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(Wolf's Rain - Battaglia finale https://youtu.be/UxiIRw9Dh2c?is=XpaWEVZEPTSXUUsb )
Era trascorso ormai diverso tempo da quando il gruppo composto da Silva, Toboe, Hige e Misha si era ricongiunto a quello di Blue, Tsume e Kiba.
Il loro cammino procedeva tra mille peripezie, ostacolato da un clima impietoso e dalla costante penuria di viveri.
Probabilmente i soldati si erano messi sulle loro tracce dopo i disordini alla rimessa del robivecchi. Tuttavia, a causa del conflitto in corso, della scarsità di mezzi e del fatto che la compagnia viaggiasse al riparo dei boschi, scovarli non sarebbe stato facile; forse, alla fine, l'esercito avrebbe persino rinunciato a cercarli.
Misha sperava soltanto che l'inevitabile non si compisse prima del completo ripristino delle sue facoltà divine. Mancavano ancora alcune settimane: solo in quel momento avrebbero potuto finalmente localizzare il seme dell'Albero del Principio.
Durante una di quelle notti, la ragazza si era allontanata per concedersi un momento di solitudine. Nel profondo del petto avvertiva ancora la presenza dello spirito di Hamona che pulsava con benevolenza, la stessa energia che tempo prima si era liberata nel cielo come una cometa per tracciare la rotta.
Quella medesima scia, svelata dalla Traghettatrice e accompagnata dal sommesso tintinnio dei fiori della luna, era stata percepita anche dagli altri lupi risvegliati. Erano tutti tasselli di un unico, immenso mosaico.
Eppure, l'intenzione di Misha restava immutata. Sebbene l'aiuto dei compagni si fosse rivelato fondamentale fino a quel momento, il destino esigeva che il suo viaggio diventasse un percorso solitario.
Non poteva permettersi di trascinarli nel baratro, né voleva esporli al pericolo. Preferiva offrire in sacrificio se stessa, consapevole di avere già l'anima compromessa, piuttosto che condannare loro, che avevano pienamente guadagnato il diritto a quell'ultima rinascita.
«Tra poco ti attacco un GPS, se continui a sgattaiolare via così.»
Misha venne ridestata dai propri pensieri quando, sollevando il capo, vide alla sua destra, con le mani nelle tasche della giacca mimetica e i capelli smossi dal vento, il suo amico Hige.
La guardava con aria severa, ma non veramente tale.
«Non posso prendere un po' d'aria fresca senza che la mia guardia del corpo mi segua?» rispose lei, stringendosi le ginocchia al petto e gonfiando le guance.
«Sono stato pagato per questo. Adempirò diligentemente al mio dovere» rispose lui solenne. Poi tirò fuori dalla tasca una mela e sul suo viso apparve un'espressione piagnucolosa. «E poi nessuno me la vuole sbucciare. Neanche Blue.»
Misha buttò fuori un sospiro arrendevole. «Dammela qua.»
«Sììì! Grazie!»
«Non scodinzolare.»
«Non scodinzolo!» Poi fece il broncio e anche lui si sedette. «Non potrei farlo nemmeno volendo, ancora non mi so trasformare come voi. Persino il moccioso ci è riuscito.»
Si sporse rapido verso di lei, con gli occhi sgranati. «Tu come hai fatto? Hai detto una formula magica, hai detto "ora divento un lupo"?»
Misha sollevò lo sguardo, pensandoci un attimo. Poi lo riabbassò, dedicandosi a sbucciare la mela con il coltellino svizzero. «No, è stato... naturale. Quella gente voleva fare del male a Toboe e io stessa ero in pericolo... ma soprattutto ho pensato a lui.»
«Quindi accadrà nel momento in cui vorrò proteggere intensamente qualcuno?»
«Non c'è una regola scritta. Accadrà quando sarà il momento.»
Osservò il suo profilo. Hige stava guardando lo strapiombo di alberi innevati sotto di loro, e lei si soffermò per qualche secondo sui suoi occhi ambrati, gentili e profondi.
«Magari quando Blue sarà in reale pericolo.»
«Eheh! Chi lo sa!» rispose lui, grattandosi la guancia con l'indice sinistro e incassando la testa tra le spalle.
Rimasero in silenzio per qualche secondo. Un silenzio colmato solo dal frusciare delle fronde e dal frutto che veniva sbucciato.
La luna non si vedeva, coperta dalle nuvole.
Hige si voltò, studiando a sua volta il profilo di lei mentre era concentrata, mentre lenti fiocchi di neve cadevano tra di loro.
«Ti ha dato fastidio?»
«Che cosa?»
«Che dopo non esserci visti per diverso tempo mi sia presentato dicendoti che ero tornato con lei.»
Lei ci pensò su e contrasse la bocca. «Beh, io ti avevo lasciato a terra come uno straccetto. Direi che siamo pari.»
«Accidenti... non lo so se siamo veramente pari, eh!» rispose lui con una goccia che gli scendeva dalla tempia e un sorrisetto nervoso.
L'espressione, però, mutò subito quando Misha gli porse la mela sbucciata.
«Ti ho detto di non scodinzolare!»
«Non posso trattenermi!»
Le fermò la mano anziché prendere la mela. «Dividiamocela, mi hai già fatto il favore... l'unica cosa...»
«È che te la tagli a spicchi?»
«Sì, grazie!»
Misha, pazientemente, iniziò a tagliarla e a passargli man mano i pezzi a forma di mezzaluna.
«Sei proprio il mio angelo!» esclamò lui, ridacchiando.
La ragazza inarcò le sopracciglia, colta di sorpresa, e si chiese se lo avesse detto per gioco o perché aveva scoperto la sua vera identità.
«Sai, a tal riguardo, l'altra volta ho fatto uno strano sogno e c'eravate tu e Blue.»
Misha si congelò, neanche le avesse letto nella mente.
«Che sogno?» chiese lei senza guardarlo negli occhi e con le labbra tese.
Hige corrugò la fronte. «Non lo so, era strano... tu avevi gli occhi viola, proprio come quando sei stata curata con quel bracciale magico, e poi eri vestita...»
Si bloccò e divenne improvvisamente rosso come un peperone.
Misha sospirò. Forse quella volta era meglio che mantenesse il suo aspetto umano. E fortunatamente non era neanche la sua forma completa.
«Hige, se mi devi parlare dei tuoi sogni a luci rosse...» disse lei rapidamente.
«Ma ti pare che faccio certi sogni e te lo vengo anche a dire?!» protestò lui, al colmo dell'imbarazzo.
Subito dopo si fece più serio e addolcì lo sguardo**. «No... era come se ci avessi dato la tua benedizione... non so spiegarmelo. Come se qualcosa si fosse liberato in me e non fossi più confuso.»**
Sapeva bene a cosa si stava riferendo il ragazzo, anche se non poteva ammetterlo ad alta voce. Fino a quel momento, finché Blue non modificò il suo desiderio, il percorso di Hige era ancora fondato sull'idea che la sua felicità fosse legata a un'altra persona che non fosse la sua reale anima gemella. Una deviazione di percorso volta a proteggerlo dall'immenso dolore che avrebbe provato altrimenti e a fargli vivere una sorta di Rakuen.
Forse la richiesta più pura che qualcuno possa fare per amore del proprio compagno.
Misha non rispose subito, avvicinò uno spicchio di mela alla bocca e diede un morso.
«Non hai bisogno della mia benedizione per stare con Blue. Spero tu non creda a quella storia dell'incantesimo.»
«Certo che no!» rispose lui. «Ti voglio bene ma, perdonami, non sei mica la mia dea!»
Misha sorrise, rimanendo per qualche momento in silenzio a contemplare l'orizzonte.
«Neanche quando ti ho salvato nella quest contro il drago?» chiese poi, incrociando le braccia al petto e arricciando il naso.
«Neanche!» rispose lui, mimando il gesto. «E poi ti ricordo che mi sono riscattato quando ti ho salvato da quella contro la strega» aggiunse con un sorrisetto beffardo.
Misha incassò la testa tra le spalle. Se n'era dimenticata.
«Comunque, questo per chiederti se potessi fare un'altra magia... come quando ci siamo conosciuti!»
La ragazza sollevò un sopracciglio, leggermente confusa.
«Voglio formulare un altro desiderio, se non ti dispiace.»
«Mi hai preso per un genio della lampada?»
«Perché, non lo sei?» Senza attendere risposta, le prese la testa e iniziò a strofinarle la fronte.
«Ma... Hige!»
Il ragazzo si mise a ridere e cercò di pararsi quando Misha reagì dandogli dei pugni sulla spalla per ciò che aveva appena fatto.
«Sentiamo!» aggiunse poi, con le braccia di nuovo incrociate e le guance gonfie.
«Poter rendere felice Blue» disse Hige, calando appena le palpebre e tornando a guardare il cielo. «È stata così sola, e per cent'anni non ha potuto vivere la sua vita. Poi finalmente è tornata, ma non mi ha trovato al suo fianco... quindi desidero solo essere l'uomo che lei meriterebbe di avere... tutto qui.»
Gli occhi della ragazza si fecero subito lucidi. Percepiva l'amore di Hige verso Blue, poteva leggere limpidamente nel suo cuore, e questo non riuscì a non farla commuovere. Come poteva la loro vita, il loro amore ritrovato, durare solo pochi mesi?
Sollevò il braccio e con il dorso della mano gli accarezzò il viso.
«Incantum magici» disse, in un sussurro soffiato via dal vento.
Hige sorrise e poi mangiò l'ultimo spicchio rimasto.
«Beh, andiamo... non vorrei che Toboe si facesse strane idee!»
Misha lo guardò annoiata. «Le strane idee te le fai da solo.»
Hige rise di nuovo, nervoso. Poi si alzò in piedi e si diede un paio di pacche per togliersi polvere e neve.
Tese infine una mano a Misha per aiutarla ad alzarsi. Lei, però, rimase ancora per qualche istante rannicchiata.
«Se mi hai preso per un genio, manca il terzo desiderio.»
«Hai ragione!» Si batté il pugno sul palmo, per poi portarlo al mento. «Vediamo...»
«Scorte a vita di panini?»
«Non sarebbe male!»
Misha prese fiato, preparandosi a ripetere la "formula magica", ma Hige la sovrastò con le parole.
«Ma ce n'è uno più importante.»
«Quale?»
Hige strinse le labbra e il tono della voce calò di un paio di note. «Non sparire più, Misha.»
La ragazza non osò voltarsi. Una fitta le strinse il petto.
No. Non poteva esaudire anche quel desiderio.

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Quando la lancia fendette l'aria, dritta e inesorabile verso Blue, il tempo sembrò dilatarsi, congelandosi nel momento esatto in cui la punta d'acciaio violò la carne e il sangue schizzò sul pavimento di marmo scuro.
«Nooo!» urlò Hige, fuori di sé dal terrore.
Jaguara contrasse il viso in una smorfia di cupa irritazione. «Dannato vecchio.»
Hige sfoderò gli artigli avventandosi sulla donna, ma la regina si dimostrò più rapida: artigliò una spada abbandonata al suolo. Non era un'arma letale e bilanciata come lo spadone dell'antico mondo, ma sarebbe bastata a tenere a bada gli avversari per il tempo necessario a sbloccare il portale.
«Penserò io a lei!» gli gridò Misha, mentre un turbine di piume candide riprendeva a orbitare furiosamente attorno alla sua figura celeste. «Tu corri da Blue!»
Hige incrociò lo sguardo di Jaguara, che sollevò la lama in segno di sfida, poi scambiò un'occhiata d'intesa con Misha; un secondo dopo si sfilò dal duello, precipitandosi verso la compagna.
«Professore... professore, resti fermo, non si muova!» esclamò Hige, cadendo in ginocchio accanto a Quentin Silva, il cui corpo era già scosso dagli spasmi dell'agonia.
Blue, in preda a uno sconcerto totale, sosteneva il capo dello scienziato, conscia che quell'uomo era comparso dal nulla all'ultimo istante solo per fare scudo alla sua vita col proprio corpo.
«Hige...» mormorò lei, con un filo di voce spezzata dai singhiozzi.
Il ragazzo la strinse a sé con foga, accogliendola contro il petto per cullarla, prima di suggellare quel momento con un bacio disperato sulla guancia e sulle labbra.
Misha sorrise teneramente osservando la coppia, confortata da tutta la luce che i loro cuori emanavano.
Subito dopo si voltò, tornando a fissare Jaguara: aveva capito che cosa la donna avesse intenzione di fare ora.
«S-stai bene, Blue?» chiese Quentin Silva, tossendo sangue e con il volto già cereo, ma mantenendo un lieve sorriso.
Blue fissava l'uomo incredula. «Papà, ma perché l'hai fatto?»
All'uomo sfuggì una risata, ma la contrazione del diaframma gli fece male.
Hige controllò la lancia e scoprì che, se avesse provato a rimuoverla, l'emorragia lo avrebbe stroncato in due minuti. Strinse i denti e abbassò lo sguardo, impotente.
«Ancora con questa storia del papà, Blue?» disse l'uomo a bassa voce, divertito.
Blue si strinse nelle spalle. «Mi scusi, è che lei...»
«Te lo ricordo molto, non è vero?» Chiuse gli occhi e inspirò a fondo. «A questo punto credo sia giunto il momento di dirti la verità sul mio conto. In realtà non ne sapevo niente neanche io fino a qualche mese fa... è stata Misha a spezzare la mia Amnesia del Rakuen.»
Entrambi i ragazzi sgranarono gli occhi, increduli alle loro stesse orecchie.
«Bambino scelto dai lupi, mi ha chiamato» sorrise lui. «Beh, mi fa piacere, considerando che sei sempre stata la mia migliore amica, al punto che ti ho considerata una sorella... Blue.»
Le accarezzò una guancia, cogliendo una lacrima.
«Sì, Blue, il tuo istinto ti sta dicendo il giusto... io sono Russ.»
In quel momento Blue venne investita da un'ondata di ricordi.
Quando era solo una cucciola, nella fattoria degli Yaiden correva felice insieme al suo padroncino e amico. Lui l'aveva trovata nei boschi, sola e smarrita.
Il papà e la mamma sorridevano, contagiati dalla loro stessa gioia.
Erano giorni felici, giorni di sole, e non avevano ancora idea che il loro mondo, nel frattempo, stesse cadendo in rovina.

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«Ma come... come è possibile...?» balbettò Blue, mentre Hige le stringeva le spalle per farle forza.
Silva fu costretto a fermarsi per riprendere fiato. Il sangue continuava a sgorgare e le forze lo stavano abbandonando minuto dopo minuto, ma sapeva che Blue doveva conoscere tutta la verità.
«Accadde la notte in cui i soldati di Jagra ci attaccarono... e la fattoria andò a fuoco.»
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Il fuoco divampava ovunque. La città di Kyros era stata messa a ferro e fuoco dalle truppe di Jagra.
I cacciatori di lupi avevano intercettato un branco da quelle parti ma, conoscendo la loro abilità nel mutare sembianze, avevano iniziato a fare terra bruciata indiscriminatamente nella speranza di costringerli allo scoperto, anticipando la tragedia che anni dopo avrebbe colpito anche Mine-Ruins Town.
In quel giorno fatidico, Quent Yaiden e Blue si erano allontanati per una battuta di caccia, lasciando Russ e sua madre a occuparsi delle faccende domestiche.
