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Creato il 13/05/2026, 15:44 · Aggiornato il 13/05/2026, 15:44

Capitolo 10: Toboe, il bambino mai scelto

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Morte
  • Sangue
  • Violenza
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«Non spiegano il destino ma lo accompagnano.» - Racconti perduti de Il Libro della Luna

Quella notte per Hige e Misha segnò un passaggio silenzioso ma importante.

La complicità nata quasi per gioco, le risate, la sintonia immediata… tutto aveva preso una forma diversa. Più profonda, più intensa.

Quando rientrarono in casa, non si precipitarono l’uno sull’altra con foga. C’era emozione, sì, ma anche rispetto. Una timidezza nuova, quasi tenera, che da un tipo spavaldo come Hige proprio non ci si aspettava.

Si spogliarono lentamente, tra sorrisi e battute leggere.

«Che affari difficili» scherzò lui, arrossendo mentre cercava goffamente di slacciarle il reggiseno.

Misha rise di gusto, ma non lo aiutò. Restò immobile, osservandolo con divertita pazienza. Se voleva continuare, doveva riuscirci da solo.

Lui si concentrò come se stesse sostenendo un esame importante. E quando finalmente ce la fece, tirò un sospiro di vittoria che fece ridere entrambi.

Poi la fece sdraiare sul piumone con la stampa fiorata e le sfiorò il collo con baci lenti, attenti.

Misha intrecciò le dita nei suoi ricci, mentre con l’altra mano gli accarezzava la schiena. I loro movimenti erano cauti, come se stessero imparando una nuova lingua fatta di pelle e respiro.

Non c’era fretta.

Quando i loro corpi si unirono, si guardarono negli occhi.

Non c’era imbarazzo, solo dolcezza e desiderio di perdersi l'uno nel respiro dell'altra. Misha gli sfiorò le guance, lui le accarezzò i fianchi. Si sorrisero prima di baciarsi ancora, lentamente.

Il profumo di lavanda dei suoi capelli si mescolava all’aroma fresco del suo dopobarba. Per qualche ora, il mondo fuori — le visioni, i dubbi — cessò di esistere.

Esistevano solo loro.

Si addormentarono abbracciati.

Hige la strinse da dietro, il volto nascosto tra i suoi capelli. Misha cercò il suo calore con i piedi intrecciati ai suoi polpacci, come se temesse di perderlo nel sonno.

Il mattino arrivò troppo presto.

La luce filtrò dalla finestra e colpì Hige in pieno viso. Aprì gli occhi confuso, poi ricordò dove si trovava. Un sorriso dolce gli distese le labbra.

Sollevò il braccio per guardare l’orologio digitale.

Il sorriso svanì. Era tardi. Molto tardi.

Si alzò di scatto, inciampando mentre cercava di infilarsi i pantaloni in fretta. Misha si svegliò al rumore sordo della sua caduta.

«Dove stai andando?» chiese, ancora con la voce impastata dal sonno.

«Perdonami, devo scappare!»

Lei annuì, ma nei suoi occhi passò un’ombra sottile.

Hige si fermò. Si voltò e colse quello sguardo.

Si avvicinò al letto e le sfiorò le labbra con un bacio.

«Vado solo in quell’ufficio noiosissimo» disse con un mezzo sorriso**. «Quando stacco vengo a trovarti in caffetteria. Promesso.»**

Appoggiò la fronte alla sua e socchiuse gli occhi.

«E no… non sarà mai un errore fare l’amore con te.»

Misha lo accompagnò fino alla porta con addosso solo una vestaglia leggera. Rimase lì finché non sentì i suoi passi allontanarsi nel corridoio.

Quando la porta si chiuse, si appoggiò al muro e lasciò uscire un lungo respiro.

Due lacrime silenziose le scivolarono sulle guance. Non di tristezza ma di sollievo. Per la prima volta dopo mesi, si sentiva felice davvero.

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

La notte calò su Freeze City senza portare con sé alcun riposo per Hubb e Tsume. Le parole di Kiba avevano incrinato qualcosa, come se una crepa sottile si fosse aperta sotto la superficie della realtà che avevano conosciuto fino a quel momento. Non ricordavano davvero. Nessuna immagine nitida del vecchio mondo raccontato con tanta certezza. Eppure, dentro di loro, qualcosa aveva smesso di opporsi.

Era emersa una nuova consapevolezza.

La sensazione di essere ingranaggi di un meccanismo più vasto, di una scacchiera già disposta molto prima che loro ne comprendessero le regole. E soprattutto, la certezza inquietante che forse erano gli unici a vedere l’ombra che si allungava dietro il nome di Darcia.

Hubb aveva insistito su un punto, con la lucidità che ancora lo contraddistingueva: Misha, Hige, Toboe… erano davvero in pericolo?

Kiba aveva risposto con una calma che non rassicurava del tutto: finché fossero rimasti inconsapevoli, finché il loro sangue di lupo non si fosse risvegliato del tutto, Darcia probabilmente non avrebbe agito apertamente. Non ancora. Non con mosse evidenti.

Ma questo non significava che fossero al sicuro.

Dovevano restare nell'ombra e sorvegliarli.

Non si poteva certo piazzare una volante sotto casa di una ragazza con la scusa che un importante imprenditore potesse essere la reincarnazione di un nobile mezzo lupo deciso a rifare il mondo. Anche per Hubb, quello sarebbe stato un passo troppo oltre.

Tale compito quindi doveva essere spartito tra loro tre.

Tsume e Kiba avrebbero vegliato su di loro, muovendosi tra le strade come presenze invisibili.

Hubb, invece, avrebbe continuato a fare ciò che sapeva fare meglio: indagare.

Ora che sapeva — o almeno sospettava — che Darcia stava orchestrando qualcosa di immensamente più oscuro di un semplice insabbiamento, non poteva fermarsi. Anche se ufficialmente non c’era nulla. Nessuna prova concreta. Nessun capo d’accusa sostenibile.

Ma lui aveva visto la stanza illuminarsi di sangue. Aveva visto quelle impronte. E aveva visto la reazione di Kiba davanti a quella fotografia.

Doveva stargli addosso. Senza esporsi. Senza offrirgli il fianco. Senza permettere che il magnate capisse quanto ormai il cerchio si stesse stringendo.

Perché se davvero il ciclo del mondo stava per chiudersi di nuovo, allora, ancora una volta, dovevano fare in modo che lui non rientrasse nel nuovo corso. E stavolta definitivamente.

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

La sala era illuminata da candelabri alti quanto colonne, la luce tremolante riflessa sulle superfici dorate e sugli specchi incastonati tra marmi scuri. Le finestre erano velate da drappi pesanti, così che il mondo esterno rimanesse escluso.

Al centro, su un piccolo rialzo, stava Darcia.

Indossava il mantello sormontato da lunghe piume nere che scendevano sulle spalle come ali ripiegate. Il copricapo, anch’esso di penne scure, incorniciava la maschera di ceramica bianca. Sulla superficie liscia era dipinta una bocca rossa, sorridente, e attorno agli occhi un’ombra nera intensa. Dalle fessure emergevano le sue iridi eterocrome, una azzurra e una gialla, lucide come due frammenti di cielo e sole.

