di Toboe, paonazza in viso e visibilmente agitata.
«Qualcuno ha visto Toboe?» chiese trafelata, guardandosi intorno con ansia.
Misha sentì il mondo crollarle addosso in un solo istante; le cadde la scopa dalle dita e le andò subito incontro con il cuore a mille. «Era venuto qui questa mattina. Gli è successo qualcosa?»
La donna, riconoscendola immediatamente, la afferrò per le braccia e la scosse lievemente, non per rabbia, ma per una sincera ed esausta preoccupazione. Probabilmente lo stava cercando in tutto il quartiere da ore. «A che ora è venuto di preciso? Ti ha detto qualcosa prima di uscire?»
Misha esitò un breve istante, con il cuore in gola, consapevole di doversi assumere le proprie responsabilità. «È venuto al solito orario… poi è andato via di corsa. Temo… temo sia stato per colpa mia. Gli ho detto qualcosa che non gli è piaciuto.»
«Ultimamente è molto più sensibile del solito» rispose la donna di mezza età, con gli occhi lucidi per il pianto trattenuto. «Gli avevo concesso di uscire da solo, perché è sempre stato un ragazzo responsabile… ma da quando si è voluto mettere in mezzo alla brutta storia del tuo salvataggio…»
Misha si accigliò, parlando con assoluta e profonda sincerità. «Toboe è ancora un ragazzo responsabile. E non è nemmeno stupido… anzi, il contrario.» Lasciò la frase in sospeso, del tutto incapace di confidare alla donna ciò che stava davvero accadendo attorno a loro in quei mesi.
Aveva voluto a tutti i costi proteggere Toboe con i suoi silenzi, ma invece di tenerlo al sicuro lo aveva solo allontanato da sé. Il ragazzo era intelligente, attento, e la sua spiccata sensibilità lo faceva soffrire terribilmente quando qualcuno a cui teneva, come appunto un'amica che riteneva una vera sorella maggiore, gli nascondeva qualcosa di importante.
«Vi aiuterò a cercarlo» promise Misha.
In quel preciso momento il campanello sopra la porta d'ingresso tintinnò di nuovo. Le due donne si voltarono di scatto con un disperato lampo di speranza negli occhi, ma si trattava unicamente di Hige, che entrò nel locale agitando allegro la mano in segno di saluto. Il buonumore gli si spense tuttavia subito in volto, non appena vide le loro espressioni tese e spaventate.
«Che succede qui?» chiese il rosso, aggrottando la fronte e avvicinandosi al bancone.
«Toboe è sparito.»
Toboe era uscito di corsa, quasi a perdifiato, dalla caffetteria. La cartella sobbalzava pesantemente contro la schiena e il peso dei libri gli gravava sulla spalla, ma lui non ci fece minimamente caso. Si sentiva profondamente ferito, abbandonato a sé stesso. Nessuno lo aveva mai voluto davvero, o almeno così gli sembrava in quel momento di sconforto, e forse si era aggrappato a Misha solo perché in lei aveva percepito qualcosa che sapeva di casa, di una vera famiglia. Capì di aver lasciato correre troppo la fantasia: alla fine quella ragazza aveva una vita tutta sua, e in quella routine forse non c’era davvero spazio per lui, che in fondo non era che un ragazzino dell'orfanotrofio.
Quando lei era stata rapita dagli scagnozzi di Satoshi si era lanciato senza alcuna esitazione per salvarla, rischiando la pelle. Ricordava ancora con precisione il momento in cui l’aveva trovata nascosta nell’armadio, sola, sporca e terrorizzata; in quel secondo il cuore gli era letteralmente esploso nel petto. Si era sentito forte, coraggioso, e per una volta non era il bambino da proteggere, ma quello che proteggeva gli altri. Poi però erano stati catturati insieme nella stanza e lui non era stato minimamente in grado di difenderla. Qualcun altro li aveva salvati. Da quel momento l’attenzione di tutti si era spostata sul signor Darcia, sulla sua entrata scenografica e sul suo intervento decisivo, e Toboe era tornato inevitabilmente nell’ombra. Quando era stato invitato alla festa si era sentito di nuovo incluso in qualcosa di speciale, ma anche lì la situazione mutò in fretta: Hige e Misha sembravano sempre più uniti, più vicini, e tra lui e loro si era creato uno spazio sottile, invisibile ma reale.
