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«I fiori della luna brillano di notte per ricordare ai viandanti che la strada esiste anche nel buio.» - Racconti perduti de Il Libro della Luna
Il vento e la neve si agitavano furiosamente attorno a loro, in quel tempo che pareva ormai del tutto sospeso. Hige e Misha fissavano in silenzio quel giovane dalle iridi azzurre e intense, che a sua volta li osservava senza distogliere minimamente lo sguardo.
«Eri tu che ci stavi chiamando?» chiese Misha, rompendo il silenzio.
«Dunque l’avete udito... il suo richiamo» rispose Kiba, lentamente.
«Il richiamo di chi?» domandò Hige, sollevando un sopracciglio.
«Della fanciulla fiore. Non credevo ne foste ancora in grado.»
«Ma di che stai parlando?» ribatté il rosso. «Non so nemmeno perché siamo qui.»
«Ella fa sentire la sua voce per essere finalmente ritrovata.»
I due ragazzi si scambiarono uno sguardo smarrito e perplesso nella tormenta.
«Chi sei tu?» chiese la ragazza, portandosi con dita tremanti una ciocca di capelli dietro l’orecchio.
«Mi chiamo Kiba. E tu come ti chiami?»
«Misha» rispose lei, e in quel preciso istante qualcosa nel profondo dell’anima le sussurrò che non era affatto la prima volta che dava quella risposta. «Lui è Hige.»
«So già come si chiama lui.»
Hige si accigliò all'istante, visibilmente infastidito da quella misteriosa confidenza. «Mi conoscevi già? Peccato che io non ti abbia mai visto in vita mia.» Si spostò deciso davanti a Misha con fare protettivo, sbarrandogli la strada, mentre Kiba accennò a un sorriso nostalgico.
«Kiba, non tenerci sulle spine. Perché siamo qui?» insistette lei, e nella sua voce affiorò un’evidente ombra di preoccupazione.
Sulla terrazza panoramica erano ormai rimasti solo loro tre, mentre il tempo si era guastato del tutto e la neve cadeva sempre più fitta sui loro vestiti.
«Non lo so neanche io» ammise lui, guardando il cielo plumbeo. «Forse desidera che la mia ricerca non debba essere solitaria. Ma io la ritroverò anche senza il vostro aiuto. Voi siete felici.»
«Tu devi aver preso qualcosa, non c’è altra spiegazione» borbottò Hige, scuotendo il capo, per poi voltarsi verso Misha. «Probabilmente prima abbiamo avuto un’allucinazione uditiva. Senti come ulula il vento… chissà che abbiamo sentito.»
«Ululare…» ripeté lei a bassa voce, quasi fosse caduta in una specie di trance. Allungò lentamente una mano verso Kiba, come guidata da un impulso involontario per sfiorargli la guancia, ma il ragazzo si ritrasse facendo un passo indietro.
«Ve l’ho detto. Non voglio coinvolgervi. Godetevi il vostro Rakuen, voi, Toboe e Tsume.»
Misha inarcò le sopracciglia, stringendo i denti sotto i fiocchi di neve. «Stanno spuntando i fiori della luna. Come puoi dirci di stare tranquilli?»
Hige la guardò interrogativo, allarmato da quel cambiamento. Misha si portò subito le mani alle tempie, poiché non capiva come le fossero uscite quelle parole così insolite, né come potesse sapere qualcosa di tanto preciso su quei boccioli. Poi, in un flash, ricordò la conversazione avuta quel giorno stesso nell'ufficio di Darcia, convincendosi che doveva essere stato quel discorso a suggestionarla così tanto. Dopotutto era pur sempre una leggenda… no?
«Aspetta... hai detto Tsume? Lo conosci?» Lo sguardo di Misha si incrinò improvvisamente, riempiendosi di una dolorosa urgenza. «Lui non è felice, a lui non è stato concesso il vero Rakuen. Deve essere ritrovato!» La ragazza non aveva la minima idea di cosa stesse parlando o di cosa c'entrasse Tsume, e tutti loro, con quel Paradiso, ma era assolutamente certa che la vita che l'uomo stava conducendo in quel momento non fosse affatto quella che aveva sperato per sé stesso.
«Perciò tu hai mantenuto la memoria del tempo che fu? Lo spirito del lupo è rimasto dentro di te?»
Kiba avanzò deciso verso di lei, colpito da quella rivelazione, ma Hige si mise immediatamente in mezzo per dividerli.
