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Creato il 31/07/2026, 13:22 · Aggiornato il 17/08/2026, 20:12

Capitolo 61: Isola d'oro - Parte 6

@ladyele1991LadyEle1991
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  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Morte
  • Sangue
  • Violenza
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(Wolf's Rain - Kiba vs Darcia https://youtu.be/B3lDuLKhhsA?is=gQ0j1b_wXPYIhgas )

Kiba ricordò il momento in cui aveva raggiunto il castello dei Darcia.

La neve cadeva fitta quella notte, sospinta dal vento contro le mura dell'antica dimora. Il palazzo si stagliava nell'oscurità come una fortezza morente, immersa in un silenzio innaturale che sembrava aver soffocato ogni forma di vita al suo interno.

Hamona era appena morta.

Lui non l'aveva mai conosciuta, eppure la sua assenza aleggiava ovunque. Nelle sale vuote, nei corridoi deserti, nei candelabri che proiettavano ombre tremolanti sulle pareti. Era come se il castello stesso fosse in lutto.

Quando raggiunse la sala dove era custodita Cheza, trovò Darcia ad attenderlo.

Fu il suo sguardo a colpirlo più di ogni altra cosa.

Non c'era disperazione, non c'era rabbia.

Quelle emozioni sembravano essersi già consumate, lasciando dietro di sé qualcosa di molto peggiore.

Il vuoto.

Un vuoto profondo e insondabile che aveva divorato tutto il resto.

Darcia appariva stanco. Più vecchio. Come se gli anni gli fossero piombati addosso tutti insieme nel giro di una sola notte. Eppure nei suoi occhi continuava a bruciare quella volontà ostinata che Kiba aveva imparato a conoscere.

La stessa che lo aveva portato fino a quel punto.

La stessa che aveva trascinato tutti loro verso il Rakuen.

Cheza era lì vicino, silenziosa come un fiore in inverno, mentre lo osservava spaventata e preoccupata.

Kiba ricordava il rumore dei propri passi sul pavimento lucido.

Ricordava la tensione che gli irrigidiva i muscoli.

Ricordava soprattutto la sensazione che lo attraversò quando capì che, davanti a lui, non c'era più soltanto un nemico, ma un uomo che aveva perso tutto.

E proprio per questo era diventato ancora più pericoloso.

Per un istante si erano limitati a fissarsi.

Due lupi. Due sopravvissuti... due esseri pronti a sfidare il destino pur di raggiungere ciò che desideravano.

Ma mentre Kiba lottava per proteggere coloro che amava, Darcia combatteva contro un'assenza. Contro la morte stessa.

E quella era una battaglia che nessuno avrebbe mai potuto vincere.

Quando infine si mossero, lo scontro esplose con una violenza tale da far tremare la sala.

Artigli, zanne, il luccichio della lunga lama con cui Darcia ferì il corpo di Kiba.

Ma ancora oggi, ripensandoci, Kiba ricordava soprattutto il volto di quest'ultimo.

Non quello di un tiranno. Non quello di un mostro. Bensì quello di un uomo che, pur avendo già perso ogni cosa, continuava ostinatamente a camminare verso il proprio abisso.

«Che cosa c'è... nel Rakuen?» gli chiese Darcia.

«Il futuro.» aveva risposto lui. **«Né speranza, né disperazione... c'è soltanto il futuro.»**

A quel punto Darcia si voltò. Né il suo occhio umano, né quello mutato avevano più alcuna scintilla.

L'uomo sollevò il capo, guardando un punto impreciso, con pensieri e ricordi lontani in quel momento gli stessero attraversando la mente, finché la sua voce non riecheggiò nella sala, come una sentenza immutabile.

«A questo punto il futuro non è più... necessario.»

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

Darcia si diresse verso il laboratorio in cui era custodita Cheza, circondata da diversi scienziati intenti ad armeggiare con le console.

Non appena l'uomo varcò la soglia, tutti loro, coperti da maschere bianche, gli rivolsero un rispettoso inchino.

«Come procedono le analisi?» chiese senza perdere tempo. «I codici quantici e quelli genetici sono ancora allineati, nonostante l'assenza di risonanza del sangue di lupo?»