Davanti a lui, disposti in semicerchio, sedevano uomini e donne eleganti. Abiti sontuosi, sete, broccati, guanti lunghi. Tutti indossavano maschere di ceramica, ornate con piume e dettagli dorati che richiamavano un carnevale antico, ma privo di leggerezza. Non c’era allegria in quella stanza. Solo devozione.

«Il Rakuen non è una leggenda» disse Darcia con voce pacata, modulata come quella di un sacerdote. «È una soglia. Un passaggio. Un luogo che si apre solo quando il mondo giunge al termine del proprio ciclo.»

Le teste mascherate si inclinarono in ascolto.

«I fiori della luna sono solo il primo segno che il tempo sta maturando per l'inizio del nuovo ciclo. E quando la luna tornerà a tingersi di rosso, sarà il momento giusto per aprire le porte del Rakuen.»

Fece un gesto lento ed Edward, il suo maggiordomo, gli porse un tomo antico.

La copertina era consunta, rilegata in pelle scura. Sulla costa, simboli sbiaditi.

«Questo è il Libro della Luna, l'unico e originale. Fu scritto da Darcia Primo nel mondo che precedette il nostro. E fu ritrovato dal mio avo in questo nuovo ciclo.»**

Sfogliò alcune pagine ingiallite, mostrando disegni di lupi, schemi lunari, annotazioni fitte di calligrafia elegante e ossessiva.

«Egli tentò di anticipare ciò che non era ancora necessario. Pagò con una maledizione che gravò sulla nostra stirpe. Io non ripeterò quell’errore.»

La sua voce si fece più intensa.

«Io non forzerò il Rakuen. Io renderò inevitabile la sua apertura.»

Un mormorio di ammirazione percorse la sala.

«Quando il mondo sarà pronto a crollare, quando l’umanità invocherà un nuovo inizio, allora la porta si aprirà. E questa volta non sarà il caos a governarlo.»

Si voltò verso i domestici.

«Abbassate il telo.»

Un drappo scese lentamente davanti alla parete opposta. Un proiettore si accese con un ronzio discreto.

Sul grande schermo apparvero tre volti: Toboe, Misha ed Hige.

Le immagini erano state scattate con discrezione, in momenti quotidiani, inconsapevoli.

«Questi giovani» disse Darcia, «sono parte dell’equazione. Sangue antico scorre nelle loro vene, anche se ancora non ne comprendono il valore.»

Fece un breve cenno.

Un’altra fotografia comparve.

Il detective Lebowski.

«E lui» proseguì con un lieve inclinare del capo, «è un’anomalia interessante, considerando che non è mai stato un lupo. Un uomo che ha visto che crede - forse anche in questo tempo - di poter fermare ciò che è già stato scritto.»

Le figure mascherate rimasero in silenzio, attente, quasi in attesa di un comando.

Darcia chiuse il Libro della Luna con un gesto definitivo.

«Il nuovo ciclo sta per iniziare. E noi saremo pronti ad accoglierlo.»

I devoti batterono le mani all’unisono, un suono compatto, cadenzato, che rimbombò tra le colonne come un unico battito di cuore. Non era entusiasmo scomposto, ma approvazione solenne. Sotto le maschere di ceramica si celavano sorrisi ampi, febbrili, nutriti da un’attesa che aveva il sapore della promessa.

Undici mesi.

Meno di un anno li separava dall’apertura delle porte del Rakuen.

In base alle sue previsioni, se i suoi piani sarebbero andati come prospettato, per allora la Luna Rossa sarebbe tornata a splendere nel cielo, testimone silenziosa del mondo che si chiude e si riapre per uno completamente nuovo.

Un mondo ideale, purificato, riscritto secondo la loro volontà. Un luogo in cui non avrebbero più dovuto sottostare a leggi, governi, equilibri fragili e compromessi politici. Quello attuale, ormai destinato alla rovina, sarebbe rimasto alle spalle come un guscio svuotato.

Dietro quei volti anonimi sedevano uomini e donne di potere. Finanziatori, industriali, strateghi. Persone che avevano già città ai propri piedi e nazioni che pendevano dalle loro decisioni. Eppure non era abbastanza.

Perché lì, nonostante tutto, restavano umani. Soggetti al tempo. Alla malattia. Alla morte. Alle conseguenze.

Nel Rakuen, invece, sarebbero stati altro. Divinità.

Il sangue di lupo, ancora sopito nelle vene di quei giovani, presto si sarebbe ridestato. E con esso si sarebbe attivato il meccanismo antico che conduceva alla fine e alla rinascita. Non importava quante vite si sarebbero spezzate nel processo. Non importava il prezzo.

Importava solo il compimento.

E mentre gli applausi si spegnevano lentamente, nella sala restò sospesa un’unica certezza: il desiderio di quegli uomini e di quelle donne era più antico della morale. E molto più pericoloso.

Mentre nella sala dorata le parole di Darcia accendevano l’ambizione dei suoi devoti, nella profondità del castello regnava un silenzio completamente diverso.

Nella stanza segreta, rischiarata solo dalla luce fredda dei monitor e dal bagliore verde della sfera, la dottoressa sorseggiava lentamente del tè da una tazza di ceramica bianca, il vapore che si dissolveva nell’aria rarefatta. Seduta sulla sua sedia a rotelle, le gambe accavallate con eleganza quasi distratta, osservava i parametri vitali scorrere sugli schermi con precisione matematica.

Il suo fisico era snello, asciutto, quasi fragile. La pelle, più pallida del necessario, tradiva le ore trascorse lontana dal sole. Sotto gli occhi azzurri, cerchi violacei segnavano notti brevi e pomeriggi interminabili passati a monitorare quella prigione trasparente. Quel giorno non indossava la maschera.

Cher era sempre stata brillante. Laureata con lode in neuroscienze, con una tesi che aveva attirato l’attenzione di istituti internazionali. Il mondo accademico le aveva spalancato le porte ancora prima che potesse bussare. Ma il suo destino era stato tracciato ben prima della discussione finale.

I suoi genitori, notai di grande prestigio, erano membri dell’Organizzazione segreta legata alla famiglia Darcia. Una rete invisibile che si estendeva tra finanza, politica e ricerca. Il capofamiglia aveva notato subito le sue capacità: precisione analitica, mente lucida, assenza di scrupoli inutili.

Le aveva offerto un contratto che pochi avrebbero rifiutato. Uno stipendio a cinque zeri mensili. Accesso a tecnologie che il mondo ufficiale poteva solo immaginare.

Non aveva previsto, però, che la ricchezza non le avrebbe garantito viaggi, conferenze o lussi mondani. Il suo regno era diventato quella stanza sotterranea.

Al centro, la sfera.

Cheza fluttuava immersa nel liquido verde, un miracolo scientifico ereditato dal vecchio mondo. Creata dai Darcia stessi, ibridando genetica umana e tessuti dei fiori della luna, concepita come traghettatrice del Rakuen.

Il fiume che avrebbe attraversato non era fatto d’acqua, ma il sangue di lupo.

Accanto a lei, stretta in un abbraccio immobile, vi era l’anomalia: la donna dalla pelle scura — Blue — aggrappata a Cheza come se anche nell’incoscienza il suo istinto la costringesse a proteggerla. I monitor indicavano una stabilità precaria, un equilibrio impossibile da replicare artificialmente.