L'attacco li colse con la violenza improvvisa di un terremoto.
Russ non riuscì mai a focalizzare l'istante esatto in cui una spaventosa esplosione sventrò la loro abitazione e la stalla. Custodiva solo il ricordo nitido di bestie avvolte dalle fiamme che correvano all'impazzata in preda al panico.
Il trauma alla testa lo aveva stordito, ma conservava ancora un briciolo di lucidità.
Barcollando tra il fumo, col viso rigato di terra e lacrime, si mise alla disperata ricerca della madre... finché non la scorse tra le macerie.
«Mamma... mamma!» gridò il bambino, scuotendola nel disperato tentativo di svegliarla. Per la donna, purtroppo, il filo della vita si era già spezzato.
Attorno a lui, i colpi d'artiglieria continuavano a piovere senza sosta.
Attraverso la cortina fumogena, Russ vide un'ondata scura avanzare rapida. Occhi di brace, zampe massicce e fauci spalancate: un intero branco di lupi. Almeno, così dedusse basandosi sulle illustrazioni dei suoi libri di fiabe. Erano creature straordinariamente simili alla sua amica Blue.
Si scostò per lasciarli passare; gli animali gli sfrecciarono accanto a folle velocità, ignorandolo.
Rimase immobile, quasi sospeso nel tempo, finché non si accorse che un lupo dal manto grigio era rimasto indietro. Era ferito a una zampa, anziano e tremante, e crollò al suolo proprio davanti ai suoi piedi.
«Ehi! Forza, rialzati!» lo spronò il piccolo, provando a sorreggerlo, ma la fiera sembrava aver smarrito ogni briciolo di forza di volontà.
«Consegnalo a noi.»
A quel richiamo, Russ sentì il cuore balzargli in gola. Davanti a lui, stagliato in controluce contro il muro di fuoco, comparve un soldato spaventoso in armatura nera, che stringeva una pesante alabarda tra le dita.
«No! Non osate toccarlo!» urlò il bambino in un folle slancio di coraggio, offrendo il proprio corpo gracile come scudo.
Il militare non mostrò alcuna esitazione: il calcio dell'arma colpì Russ alla tempia con precisione letale.
Il ragazzino perse conoscenza. Non seppe mai quanto tempo rimase svenuto, ma quando riaprì gli occhi l'incendio lo aveva quasi circondato e l'aria era diventata irrespirabile. Nonostante la giovane età, comprese che la morte stava per ghermirlo.
Con la vista offuscata notò che, al posto del vecchio lupo grigio, era rimasta solo una macchia di sangue. Liberò un debole sospiro. Perché quegli uomini provavano un odio così feroce verso creature tanto meravigliose?
«Bambino.»
Russ serrò le palpebre, poi provò a riaprirle a fatica.
«Bambino, qual è il tuo nome?»
Tra le ombre del fumo gli parve di scorgere due possenti zampe dal candore immacolato.
«Russ...» sussurrò appena, esalando un filo di voce.
«Russ, hai protetto uno dei nostri fratelli a prezzo della tua stessa vita. Anche se appartieni alla razza umana, hai guadagnato il diritto alla trasmigrazione.»
«Trasmi... cosa?»
Il grande lupo bianco si recise la carne di una zampa con le zanne.
«Nutriti del mio sangue, fanciullo eletto dai lupi, prima che il buio ti avvolga per sempre. Quando riaprirai gli occhi, rinascerai a nuova vita.»
Pur non afferrando il significato profondo di quel rituale, su un punto Russ non aveva dubbi: non voleva morire tra quelle fiamme. Raccogliendo le ultime energie si trascinò verso l'animale divino, aggrappandosi alla ferita con la disperazione di un neonato che cerca il seno materno.
Quando si staccò, sentì che il suo tempo era scaduto. L'oscurità lo stava ghermendo.
«Non possiamo abbandonarlo in questo inferno» parlò una voce femminile nel silenzio della sua mente.
«Hai ragione» convenne il lupo bianco, afferrandolo per le vesti con i denti per sollevarlo dal suolo.
In quel preciso istante, il rimbombo di uno sparo lacerò l'aria della notte.
E le memorie di Russ si interruppero lì.
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Le lacrime di Blue erano piene, colme di dolore.
Lo sguardo di Russ si fece più lattiginoso.
«Sono rinato in questo mondo, in una famiglia che credeva nel Rakuen e nei lupi, ma a differenza loro, che li consideravano degli strumenti, io in voi ho sempre visto qualcosa di più» sospirò. «Sono felice che, infine, il nostro sogno si sia avverato, Blue... anche se la prova del Monte del Principio non ha avuto pietà per un uomo che per tutta la vita è sempre stato dalla parte sbagliata.»
Fece una breve pausa.
«Sono felice che, infine, io abbia potuto fare qualcosa per te, mia cara amica. Sorella mia.»
«Russ, ti prego, non parlare così! I soccorsi arriveranno presto, non arrenderti» si chinò su di lui, afferrandogli i lembi della giacca. «Non ora che ci siamo ritrovati.»
Russ, in un ultimo sforzo, le accarezzò la testa nello stesso modo in cui lo faceva quando erano ancora quei due cuccioli inconsapevoli.
«Hige.»
Il ragazzo sollevò il mento, anche lui con i lucciconi agli occhi.
«Non sono mai stato molto indulgente nei tuoi confronti, ma col tempo ho capito che gran cuore tu abbia e sono contento che Blue abbia trovato un compagno come te» tossì, e gli uscì un rivolo di sangue dalla bocca. «Ti prego, restale sempre accanto.»
«Certo che lo farò, non c'è bisogno che lo chieda!» rispose prontamente il ragazzo, prendendogli la mano.
Russ spostò di nuovo lo sguardo verso Blue, totalmente affranta, e le sorrise per un'ultima volta. «Ti voglio bene.»
«Anche io te ne voglio, quindi ti...» Le parole le morirono in bocca. «Russ! Russ! Rispondimi, Russ!»
Ma ormai Russ non avrebbe più risposto ad alcun richiamo.
«Nooo!» urlò la lupa. «Russ!!!»
Hige se la strinse di nuovo tra le braccia. Le baciò la testa e serrò gli occhi. Doveva rimanere saldo, per lei. Doveva essere la sua roccia nel momento più straziante della sua vita.
«Sono qui, Blue, sono qui. Non preoccuparti, non sei sola. Non sei sola...»
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«Quindi il mio desiderio non può essere esaudito... Beh, allora non vedo perché il vostro debba esserlo» disse Darcia, al culmine della sopportazione.
Per tutta quella nuova vita aveva progettato e sopportato. I deliri dei genitori, il fanatismo dei suoi accoliti, i fantasmi del passato. Tutto pur di rivedere la sua Hamona... ma sembrava che proprio non ci fosse alcuna possibilità.
Perché allora, se lui non poteva essere felice, altri dovevano esserlo? Non si trattava più di destino o di scelte, ma di principio.
Era stato una vittima fin dalla nascita e non aveva mai preteso niente per sé, se non poter vivere con l'amore della sua vita... ma quegli esseri celestiali gliel'avevano negato nel momento stesso in cui maledirono suo nonno, anni prima che venisse al mondo.
Se quindi era fuori dalla loro grazia, tanto valeva prendersi le cose da solo. Del resto, ormai era diventato un loro pari, non doveva più affidare i suoi sogni e il suo cuore a nessuno.
E fu in questo moto di rabbia e delirio di onniscienza che permise al ciclo di ripetersi. Il suo corpo mutò nella bestia ancora una volta.
Un ruggito profondo artigliò l'aria, erompendo tra le ombre e i riflessi scarlatti.
Kiba, in forma ferina, sgranò gli occhi compiendo un passo indietro nel vedere quella mostruosa mutazione compiersi sotto i suoi occhi.
Darcia sprigionava un'aura di pura potenza, pericolo e viscerale sete di sangue. Sotto i raggi della luna le sue iridi ferine ardevano come bracieri, mentre il labbro superiore vibrava, sollevato in un ringhio.
Il battito cardiaco accelerò di colpo e il tempo parve dilatarsi. Erano davvero ritornati a quel punto cruciale.
Il lupo bianco trasse un profondo respiro, liberando densi sbuffi di condensa dalle narici. Sotto la pelliccia i muscoli si tesero, mentre raccoglieva la concentrazione per attingere a ogni briciolo della sua esperienza di guerriero.
L'impatto fu immediato, brutale e privo di esclusione di colpi.
Darcia vantava una stazza superiore alla sua, forte di un nobile lignaggio di lupi alpha.
Ma anche Kiba era un alpha a pieno titolo, e quel duello non era finalizzato alla conquista di un territorio o al dominio su un branco, bensì alla salvezza stessa di innumerevoli vite innocenti.
Ben presto il candore del suo manto venne macchiato dal rosso del sangue, eppure Kiba riuscì a sferrare diversi attacchi letali.
Nel frattempo, intercettando il movimento con la coda dell'occhio, si accorse che Cheza aveva guadagnato la base dell'Albero del Principio: il segno inequivocabile che la fanciulla era pronta a schiudere nuovamente il varco.
I secondi erano contati. Dovevano abbattere Darcia prima che l'oscurità sigillasse ogni cosa.
In quel momento Blue si interpose a protezione di Tsume, dandogli poi il cambio per contrastare la lupa che ricalcava le sembianze di Misha, sebbene fosse chiaro che si trattasse solo di un simulacro corrotto.
Tsume riguadagnò la prima linea per dargli man forte. Ora, i due fieri lupi si trovavano spalla contro spalla, pronti a sfidare l'avversario supremo.
«Facciamo a gara a chi mette a segno più punti, amico?» propose il lupo grigio al bianco, scoprendo i denti affilati in un sorriso d'intesa.
«Ci sto» replicò l'altro, accettando la sfida.
Darcia infossò la testa tra le spalle, stringendo lo sguardo, e si avventò su di loro. Che i nemici fossero due non faceva alcuna differenza: li avrebbe fatti a pezzi entrambi.
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Quando Cher corse via imboccando il corridoio che l'avrebbe portata all'ala del castello dove tutto si stava compiendo, Hubb rivolse subito l'attenzione verso Silva e Toboe.
Richiamato dal primo, li raggiunse immediatamente per constatare lo stato dell'adolescente. Era grave.
«Credo che il proiettile sia rimasto dentro», spiegò il professore.
«Una squadra medica. Subito!» disse Hubb, estraendo il walkie-talkie dalla tasca.
«Capitano, resti con lui.»
«Dove ha intenzione di andare?!» chiese Hubb, vedendo Silva alzarsi in piedi.
Quest'ultimo lo osservò con un'espressione profonda ed enigmatica: «Vado a onorare il dono che mi è stato fatto.»
«Aspetti...!» ma ormai anche il professore era corso via.
Hubb sospirò: «C'è il miele in quell'angolo del castello.»
Subito dopo tornò serio, vedendo come la macchia di sangue si espandesse dal fianco di Toboe. Strinse i denti, ricordando nitidamente come anche nella vita precedente egli fosse caduto a causa di una ferita simile. La storia quindi si stava per ripetere? Cercò di trattenere le lacrime e di mantenersi lucido.
La luna rossa faceva capolino tra le vetrate, austera e silenziosa. Identica a quella di quella notte.
Strinse i pugni e abbassò la testa, rimanendo in ginocchio.
«Per favore... io ho fede», sussurrò, e alla fine un paio di lacrime caddero sul pavimento.
In quel momento, davanti a lui, alcune piume bianche svolazzarono davanti ai suoi occhi. Si sollevò con aria stupita e poco dopo, guardandosi intorno, si rese conto che gli agenti e le guardie arrestate erano rimasti fermi, immobili. Come congelati tra le pieghe dell'esistenza.
Solo lui e Toboe sembravano esentati da questo prodigio.
Subito dopo, un bagliore viola lo accecò e dovette ripararsi con una mano, finché esso non si affievolì e una creatura alta, dalle candide vesti agitate da correnti invisibili, non si palesò di fronte a lui. Ma questa volta non era Hamona. Era una donna anziana dal sorriso gentile e un fazzoletto sulla testa.
Il suo profumo era delicato e richiamava alla mente dolci ricordi d'infanzia.
«Chi sei?» chiese l'uomo, con il cuore che gli martellava in petto.
«Sono la nonna di Toboe», rispose con semplicità la donna.
«Eh? Sua nonna?»
L'anziana si avvicinò e si chinò su un ginocchio. Il suo sguardo divenne grave.
«Povero piccolo... ancora una volta ti sta toccando questa sorte. Proprio quando ti eri finalmente riunito ai tuoi genitori.»
«Non può fare qualcosa?» chiese Hubb con il volto contratto. «È solo un bambino, non merita questa fine!»
«Hai perfettamente ragione... ed è per questo che sono qui. Del resto, io sono la sua Custode.»
Hubb deglutì. Poi vide che la donna si sfilava dal polso un bracciale ad anelli viola, proprio come quello che aveva visto addosso a Toboe nella vita precedente.
«Mi hanno detto che Misha era stata salvata da un oggetto simile, quando venne ferita anche lei.»
La nonna annuì. «Quello era il bracciale di Toboe, che io recuperai per lui. Lì c'era il cuore di Toboe per me, poi trasmesso a sua madre.»
Prese delicatamente il polso destro del ragazzo e gli infilò il bracciale.
«Questo invece è il mio.»
Toboe fu come scosso da qualcosa, strinse i denti e lentamente iniziò a muovere la testa.
Dalla ferita, Hubb vide che sangue e infezione iniziarono a uscire dal foro, finché qualcosa di luccicante e metallico non emerse. Il proiettile.
Il capitano si accigliò e fissò il profilo della donna, che a sua volta osservava il suo nipotino guarire.
«Se è veramente il tuo protetto, perché anche allora non l'hai salvato? Perché è dovuto morire?»
In risposta, la donna sospirò, dispiaciuta.
«So che sembra inconcepibile», disse con calma. «Devi capire, però, che vita e morte seguono i loro equilibri. Per ogni morte c'è una vita e viceversa. E anche se, purtroppo, non tutti arrivano alla vecchiaia... per malattia, incidente o qualsiasi altro motivo... fa comunque parte dell'esistenza e noi che siamo ascesi non possiamo arrogarci il diritto di fare favoritismi.»
Accarezzò i capelli di Toboe, che lentamente stava riprendendo colore.
Il suo sguardo si fece più intenso. «Ma quando a causare tutte queste morti è invece un'entità esterna, che queste leggi sacre le viola per il proprio tornaconto... allora no, non possiamo voltarci dall'altra parte e questo permette...»
«... che avvenga un miracolo», concluse Hubb per lei.
La nonna annuì.
«Toboe è uno dei quattro eroi», proseguì lei. «Perciò non può rimanere qui in disparte. Anche lui deve lottare fino all'ultimo respiro. Quando riaprirà gli occhi, andate subito da Misha e gli altri. È importante che siate tutti presenti.»
«Perché?» chiese Hubb.
La nonna sorrise e i suoi occhi luminosi fissarono dritti i suoi. «Perché siete le chiavi di questa rinascita e dovete rimanere uniti. Fino all'ultimo istante.»
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Quando Cher si divincolò dalla presa di Hige e arrivò alla sala principale, rimase con il fiato sospeso a vedere i tre lupi combattere.
