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Creato il 31/07/2026, 13:27 · Aggiornato il 17/08/2026, 22:26

Capitolo 62: Isola d'oro - Parte 7

@ladyele1991LadyEle1991
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(Wolf's Rain - Beacuse - Yoko Kanno https://youtu.be/bV0D38nFUhU?is=YZN8HcW7mVQ3icM2)

Un giorno, voltandoci indietro,

ricorderemo la stagione della nostra giovinezza.

I giorni che abbiamo condiviso,

le cose che abbiamo imparato insieme,

ciò che abbiamo avuto

e ciò che abbiamo perduto.

Perché lo sai...

il domani aveva già scelto una strada diversa da quella che immaginavamo.

E quando qualcosa ci viene strappato,

quando un sogno finisce o una presenza scompare,

rimane una sola cosa da custodire:

il futuro.

Un dolore.

Una speranza.

Così lontani,

eppure così vicini.

Abbiamo riso.

Abbiamo pianto.

Abbiamo vissuto.

Siamo cresciuti.

Perché in fondo lo sappiamo:

il futuro è tutto ciò che ci resta.

Un giorno, da qualche parte...

aggrappati a quella promessa invisibile.

Da qualche parte ci fermeremo,

troveremo il coraggio di saltare,

cadremo ancora,

e ancora riprenderemo il cammino.

Perché lo sai...

il domani gioca sempre una partita diversa da quella che avevamo previsto.

E quando perdiamo qualcosa di prezioso,

ci accorgiamo che ciò che resta non è il passato.

È il futuro.

E abbiamo quel giorno che ci aspetta.

Prima o poi.

Sicuramente, prima o poi.

Quel giorno arriverà.

Hige premette invio.

Erano stati giorni di tensione e attesa, trascorsi tra le quattro mura della sua cella. Cher aveva contato ogni singolo giorno, ogni singolo attimo.

Anche se Darcia si trovava agli arresti domiciliari e, teoricamente, non avrebbe potuto accogliere nessuno, era ovvio che ciò non gli avrebbe impedito di organizzare comunque il ballo.

A quel punto, le leggi degli uomini non avevano più alcuna importanza.

Lo aveva tradito. Aveva scoperchiato il vaso di Pandora nel tentativo di salvare il salvabile, ma sembrava essere stato tutto vano. Darcia cadeva comunque in piedi, mentre lei era lì, con addosso una ruvida tuta arancione, sdraiata su una brandina, con il pensiero che a mensa, per l'ennesima volta, le bulle avrebbero cercato di rubarle il pranzo.

Dunque la sua ultima notte sulla Terra sarebbe finita così? Abbandonata dai propri amici e familiari, lontana dal suo grande amore.

Una lacrima le rigò il viso, ma si impose di mantenere il controllo.

«Cher.»

La voce di Hubb arrivò improvvisa, dall'altra parte delle sbarre.

«Hubb! Che ci fai qui?» chiese, alzandosi immediatamente da letto.

L'uomo fece passare una tessera nella serratura e questa si aprì.

Non appena la porta si spalancò con un secco click, Cher non ci pensò due volte: gli gettò le braccia al collo e lo strinse con tutta la forza che aveva.

Hubb non esitò un secondo a ricambiare l'abbraccio, lasciandosi sfuggire un sospiro di sollievo quando le sue narici catturarono il profumo dei suoi capelli.

«Cher, non abbiamo tempo da perdere.»

«Sono stata scarcerata?»

Hubb fece un rapido cenno di diniego. «Ma ormai che importa?»

La prese per le spalle e con decisione cercò il suo sguardo.

«Tra poco almeno mezza città, e soprattutto la polizia, farà irruzione al castello dei Darcia. Forse persino l'esercito. Sarà la retata più grande di tutti i tempi.»

Cher sbatté gli occhi, completamente stupita.

Il capitano sorrise, dolcemente ma anche con un misto di malinconia. «Forse sarà la fine, ma una cosa la so per certa... non voglio esalare il mio ultimo respiro senza di te. Non più.»