«Pare che, nonostante la morte di quei cinque lupi,» rispose uno di loro, «il soggetto continui a rispondere bene. Sebbene stia appassendo, siamo riusciti a mantenerlo in vita. Si direbbe che sia sufficiente il primo processo per mantenere attiva la capacità di aprire il portale.»

«Come accadde la volta precedente, nonostante la scomparsa di tutti loro.»

Darcia si voltò leggermente, come se stesse osservando qualcosa oltre la porta del laboratorio.

«Era bastato il sangue di uno soltanto per riuscire nell'impresa.»

Poi si avvicinò alla sfera.

Cheza incrociò il suo sguardo, pur rimanendo in silenzio. Nei suoi occhi c'era un'evidente ostilità.

«Cosa c'è? Sei offesa?» le chiese, con un tono quasi canzonatorio. «Questo dannato osa ancora una volta rivolgere lo sguardo alla fanciulla fiore, quando la mia linea di sangue non dovrebbe esserne degna.»

Assottigliò lo sguardo e la mascella si contrasse sotto la maschera di ceramica.

«Ma tu non sei una vera hanabito.»

Calcò deliberatamente quelle parole.

«Tu sei soltanto un prodotto di laboratorio. Uno strumento al mio servizio.»

Fece un altro passo verso la sfera.

«Perciò so che non cadrà alcun anatema su di me se oserò guardarti. Del resto, hai già avuto la tua occasione di aiutarmi spontaneamente e l'hai gettata al vento ere fa, quando ti lanciasti dall'aeronave per raggiungere i tuoi prediletti.»

Non ci fu reazione da parte della ragazza, ma questo non turbò l'uomo.

«Portatela alla sala dell'Albero del Principio.» ordinò, per poi voltarsi per dirigersi verso l'uscita, sollevando il mantello con un gesto deciso.

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

«Professore, la prego, mi dica che è uno scherzo.» sbottò Hubb al telefono, quando all'alba del terzo giorno, Quentin Silva lo chiamò per dirgli che cosa aveva fatto Hige. «È un reato federale, per la miseria, e lei ha appena confessato!»

«Capitano, domani potremmo essere solo cumuli di polvere, davvero si sta preoccupando di questo?» rispose per le rime il professore. «Metta da parte il poliziotto, una buona volta!»

Se la voce non fosse stata quella di un vecchio uomo brontolone, avrebbe giurato che quel rimprovero fosse arrivato da Cher.

Contrasse la mascella e strinse con forza il manico della tazza con cui stava bevendo il caffè, seduto alla scrivania del suo ufficio.

«Il fine giustifica i mezzi... immagino.» disse infine, sospirando. «Quante identità ha individuato il ragazzo?»

«Tutti.»

La frase secca del professore, gli fece salire un brivido lungo la schiena.

Silva si voltò verso la scrivania, Hige stava dormendo con le braccia sotto la testa, ancora chinato sulla scrivania. E doveva star facendo un bel sogno, a giudicare dal suo farneticare.

L'uomo lo guardò per un lungo momento.

Pensare che quando l'aveva conosciuto sembrava solo un ragazzetto come tutti gli altri, fissati con le cose frivole della sua generazione, ma poi lo aveva visto combattere quella notte al campo ed aveva cambiato idea su di lui. Per non parlare di quello che aveva fatto per Misha quando era stata ferita.

Con quest'ultima impresa, la stima nei suoi confronti era stata rinnovata ancora una volta.

«...quindi sì, mi ha decisamente sottovalutato.»

Gli aveva detto Hige, quando erano appena partiti per la loro ricerca.

Sì. Hige si era assolutamente meritato la sua benedizione per sposare la sua cara Blue.

«Perciò tra poco i giornali esploderanno» disse Hubb, ridestandolo dai suoi pensieri.

«Non ancora, abbiamo calcolato il tempo di percorrenza per raggiungere il castello dei Darcia. Vogliamo che ci siano tutti, totalmente inconsapevoli... poi al momento giusto, Hige premerà invio

«È consapevole che così anche lei finirà in rovina?»

Silva abbassò lo sguardo per un secondo, poi lo risollevò. «Meglio vivere qualche ora da eroe, che una vita da mostro.» Fece una breve pausa, per poi aggiungere in ultimo: «Quando verrà il momento, stia pronto ad arrivare con la sua squadra.»