Avevano tentato di separarle ma i risultati erano stati inequivocabili: se scisse, Blue sarebbe entrata in arresto cardiaco. E Cheza, privata di quel legame, avrebbe iniziato ad appassire come un fiore strappato alla radice.

Cher bevve un altro sorso di tè, gli occhi fissi sulla ragazza nella sfera.

«Perché li chiami, se poi così non farai che risvegliarli?» mormorò, più a sé stessa che a lei.

Cheza non rispose. Non poteva.

I suoi occhi erano aperti, velati di tristezza, e nel liquido verde le sue labbra si muovevano appena, come se stesse cantando un richiamo che solo pochi potevano udire.

Cher inclinò leggermente il capo.

«Forse ti senti sola» concluse a bassa voce. «E spaventata.»

Per un istante, lo sguardo di Cheza sembrò intensificarsi.

I passi misurati di Darcia risuonarono nel corridoio di marmo. Cher sollevò lo sguardo dai monitor e lo accolse con un cenno del capo, composto, professionale.

«Un’altra magnifica assemblea, Lord Darcia. Ho seguito tutto dal cellulare.»

La voce della scienziata era calma, quasi distaccata, ma nei suoi occhi azzurri brillava una luce attenta.

Darcia avanzò verso la sfera con movimenti lenti, teatrali.

«Mi fa piacere che il Wi-Fi prenda bene anche qui dentro. Del resto anche un ordine antico, a un certo punto, deve esigere una certa modernità» disse con una risata elegante, smorzata dalla maschera.

Cher ricambiò con un sorriso appena accennato, portando la tazza alle labbra.

«Non nascondo che mi sia dispiaciuto per il Dottor Silva. Quando si è scusato per aver detto ai ragazzi che il Rakuen non esiste, sembrava sinceramente turbato.»

Darcia si accomodò sulla poltrona accanto alla sfera, accavallando le gambe. La luce verde rifletteva sulle piume nere del mantello, creando ombre irregolari sul pavimento.

«Silva è tra i più devoti» rispose con tono misurato. «Ma il suo lavoro non è propriamente allineato ai nostri precetti. Proprio per questo è prezioso. Uno zoologo che si metta a difendere leggende sui lupi con convinzione… sarebbe insolito. E noi abbiamo bisogno di uomini come lui.»

Sfiorò la superficie della sfera con la punta delle dita guantate.

«Se hai ascoltato bene la mia risposta, infatti, gli ho detto che ha fatto più che bene. La sua negazione è la nostra migliore copertura.»

Cher inclinò il capo, osservandolo di sbieco.

«Qualcosa mi dice che quella sua azione vi gioverà lo stesso.»

Un sorriso lento si disegnò sotto la maschera di ceramica. Non si vedeva, ma si percepiva.

«Naturalmente. La negazione alimenta la curiosità. La curiosità porta alla ricerca. E la ricerca, quando è guidata nella direzione giusta… conduce esattamente dove desideriamo.»

Si alzò appena, avvicinandosi alla sfera. Gli occhi eterocromi si posarono su Cheza.

«Ho già un piano al riguardo, ma non posso scoprire ora tutte le mie carte.»

La luce verde tremolò impercettibilmente.

E per un istante, nel riflesso del vetro, sembrò che Darcia sorridesse non a Cher… ma al futuro stesso.

«Ma per oggi basta parlare di piani e sotterfugi. Ora devo riposarmi, poi mi attendono i report di chiusura dell’anno aziendale» sospirò Darcia, con una punta di stanchezza quasi umana. «Nel nuovo mondo, spero proprio che tutto questo non esista più.»

Cher rise di gusto.

«Lord Darcia, se iniziaste a fare propaganda sul Rakuen promettendo l’assenza di burocrazia e bilanci, il nostro Ordine raddoppierebbe gli accoliti nel giro di un mese.»

Anche Darcia sorrise sotto la maschera.

«Lo credo anch’io. Ma se portassimo con noi migliaia di persone, otterremmo solo una copia di questo mondo. Il Rakuen si plasmerà attraverso una mente coesa e forte. Non possiamo trascinare chiunque solo perché ci è utile o simpatico.»

Si voltò verso la sfera, lo sguardo addolcito da un’ombra di malinconia.

«Per allora avrete richiamato anche Hamona. E il Rakuen sarà plasmato anche da un’anima pura come la sua.» Rispose Cher con un mezzo sorriso.

«Sì» disse lui, quasi sussurrandolo. Poi cambiò tono. «Cher, quando partirai per andare a trovare i tuoi genitori in Francia?»

La dottoressa fece spallucce, poggiando la tazza ormai vuota sulla console.

«Sono stata presa così tanto dal lavoro che ho dimenticato di fare i biglietti. Ormai è tutto esaurito. Temo che passerò il Natale qui… sorseggiando un bicchiere di brandy.»

Darcia la osservò per qualche istante, poi si voltò verso di lei.

«Apprezzo molto il lavoro che fai, dico davvero. Ma sarei un pessimo datore di lavoro se ti permettessi di rimanere qui anche nei giorni di festa.»

Cher scosse il capo con naturalezza.

«Per me il lavoro è anche passione. Studiare questo miracolo» disse indicando la sfera «è come scoprire qualcosa di nuovo ogni giorno.»

Darcia infilò una mano sotto il mantello e dalla tasca interna del completo estrasse un volantino. Il foglio, dominato dal rosso acceso e da caratteri grandi, pubblicizzava una festa natalizia.

«Lo sta distribuendo la caffetteria dove lavora Misha. L’hanno dato anche a me.»

Cher lo prese, osservandolo da entrambi i lati con espressione scettica.

«Volete davvero partecipare a una cosa del genere?»

«Sembra… divertente, perché no?» rispose lui con una leggerezza studiata. Poi il suo sguardo si fece più sottile. «Inoltre è un ottimo modo per mantenere i rapporti con quella ragazza e con i suoi amici. Kiba e Tsume non si vedono ancora, ma non possono essere lontani. Nel frattempo controllerò i progressi di quei tre.»

Fece una breve pausa.

«Devo assicurarmi, in particolare, di avere Misha dalla mia parte.»

Cher sollevò lo sguardo, attenta. «Siete sicuro su di lei?»

Gli occhi di Darcia si fecero profondi, quasi febbrili. La luce verde della sfera si rifletté sulla maschera, ma fu l’occhio giallo a brillare con intensità innaturale.

«Ne sono certo» disse con voce bassa. «Grazie a lei… riuscirò a richiamare Hamona.»

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

«Buongiorno, Misha!»

«Buongiorno, Nadia!» rispose la ragazza entrando in caffetteria; la campanella sopra la porta tintinnò allegra mentre si liberava della sciarpa. Poi si fermò di colpo. «Ma questo?

Sul bancone, in un vaso di vetro trasparente, troneggiava un mazzo fitto di fiori bianchi. I petali candidi riflettevano la luce dei faretti e sembravano quasi emanare un chiarore proprio, delicato ma vivo.

Per un istante, il cuore di Misha perse un battito.

«Belli, vero?» disse Nadia, sistemandoli con orgoglio. «Il giardiniere li stava togliendo dal cortile. Ne sono cresciuti a bizzeffe! Mi dispiaceva che li buttasse. Chissà come si chiamano.»

«Si chiamano fiori della luna» rispose Misha immediatamente, senza nemmeno pensarci.

Il tono le uscì più basso, più serio di quanto avrebbe voluto.