Cher allungò il collo e si scambiarono un bacio carico di amore e di ritrovamento.

«Tu, però, non hai tradito Darcia per odio...» aggiunse poi l'uomo, accigliandosi. «Hai provato a fermarlo.»

Lei abbassò il capo e sospirò. «Avrei dovuto farlo molto tempo prima, ho agito con troppo ritardo.»

«Allora vieni con me. Paragli un'ultima volta. Anche se questa sarà la fine per lui, credo che lo rimpiangeresti per sempre, se prima non lo fai.»

Lo guardò per un lungo momento, con lo sguardo appena tremulo, poi annuì.

«Io sono fortemente convinta che se Darcia non avesse perduto l'Amnesia del Rakuen, sarebbe stato un uomo diverso. So che è un paradosso, perché è stato lui stesso a muovere questi stessi fili, ma anche nella vita passata fu la follia, il trauma e la solitudine ad averlo fatto sprofondare negli abissi.» Sospirò. «Sì... se la sua vita non fosse stata segnata da ferite così profonde, lui sarebbe stato un brav'uomo.»

Hubb abbassò il capo. «Come sai, però, non può giustificare la morte di tutte quelle persone, per la perdita di una sola. Per un sogno, una speranza... Che per le sue stesse azioni non si avvererà comunque.» Si umettò le labbra. «Anche se forse non ha lo sguardo folle di un tempo, forse in questa vita lo è ancora di più, decidendo di scartare a priori questo mondo, solo perché qui non ha ritrovato la sua amata...» sollevò il mento e lo sguardo si fece più fermo. «Ma tu sei una sua cara amica e nonostante tutto gli vuoi bene. Se pensi che in lui ci sia ancora del buono, voglio crederti.»

Cher inarcò leggermente le sopracciglia. «Come sai che non mi sbaglio?»

«Un atto di fede.»

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

Dapprima ci fu la fase pre-sismica.

Dati, immagini e intercettazioni vennero divulgati sul web. Partirono da diverse zone del mondo; Hige aveva fatto in modo che quel materiale non provenisse da un unico punto, rendendone più difficile il contenimento.

Inizialmente erano soltanto voci, indiscrezioni, ipotesi. Ma lui lo sapeva bene. Non importava che fossero passate appena poche ore, il web era un mare le cui acque potevano agitarsi con estrema facilità e, talvolta, uno tsunami era in grado di formarsi nel giro di pochi minuti.

Ed era esattamente ciò che era accaduto.

Insospettabili e sospettabili. Istituzioni e privati. Figure influenti nei più disparati settori industriali. Uno dopo l'altro, gli accoliti dell'Ordine che credevano in un Rakuen riservato a pochi eletti vennero smascherati... e nessuno di loro ne era ancora consapevole.

Hige aveva lanciato la patata bollente quando ormai la maggior parte degli invitati era già arrivata al castello. Di certo non si sarebbero messi a controllare telefoni o notiziari.

Per loro era finalmente giunto il grande momento. Tutto il resto aveva smesso di avere importanza.

Per chi era rimasto fuori, invece, importava eccome.

«Speriamo solo di arrivare, prima della folla inferocita.» disse il giovane, mentre sfrecciava col furgoncino, per raggiungere il prima possibile il confine.

Kiba, dietro con Toboe e Tsume, sospirò appena, con le braccia incrociate.

«Speravo solo di farlo correndo, come un vero lupo.»

Hige gli lanciò una smorfia contrariata. «Ancora con questa storia dell'orgoglio del lupo? Accomodati, allora. Poi vediamo se non arrivi a destinazione, più spompato del lupo che tentò di acciuffare Semola.»

Toboe si lasciò sfuggire una risata.

Blue sorrise ad Hige, anche in quella occasione il suo fidanzato trovava un modo di alleggerire la tensione. Allungò la mano sinistra verso di lui e lui, pur mantenendo gli occhi sulla strada, gliela strinse senza esitazione.

«Non perderlo.» le disse, sfiorando l'anello di fidanzamento.

