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Dimensione temporanea.
Quando Tsume riaprì gli occhi, lo fece con calma, sbattendo un paio di volte le palpebre finché la sua mente non si rese davvero conto di dove si trovasse.
Non era più sdraiato su una fredda lastra di ghiaccio e roccia e non sentiva più dolore al fianco. In effetti, non avvertiva più la stanchezza, la fame o il gelo che entrava fin dentro le ossa.
Un buon odore di fiori gli entrava nelle narici. Era circondato da candidi fiori della luna che si agitavano lenti al vento, e un bel sole accarezzava la sua pelle ambrata.
Sempre con la stessa calma, si sollevò rimanendo però seduto e si tastò per assicurarsi di essere tutto intero... e soprattutto reale.
Si guardò infine le mani, poi quell'orizzonte che non pareva avere fine. Un campo sterminato dove regnavano la pace e l'armonia.
«Non posso crederci... non può essere...», sussurrò tra sé e sé. Come poteva aver davvero raggiunto il Rakuen lui che aveva tradito e fatto scorrerie per tutta una vita? Forse l'ultimo anno, in cui si era unito a Toboe, Kiba e Hige, lo aveva davvero cambiato a tal punto da meritarsi un posto in paradiso?
«Tsumeee!» una voce familiare lo richiamò.
Il cuore accelerò e il tempo parve rallentare per un attimo, finché a un certo punto la figura allegra e piena di vitalità di Toboe non entrò nel suo campo visivo.
«Non... non ci posso credere! Sei davvero tu?» balbettò Tsume, scattando in piedi.
Toboe era esattamente come se lo ricordava, ma ora non era più pallido e non c'era alcuna ferita sul suo corpo.
Si corsero incontro come lupi e iniziarono a girarsi intorno, spensierati, dandosi qualche zampata giocosa per poi tornare nella forma umana e abbracciarsi.
«Moccioso, sei davvero pieno di risorse... non avevo dubbi che anche tu avessi avuto accesso al Rakuen, se ci sono finito persino io.»
Toboe si scostò e scosse il capo. «Questa è una dimensione temporanea. Poco fa ho incontrato Cheza, che ora sta andando incontro a Hige e Blue, e mi ha spiegato che questo è il sentiero per la rinascita.»
Tsume strabuzzò gli occhi. «La... la rinascita?»
Il giovane amico sorrise. «Il Rakuen ci aspetta oltre questa soglia. Rinasceremo a nuova vita, in un mondo lontano dalle sofferenze del vecchio.»
Lo sguardo di Tsume tremò. «Una nuova possibilità, quindi?»
Toboe annuì. «Ci basterà esprimere un desiderio.» Si portò le mani dietro la nuca e accavallò una gamba all'altra, ridacchiando. «Ti piacerebbe rinascere come mio fratello?»
Il cuore di Tsume batté ancora più forte. Poi si limitò ad annuire, non trovando le parole.
«Io, però, voglio essere il fratello maggiore!» aggiunse il lupo marrone.
Tsume allora sorrise e lo guardò con aria di sfida. «Ah sì? Ti credi diventato più forzuto di me?»
Senza dirselo ad alta voce, i due mutarono di nuovo nella forma animale e iniziarono a rincorrersi e a lottare. Non con rabbia, ma con genuina rivalità, per vedere se effettivamente quel cucciolo pelle e ossa fosse diventato più risoluto. Effettivamente lo era, ma Tsume rimaneva ancora il più forte.
«Ne hai ancora di strada da fare, ragazzino», disse con orgoglio, una volta atterrato. «Magari sarà per la prossima rinascita.»
Toboe gonfiò le guance e strinse gli occhi.
Tsume poi si alzò e fece qualche passo avanti, fino a dargli le spalle. Il vento si alzò e i raggi di sole si posarono sul suo sguardo, ora più profondo. «E se invece divenissimo padre e figlio?»
Toboe arrossì per qualche istante, ma poi anche lui venne attraversato da una bella luce e, mentre era concentrato a osservare i fiori, abbozzò un dolce sorriso: «Perché no.»
I due lupi poi si guardarono e si sorrisero. Sì, avevano trovato il loro desiderio.
Il vento sollevò ancora l'odore di quei fiori mistici e la scia dei suoi amici che, insieme alla fanciulla del fiore, si stavano avvicinando a loro.
«Chissà se anche Misha ha raggiunto questo luogo.»
Le parole di Toboe fecero piombare Tsume alla realtà.
Era vero. Non percepiva la lupa di Mine-Ruins Town. Quella splendida lupa che in poche ore era riuscita a rubargli il cuore. Strinse i pugni. Che non fosse riuscita a varcare anche lei la soglia? Che fosse rimasta intrappolata assieme al suo branco decaduto nell'oblio?
Il ricordo di Misha che osservava le stelle, e le stelle sembravano ricambiare, gli tornò alla mente come qualcosa di dolce ma anche doloroso. Non era possibile che lui fosse arrivato in un simile posto e che quel luogo avesse sbarrato i suoi cancelli proprio a lei.
Guardò verso l'alto, dove diverse stelle cadenti si intravedevano nel cielo terso.
«Se non è qui, è di sicuro in un luogo migliore», gli rispose, anche se in realtà era un augurio che stava facendo a se stesso.
Poco dopo Hige, Blue e Cheza li raggiunsero, e il ricongiungimento fu coronato dalle risate e dagli scherzi. Il branco si era ritrovato, anche se all'appello mancava ancora Kiba.
Cheza richiamò le sfere della rinascita e, quando giunse il momento di formulare il loro desiderio, Tsume cercò di immaginare l'istante in cui lui e suo figlio correvano liberi nei boschi, mentre lui gli insegnava tutto quello che sapeva.
Ma non solo.
Alla fine della battuta di caccia sarebbero tornati alla loro tana, e lì ci sarebbe stata ad accoglierli Misha insieme al resto dei cuccioli.
Quasi arrossì a un pensiero così spontaneo, sorto nella sua mente senza che potesse nemmeno prevederlo.
Tutto, però, cambiò direzione quando la volontà egoistica e malvagia di Darcia violò la sicurezza di quella bolla e afferrò Cheza.
Lui e gli altri tre non ci pensarono un attimo e cercarono di liberarla dalle sue grinfie, ma nello stesso momento il processo di rinascita era in corso e la nuova vita li stava richiamando. Il primo a essere risucchiato fu Toboe, ma Tsume sentiva che tra poco anche lui avrebbe ceduto.
«Non lo accetto, dopo tutto quello che abbiamo passato...», disse in un moto di rabbia.
Cheza lo guardò, leggendo nel suo sguardo il dolore che il lupo grigio stava attraversando, ma anche quello di Blue e Hige. Blue in particolare, che si era aggrappata a lei più saldamente, stava per vedere il suo sogno infrangersi se non avesse mollato la presa. Tuttavia, il senso di lealtà della lupa nera nei confronti della fanciulla del fiore era tanto forte da spingerla a sacrificare la propria felicità.
Darcia, catturando Cheza, al momento giusto, avrebbe potuto aprire il portale dei desideri... e se non ci fosse stato nessuno a contrastare quella follia?
«Come possiamo fare per fermarlo?» chiese Tsume a denti stretti, quasi le avesse letto nel pensiero.
Cheza si accigliò, poi il suo sguardo tremò. «Forse un modo c'è... ma lei deve chiederti di perdonarla... perché questo potrebbe deviare il percorso della tua rinascita.»
«Dimmi solo cosa devo fare», disse Tsume senza alcuna esitazione, mentre i suoi muscoli urlavano nello sforzo di contrastare quella forza oscura e opprimente.