Sembravano inoltre conoscere quel Kiba, ma non gli avevano detto perché e quella loro conoscenza comune aveva anche fatto litigare quei due. Era chiaro che condividevano qualcosa, un segreto, e lui ne era completamente escluso. Il segno rosso sul collo di Misha non lo aveva fatto ingelosire, non in quel senso; in un altro stato d’animo forse avrebbe sorriso e l’avrebbe persino presa un po' in giro. Ma quella non era che l’ennesima prova lampante che c’era una parte importante della sua vita a cui lui non aveva alcun accesso. Forse non erano nemmeno segreti reali, forse era solo che non faceva abbastanza parte del suo mondo per comprenderli fino in fondo.
Si sentiva solo. Di nuovo senza una famiglia.
Tra pochi mesi avrebbe compiuto sedici anni e, come ogni anno, avrebbe diviso la torta con altri bambini che festeggiavano negli stessi giorni della struttura. Nessuna festa speciale, nessuna sorpresa privata, solo un nome tra i tanti scritti sul registro. Un bambino tra i bambini, quello che tutti trovavano simpatico, ma che nessuno sceglieva mai davvero come figlio.
Correndo alla cieca senza guardare dove metteva i piedi, Toboe non si accorse di essersi avvicinato troppo alla ripida discesa che conduceva al canale cittadino. La neve fresca copriva ogni irregolarità del terreno duro; inciampò in una buca nascosta dal ghiaccio e perse l’equilibrio. Rotolò giù per il pendio nevoso. Gli sfuggì appena un verso soffocato dalla gola, poi, urtando violentemente contro un grosso sasso, l’aria gli venne strappata via dai polmoni per l'impatto. Per un soffio non scivolò fino dentro l'acqua del fiume gelido: il suo corpo si arrestò bruscamente tra i rovi pungenti, che lo inghiottirono come una trappola silenziosa.
Perse i sensi.
«Lui è Toboe. Non sappiamo chi siano i suoi genitori. La madre, in ospedale, ha rifiutato di farsi identificare e ha rinunciato al bambino.»
Toboe aveva quattro anni. Nel cortile dell’orfanotrofio giocava tranquillo con altri bambini, del tutto ignaro della coppia che lo osservava a distanza mentre la tutrice raccontava i dettagli del suo passato. Aveva grandi occhi color miele, un caschetto lucido e lineamenti morbidi; se non fosse stato per gli abiti, qualcuno lo avrebbe scambiato per una bambina. Era sensibile, dolce, sempre pronto a dire una parola gentile, e la direttrice era convinta che non sarebbe rimasto ancora a lungo lì nella struttura.
«Toboe, loro sono la tua nuova mamma e il tuo nuovo papà. Da oggi inizierai una nuova vita.»
La sua manina si infilò fiduciosa in quella della donna che sarebbe dovuta essere la sua nuova madre, anche se in seguito non ricordava i loro volti. La casa era bella, profumata, e la stanzetta appariva piena di giocattoli comprati solo per lui. Non comprendeva davvero cosa stesse succedendo attorno a sé, ma tutto quello splendore lo rendeva felice. Passarono giorni, settimane e mesi. Non faceva nulla di sbagliato, non era capriccioso e non era irreuireto nei modi, eppure quella scintilla che avrebbe dovuto nascere tra lui e la coppia non arrivava mai. Sembrava che i suoi nuovi genitori si sforzassero di volergli bene per dovere, e persino fargli il bagno appariva un’incombenza pesante.
«Ci dispiace, ma con questo bambino non funziona. Non è compatibile con i nostri ritmi e le nostre aspettative.»
La sua mano tornò inevitabilmente in quella della tutrice.
«Ma che bambino simpatico!» disse un’altra donna tempo dopo, pizzicandogli le guance.
«Non solo» aggiunse la tutrice con orgoglio. «Nonostante abbia cinque anni, sa già contare e riconoscere qualche lettera. Vi darà grandi soddisfazioni a scuola.»
Toboe strinse anche quella nuova mano, sperando fosse la volta buona. Ma durò poco.
«Pensaci tu a quel moccioso!» urlò un giorno l’uomo che avrebbe dovuto essere suo padre, scagliando una bottiglia contro il muro del soggiorno. «L’abbiamo voluto insieme, è responsabilità anche tua!»
Sei mesi dopo quell’affidamento, Toboe tornò all’orfanotrofio. Ancora una volta.
«Sì, il bambino è bravo… ma ci dispiace, non credo ci sia la giusta sintonia.»
«No, Toboe non ci ha mai dato problemi. Forse siamo noi a non essere pronti a fare i genitori.»
«Non credo di essere mai riuscito a volergli bene, davvero.»