«Tranquillo, ne avrò estrema cura.» Rispose lei, con un lieve sorriso, per poi poggiare la testa al sedile e socchiudere gli occhi.

«Se potrò stare con te quando il mondo finirà, per me sarà abbastanza!» gli aveva detto, poco prima della fine, abbracciata a lui e lui avrebbe abbandonato volentieri l'idea di raggiungere il Rakuen, pur di stare con lei, se ella non fosse stata ammessa, a causa del suo sangue misto.

fonte: Google immagini

«Sei lì, Hige?»

«Sì, sono qui.»

«La mia vista è offuscata. E io...»

«Non c'è bisogno di preoccuparsi. Non vado da nessuna parte. Possiamo restare insieme così per sempre.»

Blue aprì di nuovo gli occhi. Hige era accanto a lei. Aveva mantenuto la promessa.

Anche Tsume stava guardando, attraverso la finestrella, le spalle del suo amico, anche lui stava attraversando gli stessi istanti di quella notte.

«Ci incontreremo di nuovo la prossima volta, nel Rakuen» gli aveva detto il ragazzo, con quel suo solito sorriso allegro, anche nei suoi ultimi respiri

Bene o male così era stato, ma ora quel paradiso bisogna mantenerlo.

Guardò poi suo figlio, così ancora tanto giovane. Nella vita precedente, quando morì, era persino più piccolo. Ora stava avendo finalmente la possibilità di diventare un adulto e lui non avrebbe permesso che questo futuro gli venisse negato... Anche a costo di sacrificare la sua stessa vita.

Poi passò a Misha, che anche lei stava per annullarsi per salvare tutti loro.

Digrignò i denti.

No, la sua famiglia non avrebbe cessato di esistere. Se era davvero l'incarnazione di quel fiero lupo che aveva visto in quella specie di visione o viaggio temporale, allora si sarebbe comportato come tale. Non avrebbe perduto più nessuno.

Raggiunto il confine, non ebbero difficoltà a superarlo. Il pass di Hige de Il Fiore Bianco era ancora valido... almeno per ancora alcuni pochi minuti, prima che l'associazione sarebbe esplosa nel caos, a causa dell'ondata di rabbia e indignazione che si stava alzando nei cieli di tutto il mondo.

Quando Hige accese la radio, si lasciò sfuggire un lieve sorriso. Aveva fatto proprio un lavoro con i fiocchi.

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

I genitori di Darcia, come dei veri ospiti, accolsero ogni invitato con tutti gli onori.

La sala era stata allestita a dovere, con tavoli imbanditi di ogni leccornia, il pavimento di marmo scuro tirato a lucido e gli enormi candelabri di cristallo illuminavano l'ambiente di una luce calda ma pesante.

La luna rossa faceva capolino dalle alte vetrate, un occhio silenzioso, spettatore di quello che sarebbe avvenuto nelle ore successive.

Ci fu un brusio di esclamazioni, quando a un certo punto Darcia e Misha scesero le scale, a braccetto, con quell'aria solenne di un retaggio antico.

Riverenza e brama investirono i due, come una folata di vento caldo e opprimente, ma l'affrontarono senza battere ciglio.

Raggiunta la fine delle scale, vennero accolti con un sentito applauso e poi i due si diressero verso il centro della sala, per stringere ad ognuno di loro la mano.

Misha sorrideva, come la ragazza inconsapevole che ancora cercava di far credere. Così non ebbe difficoltà a vedere le vere intenzioni di quella gente che la fissava da dietro le loro maschere di ceramica.

Non erano che corvi, gli stessi che nella sua vita in cui era Lady Misha, avevano gioito per la sua morte e quella dei suoi genitori. Ora stavano di nuovo puntando a cibarsi delle sue carni, ma tutti loro avrebbero cessato di esistere quella notte stessa, sotto una coltre di piume bianche.

Dietro la sua maschera del suo dolce e innocente sorriso, Misha portò avanti la sua recita. Del resto, anche lei era stata una nobile, conosceva perfettamente le regole del gioco.

A un certo punto arrivò anche il professor Silva, a cui la ragazza andò incontro, stringendogli entrambe le mani.