Cheza allora si portò una mano al cuore, il quale si illuminò, e sul palmo apparvero dei semi luminosi. «Portali con te nel nuovo mondo, nascondili. Poi l'Amnesia del Rakuen farà il resto.»
Tsume li prese e il suo petto li assorbì. Nel momento in cui i semi entrarono in lui, una strana energia lo attraversò. Qualcosa di misterioso ma potente.
«Lei ti augura buona fortuna... e spera che il tuo cammino possa essere felice», disse Cheza, mentre già buona parte del suo corpo veniva assorbito dall'oscurità.
Tsume le sorrise con dolcezza: «Non preoccuparti, sono forte. Qualunque sarà il mio destino, lo saprò affrontare. Sono pronto a sacrificarmi per il mio fiore.»
Detto questo, mollò finalmente la presa e la sfera di luce lo risucchiò.
Anche Hige venne risucchiato a sua volta, poco dopo, e Cheza e Blue furono catturate da Darcia.
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Cheza rassicurò Blue che il legame dei cuori le avrebbe aiutate a ritrovare i loro cari e, con questa speranza, la lupa nera si addormentò.
Poco dopo anche Cheza chiuse gli occhi, esprimendo il desiderio che ciò che aveva fatto fosse sufficiente per contrastare i piani di Darcia. Privandosi dei semi aveva reso il proprio corpo più instabile, ma finché non fosse uscita dal suo stato di nucleo, per il momento il bozzolo avrebbe tenuto insieme i pezzi.
La mente di Cheza vagò nel vuoto cosmico, mentre il suo corpo, tramutato in energia, si plasmava lentamente per la rinascita.
Credeva di essere sola, ma si sbagliava, poiché degli occhi benevoli la stavano osservando. Occhi simili all'essenza di colei che un tempo era stata una lupa, antica compagna di Tsume, madre di Toboe e sorella gemella di Darcia: Misha. Il suo animo era gentile, sebbene anche in lei fosse presente una scintilla di oscurità.
L'angelo dagli occhi viola e i lunghi capelli biondi dai riflessi verdastri, l'avvolse in un abbraccio materno, per quanto astratto. Anche lei conosceva fin troppo bene Darcia: era Hamona, la sua amata moglie.
Cheza si ricordava di lei, aveva visto il suo corpo esanime al castello del nobile; ma adesso che ne avvertiva lo spirito, credeva finalmente di comprendere perché quell'uomo l'avesse amata tanto, al punto da diventarne ossessionato. Pur non condividendo, com'era ovvio, il folle desiderio di soggiogare un mondo intero solo per riavere il proprio amore perduto, la fanciulla fiore non poté che provare compassione per quel legame spezzato.
Hamona le trasmise una sinestesia di sensazioni, malinconiche ma allo stesso tempo atte a conferirle coraggio per quel suo gesto così audace di lasciarsi catturare, pur rinunciando a parte dei suoi semi.
Poi il flusso di pensieri passò a ciò che era capitato a Misha. La lupa stava rinascendo anche lei per cercare di fermare, un giorno, Darcia; amava troppo suo fratello e, allo stesso tempo, non tollerava che i suoi cari morissero prematuramente anche nella loro ultima incarnazione. Così, quando venne risucchiata dalla sfera della rinascita, si era lasciata dietro delle piume bianche che poi erano diventate nere. In quel momento Hamona aveva capito che Misha stava mutando quel suo desiderio in ossessione, proprio come il fratello. Ma non poteva permettere che ciò avvenisse. Non avrebbe permesso che quella creatura ascesa venisse inghiottita dalle tenebre.
Per quanto i lupi meritassero di vivere una nuova vita in serenità, avevano già subito una deviazione di percorso a causa dell'interferenza di Darcia; perciò era giusto che i guerrieri tornassero a combattere ancora una volta. Questo avrebbe però cozzato con le intenzioni di Misha, che si sarebbe opposta con tutta se stessa se Cheza si fosse dimostrata favorevole a risvegliare fin da subito i suoi amici dall'Amnesia del Rakuen.
Così, quando Misha e Cheza entrarono ufficialmente in contatto, nel momento in cui la giovane era andata a fare visita a Darcia, la fanciulla del fiore aveva acconsentito a smettere di cantare, come se fosse inconsapevole di tutto. Ma solo per il tempo necessario. I lupi, comunque, avevano ricominciato a risvegliarsi, ne ebbe la conferma a capodanno, quando Kiba e Tsume avevano fatto irruzione e la percepivano.
Kiba era stato il fattore imprevisto e Misha, ancora sotto l'effetto dell'Amnesia del Rakuen, non avrebbe potuto fare nulla per impedirlo, se non adattarsi di conseguenza. Almeno finché non avesse riacquisito i suoi pieni poteri al compimento del ventiseiesimo compleanno.
Tuttavia, non solo Misha era nata con una scintilla di oscurità nel cuore. Kiba, rinascendo, lo aveva fatto con un unico obiettivo in testa, e anch'esso sarebbe sfociato nell'ossessione se non avesse ritrovato i suoi compagni di un tempo. Se Misha o Kiba avessero aperto loro il Rakuen, esso sarebbe rimasto corrotto.
«Per questo Kiba deve imparare a perdonare», disse infine Hamona. «E Misha deve imparare a fidarsi del prossimo; non può fare tutto da sola sperando di proteggere tutti. Non è stata in grado di difendere il suo branco da Jagra, non ha potuto salvare suo fratello dalla decadenza, e questo l'ha resa instabile.»
«Lei deve mantenere il segreto... fino alla fine?» chiese Cheza.
«So che ti chiedo molto, ma per favore, mantieni questo segreto per te. Ci sono cammini che ognuno deve attraversare da solo per superare i propri ostacoli. Se tutto venisse loro rivelato in anticipo, ogni sforzo sarebbe vano.»
Così Cheza aveva fatto, senza dire nulla a Blue, la quale sapeva solo dei semi in quanto presente alla consegna; a lei, al momento del risveglio, aveva poi detto di cercare i suoi compagni per prepararli e farli tornare i guerrieri di un tempo.
Per decenni aveva atteso il momento fatidico, il giorno in cui Misha si sarebbe avvicinata a lei e Kiba avrebbe trovato la forza di cercarla... ma non troppo presto. Se in quel momento il lupo bianco l'avesse liberata, tutto ciò che avrebbe ottenuto sarebbe stato un guerriero ancora più rabbioso e iper-possessivo.
Nel silenzio, Cheza combatteva la propria personale battaglia. Doveva tenere a bada un'instabilità alchemica affinché la brillante Cher Degre non se ne accorgesse, utilizzando come schermo persino l'essenza di Blue, e custodire al contempo una moltitudine di segreti. Quella sfida, finalmente, aveva trovato la sua vittoria: Misha era stata purificata grazie all'antico rito dei lupi, Kiba aveva aperto il proprio cuore arrivando a comprendere un acerrimo nemico e ora, finalmente, lei non doveva più resistere alla mutazione.
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Quando Tsume arrivò nel nuovo mondo, avendo i semi di Cheza dentro di sé, non poté ancorarsi ad alcuna famiglia a differenza dei suoi compagni che rinacquero attraverso un grembo materno.
Emerse dalla sfera quando era ancora puro spirito, finendo in un bosco. Lì individuò una grotta, nascosta in un punto isolato, molto difficile da raggiungere e che nessuno avrebbe mai notato, se non avesse avuto qualcosa da cercare.
Dopodiché lasciò che la rinascita proseguisse il suo processo. Il suo corpo assunse sembianze umane, trasformandosi in un neonato; tuttavia, essendo lui sempre lo stesso, la cicatrice al petto rimase impressa sulla sua pelle.