Erano solo alcune delle frasi che la tutrice si era sentita ripetere negli anni dalle varie coppie, mentre Toboe restava seduto in un angolo dell'ufficio, con le mani strette sulle ginocchia. Ogni volta tornava un po’ più silenzioso, e ogni volta con quella sensazione crescente di essere lui quello sbagliato, la nota stonata.
Cresceva. I lineamenti rimasero morbidi ancora a lungo, ma dai dodici anni la pubertà iniziò a farsi strada nel suo corpo. Divenne più alto, dinoccolato; il volto prese tratti più marcati e più maschili, anche se conservava un’aria delicata. La voce si fece più roca, ma a quindici anni era ancora sorprendentemente dolce rispetto a quella di molti coetanei. Quel suo aspetto lievemente androgino divenne ben presto il bersaglio preferito dei bulli della scuola: lo prendevano in giro, insinuando che fosse troppo femminile e che le famiglie lo rimandassero indietro perché si aspettavano un maschio vero.
Toboe incassava tutto in silenzio, senza reagire. Custodiva il dolore nel cuore, arrivando quasi a convincersi di meritarsi quegli insulti. Non si sentiva parte degli altri bambini dell’orfanotrofio, ma non riusciva nemmeno a integrarsi con chi veniva affidato e poi tornava indietro. Con il tempo la gente iniziò a scartarlo a priori nei moduli: era troppo grande, aveva troppe famiglie alle spalle e troppe restituzioni registrate. Se era tornato così tante volte, pensavano tutti, doveva esserci per forza qualcosa che non andava in lui. Eppure chi lo conosceva davvero sapeva che Toboe era un bravissimo ragazzo, e che sarebbe stato un figlio meraviglioso se solo qualcuno avesse avuto la pazienza di guardare oltre le proprie aspettative.
La tutrice, che lo conosceva fin da quando era in fasce, notò la sua luce interiore affievolirsi con il passare degli anni; ogni rifiuto era una crepa in più sulla sua autostima. Così un giorno la donna provò qualcosa di diverso per sbloccarlo.
«Se ti va un gelato, puoi andare a prenderlo anche da solo. Così nessuno dei più piccoli ti chiederà di assaggiarlo.»
Toboe esitò, ma accettò la sfida. Andò, comprò il gelato, lo mangiò seduto su una panchina del parco e tornò puntuale all’orfanotrofio. L’esperimento funzionò. Un altro giorno gli affidò una piccola commissione nel quartiere e lui la portò a termine, restituendo anche il resto fino all'ultimo centesimo; la tutrice gli lasciò qualche moneta come paghetta. Anche per gli adolescenti della struttura era previsto un accompagnamento a scuola, poiché i ragazzi senza famiglia erano più esposti a cattive compagnie, gang o spacciatori, ma per Toboe la situazione era diversa: lei sapeva che non si sarebbe mai fatto abbindolare dalla strada. E quando arrivò il momento, gli concesse ufficialmente di uscire e rientrare da solo. Non deluse mai quella fiducia.
Un giorno il ragazzo tornò a casa raggiante. Non per qualcosa accaduto a scuola, ma per ciò che era successo prima di entrare in classe. Era stato attirato dal profumo di una caffetteria frequentata da artisti, arredata con un curioso mix di moderno e belle époque. Lì aveva conosciuto una ragazza simpatica e gentile: Misha. Gli era piaciuta talmente tanto che iniziò a passare lì quasi ogni mattina e, quando tornava all’orfanotrofio, aveva sempre una storia bellissima su quella cameriera dai capelli scuri e dagli occhi chiari. Esplose di gioia quando la ragazza si offrì persino di aiutarlo con le ripetizioni pomeridiane di matematica, e così la tutrice non ebbe nulla in contrario se talvolta passava i pomeriggi da lei.
Poi un giorno saltò la scuola e sembrò sparito nel nulla. La tutrice temette il peggio, finché non fu la polizia a presentarsi per spiegare l’accaduto: Toboe non era scappato. Si era trovato coinvolto in una sparatoria per salvare quella ragazza ed era rimasto ferito. Il gesto fu talmente impulsivo e talmente coraggioso che la donna non ebbe nemmeno il cuore di rimproverarlo al suo ritorno. Si era lanciato senza esitare per proteggere un’amica, senza pensare alla propria incolumità, e questo dava la dimostrazione di quanto fosse grande il suo cuore. Quando la tutrice gli chiese come avesse potuto essere così avventato, Toboe aveva risposto con una sicurezza che raramente mostrava: Misha, per lui, era come sangue del suo sangue. Non sapeva spiegare perché, ma si sentiva legato a lei in modo profondo e istintivo, come se fosse una sorella maggiore che aveva sempre avuto e che non ricordava.
