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Creato il 12/05/2026, 17:44 · Aggiornato il 12/05/2026, 17:44

Capitolo 7: Echi sotto la neve

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoIn corso

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«I fiori della luna brillano di notte per ricordare ai viandanti che la strada esiste anche nel buio.» - Racconti perduti de Il Libro della Luna

Il vento e la neve si agitavano attorno a loro, in quel tempo che pareva sospeso. Hige e Misha fissavano quel giovane dagli occhi azzurri e intensi, che a sua volta li osservava senza distogliere lo sguardo.

«Eri tu che ci stavi chiamando?» chiese Misha, rompendo il silenzio.

«Dunque l’avete udito, il suo richiamo» rispose Kiba, lentamente.

«Il richiamo di chi?» domandò Hige, sollevando un sopracciglio.

«Della fanciulla fiore. Non credevo ne foste ancora in grado.»

«Ma di che stai parlando?» ribatté il rosso. «Non so nemmeno perché siamo qui.»

«Ella fa sentire la sua voce per essere finalmente ritrovata.»

I due ragazzi si scambiarono uno sguardo perplesso.

«Chi sei tu?» chiese la ragazza, portandosi una ciocca di capelli dietro l’orecchio.

«Mi chiamo Kiba. E tu come ti chiami?»

«Misha» rispose. E qualcosa dentro di lei le sussurrò che non era la prima volta che dava quella risposta. «Lui è Hige.»

«So già come si chiama lui.»

Hige si accigliò. «Mi conoscevi già? Peccato che io non ti abbia mai visto in vita mia.»

Si spostò davanti a Misha con fare protettivo. Kiba accennò un sorriso.

«Kiba, non tenerci sulle spine. Perché siamo qui?» insistette lei, e nella sua voce affiorò un’ombra di preoccupazione.

Sulla terrazza erano rimasti solo loro tre. Il tempo si era guastato del tutto, la neve cadeva più fitta.

«Non lo so neanche io» ammise lui. «Forse desidera che la mia ricerca non debba essere solitaria. Ma io la ritroverò anche senza il vostro aiuto. Voi siete felici.»

«Tu devi aver preso qualcosa, non c’è altra spiegazione» borbottò Hige. Poi guardò Misha. «Probabilmente prima abbiamo avuto un’allucinazione uditiva. Senti come ulula il vento… chissà che abbiamo sentito.»

«Ululare…» ripeté lei, quasi in trance.

Allungò una mano verso Kiba, come per sfiorargli la guancia, ma lui si ritrasse.

«Ve l’ho detto. Non voglio coinvolgervi. Godetevi il vostro Rakuen, voi, Toboe e Tsume.»

Misha inarcò le sopracciglia. «Stanno spuntando i fiori della luna. Come puoi dirci di stare tranquilli?»

Hige la guardò interrogativo. Misha si portò le mani alle tempie. Non capiva come le fossero uscite quelle parole, come potesse sapere qualcosa di così preciso. Poi ricordò la conversazione avuta quel giorno con Darcia. Doveva essere stato quello a suggestionarla.

Era pur sempre una leggenda… no?

«Aspetta... hai detto Tsume? Lo conosci?» Lo sguardo di Misha si incrinò «Lui non è felice, a lui non è stato concesso il vero Rakuen. Deve essere ritrovato!»

Non aveva idea di che stava parlando, che cosa c'entrasse Tsume - tutti loro - con il Rakuen, ma era certa che la vita che l'uomo stesse vivendo, non era quella che aveva sperato per lui stesso.

«Perciò tu hai mantenuto la memoria del tempo che fu? Lo spirito del lupo è rimasto dentro di te?»

Questa volta Kiba fece un passo verso di lei, ma Hige si mise in mezzo.

«Non ti avvicinare!» Poi afferrò la mano di Misha e sgranò gli occhi. Con l’altra le sfiorò il viso. «Sei gelida! Dobbiamo andarcene da qui.»

