Vai al contenuto principale

← Il quinto petalo

Creato il 12/05/2026, 17:33 · Aggiornato il 15/09/2026, 09:04

Capitolo 6: Cheza's Lullaby

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoCompleta

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Morte
  • Sangue
  • Violenza
Scarica EPUB (capitolo)

Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.

«Io farò conoscere le parole della luna rossa, diventerò il messaggero di Dio creato dal grande creatore.» - Il Libro della Luna Rossa

Gli occhi erano tutti puntati su di lei, sui loro volti un’espressione scettica e alquanto indagatrice. Misha restituiva un sorriso nervoso, sentendo crescere dentro di sé il desiderio di fuggire seduta stante. A interrompere quel silenzio furono le urla entusiaste di Nadia, non appena capì che Misha aveva appena annunciato di essere stata invitata come accompagnatrice di Darcia all’evento che avrebbe organizzato tra un anno.

«Una festa. A casa del signor Darcia. E noi due siamo invitati» disse Hige, scandendo punto per punto ciò che Misha aveva appena comunicato a lui e a Toboe, seduti alla caffetteria.


«Sì, pare che avrà premura di farvi avere tutti i vostri piatti preferiti.»


A Hige iniziò a salire l’acquolina in bocca.


«E tu gli hai detto sì, giusto?»


«Ho detto che ci penserò.»


«Ma sei impazzita!?» risposero in coro la collega, Hige e Toboe, quasi facendola cadere dalla sedia.


«Ma davvero ci tenete così tanto ad andarci? Sarà pieno di ricconi con la puzza sotto il naso.»


«Ma lo hai detto tu, no? Sarà anche pieno di leccornie! E quando ricapita un’occasione del genere? Cibo gratis di altissima qualità… per non parlare delle donzelle in costume» disse Hige, i cui argomenti nella vita sembravano ruotare sempre attorno a cibo e donne.


«Anch’io voglio partecipare!» intervenne Toboe, entusiasta. «Per tutta la vita ho condiviso tutto con gli altri dell’orfanotrofio. Per una volta vorrei fare qualcosa che mi distingua… e poi anch’io voglio mangiare le leccornie gratis!»


Hige congiunse le mani in segno di supplica. «Misha, ti pregooo, digli di sì!»


«E quando ti ricapita un’occasione del genere? Magari avesse invitato me, io non avrei esitato un secondo!» rincarò Nadia, continuando a pulire il bancone.


La ragazza dai capelli corvini sospirò. Sembrava non avere scelta.


«Allora vi iscriverete con me a un corso di ballo classico.»


«Te lo scordi. Io non ballo. Darcia ci ha visto giusto, a me interessa solo il buffet» rispose Hige, storcendo la bocca.


Misha aggrottò la fronte. «O così o gli dico di no.»


A quel punto furono Hige e Toboe a sbuffare, rassegnati.


«Cosa non si fa per un po’ di carne di prima qualità… ma ne varrà la pena, almeno.» concluse Hige.


˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆


Il sole entrò con prepotenza dalla finestra, un raggio diretto a colpire gli occhi di Tsume. Abituato al cielo quasi sempre coperto di Freeze City, non si era ancora adattato al clima più caldo e luminoso di Mine-Ruins Town, il villaggio industriale affacciato sul mare, dove l’aria sapeva costantemente di salsedine e ruggine. Accanto a lui, qualcuno si mosse sotto le coperte.


«Tu… dove stai andando?», mugugnò una voce femminile, impastata dal sonno.


«Lasciami perdere, ho da fare» rispose lui secco, mentre le molle del letto cigolarono sotto il suo peso quando si alzò.


Una mano emerse subito dalle lenzuola e gli afferrò il polso. «Ehi, vedi di non fare il furbo con me. La grana… o ti faccio picchiare dal mio fidanzato.»


Tsume la fulminò con lo sguardo, poi si chinò a raccogliere i pantaloni buttati a terra la sera prima. Recuperò il portafoglio e contò il denaro con cura. Aveva giusto la somma pattuita, e sapeva che dopo quella spesa sarebbe tornato completamente al verde. Lasciò le banconote sul comodino senza una parola. Si rivestì in silenzio, infilò gli stivali e, dirigendosi verso la porta, diede un calcio involontario a una bottiglia vuota che rotolò sul pavimento sporco.