Fortunatamente non ci furono richiami disciplinari per il ragazzo. L’uomo che aveva guidato il salvataggio, e che aveva permesso a un minore di trovarsi in mezzo a qualcosa di tanto pericoloso, sembrava avere conoscenze molto influenti; la tutrice lo aveva intuito subito. E sapeva anche che, in certe faccende di potere, era meglio non fare troppe domande, purché l’orfanotrofio restasse fuori da eventuali conseguenze legali. Poi era arrivato l’invito al ballo, l’iscrizione alla scuola di danza e le lezioni di classico da sala. Toboe sembrava di nuovo felice e coinvolto in un gruppo, ma quella felicità era durata poco.
Qualcosa era cambiato radicalmente tra loro. Aveva smesso di parlare di Misha con la stessa luce negli occhi, aveva smesso di raccontare i suoi pomeriggi e ora, mentre giaceva incosciente tra i rovi del canale, la mente si annebbiava a causa del trauma. I ricordi dolorosi sfumavano ai bordi della coscienza, si confondevano e si dissolvevano nel freddo.
"Nessuno mi accetta davvero" pensò il ragazzo prima che il buio lo accogliesse.
Poi anche quel pensiero disperato si spense nel buio della mente.
«Papà, qui c’è un lupo! Non me lo sono inventato!»
«Leara, ma perché...?»
La bambina dalla pelle olivastra, avvolta in un giubbotto pesante e con una scoppola di lana calcata sulla testa, lo fissava con gli occhi spalancati, un miscuglio di rabbia e paura.
Dentro di sé, però, il sentimento era più complicato.
Odiava quel bambino strambo che, pochi giorni prima, aveva causato la morte del suo amato falco. Non lo aveva fatto apposta — questo lo sapeva — ma il dolore non aveva voluto sentire ragioni. E poi c’era stato quell’istante: il momento in cui lui, sopraffatto dal dispiacere, era cambiato davanti ai suoi occhi.
Il suo corpo si era piegato, distorto, allungato. La voce si era trasformata in un ululato lacerante che aveva squarciato l’aria.
Non era stato un sogno.
Leara aveva creduto di aver trovato un amico. Qualcuno con cui condividere il silenzio dei campi e il volo del falco nel cielo. Invece, in un battito di ciglia, tutto si era frantumato.
Non aveva accettato la sua vera natura e lui, nel vedere lo sguardo di terrore sul suo volto, aveva capito che non sarebbe mai stato accettato da nessuno.
Del resto, l'unica madre che aveva avuto, la dolce nonnina che si prendeva cura di lui fin da cucciolo, l'aveva uccisa lui stesso, saltandole addosso per gioco e togliendole per sempre il respiro.
Ne era assolutamente certo. Finché qualcuno all'improvviso non l'aveva tolto da quel guaio, ma non ricordava di chi fosse.
Il cielo iniziava a scurirsi rapidamente in tutta la città. Era dicembre e, oltre al freddo pungente dell'inverno, le giornate avevano ormai raggiunto il culmine della loro brevità: già nel primo pomeriggio i raggi morenti del sole venivano inghiottiti dagli alti palazzi di Freeze City. La neve aveva ripreso a cadere, lenta e silenziosa, imbiancando nuovamente le strade. Se avesse continuato per tutta la notte e Toboe non avesse trovato un riparo sicuro, il rischio di assideramento sarebbe diventato reale.
Misha e Hige si unirono immediatamente alle ricerche. Lo chiamavano a gran voce, percorrendo le vie che il ragazzo frequentava di solito, controllando i parchi, i portici dei palazzi e le fermate dell’autobus del quartiere. Di lui, tuttavia, non c'era alcuna traccia. A un certo punto Misha dovette fermarsi; si piegò sulle ginocchia, con il fiato spezzato all’improvviso dallo sforzo e dall'angoscia. Hige si arrestò accanto a lei e la sorresse per le spalle.
«È stata tutta colpa mia!» disse la ragazza, scoppiando in lacrime. «Se solo fossi stata più onesta con lui…»
«Tu volevi proteggerlo» ribatté Hige con fermezza, cercando di calmarla. «Non potevi coinvolgerlo in tutta quella… assurdità. Sei stata tu stessa a dire che forse erano solo suggestioni della mente.»
«Sì, ma lui si è sentito escluso. Io l’ho deluso… quando lui ha rischiato la vita per me...»