Non molto tempo dopo, degli escursionisti, attirati da un pianto disperato, trovarono il bambino abbandonato nell'erba alta.
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Misha si scostò da Tsume, venendo a conoscenza per la prima volta del segreto di Cheza e del sacrificio del suo compagno.
Tsume la guardò negli occhi, del tutto esterrefatto; finalmente tutto questo dava una risposta a un quesito che si portava dentro da anni. Gli occhi gli si fecero immediatamente lucidi. Almeno ora sapeva che la sua vita non era stata solo una collezione di sfortune dovute all'essere nato in un contesto sociale difficile.
«Non ho mai avuto dubbi, fin dal momento in cui ti ho incontrato, che in te ci fosse molto di più della figura del teppista», disse Hubb, posandogli una mano sulla spalla e sorridendogli orgoglioso.
Tsume ricambiò il sorriso: «La ringrazio per aver creduto in me fin dal principio.»
«Ancora una volta ti sei dimostrato il compagno degno, che scelsi tanto tempo fa.» disse Misha, chinandosi su di lui, per abbracciarlo.
Tsume contraccambiò l'abbraccio, inspirando l'odore dei suoi capelli. Sentire quelle parole, da lei pronunciate lo riempirono di orgoglio. Finalmente la figura di quel fiero lupo che aveva visto nel campo dei fiori della luna, non gli sembrava più un estraneo.
«Ci avete condannati tutti... tutti!» urlò istericamente la madre di Darcia. «E Lord Darcia ci ha abbandonato. Forse è un bene che sia finito in quel buco oscuro.»
«FA SILENZIO, UMANA!» sentenziò Misha, fluttuando rapidamente verso di lei. Il bagliore viola si era intensificato e la voce era mutata, risuonando sia in maschile che in femminile. La sua luce purpurea, che per i suoi amici appariva dolce e benevola, agli occhi dei coniugi Darcia apparve accecante e opprimente.
Poi la luce negli occhi si affievolì appena e calde lacrime le rigarono il viso. I pugni erano rigidi, distesi lungo i fianchi. «Se voi l'aveste amato veramente... forse il sigillo non si sarebbe mai spezzato... lui non avrebbe ricordato tutto il dolore... e anche se il suo corpo umano stava comunque morendo, magari lo avrebbe fatto in pace, circondato dai suoi cari e non ricordato come un mostro.»
Le spalle le tremarono, scosse dai singhiozzi.
«Ovunque egli sia... io credo che sia in pace» disse Kiba, affiancandola e sfiorandole appena il braccio.
Misha spostò lo sguardo verso di lui, le gote arrossate.
Kiba sorrise piano e guardò un punto indefinito della stanza. «Chiamala empatia verso un mio simile... ma sì, io credo che in qualche modo ora lui sia felice.»
Misha gli sorrise, ancora una volta grata a Kiba per ciò che era diventato. Non aveva alcun dubbio del perché Cheza l'avesse eletto a suo campione.
«Bambina, è giunto il momento» disse la nonna con tono quieto. «Tu sai che non dobbiamo rimanere sul piano mortale per così tanto tempo.»
In quel momento l'aria gelò, e non solo per il fatto che dal tetto stavano cadendo neve e grandine.
Toboe sentì subito le lacrime montare e di nuovo corse tra le braccia della madre, per un ultimo, caldo abbraccio.
«Non andartene... non andartene» supplicò il ragazzo, soffocando il pianto nella sua spalla.
Per la Custode fu come essere attraversata da una lama dolorosa. «Mantieni la promessa e anche io ti prometto che ti sarò sempre vicino.»
«Ma non sarà mai la stessa cosa» disse Tsume, anche lui con lo sguardo lucido, sollevando una mano e carezzandole il viso.
Misha strinse i denti, poi cercò lo sguardo di Cheza. «Ritrova i tuoi semi e conducili alla vera felicità, conto su di te.»
Cheza annuì. «Puoi contare su di lei.»
«E tu Misha, sarai felice?» disse Hige, facendo un passo avanti, lo sguardo acceso e accigliato. «Tu volevi una vita tranquilla e spensierata, come una ragazza qualsiasi... sarà ancora così, anche quando ci guarderai dall'alto e noi non ci ricorderemo di te?»
«E poi vuoi rendermi l'unica lupa del branco? Vuoi lasciarmi da sola a sopportare questi combina guai?» aggiunse Blue, ridacchiando.
«Non avresti più il peso di tutti i tuoi errori» aggiunse Hubb. «E io non dovrei più arrestarti, eheh!»
Guardò Hige, alzando un sopracciglio. «In effetti, dovrei arrestare pure te. Sai che pena c'è per chi viola i server della polizia, vero?»
Hige sbiancò. «Ma, ma, ma appunto nel nuovo mondo, io sarò innocente!»
«Smettetela, per favore... perché mi dite tutto questo?» disse Misha, infilando le dita nelle ciocche corvine e scuotendo leggermente il capo.
«Sciocchina, non l'hai ancora capito?» disse Hige, chinando la testa di lato.
«Tu non sei un png» aggiunse Tsume, accarezzandole di nuovo la gota e cogliendo con il pollice una sua lacrima. «Non sei mai stata una pedina sacrificabile, nessuno di noi l'ha mai voluto e nessuno di noi accetterà mai l'idea di voltare pagina e di dimenticarti.»
«Credo che Darcia avrebbe detto lo stesso, se fosse qui» concluse Cher, con un sorriso composto.
Misha sentì le gambe diventare molli. Avvertiva i loro cuori: ognuno, a modo proprio, era diventato a sua volta un custode del suo.
«Credo proprio che loro non ti vogliano come angelo custode, ma semplicemente come amica» osservò la nonna, sorridendo benevola.
Misha si voltò verso di lei. «Ma non è possibile...»
La nonna scosse il capo. «Sei stata nel nostro piano celeste troppo poco tempo per comprendere davvero i misteri. L'ascensione è un premio, non una condanna o un vincolo.»
Fluttuò di nuovo vicino a Toboe e gli accarezzò delicatamente i capelli. «Non siamo che emissari di qualcosa che non è concesso osservare nemmeno a noi; attraverso di noi vengono accolti i cosiddetti "desideri".»
Cercò lo sguardo di Misha, sollevando le palpebre pesanti. «Quindi, che cosa desideri davvero, bambina? Osservarli tutti dietro un velo invisibile, mentre le loro vite scorrono senza di te... oppure farne parte?»
«In un rotolo dipinto, il punto di fuga non esiste. O meglio... si muove insieme a chi guarda. Non sei un osservatore immobile inchiodato al pavimento; sei un viandante che cammina lungo il sentiero.»
Sorrise tra sé e sé. Era davvero una sciocca. Pensare che era stata lei stessa a pronunciare quelle parole.
«I lupi non cercano il Rakuen perché è scritto su una mappa geometrica. Lo cercano perché scelgono di correre, modificando l'orizzonte a ogni balzo.»
E lei, prima che una Custode dei Cuori, era una figlia del Rakuen. Era una lupa appartenente a una stirpe di viaggiatori che non avevano limitato la loro esistenza a un luogo ancestrale. Perciò restare ferma in quel piano dimensionale, dove non poteva fare altro che osservare lo scorrere delle vite e del tempo, andava contro la sua stessa natura.
Misha si mise in ginocchio e le piume iniziarono a turbinare attorno a lei.
I lupi si mossero, disponendosi in cerchio. Senza aver bisogno di parole, sapevano già cosa fare.