«Stai dicendo che Tsume ha bisogno anche lui di aiuto?» chiese Kiba, dispiaciuto di apprendere che non per il compagno di avventure qualcosa era andato storto nella sua rinascita. Forse non aveva osservato con attenzione, quella volta che lo vide passare in moto. Forse si era semplicemente voluto aggrappare al fatto che la loro amnesia fosse anche sinonimo dell'inizio di un nuovo cammino.

Ma certi cicli evidentemente si erano ripetuti.

«Non nominare più quello stronzo!» I capelli di Hige si erano drizzati «Non so cosa c'entri con questa faccenda, ma la mia amica sta soffrendo per questo. Semmai lo troverai, digli che da queste parti non si deve più far vedere o se la vedrà con me!»

La strinse contro di sé per scaldarla e la trascinò via. Misha non oppose resistenza, ancora scossa.

Kiba rimase immobile, combattuto tra il rivelare loro tutto o proseguire da solo nella ricerca di Cheza.

Ma forse lei le stava dicendo che quell’impresa non poteva compiersi senza i suoi compagni e avrebbe dovuto ritrovarli.

Il ricordo dei loro corpi dilaniati sotto i morsi di Darcia gli fece tremare l’anima. Non poteva permettere che la storia si ripetesse.

Non senza difficoltà, i ragazzi ridiscesero in strada e si diressero verso l’auto di Hige.

Lui le aprì la portiera e la aiutò a salire. Misha era intirizzita e stremata, forse più per ciò che era appena accaduto che per il freddo stesso.

Accese il riscaldamento e rimase in attesa che il parabrezza si sbrinasse.

Calò un silenzio pesante. Misha si stringeva le braccia attorno al corpo, il capo chino. Con la punta del piede spostava distrattamente una carta appallottolata sul tappetino.

Hige si sentì a disagio. Sperò che non fosse mai salita sull’auto di Darcia, così curata e lussuosa rispetto alla sua.

«Chi era quel ragazzo?» chiese lei, spezzando il silenzio.

«Non ne ho idea. E non credere alla storia che mi conoscesse già. Giuro, non l’ho mai visto. Era solo un folle. E il fatto che abbia nominato anche Toboe… mi preoccupa non poco.»

«E ha nominato Tsume.»

A quella frase, la mascella di Hige si contrasse.

«Siamo pronti. Possiamo andare.»

Arrivati davanti alla porta di casa, Hige sfiorò i petali finti della margherita appesa.

«Carina. Ti si addice.»

Misha non rispose. Si limitò a infilare la chiave e farla girare nella toppa.

«Ah, cari termosifoni!» esclamò lui subito dopo, correndo ad abbracciare il calorifero, incurante del calore che avrebbe potuto scottarlo. «Certo che hai proprio un bell’appartamentino. Complimenti.»

«Grazie» mormorò la giovane, richiudendo la porta alle loro spalle.

Posò la tracolla a terra e si avviò verso la cucina, ma Hige la intercettò, fermandola con le mani sulle spalle.

«Aspetta. Tu ogni giorno servi me in caffetteria. Permettimi di contraccambiare.»

«Ma non sai dove tengo le cose.»

«Le troverò» replicò, sicuro, mentre la guidava a sedersi sul divano. «Ho un buon fiuto. Le tue scorte di tisane non possono sfuggirmi.»

Le sfiorò la guancia con un gesto leggero, privo di secondi fini.

«Meno male… ti stai già scaldando.»

Misha finalmente sollevò lo sguardo verso di lui.

Aveva parlato con tono allegro, ma nei suoi occhi c’era qualcosa di più. Non un’accusa. Non una richiesta esplicita.

Solo il bisogno silenzioso di capire.

E lei lo sapeva. Anche se non si sentiva pronta a dargli alcuna risposta.

Hige tornò dalla cucina con due tazze fumanti tra le mani. Il vapore si arricciava nell’aria tiepida del soggiorno.

«Missione compiuta» disse piano, porgendole la sua.