«Non ti avvicinare!» urlò il rosso. Poi afferrò la mano di Misha e sgranò gli occhi, per poi sfiorarle il viso con l'altro palmo. «Sei gelida! Dobbiamo andarcene da qui.»
«Stai dicendo che Tsume ha bisogno anche lui di aiuto? » chiese Kiba, sinceramente dispiaciuto di apprendere che per il compagno di avventure qualcosa fosse andato storto nella sua rinascita. Forse non aveva osservato con la dovuta attenzione quella volta che lo vide passare in moto per le vie della città, o forse si era semplicemente voluto aggrappare con egoismo al fatto che la loro amnesia collettiva fosse anche sinonimo dell'inizio di un nuovo cammino pacifico. Ma certi cicli, evidentemente, erano destinati a ripetersi.
«Non nominare più quello stronzo!» I capelli di Hige sembrarono quasi drizzarsi per la rabbia repressa. «Non so cosa c'entri con questa faccenda, ma la mia amica sta soffrendo per questo. Semmai lo troverai, digli che da queste parti non si deve più far vedere o se la vedrà con me!»
Hige la strinse forte contro di sé per scaldarla con il proprio corpo e la trascinò via verso la scalinata. Misha non oppose alcuna resistenza, comparendo ancora profondamente scossa e confusa.
Kiba rimase immobile sulla terrazza panoramica, profondamente combattuto tra il rivelare loro l'intera verità sul passato o proseguire in totale solitudine nella ricerca di Cheza. Ma forse la fanciulla, attraverso quella nenia, gli stava dicendo che quell’impresa non poteva compiersi senza i suoi antichi compagni, e che avrebbe dovuto ritrovarli a ogni costo. Il ricordo vivido dei loro corpi dilaniati sotto i morsi spietati di Darcia, alla fine del vecchio mondo, gli fece tremare l'anima nel petto. Non poteva permettere che la storia si ripetesse in quel modo una seconda volta.
Non senza difficoltà, i ragazzi ridiscesero lungo i gradini della scalinata e si diressero in fretta verso l’auto di Hige, parcheggiata poco distante. Lui le aprì cortesemente la portiera e la aiutò a salire sul sedile del passeggero. Misha era del tutto intirizzita e stremata, forse molto più per ciò che era appena accaduto in cima alla terrazza che per il freddo pungente della tormenta. Hige si accomodò alla guida, accese subito il riscaldamento al massimo e rimase in attesa che il parabrezza si sbrinasse.
Nell'abitacolo calò un silenzio pesante e denso. Misha si stringeva le braccia attorno al corpo per scaldarsi, tenendo il capo chino, mentre con la punta dello stivale spostava distrattamente una vecchia carta appallottolata sul tappetino. Hige si sentì profondamente a disagio in quel momento; sperò con tutto sé stesso che lei non fosse mai salita sull’auto di Darcia, così curata, lussuosa e ordinata rispetto al suo catorcio di seconda mano.
«Chi era quel ragazzo?» chiese lei, spezzando infine quel mutismo.
«Non ne ho idea. E non credere alla storia che mi conoscesse già. Giuro, non l’ho mai visto in tutta la mia vita. Era solo un povero folle. E il fatto che quel tipo abbia nominato anche Toboe… mi preoccupa non poco» rispose Hige, stringendo le mani sul volante.
«E ha nominato Tsume.»
A quella frase, pronunciata a bassa voce dalla ragazza, la mascella di Hige si contrasse visibilmente per la rabbia.
«Siamo pronti. Possiamo andare» tagliò corto lui, immettendosi bruscamente sulla strada bagnata.
Arrivati davanti alla porta di casa, Hige sfiorò con le dita i petali finti della margherita appesa al gancio. «Carina. Ti si addice.»
Misha non rispose. Si limitò a infilare la chiave e a farla girare due volte nella toppa per aprire.
«Ah, cari termosifoni!» esclamò lui subito dopo, correndo ad abbracciare il calorifero dell'ingresso, del tutto incurante del calore eccessivo che avrebbe potuto scottarlo. «Certo che hai proprio un bell’appartamentino. Complimenti.»
«Grazie» mormorò la giovane, richiudendo la porta di legno alle loro spalle.
Posò la tracolla a terra e si avviò subito verso la cucina, ma Hige la intercettò prontamente, fermandola con le mani poggiate sulle spalle. «Aspetta. Tu ogni giorno servi me in caffetteria. Permettimi di contraccambiare, almeno per oggi.»