Assunsero la forma ferina e lì, di fronte al loro angelo e al cospetto della luna, ripresero a ululare. Questa volta, però, non era un rito di purificazione, bensì un canto di bentornato.
Il suono riecheggiò tra le colonne e nel petto degli umani presenti.
Cheza si portò le mani al cuore e iniziò a intonare la sua ninna nanna, accompagnando ancora una volta la specie alleata degli hanabito e riportando alla mente quell'antico patto tra fiori e lupi.
Quando i canti raggiunsero il loro culmine, le piume si dissiparono e al centro non c'era altri che la lupa siberiana, che si era unita al loro ululato.
Hubb strinse Cher a sé per sostenere la compagna in quel momento di forte emozione. Sapere di essere parte, o anche solo testimoni, di qualcosa che sembrava uscito da un libro di fiabe era un'emozione che le parole non avrebbero mai saputo descrivere.
I lupi le andarono poi incontro scodinzolando, strusciando il muso contro il suo o leccandole le guance. La loro compagna era tornata a far parte del loro branco.
«Vorrei quasi portarli tutti a casa con me» si lasciò sfuggire Hubb, in un moto di allegria.
«Poi però ci pensi tu a portarli a spasso» rispose Cher a bassa voce, un po' a disagio e con la giacca che le scivolava da una spalla.
Quando i lupi si scostarono, Misha aveva riassunto la forma umana. Non indossava più il vestito azzurro, ma i vestiti che portava nel vecchio mondo: i pantaloncini di jeans e la felpa bianca.
«Perciò ora sei solo...» provò a dire Hubb, quando lei gli andò incontro.
«... una lupa. Che indossa pelle d'uomo per mescolarsi tra gli uomini.»
Hubb batté le palpebre, per poi guardare il resto del branco. «Dunque, alla fine, un ciclo si è ripetuto.»
«Ma non quello che temevo» disse Misha con un sorriso di sollievo.
«Allora tu non c'eri» disse Tsume, passandole un braccio attorno alle spalle. «Perciò non poteva che andare diversamente.»
«È vero» rispose Blue, accarezzandosi la pancia. «L'altra volta qualcuno non c'era.»
Hige le diede un bacio sulla testa.
«Come non c'era nemmeno il professore» disse Hubb, spostando lo sguardo verso il corridoio.
Tutti loro vissero un momento di profonda tristezza, incupendosi.
«Ma... ma non dobbiamo disperare!» esclamò Toboe, spezzando il silenzio. «Nessuno di noi è davvero in grado di dire chi rinascerà, quindi dobbiamo essere positivi!»
«È vero» annuì Blue.
Toboe si voltò verso la nonna, per avere conferma anche da lei di quanto appena affermato... ma l'angelo ormai si era congedato. Il ragazzo sorrise piano e con la pace nel cuore, sapendo che comunque non se ne era andata davvero.
Finalmente la trasmittente tornò a funzionare, le interferenze erano scomparse.
Misha guardò un'ultima volta verso il punto in cui suo fratello era scomparso, con un sospiro malinconico. Sì, anche lei era assolutamente certa che lui ed Hamona si fossero finalmente riuniti.
Tornarono alla sala da ballo, ormai quasi del tutto sgombra. La retata aveva portato via quasi tutti i nobili e le guardie al servizio dei Darcia.
Anche i coniugi vennero condotti via e nessuno credette ai loro deliri sugli angeli, sulle persone che diventavano lupi e sui varchi dimensionali.
Hige fu molto felice di scoprire che almeno il buffet del salato era stato risparmiato dal caos e, senza pensarci due volte, iniziò a riempirsi il piatto.
Anche gli altri lupi avevano fame e, senza fare complimenti, si concessero qualche boccone.
Hubb alzò un sopracciglio. «Non basta aver fatto irruzione a una festa? Ora vi mettete anche a scroccare?»
«Veramente io ero l'ospite d'onore» puntualizzò Misha, addentando un tramezzino.
«E tecnicamente anche io e Toboe eravamo stati invitati» aggiunse Hige, con le guance piene.
«Giusto! Io per sicurezza avevo pure stampato l'invito!» esclamò Toboe, estraendo il foglio dalla tasca con gesti goffi.
«Io e Cheza possiamo dire di essere a casa nostra» fece spallucce Blue.
«E noi siamo i "più uno" di Misha e Cheza... e non me ne frega niente dell'invito. Se ho fame, mangio» concluse Tsume, addentando del pollo fritto.
«Allora mi unisco anche io... anche io tecnicamente avevo un invito!» esclamò Cher, sorridendo in maniera spensierata per la prima volta dopo tutto quello che era accaduto nell'altra sala del castello.
«Cheza, se ora sei umana, vuoi provare a mangiare qualcosa?» le chiese dolcemente Kiba, invitandola ad avvicinarsi al tavolo.
Mentre la scena si svolgeva Hubb si voltò verso il sacco nero che i soccorritori stavano portando via su una barella.
Si mise le mani in tasca e guardò di sottecchi Hige. Forse il lupo aveva insistito tanto sul dare le spalle all'altro lato della sala proprio perché la compagna, incinta, non vedesse il corpo di Silva che veniva portato via.
Infine si voltò verso le vetrate, osservando la luna e la tempesta di neve in corso. Sì, se lo sentiva nelle ossa: quel mondo sarebbe rimasto avvolto nel gelo, nonostante tutto.
Guardò allora Cher e una profonda malinconia lo colse. Il suo desiderio di rivederla era stato esaudito, ma in realtà non era completo. Non era a quel modo che voleva trascorrere il resto della sua vita con lei.
A lunghi passi si avvicinò anche lui al tavolo, facendosi largo tra gli altri, e con decisione afferrò un panino dandogli un bel morso.
«Vi siete rifocillati a sufficienza?»
Hige guardò rapidamente oltre le spalle dell'uomo, poi tornò a fissarlo. «Sì, capitano.»
«Bene, allora andiamoci a riprendere il nostro paradiso.»
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Tsume per tutta la vita aveva pensato a quel bosco ove era stato trovato da neonato, senza mai capacitarsi di come qualcuno avesse potuto abbandonare un bambino in fasce lì, nel cuore della foresta.
Aveva sempre creduto di essere cattivo a prescindere, dato che qualcuno non l'aveva voluto e chi avrebbe dovuto prendersi cura di lui, alla fine, si era rivelato disattento e poco amorevole.
Tra botte e vicoli bui era quindi cresciuto credendo che la sua vita fosse tutta lì: un randagio tra i randagi, a lottare con le unghie e con i denti per il proprio pezzo di pane.
Una sorte che non accettava, ma che purtroppo gli calzava a pennello.
Ma se avesse potuto rifare tutto da capo, forse avrebbe finito la scuola e trovato un lavoro onesto. Sempre con quell'aria un po' da teppista che faceva parte della sua natura, ma con la fedina pulita e meno zavorre sulla coscienza.
C'era qualcosa in quella foresta che continuava a richiamarlo in un punto preciso, tant'è che quando aveva conosciuto un'ingenua ragazza appassionata di libri e aveva saputo che faceva arrampicate, non si era trattenuto e le aveva subito chiesto se potesse insegnargli.
... ma la sua vita di sempre lo aveva ostacolato ancora una volta.
«Misha, stai attenta!» disse Toboe con le mani a cono, quando la ragazza comparve dalla cima di quell'altura, con l'imbracatura per l'arrampicata e un elmetto giallo in testa.
La ragazza si limitò a puntare un pollice sollevato, mentre con attenzione piantava la piccozza e i moschettoni frusciavano a contatto con la corda.
«Complimenti, Misha, non ti avevo mai vista in queste vesti. Stai molto bene!» disse Hige, sollevando di rimando il pollice sorridente e ignorando l'occhiata fulminante di Blue e di Tsume al suo fianco.