«Ma guarda che letamaio…» borbottò.


«Fatti i cazzi tuoi! Ieri notte non ti sei lamentato, mi pare!» sbraitò la donna, i capelli arruffati e lo sguardo ancora annebbiato dall’alcol.


Tsume non rispose. Aprì la porta e uscì, lasciandosi alle spalle l’odore stantio della stanza e il rumore del mare in lontananza. Una volta sceso in strada, si diresse subito verso la moto. Ormai era tutto ciò che gli rimaneva, ma se non avesse trovato presto un modo per fare altri soldi, lo avrebbe lasciato a piedi anche quella. Si era messo in una situazione decisamente precaria. Quando era a Freeze City, la sua città, il modo di cavarsela lo trovava sempre, ma fuori da lì non c’erano i suoi giri tradizionali e nessuno gli avrebbe mai fatto credito. 


Erano passati sei mesi da quando era fuggito. Di quel giorno convulso aveva appreso soltanto dai telegiornali locali che la polizia aveva fatto una massiccia retata contro una nota banda criminale coinvolta nel racket della droga e della prostituzione, ma il cui capo risultava ancora latitante. Non c'era stata nessuna parola sul rapimento di Misha, nessuna sul fatto che la polizia fosse arrivata solo in seconda battuta, come se avesse atteso il momento giusto, e assolutamente nulla sulla morte di Satoshi. Anzi, per i media ufficiali il boss era persino fuggito. Tsume non aveva dubbi che ad assicurarsi tutta quella segretezza fosse stato quel misterioso uomo ricco che aveva portato via Misha priva di sensi, e sperò solo che non avesse secondi fini oscuri con quella ragazza.


Tsume girò per le strade del paese per un po’, cercando qualche cartello di ricerca del personale, ma in tempi di crisi economica come quelli era davvero difficile trovare qualcosa, soprattutto in un piccolo villaggio. Un tempo Mine-Ruins Town era rinomata in tutta la regione per le sue miniere, da cui derivava il suo stesso nome. Ora le vene estrattive si erano del tutto esaurite e tutto ciò che teneva ancora in piedi l’economia locale era la stazione ferroviaria centrale. Forse tra cinquant’anni di quel luogo sarebbe rimasta solo una totale decadenza e gente che viveva alla giornata, esattamente come lui. In fondo, forse era stato anche per questo motivo che l’aveva scelto come rifugio. 


Alla fine arrestò la corsa della moto davanti al cimitero, situato su un promontorio affacciato direttamente sul mare. In una stagione più mite avrebbe potuto essere persino un posto suggestivo, ma in inverno il terreno appariva secco e duro, e le lapidi spoglie sembravano ancora più grigie sotto il cielo pallido. Sentì allora un impulso improvviso a scendere dal veicolo e a vagare in quella totale desolazione. 


Forse perché, in qualche modo, vi si rispecchiava.


Il vento gli sferzava leggero le guance, quasi a volerlo accarezzare, e almeno lì c’era un po' di silenzio. Si guardò attorno, soffermandosi sui nomi incisi e sulle dediche scolpite nella pietra da persone che avevano vissuto, che erano state amate e che, perfino in un posto decadente come quello, avevano trovato il loro angolo di felicità. Scacciò tuttavia in fretta quei pensieri deboli dalla mente: lui stava bene nella sua solitudine, non si pentiva affatto di essersi staccato dalla famiglia e, a causa dell’unico vero legame che forse stava nascendo a Freeze City, aveva solo attirato guai. 


Andava bene così.


«Certo che è proprio una bella moto!» 


Tsume si voltò di scatto nell'udire quel commento. Lì, dove aveva parcheggiato il suo mezzo, un capannello di uomini lo aveva circondato; uno di loro toccava il manubrio, mentre un altro si era già passato il casco tra le mani.


«Ehi voi, giù le mani dalla mia moto!» urlò con tono aspro, risalendo l’altura a lunghi passi. «Chi vi ha detto che potevate toccarla?»