«Vi daremo tutto il supporto di cui avrete bisogno.»

In quel momento entrarono Kiba e Tsume.

«Ah anche voi mattutini, vedo.»

Tsume bevve un sorso di caffé da una tazza di metallo. «Non che abbia dormito molto.»

Kiba guardò verso la finestra. «Ce la faremo con questo tempo a superare il confine?»

«Sta tranquillo, ho i mezzi necessari. Neanche io me ne sono stato con le mani in mano questi giorni.»

«Professore,» disse Tsume, fissandolo negli occhi. «Non so davvero come ringraziarla. Per quello che sta facendo per tutti noi...» si lasciò andare a uno sbuffo divertito, socchiudendo gli occhi, come se stesse ricordando qualcosa. «Pensare che lei mi ricorda tremendamente quel vecchio pazzo, che non faceva che darci la caccia.»

«Non lo chiamare così!» Sbottò Silva, aggrottando la fronte.

Subito dopo si rese conto di avere avuto una reazione un po' troppo eccessiva, a giudicare dagli sguardi che Kiba e Tsume gli restituirono. Spostò quindi il suo verso la finestra, ma non trovando un appiglio preciso.

«È che... da quello che mi ha raccontato Blue, era solo un uomo disperato che ha visto la sua famiglia morire. Perciò non potete biasimare tutto il suo accanimento verso qualcuno che ai suoi occhi apparivano come demoni.»

Tsume annuì, in segno di comprensione. Poi guardò il contenuto della sua tazza. «Mi chiedo solo se alla fine abbia capito che non eravamo noi il nemico. Non sopportava l'idea di rinascere in un Rakuen per i lupi.»

«Blue mi ha detto che gli raccontò cosa era successo davvero Kyrios, perciò... quest'uomo... nonostante il suo orgoglio... credo lo abbia capito, alla fine della corsa.»

«mmhmm... Blue...» mugugnò Hige, intromettendosi nel silenzio che si era creato.

Kiba sorrise, sinceramente contento. «Se la sogna anche di notte, ormai.»

«mmmhmmm... Misha...»

Tsume assottigliò immediatamente lo sguardo e allargò le narici.

«Facciamo i compiti insieme.»

Hige aveva la bavetta alla bocca.

Silva alzò un sopracciglio.

«Sì, dai, tutti e tre... scienza, geometria... studiamo assieme per l'esame.»

«Ma che sta farneticando?» si chiese il professore, grattandosi la testa.

«Lo so io.»

Tsume avanzò a lunghi passi per la stanza e senza pensarci un attimo, prese il ragazzo dai capelli fulvi per il bavero ed iniziò a scuoterlo con molta forza, ma anche così, non riuscì a svegliarlo.

«Ti vuoi svegliare, razza di pervertito!?»

Hige era rimasto ad occhi chiusi e con la bocca larga, sorridente, da cui usciva un russare sommesso. Dal volto arrossito, si intuiva stesse facendo un bel sogno.

A Kiba sfuggì una risata, mentre il professore era ancora perplesso.

«Sembra proprio essere tornati ai vecchi tempi!» esclamò il lupo bianco, mentre dei ricordi nostalgici attraversavano la sua mente.

«mmmhmm... Cheza, ma che ci fai lì, tutta timida, dietro quella colonna? Avanti, unisciti a noi.»

Tutta l'ilarità di Kiba venne spazzata via dalla tempesta di neve fuori dalla finestra.

Quel che seguì qualche secondo dopo, fu l'esclamazione di protesta di Hige, che si sentì fino a fuori l'ufficio.

«Ahia! Chi mi ha tirato una scarpa!?»

«Te la sei meritata!» lo riprese Tsume, furibondo.

«Perché!? Sempre a prendervela con me... siete davvero dei lupi cattivi!»

«E io dovrei permettergli di sposare quella ragazza?» sospirò Silva.

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

Le ore dell'orologio scorrevano inesorabili e più si avvicinava il momento, più la tensione prendeva il sopravvento su ogni pensiero.

