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Creato il 31/07/2026, 13:20 · Aggiornato il 17/08/2026, 21:15

Capitolo 60: Isola d'oro - Parte 5

@ladyele1991LadyEle1991
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  • Morte
  • Sangue
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In quel tempo, la rabbia, l'odio e i risentimenti iniziarono a diffondersi tra i villaggi degli uomini, che presero a combattersi ferocemente. Quella violenza terrena divenne così densa e pesante da risalire il cielo, contagiando persino le divinità celesti. Il Sole e la Luna, che fino ad allora avevano convissuto in perfetta armonia, iniziarono a litigare e a dichiararsi guerra.

Durante lo scontro, il Sole colpì la Luna, e questa iniziò a sanguinare nel cielo, diventando di un rosso scuro e spaventoso. L'oscurità e l'ombra calarono sul mondo. Le leggendarie Prime Madri del popolo Batammaliba (Puka Puka e Kuiyecoke), compresero subito la verità: il cielo stava solo riflettendo il sangue e l'ira degli umani. Se gli uomini non avessero smesso di farsi la guerra, il Sole e la Luna si sarebbero distrutti a vicenda, spegnendo la luce del mondo per sempre.

Ma le parole non bastavano. Per dimostrare la sincerità della loro supplica, gli uomini si voltarono verso i propri vicini. Coloro che erano nemici si abbracciarono. I vecchi rancori vennero dimenticati, i debiti cancellati e i conflitti tra i villaggi si placarono all'istante. La Terra divenne un luogo di riconciliazione assoluta.

Commossi dal cambiamento radicale degli esseri umani, che avevano trovato la pace nel momento del buio profondo, il Sole e la Luna si placarono. Compresero che se gli umani potevano perdonarsi, anche loro potevano farlo. La luce tornò a inondare i villaggi.

- Memorie di un mondo antico

Darcia stava bevendo del vino rosso, osservando dalla finestra la bufera di neve che imperversava nel bosco del parco privato di famiglia. Gli alberi si piegavano sotto le raffiche, lasciando cadere pesantemente a terra la neve accumulata sui rami. Se in mezzo a quel caos vi erano forme di vita, sarebbero state senz'altro in difficoltà.

Il suo sguardo era impassibile.

A un certo punto sentì un lieve plic nel bicchiere. Si portò rapidamente una mano alla tasca per estrarre un fazzoletto e tamponarsi il naso. Anche così, però, non mostrò alcun turbamento. Anzi, dopo qualche secondo prese un lungo sorso di vino.

«Manca così poco.» disse la madre, seduta su un divanetto accanto al marito, mentre anche loro bevevano del vino. Il suo sguardo era acceso, carico di euforia.

«Tre giorni.» confermò il figlio. «State continuando a mantenere il segreto?»

«Sì, è tutto predisposto. Quando saremo al culmine della festa, faremo svenire gli ospiti, così noi altri potremo abbeverarci del sangue della lupa in tutta tranquillità.» rispose il padre, attraversato dallo stesso sguardo folle.

Darcia li osservò di sottecchi. Quella coppia, forgiata da una vita intera trascorsa a servire un padrone astratto e poi nato dal loro stesso seme, era estremamente devota... al punto da riconoscere in loro lo stesso sguardo che aveva attraversato lui durante quella fatidica notte in cui aveva combattuto contro Kiba.

«Scusatemi, ma è tempo che io vada a riposare.»

«Ma certo, figlio caro, andate pure. Riposate bene, sommo Lord Darcia.» disse la madre, alzandosi insieme al marito. Entrambi gli rivolsero un rispettoso inchino.

Darcia non aveva nemmeno più la forza di guardarli.

Attraversò i corridoi, illuminati dalla luce calda dei candelabri. I suoi passi riecheggiavano sul marmo scuro, mentre le finestre laterali vibravano e scricchiolavano sotto la furia del vento.

A un certo punto, però, una folata gelida lo raggiunse.

Girato l'angolo e immessosi in un corridoio in penombra, vide che una delle finestre era ancora aperta. Le lunghe tende bianche si sollevavano nel vento e neve e pioggia entravano all'interno del castello.

Ma tra quei drappi vide anche qualcuno.

«Misha, che stai facendo?» chiese, accigliandosi.

«Stavo per chiudere la finestra. L'hanno lasciata aperta e sta facendo entrare tutto il gelo.»

«Hai addosso soltanto una vestaglia da notte. Allontanati o prenderai un malanno.»

Fece un impercettibile scatto all'indietro.

Tra le pieghe della fredda luce che filtrava dall'esterno e il movimento della tenda, gli era parso che gli occhi della donna fossero diventati di un viola acceso.