Tutti quanti osservavano in trepidante attesa le movenze esperte della ragazza, che con così tanta sicurezza si muoveva su quella roccia.
Il cuore di Tsume perse un battito quando a un certo punto annunciò di aver trovato una piccola insenatura nella roccia.
Misha allungò lo sguardo, tirò via dall'apertura un po' di neve accumulata, finché le sue iridi azzurre non furono catturate da una luce particolare.
Rimase a bocca socchiusa non appena vide quei tre semi, adagiati sul fondo. In attesa per oltre trent'anni che qualcuno li trovasse.
Darcia era nato circa nove anni prima di Tsume e a quell'età il giovane erede dell'omonima famiglia aveva perduto il sigillo dell'Amnesia del Rakuen. Probabilmente era da allora che i fili in quel mondo avevano iniziato a intrecciarsi tra loro.
Quando li raccolse e li guardò, inermi sul palmo del suo guanto, non poté fare a meno di trovare ironia nel fatto che qualcosa di così piccolo avesse determinato la sorte di molti.
«Sono questi?» chiese Hubb con il fiato sospeso quando Misha, una volta atterrata, li aveva porti con una sorta di reverenza a Cheza.
Cheza annuì e, non appena raccolse i semi, se li portò subito al cuore: con un bagliore luminoso vennero assorbiti.
Il ritorno allo stato di persona fiore fu quasi istantaneo, le sclere si dipinsero di nuovo di nero e la sua vista non era più legata ai suoi occhi, ma tornava alla sua telepatia innata.
«Ora è completa» disse con il suo solito tono soave. «E può portarvi tutti nel luogo che era stato destinato a voi fin dall'inizio.»
«Ma non era l'ultima rinascita, questa?» chiese Cher, leggermente accigliata.
Cheza annuì. «Questa non è una rinascita, ma un ritorno all'ordine delle cose. Nel momento in cui Darcia ha interferito, si è come creata una dimensione temporanea.»
Lo spirito della scienziata si accese immediatamente in Cher che, con gli occhi che le brillavano, era già pronta a riempirla di domande, ma Hubb la fermò all'istante. Prima dovevano fare quello che andava fatto; il comizio sui quanti, le dimensioni e tutto il resto avrebbe potuto attendere.
«Perciò non ti disperderai di nuovo in migliaia di semi?» chiese Kiba, tradendo una certa speranza nella voce.
Cheza scosse il capo, poi guardò Tsume.
«Tu lo hai già sperimentato, vero? Il potere degli hanabito ti è rimasto dentro, seppur latente.»
Tsume strabuzzò gli occhi.
«Tutte le volte che hai desiderato raggiungere qualcuno... per salvarlo da un proiettile, da una foresta oscura o per ritrovare chi stava fuggendo... tu lo hai raggiunto piegando lo spazio-tempo attraverso la tua forte volontà, pur non rendendotene conto.»
Tsume barcollò e dovette appoggiarsi a una roccia, rendendosi finalmente conto di tutti quei dettagli a cui non aveva mai dato peso, ma che ora trovavano il loro posto.
Misha gli andò accanto e gli prese la mano. Tsume le sorrise e gliela strinse di rimando.
Cheza non aveva ancora finito. «Gli hanabito non si sono mai dovuti avvalere della fine del mondo per aprire i portali. A loro è sempre bastata la volontà» spiegò con calma. «Darcia I credeva di averli ricreati, ma il sacrificio di un fiore era solo una parte delle loro capacità.» Si strinse le mani al petto e abbassò il capo, sorridendo dolcemente. **«E questo che lei vi sta dicendo non l'ha appreso sui libri. Lo sa e basta... è come... come se una memoria riaffiorasse in lei... e crede ora di poter essere pronta a dimostrarsi degna delle vere persone fiore.»**
«Lo sei sempre stata» disse Kiba senza esitazione.
Le sollevò il mento delicatamente con l'indice piegato per cercare il suo sguardo.
«Sei sempre stata la nostra guida, il nostro faro. Dall'aspetto fragile eppure fortissima. Hai sempre combattuto al nostro fianco e ci hai confortato nei momenti più bui.» Scosse rapidamente il capo. «Io non conosco questi hanabito, ma non ho dubbi che il loro aspetto sia identico al tuo.»
Cheza gli sorrise, grata e commossa per quelle parole così cariche di affetto.
Una ventata gelida ricordò loro che cosa fossero venuti a fare.
Così, senza perdere tempo, si disposero in cerchio.
«Prendiamoci per mano e concentratevi su quello che volete. La vostra vita come sarebbe dovuta essere» disse la fanciulla bianca.
Hubb e Cher si guardarono con espressione complice e, senza dirsi nulla, si presero per mano.
Tsume, Misha e Toboe si unirono a loro, e Kiba fece lo stesso con Cheza.
Solo Hige, rabbuiato, esitò.
«Scusate... è che io... non so se voglio davvero attraversare questa soglia.»
Gli altri lo guardarono, leggermente interrogativi.
Hige sorrise malinconicamente. «Cheza, tu hai detto che questa è una dimensione temporanea... ma per me non lo è.» Nel suo sguardo fu come se la pellicola della sua vita gli passasse davanti agli occhi. «Io qui ho dei genitori: chiassosi, invadenti, ma sono la mia famiglia... a mamma non ho ancora nemmeno detto che il rito della fertilità della prozia Mària ha funzionato.»
Strizzò gli occhi in un sorriso allegro.
«Non ci siamo solo noi. Qui abbiamo altri amici e familiari.» Guardò Misha e poi Kiba. «Anche voi qui avete dei genitori, una famiglia... e io non ci credo, Kiba, che tu li consideri solo "le persone che ti hanno generato".» Si soffermò maggiormente su Misha. «E tu, quando eri ancora inconsapevole, non hai sempre sostenuto che non avresti accettato l'idea di un Rakuen dove solo pochi eletti potessero raggiungerlo?»
Hubb abbassò il capo e sorrise amaro. Anche lui aveva sostenuto fin da subito che l'idea di un'Arca di Noè era qualcosa di inaccettabile. Che cosa stava facendo, allora?
Cheza sorrise dolcemente.
«Non preoccuparti» lo rassicurò lei. «Questo mondo è sempre stato il vostro, deve essere solo "aggiustato".»
«Quindi non perderemo nessuno?» Il cuore di Hige iniziò a battere forte.
Cheza annuì. «Non perderete nessuno di loro.»
«Questa volta, però, ci sarai anche tu» disse Kiba, rinforzando la presa. Poi guardò Blue. «E anche tu, ovviamente.»
Blue gli sorrise e annuì.
Tutti si presero per mano e il cerchio venne chiuso.
Ognuno di loro si concentrò sui propri ricordi più felici, su quello che avevano vissuto e sul futuro che avrebbero desiderato e come sarebbe dovuto essere.
Forse non sarebbe stato perfetto, perché in nessuno di loro esisteva l'assoluta luce o l'assoluta ombra, ma il loro legame avrebbe fatto il possibile affinché quella realtà diventasse il luogo migliore che potesse esistere. Non un Rakuen in cui tutto rimaneva immobile tra sterminati fiori della luna, ma una casa dove muoversi, crescere, fare i propri errori e migliorarsi.
E mentre ancora il resto del mondo faceva rumore e batteva i piedi, inarrendevole a una sorte tragica, il cielo buio privo di luna ora diventava l'annuncio che qualcosa di nuovo stava per iniziare.
Il fiore sbocciò. Mancava solo un petalo, ma ovunque esso fosse, probabilmente ora si era posato sulla superficie di un lago e lì riposava.
