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Nelle antiche cronache dell’Impero di Mezzo, la notte non fu mai considerata solo oscurità, ma il regno dello Yin, l'energia fredda e lunare che governava l'inverno e le maree. Tra tutte le forze che popolavano questo spazio celeste, nessuna fu più temuta di Tiangou, il gigantesco e mitologico Cane Celeste, una creatura nata dal buio più profondo.
Quando il cielo si fece immobile e la Luna piena cominciò misteriosamente a svanire, i saggi seppero che Tiangou aveva iniziato la sua caccia. Guidato da un appetito insaziabile, il mostruoso canide si avventò sul satellite d'argento, spalancando le fauci per divorarlo. A ogni morso che la creatura inflisse alla Luna, l'ordine naturale del mondo si incrinò. Sulla Terra il calore svanì all'istante, mentre l'oscurità e il gelo dello Yin presero il sopravvento, alterando il ciclo delle stagioni.
Il momento più drammatico si compì quando l'eclissi diventò totale. La Luna, interamente prigioniera della bocca di Tiangou, si tinse di un rosso cupo e innaturale, trasformandosi in una Luna di Sangue. Questo sangue celeste, invisibile all'occhio umano, iniziò a piovere sulla Terra come una maledizione silenziosa. Il suo tocco scatenò improvvise e violente tempeste di ghiaccio, portando un inverno fuori stagione che congelò i raccolti e minacciò di distruggere il sostentamento degli uomini.
Davanti a questo cataclisma, l'umanità non poté restare inerme. Per salvare la Luna e respingere il mostro, gli uomini si riversarono nelle strade dando vita a un immenso e disperato frastuono. Batterono con furia gong, tamburi e utensili di metallo, sollevando un rumore assordante verso la volta celeste. Il frastuono fu così potente da scuotere il Cane Celeste che, spaventato e disturbato dal tumulto dei mortali, fu costretto a spalancare le fauci e a sputare la Luna, ritirandosi nel vuoto del cosmo e permettendo alla luce d'argento di tornare a risplendere e a ristabilire l'equilibrio della natura.
- Memorie di un mondo antico
Quando Toboe e Tsume tornarono a casa, i due fratelli erano completamente svuotati.
Tsume si diresse subito in cucina per prendere dal frigorifero una birra, mentre Toboe andò in camera sua, gettandosi di peso sul materasso, il quale cigolò leggermente sotto quel peso improvviso.
Cosa era successo davvero quel pomeriggio?
Non poteva essere vero, forse entrambi avevano preso un grosso abbaglio. Non conoscevano nessuno con quel nome; eppure, nel momento esatto in cui venne pronunciato ad alta voce, un grande dolore aveva trafitto entrambi, come se una lancia li avesse trapassati da parte a parte.
Toboe provò a distrarsi, scorrendo qualche video sul cellulare. Non c'era più niente di interessante neanche sui social, era diventato ormai solo un bollettino di guerra e sempre con più urgenza si parlava di crisi del pane. Addirittura, qualche individuo aveva preso d'assalto il bioparco di Freeze City e aveva rubato alcuni animali, tra cui il giovane ippopotamo che appena un anno prima era diventato una superstar per via del suo aspetto tenero.
Lasciò andare il dispositivo, il quale rimbalzò sul pavimento con un suono secco.
Tsume, semi-sdraiato sul divano, accese la televisione e fece per un po' zapping, cercando anche lui di distrarsi, finché non finì su un canale che stava trasmettendo la scena romantica di un vecchio film, "La vita è meravigliosa". George stava promettendo a Mary la luna, dopo che i due giovani avevano espresso un desiderio, e lui stava cercando di indovinare che cosa avesse voluto lei.
«Che cosa vuoi, Mary? Vuoi la luna? Se la vuoi, io la prenderò al laccio per te», diceva George, «Sì, sì è una buona idea... Ti darò la luna, Mary.»