Ma solo per un istante.

Con pochi lunghi passi la raggiunse e si mise davanti a lei, occupandosi personalmente di chiudere la finestra. Le ante opponevano una certa resistenza a causa della forza del vento.

Si diede un paio di pacche alle mani subito dopo, quando alla fine riuscì a chiudere la finestra.

«Non ti sei raffreddata, spero.» disse, cercando il suo sguardo.

Misha scosse il capo. «Sono abbastanza resistente al freddo.»

Vedendola avvolta soltanto in quella vestaglia chiara dai fini ricami, con i capelli sciolti sulle spalle e il suo aspetto delicato, quasi stentò a credere che qualche mese prima fosse riuscita da sola a mettere fuori gioco le sue guardie per tentare di liberare Hige e Hubb.

Edward era persino scomparso.

Un lupo siberiano, tra i più grossi. Con il suo sangue avrebbe dissetato almeno una ventina di accoliti... ma lui non aveva alcuna intenzione di condividerne nemmeno una goccia, neppure con i propri genitori.

Misha non serviva a quello scopo.

«Bene, ora però torna a letto. Ci vediamo domani. Buonanotte.» disse lui, voltandosi e riprendendo a camminare.

«Darcia.»

La voce che raggiunse le sue orecchie lo congelò sul posto. Per un istante gli era sembrata la voce di Hamona.

Non osò voltarsi.

«Ecco... mi scusi...» disse lei, avvicinando una mano leggermente chiusa a pugno all'altezza del mento e chinando appena il capo. «Mi chiedevo... come mai il primo novembre? Perché proprio quella è la data designata?»

«Perché il primo novembre è notoriamente il giorno dell'anno in cui il confine tra la vita e la morte si fa più sottile. Con il potere della fanciulla fiore, ci sarà facile aprire il varco che ci porterà nel nuovo mondo.»

«Solo questo?»

Darcia aggrottò la fronte. Per un attimo si fece pensieroso.

«Solo questo.» rispose infine.

Misha lo fissò. Non lo sapeva, come immaginava. Ma si disse che, anche se lo avesse saputo, arrivati a quel punto non gli sarebbe più importato. Nemmeno la prospettiva di morire quel giorno lo avrebbe fermato.

Forse l'avrebbe accolta persino come una sfida personale.

«Va bene. Buonanotte, Darcia.» disse infine, voltandosi.

«Buonanotte.» rispose lui.

Attese qualche secondo, ascoltando il rumore dei passi della ragazza che si allontanava. Poi si voltò e fissò la sua figura di spalle.

Assottigliò lo sguardo. Misha non gliela raccontava giusta.

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

Il professor Silva cadde quasi dalla sedia quando, il giorno dopo, tutti e cinque i lupi si presentarono nel suo ufficio. Fecero letteralmente irruzione, senza nemmeno bussare.

«È inutile negarlo, professore, ci siamo ricordati tutto!» sbottò Blue, battendo le mani sulla scrivania. «Lei e Misha pensavate davvero di poterci fermare!?»

«Come avete fatto? Chi vi aiutato!?» chiese, cercando di ricomporsi. «È stato quel poliziotto, non è così?»

«Lebowski mi ha avvicinato... ma no, non è stato lui la causa scatenante.» disse Kiba, facendo un passo avanti.

«Ci siamo risvegliati da soli,» intervenne Hige, accigliato. «Dopo tutto quello che abbiamo passato, eravate davvero convinti che bastasse un "abracadabra" per tenerci lontani?»

Le orecchie gli divennero improvvisamente rosse e digrignò i denti.

«Dannata idiota, come ha potuto farlo... io... io...» strinse i pugni al petto «Toboe non mi importa niente se è tua madre, tua sorella o quello che è, appena ce l'ho tra le mani le darò una strigliata di quelle che si ricorderà per tutta la vita!»

«No, no Hige, questa volta mi accodo a te!» esclamò Toboe, anche lui con il fumo alle orecchie. «È sempre stata così... tutto lei fa, tutti lei può!»

«Come quando ti siamo venuti a salvare all'orfanotrofio» aggiunse Hige, con sguardo acceso. «"Andiamo insieme" e lei "sì, sì" e appena a pochi metri dall'auto è saltata fuori, correndo da sola, persino scalza! E vogliamo parlare di come si è presentata per capodanno stesso? Tutta in ghingheri con quel vestitino da principessa, quando sa che ho l'orticaria per i completi...»

Incrociò le braccia in un gesto offeso e incassò la testa tra le spalle. «... E poi da a me del viziato.»