Le gambe le tremarono e stava per cedere del tutto, ma Hige rafforzò la presa, stringendola forte a sé in un abbraccio deciso e protettivo.
«Tu non hai deluso nessuno» le sussurrò all’orecchio con voce profonda. «Sei la cosa più vicina a una famiglia che abbia mai avuto. Sei l’unica che l’ha sempre scelto davvero. Hai sempre pensato esclusivamente al suo bene.»
Misha affondò il viso nella sua giacca a vento, soffocando i singhiozzi contro il tessuto. Dopo qualche istante Hige si scostò appena, quel tanto che bastava per guardarla dritto negli occhi.
«Fa parte del nostro branco, no? L’istinto ci porterà da lui. E quando lo troveremo, gli faremo capire una volta per tutte che non è solo nel mondo.»
Misha accennò un sorriso, sentendosi finalmente più fiduciosa. «E gli tireremo le orecchie per lo spavento.»
«Assolutamente.»
Poi Hige si chinò teneramente verso di lei e le loro labbra si sfiorarono; fu un gesto breve ma necessario per entrambi, una scintilla utile per trovare la forza e il conforto l’uno nell’altra prima di riprendere la ricerca.

Hige aveva pronunciato le parole giuste. Dopo l’episodio del giorno prima al bioparco, quando quel professor Silva li aveva ricondotti a una spiegazione razionale, smontando ogni possibile fondamento della leggenda dei fiori della luna, anche ciò che Kiba aveva detto sull’istinto e sul ritrovarsi era sembrato poco più che fantasia. Eppure, in quel momento di disperazione, era l’unica cosa a cui potersi aggrappare. Toboe era lì da qualche parte, Misha lo sentiva nel profondo del cuore.
Si scostò con delicatezza dalle braccia di Hige e fece qualche passo avanti, stringendo le mani al petto come a trattenere qualcosa che pulsava forte dentro di lei. Il suo sguardo si fece intenso e concentrato, mentre scrutava l’orizzonte tra i palazzi e la neve che cadeva fitta. Hige la osservò in silenzio, poi assottigliò a sua volta lo sguardo. Quando era stata Misha a sparire, aveva avvertito immediatamente l’urgenza di cercarla; non era stato solo perché la conosceva bene o perché intuiva che qualcosa non andasse, ma era stato qualcosa di più viscerale, più istintivo, come un richiamo ancestrale che non aveva saputo ignorare. Poco lontano da lì, i fiori della luna, cresciuti vicino al punto in cui il corpo di Toboe giaceva nascosto tra i rovi, tintinnarono piano, sfiorati dal vento.
«Proviamo ad andare da questa parte» disse a un certo punto Misha, indicando una strada verso ovest.
Hige la guardò, perplesso. «Ne sei certa? Da quella parte si va verso il River Ice.»
«Me lo sento» rispose lei con assoluta convinzione, mentre nei suoi occhi si era accesa una luce nuova.
Hige esitò solo un istante, poi, fissando anche lui quella direzione, avvertì lo stesso richiamo sottile. Forse la ragazza aveva ragione. Ripresero a correre, attraversando la strada e infilandosi tra vie secondarie fino a raggiungere l’area pedonale, solitamente animata per il turismo, ma a quell’ora quasi deserta a causa. Percorsero la piazza, controllarono i vicoli e si affacciarono nei negozi mostrando la foto di Toboe a passanti e commercianti, ma tutti scossero il capo.
«Forse non è qui» disse Hige, grattandosi la nuca, visibilmente sconcertato.
«Sì che è qui. Me lo sento, ti ho detto!» ribatté Misha a denti stretti.
Riprese a camminare con passo deciso lungo il camminamento, mentre il cuore le martellava nelle orecchie. A un certo punto ebbe la netta sensazione che i suoi sensi si stessero acuendo improvvisamente: la vista sembrava più nitida, i rumori più distinti e persino l’olfatto pareva intercettare odori nuovi e intensi. Il desiderio selvaggio di ritrovare Toboe stava risvegliando qualcosa di antico dentro di lei. Raggiunsero infine i viali che costeggiavano il fiume, separati dall’acqua da una discesa e da piattaforme di cemento dove di solito attraccavano i traghetti. Ma la base di quelle discese, utilizzata solo per quell’unica funzione, era poco frequentata e per nulla curata. La vegetazione era cresciuta selvaggia e grossi cespugli si addensavano lungo il pendio, scuri contro il bianco della neve.