Quentin Silva non poté fare a meno di sussultare, quando la vide in quegli abiti così sontuosi, di bianco e azzurro, i capelli raccolti in filamenti argentati ed un leggero velo di trucco. Gli occhi color ghiaccio, esaltavano particolarmente, dietro la maschera di ceramica.

«Tra tutto questo nero, questa gente non avrà alcun dubbio su chi sei.» disse il professore, leggermente accigliato.

«È l'intento di Darcia, vuole che sia la regina di questa sera.» rispose lei, senza alcun turbamento. «Quando sono semplicemente il trofeo.»

Chinò la testa di lato. «Voi non indossate alcuna maschera, stasera?»

«Non ne ho bisogno. Non ho nulla da nascondere. Affronterò tutto quello che ci sarà d'affrontare, a viso aperto.»

Misha assottigliò lo sguardo. «Quel lupo aveva visto bene su di te.»

Silva abbassò lo sguardo. «Lo spero.»

«Ah Misha, ecco ti qui... Professore.» Darcia era andata a cercarla, avendola persa di vista, a un certo punto.

Darcia ed il professore si strinsero la mano. Quest'ultimo calò appena le palpebre, osservando il magnate. L'uomo era quasi irriconoscibile sotto quella maschera e quel folto copricapo dalle lunghe penne nere. Poteva essere chiunque.

«Questa sera sarà memorabile... Salveremo il mondo.» disse il professore, con un sorriso sottile.

«Esattamente.» rispose l'altro. Poi si voltò verso Misha. «Ma per ora il nostro unico compito è intrattenere gli ospiti.»

Porse il braccetto alla ragazza. «Cara, è il momento di aprire le danze.»

Misha sorrise e fece un breve cenno del capo, prima di avvolgere di nuovo la mano attorno al suo braccio.

Silva li guardò allontanarsi, concentrandosi in maniera particolare sulle spalle di Darcia.

Aggrottò la fronte. «O è assurdo che tu non l'abbia capito... o stai mentendo persino a te stesso.» disse a bassa voce tra sé e sé, per poi bere qualche sorso di vino (almeno quella notte se ne volle concedere uno).

(Shostakovich - Suite per orchestra di varietà (Valzer nr. 2) https://www.youtube.com/watch?v=O4gQEslOKjI&list=RDO4gQEslOKjI&start_radio=1)

Le prime note del valzer di Shostakovich si diffusero nella sala come un soffio leggero, solenne e malinconico al tempo stesso. I violini del Valzer nr. 2 si intrecciavano ai riflessi dorati dei candelabri, che tremolavano sulle superfici lucide del marmo nero, mentre la grande sala sembrava trattenere il respiro.

Al centro della pista, sotto i pesanti lampadari di cristallo, erano soltanto loro.

Darcia e Misha.

Fu lui a condurla nel primo passo.

La giovane inclinò appena il capo, gli occhi azzurri illuminati dalla penombra, mentre il suo abito principesco color cielo si apriva in morbide onde ad ogni movimento. I lunghi capelli neri, raccolti in una complessa acconciatura di riccioli e intrecci, oscillavano lievemente seguendo il ritmo della danza.

Di fronte a lei, Darcia appariva come una figura emersa da una leggenda dimenticata.

L'elegante abito blu notte si fondeva quasi con le ombre della sala. Il mantello dalle ampie spalline seguiva i suoi movimenti con la fluidità di ali silenziose, mentre un foulard scuro era stretto attorno al collo. Il copricapo decorato da lunghe piume nere, si incurvavano all'indietro, accentuandone la presenza austera.

La maschera catturava ogni riflesso delle luci che li circondavano.

Da quella superficie immobile emergeva soltanto il suo unico occhio visibile, azzurro e intenso come ghiaccio illuminato dalla luna. L'altro rimaneva nascosto sotto la consueta benda nera, conferendo alla sua figura qualcosa di enigmatico e irraggiungibile.

Per qualche istante, il mondo sembrò ridursi al semplice incontro dei loro sguardi.