«Noi tocchiamo quello che ci pare!» rispose uno di loro, mostrando un ghigno sghembo.


«È davvero bella. Quanto vuoi?» domandò un altro.


«Non è in vendita e ora, se non vi dispiace…» cercò di avvicinarsi Tsume, ma i quattro gli si piazzarono immediatamente davanti facendo muro, con fare ostile.


«Ci dispiace invece. Non mi pare che tu sia uno con molta grana, ma questa moto è tenuta davvero bene. Se ce la vendi, puoi tirare avanti ancora un po’. È un’offerta generosa, non credi?» aggiunse un secondo, usando un falso tono di altruismo.


«Non so chi siate, ma della mia vita non sono fatti vostri.» Il suo corpo si irrigidì all'istante e la mano destra scivolò fluida dietro la schiena, pronta a estrarre il coltello. «Toglietevi di mezzo. È il mio ultimo avvertimento.»


Era del tutto evidente che quei criminali non fossero lì per comprare nulla. Uno di loro gli sembrò persino familiare, poiché forse lo aveva già incrociato nella taverna malfamata dove aveva abbordato la squillo; con ogni probabilità lo tenevano d’occhio fin da allora. Anche i quattro estrassero i loro coltelli, ma Tsume non indietreggiò di un millimetro. 


Quello con il sorriso sghembo fu il primo a muoversi, tentando un affondo diretto, sporco e da strada. Tsume lo intercettò d’istinto facendo un mezzo passo di lato, lasciò che la lama nemica gli passasse accanto a vuoto e con un calcio secco lo colpì al fianco, avvertendo sotto la suola dello stivale la forte resistenza delle costole. Non si fermò: ruotò su sé stesso e colpì il secondo aggressore con l’avambraccio in pieno volto, poi cercò di affondare il proprio coltello, ma il terzo delinquente gli afferrò la giacca da dietro, strattonandolo con violenza. Tsume si liberò prontamente con una gomitata all’indietro, centrando qualcosa di molle, forse lo stomaco. Per un brevissimo istante ebbe la netta sensazione che il corpo rispondesse ancora come una volta in quei movimenti rapidi e precisi. Schivò un altro fendente, lasciò che la lama gli graffiasse appena la stoffa della manica e colpì duramente al ginocchio uno dei quattro, facendolo imprecare e cadere su un fianco. 


Il terreno del promontorio, tuttavia, era troppo irregolare, la ghiaia appariva scivolosa e il suo respiro si fece già troppo corto per lo sforzo. Non aveva mangiato quasi nulla il giorno precedente e nemmeno il mattino corrente, e non aveva dormito davvero a causa dei tormenti; la stanchezza fisica gli gravava addosso come piombo. Un pugno improvviso gli arrivò dritto alla tempia, facendogli danzare dolorose scintille davanti agli occhi. Cercò di reagire prontamente, ma un calcio allo stomaco lo colse mentre era ancora pericolosamente sbilanciato, e l’aria gli uscì dai polmoni in un rantolo soffocato. Si piegò in avanti per il dolore, e sentì la lama di uno dei coltelli incidere il fianco; non era un taglio profondo, ma bastò a far bruciare la carne. Il sangue iniziò a colare caldo sotto la giacca di pelle nera. 


Strinse i denti e tentò ancora una volta di reagire. Con uno scatto disperato riuscì a spingere via uno dei quattro, facendolo cadere contro la carrozzeria della moto, ma mentre si voltava un altro lo colpì duramente alle spalle con il manico pesante del coltello. Il colpo gli fece vibrare l'intero cranio e Tsume barcollò vistosamente. Provò a rialzare il braccio armato, ma qualcuno gli afferrò il polso con forza e lo torse senza pietà; il coltello a serramanico gli sfuggì inevitabilmente di mano e cadde tra la ghiaia. Un altro pugno, questa volta diretto al volto, gli fece sentire subito il sapore amaro del sangue in bocca e le sue gambe cedettero di colpo. 


Crollò prima su un ginocchio, poi sull’altro. Tentò ancora tenacemente di rialzarsi, ma un calcio violento al fianco lo fece rotolare di lato sul terreno arido.


