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«Io farò conoscere le parole della luna rossa, diventerò il messaggero di Dio creato dal grande creatore.» - Il Libro della Luna Rossa
Gli occhi erano tutti puntati su di lei, sui loro volti un’espressione scettica e alquanto indagatrice.
Misha restituiva un sorriso nervoso, sentendo crescere dentro di sé il desiderio di fuggire seduta stante.
A interrompere quel silenzio furono le urla entusiaste della collega, non appena capì che Misha aveva appena annunciato di essere stata invitata come accompagnatrice di Darcia all’evento che avrebbe organizzato tra un anno.
«Una festa. A casa del signor Darcia. E noi due siamo invitati» disse Hige, scandendo punto per punto ciò che Misha aveva appena comunicato a lui e a Toboe, seduti alla caffetteria.
«Sì, pare che avrà premura di farvi avere tutti i vostri piatti preferiti.»
A Hige iniziò a salire l’acquolina in bocca.
«E tu gli hai detto sì, giusto?»
«Ho detto che ci penserò.»
«Ma sei impazzita!?» risposero in coro la collega, Hige e Toboe, quasi facendola cadere dalla sedia.
«Ma davvero ci tenete così tanto ad andarci? Sarà pieno di ricconi con la puzza sotto il naso.»
«Ma lo hai detto tu, no? Sarà anche pieno di leccornie! E quando ricapita un’occasione del genere? Cibo gratis di altissima qualità… per non parlare delle donzelle in costume» disse Hige, i cui argomenti nella vita sembravano ruotare sempre attorno a cibo e donne.
«Anch’io voglio partecipare!» intervenne Toboe, entusiasta. «Per tutta la vita ho condiviso tutto con gli altri dell’orfanotrofio. Per una volta vorrei fare qualcosa che mi distingua… e poi anch’io voglio mangiare le leccornie gratis!»
Hige congiunse le mani in segno di supplica. «Misha, ti pregooo, digli di sì!»
«E quando ti ricapita un’occasione del genere? Magari avesse invitato me, io non avrei esitato un secondo!» rincarò la collega, continuando a pulire il bancone.
La ragazza dai capelli corvini sospirò. Sembrava non avere scelta.
«Allora vi iscriverete con me a un corso di ballo classico.»
«Te lo scordi. Io non ballo. Darcia ci ha visto giusto, a me interessa solo il buffet» rispose Hige, storcendo la bocca.
Misha aggrottò la fronte. «O così o gli dico di no.»
A quel punto furono Hige e Toboe a sbuffare, rassegnati.
«Cosa non si fa per un po’ di carne di prima qualità… ma ne varrà la pena, almeno.»
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Il sole entrò con prepotenza dalla finestra, un raggio diretto a colpire gli occhi di Tsume.
Abituato al cielo quasi sempre coperto di Freeze City, non si era ancora adattato al clima più caldo e luminoso di Mine-Ruins Town, il villaggio industriale affacciato sul mare, dove l’aria sapeva di salsedine e ruggine.
Accanto a lui, qualcuno si mosse sotto le coperte.
«Tu… dove stai andando?», mugugnò una voce femminile, impastata dal sonno.
«Lasciami perdere, ho da fare» rispose lui secco, mentre le molle del letto cigolarono sotto il suo peso quando si alzò.
Una mano emerse subito dalle lenzuola e gli afferrò il polso. «Ehi, vedi di non fare il furbo con me. La grana… o ti faccio picchiare dal mio fidanzato.»
Tsume la fulminò con lo sguardo, poi si chinò a raccogliere i pantaloni buttati a terra la sera prima. Recuperò il portafoglio e contò il denaro.
Aveva giusto la somma pattuita. Dopo quella, sarebbe tornato al verde.
Lasciò le banconote sul comodino senza una parola.
Si rivestì in silenzio, infilò gli stivali e, dirigendosi verso la porta, diede un calcio involontario a una bottiglia vuota che rotolò sul pavimento sporco.
«Ma guarda che letamaio…» borbottò.