«Ma non sai dove tengo le cose.»
«Le troverò» replicò lui sicuro, mentre la guidava con dolcezza a sedersi sul divano del soggiorno. «Ho un buon fiuto. Le tue scorte di tisane non possono affatto sfuggirmi.» Le sfiorò la guancia con un gesto leggero, del tutto privo di secondi fini. «Meno male… ti stai già scaldando.»
Misha finalmente sollevò lo sguardo verso di lui. L'amico aveva parlato con il suo solito tono allegro, ma nei suoi occhi c’era chiaramente qualcosa di più; non si trattava di un’accusa e nemmeno di una richiesta esplicita, ma solo del bisogno silenzioso di capire. E lei lo sapeva benissimo, anche se in quel momento non si sentiva affatto pronta a dargli alcuna risposta definitiva.
Hige tornò dalla cucina dopo pochi minuti, tenendo due tazze fumanti tra le mani mentre il vapore si arricciava nell’aria tiepida del soggiorno. «Missione compiuta» disse piano, porgendole la sua.
Misha avvolse le dita attorno alla ceramica calda, sentendo il tepore attraversarle i palmi per poi risalire lentamente lungo le braccia. Hige si sedette accanto a lei sul divano, non troppo vicino, ma abbastanza da percepire il calore reciproco. Per un po’ bevvero in totale silenzio, avvolti solo dal ticchettio lieve dell'orologio alla parete, dal rumore del vento contro i vetri e dal loro respiro che tornava finalmente regolare. Hige abbassò lo sguardo verso la superficie ambrata del tè.
«Non pretendo che tu mi dica tutto» iniziò con voce decisamente più bassa del solito. «Davvero. Non voglio metterti alcuna pressione.» Fece una breve pausa, poi riprese: «Però… ci tengo a te. E vorrei capire meglio la situazione. Chi è questo Tsume? Perché ti hanno rapita per colpire lui?»
Misha rimase in silenzio. Il vapore le velò per un istante lo sguardo, poiché quella era una porta dolorosa che non aveva alcuna voglia di riaprire. Poi alzò gli occhi su Hige e vide che nelle sue iridi non c’era traccia di curiosità morbosa o di giudizio, ma solo una preoccupazione sincera. Sentì allora di potersi fidare davvero di lui.
Gli raccontò quindi di come lei e Tsume si fossero conosciuti al parco, di quei giorni in cui finivano per ritrovarsi sempre su quella panchina, sempre in quegli stessi giorni. Poi gli parlò di quel pomeriggio di pioggia in cui lui la riaccompagnò a casa e finirono l'uno tra le braccia dell'altra, travolti da una passione istintiva che in quel momento li aveva fatti sentire al centro del mondo. Continuò spiegando che lui, il giorno dopo, se ne era andato improvvisamente dicendo che fosse tutto uno sbaglio e che doveva sparire, ma i suoi rivali li avevano già visti insieme e avevano pensato che, prendendo lei, avrebbero colpito lui.
Abbassò lo sguardo. Si fermò lì e non aggiunse altro, poiché il resto di come erano andate le cose Hige lo aveva già vissuto in prima persona sul campo.
Il ragazzo rimase in silenzio per qualche secondo. La sua mascella appariva tesa, ma lo sguardo era solo profondamente triste. «Non ti giudico» disse infine. «Non potrei mai farlo.» Posò la tazza sul tavolino e si voltò un poco verso di lei. «Mi dispiace che tu stia soffrendo così.»
Le sue dita si intrecciarono tra loro come per trattenere qualcosa di più duro che avrebbe voluto dire su quell'uomo. «E comunque…» sospirò, scuotendo la testa. «Tsume è stato un completo idiota a lasciarsi scappare una ragazza come te.» Un mezzo sorriso amaro gli sfiorò il viso per un secondo. «Per questo lo odio ancora di più.» Poi tornò subito serio, fissandola intensamente. «So che non si può spegnere un sentimento a comando. Ma prova a dimenticarlo, Misha. Non perché io voglia qualcosa in cambio da te, solo perché ci tengo a te e non voglio più vederti soffrire in questo modo.»
Fuori dalla finestra la neve continuava a cadere fitta. Dopo un silenzio iniziale, Misha a un certo punto si voltò verso di lui. «Grazie, Hige. Davvero.» La sua voce era morbida, sincera. «Per la premura che mi dimostri. Sei un ragazzo d'oro.»