Misha avvolse le dita attorno alla ceramica calda. Il tepore le attraversò i palmi, risalendo lentamente lungo le braccia.

Hige si sedette accanto a lei sul divano, non troppo vicino, ma abbastanza da percepire il calore reciproco.

Per un po’ bevvero in silenzio.

Il ticchettio lieve dell'orologio. Il vento contro i vetri. Il respiro che tornava regolare.

Hige abbassò lo sguardo verso la superficie ambrata del tè.

«Non pretendo che tu mi dica tutto» iniziò, con voce più bassa del solito. «Davvero. Non voglio metterti pressione.» Fece una pausa. «Però… ci tengo a te. E vorrei capire meglio la situazione. Chi è questo Tsume? Perché ti hanno rapita per lui?»

Misha rimase in silenzio. Il vapore le velava per un istante lo sguardo. Era una porta che non aveva voglia di riaprire.

Poi alzò gli occhi su Hige. In lui non c’era curiosità morbosa o giudizio. Solo una preoccupazione sincera.

Sentì che poteva fidarsi.

Gli raccontò quindi di come si erano conosciuti, di quei giorni in cui finivano per ritrovarsi sempre su quella panchina gli stessi giorni. Poi di quel giorno in cui lui la riaccompagnò a casa e finirono l'uno tra le braccia dell'altra, travolti da una passione istintiva che in quel momento li aveva fatti sentire al centro del mondo.

Poi lui il giorno dopo se ne era andato, dicendo che fosse tutto uno sbaglio e che doveva andarsene. Ma i suoi rivali li avevano già visti insieme ed avevano pensato che prendendo lei, avrebbero colpito lui.

Abbassò lo sguardo.

Si fermò lì. Non aggiunse altro. Il resto di come erano andate le cose Hige le aveva vissute in prima persona.

Il ragazzo rimase in silenzio per qualche secondo. La mascella era tesa, ma lo sguardo era solo triste.

«Non ti giudico» disse infine. «Non potrei mai.»

Posò la tazza sul tavolino e si voltò un poco verso di lei.

«Mi dispiace che tu stia soffrendo così.»

Le sue dita si intrecciarono tra loro, come per trattenere qualcosa di più duro che avrebbe voluto dire.

«E comunque…» sospirò. «Tsume è stato un completo idiota a lasciarsi scappare una ragazza come te.»

Un mezzo sorriso amaro gli sfiorò il viso. «Per questo lo odio ancora di più.»

Poi tornò serio.

«So che non si può spegnere un sentimento a comando. Ma prova a dimenticarlo, Misha. Non perché io voglia qualcosa in cambio. Solo perché ci tengo a te. E non voglio vederti soffrire.»

Fuori, la neve continuava a cadere.

Dopo un silenzio iniziale, Misha a un certo punto si voltò verso di lui.

«Grazie, Hige. Davvero.»

La voce era morbida, sincera. «Per la premura. Sei un ragazzo d'oro.»

Hige si grattò la nuca imbarazzato. Abbassò poi lo sguardo sulle proprie mani. «Non so se riuscirò a dimenticarlo del tutto… ma so che non voglio più farmi male.»

Inspirò piano.

«Comunque… parliamo d'altro adesso, per favore.»

Hige la guardò, attento.

«Chi era davvero quel ragazzo? Kiba.» Si morse il labbro. «E perché io ho detto quella cosa sui Fiori della Luna e sul Rakuen come se… come se fosse una certezza?»

«Appunto» borbottò lui. «Tu non parli mai così.»

Misha si alzò dal divano. Camminò fino alla libreria e, dopo un istante di esitazione, sfilò un volume dalla copertina blu e argento.

Lo tenne tra le mani per qualche secondo prima di tornare a sedersi.

«È questo.»

Glielo mostrò, “I racconti perduti del Libro della Luna”.

«Lo leggevo al parco. Quando…» esitò appena, «quando vedevo Tsume.»

Passò il pollice sulla copertina.