«Fatti i cazzi tuoi! Ieri notte non ti sei lamentato, mi pare!» sbraitò la donna, i capelli arruffati e lo sguardo ancora annebbiato dall’alcol.
Tsume non rispose. Aprì la porta e uscì, lasciandosi alle spalle l’odore stantio della stanza e il rumore del mare in lontananza.
Una volta sceso in strada, si diresse verso la moto. Ormai era tutto ciò che gli rimaneva, ma se non avesse trovato presto un modo per fare altri soldi, lo avrebbe lasciato a piedi anche quella.
Si era messo in una situazione decisamente precaria.
Quando era a Freeze City, la sua città, il modo di cavarsela lo trovava sempre. Ma fuori da lì non c’erano i suoi giri e nessuno gli avrebbe fatto credito.
Erano passati sei mesi da quando era fuggito. Di quel giorno aveva appreso soltanto dai telegiornali che la polizia aveva fatto una retata contro una nota banda criminale coinvolta nel racket della droga e della prostituzione, ma il cui capo risultava ancora latitante. Nessuna parola sul rapimento di Misha, nessuna sul fatto che la polizia fosse arrivata solo in seconda battuta, come se avesse atteso “il momento giusto”, e nulla sulla morte di Satoshi. Anzi, per loro era persino fuggito.
Non aveva dubbi che ad assicurarsi tutta quella segretezza fosse stato quel misterioso uomo ricco che aveva portato via Misha, priva di sensi. Sperò solo che non avesse secondi fini con quella ragazza.
Girò per le strade per un po’, cercando qualche cartello di ricerca del personale, ma in tempi di crisi come quelli era difficile trovare qualcosa, soprattutto in un villaggio.
Un tempo Mine-Ruins Town era rinomata per le miniere, da cui derivava il suo nome. Ora le vene si erano esaurite e tutto ciò che teneva in piedi l’economia era la stazione centrale.
Forse tra cinquant’anni di quel luogo sarebbe rimasta solo decadenza e gente che viveva alla giornata, come lui. Forse era anche per questo che l’aveva scelto.
Alla fine arrestò la corsa davanti al cimitero, su un promontorio affacciato sul mare. In una stagione più mite sarebbe potuto essere un posto suggestivo, ma in inverno il terreno era secco e duro, e le lapidi apparivano ancora più grigie sotto il cielo pallido.
Sentì un impulso improvviso a scendere dalla moto e a vagare in quella desolazione.
Forse perché, in qualche modo, vi si rispecchiava.
Il vento gli sferzava leggero le guance, quasi a volerlo accarezzare.
Almeno lì c’era silenzio.
Si guardò attorno, soffermandosi sui nomi incisi e sulle dediche scolpite nella pietra. Persone che avevano vissuto. Che erano state amate. Che perfino in un posto decadente come quello avevano trovato il loro angolo di felicità.
Scacciò in fretta quei pensieri.
Lui stava bene nella sua solitudine. Non si pentiva di essersi staccato dalla famiglia e, a causa dell’unico legame che forse stava nascendo, aveva solo attirato guai.
Andava bene così.
«Certo che è proprio una bella moto!»
Tsume si voltò di scatto.
Lì, dove aveva parcheggiato il suo mezzo, un capannello di uomini lo aveva circondato. Uno toccava il manubrio, un altro si era passato il casco tra le mani.
«Ehi voi, giù le mani dalla mia moto!» urlò con tono aspro, risalendo l’altura a lunghi passi. «Chi vi ha detto che potevate toccarla?»
«Noi tocchiamo quello che ci pare!» rispose uno, con un ghigno sghembo.
«È davvero bella. Quanto vuoi?»
«Non è in vendita e ora, se non vi dispiace…» cercò di avvicinarsi, ma i quattro gli si piazzarono davanti facendo muro, con fare ostile.
«Ci dispiace invece. Non mi pare che tu sia uno con molta grana, ma questa moto è tenuta davvero bene. Se ce la vendi, puoi tirare avanti ancora un po’. È un’offerta generosa, non credi?» aggiunse un secondo, con un falso tono di altruismo.