Hige si grattò la nuca visibilmente imbarazzato.
«Non so se riuscirò a dimenticarlo del tutto… ma so che non voglio più farmi male.» Misha inspirò piano per ritrovare la calma. «Comunque… parliamo d'altro adesso, per favore.»
Hige la guardò attento, cogliendo il cambio di atmosfera.
«Chi era davvero quel ragazzo di prima? Kiba» si morse il labbro lei. «E perché io ho detto quella cosa sui fiori della luna e sul Rakuen come se… come se fosse una certezza assoluta?»
«Appunto» borbottò lui. «Tu non parli mai in quel modo.»
Misha si alzò dal divano con un movimento fluido. Camminò fino alla libreria e, dopo un istante di esitazione, sfilò un volume dalla copertina blu e argento. Lo tenne tra le mani per qualche secondo prima di tornare a sedersi accanto a lui. «È questo.» Glielo mostrò, rivelando il titolo: I racconti perduti del Libro della Luna. «Lo leggevo sempre al parco. Quando…» esitò appena, «quando vedevo Tsume.»
Passò il pollice sulla copertina lucida. «È così che ho approfondito la leggenda dei Fiori della Luna e del Rakuen.»
Hige prese il libro tra le mani, scettico ma incuriosito da quelle pagine.
«Sono racconti antichi» continuò lei. «Parlano di cicli del mondo, di lupi che cercano un luogo di rinascita… cose così.» Fece una breve pausa, poi aggiunse: «E il signor Darcia è molto appassionato di questa storia, al punto da volerla usare come tema centrale per la festa in maschera che terrà tra un anno.»
A quel nome Hige ebbe un impercettibile ma violento sobbalzo. «Darcia?» ripeté a bassa voce, più piano, come se ora quel nome improvvisamente gli suonasse in modo del tutto nuovo e spaventoso.
La gola gli si fece improvvisamente secca mentre sfogliava distrattamente le pagine, e le lettere stampate sembrarono muoversi in modo confuso sotto i suoi occhi. E poi, all'improvviso, venne colpito da un lampo accecante nella mente. Vide delle sbarre di ferro. Un immenso palazzo sospeso nel vuoto. Lupi imprigionati e ululanti. E sopra ogni cosa, un senso soffocante e mostruoso di colpa, come se la causa di tutto quello scempio fosse stato lui stesso.
La tazza gli scivolò di mano e si rovesciò pesantemente sul pavimento, mentre il tè caldo si allargò in una macchia scura sul tappeto.
«Hige!» esclamò Misha, scattando subito in piedi per lo spavento.
Lui si portò una mano alla testa, sgranando gli occhi spalancati nel vuoto. Un dolore acuto e lancinante gli trapassò le tempie, e il ragazzo iniziò a respirare a fatica, con il fiatone. «Io…» mormorò, stringendo i denti fino a farsi male. «Che cos’era… quello?» Il libro gli tremava ancora vistosamente tra le dita intorpidite. «Che cosa è successo?»
A Misha in quel momento non importava della tazza rovesciata o del tappeto macchiato. Si inginocchiò davanti a lui e gli prese il volto tra le mani, costringendolo a sollevare lo sguardo verso il suo. «Hai visto qualcosa, non è vero? Anche tu hai appena avuto una visione.»
Gli occhi di Hige si erano improvvisamente infossati, come se in pochi istanti gli fosse stata sottratta ogni singola energia vitale. «Non ho idea di cosa ho visto…» mormorò con voce spezzata dal terrore. «So solo che mi sono sentito in colpa. Tremendamente in colpa. Tutti i miei compagni… che cosa ho fatto?»
Misha aggrottò la fronte, sentendo il cuore martellarle furiosamente nel petto. In quel secondo le tornarono alla mente le parole esatte pronunciate da Kiba sulla terrazza: "Perciò tu hai mantenuto la memoria del tempo che fu?". Quel ragazzo misterioso sapeva qualcosa di profondo, era del tutto evidente; li conosceva, mentre loro, per qualche strano motivo, lo avevano dimenticato. Il suo pensiero razionale si affrettò a respingere quell’ipotesi fantascientifica, eppure era come se in loro stesse riaffiorando la memoria sommersa di un’altra vita, un ricordo ancestrale che premeva con forza da sotto la superficie della coscienza. Ma la vera domanda era: volevano davvero ricordare?