Nella vita precedente non aveva assistito alla mutazione di Darcia, ma ci arrivò per esclusione, sapendo che gli altri due erano Kiba e Tsume.
Essi non facevano che saltare da una parte all'altra, distruggendo pareti e crepando colonne. Avevano gli occhi iniettati di sangue, il pelo irto e imbrattato. Una scena terribile, che le faceva male dentro.
Poi notò che in fondo, rannicchiata in un angolo sotto un albero spoglio, c'era una figura esile e tremante.
«Cheza!» urlò, cercando di raggiungerla, ma lo scontro le impediva di avvicinarsi.
Un mugolio arrivò dalle sue spalle: lasciati in un angolo, ancora storditi, c'erano i genitori di Darcia. Si chinò su di loro, ma non sembravano feriti.
«Darcia, ti prego, finiscila! Qui ci sono i tuoi genitori!»
Il grosso lupo nero, però, sembrava sordo ai richiami della donna.
Cher tornò in piedi e fece qualche passo avanti. «Amico mio, ti prego. Basta! Non è così che ritroverai Hamona!»
Darcia schivò un attacco di Kiba e Tsume fu a un passo dallo strappargli l'orecchio, ma riuscì a scansare anche lui, per poi contrattaccare con una zampata sul muso che fece guaire dal dolore il lupo grigio.
Tra abbai e ringhi, in quella lotta fratricida tra Creatori, quell'umana era assolutamente impotente.
«Cheza, canta per loro, te ne prego!» provò allora a supplicare la fanciulla fiore, portando le mani a imbuto ai lati della bocca.
Cheza, però, era paralizzata dalla paura e dal dolore. Nessuna melodia poteva uscire dalle sue labbra, schiacciate da tutta quella sofferenza.
Cher chinò il capo e strinse i pugni lungo i fianchi. Come poteva raggiungere il cuore del suo amico?
Un fruscio, misto a un rumore metallico, la fece scansare di riflesso.
Dal corridoio emerse una donna, con una vecchia spada in mano e lo sguardo agguerrito.
«Jaguara?!» esclamò al culmine dello stupore. Anche quella donna era riuscita a rinascere?
Subito dopo sopraggiunse Misha, che a quanto pareva era tornata in sé.
«Pensi che mi prostri davanti a un'entità superiore?» disse Jaguara con tono volutamente provocatorio. «Puoi spargere le tue piume quanto vuoi, angioletto, ma alla fine di questa storia farai la stessa fine dei tuoi amichetti.»
«Vuoi dire che diventerò anch'io un'eroina?» la canzonò Misha con un sorrisetto.
Gli occhi di Jaguara divennero due fessure, non gradendo la battuta, per poi mettersi in posizione, stringendo l'elsa con entrambe le mani.
«Non ho mai capito veramente perché avessi meritato quest'ascensione...» aggiunse la Custode, tornando seria. Poi arrochì la voce: «... e visto che ti sei fatta un giro tra i miei ricordi, dovresti sapere di che cosa sono capace.»
Un attimo dopo, il suo corpo mutò nel grosso lupo siberiano, bianco e nero.
Gli occhi color ghiaccio scintillarono su sclere nere. Le fauci si aprirono, mostrando canini appuntiti e pronti a mordere. Il corpo vibrò in un profondo ringhio.
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Blue e Hige nel frattempo erano rimasti abbracciati, mentre consumavano tutte le loro lacrime.
Il corpo di Russ si stava facendo rapidamente freddo a causa della chiazza rossa che si allargava sul pavimento.
Nelle loro orecchie, le urla e la concitazione riempivano tutto il silenzio.
A un certo punto Blue emise un sibilo di dolore. La sua ferita era ancora aperta e il braccio era immobile.
Senza perdere un secondo, Hige prese il foulard rosso che Russ aveva legato al collo, sotto il suo completo, e glielo premette sulla ferita.
«Torniamo indietro, ti medicheranno. Ce la fai a reggerti in piedi? Altrimenti ti porto io.»
Hige fece per aiutarla ad alzarsi, ma Blue, pur con gentilezza, respinse la sua offerta.
«Hige, hanno bisogno del tuo aiuto», disse, indicando con lo sguardo l'imbocco della sala.
Il ragazzo si accigliò: «Non posso lasciarti da sola.»
«Sì che puoi», rispose prontamente lei. «Sono anch'io una guerriera, so gestire le mie ferite.»
Hige le accarezzò dolcemente una guancia: «Sai che cosa intendo.»
Blue si sporse verso di lui e lo baciò sulle labbra.
«Anni fa mi hai fatto una promessa e io a quella promessa ci credo ancora», abbozzò un sorriso tenero. «So che tornerai da me.»
I ringhi feroci riecheggiarono tra le pareti.
«Vai a riscattare il nostro onore. Questa volta sei nel pieno delle tue potenzialità. L'altra volta Jaguara ti aveva gravemente ferito e hai potuto fare ben poco... ma stavolta andrà diversamente.»
Gli pizzicò la guancia morbida e sorrise divertita, con una bella luce negli occhi: «Io lo so che non sei tutta pelliccia.»
Hige arricciò il naso, come offeso, poi sorrise a trentadue denti: «Allora per quando tornerò voglio un mega super panino!»
«Non preferiresti ti sbucciassi una mela? Misha mi ha insegnato.»
«No, il panino!» protestò lui con voce stridula.
«Sei proprio viziato», sospirò.
Gli prese poi delicatamente il viso tra le mani e posò la fronte contro la sua. Socchiuse gli occhi: «Ma sei il mio viziato.»
Quando risollevò le palpebre e i loro occhi si incrociarono, le loro iridi si illuminarono.
Sopraggiunto così anche Hige, il lupo ambrato si trovò di fronte a due scontri in corso: uno vicino a Cheza e alla grande sfera di vetro, affrontato da Misha e Jaguara, mentre l'altro prendeva tutta la sala e coinvolgeva Kiba e Tsume contro Darcia.
Il primo istinto fu quello di andare in soccorso dell'amica, ma riconobbe che Misha sembrava avere il controllo della situazione. Le due donne si equivalevano.
Darcia, invece, anche da solo teneva testa ai due ragazzi.
Hige sentì il collo bruciargli, come se l'antica e letale ferita volesse riaffiorare proprio in quel momento per scoraggiarlo dallo scegliere proprio quella battaglia. Ma non era solo il proprio onore che doveva rivendicare. Anzi, del suo orgoglio lui non si era mai davvero interessato; ma quello dei suoi amici, che tanto strenuamente stavano lottando... quello non poteva ignorarlo.
Improvvisamente un grido di dolore arrivò da Tsume. Darcia era riuscito ad affondare i canini in un punto delicato della zampa, al punto che il lupo grigio non riuscì a trattenersi.
Hige scattò in avanti.
Fu la volta di Darcia di urlare. Hige gli si era buttato addosso con tutto il peso, lo aveva serrato con gli artigli e aveva affondato le fauci nella sua groppa.
Darcia se lo scrollò di dosso, ma per qualche metro arrancò, con le zampe posteriori che scivolavano, senza riuscire a trovare stabilità.
«Ma come, non ti piacevano i teneri abbracci?» ironizzò il ragazzo, che evidentemente non aveva dimenticato ciò che aveva visto alla festa della vigilia.
Darcia si voltò, con gli occhi fiammeggianti e colmi di sdegno.
L'ambiente stava iniziando a diventare stretto. Lì vicino c'erano anche Misha e Jaguara. La sovrana di Jagra era riuscita a emergere, un essere malefico che persino la morte sembrava aver rifiutato. Misha, in forma di lupo, l'affrontava attaccando e schivando. Diverse volte Jaguara fu a un passo dall'affondare colpi critici, ma i riflessi della lupa la facevano reagire sempre in tempo.
Darcia si scoprì in apprensione per Misha. Tuttavia il pensiero non ebbe nemmeno il tempo di attecchire, perché dovette schivare l'ennesimo attacco di Kiba. Tra tutti e tre, lui era forse il più pericoloso. La sua nemesi.
Rapidamente il lupo nero spostò lo sguardo verso l'alto, verso il varco che era stato aperto per far affacciare la luna, in quel luogo che sarebbe dovuto divenire il punto di origine del nuovo Rakuen. Racimolò di nuovo le forze e con una sequenza di salti, dandosi la spinta tra una colonna e l'altra, salì verso l'alto.
Senza alcuna esitazione, Kiba, Tsume e Hige gli corsero dietro.

Lì, sulla terrazza innevata del castello dei Darcia, stavano ora i quattro lupi.
Il vento alzava la neve, sferzando l'aria e agitando le pellicce. Era a favore dei tre eroi.
«Nessuno di voi... nessuno di voi mi ha mai sconfitto veramente quella notte», disse Darcia, sollevando nuvole di condensa con il fiato.
«Neanche tu ci hai veramente sconfitto, dato che siamo qui, di fronte a te», ribatté Tsume, per poi arricciare il labbro in un ringhio.
Improvvisamente un movimento rapido catturò l'attenzione dei guerrieri e alle spalle di Darcia fece la sua comparsa anche Toboe, in forma ferina. Rispetto agli altri era più piccolo e snello, ma il suo sguardo e le vibrazioni che emanava non erano certo secondi a quelli dei suoi compagni. Il bracciale ad anelli, infilato nella zampa destra, catturava i raggi lunari.
«Toboe...» sussurrò Tsume, stupito di vederlo in piedi e in salute.
Forse, in tutte le sue rinascite, gli era stato veramente padre una sola volta. Ma in quel momento si sentì orgoglioso di suo figlio.
«Anche se sei mio zio, non ti farò alcuno sconto», disse Toboe, mostrando i denti affilati e corrugando la fronte.
«Zio?» rispose Darcia, quasi divertito. «Ma che stai dicendo?»
«Perciò non l'hai ancora capito? Certo che sei proprio uno zuccone!» commentò Hige, sbuffando.
«Misha è tua sorella e Toboe è suo figlio. Possibile che il tuo istinto non te l'abbia mai suggerito, per tutto il tempo che siete rimasti insieme?» aggiunse Tsume, quasi sconcertato.
In quel momento Darcia perse un battito.
Flash veloci, come squarci nella nebbia. Parole, risate, odori. Un bacio su un ventre gravido, un altro su una guancia fredda.
«Forse la sua ossessione per Hamona gli ha fatto dimenticare che non era l'unico a cui era legato», osservò Kiba, ma senza abbassare la guardia.
«Il nostro inconscio - quella parte di noi che è presente ma di cui non sempre ne siamo consapevoli. Fa paura, ma bisogna affrontarla per crescere. Se non lo si dovesse fare, si potrebbe rimanere intrappolati in una gabbia... e finire prima o poi divorati da esso.»
Di chi erano quelle parole? Perché gli faceva così male avvicinarsi a quei ricordi?
«Principessina, se la triste profezia si avverasse, non per questo morirai, ma nel sonno tu cadrai... che la speranza mai ti abbandoni.»
«Basta, non ce la faccio più! Ormai è morta!»
«Darcia, adesso vieni?»
«E trovati un principe»
«Perché? Non sei tu?»
Chi era quella fanciulla dall'ampio vestito azzurro, prezioso come i suoi occhi? A chi apparteneva quel profumo di lavanda, che lo faceva sentire al sicuro?
Lì, tra i campi infiniti di fiori della luna, sotto la benevolenza dell'eterna luna piena d'argento, venerata dai lupi, egli posò la fronte contro quella creatura che aveva i suoi stessi occhi, la stessa pelle, lo stesso colore di capelli.
Nati lo stesso giorno, dallo stesso grembo, ed ora, ella stessa custodiva una vita, che, benché non fosse suo sangue diretto, amava anch'essa con ogni fibra del suo sé... ma il richiamo al raggiungimento di un nuovo mondo aveva prevalso.
«No!» Scosse con forza il capo, come a voler scacciare quel turbinio che lo destabilizzava.
Era solo Hamona la sua ragione di vita. Tutti gli altri non contavano niente.
Gli occhi verdi della fedele Neige apparvero tra le ombre. La sua costante vicinanza in tutti i suoi momenti più dolorosi, riaffiorarono alla mente. Nonostante fosse stata una veggente, lei non era rinata, purtroppo.
Le risate con Cher, una donna affabile ed intelligente, anche lei figlia di quel mondo segreto, ossessionato dalla rinascita, che a differenza degli altri non l'aveva mai guardato con quel fanatismo folle.
La sua presenza l'aveva confortato in quel tempo, come in quello passato.
Pur di fermarlo, l'aveva rovinato ma l'arma era stata a doppio taglio, ripudiata addirittura dalla sua stessa famiglia.
«Darcia! Ti prego Darcia! Torna in te, tu sei più di così!» Provò ancora ad urlare Cher, dal fondo della sala, sperando di raggiungerlo.
«Tu che sei in grado di sentire il suo canto...» sussurrò Cheza «... perché non sei in grado di sentire la voce dei tuoi amici?»
La fanciulla fiore era sinceramente rammaricata per lui.
Purtroppo la mente ossessionata di Darcia, trovò spazio ancora una volta. Quei ricordi che cercavano di imporsi nella sua mente - che il trauma aveva sigillato in una cassaforte astratta - mescolati a quelle parole, causarono l'esito opposto.
Rapidamente, spazzò con le zampe Toboe, che cadde a terra, poi curvò e corse verso Tsume e con una testata lo fece volare via.
Morse al fianco Kiba - che si piegò dal dolore - e poi lo utilizzò come trampolino per saltare addosso ad Hige e travolgerlo con il peso.
Il lupo bianco e quello ambrato rotolarono per qualche metro e quest'ultimo fu sull'orlo di precipitare, se i suoi riflessi non gli avessero permesso di mordere la carne di Darcia per rallentare e piantare meglio le zampe.
Darcia si piegò leggermente sulle sue, non appena Hige si aggrappò a lui. Quel lupo aveva una mole pesante e massiccia e l'adrenalina sembrava averlo reso anche più robusto.
Tsume e Kiba arrivarono qualche istante dopo, per aiutare l'amico a tirarsi su, sulla piattaforma.
Ritrovato l'equilibrio, Hige non allentò la presa, cercando di costringere Darcia a terra.
I due lupi si guardarono con occhi fiammeggianti, in quel gioco di resistenza.
Un tempo Hige gli era grato, per ciò che aveva fatto per la sua amica. Insieme, avevano anche atteso che si risvegliasse, quando venne portata all'ospedale, seduti al fianco e parlando del più e del meno.
Per un piccolo periodo, Hige aveva considerato Darcia suo amico... ma quel tempo era passato.
«Cerchi di fare il coraggioso, ma tanto non sarai mai in grado di proteggere davvero nessuno.» disse Darcia a denti stretti, mentre muoveva qualche passo, per mantenersi stabile. «Senza Tsume e Kiba, tu non sei nessuno. Solo un inetto che non ha saputo percepire la presenza della sua compagna e ha permesso all'altra di buttarsi tra le braccia del suo nemico.»
Hige strinse gli occhi, Darcia aveva appena toccato un suo tasto dolente. Per un attimo, la presa del morso si fece più debole. Ma fu solo un attimo.
Ormai le parole non lo ferivano più.
La vecchia vita gli aveva tolto tutto, ma la nuova si era colmata di ricordi felici, di emozioni intense e di riscatto.