«Non crederai che…» Le parole morirono nella gola di Hige, che non volle nemmeno formulare il pensiero. L’idea che Toboe potesse aver fatto un gesto estremo era insopportabile.
Misha non rispose, poiché anche per lei quell’ipotesi era assurda; Toboe non avrebbe mai gettato via la propria vita in quel modo.
«Toboe!» gridarono quasi all’unisono, con la voce spezzata dal freddo e dall’ansia.
Nessuna risposta. Misha abbassò il capo e strinse i pugni fino a farsi male: dov’era il suo amico? Dov’era finito il suo cucciolo? Dentro di lei salì un ringhio sommesso, una frustrazione viscerale, e in quel secondo qualcosa cambiò del tutto. I suoi sensi fecero un ulteriore balzo in avanti, gli odori si fecero nitidi e l’udito incredibilmente sottile. Sentì il vento arrossarle le guance e insinuarsi tra i ricci, distinse con chiarezza il verso di un gabbiano e il suono lontano dei clacson, percependo persino il fruscio minuscolo di un formicaio che raccoglieva le ultime provviste prima dell’inverno. L’odore dello smog, nonostante gli alberi e le nevicate, continuava a sporcare l’aria, ma infine la ragazza avvertì un odore familiare che sapeva di terra e di bosco: Toboe.
«Dove corri adesso?» esclamò Hige, vedendola scattare in avanti con una rapidità improvvisa e sovrannaturale.
Misha deviò bruscamente, piegò le ginocchia e iniziò a scendere lungo il pendio di cemento.
«No, fermati! Ti farai male!» gridò Hige, lanciandosi dietro di lei.
I rovi erano un intrico di rami e spine che si aggrapparono ai suoi vestiti, graffiandole mani e guance, ma Misha non rallentò.
«È qui! Toboe è qui!» disse con voce rotta, lasciando Hige senza fiato.
Tra i cespugli, semi nascosto dalla neve e dai rovi, giaceva il ragazzo. Anche lui era graffiato e, dopo ore disteso sulla neve, i vestiti erano zuppi. La cartella scolastica, finita tra il petto e il terreno, gli aveva fatto da barriera improvvisata contro il gelo, ma il viso appariva spaventosamente pallido e doveva essere scaldato subito. Misha si fece strada tra le spine; sentì i rovi opporre resistenza, ma la forza che la spingeva era più grande di qualsiasi dolore fisico. Lo afferrò e lo tirò verso di sé, liberandolo da quell’intreccio. Nonostante fosse alto quanto lei e ora completamente inerte, non mostrò alcuna difficoltà nel sollevarlo di peso: forse l'adrenalina, o la cosiddetta forza materna, le diede un'energia inattesa.
Hige raggiunse la base del pendio e si chinò subito ad aiutarla, sostenendo Toboe dall’altro lato. Insieme lo sollevarono con cura. La risalita fu faticosa e scivolosa, il terreno era instabile e la neve cedeva sotto i piedi, ma entrambi avevano ottimi riflessi e una determinazione feroce. Pochi minuti dopo erano di nuovo in cima alla strada, con Toboe finalmente libero da quella prigione di spine. Hige non perse tempo: si rimise in piedi e, con le mani che tremavano appena, compose il numero di emergenza dello smartphone, spiegando in fretta la situazione ai soccorritori e indicando il punto esatto in cui si trovavano.
Misha invece rimase in ginocchio sulla neve. Teneva Toboe stretto tra le braccia, sollevandolo quel tanto che bastava per stringerlo al petto e trasmettergli tutto il proprio calore corporeo.
«Forza, Toboe… forza. Tu sei forte. Riapri gli occhi.»
Avvicinò la fronte alla sua e socchiuse le palpebre, cercando di ignorare il gelo che le attraversava le ossa. In quel momento fece una promessa silenziosa nell'anima: non lo avrebbe più lasciato andare via, per nessuna ragione al mondo. Un paio di lacrime calde scivolarono sulla guancia gelata di Toboe e, come richiamato da quel tepore, le sue palpebre tremolarono. Nella semi-incoscienza il ragazzo avvertì un profumo delicato e familiare, che sapeva di fiori e di casa.
«Misha…» sussurrò, con un filo di voce roca.
Misha sgranò gli occhi quando vide i suoi aprirsi lentamente.
«Dove mi trovo?» mormorò lui, confuso.
«Sei al sicuro, piccolo mio. Sei qui. Con me.» Gli accarezzò le ciocche castane, scostandogliele dalla fronte con dolcezza. Per un istante sembrò che il tempo si fermasse del tutto, ed esistevano solo loro due, stretti in quell’abbraccio. Poi il ricordo della mattina e della caduta tornò a farsi strada nella mente di Toboe, e il suo viso si contrasse per il dolore e il rimorso.