«Tutto qui il duro?» rise uno dei delinquenti, sputando a terra.


Lo afferrarono con violenza per i lembi della giacca e lo trascinarono verso il ciglio dell'altura da dove era venuto. Tsume cercò di opporre un'ultima resistenza, ma le braccia non avevano ormai più alcuna forza muscolare. Un ultimo colpo alla testa, secco e impietoso, gli fece diventare la vista del tutto lattiginosa. Lo spinsero giù senza esitare e il suo corpo rotolò lungo la discesa del cimitero, tra la ghiaia e la terra dura, fino a fermarsi bruscamente contro la pietra di una lapide fredda.


Dall’alto del promontorio arrivò un'ultima voce, carica di profondo disprezzo. «È solo quello il tuo posto.»


Poi il rombo familiare e crudele della moto si accese all'improvviso e si allontanò a tutta velocità, lasciandolo da solo nel silenzio.


Con il sangue che gli colava caldo dal fianco e dalla bocca, lottando con tutte le forze rimaste per non perdere del tutto conoscenza, Tsume alzò debolmente un braccio verso l'alto.


«Fermi… maledetti…» mormorò con un filo di voce roca.


Ma il gruppo di delinquenti si era ormai già allontanato lungo la strada. Due di loro erano in sella alla sua moto, che ormai non era più sua, e il suono del motore si fece sempre più distante, fino a dissolversi nel vento. Tsume rimase lì da solo, disteso tra la ghiaia arida e le lapidi spoglie del promontorio. Aveva toccato il fondo della sua esistenza, e forse dopotutto quei teppisti non avevano tutti i torti: quello squallido cimitero era davvero il suo posto. 


"Perché mi è toccata una vita del genere?" si chiese con profonda amarezza.


Le gambe gli tremavano vistosamente, del tutto svuotate di ogni energia muscolare, come se quei criminali con i loro colpi gli avessero strappato via anche l’ultima scintilla di vitalità. Cercò comunque di rimettersi in piedi per non morire lì. Fece un passo, poi un altro, barcollando incerto sul terreno irregolare. Proprio a causa della vista annebbiata non vide una radice sporgere dal terreno secco e duro. Inciampò rovinosamente e cadde in avanti, con il petto che impattò violentemente contro la terra. L’aria gli uscì dai polmoni in un colpo sordo e doloroso. 


Restò immobile nella polvere, stringendo i denti. In quel secondo desiderava soltanto lasciarsi andare e chiudere gli occhi: che senso aveva dopotutto continuare a lottare? 


Poi, nel silenzio ovattato che precede l'incoscienza, gli parve improvvisamente di sentire un suono leggero e cristallino, come il tintinnio di una campanella lontana. Aprì lentamente le palpebre e sollevò appena il mento verso la fonte di quel suono: proprio davanti al suo viso c’era un fiore insolito. La corolla era ancora chiusa, ma sembrava già vibrare di una luce propria e argentea. Era piccolo, discreto, e nessuno l’avrebbe mai notato in quel posto senza guardare con estrema attenzione. Tsume sgranò gli occhi per lo stupore quando, proprio sotto il suo sguardo incredulo, i petali iniziarono a schiudersi lentamente. Un impulso improvviso e bruciante lo attraversò da cima a fondo; allungò la mano tremante sulla ghiaia e sfiorò quei petali luminosi, e nel momento esatto in cui le sue dita li toccarono, una luce accecante lo investì in pieno.

Improvvisamente gli parve di trovarsi ancora in quel luogo, eppure non era affatto lo stesso, e una nenia, un canto lontano ma confortevole si propagava attorno a lui e dentro di lui.


Shailoh Shailoh, yatreet ka...

Shailoh shna... otvit ka...