Non vi era fretta nei loro movimenti. Ogni passo era preciso, ogni rotazione misurata e ogni gesto raccontava una storia che nessuna parola avrebbe potuto esprimere.

Gli uomini e le donne presenti, ammantati di nero, come la notte oltre le finestre, attorno a loro, osservavano in rispettoso silenzio. I tessuti scuri assorbivano la luce ambientale, lasciando emergere soltanto le maschere bianche che indossavano sul volto. Decine di figure anonime e immobili, come fantasmi aristocratici raccolti per assistere a un rituale d'oltre tempo.

Poi, lentamente, qualcosa cambiò.

Una coppia si mosse, poi un'altra e un'altra ancora.

Uno dopo l'altro, gli ospiti abbandonarono il ruolo di spettatori per unirsi alla danza.

Le loro figure nere iniziarono a scivolare sulla pista in ampi cerchi armoniosi, seguendo il ritmo crescente dell'orchestra. Le maschere candide attraversavano la penombra come lune silenziose, mentre il valzer si espandeva attraverso la sala fino a coinvolgere ogni presente.

Eppure, nonostante il movimento che ormai li circondava, era evidente a tutti chi stesse predominando davvero la situazione.

Darcia e Misha avevano aperto il ballo. Erano il cuore immobile attorno al quale ruotava l'intera sala.

Le note dei saxofoni di Shostakovich si elevarono ancora, solenni e maestose, mentre centinaia di riflessi dorati si spezzavano sul marmo lucido sotto i loro piedi.

Per un istante, tra la luce fioca delle lampadine e l'ombra profonda che dominava l'ambiente, sembrò quasi che il tempo stesso avesse deciso di rallentare.

E nel centro di quella danza, tra maschere, silenzi e musica, Darcia e Misha continuarono a volteggiare come i protagonisti di una favola destinata a esistere soltanto per la durata di una notte.

Ancora nessuno di loro era consapevole che fuori l'inferno della vendetta e della giustizia si stava per abbattere su quelle mura e sulle loro teste.

Nel momento in cui Darcia aveva preso la mano di Misha e posata l'altra sulla sua schiena, la stessa sensazione che lo aveva colto di sorpresa l'altra sera, per le prove, lo investì. Ad ogni vorticare, ad ogni sguardo, violenti di flash di quando quelle danze le condivideva con la sua Hamona, gli stringevano il cuore, ma per ora cercava di mantenere il controllo.

Era ancora troppo preso per scoprire le sue carte.

Nel frattempo le guardie si aggiravano come ombre, rimanendo negli angoli più appartati del palazzo, con i loro completi scuri, gli auricolari all'orecchio ed una pistola carica.

All'apparenza, dovevano fare da sorveglianti alla famiglia e agli ospiti, ma segretamente avevano l'ordine di fermare chiunque si sarebbe ribellato, se la pozione soporifera non avesse funzionato su tutti.

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Quando Hige ebbe il via libera, non si era trattenuto, spingendo sull'acceleratore. Le sue iridi erano accese, i suoi spiccati riflessi del lupo erano ora tutti al servizio di quello che stava facendo.

Man mano che chilometri venivano macinati, in ognuno di loro cresceva quella carica primordiale che accompagna i predatori prima di assalire la preda.

Lo stesso valeva per Hubb e Cher, che con una rifornita squadra di polizia, erano partiti anche loro alla volta del castello, ma con almeno un'ora di svantaggio rispetto al primo gruppo.

Nel frattempo la radio trasmetteva loro di gente furibonda che anch'essa aveva superato con forza il confine o si stava dirigendo verso i palazzi appartenenti agli accoliti del Credo, registrando saccheggi e distruzioni di proprietà private.

«Alla fine Hige aveva ragione...» ammise Hubb, ripensando alla sera in cui il ragazzo li aveva raggiunti alla galleria, quando si era ricordato tutto. «Diamo la colpa ad un solo uomo, ma in realtà nessuno è escluso dalle responsabilità di questa apocalisse.»