Fu come trovarsi in una realtà che scorreva veloce e lenta allo stesso tempo, per ognuno dei coinvolti.

Al castello dei Darcia, tra esclamazioni folli e violini che venivano accordati, i due fratelli si aggiravano per i corridoi. I domestici preparavano la sala da ballo per accogliere gli ospiti, mentre Cheza era ora tenuta in quella stanza sulle cui pareti era riportato il passato di un popolo, un tempo fiero e superiore, ma che ormai era stato perduto tra le pieghe del tempo e dello spazio.

Il gelo continuava a soffiare su quel mondo sull'orlo della sopportazione, agonizzante e crudele. Quella notte avrebbe visto la luna piena scarlatta un'ultima volta, dopodiché...

«Professore, allora lei ci anticiperà, come d'accordi» disse Kiba, con le mani nelle tasche, quando nel primo pomeriggio aveva accompagnato Quentin Silva all'auto che era stata mandata dai Darcia, per essere portato al loro castello.

Il professore si sistemò meglio nel suo completo nero, anche se era palese che preferiva decisamente di più i suoi soliti abiti da ricercatore.

Un fiore della luna era appuntato al taschino.

«Sì, così tutti quanti saranno presi dalla concitazione della festa e l'illusione di essere prossimi a ciò che hanno atteso per tutta la vita.»

«Per quel che vale, vorrei dirle di essere felice di averla conosciuta.» disse Kiba, tenendogli la mano.

Silva agitò la sua. «Non ringraziarmi, sono solo un vecchio che ha capito quale doveva essere il suo scopo, solo al tramonto della sua vita.»

«Se tutti fossimo retti e sicuri fin dalla nascita, questo mondo non avrebbe avuto bisogno di essere salvato.»

Silva lo guardò per un attimo e poi infine acconsentì a stringergli la mano.

«Sei il campione di Cheza... sono sicuro che anche questa volta non la deluderai.»

Kiba osservò poi la macchina allontanarsi. Nella sua testa risuonavano ancora quelle parole.

In un mondo che non sembrava più volerlo come protagonista, avrebbe davvero fatto quello che tutti si aspettavano da lui, quello che lui si aspettava da sé stesso?

Strinse i pugni. Protagonista, antagonista. Che importavaì? Lui non era che un lupo che cercava di salvare il suo fiore e avrebbe corso, fino a spaccare le ossa, fino a far esplodere il cuore per raggiungere questo obiettivo.

Aveva aspettato ere intere perché potesse riabbracciarla e non vederla ancora perdersi in migliaia di semi, il suo desiderio non era per sé stesso ma per Cheza, affinché vivesse la vita felice e completa che da sempre avrebbe dovuto meritare.

Una folata di vento più forte delle altre, sollevò verso il cielo neve e foglie secche e forse anche il cuore del lupo bianco.

Quando l'auto partì dallo spiazzo dell'associazione, Kiba tornò dai suoi compagni, che lo attendevano al garage per salire sul furgoncino che li avrebbe portati verso il loro obiettivo finale.

Guardò uno ad uno i loro visi. Tutti erano determinati, tutti consapevoli di ciò che loro era accaduto in passato. Lui era rimasto l'ultimo di loro.

Il primo a cadere dei quattro era stato Toboe, che si era frapposto tra Darcia e Quent Yaden e quest'ultimo gli aveva sparato per sbaglio. Poi Darcia aveva sparato all'uomo ed i due erano morti abbracciati.

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fonte immagine: Google Immagini

Durante il percorso, prima ancora della morte di Toboe, era toccato a Cher, precipitata con il furgoncino che li aveva portati fino al Monte del Principio, morendo infine tra le braccia di Hubb Lebowski, il quale morì a sua volta nell'intento di scalare il monte, a causa della stanchezza e il freddo che lo avevano provato. Anche se forse la sua anima aveva già abbandonato il corpo, nel momento in cui aveva lasciato andare quello della scienziata alle acque scure del lago.

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fonte immagine: Google Immagini

Toccò poi ad Hige e Blue, sotto i morsi letali di Darcia, ormai divenuto un lupo come loro, ma carico di una forza feroce e folle.

In quel momento quell'essere non era più né un umano, ma neanche, davvero un vero lupo.