«Accetto... E poi?», rispose lei.
«Si dissolverebbe in te, e infiniti raggi d'argento brillerebbero nei tuoi occhi, nei tuoi capelli, ti inonderebbero di luce...»
In quel momento, come colto da un flash improvviso, fu come se si trovasse d'un tratto in un altro luogo... In un'altra vita. Inizialmente, furono i filamenti argentati, intrecciati tra lunghe ciocche ricce del colore della notte a catturare la sua attenzione; poi una pelle candida, che rifletteva perfettamente il bagliore lunare, e infine degli straordinari occhi azzurri.
La fanciulla sedeva immobile sulla roccia levigata dal tempo, come se fosse parte di quel paesaggio da sempre. Attorno a lei si estendeva un mare silenzioso di fiori lunari, petali bianchi che sembravano trattenere la luce della notte e restituirla al cielo sotto forma di piccoli bagliori argentei. Nessun vento agitava davvero quel luogo, eppure le sue lunghe ciocche scure fluttuavano lentamente, come sospinte da una corrente invisibile.
Era voltata verso l'orizzonte, lontana dall'osservatore, assorta nella contemplazione della luna piena che dominava il firmamento. Il suo volto appariva soltanto di profilo, delicato e malinconico, illuminato da quella luce fredda che addolciva ogni contorno. Nei suoi occhi vi era qualcosa di antico, una nostalgia che sembrava appartenere non a una singola vita, ma a molte esistenze mai davvero dimenticate.
L'abito che indossava pareva tessuto con fili di nebbia e luce stellare. Le stoffe trasparenti scendevano lungo il suo corpo come acqua immobile, ricamate da motivi che ricordavano petali, cristalli e costellazioni. Ogni piega rifletteva il chiarore lunare con sfumature perlacee, facendo sembrare la giovane una creatura nata da quel medesimo cielo che stava osservando.
Non sorrideva. Non era triste. Il suo viso custodiva quell'espressione indefinibile che appartiene a chi sta ricordando qualcosa che non può più essere raggiunto. Forse attendeva qualcuno. Forse ascoltava una voce che giungeva da molto lontano, trasportata dal silenzio della notte.
La luna splendeva alta sopra di lei, immensa e luminosa, e il riflesso della sua luce si disperdeva tra le acque calme e i fiori che la circondavano. In quell'istante la fanciulla sembrava l'unico essere vivente in un mondo sospeso fuori dal tempo, una custode di segreti dimenticati, seduta tra i fiori della luna ad osservare il cielo come se stesse aspettando il ritorno di qualcosa che aveva perduto da secoli.
Venne strappato con violenza alla visione quando le urla disperate di Toboe squarciarono l'aria.
Tsume quasi cadde dal divano per lo spavento e si rese immediatamente conto di avere le guance calde e umide di lacrime. La birra si era rovesciata a terra e una pozza ambrata si stava allargando rapidamente sul pavimento, ma in quel momento la cosa non aveva alcuna importanza.
Arrancò, cercando di rimettersi in piedi il più in fretta possibile, e si precipitò terrorizzato verso la stanza del fratello minore.
Quando spalancò la porta, lo stupore fu tale da fargli cedere le gambe e farlo cadere a terra.
Toboe... Non era più lui. O meglio... La creatura davanti ai suoi occhi conservava ancora una parziale forma umana, ma ringhiava con rabbia e disperazione, proprio come un animale ferito. C'era frustrazione in quel suono. Dolore. Una sofferenza così profonda da sembrare del tutto insopportabile.
I suoi occhi erano completamente mutati.
La sclera si era tinta di nero, facendo risaltare il colore miele delle iridi, che ora guizzavano verso di lui con una luce quasi predatoria.
I canini si erano allungati fino a diventare zanne affilate. Le ossa del volto sembravano essersi deformate, spingendo il muso in avanti e conferendogli i tratti inconfondibili di un canide.