«Non so chi siate, ma della mia vita non sono fatti vostri.»
Il suo corpo si irrigidì. La mano destra scivolò dietro la schiena, pronta a estrarre il coltello. «Toglietevi di mezzo. È il mio ultimo avvertimento.»
Era evidente che non fossero lì per comprare nulla.
Uno di loro gli sembrò familiare: forse lo aveva visto nella taverna dove aveva abbordato la squillo. Probabilmente lo tenevano d’occhio da allora.
Anche loro estrassero i coltelli.
Tsume non indietreggiò.
Il primo, quello con il sorriso sghembo, fu il primo a muoversi. Un affondo diretto, sporco, da strada. Tsume lo intercettò d’istinto: fece un mezzo passo di lato, lasciò che la lama gli passasse accanto e con un calcio secco lo colpì al fianco, sentendo sotto la suola la resistenza delle costole.
Non si fermò. Ruotò su sé stesso e colpì il secondo con l’avambraccio al volto, poi cercò di affondare il proprio coltello, ma il terzo gli afferrò la giacca da dietro, strattonandolo. Tsume si liberò con una gomitata all’indietro, centrando qualcosa di molle, forse lo stomaco.
Per un istante ebbe la sensazione che il corpo rispondesse ancora come una volta. Movimenti rapidi, precisi. Schivò un altro fendente, lasciò che la lama gli graffiasse appena la manica, e colpì al ginocchio uno dei quattro, facendolo imprecare e cadere su un fianco.
Ma il terreno era irregolare, la ghiaia scivolosa. E il suo respiro già troppo corto.
Non aveva mangiato quasi nulla il giorno prima e nemmeno il mattino corrente. Non aveva dormito davvero. La stanchezza gli gravava addosso come piombo.
Un pugno gli arrivò alla tempia, improvviso. Vide scintille danzare davanti agli occhi. Cercò di reagire, ma un calcio allo stomaco lo colse mentre era ancora sbilanciato. L’aria gli uscì dai polmoni in un rantolo soffocato.
Si piegò in avanti, e sentì la lama di uno dei coltelli incidere il fianco. Non profondo, ma abbastanza da far bruciare la carne. Il sangue iniziò a colare caldo sotto la giacca di pelle nera.
Strinse i denti e tentò ancora di reagire. Con uno scatto disperato riuscì a spingere via uno dei quattro, facendolo cadere contro la moto. Ma mentre si voltava, un altro lo colpì alle spalle con il manico del coltello.
Il colpo gli fece vibrare il cranio.
Barcollò.
Provò a rialzare il braccio armato, ma qualcuno gli afferrò il polso e lo torse con forza. Il coltello gli sfuggì di mano e cadde tra la ghiaia.
Un altro pugno, questa volta diretto al volto. Sentì il sapore del sangue in bocca.
Le gambe cedettero.
Crollò su un ginocchio, poi sull’altro. Tentò ancora di rialzarsi, ma un calcio violento al fianco lo fece rotolare di lato.
«Tutto qui il duro?» rise uno.
Lo afferrarono per la giacca e lo trascinarono verso da dove era venuto. Tsume cercò di opporre resistenza, ma le braccia non avevano più forza. Un ultimo colpo alla testa, secco.
La vista si fece lattiginosa.
Lo spinsero giù e il suo corpo rotolò lungo la discesa del cimitero, tra ghiaia e terra dura, fino a fermarsi contro una lapide fredda.
Dall’alto arrivò una voce, carica di disprezzo.
«È solo quello il tuo posto.»
Poi il rombo della moto si accese, familiare, crudele... e si allontanò.
Con il sangue che gli colava dal fianco e dalla bocca, lottando per non perdere conoscenza, alzò debolmente un braccio.
«Fermi… maledetti…»
Ma il gruppo si era già allontanato. Due di loro erano in sella alla sua moto — che ormai non era più sua — e il rombo del motore si fece sempre più distante.
Rimase lì, disteso tra la ghiaia e le lapidi.
Aveva toccato il fondo. Forse non avevano tutti i torti: quello era il suo posto.