Il fatto che anche altri iniziassero a notarli le fece correre un brivido lungo la schiena. Non sapeva perché, ma qualcosa in lei reagì con allarme.

«Ma che bel nome!» esclamò Nadia, del tutto ignara, soddisfatta dell’ornamento scelto per il locale.

Misha si forzò a sorridere e si diresse nello stanzino per lasciare cappotto e borsa. Tornò poco dopo con il grembiule e il cappellino della divisa.

Nadia la fissò un istante, poi sgranò gli occhi.

Le fece cenno di avvicinarsi e, arrossendo, le indicò il collo con un dito.

«Che c’è?» mormorò Misha, confusa, non capendo inizialmente quel suo tanto agitarsi.

Ma poi passando davanti allo specchio, lo vide: un piccolo alone rossastro, evidente sulla pelle diafana. Le guance le si accesero all’istante.

«C-coprimi un secondo!» sussurrò, precipitandosi di nuovo sul retro.

«Ma certo!» rispose Nadia, mordendosi il labbro per non scoppiare a ridere. «Vatti a nascondere quel bel succhiotto!»

Misha si afferrò al primo foulard che trovò e tornò in sala con un’aria fin troppo composta, mentre la collega faceva finta di essere concentratissima sulla macchina del caffè.

Proprio in quel momento la campanella della porta tintinnò di nuovo.

Toboe entrò con la cartella a tracolla, il cappotto ancora cosparso di piccoli fiocchi di neve. Si fermò un istante sulla soglia, inspirando l’odore familiare di caffè e brioche calde.

Era venuto anche quella mattina per fare colazione prima di andare a scuola.

«Buongiorno, Toboe, come stai?» disse Misha con il suo solito sorriso luminoso, cercando di sembrare naturale.

Toboe ricambiò con un sorriso cortese, posando la cartella accanto alla sedia.

«Buongiorno a te, Misha. Tutto ok.»

«Il solito?» chiese lei, già con il taccuino pronto.

«Sì, grazie.»

Poi i suoi occhi si soffermarono sul foulard. Si accigliò. «Come mai oggi ti sei messa questo?»

Misha si portò istintivamente la mano al collo e distolse lo sguardo.

«Oh, niente… con questo freddo ho un po’ di mal di gola.»

Toboe la studiò con attenzione.

«Non mi sembri rauca. E non ti ho mai vista ammalata.»

«Davvero, niente di importante» rispose lei, mantenendo il sorriso — anche se ora era più rigido. «Perfetto, allora due omelette e un bicchiere di latte per il nostro Toboe.»

Fece per girarsi verso la cucina.

Ma nel momento in cui gli diede le spalle, Toboe si alzò di scatto. Con un gesto rapido le sfilò il foulard.

Misha si voltò di colpo, occhi spalancati.

E Toboe vide l’alone rossastro sul suo collo.

Deglutì.

«Ma quello cos’è?»

Lei si coprì di nuovo il segno con la mano. «Niente, è una puntura di zanzara.»

Il silenzio tra loro si fece pesante.

«Sei… sei una bugiarda!» disse lui con voce incrinata.

Non per rabbia. Si sentiva ferito: ancora una volta si sentiva escluso. Ancora una volta percepiva che qualcosa stava accadendo sopra la sua testa.

Misha aprì bocca per rispondere ma un fragore improvviso di vetri infranti tagliò l’aria.

Entrambi si voltarono.

Nel mezzo della sala, sotto gli sguardi sbigottiti dei clienti, un uomo aveva rovesciato il vaso di vetro dal bancone. I fiori della luna erano sparsi a terra, tra acqua e frammenti.

«Pensavo fosse un locale pulito!» gridò con disprezzo. «Portare qui dentro questa erbaccia!»

Nadia fece immediatamente il giro del bancone, furibonda, pronta a replicare.

L’attenzione di Misha si spezzò per un istante e quando si voltò di nuovo verso Toboe lui non era più davanti a lei.

Lo vide solo di sfuggita mentre si era già infilato la cartella sulla spalla e si dirigeva verso l’uscita.

«Toboe…» sussurrò e qualcosa nello stomaco di Misha si chiuse come un nodo troppo stretto.

Per quella mattina, la ragazza non lo vide più e, presa dalle faccende in caffetteria, con il passare delle ore immaginò che fosse andato regolarmente a scuola.

Ma ebbe un’amara sorpresa proprio quando stava per staccare: sulla soglia del locale comparve la tutrice di Toboe, paonazza in viso e visibilmente agitata.

«Qualcuno ha visto Toboe?» chiese trafelata.

Misha sentì il mondo crollarle addosso. Le cadde la scopa dalle mani e le andò subito incontro.

«Era venuto qui questa mattina. Gli è successo qualcosa?»

La donna, riconoscendola, la afferrò per le braccia e la scosse lievemente — non per rabbia, ma per sincera preoccupazione. Probabilmente lo stava cercando da ore.

«A che ora è venuto? Ti ha detto qualcosa?»

Misha esitò un istante, con il cuore in gola. Doveva assumersi le sue responsabilità.

«È venuto al solito orario… poi è andato via di corsa. Temo… temo sia stato per colpa mia. Gli ho detto qualcosa che non gli è piaciuto.»

«Ultimamente è più sensibile del solito» rispose la donna di mezza età, con gli occhi lucidi. «Gli avevo concesso di uscire da solo, perché è sempre stato un ragazzo responsabile… ma da quando si è voluto mettere in mezzo alla storia del tuo salvataggio…»

Misha si accigliò e parlò con sincerità.

«Toboe è ancora un ragazzo responsabile. E non è nemmeno stupido… anzi.»

Lasciò la frase in sospeso, incapace di confidare alla donna ciò che stava davvero accadendo.

Aveva voluto proteggere Toboe, ma invece di tenerlo al sicuro lo aveva solo allontanato. Era intelligente, attento, e la sua sensibilità lo faceva soffrire quando qualcuno a cui teneva, come appunto un'amica che riteneva una sorella, gli nascondeva qualcosa.

«Vi aiuterò a cercarlo.»

In quel momento il campanello tintinnò.

Le due donne si voltarono con un lampo di speranza negli occhi, ma si trattava di Hige, che entrò agitando la mano in segno di saluto. Il buonumore gli si spense subito in volto, vedendo le loro espressioni tese.

«Che succede?» chiese, aggrottando la fronte.

«Toboe è sparito.»

Toboe era uscito di corsa, quasi a perdifiato, dalla caffetteria. La cartella sobbalzava contro la schiena e il peso dei libri gli gravava sulla spalla, ma non ci fece caso.

Si sentiva ferito. Abbandonato.

Nessuno lo aveva mai voluto davvero — o almeno così gli sembrava in quel momento — e forse si era aggrappato a Misha perché in lei aveva percepito qualcosa che sapeva di casa, di famiglia. Aveva lasciato correre troppo la fantasia. Alla fine quella ragazza aveva una vita tutta sua, e in quella vita forse non c’era davvero spazio per lui, che in fondo non era che un ragazzino.

Quando era stata rapita da Satoshi, si era lanciato senza esitazione per salvarla. Ricordava ancora il momento in cui l’aveva trovata nell’armadio, sola, sporca, terrorizzata: il cuore gli era esploso nel petto. Si era sentito forte, coraggioso. Per una volta non il bambino da proteggere, ma quello che proteggeva.