La giovane coppia di lupi morì dissanguata, l'uno accanto all'altra, scambiandosi non parole di addio, ma di conforto. Sarebbero rimasti insieme fino alla fine.

Blue era già spirata, quando Tsume li trovò e fu costretto a dare il colpo di grazia ad Hige, ancora agonizzante, dopo che già aveva avuto difficoltà ad abbandonare il corpo di Toboe e non arrivando in tempo per afferrare Hubb che stava precipitando nel vuoto (anche se probabilmente, a quel punto, il detective non avrebbe accettato alcun tipo di aiuto).

Il lupo grigio, distrutto, aveva trovato comunque la forza di andare avanti, per cercare di raggiungere almeno lui e Cheza, combattere fino all'ultimo... ma Darcia lo morse mortalmente al fianco e anche lui, in un ultimo ululato pieno di orgoglio, aveva perso la vita.

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Infine, così erano rimasti solo lui, Cheza - che cercava di germogliare - e Darcia che voleva la fanciulla fiore solo per sé, per aprire un Rakuen che non sarebbe stato altro che un caos generato da una mente ormai priva di ogni controllo, speranza o amore. Li avrebbe condotti solo ad una realtà infernale, priva di alcun futuro.

Kiba aveva combattuto fino allo stremo delle forze. Anche quando il suo corpo era ormai straziato dalle troppe ferite, non si era arreso, pur di non far vincere quella bestia.

Darcia alla fine morì avvelenato dal sangue di Cheza, perché indegno di lei ed era scomparso, distrutto dal lago sulla cui superficie la luna rossa si specchiava. L'accesso all'allora portale.

Infine, era morto anche lui, ma essendo degno della hanabito, il suo sangue e quello di lei, mescolandosi e colando nelle acque del lago, aveva fatto scattare la serratura per quel nuovo mondo che sarebbe dovuto essere il loro paradiso.

Ora tutto questo si sarebbe ripetuto ancora una volta?

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fonte immagine: Google Immagini

«Kiba, sei pronto?» chiese Tsume, mentre si sistemava meglio i soliti occhiali da sole sul naso.

Kiba si prese ancora un attimo. Forse, finalmente, capiva perché Misha aveva fatto quello che aveva fatto. Probabilmente, se avesse avuto il suo stesso potere, non si sarebbe comportato poi così diversamente da lei. Ma allo stesso tempo sapeva che i suoi compagni - così come lui - non si sarebbero mai messi da parte, solo per la paura di provare lo stesso straziante dolore.

Erano gli eroi di quella storia ed avrebbero tenuto fede alla loro nomea.

Per un attimo il brilluccichio dell'anello che Blue portava al dito catturò la sua attenzione. Una promessa per un futuro felice. Non una speranza, ma una certezza.

«Sì, lo sono... e voi?»

«Andiamo a mordere qualche nobile chiappa!» Esclamò Hige, colmo di entusiasmo, anche se sul suo volto c'erano ancora i segni delle occhiaie per quello che aveva fatto nei tre giorni precedenti.

«Riprendiamoci il nostro Rakuen.» disse Blue, carica di determinazione.

«Andiamo a salvare mia madre.» aggiunse Toboe, stringendo i pugni. «Anche se dopo le farò una bella ramanzina.» aggiunse, soffiando fumo dalle narici.

«Ah! Io ho già preparato l'elenco di tutti i favori che mi dovrà fare, per potersi scusare!» si accodò Hige, con una smorfia e incrociando le braccia.

Tsume avanzò di qualche passo, fino a raggiungere Kiba. Forse aveva intuito i suoi pensieri. Si conoscevano da secoli, del resto.

Gli posò una mano sulla spalla e si avvicinò al suo orecchio. «Questa volta raggiungeremo il Rakuen in piedi sulle nostre gambe. Non ho intenzione di vedere mai più morire nessuno di voi.»

«Lo stesso vale per me» rispose Kiba, chiudendo gli occhi. «Non permetteremo che questo ciclo si ripeta.»

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

L'aria all'interno della stanza era fredda, intrisa del profumo di polvere e secoli decaduti che caratterizzava le dimore dei Nobili. La luce della luna filtrava attraverso una vetrata gotica, tagliando l'oscurità e illuminando una riproduzione rinascimentale della Trinità di Masaccio.