Perché mi è toccata una vita del genere?
Le gambe tremavano, svuotate di ogni energia, come se quei criminali gli avessero strappato via anche l’ultima scintilla. Cercò comunque di rimettersi in piedi. Un passo. Poi un altro, incerto.
Non vide una radice sporgere dal terreno secco. Inciampò e cadde in avanti, il petto che impattò contro la terra dura. L’aria gli uscì dai polmoni in un colpo sordo.
Restò immobile.
Desiderava lasciarsi andare. Che senso aveva continuare?
Poi, nel silenzio ovattato che precede lo svenimento, gli parve di sentire un suono leggero. Come una campanella lontana.
Aprì lentamente gli occhi e sollevò appena il mento: davanti a lui c’era un fiore. La corolla era ancora chiusa, ma sembrava vibrare di una luce propria.
Era piccolo. Discreto. Nessuno l’avrebbe notato senza guardare con attenzione.
Tsume sgranò gli occhi quando, sotto il suo sguardo, i petali iniziarono a schiudersi.
Un impulso improvviso lo attraversò. Allungò la mano tremante e sfiorò quei petali e nel momento in cui li toccò, una luce lo investì.
Improvvisamente gli parve di trovarsi ancora in quel luogo, eppure non era lo stesso e una nenia, un canto lontano ma confortevole si propagava attorno a lui e dentro di lui.
Shailoh Shailoh, yatreet ka...
Shailoh shna... otvit ka...
Era notte, una notte buia e crudele, e il freddo si infilava ovunque. Il villaggio appariva ancora più decadente e prossimo alla rovina, bazzicato da lupi senza speranza.
Proprio in mezzo a quel cimitero, un vecchio lupo stava scavando la propria fossa. Le zampe affondavano lente nella terra gelata, non con rabbia né con disperazione, ma con la rassegnazione di chi sa che il proprio momento è arrivato. Presto sarebbe toccato anche agli altri. Il branco si sarebbe spento uno a uno, forse nel giro di pochi anni, forse molto prima.
Per loro il Rakuen non aveva più senso. Non valeva più la pena inseguire una promessa che non si era mai mostrata. Si erano arresi e si facevano bastare il ricordo del profumo dei Fiori della Luna, come si conserva un sogno ormai sbiadito.
Hahla Hahla... ahlah hah...
Shailoh washnee
fortee ney...
Fino a quel momento anche lui era stato scettico. L’idea di un luogo di pace, dove i lupi potessero essere liberi, gli era sembrata poco più di una favola buona per chi aveva bisogno di illudersi. Ma non poteva accettare di finire allo stesso modo di quei lupi decaduti, consumarsi nell’attesa della morte come se fosse l’unica certezza rimasta.
Fu allora che la vide.
Shailoh Shailoh, yatreet ka...
Omen nio hah...
In cima al silos della stazione, stagliata contro il cielo stellato, una figura giovane e fiera. Il vento le sollevava il pelo folto, e nei suoi occhi azzurri non c’era resa. Anche il suo cammino sembrava essersi arrestato, eppure non aveva smesso di guardare avanti. Nonostante la vita le avesse dato ogni motivo per credere il contrario, lei continuava a sperare.
E fu in quel momento che qualcosa cambiò dentro di lui.
Shailoh Shailoh, yatreet ka...
Shailoh shna.. otvit ka...
Se quella creatura poteva ancora credere, allora forse valeva la pena continuare. Forse il Rakuen non era solo un’illusione per lupi troppo orgogliosi per arrendersi. Forse era una meta che andava conquistata, anche contro ogni evidenza.
Non avrebbe scavato la propria fossa.
Avrebbe camminato.
E per lei, se necessario, avrebbe conquistato il Rakuen.
Hahla Hahla... ahlah hah....
Shailoh washnee
fortee ney...
˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆
Arrivò finalmente la fine del turno. Quel giorno era particolarmente stanca, e non per le ore di lavoro.