«Ma tu sei viziato.» disse Blue, assottigliando lo sguardo e facendo una smorfia.

«Ma almeno io so cosa significa lavorare in squadra!»

«Vi è chiaro che la vostra amica sta andando incontro alla morte, per cercare di salvarvi o no?» si intromise Silva, facendo risuonare la sua voce profonda nell'ufficio.

Il silenzio calò immediatamente tra loro.

Un'espressione grave attraversò il volto di ciascuno dei presenti.

«Per voi quel giorno...»

«Corrisponde al giorno della nostre morte, lo sappiamo.» disse Kiba, con tono fermo. «Non possiamo, però, permettere che qualcuno si sacrifichi per noi. E Cheza? Anche lei vuol fare lo stesso? Che ne sarà di lei? Si disperderà di nuovo in migliaia di semi, senza mai più rivederla.»

«Ognuno di noi ha il proprio destino...»

Kiba rispose con un ringhio, ma subito dopo cercò di rilassare le spalle.

«Una volta mi è stata posta una domanda. Se l'ineluttabilità ed il libero arbitrio possano coesistere... Ebbene, io credo di sì. Anzi, sono più che convinto che siamo noi a scrivere la nostra storia e le stelle si adattino di conseguenza.»

Guardò verso la finestra, dove dal cortile si vedevano i candidi fiori della luna agitati al vento.

«Forse siamo condannati, ma almeno sarà stata una nostra scelta.»

Gli altri non aggiunsero altro, ma era chiaro che lo stesso pensiero espresso dal lupo bianco, fosse condiviso da ognuno di loro.

«Una volta dissi, che se il Rakuen avesse avuto un odore, avrebbe avuto il suo profumo...» disse Tsume a un certo punto, abbassando lo sguardo. «E ora so che quel pensiero non era nato per caso.»

Nella sua mente riaffiorò il ricordo di quel viaggio impossibile attraverso il tempo e le dimensioni. Lì aveva scoperto la verità sulla loro prima vita, quando lui, Misha e Toboe erano stati una famiglia.

Si avvicinò al ragazzo e gli posò una mano sulla spalla, stringendola appena.

Ora che lo osservava bene, si accorgeva di quanto i suoi lineamenti fossero un perfetto equilibrio tra quelli dei suoi genitori. Soprattutto della madre, ne portava i tratti più evidenti.

Dalla velocità con cui Toboe stava maturando, non aveva dubbi che entro i diciotto anni sarebbe diventato più alto e più forte di lui.

L'idea lo fece quasi sorridere. Quasi, se in quel momento il suo cuore non fosse stato sotto la morsa della rabbia e della preoccupazione.

«Volete quindi fare irruzione? Ci saranno guardie armate fino ai denti.»

«Come mai, visto che per quanto ne sa, siamo tutti morti?»

Silva si incupì e si mise a tamburellare nervosamente con le dita, sul piano in finto legno della scrivania, color crema.

«Proprio perché lo siete, credete che un solo lupo potrebbe sfamare tutti quanti? Con l'unico che poi vuole tenere per sé, per richiamare la moglie perduta?»

Si appoggiò allo schienale, il quale cigolò appena sotto il suo peso.

«Per non parlare che già aveva dei nemici che hanno attentato alla sua vita.» proseguì. «Ora che i dettagli del suo possibile coinvolgimento nell'avvallamento della guerra stanno spuntando come margherite, l'odio verso di lui sta crescendo, tanto quanto lo era stata l'ammirazione nei suoi confronti, quando era considerato il benefattore della città.»

«Affronteremo qualunque cosa ci aspetti.» disse deciso Kiba, annuendo a sé stesso. «Non ho modo di esistere, senza riuscire a credere in questo.»

«Ma se ci sparano contro, che cosa risolveremo?»

A sorpresa, la voce era giunta da Hige, che lo guardava con un cipiglio contrariato.

Si voltò poi verso Blue, le sorrise dolcemente e le prese la mano. Con il pollice, sfiorò l'anello argentato con il diamantino, che le aveva regalato settimane prima.

«Questa volta non ci sto a vederci tutti agonizzanti a terra, in una pozza di sangue.»

Blue lo guardò, contraccambiando il sorriso. In quel momento le tornò in mente quando lei stessa aveva detto a lui che questa volta nessuno di loro sarebbe morto e ci credeva davvero, adesso come allora.

«Professore, da quel che ho potuto vedere, lei è molto vicino a Darcia, al punto da conoscere le sue vere intenzioni.» disse il ragazzo dai capelli fulvi, guardando ora Quentin Silva.