Anche le mani erano mutate. Le unghie si erano trasformate in artigli taglienti che avevano già lacerato le lenzuola del letto come se fossero fatte di semplice carta.
«C-che cosa sei tu?», balbettò Tsume, con il cuore che gli martellava all'impazzata nel petto. I suoi occhi erano spalancati, fissi su quella creatura che sarebbe dovuta essere suo fratello.
Toboe scattò in avanti con un balzo fulmineo e gli finì pesantemente addosso. Se non fosse stato per i suoi riflessi innati, forse il ragazzino gli sarebbe saltato direttamente alla gola.
Tsume contrasse i muscoli delle braccia; nonostante fosse abbastanza muscoloso, era incredibile come Toboe riuscisse a fargli così tanta resistenza fisica. Era come se almeno cinque uomini fossero entrati improvvisamente in lui, dandogli tutta la loro forza.
Toboe non rispondeva, sembrava non riconoscerlo affatto. Era come se si fosse del tutto inselvatichito, privo del lume della ragione.
Alla fine, per toglierselo di dosso, fu costretto a dargli un pugno dritto sulla tempia, così da stordirlo.
Toboe rotolò di lato, ma rialzandosi quasi subito dopo per riattaccare, Tsume gliene dovette dare un secondo e così alla fine il ragazzo cadde bocconi, sputando sangue.
Le alterazioni ferine si ritirarono e finalmente non rimase altri che l'adolescente di sempre.
Le orecchie di Tsume pulsavano all'impazzata. Guardava il fratello esterrefatto, incapace anche solo di formulare un'ipotesi su che cosa potesse essere accaduto.
Infine, fu lo stesso Toboe che, una volta tornato in sé, tra le lacrime iniziò a dare pugni al pavimento. Era furioso e profondamente frustrato.
«Che... Che ti è successo?», provò a chiedere Tsume, esitante.
Le spalle di Toboe tremarono e si chiuse in se stesso come in un bozzolo. «Io... Io ho fatto qualcosa di male? Dimmelo, ti prego, sono così odioso che persino mia madre mi rifiuta?»
Tsume aggrottò la fronte, ora era più confuso che mai; ma quando Toboe sollevò lo sguardo, disperato e inconsolabile, anche lui sentì una tremenda fitta al petto.
«Noi... Noi non li abbiamo i genitori...»
«E invece io ce l'ho!», rispose lui con tono acceso. «Perché Misha mi ha lasciato indietro?! Perché ci ha fatto questo, papà?!»
Nel momento esatto in cui il ragazzo pronunciò quelle parole, per Tsume fu come essere investito in pieno da un'onda d'urto.
«Prenditi cura del nostro cucciolo.»
Di chi erano quelle parole?
Piume bianche invasero la sua mente, e di nuovo comparve la fanciulla che osservava la luna. Quegli occhi azzurri, quella pelle candida che aveva sentito sotto il suo tocco diverse volte.
Toboe lo stava ancora fissando, come a cercare almeno in lui un'ancora di salvezza.
Tsume, con lo sguardo basso, gli si avvicinò piano, per poi slanciarsi in avanti e abbracciarlo con forza. Lui era lì... Suo padre era presente.
«Non pensare neanche per un secondo che sia colpa tua, mi hai capito, moccioso? Neanche per un secondo» sussurrò a denti stretti.
Quando poi sollevò lo sguardo da dietro la spalla di Toboe, anche i suoi occhi erano cambiati.
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«Non posso crederci!» esclamò Hubb, sinceramente sorpreso, quando Kiba gli riferì che anche Tsume e Toboe avevano riacquistato la memoria e che tutti e tre si erano nuovamente riuniti sotto la galleria abbandonata. «Stavamo pensando a come risvegliarvi, senza sconvolgervi troppo, invece siete riusciti a fare tutto da soli.»