Si strinse al petto il solito cappotto bianco dai bottoncini dorati e aprì l’ombrello di plastica trasparente. La tracolla ondeggiava appena a ogni passo.
La neve cadeva più fitta rispetto al mattino, ma le strade erano ancora affollate di gente intenta a fare shopping.
Sorrise tra sé. Forse l’idea di partecipare a un gala non era poi così malvagia. Ora moriva dalla curiosità di sapere che vestito Darcia le avrebbe scelto. Avrebbe dovuto aspettare un anno per scoprirlo.
«Misha!»
La voce di Hige la strappò ai pensieri. Il ragazzo correva verso di lei, agitando una mano.
«Hige? Ma ci siamo visti solo un paio d’ore fa» disse, inarcando le sopracciglia.
Il rosso si grattò la nuca. «Ti dispiace?»
Misha scosse il capo. «No. Solo… non me l’aspettavo.»
Senza chiedere permesso, Hige si chinò per infilare la testa sotto la cupola dell’ombrello. Le punte dei capelli erano già inumidite dalla neve.
«Io sto andando a prendere l’autobus. Se vuoi, quando salgo ti presto il mio ombrello» gli disse, accigliandosi per il suo gesto.
«Devi proprio tornare a casa subito? Ora che ci siamo incrociati, potrebbe essere una buona occasione per uscire insieme.»
Sul viso di Misha si disegnò una risposta che non aveva bisogno di essere pronunciata: sfrontato.
«Senti, Hige… io…»
Hige alzò una mano. «Stavo scherzando.» Poi sorrise, genuino. «Lo so che in questo momento non ti senti di uscire con nessuno, non in quel senso. Ma con un amico? Che ne dici? Non puoi fare solo casa e lavoro.»
Si guardò attorno, come se stesse cercando un’insegna tra i negozi. «E poi dobbiamo trovare una scuola di ballo decente per quel giorno, o no?»
Misha rimase un attimo in silenzio, osservando quel ragazzo dalle guance morbide che attendeva la sua risposta con entusiasmo.
«Va bene» disse infine, restituendogli il sorriso. «Mi fa piacere.»
«Evviva!» esclamò Hige, attirando l’attenzione di qualche passante.
Poi le prese delicatamente l’ombrello — essendo più alto — e le offrì il braccio.
Il tempo trascorse senza che se ne rendessero conto. Camminavano lungo una delle vie principali dello shopping, seguendo il navigatore alla ricerca delle scuole di danza nei dintorni. Non era facile trovare un corso che rispondesse allo stile del Carnevale veneziano.
Tra una chiacchiera e l’altra, Misha non si accorse che il sorriso di Hige si era fatto più malinconico. Lei sorrideva, indicava oggetti nelle vetrine e, all’apparenza, non mostrava i segni che l’esperienza di sei mesi prima le aveva lasciato.
Ma lui lo sentiva. Era lo stesso istinto che lo aveva condotto alla caffetteria la prima volta. Lo stesso che lo aveva allarmato quando gli avevano detto che era scomparsa. Dentro di lei c’era ancora una ferita.
E quella ferita aveva un nome: Tsume.
Se mai lo avesse trovato, giurò a sé stesso, lo avrebbe preso a pugni.
«Senti, Hige» disse all’improvviso, lo sguardo fisso davanti a sé. «Ma a te non sembra di udire una canzone?»
«Mh? Una canzone?» sollevò una mano, tendendo l’orecchio. «Ah, ti riferisci al jingle del negozio di giocattoli? Beh, siamo quasi a Natale.»
Misha socchiuse gli occhi e scosse il capo. Poi afferrò la mano di Hige — che divenne immediatamente rosso — e lo trascinò più avanti, iniziando a correre.
Com’è possibile che non la senta? È quasi assordante.
Superarono diversi isolati, imboccarono vicoli laterali dove, tra la neve, erano spuntati alcuni Fiori della Luna.
Non era una canzone fastidiosa. Né inquietante. Aveva qualcosa di dolce. Le faceva quasi venire sonno. Eppure era come se stesse annunciando qualcosa.