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

Quando l'ultimo accordo del valzer si dissolse nell'aria, per qualche secondo rimase soltanto il fruscio degli abiti e il lieve crepitio delle candele ornamentali.

Poi una nuova melodia si insinuò nella sala.

Più accesa. Più dirompente e carica di qualcosa di magico.

La Bella Addormentata di Tchaikovsky.

Le prime note delle viole e dei violini sembrarono emergere direttamente dalle ombre che avvolgevano le alte colonne e le finestre affacciate sulla notte, come un'esplosione improvvisa e cadenzata. La musica non possedeva la solennità del valzer precedente; aveva invece qualcosa euforico, come un trionfo, seguito poi da un ondeggiare d'estasi e sogni ad occhi aperti.

Le coppie continuarono a muoversi, ma il ritmo cambiò.

La mano che stringeva quella di Misha si fece appena più salda, mentre l'altra rimaneva posata sulla sua schiena con una delicatezza sorprendente per un uomo che il mondo aveva imparato a temere.

La giovane sollevò lo sguardo verso il suo.

«Ci stanno osservando...» sussurrò lei.

Darcia lasciò vagare lo sguardo oltre la sua spalla.

Le figure mascherate continuavano a danzare attorno a loro in un vortice nero e bianco.

«Lasciali osservare.» La sua voce era calma, priva di esitazione. «Questa sera non appartiene a loro.»

Misha abbassò gli occhi per un istante. Un lieve sorriso le sfiorò le labbra.

«E a chi appartiene?»

Darcia non rispose subito. Continuò a guidarla attraverso la sala con movimenti fluidi, quasi impercettibili. Le piume nere del copricapo ondeggiavano ad ogni passo, mentre il mantello seguiva la danza come una scia d'ombra.

Quando tornò a guardarla, il suo unico occhio visibile sembrava più luminoso.

«A questo momento.»

Le parole si persero tra le note degli archi.

Attorno a loro il mondo continuava ostinatamente ad esistere. Gli ospiti continuavano a danzare. La luna rossa continuava a vegliare oltre i vetri.

Eppure tutto appariva distante. Come se la musica avesse tracciato un confine invisibile attorno a loro due.

Misha avvertì il battito del proprio cuore accelerare. Non per la danza. Non per gli sguardi degli invitati. Ma per quel silenzio che esisteva soltanto tra lei e lui. Un silenzio che non aveva bisogno di parole, perché ogni movimento raccontava già tutto.

La naturalezza con cui sembravano appartenere alla stessa melodia, le fece sperare ancora una volta che egli si ricordasse chi fosse lei, in realtà. Aveva un bisogno quasi disperato che Darcia finalmente trovasse in lei un riconoscimento e non la guardasse più come la preda, su cui presto avrebbe affondato le sue zanne.

Per un attimo, mentre ruotavano al centro della sala, Misha ebbe la sensazione che il tempo si fosse fermato davvero.

Darcia abbassò appena il capo verso di lei. Un gesto quasi impercettibile, ma sufficiente.

«Misha.»

Il suo nome pronunciato da lui sembrò fondersi alle note dei flauti.

La ragazza sollevò lo sguardo. «Sì?»

Per un istante sembrò che volesse aggiungere qualcosa.

Qualcosa che rimaneva intrappolato oltre la maschera bianca, oltre gli anni, oltre tutte le ferite che nessuno aveva mai potuto vedere.

Ma alla fine non disse nulla. Si limitò a stringerla un poco più vicino a sé e continuarono a danzare, mentre attorno a loro le coppie ruotavano come stelle attorno a un unico centro e la musica trasformava la grande sala in un luogo sospeso tra sogno e realtà.

Misha si lasciò sfuggire un sospiro, ma non si lasciò andare davvero allo sconforto. Piuttosto rinsaldò la presa, decidendo che non sarebbe stato solo lui a condurre quel ballo.

Così all'ennesimo picco di quella melodia, il suo passo si fece un po' più deciso.

Darcia avvertì quel cambiamento, ma in qualche modo non volle cedere nemmeno lui. Erano coordinati, ma allo stesso tempo era come se tra i due ci fosse una lotta silenziosa.