«Scusate… non volevo farvi preoccupare.»
Misha scosse il capo e lo strinse ancora più forte a sé. «Non c’è nulla da perdonare. Sono io che devo chiederti scusa… per averti fatto sentire escluso. Non era mia intenzione, credimi.»
Toboe deglutì a fatica. «Credevo… credevo che non mi volessi più bene. Che ti fossi stancata di me anche tu, come tutti gli altri.»
Misha si accigliò e scosse con decisione la testa. «Questo non succederà mai. Tu sei importante per me, Toboe. Ti voglio bene.»
Quelle parole sincere furono come la rottura di una diga. Toboe iniziò a piangere senza più riuscire a trattenersi, liberando tutto il dolore accumulato. Misha, sopraffatta dall'emozione, pianse insieme a lui, stringendolo forte. A pochi metri di distanza, Hige osservava l'intera scena con le mani infilate nelle tasche della giacca; anche i suoi occhi erano lucidi, anche se sotto i baffi sorrideva sollevato.
«Sei proprio un moccioso» disse con voce roca, senza alcuna ombra di cattiveria.

Il fatto che Toboe avesse ripreso conoscenza così in fretta fu un buon segno per tutti. Nonostante il forte frastornamento e la botta alla testa che lo aveva fatto svenire tra i cespugli, trovò la forza di sollevarsi da solo con il busto, anche se Misha continuava comunque a sostenerlo con un braccio attorno alle spalle. Si passò il dorso della mano sulle guance bagnate per asciugarsi le lacrime e calmare i singhiozzi residui; finalmente, grazie al calore di quell’abbraccio, il colorito naturale tornò pian piano sul suo viso pallido.
«Come avete saputo che ero fuggito?» chiese, con un filo di evidente vergogna, rendendosi conto solo in quel momento del caos che aveva provocato.
«La tua tutrice è venuta di corsa in caffetteria ad avvisarci, era davvero molto preoccupata per te» rispose Misha con estrema dolcezza.
Lo sguardo di Toboe si fece subito più lucido e stupito. «Anche lei…?»
Misha annuì, accennando un sorriso rassicurante. «Certo. Come puoi vedere tu stesso, c’è qualcuno che tiene moltissimo a te, e di questo non devi più dubitare.»
Toboe annuì lentamente, elaborando quelle parole. Nel suo petto si fece strada una luce nuova, più stabile e decisamente più fiduciosa rispetto a prima. Poi si voltò verso Hige e lo guardò con sincera gratitudine. Il rosso si sentì improvvisamente a disagio per quell'attenzione; si portò le mani dietro la nuca e distolse lo sguardo verso la strada.
«Grazie anche a te» disse Toboe con un sorriso timido.
«Figurati… come tutti i ragazzini della tua età, ve le inventate proprio tutte pur di attirare l’attenzione degli altri.» Il tono di Hige tornò quello ironico e spavaldo di sempre, ora che la forte tensione accumulata si stava finalmente sciogliendo. Poi fece qualche passo in avanti, si chinò su di lui e puntò un dito accusatore. «E non sei un po’ troppo grande per farti cullare in questo modo da Misha? Guarda che sono stato un adolescente anche io, so benissimo quali fantasie girano in quella testolina!»
Toboe arrossì all'istante fino alle orecchie. Misha, indignata da quell'insinuazione, si sporse in avanti tentando di mordere l’indice di Hige, che lo ritirò appena in tempo utile per salvarsi.
«Io abbraccio mio fratello quanto mi pare e piace! E sei solo uno scemo se ti ingelosisci così per nulla!»
Hige, ormai del tutto sollevato dal pericolo, non si lasciò affatto intimidire da quella reazione. «Ah ah! Senti un po', ti ha appena chiamato fratello. Mi spiace molto, ragazzo mio… per te è ufficialmente friend zone.»
Toboe e Misha sospirarono all’unisono, rassegnati all’idea che Hige non sarebbe mai riuscito a rimanere serio troppo a lungo, nemmeno dopo un simile spavento.
«Anche per me, lei è come una sorella maggiore!» sbottò Toboe per difendersi. Poi, però, si bloccò all’improvviso. Lo sguardo gli si fece improvvisamente più attento e concentrato: prima guardò lei, poi fissò lui, poi tornò di nuovo su lei. «Aspettate… ma voi due…»
Entrambi diventarono rossi come peperoni.