Hige la seguiva, perplesso, quando un profumo delicato gli raggiunse le narici. Odore di fiori. Come trovarsi all’improvviso in mezzo a un prato in piena fioritura.
E allora la sentì anche lui.
Shailoh Shailoh, yatreet ka...
Shailoh shna… otvit ka...
La nenia proveniva da una voce lieve, angelica. Sembrava che fosse un fiore stesso a cantare.
Ora anche lui la percepiva chiaramente. E sentiva che li stava conducendo da qualche parte.
Rinsaldò la presa sulla mano di Misha. Questa volta fu lui a guidare.
Una raffica di vento strappò loro l’ombrello, facendolo rotolare via tra la neve. Ma non si fermarono.
Hahla Hahla… ahlah hah…
Shailoh washnee
fortee ney…
Le narici emettevano nuvolette di condensa. I vestiti assorbivano i fiocchi di neve, inumidendosi lentamente, mentre il vento sferzava e arrossava loro le guance.
Imboccarono la scalinata che conduceva a una delle terrazze panoramiche della città. Non sapevano perché dovessero andarci, ma sentivano di doverlo fare.
Hahla Hahla… ahlah hah…
Una folata più violenta delle altre costrinse i passanti a coprirsi il volto e ad affrettare il passo verso valle. Il tempo stava cambiando rapidamente.
Ma loro rimasero. Stretti l’uno accanto all’altra, avanzarono tra i fiocchi sempre più fitti, finché di colpo si arrestarono.
Davanti a loro, tra la neve, sembrò intravedersi la sagoma di un grosso cane bianco.
Durò solo un istante.
Aguzzando lo sguardo, l’immagine si dissolse. Al suo posto c’era un ragazzo sui vent’anni, occhi azzurri, abiti casual. La sua espressione era seria. Immobile, come se li stesse aspettando.
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Si erano sposati da poco, Darcia e Hamona, ed erano felici, giovani e profondamente innamorati. Entrambi di stirpe nobile, avevano trascorso la giovinezza tra agi e tradizioni, in qualche modo schermati dal male che si estendeva oltre il giardino naturale della loro villa, lì dove crescevano anche le “ragazze fiore”.
Hamona era andata contro la propria famiglia, contro le proteste — e la gelosia — della sorella gemella Juagara, perché la “maledizione della famiglia Darcia” avrebbe potuto colpire anche lei. Il nonno di Darcia III, Darcia I, aveva osato sfidare forze più grandi di lui, tentando di aprire in anticipo le porte del Rakuen, e quell’errore si era manifestato in tutti i suoi eredi, conferendo loro un occhio di lupo. Ma la maledizione andava ben oltre un mero tratto estetico.
Si manifestò dopo la prima notte di nozze.
Avevano fatto l’amore per la prima volta: lui amante passionale, lei capace di esprimere tutta la sua dolcezza anche nelle carezze che donava al suo amato, mentre i loro corpi si cercavano e si univano. Il profumo dei lunghi capelli dorati di Hamona era per lui un elisir più potente dei Fiori della Luna.
Da quando si erano conosciuti, lei era diventata tutto per lui. Un amore totalizzante, che avrebbe attraversato persino il tempo. Come dichiarazione d’amore, le promise il Paradiso; ma per Hamona il vero luogo felice era semplicemente vivere tutta la sua vita accanto a lui.
Mentre le loro mani si stringevano e i loro sguardi si perdevano l’uno nell’altra, credevano che d’ora in poi l’unica cosa a cui avrebbero dovuto pensare fosse costruire una famiglia, nonostante i nobili fossero sempre più in guerra tra loro e il mondo sembrasse ormai prossimo alla rovina.
«Sommo Darcia, Lady Hamona si è ammalata» disse l’ancella, la fedele Neige, il mattino seguente, un mattino che avrebbe dovuto essere uguale a tutti gli altri.
Hamona era stata colpita dalla “malattia del Paradiso”, cadendo in uno stato di sospensione. Non morta, ma neppure viva.
Da quel momento egli fece di tutto per cercare di ridestarla. Solo sfruttare il potere di Cheza avrebbe potuto offrirle una possibilità.