Una luce bianca partì dal petto di Cheza e si diffuse tutto intorno, avvolgendo coloro che erano divenuti – ed erano sempre stati – le chiavi per la rinascita, scelti da qualcuno o qualcosa di cui non era dato sapere l'identità, accettando semplicemente quel compito.
Una corrente dal basso li colpì, sferzandone le vesti e agitandone i capelli.
Si guardarono negli occhi, ognuno di loro. Questa volta non si sarebbero perduti. Sarebbero rimasti uniti fino alla fine.
«Dici che ci sarà ancora la cioccobirra?» disse Hige, voltandosi verso Misha e ridacchiando.
Misha rafforzò la presa sulla sua mano. «È da quando la luce ci ha investito che lo sto sperando» rispose lei, ricambiando con un sorriso a trentadue denti.
«Io spero che i compiti saranno più facili!» esclamò Toboe, con un brivido lungo la schiena. «Sapete... avevo un'interrogazione e...»
«Toboe, hai sfruttato la fine del mondo per saltare l'interrogazione?» lo fulminò Misha, stringendo di più anche la mano del ragazzo, ma questa volta non proprio per rafforzare il legame.
Toboe ridacchiò nervosamente.
Tutti gli altri sospirarono. No, nemmeno quel rito sacro riusciva a tenere buoni quei tre.
Subito dopo tutto venne avvolto dal bianco e il tempo rimase sospeso.
La pellicola si riavvolse.
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Sbocciare – è il Risultato –
incontrare un fiore
è un lavoro che quasi sfugge
alla vista –
Una Farfalla si ottiene
con un'Attitudine al Volo –
ma i Gigli di un Pomeriggio
hanno una Storia –
Un'ascesa dal Buio –
un Guadagno di Luce –
un Lavoro di dita che nessuno vede –
un'Esperienza –
E poi – il Velo si fende –
e il bocciolo si mostra –
e il mondo lo chiama Fiore –
ma noi – sappiamo quanto è costato.
- "Sbocciare" di Emily Dickinson
Freeze City era una metropoli caotica e piena di vita, ma spesso soggetta a piogge insistenti. Tuttavia, quando la pioggia cessava e il sole riusciva a farsi spazio tra le nubi, la vita tornava a scorrere tra quelle strade di cemento e luci artificiali.
Quel luogo non aveva mai conosciuto i fiori della luna, benché qualcuno ne conoscesse l'esistenza attraverso sogni e leggende. Nessuno, però, sapeva con certezza quale fosse il loro vero aspetto. C'era chi diceva che avessero solo sei petali, simbolo di armonia e famiglia, e chi dieci, a rappresentare il completamento di un ciclo e dell'ordine divino.
Alla fine, non erano altro che racconti per bambini.
Era un bel giorno di primavera e le voci allegre degli avventori del Central Park si diffondevano nel circondario. La fontana centrale gorgogliava e spruzzava, e i pesci rossi nuotavano tranquilli nel vascone.
I fiori di ciliegio erano sbocciati e i petali venivano sollevati dal vento.
Uno di essi si posò proprio sul naso di Tsume e lo fece starnutire, svegliandolo dal suo torpore.
Quando riaprì gli occhi, si rese subito conto di dove si trovava.
Accanto a lui Misha mugugnò, anche lei assopita dalla brezza leggera e dalla comodità della panchina ove stavano seduti.
«Misha» le disse piano, scuotendola appena per non svegliarla malamente. «Credo che ci siamo addormentati.»
Misha si sollevò e anche lei, non appena aprì gli occhi, sembrò leggermente confusa.
«Ho dormito molto?»
«Non credo. Solo il tempo per immergersi in qualche sogno.»
Misha si stropicciò gli occhi e poi sospirò. Guardò verso Tsume e gli sorrise dolcemente.
Tsume contraccambiò accarezzandole la guancia con il dorso della mano.
«Mamma, acqua!»
Un bimbo di circa tre o quattro anni corse verso di loro, con i vestiti sporchi di terra e le gote rosse, reduce dal gioco dei castelli di sabbia nell'area dedicata ai più piccoli.
«Oh Toboe, sei il solito pasticcione» ridacchiò Misha, per poi dargli delle pacche sui vestiti per pulirlo, metterselo sulle ginocchia e passargli il biberon con l'acqua.
Il piccolo Toboe bevve di gusto, mentre la madre si assicurava che lo facesse con calma.
Tsume guardava i due con il lieve sorriso di un padre orgoglioso.
Improvvisamente una palla fendette l'aria, quasi finendo addosso a madre e figlio, ma Tsume fu più rapido di riflessi e l'afferrò al volo.
«Fate più attenzione, ragazzini!» sbottò l'uomo, per poi lanciarla al bambino sui dodici anni che l'aveva fatta volare per sbaglio verso di loro.
«Mi scusi, signore.»
Nel momento in cui Tsume incrociò lo sguardo viola di quest'ultimo, un sorriso affiorò sulle sue labbra in maniera spontanea, anche se non sapeva bene il perché.
Il ragazzino con i capelli corti rossi a rasta, un cappello giallo con la visiera calcato in testa e una giacca marrone sorrise di rimando, mentre si stringeva il pallone da calcio al petto.
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Nella zona di campagna, appena fuori Freeze City, il detective Hubb Lebowsky si stava godendo una domenica di sole prendendosi cura dei suoi pomodori. Il rosso di quei frutti richiamava lo stesso colore del tetto della casa che lui e sua moglie Cher avevano acquistato qualche anno prima.
L'uomo si passò l'avambraccio sulla fronte per togliersi il sudore, ma un sorriso soddisfatto non abbandonava mai il suo volto. Aveva davvero il pollice verde e ci teneva particolarmente a ottenere frutti e ortaggi di prima qualità per sua moglie, ormai prossima al parto.
Cher era seduta in cucina a battere i tasti sul suo portatile. Nonostante la dolce attesa, rimaneva una stacanovista.
A un certo punto si alzò, leggermente ondeggiante, per andare a prendersi un bicchiere d'acqua.
Il piccolo corgi bianco e miele le andò subito incontro scodinzolando e abbaiando, con gli occhi vispi.
«Ti ho già dato da mangiare» disse sorridendo. «Sei proprio un goloso.»
Il cagnolino abbaiò di nuovo.
«Pensare che i tuoi antenati si procuravano la pappa da soli... tu invece sei un piccolo viziato.»
Improvvisamente il bicchiere le sfuggì di mano, frantumandosi a terra in mille pezzi.
Hubb non si accorse subito delle urla della moglie; si voltò solo quando il cagnolino, corso fuori, andò dal suo padrone per richiamare la sua attenzione.
«Huuubbb!» urlò ancora una volta Cher, e il detective quasi inciampò tra le zolle nell'affannarsi a raggiungerla il prima possibile.
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Il telefono di Misha squillò, mentre lei, il figlio ed il compagno, continuavano a godersi il pomeriggio, seduti a quella panchina. Era Hige.
Misha dovette spostare il dispositivo dall'orecchio, per non essere investita dal fiume di parole ricche di emozione del suo migliore amico, ma tra i vaneggi senza senso, due parole distinse "Cher" e "parto".
Non appena comprese, si lasciò andare ad un'esclamazione di pura gioia e comunicò subito a Tsume, che Hige e Blue sarebbero venuti a prenderli per andare tutti insieme all'ospedale perché i coniugi Lebowski stavano per avere la loro bambina.
Quando Hige e Blue arrivarono, le due donne si abbracciarono, colme di emozione per i loro amici che presto avrebbero raggiunto.