Era notte, una notte buia e crudele, e il freddo intenso si infilava ovunque. Il villaggio appariva ancora più decadente e prossimo alla rovina totale, bazzicato da lupi ormai senza alcuna speranza. Proprio in mezzo a quel cimitero, un vecchio lupo stava scavando la propria fossa. Le sue zampe affondavano lente nella terra gelata, non con rabbia e nemmeno con disperazione, ma con la cupa rassegnazione di chi sa perfettamente che il proprio momento è arrivato. Presto sarebbe toccato inevitabilmente anche agli altri: il branco si sarebbe spento uno a uno, forse nel giro di pochi anni, forse molto prima. Per loro la ricerca del Rakuen non aveva più alcun senso, e non valeva più la pena inseguire una promessa che non si era mai mostrata ai loro occhi. Si erano arresi del tutto e si facevano bastare il semplice ricordo del profumo dei fiori della luna, proprio come si conserva un sogno ormai sbiadito.


Hahla Hahla... ahlah hah...

Shailoh washnee

fortee ney...


Fino a quel momento anche lui era stato profondamente scettico. L’idea di un luogo di pace eterna, dove i lupi potessero finalmente essere liberi, gli era sembrata poco più di una favola buona per chi aveva un disperato bisogno di illudersi. Ma non poteva in alcun modo accettare di finire allo stesso modo di quei lupi decaduti, consumandosi giorno dopo giorno nell’attesa della morte come se fosse l’unica certezza rimasta. 


Fu allora che la vide.


Shailoh Shailoh, yatreet ka...

Omen nio hah...


In cima al silos della stazione ferroviaria, stagliata nitidamente contro il cielo stellato, si trovava una figura giovane e fiera. Il vento della notte le sollevava il pelo folto, e nei suoi occhi azzurri non c’era alcuna traccia di resa. Anche il suo cammino sembrava essersi momentaneamente arrestato, eppure non aveva mai smesso di guardare avanti. Nonostante la vita le avesse dato ogni singolo motivo per credere il contrario, lei continuava ostinatamente a sperare. 


E fu esattamente in quel momento che qualcosa cambiò per sempre dentro di lui.


Shailoh Shailoh, yatreet ka...

Shailoh shna.. otvit ka...


Se quella creatura poteva ancora credere al destino, allora forse valeva la pena continuare a lottare. Forse il Rakuen non era solo un’illusione per lupi troppo orgogliosi per arrendersi; forse era una meta reale che andava conquistata a tutti i costi, anche contro ogni logica evidenza. 


Non avrebbe scavato la propria fossa. Avrebbe camminato. E per lei, se necessario, avrebbe conquistato il Rakuen.


Hahla Hahla... ahlah hah....

Shailoh washnee

fortee ney...


˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆


Arrivò finalmente la fine del turno. Quel giorno Misha era particolarmente stanca, e non certo per le ore passate al lavoro. Si strinse al petto il solito cappotto bianco dai bottoncini dorati e aprì l’ombrello di plastica trasparente, mentre la tracolla della borsa ondeggiava appena a ogni suo passo. La neve cadeva ormai più fitta rispetto al mattino, ma le strade del centro erano ancora affollate di gente intenta a fare shopping prima del rientro serale. La ragazza sorrise tra sé al pensiero della conversazione avvenuta con il magnate, pensando che forse l’idea di partecipare a un gala non era poi così malvagia come credeva all'inizio. Ora moriva dalla curiosità di sapere quale tipo di vestito Darcia le avrebbe scelto per l'occasione, anche se avrebbe dovuto aspettare un intero anno per scoprirlo.


«Misha!» 


La voce improvvisa di Hige la strappò bruscamente ai suoi pensieri. Il ragazzo correva a grandi passi verso di lei, agitando una mano per farsi notare nella folla.


«Hige? Ma ci siamo visti solo un paio d’ore fa» disse lei, inarcando le sopracciglia per la sorpresa.


Il rosso si fermò davanti a lei e si grattò la nuca con imbarazzo. «Ti dispiace?»


Misha scosse il capo, intenerita da quella presenza. «No. Solo… non me l’aspettavo.»


Senza chiedere alcun permesso, Hige si chinò leggermente per infilare la testa sotto la cupola dell’ombrello, mostrando le punte dei ricci rossi già visibilmente inumidite dalla neve fresca. 


«Io sto andando a prendere l’autobus. Se vuoi, quando salgo ti presto il mio ombrello» gli disse lei, accigliandosi leggermente per quel gesto così intimo e spontaneo.