«Mah... diciamo che non è stato comunque un passaggio tranquillo» disse Toboe, massaggiandosi la guancia ancora arrossata e fulminando Tsume con un'occhiata di traverso.
«Che vuoi!? Dovevo farmi il cruccio che sei un ragazzino e farmi strappare la gola a morsi?» protestò Tsume, incrociando le braccia.
«Perciò ora mancano solo Blue ed Hige.» osservò Kiba, anch'egli con le braccia conserte e la schiena appoggiata al muro, mentre osservava la neve cadere oltre l'ingresso della galleria.
«Magari anche loro si saranno risvegliati da soli, non a caso mancano tre giorni al primo novembre,» disse Hubb**.**
«Solo tre giorni...» sussurrò Kiba.
«Ma... ma perché Misha è andata da sola? Perché ci ha tolto la memoria?» chiese Toboe, più a sé stesso che agli altri, stringendosi nelle spalle.
«Ha cercato a modo suo di salvarvi la vita.» Spiegò Hubb, accigliandosi e facendo un passo avanti. «Anche se non potevate saperlo, quella data corrisponde al giorno della vostra morte nella vita passata. Con il ripetersi di questa storia, esiste il rischio concreto che gli eventi si ripetano ancora. Solo che stavolta non ci sarà un altro Rakuen ad aspettarci.»
«E lei si crede immune da tutto questo?» ringhiò Tsume. «Forse farà parte di una stirpe superiore, ma in questo mondo è un essere umano, fatto di carne ed ossa.»
«Lei ha in serbo per sé qualcosa di diverso...»
Pronunciando quelle parole, un silenzio angosciante cadde tra di loro. Toboe divenne pallido e Kiba si voltò di nuovo a fissare l'orizzonte.
«Qualunque siano i suoi piani» sbottò Tsume «glieli manderemo all'aria un'altra volta. Non ci toglierà dai piedi tanto facilmente!»
«Che ti ha detto Misha?», chiese poi Toboe, stringendo i pugni. «In che modo intende fermare Darcia?»
Hubb abbassò lo sguardo.
«Non si può fermare... È questo il punto...», quelle parole ricaddero come macigni**. «La rinascita dovrà avvenire per forza, perché questo mondo ormai è perduto. Se lo fermiamo, siamo comunque destinati a morire di stenti... Ma lei non lo lascerà da solo.»**
Fece qualche passo verso uno dei pilastri di cemento della galleria e vi si lasciò scivolare contro, sedendosi.
Per la prima volta da quando li aveva raggiunti, apparve stanco. Profondamente stanco.
Il vento attraversò la galleria emettendo lunghi fischi tra le travi e il cemento consumato. Per un istante, Hubb ebbe l'impressione di sentire quella voce ancora una volta.
I tre lupi si avvicinarono a lui, in un'attesa carica di tensione.
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Era passata qualche ora da quell'ultima chiamata, ma Hubb continuava a sentire nella testa riecheggiare ogni parola scambiata con Misha.
Una questione di fede.
Come poteva davvero crederci?
Quella ragazza era una miniera di segreti. La sua stessa esistenza sembrava costruita su menzogne, mezze verità e ricordi manipolati. Come poteva accettare tutto quello semplicemente con un "va bene"?
Forse poteva incantare Tsume o Hige con quel suo visetto grazioso e quell'aria apparentemente innocente, ma lui era un poliziotto. E i poliziotti erano scettici per natura.
Senza prove concrete, non poteva limitarsi a credere alle parole di qualcuno capace persino di alterare la memoria delle persone.
Certo... Se tutto ciò avesse davvero offerto una possibilità di salvare Cher, invece di sapere che avrebbe trascorso il resto dei suoi giorni dietro le sbarre, allora forse valeva la pena ascoltarla.
Forse.
Con quei pensieri ostinati e contraddittori che gli martellavano la mente, l'uomo finì lentamente per assopirsi sulla poltrona, accompagnato soltanto dal sommesso chiacchiericcio della radio accesa in sottofondo.