«Anche a voi tra poco toccherà!» esclamò Tsume una volta saliti in macchina, sporgendosi in avanti nel notare il ventre di Blue, anch'esso gonfio ma ancora lontano dal termine.
«Eh sì... e per la gioia della mamma di Hige, abbiamo scoperto che è una bambina!» rispose Blue, sorridente e leggermente arrossita.
«Ma è magnifico!» ribatté Misha. «E avete già deciso il nome?»
Blue annuì e uno sguardo malinconico, ma non triste, le attraversò il volto. «La chiameremo Ruby.»
«Papà, biscotto!» esultò Toboe, tirando la borsa e guardando il padre con occhioni allegri.
Tsume gli sorrise e con pazienza aprì la zip del borsone.
«Che bello, almeno il nostro Toboe avrà ben due amichette con cui giocare» disse Misha sorridente.
Hige, davanti a lei sul sedile del guidatore, fece una smorfia e guardò dallo specchietto retrovisore il bambino innocente, che al momento non aveva altro in testa se non gustarsi il suo biscotto.
«Sappi che lo terrò molto d'occhio.»
«Perché?» Misha si accigliò subito.
«Perché non tollererò tiri di trecce o lanci di sassi. E quando andrà a prenderla per il ballo della scuola, dovrà prima parlare con me!»
«Stai dando a mio figlio del violento e del mascalzone?» Gli occhi di Misha divennero due fuochi vivi. «Il mio Toboe è un bambino dolcissimo!»
Hige divenne improvvisamente pallido, sentendo quell'aura di energia oscura sprigionarsi da lei. «Ma dai, stavo scherzando... volevo solo dire che...»
«Perché mio figlio non dovrebbe andare bene per tua figlia?» Misha incrociò le braccia. «E se fosse lei a non andare bene per lui? Se sarà lei a tirargli i capelli e a fare l'antipatica?»
I capelli di Hige si drizzarono. «Questa poi! Antipatica ci sarai tu!»
I due si misero a battibeccare come cornacchie.
Blue e Tsume si guardarono per un attimo e sospirarono. Se li erano scelti loro, dopotutto.
Toboe, invece, continuava tranquillamente a sgranocchiare e a spargere briciole sul sedile.
Arrivati all'ospedale, Hubb li informò che era già tutto fatto e che Cher e la bambina li stavano aspettando.
Una profonda emozione colse i quattro quando, entrando, notarono una bella luce calda che illuminava la stanza, esaltando il biondo dei capelli di Cher e i suoi profondi occhi azzurri.
Hubb si portò subito accanto a sua moglie per assicurarsi che stesse bene, mentre lei cullava la piccola in fasce.
«Vi presento Luce» disse l'uomo, scostando appena il panno per mostrare il visetto ancora un po' arrossato e una manina a pugnetto che fuoriusciva dalla coperta.
«Che nome magnifico» disse Blue.
**«Un lago d'ombre... riscatta la luce.»**
La voce di Misha arrivò inaspettata e tutti la guardarono con curiosità. Neanche lei sembrava essersi resa veramente conto delle parole che aveva appena pronunciato, tanto che sul suo volto comparve un grande punto interrogativo.
Toboe iniziò a tirarle la giacca bianca con i bottoncini dorati, perché anche lui voleva vedere la bambina.
«Mi aspetto che questo giovanotto faccia da bravo fratello maggiore alla nostra Luce» commentò Hubb, accarezzandogli il caschetto castano.
Toboe nascose il viso nella spalla della madre.
«Ma per ora lasciamolo alle coccole della mamma» concluse l'uomo, sorridendo.
«Sentite, il mese prossimo Kiba e Cheza dovrebbero rientrare per il mio compleanno» disse Hige. «Magari potremmo andare al Parco dell'Eden, in quel castello settecentesco recentemente ristrutturato.»
«Certo, ci saremo» disse Cher. Poi abbassò lo sguardo verso la sua bambina e sospirò. «In qualche modo quel posto mi ha sempre trasmesso malinconia e conforto. Non so dirvi perché.»
«Forse è legato a un sogno perduto» osservò Hubb.
«O a uno che deve essere ritrovato» disse Tsume con uno sguardo profondo.
«Misha, è vero che ci pensi tu alla torta di compleanno?» chiese Hige, abbracciandola di getto e strofinando la guancia contro la sua.
«Non lo so. Mi hai davvero offesa dicendo quelle brutte parole su Toboe» rispose lei, arricciando il naso.
«Ma tu sei brava, la più brava di tutti a fare i dolci!»
«Allora va bene.»
Ancora una volta un sospiro arrendevole aleggiò nella stanza.
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(Wolf's Rain - Strangers https://www.youtube.com/watch?v=i4SJcDd4ICg&list=RDi4SJcDd4ICg&start_radio=1)
Un mese dopo.
Il Parco dell'Eden si estendeva come una promessa mantenuta, un frammento di eternità sospeso appena fuori dal battito caotico di Freeze City. In quel rifugio verde, il tempo sembrava aver smarrito la sua fretta: l'erba cresceva alta e fitta, muovendosi pigramente al passaggio del vento come un mare di fili di smeraldo.
Tutto intorno, una moltitudine di fiori dai petali vellutati e dai colori impossibili da catturare a parole punteggiava il prato, quasi fossero costellazioni cadute dal cielo per riposare sulla terra. Boccioli vivi, caldi, che profumavano di terra bagnata e di vita vera.
A coronare quel quadro, una luce dorata e struggente colava tra le fronde degli alberi secolari, avvolgendo le antiche mura del castello settecentesco. Era una luce che non feriva gli occhi, ma che accarezzava la pietra ristrutturata e i sentieri di ghiaia, scaldando ogni angolo d'ombra e trasformando il parco in un mosaico di oro e ricordi ritrovati. Lì, dove un tempo aveva regnato il silenzio della nostalgia, ora respirava la promessa di un nuovo inizio.
In un tempo remoto, in un mondo ormai perduto, un giovane lupo dalla pelliccia marrone aveva sognato di raggiungere il Rakuen: un luogo fantastico, dove la distesa di fiori della luna che lo circondava aveva i colori più disparati.
Il lupo ambrato lo canzonò, chiedendogli se ne avesse mai visto uno davvero.
Il lupo marrone disse di no, ma non aveva alcun dubbio al riguardo, perché in quel posto c'era anche la sua nonnina, che aveva preparato tante cose buone da mangiare per tutti loro. A differenza di come era cresciuto lui, allevato come un animale da compagnia dagli umani, in quel sogno tutti erano trattati come ospiti importanti, mentre intorno risuonava una splendida musica.
Il lupo ambrato lo prese ancora una volta in giro, ma quello marrone era sicuro del proprio sogno. Così si rivolse al lupo bianco: nemmeno lui aveva tutte le risposte, ma c'era qualcosa di profondo a guidarlo, una fede e una speranza incrollabili.
«Mi domando di che colore siano realmente... i fiori della luna» disse infine.
Ancora nessuno di loro conosceva la verità, ma questo non li dissuase dall'andare avanti. Continuarono a correre fino a raggiungere il mare, attirati dall'odore dei fiori, per poi spingersi fino a Mine-ruins Town.
In quell'occasione, il lupo grigio non ebbe più dubbi su quale profumo potessero avere i veri fiori della luna.
Il vociare allegro della compagnia anticipò il loro arrivo nei pressi del lago artificiale.
Per il compleanno di Hige, Kiba e Cheza erano tornati dal loro viaggio in giro per il mondo e ora stavano raccontando a tutti le loro avventure.