Ma non arrivò in tempo.
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Darcia avanzò lungo il corridoio del suo castello. I passi rimbombavano tra le antiche colonne, sfiorando con le dita il dorso di un vecchio tomo.
Dopo diversi anni di ricerche, la sua famiglia — del nuovo mondo — l’aveva trovato. La lingua in cui era scritto era arcaica ma lui la conosceva perfettamente. Era come una sorta di seconda lingua madre.
Sulla copertina, ancora poco distinguibile, era riportato: Il Libro della Luna.
Il Rakuen aveva riscritto quasi tutto, ma era stato impotente di fronte al potere di certe cose. La sua stessa volontà ne era stata un esempio, così come l’esistenza scritta di quella “bibbia” riguardante la Luna Rossa e i Fiori della Luna.
Avrebbe potuto trovarlo chiunque, ma non poteva essere un caso che fosse stato proprio suo nonno a farlo. Un’incredibile ironia della sorte, che aveva tutta l’aria di essere un segno, dato che fu Darcia I a scrivere quello stesso libro.
Lui era destinato a ereditare la verità sugli uomini e sui lupi.
Era lui il vero Messaggero di Dio, benché al tempo Kiba e quegli altri che lo avevano aiutato avessero ostacolato la sua ascesa.
«Signore, il senatore Thien l’attende al telefono» disse uno dei suoi maggiordomi, porgendogli un cortese inchino. «Riguarda quella questione.»
Con uno scatto secco, Darcia chiuse le pagine del tomo. «Bene, grazie. Passa la chiamata nel mio studio.»
Poco dopo, adagiato sulla poltrona di pelle nera, sollevò la cornetta.
«Buongiorno, senatore Thien» disse nella lingua natia del suo interlocutore, con un accento impeccabile. «Spero abbiate gradito il carico che vi abbiamo fornito la scorsa settimana.»
«Decisamente» rispose l’uomo dall’altra parte della linea. «Sapete bene, però, che queste azioni metteranno in moto un meccanismo che non influenzerà solo le nostre nazioni. Ve lo chiederò ancora una volta: siete sicuro?»
Darcia si accigliò appena. «Sicuro quanto lo sono dell’esistenza del Rakuen alla fine di questo mondo. Da tempo queste guerre logoranti non sono altro che uno spreco di risorse. Per approntare un cambiamento che dia una vera svolta, è necessaria un’azione drastica. Solo dalle ceneri il mondo potrà rinascere, come una fenice.»
Seguì un breve silenzio.
«Me lo avete promesso, però, Darcia. Per me e per la mia famiglia. Questo nuovo mondo dovrà essere destinato anche a noi.»
Un sorriso lento si disegnò sulle labbra dell’uomo. «Siete gli eredi di un ordine che io stesso ho creato. Non dovete dubitare della vostra salvezza. Tra un anno esatto, noi e tutti coloro che ne saranno degni entreremo nel vero Rakuen.»
«Tra un anno…» ripeté il senatore a bassa voce, senza lasciar trapelare le sue reali emozioni. «Mi affido a voi, sommo Darcia.»
Come Darcia riagganciò la chiamata, qualcuno bussò alla porta del suo studio.
«Avanti.»
Entrò una donna in camice bianco. Sul volto portava una maschera candida che ne celava le espressioni, ma le mani strette attorno alla cartella tradivano una certa agitazione.
«Sommo Darcia» disse con un lieve inchino. «La fanciulla ha iniziato a cantare.»
Per un istante il silenzio si fece denso.
Darcia rimase immobile, lo sguardo fisso davanti a sé, come se stesse ricalibrando un disegno già tracciato. Poi le sue labbra si incurvarono appena.
«Infine, dunque, ha deciso di richiamarli a sé.»
Le immagini presenti in questa storia sono generate tramite strumenti di intelligenza artificiale e hanno esclusivamente finalità illustrative. Non rappresentano materiale ufficiale e non sono destinate a diffusione o utilizzo al di fuori di questo contesto.