Guardò Hige davanti a sé: era visibilmente scosso, devastato, come se avesse sulle spalle il peso di una colpa enorme e incomprensibile. Le lacrime gli scesero lungo le guance, improvvise e nude nella penombra del soggiorno. Misha non esitò un solo secondo e lo abbracciò forte, stringendolo a sé. Lui ricambiò l'abbraccio con impeto, affondando il viso nella sua spalla e stringendola con tutta la forza che gli rimaneva, avendo un disperato bisogno di aggrapparsi a qualcosa di concreto, di reale e di caldo. Quella visione improvvisa era stata a tutti gli effetti un incubo a occhi aperti.

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Tsume rimase disteso a terra nel cimitero per diverse ore. Il sole aveva ormai compiuto quasi interamente il suo giro e il cielo si tingeva dei colori del tramonto quando, finalmente, qualcuno passò di lì e lo trovò privo di coscienza, accanto a una pozza di sangue partita dalla ferita al fianco e ormai del tutto assorbita dal terreno. Il giovane non ebbe alcuna coscienza dell’ambulanza che arrivava a sirene spiegate per portarlo via, né della corsa frenetica in sala d’emergenza, dell’intervento tempestivo dei medici o della trasfusione che, di fatto, gli salvò la vita.
Nella sua mente addormentata, tuttavia, continuava a risuonare incessantemente quel dolce canto. Chi pronunciava quelle parole? Tsume non ne aveva la minima idea, ma sentiva con assoluta certezza di tenere profondamente a lei, e che avrebbe dato la vita pur di proteggerla. E forse, in un passato dimenticato, lo aveva già fatto sul serio.
Quando l’udito iniziò a captare i primi rumori della realtà, i suoi occhi erano ancora saldamente chiusi.
«Lo abbiamo preso per i capelli, ma ora riposa» disse qualcuno accanto al suo letto.
«Sicuramente un regolamento di conti. È senz’altro un teppista di strada» rispose un’altra voce distaccata.
Poi, subito dopo quel breve barlume di lucidità, per Tsume calò di nuovo il buio profondo dell'incoscienza. Dovettero passare almeno un paio di giorni di degenza prima che il giovane tornasse completamente in sé nella stanza d'ospedale.
Tsume si ridestò un mattino con un sospiro profondo. L’odore pungente di disinfettante aleggiava pesante nell’aria della stanza, solleticandogli le narici. La luce del sole filtrava attraverso le tende chiare, mosse appena dal vento autunnale, rivelando che si trovava in una camera singola dal mobilio essenziale. Provò a muoversi per mettersi a sedere, ma si accorse immediatamente di essere ammanettato; strattonò d’istinto la catena di metallo, ma i cerchi d'acciaio erano ben saldi alle sbarre del letto ospedaliero.
«Vedo che ti sei svegliato.»
Una voce tranquilla ruppe il silenzio della stanza e un uomo varcò la porta con passo calmo. Aveva il volto perfettamente rasato e i capelli biondi tagliati corti. Indossava una camicia blu, una cravatta nera e sopra una giacca grigia ben stirata, mentre nella mano destra teneva un cappello dello stesso colore con una fascia scura. Il suo aspetto generale appariva cordiale, ma nei suoi occhi brillava l’entusiasmo professionale per una cattura importante.
«Tu sei Tsume, non è vero? Mi risulta tu sia piuttosto noto nei bassifondi.»
L'uomo posò il cappello su un tavolo ed estrasse lo smartphone dalla tasca per controllare alcuni documenti digitali.
«E tu chi cazzo sei?» ringhiò Tsume, fulminandolo con lo sguardo.
«Oh, che maleducato che sono. Mi chiamo Hubb Lebowski, detective della polizia di Freeze City.» L'investigatore si sedette su una sedia accanto al letto e accavallò le gambe, fissandolo come un prezioso trofeo appena conquistato. «Ero sulle tue tracce da parecchio tempo, ma negli ultimi mesi eri completamente sparito dalla circolazione.»
Tsume strinse i denti, infastidito da quella presenza. «Dove mi trovo?»
«Al Central Hospital di Freeze City. A Mine-Ruins Town non avevano i mezzi adatti per curare una ferita grave come la tua, e non appena i medici hanno registrato i dati della tua patente mi hanno contattato.»
Tsume si guardò attorno nella stanza, assottigliando lo sguardo per valutare la situazione.