Cheza aveva lunghi capelli rosa e un vestito leggero bianco con ricami floreali. I suoi occhi dalla rara iride rosata catturavano i caldi raggi solari. Stringeva la mano di Kiba, che invece indossava abiti più sportivi.
Hige e Tsume distesero il telo a quadrettoni bianchi e rosso e tutti gli altri disposero le borse e le vettovaglie varie.
«Stai comoda così?» chiese poi il ragazzo dai capelli fulvi alla sua compagna, dopo averla fatta accomodare su un cuscino morbido.
Da quando Blue era in attesa, non faceva che riempirla di attenzioni.
Lo stesso valeva per Hubb, che si occupava di Luce affinché anche la neonata stesse bene.
«Magari è vestita troppo leggera... e se prende freddo?»
«Hubb, se la vestirai ancora, la farai al forno!» rispose Cher, sospirando.
«Kiba, come vanno i tuoi studi?» chiese Misha, passando un bicchiere di birra all'amico.
«Procedono, ma prima di sostenere il prossimo esame penso che io e Cheza andremo a trovare i miei.»
«L'hai già avvisata che i tuoi sono dei figli dei fiori?» lo canzonò Tsume.
Cheza rise. «Non vedo l'ora di conoscerli, in realtà. Da come me li ha descritti, devono essere uno spasso.»
«Sì, però per la vigilia di Natale dovete tornare qui!» disse Blue. «Nadia ci ha già detto che stanno progettando un bel party a Le Petit.»
«Farò di tutto per esserci, sperando che al sito non trovino nuovi reperti» disse Misha.
«Lo spero, anche perché ci hai fatto conoscere proprio a un party come questo, quando lavoravi lì!» rispose Blue.
«Come se fosse merito suo» sbuffò Hige, incrociando le braccia e sbuffando dalle narici.
«Ma è merito mio, il mio incantesimo ha funzionato!»
«Ma che incantesimo! Era San Valentino quando me lo hai lanciato e hai detto che ci avrei messo un anno; invece ci è voluto molto di più, il rango di maga non ti si addice!»
«Devo davvero tirarti fuori l'elenco delle campagne?!»
«Ma la smettete di litigare sempre come due mocciosi?» disse Tsume con una vistosa vena sulla tempia. «Toboe è più maturo di voi due messi insieme.»
In tutta risposta Misha e Hige afferrarono con decisione e in contemporanea un grissino, puntandolo sotto il naso di Tsume. «Incantum magici!»
«A proposito di Toboe, dov'è?» chiese Cheza, guardandosi attorno.
Misha si alzò subito in piedi e anche Tsume iniziò a spostare rapidamente lo sguardo sul circondario.
«Toboe!» richiamò la donna, con una nota urgente nel tono della voce.
«Sono qui!»
Il bambino si era avvicinato al lago e nella manina agitava un mazzolino di fiori multicolore.
Accanto a lui, il cagnolino dei signori Lebowski abbaiava ed agitava la coda.
«Corre sempre da tutte le parti, l'altro giorno quasi entrava nel recinto di quel cucciolo di ippopotamo» sospirò Tsume, facendo per alzarsi.
«Stai, tesoro, vado io» disse Misha, sfiorandogli la mano.
A lunghi passi Misha si avvicinò, per poi chinarsi sul bambino e prenderlo in braccio.
«Non ti devi avvicinare così tanto al lago senza mamma e papà» lo ammonì, ma senza mostrare eccessiva severità.
Poi guardò i fiori e sorrise. «Questi sono per me?»
«No, per Luce» rispose lui, sorridente.
Misha gli posò un bacio sulla fronte. «Sei proprio un bravo bambino.»
In quel momento il vento si alzò, portando con sé un odore sconosciuto ma buonissimo e intenso. Qualcosa che sembrava nostalgico e allo stesso tempo confortante.
In quell'istante la voce del suo compagno e dei suoi amici arrivò chiara alle sue orecchie. Erano solo argomenti di tutti i giorni, chiacchiere sul più e il meno: lo sbuffare di Hige che il giorno dopo sarebbe dovuto tornare al lavoro, o il rimprovero di Cher verso Hubb, colpevole di essere troppo iperprotettivo.
E lì, in quel campo di fiori che sembrava sterminato, in una bella giornata di primavera, risiedeva tutta la bellezza del mondo.
Un attimo sospeso nel tempo, un attimo di pace, circondati dai propri affetti. La certezza di esserci sempre l'uno per l'altro.
Tra le sue braccia, il respiro del suo piccolo Toboe la teneva ancorata a quella realtà.
Forse quella non era che una finestra e il giorno dopo avrebbe ripreso a piovere, ma in quel qui e ora, loro, in quel luogo, si trovavano in paradiso.
«Ecco, era questo ciò di cui avevo bisogno».
˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆
Abbiamo intravisto un frammento di paradiso
nel fragile sbocciare di un fiore.
Abbiamo visto la fine di una terra misteriosa,
così vicina da toccare il sole che tramonta.
Abbiamo condiviso pensieri che esistono solo in due,
sentito una verità sottile,
una magia che nasce e si trasmette.
Cerchiamo ancora qualcosa di nuovo,
un’isola dorata che fiorisce nel tempo.
Abbiamo percepito un’eco di paradiso
oltre le dune del deserto.
Abbiamo camminato soli sulla terra,
così freddi da desiderare il calore del sole.
Abbiamo vissuto fino in fondo ciò che potevamo essere,
sfiorando una verità,
una magia che prende forma.
Continuiamo a cercare qualcosa di nuovo,
quell’isola dorata che vive nel fiore.
Abbiamo trovato un riflesso di paradiso
sotto un cielo che sembrava appena nato.
Abbiamo intrecciato trame di mistero così vaste
da aver bisogno, infine, della luce del giorno.
Abbiamo indossato vite segrete,
abbiamo visto la verità,
una magia che ancora scorre tra noi.
E continuiamo a cercare qualcosa di nuovo,
quell’isola dorata che fiorisce dentro ogni cosa.
Ma quando finirà tutto questo?
Quando, dimmi…
quando ci ritroveremo, amico mio?
˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆
«Misha, se non vieni, mi prenderò la tua parte di torta e quella di Toboe!» disse Hige, voltandosi verso l'amica con il solito tono canzonatorio.
«Non ci provare!» rispose lei, accigliandosi. «Tsume, dagli un pizzicotto!»
«Ahoo!» esclamò Hige, non appena Tsume gliene diede uno.
«Te lo sei meritato!» lo rimproverò Blue.
Misha rise.
Sì. Quello era davvero il suo branco.
Fece per muoversi quando Toboe le tirò il vestito per richiamare la sua attenzione.
«Mamma...»
Nel momento in cui Misha si voltò a guardare suo figlio rimase come paralizzata. Le iridi di Toboe si erano illuminate.
«... chi è il Signore della Notte?»
Sul fondale del lago, un libro giaceva abbandonato. La copertina era spessa e scura, impreziosita da glifi dorati e scritta in una lingua dimenticata.
Lì, alla mercé delle correnti e dei flussi, le pagine si agitavano mostrando antichi disegni di lupi che correvano in una landa, puntando a una sfera o a un mondo che recava il simbolo di un fiore dalla doppia corolla.
Le pagine continuavano a scorrere, finché non si giunse quasi alla fine. C'erano disegnati dei fiori della luna.
Ma i fogli non terminavano lì: quelli successivi erano ancora completamente bianchi.
I fiori della luna tintinnarono...
Le immagini presenti in questa storia sono generate tramite strumenti di intelligenza artificiale e hanno esclusivamente finalità illustrative. Non rappresentano materiale ufficiale e non sono destinate a diffusione o utilizzo al di fuori di questo contesto.