Poi però erano stati catturati insieme. E lui non era stato in grado di difenderla.

Qualcun altro li aveva salvati.

Da quel momento l’attenzione di tutti si era spostata sul signor Darcia, sulla sua entrata scenografica, sul suo intervento decisivo. Toboe era tornato nell’ombra.

Quando era stato invitato alla festa si era sentito di nuovo incluso, ma anche lì, qualcosa mutò in fretta: Hige e Misha sembravano più uniti, più vicini. E tra lui e loro si era creato uno spazio sottile, invisibile ma reale.

Sembravano conoscere Kiba. Ma non gli avevano detto perché e quella loro conoscenza comune aveva anche fatto litigare i due.

Era chiaro che condividevano qualcosa. Un segreto. E lui ne era escluso.

Il segno sul collo di Misha non lo aveva fatto ingelosire. Non davvero. In un altro stato d’animo forse avrebbe sorriso, l’avrebbe presa in giro. Ma quella non era che l’ennesima prova che c’era una parte della sua vita a cui lui non aveva accesso. Forse non erano nemmeno segreti. Forse era solo che non faceva abbastanza parte del suo mondo per comprenderli.

Si sentiva solo. Di nuovo senza famiglia.

Tra pochi mesi avrebbe compiuto sedici anni. E come ogni anno avrebbe diviso la torta con altri bambini che festeggiavano negli stessi giorni. Nessuna festa speciale. Nessuna sorpresa. Solo un nome tra tanti.

Un bambino tra i bambini. Quello che tutti trovavano simpatico, ma che nessuno sceglieva davvero.

Correndo senza guardare dove metteva i piedi, Toboe non si accorse di essersi avvicinato troppo alla discesa che conduceva al canale. La neve copriva ogni irregolarità del terreno. Inciampò in una buca nascosta e perse l’equilibrio.

Rotolò giù per il pendio.

Gli sfuggì appena un verso soffocato. Poi, urtando violentemente contro un sasso, l’aria gli venne strappata dai polmoni. Per un soffio non scivolò fino al fiume gelido: il suo corpo si arrestò tra i rovi, che lo inghiottirono come una trappola silenziosa.

Perse i sensi.

«Lui è Toboe. Non sappiamo chi siano i suoi genitori. La madre, in ospedale, ha rifiutato di farsi identificare e ha rinunciato al bambino.»

Toboe aveva quattro anni. Nel cortile dell’orfanotrofio giocava con altri bambini, ignaro della coppia che lo osservava a distanza mentre la tutrice raccontava il suo passato.

Aveva grandi occhi color miele, un caschetto lucido e lineamenti morbidi. Se non fosse stato per gli abiti, qualcuno lo avrebbe scambiato per una bambina. Era sensibile, dolce, sempre pronto a dire una parola gentile.

La direttrice era convinta che non sarebbe rimasto ancora a lungo lì.

«Toboe, loro sono la tua nuova mamma e il tuo nuovo papà. Da oggi inizierai una nuova vita.»

La sua manina si infilò in quella della donna che sarebbe dovuta essere la sua nuova mamma.

Non ricordava i loro volti.

La casa era bella, profumata. La stanzetta piena di giocattoli solo per lui. Non comprendeva davvero cosa stesse succedendo, ma tutto quello splendore lo rendeva felice.

Passarono giorni, settimane, mesi.

Non faceva nulla di sbagliato. Non era capriccioso, non era irrequieto. Eppure, quella scintilla che avrebbe dovuto nascere tra lui e la coppia non arrivava mai. Sembrava che i suoi nuovi genitori si sforzassero di volergli bene. Persino fargli il bagno appariva un’incombenza pesante.

«Ci dispiace, ma con questo bambino non funziona. Non è compatibile con i nostri ritmi e le nostre aspettative.»

La sua mano tornò in quella della tutrice.

«Ma che bambino simpatico!» disse un’altra donna tempo dopo, pizzicandogli le guance.

«Non solo» aggiunse la tutrice con orgoglio. «Nonostante abbia cinque anni, sa già contare e riconoscere qualche lettera. Vi darà grandi soddisfazioni a scuola.»

Toboe strinse anche quella nuova mano.

Ma durò poco.

«Pensaci tu a quel moccioso!» urlò un giorno l’uomo che avrebbe dovuto essere suo padre, scagliando una bottiglia contro il muro. «L’abbiamo voluto insieme, è responsabilità anche tua!»

Sei mesi dopo quell’affidamento, Toboe tornò all’orfanotrofio.

Ancora una volta.

«Sì, il bambino è bravo… ma ci dispiace, non credo ci sia sintonia.»

«No, Toboe non ci ha mai dato problemi. Forse siamo noi a non essere pronti a fare i genitori.»

«Non credo di essere mai riuscito a volergli bene, davvero.»

Erano solo alcune delle frasi che la tutrice si era sentita ripetere negli anni, mentre Toboe restava seduto in un angolo, le mani strette sulle ginocchia. Ogni volta un po’ più silenzioso. Ogni volta con quella sensazione crescente di essere lui quello sbagliato.

Cresceva.

I lineamenti rimasero morbidi ancora a lungo, ma dai dodici anni la pubertà iniziò a farsi strada. Divenne più alto, dinoccolato; il volto prese tratti più marcati, più maschili, anche se conservava un’aria delicata. La voce si fece più roca, ma a quindici anni era ancora sorprendentemente dolce rispetto a quella di molti coetanei.

Quel suo aspetto lievemente androgino divenne bersaglio dei bulli. Lo prendevano in giro, insinuando che fosse “troppo femminile”, che le famiglie lo rimandassero indietro perché si aspettavano un maschio vero.

Toboe incassava tutto in silenzio.

Custodiva il dolore nel cuore, arrivando quasi a convincersi di meritarselo. Non si sentiva parte degli altri bambini dell’orfanotrofio, ma non riusciva nemmeno a integrarsi con chi veniva affidato e poi tornava. Con il tempo iniziò a essere scartato a priori: troppo grande, troppe famiglie alle spalle, troppe restituzioni. Se era tornato così tante volte, doveva esserci per forza qualcosa che non andava in lui.

Eppure chi lo conosceva davvero sapeva che Toboe era un bravo ragazzo. Sarebbe stato un figlio meraviglioso, se solo qualcuno avesse avuto la pazienza di guardare oltre le proprie aspettative.

La tutrice, che lo conosceva fin da quando era in fasce, notò la sua luce affievolirsi con il passare degli anni. Ogni rifiuto era una crepa in più.

Così un giorno provò qualcosa di diverso.

«Se ti va un gelato, puoi andare a prenderlo anche da solo. Così nessuno dei più piccoli ti chiederà di assaggiarlo.»

Toboe esitò, ma accettò. Andò, comprò il gelato, lo mangiò seduto su una panchina e tornò puntuale all’orfanotrofio.

L’esperimento funzionò

Un altro giorno gli affidò una piccola commissione. La portò a termine con precisione, restituendo anche il resto. La tutrice gli lasciò qualche moneta come paghetta.

Anche per gli adolescenti era previsto un accompagnamento a scuola: i ragazzi senza famiglia erano più esposti a cattive compagnie, gang, spacciatori. Ma per Toboe la situazione era diversa. Lei sapeva che non si sarebbe fatto abbindolare. E quando arrivò il momento, gli concesse di uscire e rientrare da solo.