«È del tutto inutile che cerchi vie di fuga» lo interruppe il detective, cogliendo il suo pensiero. «Ci sono dei miei agenti appostati fuori da questa porta. Per te ormai è finita.» Appena terminò la frase, l'uomo venne colto da uno starnuto improvviso. «Dannata allergia… e dire che credevo che gli ospedali fossero ambienti puliti» borbottò, soffiandosi il naso in un fazzoletto di stoffa.
«Quali sono le accuse?» chiese Tsume a denti stretti.
«Non pensare di fare il finto tonto con me. Hai un bel po’ di reati alle spalle, ma il più grave sembra essere il baratto di una ragazza, circa sei mesi fa. È per questo che sei fuggito dalla città, vero? Per evitare di essere accusato di traffico di esseri umani.»
«È una menzogna!» sbottò Tsume, indignato. Quella reazione immediata, troppo sincera e viscerale per essere studiata a tavolino, non sfuggì affatto al detective, che assottigliò lo sguardo per studiarlo meglio.
«Allora per quale motivo eri lì quel pomeriggio? Satoshi è un criminale noto anche per lo sfruttamento della prostituzione. Non voleva forse offrirti quella ragazza per farti entrare stabilmente nel suo clan?»
«Ho rifiutato. E Misha non doveva essere coinvolta in tutto questo.»
«Quindi confermi di conoscere la vittima. L’hanno rapita per ricattarti? Avevate o avete una relazione?.» L'investigatore fece una breve pausa studiata. «Quando troveremo Satoshi chiariremo anche questo punto.»
«Ma lui non è…» Tsume si bloccò di colpo. Nella mente gli tornò immediatamente il ricordo di quel corpo dilaniato, il ringhio tremendo di una bestia feroce e il fatto che in quella stanza, oltre a Satoshi e ai suoi uomini privi di vita, ci fossero soltanto Misha e quel ragazzino sconosciuto.
Hubb si accigliò, rimanendo in attesa che finisse la frase.
Tsume chiuse gli occhi per un brevissimo istante, poi li riapri mantenendo la calma. «Tra me e quella ragazza non c’è niente. Satoshi ha preso un granchio e ha coinvolto un’innocente. Dopo avermi sfidato apertamente, ho solo provato a toglierla dai guai. Ma lei sembra avere solide amicizie ai piani alti, non ha mai avuto davvero bisogno di me.»
«Quinto mi stai dicendo che in realtà sei un’anima nobile, pronta a salvare donzelle in difficoltà, anche se questo ti avrebbe lasciato da solo contro un centinaio di criminali incalliti?»
Tsume non rispose, limitandosi a fissarlo. Hubb incrociò le dita sul ginocchio, valutando la sua reticenza.
«Se vuoi uno sconto di pena per i tuoi crimini passati, questo è il momento giusto per collaborare con la giustizia. Dimmi dove si trova Satoshi, se lo sai. E magari chiarisci anche qualche dettaglio su altri reati. Potrei persino chiudere un occhio.»
Tsume lo fissò dritto in faccia senza battere ciglio.
«Non sono un infame. Non faccio la spia.»
Hubb non si scompose di fronte a quel rifiuto; anzi, sembrò quasi sollevato dalla sua fermezza.
«Capisco.» L'investigatore si alzò dalla sedia e fece qualche passo ponderato all'interno della stanza, mantenendo una calma assoluta. «Allora sappi che, se non collaborerai con la giustizia, passerai molti anni in prigione. E sarebbe davvero un peccato.» Si fermò per un istante davanti alla finestra, osservando la pioggia. «Sei giovane. Ma quando uscirai… ammesso che tu riesca a uscirne intero… sarai un uomo completamente rovinato.»
Tsume serrò violentemente la mascella per trattenere la rabbia, ma scelse di rimanere in silenzio.
Hubb tornò a sedersi al suo posto, incrociando le mani. «Vuoi parlarne con Misha? Potrei organizzare un incontro privato. Magari rivederla ti aiuterebbe a prendere la decisione giusta per il tuo futuro.»
«No.» La risposta del giovane fu immediata, secca e dura. «Non coinvolgetela.»
Hubb inclinò leggermente il capo, studiando la sua reazione difensiva. «La ami?»
Il silenzio all'interno della camera d'ospedale si fece improvvisamente pesante e denso. Tsume non rispose alla domanda, ma per la logica del detective quel mutismo fu più che sufficiente.
«Se la ami, allora dovresti fare il meglio per lei» riprese Hubb con tono serio. «Satoshi potrebbe tornare da un momento all'altro per vendicarsi di te. E la prossima volta potrebbe non andare così bene alla tua ragazza.»