«È così che ho approfondito sulla leggenda dei Fiori della Luna. E del Rakuen.»

Hige prese il libro, scettico ma incuriosito.

«Sono racconti antichi. Parlano di cicli del mondo, di lupi che cercano un luogo di rinascita… cose così.» Fece una pausa. «E il signor Darcia è molto appassionato di questa storia. Al punto da volerla usare come tema per la festa che terrà tra un anno.»

Hige ebbe un impercettibile sobbalzo.

«Darcia?» ripeté, più piano, come se ora quel nome improvvisamente gli suonasse come nuovo.

La gola gli si fece improvvisamente secca mentre sfogliava le pagine. Le lettere sembravano muoversi sotto i suoi occhi.

E poi un lampo.

Sbarre.

Un palazzo sospeso nel vuoto.

Lupi imprigionati.

Un senso soffocante di colpa.

Come se fosse stato lui.

La tazza gli scivolò di mano e si rovesciò sul pavimento, il tè si allargò sul tappeto.

«Hige!» esclamò Misha, scattando in piedi.

Lui si portò una mano alla testa, gli occhi spalancati.

Un dolore acuto gli trapassava le tempie. Respirava a fatica.

«Io…» mormorò, stringendo i denti. «Che cos’era… quello?»

Il libro gli tremava ancora tra le dita.

«Che cosa è successo?»

Non le importava della tazza rovesciata. Si inginocchiò davanti a lui e gli prese il volto tra le mani, costringendolo a sollevare lo sguardo.

«Hai visto qualcosa, non è vero? Anche tu hai avuto una visione.»

Gli occhi di Hige si erano infossati, come se in pochi istanti gli fosse stata sottratta ogni energia.

«Non ho idea di cosa ho visto…» mormorò con voce spezzata. «So solo che mi sono sentito in colpa. Tremendamente in colpa. Tutti i miei compagni… cosa ho fatto?»

Misha aggrottò la fronte. Il cuore le martellava nel petto.

Le tornarono alla mente le parole di Kiba.

Perciò tu hai mantenuto la memoria del tempo che fu? Lo spirito del lupo è rimasto dentro di te?

Quel ragazzo sapeva qualcosa. Era evidente.

Li conosceva già. Mentre loro… forse lo avevano dimenticato.

Il suo pensiero razionale si affrettò a respingere quell’ipotesi.

Eppure era come se in loro stesse riaffiorando il ricordo di un’altra vita. Una memoria che premeva da sotto la superficie.

Ma volevano davvero ricordare?

Guardò Hige. Era scosso, devastato, come se avesse sulle spalle una colpa enorme, incomprensibile.

Le lacrime gli scesero lungo le guance, improvvise, nude.

Misha non esitò e lo abbracciò.

Lui ricambiò, affondando il viso nella sua spalla, stringendola con forza. Aveva bisogno di qualcosa di concreto, di reale. Di calore.

Quella visione era stata un incubo a occhi aperti.

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

Tsume era disteso al cimitero da ore. Il sole aveva compiuto il suo giro e ormai era il tramonto quando finalmente qualcuno passò di lì e lo trovò privo di coscienza, con una pozza di sangue partita dalla ferita al fianco e ormai assorbita dal terreno.

Non ebbe coscienza dell’ambulanza che arrivava e lo portava via, della corsa in sala d’emergenza, dell’intervento dei medici e della trasfusione che gli salvò la vita.

Nella sua mente continuava a risuonare quel dolce canto.

Chi pronunciava quelle parole? Non ne aveva idea. Ma sapeva che teneva a lei. Avrebbe dato la vita per lei.

E forse lo aveva già fatto.

Quando l’udito iniziò a captare qualcosa, i suoi occhi erano ancora chiusi.

«Lo abbiamo preso per i capelli, ma ora riposa» disse qualcuno.

«Sicuramente un regolamento di conti. È senz’altro un teppista di strada» rispose un’altra voce.

Poi di nuovo il buio.

Dovettero passare almeno un paio di giorni prima che il giovane tornasse completamente in sé.