L'orologio analogico segnò esattamente le 11:11.
Fu allora che accadde.
Tra le fessure delle tapparelle iniziarono a filtrare sottili fasci di luce viola, silenziosi e irreali, che si allungarono nella stanza come dita luminose.
Hubb contrasse appena le sopracciglia, colpito da quella luce ma non si svegliò, non finché una voce soave e eterea pronunciò il suo nome.
Sollevò lentamente le palpebre, senza riuscire subito a mettere a fuoco ciò che aveva davanti. Per qualche istante vide soltanto una figura indistinta, avvolta da una luce soffusa. Gli parve che fosse una donna vestita di bianco, con lunghi capelli biondi che ricadevano sulle spalle.
«Cher?», provò a dire, con la bocca impastata.
Poi una piuma bianca gli sfiorò il naso e lo starnuto che partì lo aiutò a svegliarsi del tutto dal torpore.
Quasi cadde dalla poltrona, quando vide che di fronte a lui stava una creatura alta circa due metri, emanante una luce viola, così come lo erano i suoi occhi, luminosi come veri e propri fari.
Dai suoi lunghi capelli biondi con riflessi verdastri, che scorrevano come onde lente sospese nell'acqua, sembrava emanare una grazia antica. Le ciocche si allungavano dietro di lei in movimenti sinuosi e continui, come se fossero accarezzate da un vento che esisteva soltanto per lei. Il vestito candido, composto da drappi morbidi e nastri fluttuanti, scendeva fino al pavimento in pieghe leggere che sfioravano appena il terreno.
Attorno a lei danzarono lentamente piume bianche. Sospese nell'aria, ruotavano con movimenti lenti e armoniosi, come piccoli frammenti di un sogno dimenticato. Alcune attraversarono il bagliore del suo corpo e si tinsero di riflessi lilla prima di tornare candide.
La misteriosa creatura, dall'aspetto umanoide, gli sorrise dolcemente. Anche se non sapeva chi fosse, Hubb nel guardarla provò un immenso calore nel cuore. Chiunque o qualunque cosa fosse, non la sentiva affatto come una minaccia; piuttosto provò una forma di attaccamento quasi reverenziale.
Nel cuore della notte, in quel semplice appartamento dall'arredo essenziale, era apparsa come una stella caduta sulla Terra, capace di trasformare un comune soggiorno in un luogo sospeso tra il mondo reale e qualcosa di infinitamente più vasto.
«Non avere paura», disse la donna con tono affettuoso. «Non sono tua nemica.»
«Non ho paura...», sussurrò Hubb, che non riusciva a staccare gli occhi da lei. «Chi sei tu?»
«Sono stata la moglie di Darcia, nella vita precedente... Mi chiamo Hamona.»
Hubb si lasciò andare a un sospiro, quasi divertito. «Ora capisco perché quell'uomo sta ribaltando il mondo per te...»
Hamona abbassò lo sguardo rattristato e con esso la luce viola della stanza si affievolì leggermente.
«Perché sei qui?», aggiunse Hubb, con il battito del cuore accelerato e le tempie pulsanti, ancora non riuscendo a credere del tutto a ciò che aveva davanti.
«Per chiederti aiuto... Noi non possiamo interferire più di tanto, sarebbe uno sconvolgimento delle regole universali... Ma ho deciso di fare uno strappo. Non posso rimanere a guardare mentre delle vite soffrono a causa mia.»
«Allora manifestati a Darcia stesso! Digli di smetterla!», esclamò lui, alzandosi di scatto dalla poltrona, travolto da un'improvvisa scossa di adrenalina.
Hamona sospirò. «La sua follia non mi permette di avvicinarmi a lui. Più lui mi cerca, più mi respinge.»
«Vuoi dire che quello che sta facendo...?»