Silva abbassò lo sguardo, sembrò che un velo di senso di colpa lo attraversasse in quel momento.

«Ho approfittato del suo fragile stato per avvicinarmi ulteriormente.»

«Cos'altro può dirci?»

«E soprattutto... Perché ci sta aiutando così tanto?» si intromise Kiba, avvicinandosi, fissandolo dritto negli occhi.

A quel punto Silva, come se su di sé avesse un enorme peso, si alzò lentamente dalla sedia. Con le mani dietro la schiena, si avvicinò alla finestra, dando loro le spalle.

«Diciamo che anche io sono stato incantato,» fece una breve pausa. «Sì... Forse anche quello non era che l'inganno di un angelo egoista e testardo... Ma arrivati a questo punto...»

I ragazzi si scambiarono un'occhiata, non cogliendo a cosa l'uomo stesse alludendo.

«Non è che per caso anche lei...» azzardò Kiba, leggermente esitante «...è guidato dall'odore dei fiori della luna

Il vecchio professore rise, facendo vibrare le spalle. «Con questo raffreddore è già tanto che respiro!»

Sospirò e lo sguardo tornò vacuo, illuminato da una strana luce.

«No, ragazzo, sono solo un essere umano.»

Si prese ancora un attimo. Poi si voltò e tornò a guardare Hige. «Che altro volevi sapere?»

Hige sorrise, con aria divertita e determinata. «Lei mi faccia mettere al computer.»

Qualche minuto più tardi, Hige era seduto alla scrivania del professore, con il portatile aperto davanti a sé.

«Sa chi ci sarà alla festa?»

«Credo tutti, o quasi. Anche se non abbiamo certo un gruppo degli aderenti al "Culto del Rakuen".»

«Mi dica quelli che conosce. Poi incrocerò i dati con il fascicolo su Darcia.»

«Ma che stai dicendo? Mica puoi entrare nel database della polizia.» osservò Silva, alzando un sopracciglio.

Hige sorrise con aria sorniona e posò il mento sulle dita intrecciate.

«Oh no... Ecco che ricomincia a vantarsene.» sbottò Toboe, portandosi una mano al volto.

Gli altri si girarono verso di lui, con espressione interrogativa.

Il sorriso di Hige si allargò ancora di più e iniziò a ciondolare la testa con aria soddisfatta.

«Nel mio vecchio lavoro ero nella sezione informatica,» iniziò a spiegare**,** con tono affatto umile. «Il più giovane diplomato della mia scuola e assunto immediatamente appena compiuti i diciotto anni.»

Si fermò un attimo, come a volerci pensare su, e poi sghignazzò. «Accidenti, era davvero destino.»

«Perché? Qual era il tuo ruolo?» chiese Tsume, sinceramente incuriosito.

«Sicurezza informatica. Mi hanno assunto dopo che ho bucato i loro server interni.» Fece una breve pausa teatrale. «Hanno preferito assumere un abile guardiano, piuttosto che denunciarmi.»

«Ma non mi dire che sei...?» provò a chiedere Silva.

Toboe sospirò. Ormai era troppo tardi.

Hige assottigliò lo sguardo come un supercriminale da film di serie B.

«Sono un Cyber Wolf

Toboe, quel giorno, ripensò a quando andava a casa di Misha per farsi dare ripetizioni.

Una volta capitò che l'argomento di studio fosse il terremoto. Per una ragazza laureata in geologia fu come sfondare una porta aperta e, tra aneddoti, una crostata e una buona tazza di tè, gli spiegò tutto ciò che c'era da sapere.

Dovette ammettere che, col tempo, gran parte di quelle nozioni le aveva dimenticate, facendo spazio ad altre materie. Eppure qualcosa gli era rimasto impresso: le tre fasi che caratterizzano un evento sismico: pre-sismica, cosismica e post-sismica.

Ciò che Hige scatenò aveva esattamente quelle caratteristiche.

Non fu un lavoro facile. Ci furono prima le fasi preparatorie: schermare il segnale, violare i server della polizia e risalire all'identità dei magnati che avevano contribuito a rendere inevitabile l'apertura del Rakuen.

Ci lavorò giorno e notte, quasi senza sosta, concedendosi soltanto qualche ora di sonno quando il corpo stesso la reclamava.

Blue gli rimaneva sempre accanto, portandogli da bere e da mangiare - in particolare panini, che a quanto pare erano il suo vero carburante - e rimboccandogli la coperta sulle spalle quando lo vedeva cedere alla stanchezza.

Le lancette dell'orologio continuavano a girare, inesorabili, mentre il ragazzo batteva sui tasti del computer. Codici e password, backdoor e corridoi virtuali che a volte conducevano a una scoperta, altre a un vicolo cieco.