Si ridestò un mattino con un sospiro. L’odore di disinfettante aleggiava nell’aria, pungendogli il naso.

La luce del sole filtrava attraverso le tende, mosse appena dal vento. Era in una camera singola, dal mobilio essenziale.

Provò a muoversi, ma si accorse di essere ammanettato. Strattonò d’istinto, ma le manette erano ben salde alle sbarre del letto.

«Vedo che ti sei svegliato.»

Una voce tranquilla ruppe il silenzio. Un uomo varcò la porta. Aveva il volto rasato, capelli biondi corti. Indossava una camicia blu, cravatta nera e sopra una giacca grigia. Nella mano destra teneva un cappello grigio con fascia nera. L’aspetto era cordiale, ma negli occhi brillava una scintilla d’entusiasmo per la cattura.

«Tu sei Tsume, non è vero? Mi risulta tu sia piuttosto noto nei bassifondi.»

Posò il cappello su un tavolo ed estrasse lo smartphone per controllare dei documenti.

«E tu chi cazzo sei?» ringhiò Tsume, fulminandolo con lo sguardo.

«Oh, che maleducato che sono. Mi chiamo Hubb Lebowski, detective della polizia di Freeze City.»

Si sedette su una sedia e accavallò le gambe. Lo fissava come un trofeo appena conquistato. «Ero sulle tue tracce da tempo, ma negli ultimi mesi eri completamente sparito.»

Tsume strinse i denti. «Dove mi trovo?»

«Al Central Hospital di Freeze City. A Mine-Ruins Town non avevano i mezzi per curare una ferita grave come la tua. E non appena hanno registrato la tua patente mi hanno contattato.»

Tsume si guardò attorno, assottigliando lo sguardo.

«È inutile che cerchi vie di fuga. Ci sono dei miei agenti fuori da questa porta. Per te ormai è finita.»

Appena terminò la frase, gli partì uno starnuto.

«Dannata allergia… e dire che credevo che gli ospedali fossero puliti» borbottò, soffiandosi il naso in un fazzoletto di stoffa.

«Quali sono le accuse?» chiese Tsume a denti stretti.

«Non pensare di fare il finto tonto con me. Hai un bel po’ di reati alle spalle, ma il più grave sembra essere il baratto di una ragazza, circa sei mesi fa. È per questo che sei fuggito, vero? Per evitare di essere accusato di traffico di esseri umani.»

«È una menzogna!» sbottò Tsume, indignato.

La reazione, troppo sincera per essere studiata, non sfuggì al detective, che assottigliò lo sguardo.

«Allora per quale motivo eri lì? Satoshi è un criminale noto anche per lo sfruttamento della prostituzione. Non voleva forse offrirti quella ragazza per farti entrare nel suo clan?»

«Ho rifiutato. E Misha non doveva essere coinvolta in tutto questo.»

«Quindi confermi di conoscere la vittima. L’hanno rapita per ricattarti? Avevate o avete una relazione?.»

Fece una pausa studiata.

«Quando troveremo Satoshi chiariremo anche questo punto.»

«Ma lui non è…»

Gli tornò in mente il corpo dilaniato, il ruggito di una bestia feroce, e il fatto che in quella stanza, oltre a Satoshi e ai suoi uomini, ci fossero solo Misha e quel ragazzino sconosciuto.

Hubb si accigliò, in attesa.

Tsume chiuse gli occhi un istante, poi li riaprì. «Tra me e quella ragazza non c’è niente. Satoshi ha preso un granchio e ha coinvolto un’innocente. Dopo avermi sfidato apertamente, ho provato a toglierla dai guai. Ma sembra avere solide amicizie ai piani alti. Non ha mai avuto davvero bisogno di me.»

«Quindi mi stai dicendo che sei un’anima nobile, pronta a salvare donzelle in difficoltà, anche se questo ti avrebbe lasciato solo contro un centinaio di criminali incalliti?»

Tsume non rispose.