Il magnate abbassò le spalle, così da arrivare a un soffio dal viso della ragazza.

«Sembri delicata come un fiore, ma dentro di te c'è lo spirito di una guerriera, non è vero?»

«Forse si può essere entrambe le cose.» rispose lei, con calma.

Le sopracciglia di Darcia si contrassero in un tic involontario.

«Sta tremando, si sente bene?» chiese poi la ragazza, accigliandosi leggermente. «Le sta di nuovo salendo la febbre, non è vero?»

Darcia indurì la mascella, odiava perdere il controllo di sé, ma da sotto la maschera sentiva che l'epistassi aveva ricominciato. Doveva resistere... Ancora un po'.

Come preso da un moto d'orgoglio, al passo successivo, riprese totalmente lui il controllo. Non avrebbe permesso alla sua preda di prendere lei le redini della situazione, a causa di quel corpo che lo stava tradendo. La sua volontà sarebbe stata sempre la più forte.

Misha strinse i denti, cercando di stare al passo.

«Darcia... Darcia... Per favore, rallenti.»

Ma l'uomo ormai non ascoltava più, era talmente concentrato a combattere contro sé stesso, da dimenticare cosa stesse realmente facendo.

«Darcia, ti prego, fermati!»

In quel momento, la voce non gli sembrò più quella di Misha, ma di Hamona.

Si fermò di colpo e Misha tirò un sospiro di sollievo.

Essendosi fermato, anche le altre coppie fecero il medesimo gesto.

Le spalle dell'uomo si alzarono e si abbassarono, mentre riprendevano fiato.

Misha allora gli sorrise e si lasciò andare a un risatina lieve. «Non siamo certo delle trottole.»

A sorpresa, Darcia si tolse la maschera, mostrando un viso luminoso, colmo di gioia.

«Finalmente riconosco il tuo viso.» disse, dolcemente.

Misha sgranò lo sguardo, Darcia sembrava guardarla con una nuova luce. C'era affetto, c'era calore. Il cuore riprese a batterle forte. Forse finalmente si era ricordato di lei... Ma si rivelò quasi subito una speranza fugace.

Divenne pallida, quando l'uomo le accarezzò il viso lentamente e sospirò.

«Mia amata Hamona.» disse, come in un sussurro di vento.

Un'esclamazione stupita la colse, quando improvvisamente l'uomo la prese per le spalle e si rivolse a tutti gli invitati.

Come in un gesto teatrale che voleva coinvolgere tutti loro, egli agitò il braccio.

«Signore e signori, il momento è finalmente giunto... Questa notte, entreremo ufficialmente nel Rakuen!»

Uno scrosciò di battiti di mani riecheggiò nella sala, ovazioni entusiaste, rivolte al loro gerofante, il loro signore che li aveva condotti fino a quel punto.

I servitori avanzarono con dei calici di cristallo, coperti da un fazzoletto bianco. Al loro interno era contenuta una sostanza rossa come il sangue.

«Bevete signori, saziatevi del sangue di lupo. Fatelo scorrere nelle vostre vene. Così, come scritto nel Libro della Luna, voi varcherete la soglia di un mondo degno di voi.»

Le voci entusiaste degli accoliti si levò alta, ancora più entusiasta.

I loro gioielli, con inciso il fiore della luna, catturava la luce della sala e loro li sfioravano con le dita. Per secoli quelle nobili famiglie avevano inseguito un sogno. Un Credo che li aveva condotti a diventare i signori di quel mondo e che ora sarebbero diventati i sovrani di uno in cui sarebbero stati visti come dei, così come lo era stato per i nobili dei mondi antichi.

«Sangue di lupo?» Misha lo guardò perplesso.

«Non è vero, è solo un simbolismo, mia cara... Vieni con me. Non manca molto alla mezzanotte» rispose lui a bassa voce.

«Darcia, non ci aspettate?» La madre di Darcia era loro venuta incontro, con un sorriso ampio, fino a mostrare i denti, non appena vide i due allontanarsi verso una porta secondaria.