Ricordò le parole di Misha. Lui non era quegli attimi, ma un insieme. E in quell'insieme, aveva fatto tutto il possibile.
Forse non era l'eroe dall'armatura scintillante dei libri di Misha, ma se per la sua Blue ed i suoi amici, lui era considerato tale, allora ci avrebbe creduto con tutto sé stesso.
Spinse con le zampe posteriori ed atterrò Darcia, al quale si spezzò il fiato.
«Non parlarmi con così tanta arroganza, tu che non sei più degno nemmeno del tuo retaggio e che sei stato talmente cieco da non riconoscere nemmeno tua sorella, che è sputata a te.»
Il tono era deciso e profondo, testimoniando la piena maturità acquisita in quel periodo... ma durò poco e l'espressione mutò subito dopo in un sorriso sornione.
«O magari sì, lo hai sempre saputo e ti accanisci particolarmente contro di me, perché mi sono fatto le coccole con la tua adorata sorellina.»
In un impeto di rabbia, Darcia riuscì a scagliarlo via.
Hige volò per qualche metro, rotolando come una palla, finché non si arrestò, con le zampe all'aria, ai piedi di Toboe.
Quest'ultimo si sporse per osservarlo in faccia, con aria severa e annoiata.
«Perché mi fissi così? Ho solo cercato di fargli ricordare Misha.» chiese Hige, innocentemente.
«Tu lo sai che hai un problema serio, vero?»
Non appena Darcia si liberò di Hige, dovette subito reagire, per schivare gli attacchi di Kiba e Tsume.
Nessuno dei quattro, gli stava dando tregua, ma aveva ancora energie da vendere.
Nel frattempo, Jaguara e Misha si erano studiate, girando in tondo. Caute e con i nervi tesi.
I raggi rossi, esaltavano lo sguardo azzurro di Misha ed i biondi capelli di Jaguara.
«Quindi tu sei stata la sorella di Darcia, nell'antico mondo, in una delle tue vite.» disse a un certo punto la donna. «I Darcia hanno tentato di secretare la tua triste fine, sperando che il tempo lo dimenticasse... ma quando volevo ancora proteggere mia sorella, mi sono molto impegnata per studiare la maledizione che incombeva sulla vostra famiglia.»
«Dovresti gioire che ti abbia scartato, su quel letto di morte ci saresti potuta essere te.»
L'angolo della bocca di Jaguara si contrasse in un ghigno. «Io ho una volontà forte, non sarei caduta come te ed Hamona... è colpa vostra se Darcia è impazzito.»
«Tu non sei degna di lui.» rispose secca Misha.
«Invece credo proprio di sì!»
Allargò le braccia in un gesto teatrale e gli occhi si fecero languidi.
«Io lo avrei reso felice e insieme, le nostre nobili casate avrebbero regnato. Eredi di un retaggio potente e tutti ci avrebbero temuto.» sospirò. «Io e lui, bellissimi e terribili, come non mai.»
Misha non rispose subito, rimanendo ferma sul posto a fissarla, severa ed accigliata.
«Tu parli troppo.» disse, alla fine.
Rapidamente, si scagliò contro la donna.
Jaguara fece una mezza rotazione su sé stessa e l'impattare della lama contro gli artigli della lupa sprigionò scintille nell'aria.
Misha corse attorno a lei, per poi buttarsi avanti.
Jaguara conosceva l'imprevedibilità di un animale feroce, perché lei stessa lo era. Prima di essere una sovrana, era una guerriera che aveva portato eserciti alla vittoria e una lupa con le ali, certo non l'avrebbe scoraggiata.
Misha atterrava, si voltava e schivava quegli attacchi di taglio, che puntavano a lei, ogni volta che si trovava di spalle o in una posizione di svantaggio.
Jaguara aspettava studiava ogni singola mossa per cercare di coglierla di sorpresa.
Gli occhi scintillarono, alla vista di un'apertura, ma Jaguara lo notò e si ritrasse subito.
Nel frattempo, attorno a loro, il caos esplodeva.
Misha aveva percepito l'arrivo della nonna nella sala da ballo, e il bruciore al fianco era scomparso. Aveva salvato Toboe e, dopo un po', proprio quest'ultimo li aveva raggiunti e, con poderosi salti, era riuscito a salire fino a raggiungere il gruppo di sfidanti sul tetto.
Non avrebbe potuto essere più orgogliosa di quel ragazzo... ma non poteva permettersi il lusso di distrarsi.
«Smettila di opporti!» sbottò Jaguara, all'ennesimo tentativo di raggiungere Cheza, ma con Misha che le metteva i bastoni tra le ruote.
Il viso era contratto dall'ira.
«Ma non capisci!? Dobbiamo aprire ora il portale o saremo condannati a questo mondo!»
«Non varcherai quella soglia... non raggiungerai mai il Rakuen!» ringhiò Misha.
Sapeva bene quello che doveva fare, ma con Jaguara di mezzo ed il ritorno dei suoi compagni, la questione aveva preso una via inaspettata.
Doveva sconfiggere quella donna ostinata, prima di tutto.
Arrivò anche Hubb Lebowski, che prese per le spalle Cher, affranta perché Darcia non sembrava volerle dare retta.
«È come... è come se avesse chiuso il suo cuore.» sussurrò la scienziata.
«Io non credo che il Rakuen sarà comunque raggiunto, non oggi.» mormorò Blue, affiancandosi alla coppia di umani.
La ferita l'aveva privata delle forze, ma non poteva stare in disparte, nascosta, mentre il suo compagno ed i suoi amici lottavano fino all'ultimo sangue.
Cher si voltò verso di lei, colta di sorpresa.
«Perché lo credi?» balbettò lei, mentre Hubb si accodava con uno sguardo esterrefatto.
«È successa una cosa quando Cheza è stata rapita. Mi ha chiesto di tenerla per me finché non fosse giunto il momento, o finché una certa persona non avesse ricordato... ma ancora non l'ha fatto e a questo punto non credo più alle coincidenze.»
Cher si accigliò. «Cosa vuoi dire...?»
«Non so spiegartelo per certo.» Blue premette di più sulla ferita, che ancora sanguinava. «Cheza è frutto di un esperimento alchemico... giusto?»
Cher annuì.
«Immagino che si ottenga con una specie di "ricetta".»
Hubb corse subito al fianco di Blue per sostenerla e aiutarla a sedersi, nel momento in cui fu colta da un capogiro.
«Possiamo dire così...» Cher stava diventando bianca.
«Ebbene...» sorrise e lo sguardo si fece vacuo, come se stesse ricordando qualcosa. «A lei mancano degli ingredienti... dei semi.»
Il silenzio, venne squarciato dai rumori della lotta.
«Ma allora che senso ha tutto questo, se siamo ugualmente spacciati?» disse Hubb, con voce tremante.
«No, non sarà tutto vano.» disse Blue, accigliata. «Inizialmente, dal mio risveglio, non capivo perché Cheza avesse smesso di cantare e avesse rifiutato Kiba, quando andò a salvarla...» sorrise lievemente «... ma ora, alla luce dei fatti, credo di capire.»
«La formula alchemica richiede un equilibrio perfetto...» disse Cher tra sé e sé, che, nel momento in cui Blue le aveva rivelato questo, il suo sguardo si era fatto quasi vitreo. «Troppa perfezione, poi fa sì che un tassello sbagliato o mancante, dia un risultato imprevedibile... ma nel caso della fanciulla fiore...»
«Cher, resta ai margini, è pericoloso!»
Urlò Hubb, vedendo che la donna, senza pensare a sé stessa, era corsa verso la sfera, lì proprio dove si trovavano a lottare Jaguara e Misha.
Così si sarebbe esposta di più, ma forse da lì Darcia poteva sentirla meglio.
«Darcia, è tutto inutile, metti da parte l'odio, almeno nei nostri ultimi momenti!»
«Blue, che cosa hai capito?» chiese Hubb, accigliato, sostenendo la lupa nera che aveva il respiro leggermente affannato.
«Non ne sono certa... non sono che una mortale... ma credo... credo che Misha non abbia mai avuto veramente il controllo della situazione.»
Hubb perse un battito, incapace di replicare. Gli sembrava che la testa stesse per scoppiargli: tutto quel mondo andava oltre l'umana comprensione.
Lui stesso, del resto, era un'anomalia rispetto alla realtà in cui era cresciuto. Ma se già la rinascita era qualcosa di straordinario, trovarsi intrappolato in una rete di scontri e alleanze tra lupi, angeli e creature malvagie... questo era davvero troppo.
Ma la nonna aveva detto che era una delle chiavi, perciò avrebbe resistito e sarebbe andato fino in fondo, finché non avesse raggiunto l'ultima pagina.
Jaguara vide Cher correre in mezzo. Anche quella donna sembrava molto legata a Darcia, a giudicare da come si affannava a cercare di fargli trovare il lume della ragione.
Era forse stata sua amica?
In base ai ricordi attinti dalla mente della lupa, lei era in compagnia dell'uomo che si era presentato alla festa in quel locale, ed era scappata via insieme a lui.
Anni prima, quando Misha era poco più di una bambina, li aveva incontrati in giro per la città, sempre al fianco.
Misha la colse quasi di sorpresa e per un soffio non venne colpita.
Lo aveva capito, era giunta ad un momento di stallo e il tempo non era dalla sua parte.
Così cambiò strategia.
«Cheeeer!» urlò Hubb, terrorizzato.
In quel momento Jaguara scattò in avanti con una velocità tale che i capelli e il mantello le si agitarono al vento.
La cacciatrice aveva individuato una nuova preda e levò alta la sua spada.
Il vento fischiava ed ululava, mentre la temperatura si abbassava grado, dopo grado.
I cinque lupi erano stanchi e feriti. Gocce di sangue macchiavano la candida neve.
Toboe tremò leggermente sulle sue zampe, ma non crollò.
Kiba e Tsume sostenevano lo sguardo di Darcia, seppur anche loro erano incerti.
Hige aveva la lingua di fuori e stringeva gli occhi, cercando di racimolare le forze.
Il grande lupo, nero come la notte, si ergeva ancora al centro di quel cerchio. Sostenuto da una ferocia antica, le piume nere che gli apparivano attorno erano la conferma che i quattro eroi non si trovavano davanti a un semplice uomo mutato in bestia, né a un normale lupo.
«Sei solo un mostro.» ringhiò Kiba.
Poi mosse qualche passo avanti, finché alla fine non prese la rincorsa e gli fu addosso.
Ingaggiarono una nuove lotta ed i ringhi e gli abbai si dispersero nell'aria.
Sollevando nuvole di neve, i due si rincorsero, girando in tondo, per poi scontrarsi di nuovo.
Il candore venne di nuovo macchiato dal rosso.
Non era più la forza a tenerli in piedi.
«Ormai è chiaro che questa lotta la stai portando avanti solo per te stesso.» disse Kiba con il fiatone. «Altrimenti avresti ascoltato la supplica di chi ti vuole ancora bene.»
Daria non rispose e scattò in avanti.
Nella colluttazione, si sollevarono in piedi, mentre l'uno cercava di mordere l'altro.
Gli altri tre rimasero immobili, osservando quei due maschi alpha in quello che in un'altra vita e in un altro luogo, sarebbe stato solo un confronto tra pari, dettato dalla loro natura ferina.
A un certo punto, Kiba riuscì a respingerlo e nell'apertura, ricadendo in avanti, allungo la zampa e gli lacerò di netto un fianco.
Il guaito si spezzò nel petto di Darcia quando anche lui ricadde a terra, ma l'adrenalina lo spinse a ignorare la ferita e a caricare l'avversario come un ariete.
Kiba emise anche lui un guaito, non appena Darcia lo colpì con una zampata al muso.
Quest'ultimo, inoltre, approfittò del suo stordimento per saltargli addosso con tutto il suo peso.
«Sei finito, campione della fanciulla.» disse rapidamente, per poi affondare le zanne.
«Kiba, no!» urlò Hige.
Ma proprio un attimo prima che il gesto letale potesse essere portato a compimento, qualcosa lo attraversò e lo bloccò.
Qualcosa d'inopinato era appena accaduto. Era come se una lama l'avesse trafitto in un punto vitale ed il dolore lancinante si propagasse in tutto il corpo.
Si guardò lo stomaco ma si rese conto di non aver subito nulla del genere.
Barcollò indietro, finché le zampe posteriori non cedettero e dovette sedersi a terra con un tonfo.
Dei gemiti di dolore si propagarono attorno a lui, subito dopo.
Si voltò a guardare gli avversari.
Toboe era riverso su un fianco, con il fiato corto.
Kiba non trovava la forza di rialzarsi, neppure adesso che l'altro si era scansato.
Anche Tsume era chino, devastato da forti tremori nel tentativo di non crollare del tutto.
Hige, gli occhi paonazzi, respirava con un affanno tale da sembrare incapace di trattenere l'aria; a ogni esalazione, dalla sua gola uscivano solo lunghi sibili.
«Ma che cosa...?» anche lui aveva difficoltà a respirare
«Mamma...» sussurrò Toboe, che cercava di risollevare il capo.
Darcia si trascinò fino al bordo dell'apertura e guardando di sotto, il suo sguardo si sgranò: Misha era stata trafitta, nell'intento di proteggere Cher.
«Misha!!!»
Non seppe nemmeno lui da dove gli uscisse quel grido così acuto e disperato.
Sentendosi richiamata, la ragazza tornò in forma umana e sollevò il capo. Incrociando lo sguardo di Darcia - anche lui di nuovo uomo, con i lunghi capelli scossi dal vento e gli occhi lucidi - gli sorrise dolcemente, mentre un filo di sangue le colava dall'angolo della bocca.
Anche Blue, Hubb e Cher erano provati, come loro.
«Perché... perché sento il suo dolore?» si chiese ad alta voce, totalmente smarrito.
«Cheza lo definì il "legame dei cuori"» disse Tsume, ancora paralizzato.
«Si... si tratta dall'istinto del branco?»**
Tsume scosse il capo. «È più potente... è ciò che ci tiene legati. Credo che sia qualcosa di misterioso e antico... ma una cosa la so.» Cercò lo sguardo di Darcia e intensificò il suo. «Tu non staresti soffrendo in questo momento, esattamente come noi, se non amassi tua sorella.»
Un'altra ondata di ricordi travolse Darcia: un flusso inarrestabile che questa volta prese il sopravvento, stabilendosi nella sua memoria.
La consapevolezza che Misha fosse - o fosse stata - sua sorella di sangue in altre esistenze divenne gradualmente un pensiero doloroso, eppure accettabile.
Si rese conto solo ora del genuino piacere di quando la ragazza gli portava la colazione in ufficio, o di quando era lui a riuscire a passare direttamente in caffetteria.
Un sorriso spontaneo gli illuminò il volto al ricordo della riffa natalizia, lasciando poi spazio alla commozione nel rammentare quella merenda da lui, dove Misha gli aveva dimostrato comprensione e vicinanza per il suo lutto.
Quei momenti erano autentici, del tutto slegati dalle sue reali intenzioni.
Quando Jaguara aveva puntato Cher, Misha non aveva esitato un solo istante a fare scudo con il proprio corpo. Era stato un gesto del tutto spontaneo.