Hubb incrociò le dita sul ginocchio.

«Se vuoi uno sconto di pena per i tuoi crimini, questo è il momento giusto per collaborare. Dimmi dove si trova Satoshi, se lo sai. E magari chiarisci anche qualche punto su altri reati. Potrei chiudere un occhio.»

Tsume lo fissò senza battere ciglio.

«Non sono un infame. Non faccio la spia.»

Hubb non si scompose. Anzi, sembrò quasi sollevato.

«Capisco.» Si alzò e fece qualche passo nella stanza, con calma. «Allora sappi che, se non collaborerai, passerai molti anni in prigione. E sarebbe un peccato.»

Si fermò davanti alla finestra.

«Sei giovane. Ma quando uscirai… ammesso che tu riesca a uscirne intero… sarai un uomo completamente rovinato.»

Tsume serrò la mascella, ma rimase in silenzio.

Hubb tornò a sedersi.

«Vuoi parlarne con Misha? Potrei organizzare un incontro. Magari rivederla ti aiuterebbe a prendere la decisione giusta.»

«No.» La risposta fu immediata, dura. «Non coinvolgetela.»

Hubb inclinò leggermente il capo.

«La ami?»

Il silenzio si fece pesante.

Tsume non rispose.

Per Hubb fu sufficiente.

«Se la ami, allora dovresti fare il meglio per lei. Satoshi potrebbe tornare. E la prossima volta potrebbe non andare così bene.»

Tsume abbassò lo sguardo solo per un istante.

Sapeva che non sarebbe successo.

Hubb sospirò, come se fosse sinceramente dispiaciuto.

«Sei un tipo ostinato, Tsume. Peccato.»

Si sistemò meglio sulla sedia, cambiando tono.

«Parliamo d’altro allora. Del signor Darcia.»

Gli occhi di Tsume si sollevarono appena.

«È vero, la ragazza ha amici potenti. Darcia è un magnate del settore industriale. Talmente ricco che, volendo, potrebbe comprarsi Freeze City.»

Fece una breve pausa.

«Non mi ha affatto stupito che non abbia subito conseguenze per aver attaccato Satoshi con i suoi agenti privati, prima ancora che arrivassimo noi.»

Tsume rimase immobile.

«Forse, dopotutto, Misha non ha mai corso davvero il rischio che credi. Al suo fianco c’è un uomo che potrebbe offrirle la luna, se solo la chiedesse.»

Lo fissò, diretto.

«Mentre tu… sei solo un criminale da quattro soldi che è riuscito unicamente a metterla in pericolo.»

Le parole caddero lente, precise.

Tsume abbassò il capo.

Qualcosa, dentro, iniziò a cedere. Le mani si strinsero sulle lenzuola.

«È così,» disse infine, a voce bassa. «È esattamente così.»

Deglutì.

«Se ora mi odia… è giusto. Non l’ho meritata fin dal primo giorno.»

Hubb lo osservò in silenzio, studiando ogni crepa che si stava formando, poi con tono morbido disse: «Non credo che ti odi.»

Tsume non alzò lo sguardo.

«Per quel poco che ho visto, quella ragazza è la dolcezza fatta persona. Ma ha sofferto. Molto.»

Fece una pausa.

«Fino a poco tempo fa ha seguito una terapia per rimettersi in piedi.»

Quelle parole pesarono più di qualsiasi accusa.

«Se vuoi anche solo una minima possibilità di riscatto nei suoi confronti, allora dimmi tutto quello che sai.»

Ancora una volta, nella mente di Tsume, risuonò quel ringhio.

Il ricordo della stanza. Il sangue.

Si sforzò di convincersi che fosse stata solo un'illusione.

Poi qualcosa cambiò nel suo sguardo e un luce fredda lo attraversò.

«Satoshi è morto.»

Hubb non batté ciglio, ma le dita si irrigidirono appena.

«Continua.»

«È stato quel Darcia. Lo ha fatto fuori e poi ha fatto sparire le prove.»