Non deluse mai quella fiducia.

Un giorno tornò raggiante. Non per qualcosa accaduto a scuola, ma per ciò che era successo prima. Era stato attirato dal profumo di una caffetteria frequentata da artisti, arredata con un curioso mix di moderno e belle époque. Lì aveva conosciuto una ragazza simpatica, gentile.

Misha.

Gli era piaciuta talmente tanto che iniziò a passare lì quasi ogni mattina. E quando tornava all’orfanotrofio, aveva sempre una storia su quella cameriera dai capelli scuri e dagli occhi chiari.

Esplose di gioia quando la ragazza si offrì persino di aiutarlo con le ripetizioni di matematica e così la tutrice non ebbe nulla in contrario se talvolta passava i pomeriggi da lei.

Poi un giorno saltò la scuola, sembrò sparito.

La tutrice temette il peggio, finché non fu la polizia a presentarsi per spiegare l’accaduto: Toboe non era scappato. Si era trovato coinvolto in una sparatoria per salvare quella ragazza. Era rimasto ferito.

Il gesto fu talmente impulsivo, talmente coraggioso, che la donna non ebbe nemmeno il cuore di rimproverarlo. Si era lanciato senza esitare per proteggere un’amica, senza pensare alla propria incolumità e questo dava dimostrazione di quanto fosse grande il suo cuore.

Quando la tutrice gli chiese come avesse potuto essere così avventato, Toboe aveva risposto con una sicurezza che raramente mostrava: Misha, per lui, era come sangue del suo sangue.

Non sapeva spiegare perché, ma si sentiva legato a lei in modo profondo, istintivo. Come se fosse una sorella maggiore che aveva sempre avuto e che non ricordava.

Fortunatamente non ci furono richiami disciplinari. L’uomo che aveva guidato il salvataggio — e che aveva permesso a un ragazzo di trovarsi in mezzo a qualcosa di tanto pericoloso — sembrava avere conoscenze influenti. La tutrice lo aveva intuito subito. E sapeva anche che, in certe faccende, era meglio non fare troppe domande, purché l’orfanotrofio restasse fuori da eventuali conseguenze.

Poi era arrivato l’invito al ballo. L’iscrizione alla scuola di danza, le lezioni di classico da sala.

Toboe sembrava di nuovo felice e coinvolto... ma quella felicità era durata poco.

Qualcosa era cambiato. Aveva smesso di parlare di Misha con la stessa luce negli occhi. Aveva smesso di raccontare. E ora, mentre giaceva tra i rovi, la mente si annebbiava. I ricordi dolorosi sfumavano ai bordi, si confondevano, si dissolvevano.

Nessuno mi accetta, pensò.

Poi anche quel pensiero si spense nel buio.

«Papà, qui c’è un lupo! Non me lo sono inventato!»

«Leara, ma perché...?»

La bambina dalla pelle olivastra, avvolta in un giubbotto pesante e con una scoppola di lana calcata sulla testa, lo fissava con gli occhi spalancati, un miscuglio di rabbia e paura.

Dentro di sé, però, il sentimento era più complicato.

Odiava quel bambino strambo che, pochi giorni prima, aveva causato la morte del suo amato falco. Non lo aveva fatto apposta — questo lo sapeva — ma il dolore non aveva voluto sentire ragioni. E poi c’era stato quell’istante: il momento in cui lui, sopraffatto dal dispiacere, era cambiato davanti ai suoi occhi.

Il suo corpo si era piegato, distorto, allungato. La voce si era trasformata in un ululato lacerante che aveva squarciato l’aria.

Non era stato un sogno.

Leara aveva creduto di aver trovato un amico. Qualcuno con cui condividere il silenzio dei campi e il volo del falco nel cielo. Invece, in un battito di ciglia, tutto si era frantumato.

Non aveva accettato la sua vera natura e lui, nel vedere lo sguardo di terrore sul suo volto, aveva capito che non sarebbe mai stato accettato da nessuno.

Del resto, l'unica madre che aveva avuto, la dolce nonnina che si prendeva cura di lui fin da cucciolo, l'aveva uccisa lui stesso, saltandole addosso per gioco e togliendole per sempre il respiro.

Ne era assolutamente certo. Finché qualcuno all'improvviso non l'aveva tolto da quel guaio, ma non ricordava di chi fosse.

Il cielo iniziava a scurirsi rapidamente. Era dicembre e, oltre al freddo pungente, le giornate avevano ormai raggiunto il culmine della loro brevità: già nel primo pomeriggio i raggi morenti del sole venivano inghiottiti dagli alti palazzi di Freeze City.

La neve aveva ripreso a cadere, lenta e silenziosa. Se avesse continuato per tutta la notte e Toboe non avesse trovato un riparo, il rischio di assideramento sarebbe stato reale.

Misha e Hige si unirono alle ricerche. Lo chiamavano a gran voce, percorrendo le vie che il ragazzo frequentava di solito, controllando parchi, portici, fermate dell’autobus. Ma di lui nessuna traccia.

A un certo punto Misha dovette fermarsi. Si piegò sulle ginocchia, il fiato spezzato all’improvviso. Hige si arrestò accanto a lei e la sorresse.

«È stata tutta colpa mia!» disse la ragazza, scoppiando in lacrime. «Se solo fossi stata più onesta con lui…»

«Tu volevi proteggerlo» ribatté Hige con fermezza. «Non potevi coinvolgerlo in tutta quella… assurdità. Sei stata tu stessa a dire che forse erano solo suggestioni.»

«Sì, ma lui si è sentito escluso. Io l’ho deluso… quando lui ha rischiato la vita per me.»

Le gambe le tremarono e stava per cedere, ma Hige rafforzò la presa, stringendola a sé in un abbraccio deciso.

«Tu non hai deluso nessuno» le sussurrò all’orecchio. «Sei la cosa più vicina a una famiglia che abbia mai avuto. Sei l’unica che l’ha sempre scelto davvero. Hai sempre pensato al suo bene.»

Misha non rispose. Affondò il viso nella sua giacca a vento, soffocando i singhiozzi.

Dopo qualche istante Hige si scostò appena, quel tanto che bastava per guardarla negli occhi.

«Fa parte del nostro branco, no? L’istinto ci porterà da lui. E quando lo troveremo, gli faremo capire una volta per tutte che non è solo.»

Misha accennò un sorriso, più fiduciosa.

«E gli tireremo le orecchie.»

«Assolutamente.»

Poi si chinò verso di lei e le loro labbra si sfiorarono appena, un gesto breve ma necessario, per trovare un po’ di forza e conforto l’uno nell’altra prima di riprendere la ricerca.

Hige aveva pronunciato le parole giuste.

Dopo l’episodio del giorno prima al bioparco, quando quel professor Silva li aveva ricondotti a una spiegazione razionale, smontando ogni possibile fondamento della leggenda dei fiori della luna, anche ciò che Kiba aveva detto sull’istinto e sul ritrovarsi era sembrato poco più che fantasia. Eppure, in quel momento, era l’unica cosa a cui potersi aggrappare.

Toboe era lì da qualche parte. Misha lo sentiva nel profondo del cuore.