Jaguara sorrise con sguardo trionfante: era finalmente riuscita a sbarazzarsi di quella spina nel fianco. Sapeva che la ragazza ci sarebbe cascata con tutte le scarpe.
Dopotutto, era nella sua natura di Custode, e lei aveva sfruttato quella debolezza a proprio vantaggio.
Sguainò la spada e, approfittando del campo libero, si avventò su Cheza afferrandola per un braccio.
La lama, ancora calda del sangue della lupa, recise la carne della fanciulla, che lanciò un grido di dolore.
«Cheza!» Kiba, rinnovato di nuova energia, scattò e si gettò di sotto, saltando tra le colonne, fino a puntare Jaguara, che ancora la teneva.
Jaguara scagliò lontano Cheza, che franò addosso a Misha, rimasta in ginocchio con l'ampia gonna aperta come la corolla di un fiore. Poi, con un fendente ampio e circolare, la donna intercettò il lupo a mezz'aria, squarciandogli il fianco.
Kiba, deviato dalla traiettoria, cadde rovinosamente sul fianco lasciando una scia di sangue sul marmo scuro e freddo, fino a fermarsi ai piedi del mosaico.
Provò a rimettersi in piedi, ma gli arti del lato destro erano ormai insensibili e paralizzati.
Proprio in quell'istante, il campanile del castello fece risuonare gli ultimi rintocchi della mezzanotte.
«Appena in tempo» mormorò Jaguara, esalando un sospiro di sollievo.
Sollevò il mento e allargò le braccia. «E ora il ciclo si ripeterà, proprio com'è accaduto ancora e ancora, in tutti i mondi prima di questo.»
«Io li ho visti quei mondi, Jaguara. E ogni volta la belva o il cataclisma che minacciava di congelare la terra e spalancare le porte dell'inferno è sempre stato sconfitto» ribatté Misha a denti stretti**. «Tu non sei che l'ennesimo mostro destinato a essere spazzato via dalla ribellione.»**
«Silenzio, cagna!»
Jaguara sollevò di nuovo la spada, ma questa volta fu Cher a fare scudo con il proprio corpo, aprendo le braccia per proteggere Misha e Cheza.
Alla sovrana di Jagra, però, non importava nulla: abbassò l'arma senza un briciolo di pietà.
Ma un istante prima dell'impatto, una presenza opprimente, un turbine di piume nere e occhi gialli colmi di furia, si abbatté su di lei, immobilizzandola.
«Non osare toccarle» tuonò una voce austera e spaventosa. Il monito di una creatura celestiale che si scagliava contro una misera umana dal cuore corrotto.
Primo rintocco. ˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆
Cheza e Misha si guardavano negli occhi, mentre il loro sangue si mescolava, i respiri fusi in un unico affanno.
«Prima che tutto si compia, lei vuole scusarsi. Se non fosse stato per la sua disobbedienza, Jaguara non sarebbe mai arrivata qui.»
Misha posò la fronte contro la sua, accarezzandole delicatamente la nuca.
«Ti chiedo scusa io, per averti definita un'hanabito artificiale. Tu lo sei in tutto e per tutto. Sono io, invece, ad aver permesso all'oscurità di entrarmi nel cuore.»
Una lacrima le rigò il viso. «E ora è quella donna a spalancare il portale.»
Secondo rintocco. ˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆
Cheza le sfiorò le guance, con un sorriso lieve. «Jaguara non sta aprendo alcun portale per un Rakuen egoistico.»
Il sangue rosso e verde, scorrendo dai loro corpi, iniziò a tracciare un percorso preciso, quasi avesse una volontà propria.
Raggiunse così le radici dell'Albero del Principio, che cominciò ad abbeverarsene.
Terzo rintocco. ˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆
Il Libro della Luna Rossa, esposto su un piedistallo della sala da ballo, iniziò a sfogliarsi da solo, mosso da un'improvvisa e invisibile corrente d'aria.
I poliziotti e gli ospiti che stavano per essere ammanettati si destarono dal loro torpore, rimanendo paralizzati in preda a un profondo timore reverenziale verso quel tomo.
«Sta accadendo» sussurrò il senatore Thien.
In ogni angolo del pianeta, i fiori della luna che avevano invaso strade, case e monumenti iniziarono a emettere un lieve tintinnio.
Le masse che stavano assediando i palazzi del potere per punire i presunti cospiratori della fine del mondo, spinte da un impulso primordiale, intensificarono il loro tumulto. Presero a urlare, a percuotere tamburi e a scagliare oggetti verso il cielo.
Quel fenomeno mistico non era circoscritto all'ala del castello dei Darcia, ma stava investendo la terra intera.
Quarto rintocco. ˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆
Nel frattempo anche Tsume, Toboe e Hige erano scesi nella sala.
Blue andò incontro a Hige, che la sorresse stringendola forte a sé.
Tsume si diresse subito verso Kiba per accertarsi delle sue condizioni, mentre Toboe corse al fianco di Misha e Cheza.
Con orrore, il giovane lupo vide che lo splendido vestito azzurro della madre si stava macchiando di scuro per via di tutto il sangue che lei stava perdendo.
Hubb afferrò Cher al volo, trascinandola via per metterla al sicuro.
Quinto rintocco. ˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆
All'improvviso, i raggi lunari si concentrarono in una direzione precisa.
L'Albero del Principio tornò a risplendere e davanti a esso, come una ferita nel tessuto della realtà, si spalancò un varco.
Disarmata, Jaguara si trovava ora prigioniera tra le braccia di Darcia; lui non la stringeva per affetto, ma solo perché era sul punto di sgozzarla.
La donna gli accarezzò la guancia.
Darcia ritrasse il volto con un gesto secco.
«Amore mio, ce l'abbiamo fatta. Sono riuscita ad aprire il Rakuen che ci ha invocati per ere.»
«Tu non hai aperto alcun Rakuen, malvagia sovrana di Jagra» la voce di Cheza risuonò cristallina, raggiungendo tutti i presenti.
La fanciulla del fiore si alzò in piedi. Nonostante il braccio continuasse a sanguinare, Jaguara colse immediatamente un'anomalia: man mano che le gocce cadevano al suolo, quel fluido linfa stava mutando in un profondo rosso umano.
Persino le venature scure dell'appassimento stavano cambiando colore, ritirandosi dalla sua pelle.
«Lei... è vero... non è altro che un esperimento di laboratorio. Non una vera figlia del Signore della Notte.» Deglutì a fatica, prendendosi un momento per ritrovare il fiato. «Ma si riconosce in lei un'hanabito, e sia i Creatori sia i Custodi l'hanno sempre considerata tale... Come antica alleata dei lupi, ha fatto la sua parte.»
«Che cosa ti sta succedendo? Perché i tuoi occhi sono cambiati!?» Il panico accelerò di colpo i battiti di Jaguara.
Darcia fissava incredulo Cheza. Le sclere nere della fanciulla stavano svanendo e le sue pupille stavano prendendo calore, come se avesse finalmente ottenuto il dono della vista.
«Con la sola forza di volontà, lei ha custodito per cento anni quel fragile equilibrio che rischiava di spezzarsi, al solo scopo di giungere a questo momento» continuò Cheza, parlando di se stessa.
Misha corrugò la fronte, ferita. «Perché non me lo hai detto prima?»
La fanciulla del fiore le tese un sorriso e si chinò per accarezzarle il viso. «Lei sta solo mantenendo fede a una promessa. Lo ha fatto anche per proteggerti.»
Misha chinò il capo, stringendo i denti e i pugni. No, non poteva accettarlo.
In quell'istante, il portale si spalancò.
Lo scorrere furioso delle pagine del libro si arrestò di colpo su fogli bianchi. Stavolta, però, a uscirne non furono i fiori della luna, ma macchie d'ombra nere come la pece e mani disperate che imploravano aiuto; anime dannate, ormai impossibili da trarre in salvo.
L'intero castello dei Darcia fu scosso da un terremoto.
«Che sta succedendo!?» gridò Hubb, puntando i piedi nel tentativo disperato di fare scudo a Cher e sottrarla a quel risucchio improvviso.
Hige e Blue si rannicchiarono l'uno contro l'altra, stringendosi con tutte le forze.
Tsume, in forma di lupo, si piazzò sopra il corpo di Kiba, lottando contro il vento per fare da scudo a entrambi.
Misha tese un braccio per proteggere Toboe, che le si era rifugiato alle spalle nascondendo il volto contro la sua spalla.
Al centro del tumulto, Darcia e Jaguara ignoravano la tempesta, con gli sguardi inchiodati su Cheza. La fanciulla era l'unica a non subire la forza di quella gravità anomala.
Il suo sguardo vitreo era fisso su di loro, immobile e severo.
«La sovrana di Jagra ha appena compiuto un sacrilegio: ha tentato di aprire il portale dei desideri usando il sangue di un'hanabito impura.»
«Impura?» sibilò Darcia. Un'intuizione improvvisa iniziò a farsi strada nei suoi pensieri.
«Darcia I diede vita a nuovi hanabito ibridando il DNA umano con l'essenza dei fiori della luna, nel tentativo di ricrearli» spiegò Cheza. «Ma per riuscirci è necessario un equilibrio perfetto. Senza di esso, le persone fiore sono destinate ad appassire... oppure a trasformarsi in umani.»
Accennò un lieve sorriso.
«A lei mancano dei semi. La sua parte umana sta prendendo il sopravvento.»
Sesto rintocco. ˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆
La forza del risucchio aumentò d'intensità.
Era qualcosa di completamente diverso dal solito: non una transizione che conduceva alla rinascita, bensì la fauce spalancata di una creatura che inghiottiva ogni cosa, persino la luce.
E quel vuoto esigeva Jaguara.
La regina si aggrappò disperatamente a Darcia con tutte le sue forze, mentre quella spaventosa forza gravitazionale cercava di strapparle l'anima.
Darcia lottò per scuotersela di dosso, ma la donna, accecata dal terrore e dalla rabbia, gli conficcò le unghie nella carne viva, proprio dove Kiba lo aveva squarciato.
L'uomo tossì, sputando sangue.
«Tu verrai con me, mio amato! Bruceremo insieme nelle fiamme dell'inferno!»
«Lascia stare mio fratello!» ringhiò Misha. Con uno scatto furioso, ignorando le proprie ferite, si avventò sulla rivale e le lacerò il viso con gli artigli.
«Come hai osato... il mio volto, il mio bellissimo volto!» Jaguara si portò le mani al viso per coprire lo sfregio e, nel farlo, mollò la presa.
Insieme, i due fratelli la sollevarono di peso, scagliandola in quell'abisso di dannazione dove avrebbe scontato l'eternità.
Misha crollò sulle ginocchia, ma Darcia fu pronto a sorreggerla, anche se il suo stesso volto si stava facendo livido e vitreo: la ferita inflitta da Kiba non gli avrebbe lasciato scampo.
Si guardarono negli occhi, incapaci di credere a quel momento, mentre la consapevolezza di essersi finalmente ritrovati fioriva nei loro cuori.
Darcia poggiò la fronte contro quella della sorella. Le accolse il viso tra le mani e serrò la mascella, cedendo a un pianto liberatorio e colmo di commozione.
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Sotto lo sguardo della luna d'argento, tra gli alti steli dei fiori di luce, i due lupi gemelli stavano seduti l'una accanto all'altro.
Il loro ululato si levava come un canto verso quell'astro benevolo, con il cuore finalmente in pace.

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«Mamma!» esclamò Toboe, accennando un passo per andarle incontro.
«Non ti avvicinare!» lo ammonì lei, facendo mutare i propri occhi per imporre la gerarchia del branco.
Toboe si bloccò, irrigidito, incapace di capire sul momento; poi il labbro inferiore prese a tremargli non appena quel sorriso dolce e malinconico si tese sul volto di Misha.
Il portale era ancora spalancato: un'altra anima, ormai priva di qualsiasi speranza di redenzione, stava per essere reclamata dal vuoto.
«No! Darcia!» gridò Cher nel disperato tentativo di raggiungerlo, ma Hubb la trattenne a sé con forza.
«Grazie per essermi stata amica, Cher» mormorò Darcia, cercandola con uno sguardo carico di sincero affetto.
«Non hai fatto altro che amare. Per tutto questo tempo» rispose Cher, accecata dalle lacrime**. «Ho sperato con tutto il cuore che il Rakuen ti restituisse ad Hamona.»**
«Non è andata così... ma va bene» accennò lui, con un debole sorriso. «E chissà, forse alla fine ho rapito anche te solo per concedere a te e al capitano una seconda occasione.»
Hubb e Cher lo fissarono, ammutoliti, lasciando che solo la profonda gratitudine dei loro sguardi parlasse per loro.
Mentre l'energia vitale abbandonava quel corpo stremato, il vortice infernale intensificò la sua trazione su di lui.
«Vivi la tua vita, Cher... ordinalo a te stessa insieme a chi ami» sussurrò Darcia, allargando il congedo agli altri. «Vale per ognuno di voi.»
Misha strinse ancora di più le braccia attorno alle spalle del fratello; i suoi occhi brillarono di una luce viola e candide piume presero a fluttuare nell'aria.
«Misha, lascialo!» ruggì Tsume, sopraffatto dalla disperazione, precipitandosi al fianco di Toboe.
«Mamma, ti prego, lascialo andare!»
Misha si voltò verso di loro, il viso rigato dal pianto. «Vi amo. Vi amo tutti, e spero che la vostra sia una vita lunga e felice.» Sostò sui loro volti uno a uno, imprimendosi nel cuore ogni singolo istante vissuto insieme.
Infine, tornò a guardare Darcia.
«Ma amo anche te» confessò, con un filo di voce. «Sei il mio sangue... e io non permetterò che il mio fratellino sprofondi da solo nell'oscurità.»
«Misha...»
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«Misha, una storia! Una storia!» chiese Darcia, saltando sul letto.
«Ancora? Non è ora di dormire?» rispose lei, con una mezza risata.
Il bambino si rabbuiò e si strinse le gambe al petto. «Ma io ho paura del buio... E se mi addormento e arrivano i mostri? La strega che vuole mangiarmi?»
Misha gli accarezzò la testa con dolcezza. «Allora ti basterà chiamarmi, e io verrò.»

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I suoi occhi si posarono su quel vestito che lui le aveva fatto confezionare appositamente.
Che amara ironia del destino.
«In tutte le mie vite ho sempre sognato di ritrovare i miei grandi amori, e tra loro c'eri anche tu.» Misha guardò Toboe e trattenne un sospiro. «Ora mio figlio è diventato forte e, accanto a suo padre, camminerà verso la sua vita adulta.»
Poi focalizzò di nuovo la sua attenzione sul fratello.
«Ma tu... anche se hai macchiato la tua anima, non potrò mai smettere di volerti bene. Dopotutto, anch'io porto le mie colpe.» Trasse un respiro profondo, lottando contro la gravità del vortice per guadagnare ancora qualche istante. «Ormai mi è chiaro. Questa rinascita è stata la nostra occasione: un'ultima grazia per andarcene insieme.»
«Cheza, fa' qualcosa! Ti prego, tu puoi salvarla!» urlò Toboe, aggrappandosi disperatamente alle sue vesti.
La fanciulla del fiore gli rivolse uno sguardo enigmatico, per poi scuotere lentamente il capo.