«Devi proprio tornare a casa subito? Ora che ci siamo incrociati, potrebbe essere una buona occasione per uscire insieme.»


Sul viso di Misha si disegnò immediatamente una risposta silenziosa che non aveva alcun bisogno di essere pronunciata ad alta voce: sfrontato.


«Senti, Hige… io…» tentò di replicare lei, cercando le parole giuste per non ferirlo.


Hige alzò subito una mano per interromperla. «Stavo scherzando.» Poi le rivolse un sorriso genuino e rassicurante. «Lo so che in questo momento non ti senti di uscire con nessuno, non in quel senso. Ma con un amico? Che ne dici? Non puoi continuare a fare solo casa e lavoro.» Si guardò attorno con curiosità, come se stesse cercando un’insegna specifica tra i negozi illuminati della via. «E poi dobbiamo trovare una scuola di ballo per quel giorno, o no?»


Misha rimase un attimo in silenzio, osservando quel ragazzo dalle guance morbide che attendeva la sua risposta con palese entusiasmo sotto i fiocchi di neve. 


«Va bene» disse infine, restituendogli il sorriso. «Mi fa piacere.»


«Evviva!» esclamò Hige ad alta voce, attirando inevitabilmente l’attenzione distratta di qualche passante. Poi, essendo più alto di lei, le prese l’ombrello dalle mani per reggerlo al suo posto e le offrì il braccio.



Il tempo trascorse senza che se ne rendessero conto. I due camminavano lungo una delle vie principali dello shopping, seguendo il navigatore alla ricerca delle scuole di danza nei dintorni, anche se non era affatto facile trovare un corso che rispondesse allo stile del Carnevale veneziano. Tra una chiacchiera e l’altra, Misha non si accorse che il sorriso di Hige si era fatto improvvisamente più malinconico. Lei sorrideva serena, indicava con curiosità vari oggetti nelle vetrine e all’apparenza non mostrava i segni che la traumatica esperienza di sei mesi prima le aveva lasciato. Ma lui lo sentiva chiaramente: era lo stesso identico istinto che lo aveva condotto alla caffetteria la prima volta, lo stesso che lo aveva allarmato quando gli avevano detto che era scomparsa nel nulla. Dentro di lei c’era ancora una profonda ferita, e quella ferita aveva un nome ben preciso: Tsume. Se mai lo avesse trovato in futuro, giurò Hige a sé stesso, lo avrebbe preso a pugni senza esitare.


«Senti, Hige» disse all’improvviso Misha, mantenendo lo sguardo fisso davanti a sé. «Ma a te non sembra di udire una canzone?»


«Mh? Una canzone?» Hige sollevò una mano, tendendo l’orecchio per ascoltare i rumori della via. «Ah, ti riferisci al jingle del negozio di giocattoli? Beh, siamo quasi a Natale.»


Misha socchiuse gli occhi e scosse il capo. Poi afferrò la mano di Hige, che divenne immediatamente rosso per l'imbarazzo, e lo trascinò più avanti, iniziando a correre sotto la neve. 


"Com’è possibile che non la senta? È quasi assordante" pensò tra sé la ragazza. Superarono di corsa diversi isolati e imboccarono alcuni vicoli laterali dove, tra la neve fresca, erano spuntati improvvisamente alcuni fiori della luna luminosi. Non era una canzone fastidiosa e nemmeno inquietante; aveva piuttosto qualcosa di incredibilmente dolce che le faceva quasi venire sonno, eppure era come se stesse annunciando qualcosa di imminente. 


Hige la seguiva perplesso lungo la via, quando un profumo delicato gli raggiunse all'improvviso le narici. Era un odore intenso di fiori, come trovarsi d'un tratto in mezzo a un prato in piena fioritura estiva, e allora la sentì chiaramente anche lui.


Shailoh Shailoh, yatreet ka...

Shailoh shna… otvit ka...