Il detective lo fissò, questa volta senza maschere.

«Sono accuse pesanti. Hai delle prove?»

Tsume inspirò lentamente.

«Ho sentito Darcia ordinare ai suoi uomini di sbarazzarsi dei cadaveri. So dove è successo.»

Sollevò lo sguardo.

«Posso indicarvi dove trovare le tracce che vi servono.»

Un attimo.

«Ma mi liberate da queste.» Fece tintinnare le manette. «E mi portate lì.»

La stanza tornò nel silenzio, ma questa volta era un silenzio diverso.

Il detective, nell’udire quella condizione, abbozzò un sorriso. Poi, prima di rispondere, si diresse verso il tavolo per recuperare il cappello.

«Ovviamente non posso dirti qui su due piedi che sia accettabile. Non sei esattamente nella posizione di dettare condizioni.»

Se lo sistemò tra le mani.

«Ma voglio darti fiducia. Mi sei sembrato sincero quando hai parlato di quella ragazza. Voglio credere che, per lei, tu sia disposto a fare la cosa giusta.»

Si avvicinò alla porta.

«Ora devo andare. Ti mando un medico per un controllo. Avrai presto mie notizie.»

Una pausa.

«E ti sconsiglio vivamente di tentare di evadere da questo ospedale. Arrivederci.»

La porta si richiuse con un clic secco.

Tsume rimase per qualche istante con il busto sollevato, il corpo ancora teso. Poi la stanchezza lo travolse. Il risveglio improvviso, l’interrogatorio, lo avevano svuotato.

Si lasciò ricadere contro il cuscino.

Aveva perfino mostrato a quell’uomo una parte di sé che credeva sepolta.

«Tsume…»

La voce di Misha che sussurrava il suo nome tornò a farsi strada nella sua mente.

Strinse le palpebre.

Non riusciva a credere di essersi legato a lei a quel punto. Era come essere investito da una valanga invisibile, qualcosa che non poteva fermare né ignorare.

Quando aveva detto al detective che Darcia aveva fatto uccidere Satoshi, ci aveva creduto davvero.

Quale altra spiegazione poteva esserci? Che Misha o quel ragazzino si fossero trasformati in animali?

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

Dopo che Misha e Hige se ne furono andati dalla terrazza, Kiba rimase lì ancora qualche minuto.

Il vento sferzava e la neve cadeva in grossi fiocchi, ma il freddo non sembrava dargli davvero fastidio.

Ripensò a quanto era appena accaduto.

Alle parole della ragazza. A quella consapevolezza emersa in lei come qualcosa di sepolto troppo a lungo.

Le aveva chiesto il nome, ma poi si era ricordato che l’avevano già incontrata nella loro vita precedente. Solo di sfuggita. Un incrocio troppo breve perché la memoria potesse legare subito un volto a un ricordo.

Era tra i lupi rimasti indietro.

Non si erano avvicinati al monte dove il mondo era finito e ricominciato. Eppure il Rakuen aveva scelto di farla reincarnare comunque.

Aveva ritrovato Hige. E tra loro c’era complicità, lo aveva visto chiaramente.

Ma quella ragazza aveva conosciuto anche Tsume e, dal modo in cui aveva pronunciato il suo nome, dal calore che le aveva incrinato la voce, era evidente che tra loro esistesse un legame profondo.

In un modo o nell’altro, i lupi si stavano ritrovando.

E Cheza…

Li stava chiamando, ne era certo. Eppure non riusciva a percepirla in un luogo preciso. Nessuna direzione, nessuna traccia concreta. Solo quella voce.

Che fosse prigioniera?

«Accidenti!»

Diede un calcio alla balaustra. Il metallo vibrò sotto l’urto.

Aveva voluto affrontare tutto da solo. Credeva di poterlo fare.

Ma ora comprendeva che non era possibile.

Il branco doveva riunirsi.

Anche se questo significava strapparli alla serenità e all’inconsapevolezza della loro nuova vita.


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