«Misha... non puoi farlo... abbiamo ancora così tante avventure da vivere nel nostro GDR» intervenne Hige con la gola secca, mentre le lacrime cominciavano a scendere**. «E poi... chi ci farà da damigella d'onore? Non vorresti aiutare Blue per il suo giorno più importante?»** tentò, accennando un sorriso amaro.
«Non andare in un posto dove non posso raggiungerti» mormorò Tsume, la voce incrinata dal dolore.
«Mi dispiace... ma devo farlo» rispose lei stringendo i denti, senza trovare il coraggio di voltarsi e nascondendo il viso contro il petto di Darcia. «Quando l'abisso mi avrà presa, la luce pura che custodisco dentro di me, purificherà ogni corruzione. Voi non avrete memoria né di me né di Darcia... e finalmente sarete liberi di trovare il vostro Rakuen.»
«Non esisterà mai alcun Rakuen senza di te!» gridò Tsume con tutto il fiato che aveva in corpo, mentre il pianto gli rigava la pelle.
Misha tremò violentemente, eppure non allentò la presa sul corpo del fratello.
«Misha!»
La voragine nera, vibrando di un'energia spaventosa, ruggì rabbiosa per spezzare la resistenza dei due gemelli. Il tempo era scaduto.
«Grazie» sussurrò Darcia con la sua voce profonda, accarezzandole dolcemente i capelli.
Misha alzò gli occhi e vide che il fratello stava piangendo, eppure sul suo volto c'era un sorriso sereno.
«Grazie per avermi fatto da sorella anche in questo viaggio.»
In quel momento, ogni ricordo condiviso riaffiorò limpido nella mente di Darcia: la complicità, i sorrisi puri, la certezza assoluta di essere compreso. Capì che non era stata la brama del suo sangue a spingerlo a cercarla per tutto quel tempo, ma un legame molto più profondo.
«Ecco perché in te ho sempre visto i tratti di Hamona.»
Misha gli accarezzò la guancia. «Lo spirito della tua amata è sempre rimasto vivo dentro di me, e il tuo cuore lo ha riconosciuto subito. Quella cometa portava anche il suo amore... e avendola conosciuta, ti giuro che non ha mai smesso di amarti.»
«L'hai vista davvero? Era splendida, vero?» domandò lui, trovando un improvviso sollievo.
«Sì. E sta bene.»
Darcia chinò il capo. «Questo mi è sufficiente.»
All'improvviso, l'uomo la afferrò per le spalle, raccogliendo l'ultimo briciolo di energia rimasto nel suo corpo ferito.
«E a me basta sapere che mia sorella non ha mai smesso di credere in me... Non ti permetterò di subire il mio stesso destino.»
«No, ti prego, lasciami!»
Misha tentò di opporsi, ma la determinazione di Darcia era sorretta da una forza d'animo incrollabile.
«Io appartengo all'oscurità e alle ombre farò ritorno. Ma tu sei una creatura di luce, e non ti lascerò sacrificare per un dannato.»
Con un ruggito primordiale e un ultimo sforzo disperato, Darcia la scagliò lontano dal baratro, dritta verso Tsume, che la afferrò al volo stringendola a sé.
«Darcia! No! Torna indietro!»
La ragazza cercò di divincolarsi, ma le braccia di Tsume la trattennero con fermezza.
Darcia le rivolse un ultimo, dolcissimo sorriso.
«Ho commesso il peggiore dei peccati che un uomo possa commettere: non sono stato felice. Che le bende dell'oblio mi sommergano, ma senza macchia.»
Il portale iniziò a chiudersi, inghiottendolo.
«Ascolta il mio ultimo desiderio, sorella: vivi la tua vita... e dimenticami.»
Prima che la realtà si sigillasse definitivamente sopra di lui, l'ultima immagine che si impresse negli occhi di Misha fu lo sguardo di suo fratello: in un ultimo, definitivo battito di ciglia, le sue iridi maledette erano tornate a essere di uno splendido, limpidissimo azzurro.
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Antico Mondo.
Era una notte serena, la notte che precedeva il matrimonio tra il principe Darcia e la principessa Hamona.
Il vento soffiava leggero, accarezzando i fili d'erba e i boccioli ancora chiusi nelle loro corolle. Il gorgoglio sommesso delle cascate artificiali si univa al canto lontano delle cicale.
Una lunga chioma bionda, lucente come se vi fosse intrecciato l'oro, si sollevava in ciocche leggere, incorniciando un volto dai tratti delicati. Su di esso spiccavano due occhi viola, preziosi e limpidi come gemme.
Hamona riposava appoggiata al parapetto di una terrazza, ai piani più alti del palazzo. Da lassù si poteva scorgere l'arco dorato che sormontava il camminamento lungo le sponde del lago.
«Ah, eccoti qui» disse Darcia. Non avendola trovata nelle sue stanze, si era messo a cercarla finché non l'aveva scorta lì.
Hamona tese un sospiro, contemplando la scia nitida della Via Lattea nel cielo. «È una notte meravigliosa... spero sia il presagio di un futuro lungo e felice.»
Darcia la cinse da dietro, posandole un bacio delicato sulla nuca.
«Con la guerra che infuria tra le casate, temo che non potremo mai abbassare la guardia» ammise, socchiudendo gli occhi con un sorriso appena accennato. «Ma finché sarai al mio fianco, so che supereremo ogni cosa.»
Rimasero a lungo in silenzio, cullati dal calore del loro abbraccio.
Poi, Hamona guidò la mano destra di Darcia sul proprio ventre, arrossendo leggermente.
«E un giorno, chissà, potremmo essere in tre.»
«O in quattro» rilanciò lui, con tono divertito.
«E allora perché non in cinque?» ribatté lei, scherzando.
Condivisero una risata complice, lasciandosi cullare dalla dolcezza di quel sogno.
«Cinque...» sussurrò poi Darcia, improvvisamente serio. «Un fiore con cinque petali nasconde dei pericoli.»
«Perché mai?» domandò la principessa, voltando appena il capo verso di lui.
Le pupille di Darcia si fecero profonde. La trasse a sé con maggiore vigore, proteggendola dal freddo dell'alta quota, mentre sotto la benda l'occhio della maledizione pulsava d'un tratto infernale. Ma lui lo respinse nell'oscurità.
«Un poeta, un giorno, scrisse che il primo petalo rappresenta l'amore vissuto come desiderio egoistico. Il secondo simboleggia lo smarrimento della fede. Il terzo è la speranza intesa come macabro conforto dopo un grave trauma, mentre il quarto incarna il disperato bisogno di aggrapparsi a una terra ferma, senza mai riuscirci.»
Hamona ascoltò in silenzio, aggrottando leggermente le sopracciglia quando vide che lui si era interrotto. «E il quinto? Cosa rivela il quinto petalo?»
Darcia esalò un lungo respiro**. «Il quinto petalo rappresenta l'inevitabile prigionia dell'uomo nel proprio destino e nella sofferenza finale»** spiegò cupo. «Se i primi petali descrivono le illusioni e le fragilità dell'animo, l'ultimo svela la cruda condanna della nostra condizione: una trappola da cui non c'è scampo.»
L'ombra di quelle parole si stabilì tra loro, mutando il peso del silenzio. Avendo dato voce a quel pensiero, Darcia si era incupito all'improvviso.
Contrasse i lineamenti, tormentato da quella pulsazione incessante sotto la benda, come se il suo occhio di lupo stesse cercando di trasmettergli un avvertimento ancestrale.
Ma quella foschia mentale si dissipò non appena la mano gentile di Hamona si posò sulla sua guancia.
Quando tornò a guardarla, Darcia si accorse che, ancora una volta, le stelle del firmamento sembravano rimaste prigioniere nei suoi occhi viola.
«Non devi permettere a queste leggende di condizionarti. Siamo esseri pensanti, padroni del nostro cammino» gli rammentò lei, con assoluta fermezza. «E se proprio non riesci a ignorarlo, ricorda che il numero cinque simboleggia anche il cambiamento e la libertà di compiere scelte audaci.»
Lo baciò sulle labbra, e il cuore del principe accelerò il battito, trovando il perfetto sincronismo con quello della fanciulla.
Cercando di nuovo il suo sguardo, Hamona gli pose un'ultima, solenne domanda.
«Che genere di uomo desideri essere, Darcia? Quello decadente, schiavo della propria condanna, o un uomo libero, capace di agire con coraggio anche a proprio discapito?»
Il principe non trovò le parole per risponderle in quel momento.
Eppure, dentro di sé, una scelta l'aveva già compiuta: avrebbe amato e protetto la sua principessa per il resto dei suoi giorni, senza riserva alcuna.
Accanto a lei si sentiva finalmente integro. Per la prima volta, la brama del Rakuen svanì dai suoi pensieri, perché il paradiso che cercava risiedeva già nel cuore di Hamona.
Poggiò la fronte contro la sua e serrò le palpebre, custodi di un istante che avrebbe voluto rendere eterno.
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I rintocchi profondi e solenni dell'orologio del castello squarciarono il silenzio, annunciando la chiusura definitiva della finestra dimensionale. Ormai era scoccato il due novembre.
«Cosa... cos'è successo?» La voce debole apparteneva alla madre di Darcia, che stava riprendendo i sensi a fatica. «Dov'è Darcia? Dov'è mio figlio?» domandò, ansimando.
«Non si muova. Coniugi Darcia, vi dichiaro in arresto per crimini contro l'umanità.» Con mossa fulminea, Hubb si era avvicinato ai due nobili e, riassumendo il suo ruolo di investigatore, aveva estratto le manette.
Ancora intontiti, i prigionieri non accennarono alcuna resistenza.
Tuttavia, mentre il capitano si chinava sulla donna, quest'ultima voltò la testa verso il gruppo dei lupi, incrociando lo sguardo di Hige.
Le sue pupille si contrassero fino a diventare due spilli. «Allora le voci erano false, non siete morti! Dov'è Lord Darcia?! Non può aver varcato la soglia lasciandoci indietro!»
«Persino in un momento simile il vostro unico pensiero resta il Rakuen? Quando vostro figlio si è appena sacrificato?» ringhiò Cher a pugni serrati, gli occhi nascosti dalle ciocche della frangia.
Un paio di lacrime scivolarono sul pavimento, svanendo con un tenue ticchettio.
«Per tutto questo tempo, nonostante fosse sangue del vostro sangue, lo avete considerato soltanto un mezzo per i vostri scopi?» incalzò la scienziata, sollevando il mento per mostrare un viso rigato dal pianto, ma fiero e colmo di sdegno.
Dalla coppia non giunse alcuna replica.
«Misha... Misha, guardami!» Il richiamo disperato di Tsume ruppe la tensione della sala.
Nonostante il gesto estremo con cui Darcia l'aveva salvata dall'abisso, lo squarcio inflitto da Jaguara continuava a versare sangue senza sosta.
Nella mente di Tsume lampeggiò quella spaventosa premonizione: la visione di lei con indosso quell'abito azzurro e, subito dopo, la sua controparte lupesca riversa in un lago rosso.
«Sta' tranquillo. Va tutto bene» sussurrò lei, sforzandosi di sorridere.
Quella bugia pietosa, però, servì solo ad alimentare la sua rabbia.
«Non prendermi per il culo! Sento fin troppo bene l'agonia che ti sta consumando!»
Il volto di Misha si faceva ogni secondo più esangue.
«Cheza, muoviti!» implorò il lupo grigio, voltandosi di scatto verso la fanciulla del fiore. «Usa le tue carezze, guariscila!»
Cheza lo fissò con occhi colmi di tristezza, per poi abbassare lo sguardo sulle proprie mani.
«Le dispiace... finché non riotterrà i suoi semi, lei è una semplice umana.»
Quella rivelazione gettò i presenti in uno stato di assoluto sconcerto.
Hubb passò in rassegna i compagni: Kiba giaceva a terra, incapace di rimettersi in piedi da solo, mentre Blue stringeva i denti, pallida per la profonda ferita tra il collo e la spalla.
Quanto al professor Silva, il capitano non ebbe il coraggio di voltarsi verso il corridoio alle sue spalle; sapeva che per il vecchio scienziato non c'era più speranza.
«Dobbiamo chiamare i soccorsi... ma... perché non c'è campo?»
Hubb scosse il walkie-talkie, ma dall'apparecchio usciva solo un silenzio statico. Le onde radio erano schermate da un'energia misteriosa.
I lineamenti di Misha erano contratti dal dolore, ma la sofferenza più grande non derivava dalla carne.
«Ho fallito... Non sono stata capace di salvare Darcia... né di proteggere voi... Vi ho trascinati dentro la fine di questo mondo... Ho fallito su tutta la linea.»
«Taci, ti prego, non sprecare energie» mormorò Tsume a denti stretti.
Tentò di sollevarla per caricarla in spalla, ma un violento sussulto di Misha lo costrinse a rimetterla giù per non aggravare l'emorragia.
Toboe si precipitò al loro fianco, cadendo in ginocchio sul pavimento bagnato di rosso.
«Mamma, non lasciarci così... non abbandonarmi una seconda volta, ti supplico!»
Misha sollevò a fatica la mano destra, accarezzando la guancia del figlio con infinita dolcezza.
«Adesso sei grande, Toboe... Sei diventato forte.»
«Ma non sono abbastanza forte!» Le lacrime presero a scorrergli senza sosta, mentre le spalle erano scosse dai singhiozzi. «Io avrò sempre bisogno di te!»
Con un movimento repentino, il ragazzo si sfilò il bracciale ad anelli per infilarlo al polso della madre, sperando in un miracolo, ma l'antico incantesimo che lo infondeva si era spento per sempre.
Misha volse lo sguardo verso l'apertura nel soffitto. Nel cielo, la luna restava rossa, enorme e opprimente.
No, quel mondo era comunque giunto al capolinea, indipendentemente dalla fine di suo fratello o di Jaguara.
La primavera non sarebbe mai tornata. L'inverno imminente avrebbe consumato le ultime, misere risorse della terra, e ogni cosa sarebbe stata sepolta dal gelo e dall'oscurità.
Toboe, Tsume, i loro compagni... tutti sarebbero andati incontro a una morte lenta e dolorosa.
E lei? Che valore aveva la sua natura di Custode se, nonostante i suoi doni celestiali, non era riuscita a risparmiare a chi amava l'orrore di quella battaglia? Toboe sarebbe morto se sua nonna non fosse apparsa al momento giusto.
E se due esistenze prima si fosse dimostrata più resistente, la Malattia del Rakuen non l'avrebbe strappata alla vita, e Darcia avrebbe avuto una sorella a cui aggrapparsi per superare il lutto di Hamona.
E se ancora prima, nella loro prima incarnazione, gli avesse impedito di partire invece di lasciarlo andare incontro al suo destino, forse quella catena di sangue non si sarebbe mai formata.
Non era un'eroina. Non era una Custode. Era soltanto una lupa con le fauci sporche del sangue, incapace di salvare persino suo figlio.
Fu schiacciato dal peso di questi pensieri che il suo cuore smise, definitivamente, di battere.
«Hige!» gridò Toboe, invocando l'amico.
Hige, tuttavia, era già scattato in avanti, gettandosi sul corpo di Misha per tentare le manovre di primo soccorso.
Un silenzio gravido di angoscia avvolse la stanza, spezzato soltanto dal conteggio ritmico delle compressioni.