Lord Darcia III osservava l'affresco. La sua figura slanciata, avvolta nel lungo mantello violaceo ed il copricapo di lunghe penne nere, lo facevano assomigliare ai corvi che tanto odiava (ma dentro di sé sapeva che quello non era altri che un costume di carnevale); la maschera bianca copriva parzialmente il volto, lasciando scoperto solo l'occhio umano, freddo e malinconico.

Accanto a lui, l'illusione della presenza della sua amata Hamona che avrebbe presto rivisto, riempiva il silenzio della sala.

Aveva le mani congiunte dietro la schiena ed il corpo si muoveva appena, rimanendo in equilibrio, lì fermo sul posto, come una colonna collocata temporaneamente nel bel mezzo della sala.

«Darcia»

La voce di Misha lo fece voltare.

La ragazza indossava di nuovo l'abito azzurro con drappi che le aveva regalato e si concesse un attimo per studiarne i dettagli ed i ricami pregiati.

Tra le mani, Misha, aveva una maschera anch'essa di ceramica, ma di quelle che coprivano fino a metà volto e delle piume azzurre erano attaccate sul lato sinistro.

I suoi grandi occhi azzurro ghiaccio erano fissi sul volto di Darcia, mentre avanzava per avvicinarsi.

«Anche se è una copia, sembra davvero ben fatta.» disse poi, quando gli fu accanto e si voltò anche lei per osservare il quadro.

«È comunque dipinto a mano da un artista.» spiegò lui. «Anche se non è un'opera originale, l'autore ha comunque messo parte della sua stessa anima per realizzarla, benché consapevole che non sia altro che una riproduzione di qualcosa che non nasce davvero dal suo pennello.»

«Questa rappresenta una delle prime opere in cui l'uomo ha scoperto di poter imprimere la realtà su tela, ricordo bene?»

«Esatto.» Rispose lui.

«Osserva, mia cara,» esordì poi Darcia, e la sua voce era un sussurro profondo, privo di calore ma colmo di una tragica solennità. «Vedi come i muri di quella finta stanza sembrano sprofondare nella pietra? L'autore ha regalato ai mortali l'illusione della profondità. Ha tracciato linee rette che obbediscono a una legge invisibile, costringendo l'occhio a credere a una realtà che, in verità, è piatta. È bidimensionale. Proprio come il velo che i lupi usavano per nascondersi tra gli uomini» assottigliò lo sguardo e poi aggiunse dopo un istante: «Questa prospettiva è solo un inganno matematico per generare la verosimiglianza.»

Misha avvertì una sorte di tensione nell'uomo ed ebbe l'impressione che di sottecchi egli la stesse osservando, come qualcuno il cui sospetto era già radicato.

«Ma il vero segreto non è lo spazio che si crea,» continuò, stringendo le dita fino a sfiorare la superficie della tela. «Il segreto è il punto in cui tutte quelle linee si incontrano e svaniscono. Il punto di fuga. Puoi dipingere l'oro più brillante, i santi o i mendicanti, ma nessuno di loro può deviare da quelle linee ortogonali. Sono incatenati. Quel punto geometrico sul fondo è l'esatta rappresentazione dell'ineluttabilità del destino.»

Si voltò parzialmente, l'ombra del suo profilo si allungava sul pavimento come quella di una bestia antica.

«Noi crediamo di muoverci liberamente, di fare scelte, di cercare disperatamente la nostra strada verso il Paradiso. Ma la verità, Misha, è che siamo solo figure dipinte su questo palcoscenico decadente. Il destino ha già fissato il suo punto di fuga all'orizzonte. Ogni nostra corsa, ogni goccia di sangue versata, ogni barlume di speranza non fa che obbedire a una traiettoria già calcolata. La realtà che viviamo è l'illusione; la convergenza verso la fine è l'unica cosa reale.»

Si voltò del tutto verso di lei, fissandola dall'alto verso il basso.

«E nessuno, né un uomo né un lupo, può sfuggire al punto in cui tutte le linee cessano di esistere.»

Un silenzio denso si frappone tra loro, finché non venne smorzata da una smorfia divertita di Darcia.