Si scostò con delicatezza dalle braccia di Hige e fece qualche passo avanti, stringendo le mani al petto come a trattenere qualcosa che pulsava dentro di lei. Il suo sguardo si fece intenso, concentrato, mentre scrutava l’orizzonte tra i palazzi e la neve che cadeva.

Hige la osservò in silenzio, poi assottigliò a sua volta lo sguardo.

Quando era stata Misha a sparire, aveva avvertito immediatamente l’urgenza di cercarla. Non era stato solo perché la conosceva bene o perché intuiva che qualcosa non andasse. Era stato qualcosa di più viscerale, più istintivo.

Come un richiamo che non aveva saputo ignorare.

I fiori della luna, cresciuti poco lontano dal punto in cui il corpo di Toboe giaceva nascosto tra i rovi, tintinnarono piano, sfiorati dal vento.

«Proviamo ad andare da questa parte» disse a un certo punto Misha, indicando una strada verso ovest.

Hige la guardò, perplesso. «Ne sei certa? Da quella parte si va verso il River Ice.»

«Me lo sento» rispose lei con assoluta convinzione. Nei suoi occhi si era accesa una luce nuova.

Hige esitò solo un istante. Poi, fissando anche lui quella direzione, avvertì lo stesso richiamo sottile.

Forse aveva ragione.

Ripresero a correre, attraversando la strada e infilandosi tra vie secondarie. Raggiunsero l’area pedonale, solitamente animata per il turismo, ma a quell’ora — nel pieno di un giorno lavorativo e con la neve che cadeva — quasi deserta.

Percorsero la piazza, controllarono i vicoli, si affacciarono nei negozi. Mostrarono la foto di Toboe a passanti e commercianti, ma tutti scossero il capo.

«Forse non è qui» disse Hige, grattandosi la nuca, visibilmente sconcertato.

«Sì che è qui. Me lo sento, ti ho detto!» ribatté Misha a denti stretti.

Riprese a camminare con passo deciso lungo il camminamento. Il cuore le martellava nelle orecchie.

A un certo punto ebbe la netta sensazione che i suoi sensi si stessero acuendo. La vista sembrava più nitida, i rumori più distinti. Persino l’olfatto pareva intercettare odori nuovi, più intensi. Il desiderio di ritrovare Toboe stava risvegliando qualcosa di antico dentro di lei.

Raggiunsero infine i viali che costeggiavano il fiume, separati dall’acqua da una discesa e da piattaforme di cemento dove di solito attraccavano i traghetti. Ma la base di quelle discese, utilizzata solo per quell’unica funzione, era poco frequentata e poco curata.

La vegetazione era cresciuta selvaggia e grossi cespugli si addensavano lungo il pendio, scuri contro la neve.

«Non crederai che…» Le parole morirono nella gola di Hige. Non voleva nemmeno formulare il pensiero. L’idea che Toboe potesse aver fatto un gesto estremo era insopportabile.

Misha non rispose. Anche per lei quell’ipotesi era assurda. Toboe non avrebbe mai gettato via la propria vita.

«Toboe!» gridarono quasi all’unisono, la voce spezzata dal freddo e dall’ansia.

Nessuna risposta.

Misha abbassò il capo e strinse i pugni fino a farsi male. Dov’era? Dov’era il suo amico?

Dov’era finito il suo “cucciolo”?

Dentro di lei salì un ringhio sommesso, una frustrazione viscerale. E qualcosa cambiò.

I sensi fecero un ulteriore balzo in avanti. Gli odori si fecero più nitidi, l’udito più sottile.

Sentì il vento arrossarle le guance e insinuarsi tra i ricci. Distinse con chiarezza il verso di un gabbiano e il suono lontano dei clacson. Percepì il fruscio minuscolo di un formicaio che raccoglieva le ultime provviste prima dell’inverno. L’odore dello smog, nonostante alberi e nevicate, continuava a sporcare l’aria.

Infine avvertì un odore familiare che sapeva di terra e di bosco.

Toboe.

«Dove corri adesso?» esclamò Hige, vedendola scattare in avanti con una rapidità improvvisa.

Misha deviò bruscamente, piegò le ginocchia e iniziò a scendere lungo il pendio.

«No, fermati! Ti farai male!» gridò Hige, lanciandosi dietro di lei.

I rovi erano un intrico di rami e spine. Si aggrapparono ai suoi vestiti, le graffiarono mani e guance. Ma Misha non rallentò.

«È qui! Toboe è qui!» disse con voce rotta, lasciando Hige senza fiato.

Tra i cespugli, semi nascosto dalla neve e dai rovi, giaceva il ragazzo. Anche lui era graffiato. Dopo ore disteso sul ghiaccio, i vestiti erano zuppi. La cartella, finita tra il petto e il terreno, gli aveva fatto da barriera improvvisata contro il freddo, ma il viso era pallido.

Doveva essere scaldato subito.

Misha si fece strada tra le spine. Sentì i rovi opporre resistenza, ma la forza che la spingeva era più grande di qualsiasi dolore.

Lo afferrò e lo tirò verso di sé, liberandolo da quell’intreccio. Nonostante fosse alto quanto lei e ora completamente inerte, non mostrò alcuna difficoltà nel sollevarlo. Forse la forte adrenalina o la cosiddetta "forza materna", le diede una forza inattesa.

Hige raggiunse la base del pendio e si chinò ad aiutarla, sostenendo Toboe dall’altro lato.

Insieme, lo sollevarono.

La risalita fu faticosa e scivolosa. Il terreno era instabile, la neve cedeva sotto i piedi, ma entrambi avevano buoni riflessi e una determinazione feroce.

Pochi minuti dopo erano di nuovo in cima, con Toboe finalmente libero da quella prigione di spine.

Hige non perse tempo. Si rimise in piedi e, con le mani che tremavano appena, compose il numero di emergenza, spiegando in fretta la situazione e indicando il punto esatto in cui si trovavano.

Misha invece rimase in ginocchio.

Teneva Toboe tra le braccia, sollevandolo quel tanto che bastava per stringerlo al petto e trasmettergli calore.

«Forza, Toboe… forza. Tu sei forte. Riapri gli occhi.»

Avvicinò la fronte alla sua e socchiuse gli occhi, cercando di ignorare il gelo che le attraversava le ossa.

In quel momento fece una promessa silenziosa: non lo avrebbe più lasciato andare, per nessuna ragione al mondo.

Un paio di lacrime calde scivolarono sulla guancia di Toboe. Come richiamato da quel tepore, le sue palpebre tremolarono.

Nella semi-incoscienza avvertì un profumo delicato, familiare. Sapeva di fiori. Di casa.

«Misha…» sussurrò, con un filo di voce.

Misha sgranò gli occhi quando vide i suoi aprirsi.

«Dove mi trovo?» mormorò lui, confuso.

«Sei al sicuro, piccolo mio. Sei qui. Con me.» Gli accarezzò le ciocche castane, scostandogliele dalla fronte con dolcezza.

Per un istante sembrò che il tempo si fermasse. Esistevano solo loro due, stretti in quell’abbraccio.

Poi il ricordo della mattina e della caduta tornò a farsi strada nella mente di Toboe. Il suo viso si contrasse.

«Scusate… non volevo farvi preoccupare.»

Misha scosse il capo e lo strinse più forte.