Hamona abbassò il capo; non c'era alcun bisogno di dirlo ad alta voce.
«Per questo Misha è scesa tra gli uomini e i rinati. In quanto è stata sua sorella, ma di cui lui non si ricorda, c'era modo di porre fine a tutto questo... Solo che Misha vuol farlo a modo suo.»
Hubb continuava a fissare l'angelo e si chiese se il vero aspetto di Misha non fosse più simile al suo. E forse era proprio per questo che i lupi, appartenenti alla sua specie originaria, ruotavano attorno a lei in modo così assoluto.
Hamona, invece, doveva essere stata un essere umano, perché provava per lei le stesse identiche sensazioni che lo attraversavano quando pensava intensamente a Cher.
«Che cosa ha intenzione di fare?»
«Sparire con lui», rispose immediatamente Hamona, accigliata. «Darcia non può più essere redento, ma rimane il suo amato fratello ed è disposta a sacrificare se stessa pur di non lasciare che svanisca da solo nel nulla.» Si umettò le labbra**. «Ed essendo un essere di luce e amore, l'energia che la sua scomparsa sprigionerà creerà un nuovo Rakuen che coinvolgerà tutte le creature ancora viventi.»**
Hubb dovette di nuovo sedersi sulla poltrona, completamente sopraffatto da tutto quello di cui stava venendo a conoscenza nel giro di pochissimi minuti.
«Allora avevo intuito bene, ha modificato la loro memoria non solo per tenerli lontani da Darcia... Ma anche da se stessa e i suoi piani suicidi.»
«Ma io non lo permetterò», disse secca Hamona, riprendendo l'attenzione del capitano. «Non è affatto giusto per lei e, se Darcia sapesse di tutto questo, egli stesso non lo vorrebbe mai.»
«Quindi sei venuta da me affinché io li risvegli.» Poi si sporse in avanti, poggiando i gomiti sulle ginocchia e rabbuiandosi in volto. «Se lo faccio, però... Vorrà dire rischiare di condannarli di nuovo, non è vero? Per non parlare del fatto che anche io e Cher siamo morti nella vita passata, prima ancora di raggiungere la cima del monte.»
«Eri un semplice umano e avevi dato per scontato, allora, che quella sarebbe stata la tua ultima morte. Poi, però, proprio in punto di morte, hai desiderato ardentemente di rivedere la tua amata. Lo hai voluto con tutto te stesso e così è avvenuto.»
«Mi stai dicendo che nemmeno questa potrebbe essere la fine di tutto, in caso?»
«Ti sto dicendo di compiere un vero atto di amore ora come allora... Per il resto, purtroppo non posso darti le risposte che cerchi, è un mistero cosmico.»
«Un atto di fede, insomma...»
Hamona annuì silenziosamente.
Hubb drizzò la schiena. «Ma se lo fermiamo! Se impediamo a Misha di dare la sua stessa vita, comunque miliardi di vite andranno perdute nella rinascita! Ci sono altri rinati inconsapevoli nel mondo, per caso? Oppure siamo solo noi che ci contiamo sulle dita di una singola mano?»
«Non posso dirtelo.»
Hubb strinse i denti, profondamente irritato.
«Posso dirti, però, che non tutto è perduto... Tu risveglia intanto i lupi, preparali a combattere e tutto ti sarà rivelato alla fine della storia.»
«Certo che a voi angeli piace proprio giocare con le nostre anime e fare i misteriosi, non è vero?»
Una massa incontrollabile di piume iniziò a vorticare attorno a loro. Ora Hubb e Hamona non si trovavano più all'interno dell'appartamento, ma apparivano sospesi nel vuoto cosmico più profondo. Di fronte a loro la Terra e la luna ruotavano in una rotazione accelerata; e, di conseguenza, anche le stagioni e le ere stesse arrivarono e terminarono sotto i loro occhi, nel giro di un solo battito di ciglia.