Sotto la pressione dei suoi palmi avvertì le costole cedere e fu costretto a pulirsi freneticamente la bocca con il dorso della mano, lordo del sangue che la ragazza continuava a rimettere.
Insistette con accanimento, finché il fiato non cominciò a mancargli e i muscoli, già stremati dalla battaglia, non persero la forza di spingere.
«Hige... Hige...» intervenne Hubb portandosi al suo fianco e afferrandolo per una spalla per allontanarlo. «Basta così. Non c'è più niente da fare.»
Hige si voltò di scatto con un ringhio feroce, quasi intenzionato a morderlo, prima di protendersi nuovamente sul petto della ragazza.
«Hige... ti prego, fermati. È finita.»
A pronunciare quelle parole stavolta fu Blue, che si accovacciò accanto a lui, poggiando dolcemente la fronte contro la sua tempia.
Solo allora il lupo si arrese, sebbene i suoi occhi bruciassero di frustrazione e impotenza.
Strinse Blue a sé, cercandovi rifugio: almeno lei era ancora viva.
Nessuno ebbe il tempo di elaborare il lutto per la morte di Misha, poiché dallo squarcio sul suo ventre prese a erompere una sinistra luce scura, mista a piume di corvo che fluttuavano nell'aria.
Hige balzò in piedi, sollevando Blue tra le braccia per portarla al riparo.
«Che sta succedendo adesso?» domandò Kiba, mentre Cheza lo aiutava a raddrizzarsi contro la parete.
Toboe fece l'atto di fare un passo avanti, ma Tsume lo bloccò con un braccio. Guardare il corpo esanime di Misha adesso provocava una sensazione di profonda repulsione, un brivido gelido completamente opposto all'affetto che avevano sempre nutrito per lei.
«Cheza, tu sai di cosa si tratta!» sbottò Cher, esigendo risposte dalla fanciulla del fiore.
Cheza si sollevò, stringendosi le braccia al petto. I riflessi scarlatti della luna proiettarono un'ombra enigmatica sul suo viso.
«Ora che il suo involucro mortale non può più ospitare la vita, Misha sta riassumendo le sue vere sembianze...» La sua voce ebbe un'esitazione. «Ma come Hamona aveva sempre temuto, il rancore e l'impotenza hanno infettato il suo spirito.»
«Anche Darcia sprigionava questa stessa oscurità... vuoi dire che si muterà in una mostro come lui?»
Il cenno affermativo di Cheza congelò il sangue nelle vene di tutti i presenti.
«Ma non tutto è perduto... era stato previsto che sarebbe potuto accadere, nel momento in cui i suoi piani fossero stati ostacolati.»
«Allora spiegaci cosa dobbiamo fare!» ringhiò Tsume, sforzandosi di non guardare quella creatura informe che un tempo era stata la sua compagna.
«Dovete solo amarla» rispose Cheza, limpida.
«Amarla?» replicò Toboe con un filo di voce.
Il giovane lupo guardò verso il corpo mutato di Misha, per poi nascondere il viso contro la spalla del padre. Quel miasma d'ombra gli provocava una nausea insopportabile.
«Io... temo di non farcela. Non più.»
«Dovete risvegliare l'amore dentro di voi... nello stesso modo in cui lei seppe guardare oltre la corruzione di Darcia.»
Il corpo di Misha fu scosso da spasmi violenti, mentre le sue vene si tingevano di un nero pece.
«E se il nostro legame non bastasse?» domandò Hubb.
«Sarà condannata al vuoto eterno. Una simile aberrazione non può sopravvivere in nessun mondo.»
D'un tratto, Misha si contorse e spalancò le palpebre, rivelando occhi ferini e spaventosi. Le sue zanne si allungarono a dismisura e le dita si curvarono in artigli affilati.
La bestia d'ombra stava prendendo il sopravvento.
Il suono nacque come un'eco sommessa, cogliendo tutti di sorpresa, ma un istante dopo i presenti compresero: Toboe aveva sollevato il muso e stava ululando alla luna.
Era un'ode ancestrale e solenne che il cucciolo non avrebbe mai dovuto conoscere... non in quell'epoca.
Tsume identificò all'istante quella melodia rituale, la stessa che i lupi sacerdoti avevano intonato al cielo durante la sua visione del passato.
Senza esitare, si mutò a sua volta in un grande lupo grigio, unendo la propria voce al coro del figlio.
Subito dopo si aggiunsero Hige e Blue, seguiti infine dal canto di Kiba.
Hubb e Cher arretrarono, stringendosi l'un l'altra in disparte, mentre nella sala si consumava quel rito antico e sacro.
Cheza si unì a loro in una danza leggiadra, come se delle correnti invisibili la sostenessero.
In quel momento, alimentati dai riflessi scarlatti, i fiori della luna iniziarono a sbocciare dalle crepe del pavimento, disponendosi in un cerchio perfetto attorno al corpo esanime di Misha.
Sembrava di assistere a una visione a occhi aperti.
Hubb volse lo sguardo verso Kiba: mentre il lupo bianco, con il muso teso al cielo, continuava a intonare quel canto mistico, l'occhio del capitano salì verso l'alto. Alle spalle dell'animale il mosaico di marmo resisteva intatto nonostante le vistose crepe; pur non decifrando il significato di quei simboli misteriosi, un brivido profondo gli corse lungo la schiena.
«Loro sono davvero la stirpe dei Creatori» mormorò Cher in un sussurro, incantata nel vedere Cheza muoversi in una danza rituale attorno a Misha.
«O forse i Creatori stessi» rispose Hubb a mezza voce, sopraffatto da un senso di assoluta reverenza.
D'un tratto, Tsume si ridestò. Il cuore gli batteva fin nelle orecchie, ma i suoi occhi esprimevano una fermezza incrollabile.
Fissando la ragazza, per un istante riaffiorò il ricordo della compagna della sua prima esistenza. L'aveva scelta e accettata in quanto compagno forte, degno di una lupa dal nobile retaggio. Anche se l'aura di Misha ora gli trasmetteva una sensazione di gelo e repulsione, i suoi ricordi non si erano spenti. Nonostante lei giacesse tra quei fiori sacri, devastata dalla corruzione d'ombra, nella sua mente lei stava ancora correndo, e lui continuava a inseguirla.
Crollò sulle ginocchia, sentendo le proprie energie venire risucchiate man mano che le si avvicinava. Eppure non arretrò di un millimetro.
A sostenerlo c'erano l'ululato dei suoi amici, la voce di loro figlio, la magia dell'hanabito e la presenza di quei due umani che, in silenzio, parteggiavano per lui.
«Ma guarda te. Pare che alla fine mi tocchi fare la parte del principe azzurro» scherzò tra sé con un sorriso quasi divertito. Le sollevò delicatamente il busto, avvicinando il volto al suo. «Ti amo, nerd dei libri. In ogni vita passata, presente e futura.»
La baciò sulle labbra, chiudendo gli occhi. La strinse forte a sé, formulando nel profondo l'unico desiderio che contava: che il suo cuore potesse raggiungere quello di lei, poiché le apparteneva già.
Nel frattempo, la coscienza di Misha vagava in una sorta di vuoto siderale. Era come una stella solitaria senza cielo, esattamente come durante la sua ultima morte... ma stavolta la transizione era spaventosa. Lo smarrimento era totale, e l'eco dei suoi fallimenti risuonava nel buio, implacabile.
Forse era lo stesso tormento in cui era sprofondato Darcia, pensò, con l'unica differenza che il pensiero fisso di suo fratello era legato alla perdita di Hamona.
Era dunque destinata a tramutarsi in uno spettro d'ombra? Forse era la giusta punizione. Lei non era degna di essere l'angelo custode di nessuno. La sua stirpe portava una condanna scritta nel sangue, e si augurò con tutta se stessa che Toboe non avesse ereditato nemmeno una goccia di quel retaggio maledetto. Non poteva perdonarsi di aver esposto al pericolo il suo dolce cucciolo... in fondo, non era altro che una fallita.
All'improvviso, però, un coro di ululati familiari perforò le tenebre, mentre fasci di luce viola squarciavano il vuoto. Quelle voci la circondavano, la richiamavano verso la superficie, esortandola a combattere.
«Misha, tu non hai fallito» risuonò una voce profonda, intrisa di una fiera solennità. «Ci hai custoditi tutti nel tuo cuore, salvando le nostre anime di lupi decaduti.»
Riconobbe all'istante quel timbro, e la commozione la travolse.
«Capobranco Zali...» sussurrò.
Non poteva vederli, ma percepiva che l'intero branco defunto si era radunato intorno a lei.
«Non abbandonarti alla notte, Misha» intervenne la signorina Cole, con il suo consueto tono dolce e materno. «Tuo figlio ha bisogno di te, il tuo compagno ti sta chiamando... loro sono il tuo branco, Misha.»
«Sei una lupa alpha, si sentirebbero smarriti senza la tua guida» incalzò Zali, infondendole nuovamente quell'antico sentimento di rispetto e sicurezza che provava un tempo alla sua presenza.
«Unisci il tuo canto al nostro, Misha. E corri... corri!» la spronò Cole.
Corri, corri...
Quel richiamo accorato giunse all'unisono da tutto il branco degli spiriti.
Misha doveva correre verso la luce, emergere da quel tunnel di tenebra e lasciarsi alle spalle, una volta per tutte, l'eco del dolore e dell'impotenza. Doveva lanciare il suo ululato più fiero e potente, affinché i compagni nel mondo reale potessero udirla e guidarla sulla via del ritorno.
«Sta succedendo qualcosa!» esclamò Hubb.
Davanti ai suoi occhi, l'abbraccio d'ombra che ghermiva la ragazza iniziò a schiarirsi, tramutandosi in una vivida luce purpurea; persino le penne di corvo mutarono colore, tornando a essere candide piume.
Tsume fu costretto ad arretrare quando la luminosità si fece accecante, avvolgendo Misha in un turbine di piume bianche che la celò alla vista.
Quando il vortice finalmente si dissipò, al suo posto comparve una figura radiosa, rannicchiata su sé stessa e avvolta in morbidi veli chiari finemente ricamati.

Il brivido di repulsione che aveva congelato la stanza fino a un istante prima svanì all'istante. Nel petto dei presenti rifluì l'affetto genuino e profondo che avevano sempre nutrito per la lupa celeste.
Misha sollevò il capo con flemma divina. Quando aprì le palpebre, le sue iridi brillarono di un viola intenso e luminoso.
Hige deglutì a vuoto nel vederla raddrizzarsi: nella sua reale maestosità la Custode dei Cuori superava i due metri d'altezza, pur conservando i medesimi, delicati lineamenti di sempre.
Blue gli rifilò una schicchera sul naso, costringendolo a distogliere quello sguardo da triglia lessa.
Un silenzio colmo di stupore e reverenza si diffuse nella grande sala.
Misha rivolse un dolce sorriso a ciascuno di loro, esprimendo la propria gratitudine senza bisogno di parole, finché i suoi occhi non incontrarono lo sguardo dorato di Tsume, rimasto seduto a terra come se le gambe non riuscissero più a sostenerlo.
La Custode si inchinò di nuovo verso di lui, accogliendogli il viso tra le mani per poggiare la fronte contro la sua.
In quel contatto, nonostante il battito accelerato del cuore, Tsume riconobbe finalmente la sua compagna. L'aveva raggiunta, per davvero.
Un profumo intenso di lavanda gli accarezzò le narici: era l'essenza, per lui, dei fiori della luna, la fragranza inconfondibile della lupa che amava.
«Ti amo anch'io, teppista» gli sussurrò lei, dolcemente.
Le loro labbra si unirono un'ultima volta, ma Tsume sentì un pianto disperato salirgli alla gola senza capirne il motivo. Sotto la superficie, sapeva che quello non era il sigillo di un ricongiungimento, ma la promessa di un addio.
Poi, quasi fosse immune alla forza di gravità, la creatura celestiale si sollevò a mezz'aria per stringere a sé il figlio. Toboe la abbracciò con tutte le proprie forze, consapevole in cuor suo che quelli erano gli ultimi scampoli di tempo concessi insieme.
Misha fluttuò quindi verso Hige e Blue. Sfiorò con dita leggere lo squarcio sul collo di Blue, arrestando all'istante il sanguinamento, per poi poggiare delicatamente il capo contro il loro.
«Non vale livellare barando così...» riuscì a scherzare Hige tra i singhiozzi.
Misha gli accarezzò il volto, asciugandogli una lacrima con il pollice. Nelle sue iridi viola passarono le immagini di tutti i momenti spensierati trascorsi insieme: Hige era stato un pezzo fondamentale della sua vita, in quel tempo.
Infine si diresse verso Kiba, offrendogli il medesimo dono terapeutico già concesso a Blue. Trasse un sospiro di sollievo nel vedere il lupo bianco riprendere pienamente il controllo degli arti offesi.
Misha si riposizionò infine al centro della stanza, mentre i riflessi scarlatti della luna le accendevano lo sguardo e quel sorriso venato di malinconia. Strinse le mani di Cheza e poi volse gli occhi verso Hubb e Cher, beandosi del profondo legame che univa tutti i loro cuori.
In quell'istante, alle spalle della fanciulla, prese forma un'altra figura celestiale: lo spirito della nonna di Toboe.
«Vedo che, alla fine, i tuoi compagni sono riusciti a salvarti, bambina» constatò l'anziana con il suo consueto tono affabile.
«Nonna!» Toboe non perse tempo e le si gettò tra le braccia, venendo ricambiato da un calore immenso. «Sei stata tu a proteggermi prima, vero? Ho sentito un'ondata di calore e ti ho sognata. Quando ho riaperto gli occhi, ogni ferita era svanita.»
Misha inclinò il capo in segno di profondo rispetto, per poi farsi di colpo seria**. «Purtroppo il mondo non è ancora al sicuro.»**
«Ma li senti anche tu, vero? I tamburi, le grida della folla... La terra sta ancora lottando contro il gelo eterno, non si è data per vinta.»
«Deve pur esistere un'alternativa per salvarci tutti» intervenne Hubb, il volto scavato dalle fatiche. «Un modo ci sarà da qualche parte.»
«Vi giuro che troveremo una via d'uscita... Non vi lascerò soli» promise Misha, aggrottando le sopracciglia mentre gli occhi le si riempivano di lacrime. «Voi siete la mia famiglia, il mio branco, anche se il mio tempo su questo piano è scaduto. Vi amo... immensamente.»
Singhiozzi trattenuti a stento e una profonda commozione unirono gli sguardi dei presenti. L'idea di non poter più riabbracciare la loro protettrice sembrava un fardello inaccettabile.
«Ti do la mia parola che guiderò Toboe sulla retta via, proprio come avresti fatto tu» dichiarò Tsume. Nonostante il dolore che gli spaccava il petto, scelse di accettare quel destino. «Diventerà un lupo fiero e leale.»
«Mamma, te lo prometto, mi impegnerò ogni giorno negli studi e mi diplomerò con i voti più alti!» giurò Toboe, stringendo i pugni contro il petto. «Ti renderò fiera di me!»
«Sono già incredibilmente fiera del mio cucciolo» lo rassicurò la Custode, carezzandogli dolcemente i capelli.