Tsume abbassò lo sguardo sulle lenzuola solo per un brevissimo istante, poiché in cuor suo sapeva benissimo che un simile pericolo non sarebbe mai accaduto. Hubb sospirò amaramente, come se fosse sinceramente dispiaciuto per la sorte del suo prigioniero.
«Sei un tipo decisamente ostinato, Tsume. Peccato.» L'uomo si sistemò meglio sulla sedia, cambiando radicalmente il tono della voce. «Parliamo d’altro allora. Del signor Darcia.»
A quel nome gli occhi di Tsume si sollevarono appena, fissandosi sull'interlocutore.
«È vero, la ragazza ha amici molto potenti» continuò il detective. «Darcia è un magnate del settore industriale, un uomo talmente ricco che, volendo, potrebbe comprarsi l'intera Freeze City. Non mi ha affatto stupito il fatto che non abbia subito alcuna conseguenza legale per aver attaccato il covo di Satoshi con i suoi agenti privati, prima ancora che arrivassimo noi sul posto.»
Tsume rimase immobile, ascoltando in silenzio l'analisi dell'investigatore.
«Forse, dopotutto, Misha non ha mai corso il vero rischio che credi tu» incalzò Hubb, guardandolo dritto in faccia. «Al suo fianco c’è un uomo potente che potrebbe offrirle la luna, se solo lei la chiedesse. Mentre tu… tu sei solo un criminale da quattro soldi che è riuscito unicamente a metterla in serio pericolo.»
Le parole caddero lente, pesanti e precise nella stanza. Tsume abbassò lentamente il capo e qualcosa, dentro di lui, iniziò a cedere sotto il peso del rimorso, mentre le sue mani si strinsero nervosamente sulle lenzuola del letto.
«È così» disse infine a voce bassa, con un filo di amarezza. «È esattamente così.» Deglutì a fatica, stringendo i denti. «Se ora mi odia… è giusto. Non l’ho meritata fin dal primo giorno.»
Hubb lo osservò in silenzio per qualche istante, studiando ogni singola crepa emotiva che si stava formando sulla sua corazza, poi con tono decisamente più morbido aggiunse: «In realtà non credo affatto che ti odi.»
Tsume non alzò lo sguardo per verificare.
«Per quel poco che ho visto durante le indagini, quella ragazza è la dolcezza fatta persona» spiegò il detective. «Ma ha sofferto. Molto. Fino a poco tempo fa ha dovuto seguire una terapia psicologica per rimettersi in piedi dopo il trauma.»
Quelle parole pesarono sull'anima di Tsume più di qualsiasi accusa formale di reato.
«Se vuoi anche solo una minima possibilità di riscatto nei suoi confronti» concluse Hubb, «allora dimmi subito tutto quello che sai su quella notte.»
Ancora una volta, come un'eco nella mente di Tsume, risuonò quel ringhio feroce. Il ricordo nitido della stanza, le pareti imbrattate e il sangue. Si sforzò con ogni briciolo di razionalità di convincersi che fosse stata solo un'illusione della sua mente stremata, poi qualcosa cambiò radicalmente nel suo sguardo e una luce fredda gli attraversò le iridi gialle.
«Satoshi è morto.»
Hubb non batté ciglio di fronte a quella rivelazione, ma le sue dita si irrigidirono appena sul ginocchio. «Continua.»
«È stato quel Darcia» confessò Tsume a denti stretti. «Lo ha fatto fuori durante l'irruzione e poi ha fatto sparire tempestivamente tutte le prove del massacro.»
Il detective lo fissò intensamente, questa volta abbandonando ogni maschera professionale. «Sono accuse estremamente pesanti. Hai delle prove concrete a supporto?»
Tsume inspirò lentamente per ritrovare il controllo della voce. «Ho sentito chiaramente Darcia ordinare ai suoi uomini di sbarazzarsi dei cadaveri prima dell'arrivo della polizia. Io so dove è successo. Posso indicarvi con precisione dove trovare le tracce che vi servono per incastrarlo.» Fece una breve pausa, fissandolo. «Ma a una condizione: mi liberate da queste» disse, facendo tintinnare le manette contro il ferro, «e mi portate di persona sul posto.»
La stanza d'ospedale tornò immediatamente nel silenzio più assoluto, ma questa volta si trattava di un silenzio completamente diverso. Il detective, nell’udire quella richiesta, abbozzò un sorriso enigmatico, poi, prima di rispondere, si diresse con calma verso il tavolo per recuperare il suo cappello grigio.