«Dovresti averlo capito, ormai. La tua vita attuale e la tua precedente non sono altro che alcuni capitoli di un libro che non ha né inizio né fine», la luce di Hamona vibrò d'intensità e il suo sguardo si fece solenne. «A ogni capitolo si gira pagina, la realtà attuale sovrasta la precedente e solo pochissimi esseri sono in grado di attraversarli e di ricordare ciò che era stato scritto in precedenza. Perché alla fine, in ogni capitolo, la storia si ripete ancora e ancora.»
«Perciò, è perfettamente inutile intervenire ogni volta.»
«Cercare di salvare delle vite non è mai inutile. Bisogna, però, accettare che non tutti possono essere salvati. Vita e morte fanno parte di un equilibrio sacro», si portò le mani al cuore e chiuse gli occhi, mostrando un'espressione profondamente afflitta, «perciò per noi che abbiamo superato questo concetto, puoi solo immaginare che immenso dolore sia vedere qualcosa nascere e poi morire, soprattutto se ciò avviene in modo prematuro.»
Gli prese dolcemente le mani e l'uomo avvertì un immenso calore sprigionarsi da esse, al punto che gli montarono spontaneamente le lacrime agli occhi.
«Per me la tua intera vita dura solo il tempo di un singolo respiro, ma non per questo è meno importante. Questo non dimenticarlo mai.»
Guardò verso quel mondo che per l'ennesima volta congelava e in cui la luna diventava scarlatta. I lupi e gli uomini combattevano, facevano rumore, lottavano strenuamente affinché la loro casa potesse finalmente rinascere a nuova vita.
«Lo stesso vale per Misha. Anche se il suo Sé superiore è asceso, lei non avrebbe mai potuto permettere che la breve vita dei suoi amati, rimasti ai livelli inferiori, terminasse così tragicamente.»
«Così, nel diventare umana, si è applicata l'Amnesia del Rakuen, affinché potesse vivere accanto a loro un'ultima volta, finché il giorno della sua chiamata non fosse giunto...»
«Ti sembra giusto, ora che tutti loro sanno chi è... Suo figlio, il suo compagno... Che lei si annulli letteralmente per questo scopo?»
Hamona e Hubb tornarono d'un tratto all'interno dell'appartamento. Quest'ultimo sollevò nuovamente il capo per guardare negli occhi quell'incantevole creatura, che lo fissava a sua volta, così colma d'amore.
Ella rinnovò la stretta delle proprie mani con le sue e lo sguardo del poliziotto si riempì di assoluta determinazione.
«Va bene, Hamona, farò del mio meglio... Tu, però, continua a vegliare su tutti noi... E ti prego... Ti prego, se il destino reclamerà di nuovo la mia vita, io lo accetterò senza esitare, ma non permettere che lo stesso capiti a Cher.» Un singhiozzo improvviso lo spezzò di colpo; non si era mai sentito così fragile in tutta la sua vita.
Hamona gli sorrise dolcemente e chinò di lato il capo. «Sta' tranquillo, come Custode dei Cuori mi assicurerò che i vostri non vadano mai veramente perduti. Anche quando abbandonerete per sempre i vostri corpi mortali, vi ritroverete di nuovo, finché lo vorrete.»
Hubb non riuscì nemmeno a ringraziarla; Hamona aveva ormai svolto la sua delicata missione ed ora non era più bene che una creatura celeste continuasse a restare tra i mortali. Aveva lasciato il suo messaggio, sapeva bene che Hubb aveva accettato l'incarico senza nemmeno il bisogno di conferme verbali; così, ella scomparve in una fitta coltre di piume bianche che nascosero il suo corpo e, quando esse si furono del tutto dissipate nel vuoto, di lei non c'era ormai più alcuna traccia.
Hubb si svegliò di colpo il mattino seguente, grazie al buongiorno concitato del radioamatore che gli fece salire immediatamente il cuore in gola.