«Misha... non esistono parole per dirti quanto io ti sia grata» disse Blue, abbozzando un sorriso commosso**. «Il nostro cammino insieme è stato breve, ma sono felice di aver incrociato i tuoi passi. Continua a vegliare su di noi, ti prego.»**
Poi lanciò un'occhiata complice a Hige e ridacchiò. «Se dovesse nascere una bambina, potremmo chiamarla Misha»
Nel momento esatto in cui Blue si sfiorò il ventre, nella sala calò un silenzio stupefatto. Tutti arrossirono per la sorpresa, a partire da Hige, che iniziò a grattarsi freneticamente la nuca con un imbarazzo palpabile.
Solo i due esseri celestiali rimasero imperturbabili, avendo già letto quella nuova vita che stava crescendo nella lupa nera.
«Io lo sapevo già» commentò Misha con un sorriso furbo, incrociando le braccia.
«“Io lo sapevo già”» le fece il verso Hige con una vocina stridula. Il suo volto era mutato in un secondo e ora la stava fissando con espressione palesemente contrariata.
Fece un passo avanti, battendo il piede a terra e sbuffando dalle narici.
«Senti un po', stangona» esclamò, puntandole l'indice contro**. «Anche se adesso mi superi in altezza, credi davvero di potertela svignare senza conseguenze? Pensi che ci siamo dimenticati dello scherzetto che ci hai combinato?»**
«S-scherzetto?» balbettò Misha, presa alla sprovvista.
«Ha ragione! Quasi me ne dimenticavo!» si accodò Toboe, posizionandosi al fianco del compagno.
Nonostante fossero in sembianze umane, i due ragazzi presero a ringhiarle contro con foga, costringendo Misha ad arretrare di un passo mentre una vistosa goccia di sudore le imperlava la fronte.
«Sì, esatto! Cancellarci i ricordi con l'Amnesia del Rakuen, agire da sola come tuo solito! “Oh, guardatemi, sono un angioletto carino, carino, faccio tutto io e non ho bisogno dell'aiuto di nessuno!”» sbraitò Hige, mimando delle piccole ali con le mani alla parola “angioletto”.
«Per colpa tua ho fatto una figura pessima con Nadia, che adesso pensa che l'abbiamo snobbata!» rincarò la dose Toboe. «Come ti è venuto in mente di decidere per tutti noi? Sarai anche stata la mia mamma in passato, ma in questa vita sei mia sorella e non avrò pietà nel tirarti le orecchie!»
A quel punto Misha si chinò in avanti, portando il proprio viso all'altezza del loro per guardarli dritti negli occhi. Sostò a fissarli per qualche istante, poi inclinò graziosamente la testa di lato e sfoderò uno dei suoi sorrisi più dolci, con le guance tinte di rosso.
«Vi chiedo scusa!»
Hige e Toboe avvamparono all'istante, facendo un balzo all'indietro come folgorati da quell'arma di distrazione di massa.
«Blue, pensaci tu, lei usa le arti subdole!»
Hige si rifugiò dietro la compagna, spingendola in avanti per le spalle.
Blue era rossa fino alla radice dei capelli, visibilmente in imbarazzo. Tuttavia, incrociando lo sguardo curioso di Misha, si schiarì la voce con solennità.
Il rimprovero che ne seguì fu così severo, risoluto e privo di repliche che la maestosa Custode, malgrado i suoi due metri d'altezza, finì per rimpicciolirsi fino a sembrare minuscola.
«Brava, Blue, hai perfettamente ragione» concluse Tsume. Anche lui, pur con la sua solita riservatezza, si trovava d'accordo con il resto del gruppo.
Misha abbassò lo sguardo, sinceramente pentita. «Mi dispiace... io... volevo solo...»
«Lo abbiamo capito» la interruppe Blue. Ora che la foga del rimprovero era passata, le prese le mani e la fissò con dolcezza. «E te ne siamo riconoscenti, tutti quanti. Ma sai bene che non avremmo mai accettato questa sorte.»
Misha accennò un sorriso, poi si fece incuriosita. «Ma come avete fatto a spezzare il sigillo? Qualcuno vi ha aiutati?»
«Briciole di pane» intervenne Hige, incrociando le braccia. «Ne hai lasciate cadere decisamente troppe lungo la strada, ed è stato un gioco da ragazzi ritrovare la pista.»
«Inoltre, Hamona stessa si è palesata a me» intervenne Hubb, compiendo un passo in avanti. «Nemmeno lei avrebbe mai desiderato un simile sacrificio da parte tua.»
La rivelazione lasciò Misha del tutto sbigottita.
«Ma... dove si trova adesso?» domandò la Custode, voltandosi smarrita verso la nonna.
L'anziana saggia le offrì un sorriso colmo di tenerezza. «Lei ora è in pace.»
Misha restò in silenzio, ma i suoi occhi tradirono una profonda commozione: la nonna le aveva appena trasmesso una sensazione di assoluta serenità.
«Prima che vi congediate, sento il dovere di dirti una cosa» parlò Kiba, avanzando verso il centro del cerchio con espressione seria e solenne. «Volevo chiederti scusa, Misha.»
Il branco si ammutolì, lasciando che il lupo bianco trovasse lo spazio per esprimere i propri pensieri.
Il ragazzo chinò appena il capo. «All'inizio non riuscivo a spiegarmi la tua totale devozione verso Darcia. Era l'uomo che aveva massacrato i miei simili e rapito Cheza; lo detestavo con ogni fibra del mio essere e, di riflesso, provavo rancore per te, che continuavi a proteggerlo nonostante fossi a conoscenza dei suoi crimini.»
Trasse un profondo respiro. «Temevo che prima o poi avresti scelto di schierarti con lui, costringendoci a combattere anche contro di te. Non capivo come Hige, Toboe e Tsume ti fossero così leali.»
Fece un altro passo verso di lei, sollevando il viso per guardarla dritto nelle iridi viola. «Ma oggi comprendo le tue ragioni... e comprendo le sue.» Sostò un istante su Cheza, prima di ricollocare l'attenzione sulla guardiana. «Io e Darcia, in fondo, non siamo mai stati così distanti. Anch'io ho varcato i confini della realtà, ho combattuto e ferito innocenti, pur di riavere Cheza al mio fianco.»
Abbassò gli occhi sul pavimento. «Probabilmente sarei caduto nella sua stessa ossessione, se non fosse stato per i miei compagni, che hanno diviso il peso della lotta con me, anche in questa esistenza. Perciò...»
Colmò la distanza che li separava e le strinse le mani tra le sue. «Io offro il mio perdono a tuo fratello, rinunciando a ogni rancore. E non ne provo più alcuno verso di te, angelo custode dei lupi.»
Un pianto di pura gratitudine solcò le guance di Misha, che si gettò d'impulso al collo di Kiba, stringendolo in un caloroso abbraccio.
«Finalmente hai appreso il valore del vero perdono... Ora puoi ricongiungerti a lei.»
La voce limpida di Cheza calamitò l'attenzione del gruppo. La fanciulla del fiore sorrise con dolcezza, inclinando graziosamente il capo.
«Anche Kiba ha rischiato di lasciarsi consumare dalla tenebra» svelò. «La guarigione del suo spirito era l'ultimo tassello preteso da Hamona affinché il vero portale dei desideri potesse finalmente spalancarsi.»
Kiba restò a bocca aperta, pietrificato dallo stupore. Poi si posò una mano sul petto, concentrato nei propri pensieri, e infine accennò un cenno d'assenso.
Era quello il tassello mancante, la vera chiave per superare il suo rifiuto: comprendere che la salvezza non risiedeva solo nel perdonare sé stessi, ma nell'offrire il perdono agli altri, persino quando l'impresa appariva disperata.
Cheza gli si fece dappresso, adagiando con cura una mano sulla sua spalla.
Il lupo bianco riaprì gli occhi, fissando le iridi rosa della fanciulla che ormai avevano assunto una sfumatura del tutto umana. Senza pronunciare una parola, reclinò il capo fino a far toccare la propria fronte con la sua.
Con l'altra mano, Cheza gli accarezzò la guancia emettendo un sospiro.
Il viaggio del lupo bianco era compiuto: aveva finalmente ricongiunto i suoi passi al fiore.
«Cheza...» mormorò Cher, colta da una meraviglia tale da mozzarle il fiato. «Dunque era questo il disegno originale?»
«L'unico vincolo per schiudere le porte della vera dimensione. Il Rakuen dei lupi» confermò la ragazza, girandosi verso di lei con un cenno del capo.
«Ma hai detto che ti mancano dei semi... come ti sarà possibile...?»
La fanciulla non replicò alle perplessità della ricercatrice. Preferì invece spostare la sua attenzione su Tsume; non appena i loro sguardi si incrociarono, l'uomo sentì il petto svuotarsi, come se il cuore avesse saltato un colpo.
Si premette una mano contro la tempia. Un dolore acuto e improvviso aveva ripreso a tormentarlo, una pressione sorda, simile a un ricordo sepolto che lottava per riaffiorare in superficie.
«Se il varco verso il Rakuen distorto di Jaguara non si è spalancato, il merito risiede interamente nel tuo sacrificio.»
«Il mio... quale sacrificio?» balbettò Tsume, smarrito.
Misha si portò avanti e senza alcuna esitazione gli posò una mano sulla fronte e l'ultimo residuo del sigillo dell'Amnesia del Rakuen si spezzò.
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Passi di valzer, non erano stati altro che passi di valzer, eppure in quel movimento si era consumata l'intera recita del destino. Tutto era cominciato con un accento forte e pesante che aveva squarciato il silenzio, un primo battito cieco e inevitabile, simile a quegli eventi improvvisi della vita di cui si era potuto solo prendere atto senza poterne scegliere il momento o il modo.
Ma a quel colpo erano seguiti subito due tempi più leggeri, quasi sospesi nell'aria, capaci di offrire lo spazio ideale per la risposta umana e per l'esercizio della libertà. Il ritmo era stato imposto, eppure il modo in cui ci si era sollevati sulla punta dei piedi, come si era assecondata la gravità e come si era deciso di muovere il passo successivo era appartenuto interamente alla scelta individuale, a testimonianza del fatto che la libertà non era consistita nel fermare la musica, ma nella decisione di danzare con essa.
Mentre ci si era mossi, la stanza aveva iniziato a girare in un movimento paradossale che era avanzato nello spazio in modo lineare, ma che aveva continuato a ruotare su se stesso in modo circolare, diventando la perfetta traduzione visiva dell'eterno ritorno, dove tutto era tornato e tutto si era ripetuto. Ogni giro della danza aveva riportato allo stesso punto di partenza senza che si fosse più gli stessi, ritrovandosi più stanchi, o forse più saggi, o più rapiti dall'estasi di quel movimento e dall'accettazione della vertigine.
Non si erano potuti guardare i piedi per paura di sbagliare, ma ci si era dovuti abbandonare al flusso in un atto di amore incondizionato per il proprio destino, dicendo di sì alla vita con tutte le sue cadute e le sue rotazioni vertiginose. L'esistenza era rimasta così costantemente sospesa sull'abisso dell'angoscia e della perdita di equilibrio, dove i corpi si erano dovuti inclinare verso l'esterno, fidandosi ciecamente della forza centrifuga e della presa altrui. La danza si era trasformata in una metafora della fede e della relazione, un abbandono al movimento del mondo in cui l'unica cosa capace di separare dalla caduta era stata la tensione armonica tra le forze, finché il valzer non era finito e l'ultima nota era sfumata, non lasciando alcun oggetto tangibile ma solo l'esperienza pura di aver trasformato la necessità del tempo in un'opera d'arte vivente.
Inghiottito dal nulla, Darcia vagava ormai senza una meta. La sua mente aveva trovato la quiete, avendo finalmente accettato il proprio destino. Sapeva di aver compiuto troppi misfatti e di aver macchiato la propria anima oltre ogni redenzione per poter sperare in un'ennesima rinascita.
Presto la sua stessa esistenza si sarebbe spenta, simile a una stella che esaurisce l'ultimo briciolo di calore.
Nei suoi pensieri si rivedeva ancora come quel bambino indifeso che lottava contro il mostro annidato nella propria testa; lo stesso demone che lo aveva divorato nell'ultima vita, spingendolo a compiere scelleratezze sotto il giogo dell'ossessione.
Almeno, rifletté, aveva potuto incrociare di nuovo i passi di sua sorella e di suo nipote. Pur senza saperlo, era rimasto accanto alla sua famiglia per un breve istante.
«Così sia...» sussurrò l'uomo, abbandonando le palpebre.
Tuttavia quell'oscurità, che credeva immutabile ed eterna, si rivelò effimera.
Avvertì una vibrazione sotto le palpebre e contrasse le sopracciglia non appena un intenso chiarore purpureo gli inondò il volto.
Al risveglio, scoprì una figura celestiale dai lunghi capelli dorati e dalle iridi viola che lo fissava con infinito amore, circondata da un tenue fluttuare di piume.
«Finalmente il tuo spirito ha trovato la pace, mio principe» parlò Hamona, con un timbro etereo e melodioso. «E io ho potuto finalmente riabbracciarti.»
Gli occhi di Darcia si velarono all'istante di lacrime. «Ti ho cercata così tanto... per così tanto tempo.»
Quando le loro dita si intrecciarono, ogni briciolo di scetticismo svanì. Quella dinanzi a lui era la sua autentica Hamona: non si trattava dell'ennesima visione destinata a dissolversi alle luci dell'alba.
«Darcia...»
La fanciulla gli accarezzò la guancia con infinita dolcezza.
«Eri un angelo sulla terra, non avevo dubbi che lo fossi diventato a tutti gli effetti» mormorò lui, abbandonandosi a un sospiro. «Grazie per avermi concesso questo estremo sollievo.»
Hamona scosse delicatamente il capo. «Non sono qui per darti un addio, ma per unire il mio cammino al tuo.»
Darcia accennò a una protesta, ma in quel preciso momento la luce radiosa che avvolgeva la donna e il turbine di piume svanirono nell'aria. Eppure, il sorriso di Hamona rimase immutato.
«Non m'importa della beatitudine eterna se questo significa non averti accanto. Il mio unico desiderio era ricongiungermi a te... e d'ora in poi nulla potrà più separarci.»
«Ma scegliendo questo... svanirai anche tu nel vuoto» replicò Darcia, con la gola stretta dal dolore.
Hamona immerse lo sguardo nelle iridi azzurre del marito, accorciando le distanze tra i loro corpi. «Darcia, ti va di danzare insieme, come facevamo una volta?»
Il principe sostò in silenzio per alcuni istanti, lasciandosi cullare dal calore di quegli occhi. Poi, con un sorriso colmo di ritrovata giovinezza, annuì.
«Sì, amore mio.»
Le cinse la schiena con un braccio, stringendo la mano di lei nella propria, mentre Hamona adagiava il palmo sulla sua spalla.
Non vi era alcuna melodia nell'aria, ma il ritmo risuonava nel profondo dei loro cuori, ed essi si limitarono a seguirne il tempo.
I veli e i biondi capelli della principessa frusciarono a ogni singola giravolta di quel valzer sospeso nel nulla, mentre Darcia riassumeva le sembianze del nobile rampollo di un tempo, fiero e privo di ombre.
D'un tratto, la desolazione del vuoto scomparve. Intorno a loro riprese forma il vecchio giardino dei Darcia e lì, in quell'eterna e splendente isola d'oro, avrebbero continuato a danzare... per sempre.

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