«Perdonami se ti ho tediato. Una volta, una mia cara amica, mi ha detto che ho proprio il pallino per questi argomenti.»

Misha, però, non contraccambiò.

Con passo leggero, si avvicinò al fratello, posando gli occhi non sulla profondità geometrica del quadro, ma sullo spazio vuoto che lo circondava.

«Lei vede una gabbia di ferro, Darcia,» rispose lei, e la sua voce era un sussurro limpido. «Perché opere come questa hanno voluto bloccare l’universo in un solo istante, legando l’uomo a un unico punto di vista immobile. Ma lei sa che questo non è l'unico modo di rappresentare la realtà.»

Sfiorò anche lei con le dita la cornice classica, dipinta d'oro e socchiuse appena gli occhi.

**«Altri non hanno mai cercato di imprigionare il mondo in una scatola geometrica. Loro usano una prospettiva mobile.»**

Sollevò lo sguardo verso la finestra, dove la luna illumina i profili delle montagne distanti, libere da qualsiasi reticolo millimetrico.

«In un rotolo dipinto, il punto di fuga non esiste. O meglio... si muove insieme a chi guarda. Non sei un osservatore immobile inchiodato al pavimento; sei un viandante che cammina lungo il sentiero.»

Darcia, intimamente, rimase sorpreso dalle parole che la giovane pronunciava. Era come se una saggezza d'oltre tempo la stesse attraversando, in quel momento.

Come se avesse maturato una filosofia di vita che per una ventenne di quell'epoca forse era ancora troppo prematura.

«Il tempo non è fermo in un singolo, eterno momento tragico.» proseguì lei, con una strana luce negli occhi. «Fluisce. Mentre srotoli il dipinto, la nebbia si dirada, una montagna svanisce e ne sorge un’altra. La realtà non è un’illusione calcolata a tavolino, ma un’esperienza che cambia a ogni passo.»

Si voltò verso il fratello, incrociando l'oscurità del suo sguardo.

«Se la prospettiva è mobile, allora anche il destino smette di essere una linea retta che converge verso la fine. Diventa uno spazio fatto di scelte, tempi e respiri. Il destino non è quel punto fisso che ci attira nel vuoto, ma il cammino stesso. Ogni volta che mutiamo il nostro punto di vista, ridipingiamo il mondo.»

Chinò la testa di lato e sul volto comparve un lieve sorriso.

«I lupi non cercano il Rakuen perché è scritto su una mappa geometrica, Darcia. Lo cercano perché scelgono di correre, modificando l'orizzonte a ogni balzo.»

Quelle ultime parole lo lasciarono completamente spiazzato, al punto che non trovò in sé alcuna adeguata.

Allo stesso tempo, però, gli diede molto da pensare.

Del resto, il fatto che avesse accettato che un futuro non esisteva più, da quando Hamona era morta, era qualcosa del passato. Quando, però, egli stesso lo era stato, non era stato un destino superiore a guidarlo, ma la sua stessa forza di volontà.

Tutto quello che aveva fatto fino ad ora, era stato fatto per volontà. La volontà di ritrovare un amore perduto, il suo paradiso.

Come poteva essere un'opera già scritta da qualcun altro, dopo tutto quello che aveva fatto?

Misha sollevò il braccio per portarsi al viso la maschera. Ora il suo sguardo azzurro era filtrato dalla ceramica.

«Darcia»

Di nuovo quella voce ricatturò la sua attenzione, come fosse stato un richiamo ipnotico.

Il labbro di Misha tremò appena.

«Se questa sera sarà la fine di tutto o l'inizio... lei mi resterà accanto?»

Darcia la osservò per un lungo momento, poi sollevò il braccio, così che Misha potesse infilare il suo.

«Certo, mia cara, fino alla fine.»

«Andiamo ora, gli ospiti ci stanno aspettando. Dobbiamo aprire le danze.»

Le due figure si avviarono a lenti passi, facendo riecheggiare i loro passi nel corridoio di marmo, per andare ad accogliere gli ospiti e per andare incontro al futuro che avrebbe atteso loro.

Alle loro spalle la loro rispettiva ombra proiettata mostrava la loro vera natura.

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