Inizialmente Darcia strinse le labbra, ma poi si calmò e fece un cenno col capo. «Ma certo, madre, seguiteci.»

«Dove stiamo andando?» chiese Misha, alzando un sopracciglio.

«Dobbiamo aprire il Rakuen per salvare il mondo, no?» rispose, mostrando un lieve sorriso. Subito dopo alzò lo sguardo verso gli ospiti. «Bevete e danzate, amici, mentre il destino di tutti noi convergerà finalmente verso un unico punto.»

Un altro applauso accompagnò Darcia, i suoi genitori e Misha, convinti che stessero andando a compiere il rito per aprire il portale anche per loro.

Senza alcun indugio, tutti quanti bevvero al rispettivo bicchiere. Tranne Quentin Silva che, avvicinatosi ad una pianta, gettò il contenuto nel vaso.

Gli archi ripresero a riecheggiare nella sala, lenti profondi, finché non ebbero un'impennata, seguito da un momento leggero e di stabilità.

Gli ospiti, girando su sé stessi, iniziarono a seguire quelle note che dovevano essere un trionfo alla loro vittoria, ma se qualcuno avesse ricordato davvero il significato di quella sinfonia, avrebbe riconosciuto la Fantastica di Berlioz, che non parlava affatto di gioia, serenità, paradiso, come avrebbe potuto sembrare.

Non un gaio tumulto di coppie danzanti... bensì di ossessione. Ossessione verso una donna fin troppo amata. Al punto da diventare una fissazione che era la morte della ragione. Un'idea fissa che aveva permesso ad un'anima di fare qualcosa di impossibile anche solo da immaginare.

Uno ad uno caddero, con un leggero tonfo e un fruscio di vesti. Non se ne resero neanche conto, per quanto presi nei loro festeggiamenti.

Molte maschere caddero, rivelando persone di tutte le età.

Silva, che vide tutto questo di fronte ai suoi occhi, inizialmente ne rimase sconvolto, ma poi rilassò le spalle e fece qualche passo avanti.

«Adulando quell'uomo, credevate voi di essere lupi che si spacciavano per cani. Ma avete dimenticato che più è dolce la lingua di un vero lupo, più sono aguzzi i suoi denti.»

Le guardie di Darcia, pur rimanendo in silenzio, lo circondarono.

Silva sorrise, soffiando dalle narici.

«Pensate davvero di farla franca?» disse, sfidando con lo sguardo quegli uomini. «Peccato per voi.»

Puntò gli occhi verso le porte principali. «Ora che sono di nuovo svegli... Hanno intenzione di restarlo a lungo.»

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

Provarono a chiudere loro le porte del cancello, non appena le guardie video il furgoncino arrivare a tutta velocità, ma Hige fu più rapido e con forte suono metallico, il mezzo riuscì ad entrare, volando persino di qualche centimetro, incrociando il dosso.

Gli uomini non poterono che scansarsi al loro passaggio.

Il mezzo attraversò di corsa il viale e quando finalmente frenò, lo fece lasciando impronte di penumatici.

Le guardie erano già lì, con le pistole puntate, pronte a far fuoco, ma l'attacco dei lupi non era terminato.

Improvvisamente dal retro, come un rombo di tuono furente, una moto emerse con sopra un uomo coperto dal casco integrale.

Tsume.

Fece un mezzo giro su sé stesso, poi dando gas, accelerò verso l'entrata, ignorando gli spari, ed impennando sfondò le grandi porte di legno.

Il suono del motore riecheggiò per tutti i corridoi, mentre li attraversava, in sella alla sua fidata moto nera.

Da sotto il casco, le iridi gialle si fecero luminose.

Silva si voltò, così come tutte le altre guardie, verso l'ingresso che portava all'atrio e si lasciò andare ad un sorriso divertito.

«Ed ecco che arriva la cavalleria.»


Le immagini presenti in questa storia sono generate tramite strumenti di intelligenza artificiale e hanno esclusivamente finalità illustrative. Non rappresentano materiale ufficiale e non sono destinate a diffusione o utilizzo al di fuori di questo contesto.

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