«Non c’è nulla da perdonare. Sono io che devo chiederti scusa… per averti fatto sentire escluso. Non era mia intenzione, credimi.»

Toboe deglutì. «Credevo… credevo che non mi volessi più bene. Che ti fossi stancata di me anche tu.»

Misha si accigliò e scosse con decisione la testa.

«Questo non succederà mai. Tu sei importante per me, Toboe. Ti voglio bene.»

Quelle parole furono come la rottura di una diga. Toboe iniziò a piangere senza più trattenersi. Misha, sopraffatta, pianse con lui, stringendolo ancora.

A pochi metri di distanza, Hige osservava la scena con le mani infilate nelle tasche. Anche i suoi occhi erano lucidi, anche se sorrideva.

«Sei proprio un moccioso» disse con voce roca, senza alcuna ombra di cattiveria.

Il fatto che Toboe avesse ripreso conoscenza così in fretta fu un buon segno. Nonostante il frastornamento e la botta alla testa che lo aveva fatto svenire, trovò la forza di sollevarsi da solo con il busto, anche se Misha continuava a sostenerlo con un braccio attorno alle spalle.

Si passò il dorso della mano sulle guance per asciugarsi le lacrime e calmare i singhiozzi. Finalmente, grazie al calore di quell’abbraccio, il colorito tornò pian piano sul suo viso.

«Come avete saputo che ero fuggito?» chiese, con un filo di vergogna, rendendosi conto solo allora del caos che aveva provocato.

«La tua tutrice è venuta in caffetteria ad avvisarci. Era molto preoccupata» rispose Misha con dolcezza.

Lo sguardo di Toboe si fece più lucido, stupito. «Anche lei…?»

Misha annuì, accennando un sorriso. «Certo. Come puoi vedere, c’è qualcuno che tiene a te. E di questo non devi più dubitare.»

Toboe annuì lentamente. Nel suo petto si fece strada una luce nuova, più stabile, più fiduciosa. Poi si voltò verso Hige e lo guardò con sincera gratitudine.

Hige si sentì improvvisamente a disagio. Si portò le mani dietro la nuca e distolse lo sguardo. «Grazie anche a te» disse Toboe con un sorriso timido.

«Figurati… come tutti i ragazzini della tua età, ve le inventate tutte per attirare l’attenzione.» Il tono di Hige tornò quello ironico e spavaldo di sempre, ora che la tensione si stava sciogliendo. Poi fece qualche passo avanti, si chinò su di lui e puntò un dito accusatore. «E non sei un po’ troppo grande per farti cullare così da Misha? Guarda che sono stato adolescente anche io, so benissimo che fantasie girano in quella testa!»

Toboe arrossì fino alle orecchie. Misha, indignata, si sporse in avanti tentando di mordere l’indice del rosso, che lo ritirò appena in tempo.

«Io abbraccio mio fratello quanto mi pare e piace! E sei uno scemo se ti ingelosisci così!»

Hige, ormai sollevato, non si lasciò intimidire. «Ah ah! Ti ha chiamato “fratello”. Mi spiace, ragazzo mio… per te è ufficialmente friend zone

Toboe e Misha sospirarono all’unisono, rassegnati all’idea che Hige non sarebbe mai riuscito a rimanere serio troppo a lungo.

«Anche per me, lei è come una sorella!» sbottò Toboe. Poi si bloccò all’improvviso. Lo sguardo si fece più attento. Prima guardò lei, poi lui, poi di nuovo lei.

«Aspettate… ma voi due…»

Entrambi diventarono rossi come peperoni.

Hige tossicchiò, una gocciolina di imbarazzo che gli scivolava lungo la tempia. «Credo sia arrivato il momento di aggiornarti su un paio di cosette…»

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Quel giorno era il suo turno di sorvegliare la caffetteria.

Gli pesava restare a distanza, vegliare su di lei senza poterle far sapere che era lì, che non se n’era mai davvero andato. Non aveva dimenticato nulla: né la panchina condivisa, né quell’esplosione improvvisa di passione che li aveva travolti mesi prima. Ma ora poteva essere soltanto un guardiano silenzioso.

Misha aveva lo sguardo velato, come se pensieri troppo grandi le attraversassero la mente. E accanto a lei, sempre più spesso, c’era il ragazzo dai capelli fulvi e ricci. Hige. Così lo aveva chiamato Kiba. Anche lui, nel vecchio mondo, era stato un loro compagno di viaggio.

«Tsume, ti prego… finiscimi. Sto soffrendo in una maniera terribile.»

Quelle parole gli tornarono alla mente come un’onda gelida. Hige agonizzava, il sangue gli colava dalla gola. E alla fine era stato lui a porre fine alle sue sofferenze.

Un sapore metallico gli risalì in bocca.

Una sera li aveva visti uscire insieme. Non aveva potuto seguirli lontano — non aveva più alcun mezzo con cui poterlo fare — ma sapeva che prima o poi lui l’avrebbe riaccompagnata a casa.

La neve cadeva lenta quando l’auto si era fermata davanti al palazzo di Misha. Parlavano. I loro volti erano seri, tesi, come se stessero condividendo qualcosa di importante.

Poi era successo.

Le loro teste si erano avvicinate. Le labbra si erano toccate.

Tsume aveva sentito il cuore serrarsi in una morsa.

Li aveva osservati salire le scale. La luce dell’appartamento si era accesa. E lui era rimasto lì, immobile, finché il freddo non aveva iniziato a pungergli le ossa.

Il giorno dopo non avrebbe voluto fare di nuovo da sentinella. Ma si era offerto lo stesso. Doveva capire. Doveva vedere con i propri occhi fino a che punto si fossero spinti.

Quando Toboe era uscito di corsa dalla caffetteria, non lo aveva seguito. Aveva scelto di restare lì appostato.

Ore più tardi, quando la donna dell’orfanotrofio era arrivata trafelata, anche lui aveva compreso che qualcosa non andava. Poco dopo era arrivato Hige e con Misha, erano corsi via.

Tsume era rimasto nell’ombra.

Aveva sperato, in silenzio, che il ragazzo venisse ritrovato. Si maledisse per non averlo seguito. Aveva preferito sorvegliare lei, invece di pensare anche agli altri due. Egoista. Era sempre stato così.

Con l’avanzare della sera, la speranza sembrava affievolirsi. Poi, all’improvviso, Misha aveva cambiato direzione. Si era mossa con una sicurezza quasi inquietante, come se qualcosa dentro di lei si fosse acceso.

E infatti Toboe era lì.

Tsume si era appostato dietro un albero, trattenendo il respiro. Aveva visto la ragazza scattare in avanti con una rapidità quasi inumana. Aveva sentito il richiamo a Hige.

Toboe era salvo.

Ora i tre erano riuniti, stretti in un abbraccio che sembrava cancellare ogni ombra.

Tsume serrò la mascella.

Quando Hige e Misha confessarono a Toboe di essersi messi insieme, le dita di Tsume si conficcarono nella corteccia dell’albero. Le unghie graffiarono il legno fino a spezzarsi, la pelle si aprì e non gli importò di aver lasciato un segno simile ad un artiglio.


Le immagini presenti in questa storia sono generate tramite strumenti di intelligenza artificiale e hanno esclusivamente finalità illustrative. Non rappresentano materiale ufficiale e non sono destinate a diffusione o utilizzo al di fuori di questo contesto.

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