Così trascorsero anche gli ultimi tre giorni.

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

Quell'ultima notte, Darcia sognò. Ma questa volta non era Hamona - ormai di lei non vedeva uno scarabocchio impazzito che gli impediva di vedere il suo dolce sorriso - bensì sé stesso che lo osservava. Una creatura con le ali nere ed il volto nascosto dietro una maschera di ceramica con sopra dipinto un finto sorriso. Sembrava quasi prendersi gioco di lui.

L'occhio azzurro era ridotto a una fessura, mentre quello giallo, eterno ricordo della sua maledizione, pulsava e lo penetrava con il suo sguardo.

I lunghi capelli scuri gli ricadevano sulle spalle, fondendosi con l'oscurità dello sfondo. Anche i vestiti sembravano dissolversi nelle tenebre, lasciando emergere soltanto il volto, parte del petto e una mano abbandonata lungo la gamba piegata.

Quando riaprì gli occhi, fu come riemergere dal mondo dei morti.

Il suo corpo era pesante, provato.

I fogli del referto che spiegavano cosa gli stesse accadendo erano stati abbandonati con noncuranza sul comodino accanto al letto. Non gli importava di ciò che era cresciuto nella sua testa e che gli stava comprimendo il cervello.

Inoperabile, era stato scritto. Pochi mesi di vita... Ma tanto non ci sarebbero stati. Per nessuno.

Oltre i drappi scuri che coprivano la finestra, si udiva il sibilare del vento. Sembrava un richiamo lontano, ed una luce bluastra filtrava tra gli scorci. All'esterno, il mondo stava esalando i suoi ultimi respiri.

Si alzò e si andò a guardare allo specchio.

Ancora una volta era tornato l'ombra di sé stesso, così come gli era accaduto nella vita precedente. Un corpo che ormai doveva solo resistere, il tempo di realizzare il suo sogno.

Socchiuse gli occhi, ripensando a quella creatura che era lui e non allo stesso tempo.

Sorrise.

Le parole gli uscirono spontanee, come se le avesse avute da sempre dentro di lui.

«Che strana creatura...

Tutti vedono la maschera e credono di aver compreso ciò che nasconde.

Vedono il sorriso dipinto e lo chiamano follia.

Vedono le ali nere e lo chiamano mostro.

Ma nessuno si chiede quale volto abbia deciso di seppellire sotto quella ceramica.

Gli uomini temono ciò che non possono comprendere.

Gli dei disprezzano ciò che non possono controllare.

E così coloro che appartengono a entrambi i mondi finiscono per non appartenere a nessuno.

Guarda i suoi occhi...

Uno conserva ancora il colore del cielo.

L'altro è già stato reclamato dall'abisso.

È lì che risiede la sua tragedia.

Non nell'oscurità.

Non nella luce.

Ma nel fatto che entrambe vivano dentro di lui.

Conosco quello sguardo.

È lo sguardo di chi ha continuato a camminare molto tempo dopo aver perso ciò che cercava.

Eppure...

continua a sorridere.

Forse non per ingannare gli altri.

Forse per ricordare a sé stesso chi era prima che il mondo gli insegnasse a nascondere il volto.»

Si diresse alla scrivania e lì accese il portatile per controllare ancora una volta l'elenco dei partecipanti.

Provenivano da tutto il mondo. Insospettabili, persino con la fedina pulita, ma che in realtà erano tutti figli e figlie di casate che avevano contribuito a muovere quei fili, come uno spettacolo di burattini durato per secoli.

Ricordò il sé bambino che quel giorno fuggiva attraverso i corridoi del castello, cercando di scacciare quell'essere opprimente che voleva prendere il suo posto e non poté non chiedersi, se esso stesso non fosse finito per diventare uno delle marionette, per quanto tutti quanti pendessero dalle sue labbra.

Questo, con il giungere della fine, dovette ammetterlo a sé stesso.

«Alla fine, tutti noi indossiamo un volto che il mondo possa sopportare.

Alcuni lo chiamano menzogna.

Alcuni lo chiamano forza.

Ma quando la maschera sopravvive più a lungo del volto che nasconde...

non resta più nulla da togliere.

E in quel momento si comprende una verità che arriva sempre troppo tardi:

non è l'oscurità a consumare un'anima.

È la solitudine.»


Le immagini presenti in questa storia sono generate tramite strumenti di intelligenza artificiale e hanno esclusivamente finalità illustrative. Non rappresentano materiale ufficiale e non sono destinate a diffusione o utilizzo al di fuori di questo contesto.

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