Hige tossicchiò visibilmente imbarazzato, mentre una gocciolina di puro disagio gli scivolava lungo la tempia sotto i ricci. «Credo sia arrivato il momento di aggiornarti su un paio di cosette…»
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Quel giorno era il suo turno di sorvegliare la caffetteria. Gli pesava restare a distanza e vegliare su di lei senza poterle in alcun modo far sapere che era lì, e che in fondo non se n’era mai davvero andato dalla sua vita. Non aveva dimenticato nulla: né la panchina condivisa al parco, né quell’esplosione improvvisa di passione che li aveva travolti. Ma in questa fase poteva essere soltanto un guardiano silenzioso e invisibile. Misha aveva spesso lo sguardo velato, come se pensieri troppo grandi per lei le attraversassero la mente; e accanto a lei, sempre più spesso, c’era il ragazzo dai capelli rossi. Hige. Così lo aveva chiamato Kiba durante il loro incontro. Anche lui, nel vecchio mondo, era stato un loro compagno di viaggio.
«Tsume, ti prego… finiscimi. Sto soffrendo in una maniera terribile.»
Quelle parole disperate gli tornarono improvvisamente alla mente come un’onda gelida. Hige agonizzava tra la tormenta e il sangue gli colava scuro dalla gola, e alla fine era stato proprio lui a dover porre fine alle sue sofferenze sul monte. Un sapore metallico e amaro gli risalì subito in bocca al ricordo.
Una sera di quella settimana li aveva visti uscire insieme dal locale. Non aveva potuto seguirli troppo lontano, dato che non aveva più alcun mezzo con cui poterlo fare dopo il furto, ma sapeva con certezza che prima o poi lui l’avrebbe riaccompagnata a casa. La neve cadeva lenta dal cielo quando l’auto di Hige si era finalmente fermata davanti al palazzo di Misha. Parlavano a lungo nell'abitacolo e i loro volti apparivano seri, tesi, come se stessero condividendo qualcosa di molto importante. Poi era successo. Le loro teste si erano avvicinate e le labbra si erano toccate. Tsume aveva sentito il cuore serrarsi all'istante in una morsa di piombo. Li aveva osservati in silenzio salire le scale del portone, la luce dell’appartamento si era accesa al secondo piano e lui era rimasto lì sotto, immobile sul marciapiede, finché il freddo inverno non aveva iniziato a pungergli le ossa.
Il giorno successivo non avrebbe affatto voluto fare di nuovo da sentinella, ma si era offerto lo stesso a Kiba. Doveva capire fino in fondo, doveva vedere con i propri occhi fino a che punto si fossero spinti i due. Quando Toboe era uscito di corsa dalla caffetteria la mattina stessa non lo aveva seguito, scegliendo egoisticamente di restare lì appostato a guardare la vetrina. Ore più tardi, quando la donna dell’orfanotrofio era arrivata trafelata sul posto, anche lui aveva compreso che qualcosa non andava. Poco dopo era arrivato Hige e con Misha erano corsi via a tutta velocità. Tsume era rimasto nell’ombra del vicolo. Aveva sperato, in silenzio, che il ragazzo venisse ritrovato sano e salvo, maledicendo sé stesso per non averlo seguito subito: aveva preferito sorvegliare lei, invece di pensare anche agli altri due compagni. Egoista, si disse, era sempre stato fatto così.
Con l’avanzare della sera la speranza sembrava affievolirsi, poi, all’improvviso, Misha aveva cambiato direzione sul camminamento. Si era mossa con una sicurezza quasi inquietante, come se qualcosa di antico dentro di lei si fosse improvvisamente acceso. E infatti Toboe era proprio lì, nel punto esatto verso cui si dirigeva. Tsume si era appostato dietro il tronco di un albero del viale, trattenendo il respiro; aveva visto la ragazza scattare in avanti con una rapidità e una forza quasi inumane, e aveva sentito il suo richiamo disperato verso Hige.
Toboe era salvo. Ora i tre erano finalmente riuniti, stretti in un abbraccio profondo che sembrava cancellare ogni paura.
Tsume serrò la mascella, quando Hige e Misha confessarono apertamente a Toboe di essersi messi insieme. Le dita di Tsume si conficcarono con rabbia nella corteccia dell’albero. Le sue unghie graffiarono il legno duro fino a spezzarsi, la pelle dei polpastrelli si aprì sotto lo sforzo e a lui non importò affatto di aver lasciato su quel tronco un segno profondo, del tutto simile all'impronta di un artiglio.

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