«Ovviamente non posso dirti qui su due piedi che sia una condizione accettabile, non sei esattamente nella posizione di dettare regole» spiegò Hubb, sistemandoselo tra le mani. «Ma voglio darti fiducia. Mi sei sembrato sincero quando hai parlato di quella ragazza, e voglio credere che, per il suo bene, tu sia davvero disposto a fare la cosa giusta.» Si avvicinò lentamente alla porta d'uscita. «Ora devo andare. Ti mando subito un medico per un controllo di routine, avrai molto presto mie notizie. E ti sconsiglio vivamente di tentare di evadere da questo ospedale nel frattempo. Arrivederci.»
La porta si richiuse alle sue spalle con un clic secco. Tsume rimase per qualche istante con il busto sollevato e il corpo ancora teso per lo sforzo, poi l’inevitabile stanchezza lo travolse di colpo. Il risveglio improvviso e il serrato interrogatorio lo avevano del tutto svuotato di ogni energia. Si lasciò ricadere esausto contro il cuscino, consapevole di aver appena mostrato a quell’investigatore una parte intima di sé che credeva sepolta per sempre sotto la durezza della strada.
«Tsume…» La voce dolce di Misha che sussurrava il suo nome nella notte tornò prepotentemente a farsi strada nei suoi pensieri.
Strinse forte le palpebre nel buio, poiché non riusciva quasi a credere di essersi legato a lei a quel punto; era come essere investito in pieno da una valanga invisibile, qualcosa che non poteva in alcun modo fermare o ignorare. Del resto, quando aveva rivelato al detective che Darcia aveva fatto uccidere Satoshi, ci aveva creduto sul serio: quale altra spiegazione logica poteva mai esserci per quel massacro? Che Misha o quel ragazzino dell'orfanotrofio si fossero trasformati all'improvviso in animali feroci?
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Dopo che Misha e Hige se ne furono andati dalla terrazza, Kiba rimase lì fermo ancora per qualche minuto. Il vento sferzava forte e la neve cadeva in grossi fiocchi sopra i suoi capelli, ma il freddo intenso non sembrava dargli davvero alcun fastidio. Ripensò a lungo a quanto era appena accaduto, alle parole disperate della ragazza e a quella consapevolezza improvvisa emersa in lei come qualcosa di sepolto troppo a lungo nel profondo dell'anima. Le aveva chiesto il nome poco prima, ma poi si era ricordato che l’avevano già incontrata nella loro vita precedente. Era stato solo di sfuggita, un incrocio troppo breve perché la memoria potesse legare subito un volto a un ricordo nitido. Lei si trovava tra i lupi rimasti indietro, tra coloro che non si erano avvicinati al Monte dove il vecchio mondo era tragicamente finito e ricominciato; eppure, nonostante questo, il Rakuen aveva scelto di farla reincarnare comunque in questa nuova era.
Aveva appena ritrovato Hige, e tra loro due c’era un'evidente complicità, lo aveva visto chiaramente dal modo in cui erano vicini l'un l'altra. Ma quella stessa ragazza aveva conosciuto anche Tsume e, dal modo in cui aveva pronunciato il suo nome, dal calore istintivo che le aveva incrinato la voce, era del tutto evidente che tra loro esistesse un legame molto più profondo. In un modo o nell’altro, i lupi si stavano faticosamente ritrovando.
E intanto Cheza continuava a cantare. Li stava chiamando, Kiba ne era assolutamente certo, eppure per qualche strano motivo non riusciva ancora a percepirla in un luogo preciso della metropoli. Non c'era alcuna direzione, nessuna traccia olfattiva o concreta a guidarlo, ma solo quella nenia sospesa nell'aria. Cominciò a domandarsi se per caso non fosse prigioniera da qualche parte.
«Accidenti!» urlò il ragazzo, e diede un calcio violentissimo alla balaustra di ferro. Il metallo vibrò a lungo sotto l’urto.
Fino a quel momento aveva testardamente voluto affrontare l'intera ricerca da solo, convinto di poterlo fare senza gravare su nessuno, ma ora comprendeva con dolorosa chiarezza che non era proprio possibile. Il branco doveva riunirsi a ogni costo, anche se questo significava strappare i suoi antichi compagni alla serenità e all’inconsapevolezza della loro nuova vita umana.

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