La nenia misteriosa proveniva da una voce lieve e angelica, e sembrava quasi che fosse il fiore stesso a cantare nella penombra. Ora anche lui la percepiva con assoluta chiarezza, e sentiva che quel richiamo li stava conducendo da qualche parte. Il rosso rinsaldò la presa sulla mano di Misha e questa volta fu lui a guidare la corsa tra la folla. Una violenta raffica di vento strappò loro l’ombrello dalle mani, facendolo rotolare via tra la neve, ma non si fermarono.


Hahla Hahla… ahlah hah…

Shailoh washnee

fortee ney…


Le loro narici emettevano piccole nuvolette di condensa a ogni respiro affannato. I vestiti assorbivano i fiocchi di neve, inumidendosi lentamente, mentre il vento gelido sferzava e arrossava loro le guance. Imboccarono decisi la scalinata di pietra che conduceva a una delle terrazze panoramiche della città: non sapevano spiegarsi perché dovessero andarci proprio in quel momento, ma sentivano di doverlo fare a tutti i costi.


Hahla Hahla… ahlah hah…


Una folata di vento più violenta delle altre costrinse i pochi passanti rimasti a coprirsi il volto e ad affrettare il passo verso la valle, poiché il tempo stava cambiando con estrema rapidità. Ma loro due rimasero lì, fermi sulla terrazza. Stretti l’uno accanto all’altra avanzarono tra i fiocchi sempre più fitti, finché di colpo si arrestarono. Davanti a loro, in mezzo alla tempesta di neve, sembrò intravedersi per un brevissimo secondo la sagoma fiera di un grosso cane bianco. 


L'illusione durò solo un istante. Aguzzando lo sguardo, l’immagine animale si dissolse del tutto e al suo posto comparve un ragazzo sui vent’anni, con gli occhi azzurri e abiti casual. La sua espressione appariva incredibilmente seria, ed era immobile, come se li stesse aspettando da molto tempo.


˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆


Si erano sposati da poco, Darcia e Hamona, ed erano felici, giovani e profondamente innamorati. Entrambi di stirpe nobile, avevano trascorso la giovinezza tra agi e tradizioni, in qualche modo schermati dal male che si estendeva oltre il giardino naturale della loro villa, lì dove crescevano anche le persone fiore. 


Hamona era andata contro la propria famiglia, contro le proteste e la gelosia della sorella gemella Jaguara, perché la maledizione della famiglia Darcia avrebbe potuto colpire anche lei. Il nonno di Darcia III, Darcia I, aveva osato sfidare forze più grandi di lui, tentando di aprire in anticipo le porte del Rakuen, e quell’errore si era manifestato in tutti i suoi eredi, conferendo loro un occhio di lupo. Ma la maledizione andava ben oltre un mero tratto estetico. 


Si manifestò dopo la prima notte di nozze. 


Avevano fatto l’amore per la prima volta: lui amante passionale, lei capace di esprimere tutta la sua dolcezza anche nelle carezze che donava al suo amato, mentre i loro corpi si cercavano e si univano. Il profumo dei lunghi capelli dorati di Hamona era per lui un elisir più potente dei fiori della luna. Da quando si erano conosciuti, lei era diventata tutto per lui. Un amore totalizzante, che avrebbe attraversato persino il tempo. Come dichiarazione d’amore, le promise il Paradiso; ma per Hamona il vero luogo felice era semplicemente vivere tutta la sua vita accanto a lui. Mentre le loro mani si stringevano e i loro sguardi si perdevano l’uno nell’altra, credevano che d’ora in poi l’unica cosa a cui avrebbero dovuto pensare fosse costruire una famiglia, nonostante i nobili fossero sempre più in guerra tra loro e il mondo sembrasse ormai prossimo alla rovina. 


«Sommo Darcia, Lady Hamona si è ammalata» disse l’ancella, la fedele Neige, il mattino seguente, un mattino che avrebbe dovuto essere uguale a tutti gli altri. 


Hamona era stata colpita dalla “malattia del Paradiso”, cadendo in uno stato di sospensione. Non morta, ma neppure viva. Da quel momento egli fece di tutto per cercare di ridestarla. Solo sfruttare il potere di Cheza avrebbe potuto offrirle una possibilità. 


Ma non arrivò in tempo.


˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆


Darcia avanzò lungo il corridoio del suo castello. I passi rimbombavano tra le antiche colonne, mentre lui sfiorava con le dita il dorso di un vecchio tomo. Dopo diversi anni di ricerche, la sua famiglia — del nuovo mondo — l’aveva trovato. La lingua in cui era redatto appariva arcaica, ma lui la conosceva perfettamente, come fosse una sorta di seconda lingua madre. Sulla copertina, ancora poco distinguibile, era riportato: Il Libro della Luna.


Il Rakuen aveva riscritto quasi tutto, ma era stato impotente di fronte al potere di certe cose. La sua stessa volontà ne era stata un esempio, così come l’esistenza scritta di quella “bibbia” riguardante la Luna Rossa e i Fiori della Luna. Avrebbe potuto trovarlo chiunque, ma non poteva essere un caso che fosse stato proprio suo nonno a farlo. Un’incredibile ironia della sorte, che aveva tutta l’aria di essere un segno, dato che fu Darcia I a scrivere quello stesso libro. Lui era destinato a ereditare la verità sugli uomini e sui lupi. Era lui il vero Messaggero di Dio, benché al tempo Kiba e quegli altri che lo avevano aiutato avessero ostacolato la sua ascesa.


«Signore, il senatore Thien l’attende al telefono» disse uno dei suoi maggiordomi, rivolgendogli un cortese inchino. «Riguarda quella questione.»


Con uno scatto secco, Darcia chiuse le pagine del tomo. «Bene, grazie. Passa la chiamata nel mio studio.»


Poco dopo, adagiato sulla poltrona di pelle nera, sollevò la cornetta.


«Buongiorno, senatore Thien» disse nella lingua natia del suo interlocutore, con un accento impeccabile. «Spero abbiate gradito il carico che vi abbiamo fornito la scorsa settimana.»


«Decisamente» rispose l’uomo dall’altra parte della linea. «Sapete bene, però, che queste azioni metteranno in moto un meccanismo che non influenzerà solo le nostre nazioni. Ve lo chiederò ancora una volta: siete sicuro?»


Darcia si accigliò appena. «Sicuro quanto lo sono dell’esistenza del Rakuen alla fine di questo mondo. Da tempo queste guerre logoranti non sono altro che uno spreco di risorse. Per approntare un cambiamento che dia una vera svolta, è necessaria un’azione drastica. Solo dalle ceneri il mondo potrà rinascere, come una fenice.»


Seguì un breve silenzio.


«Me lo avete promesso, però, Darcia. Per me e per la mia famiglia. Questo nuovo mondo dovrà essere destinato anche a noi.»


Un sorriso lento si disegnò sulle labbra dell’uomo. «Siete gli eredi di un ordine che io stesso ho creato. Non dovete dubitare della vostra salvezza. Tra un anno esatto, noi e tutti coloro che ne saranno degni entreremo nel vero Rakuen.»


«Tra un anno…» ripeté il senatore a bassa voce, senza lasciar trapelare le sue reali emozioni. «Mi affido a voi, sommo Darcia.»


Non appena Darcia riagganciò la chiamata, qualcuno bussò alla porta del suo studio.


«Avanti.»


Entrò una donna in camice bianco. Sul volto portava una maschera candida che ne celava le espressioni, ma le mani strette attorno alla cartella tradivano una certa agitazione.


«Sommo Darcia» disse con un lieve inchino. «La fanciulla ha iniziato a cantare.»


Per un istante il silenzio si fece denso nell'abitacolo. Darcia rimase immobile, lo sguardo fisso davanti a sé, come se stesse ricalibrando un disegno già tracciato. Poi le sue labbra si incurvarono appena.


«Infine, dunque, ha deciso di richiamarli a sé.»



Le immagini presenti in questa storia sono generate tramite strumenti di intelligenza artificiale e hanno esclusivamente finalità illustrative. Non rappresentano materiale ufficiale e non sono destinate a diffusione o utilizzo al di fuori di questo contesto.

Commenti

I commenti sui singoli passaggi si aprono dal fumetto accanto al testo; qui sotto trovi solo i commenti al capitolo intero.

Caricamento…