Passato lo stordimento iniziale, con la mente che lentamente ripercorreva ciò che per lui era avvenuto solo pochi istanti prima, si guardò le mani. Quelle stesse mani che avevano avuto il privilegio di stringersi a una creatura superiore. Solo un sogno?
No, ormai Hubb aveva abbandonato l'idea che tutto questo potesse essere solo frutto della propria fantasia.
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Quando il capitano terminò il racconto, il silenzio che calò tra i presenti fu quasi surreale. Tutti avevano udito chiaramente le sue parole, eppure ciò che aveva raccontato era quasi impossibile da accettare.
«Cazzo... l'anno scorso ho scoperto di essere un lupo e ora mi tocca accettare anche che esistono gli angeli e che la mia compagna è uno di essi?»
Il vaso di Tsume era decisamente colmo.
«Eh non dirlo a me...» rispose Hubb con una scrollata di spalle. «Io in questo periodo stavo organizzando la partita di calcetto con i colleghi. Ora mi tocca salvare il mondo.»
«Io un anno fa rivedevo riaffiorare il sorriso di Misha, dopo mesi di terapia per riprendersi dal rapimento...» disse Toboe in un sussurro, fissando un punto indefinito del corridoio. «Allora non era che una ragazza come le altre...»
«Non avrei mai dovuto abbandonarla!» sbottò Tsume, stizzito e battendo il piede contro il terreno, sollevando una nuvoletta di polvere. «Il destino me l'aveva fatta ritrovare proprio quando tutto stava iniziando. Dovevo starle accanto fin da allora!»
Kiba gli posò una mano sulla spalla, invitandolo a voltarsi.
«Non affliggerti, non potevi saperlo...» disse con calma «...lo stesso vale per Cheza, se l'avessimo salvata prima...»
«Sono i misteri accennati da Hamona.» intervenne Hubb, tornando in piedi. «È inutile arrovellarsi sui potevamo. Possiamo soltanto agire dove ci è ancora concesso farlo.»
In quel momento una folata più forte delle altre fece rabbrividire tutti loro. Era come se la temperatura fosse precipitata di colpo, senza concedere ai corpi il tempo di acclimatarsi.
Hubb, essendo umano, ne risentì più degli altri. Il suo impermeabile non era sufficiente a proteggerlo da quel freddo innaturale. Le guance e il naso gli si arrossarono quasi subito e un forte tremore lo attraversò.
Tsume gli fu immediatamente accanto non appena lo vide vacillare.
«Questa volta mi hai preso, eh?» disse Hubb, lasciandosi sfuggire una breve risata.
Dietro gli occhiali da sole, Tsume continuava ad apparire impassibile, ma dentro di sé un vortice di pensieri lo stava divorando.
Il momento in cui aveva teso inutilmente la mano verso di lui, mentre precipitava nel vuoto, tornò vivido nella sua mente. Non era più un ricordo: sembrava di riviverlo.
Forse era vero. Forse Misha aveva avuto ragione. Forse avevano vanificato tutti i suoi sforzi soltanto per andare incontro alla morte ancora una volta.
Il suo sorriso dolce e malinconico, mentre scompariva tra le piume e l'Amnesia del Rakuen, gli tornò alla mente come qualcosa di impossibile da dimenticare.
Un pugno allo stomaco... e, allo stesso tempo, una carezza.
«Te ne stai andando?» gli aveva chiesto il mattino dopo aver dormito insieme.
«Stanotte è stato uno sbaglio» aveva risposto lui, anche se non l'aveva mai pensato davvero. Neanche per un secondo. «Fidati. È per il tuo bene. Devi dimenticarmi.»
«Quanto sono stato idiota...» si lasciò sfuggire, accennando ad un sorriso ironico e amaro, al contempo.
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La moto ruggì con potenza mentre sfrecciava tra le vie della città.
I lampioni scorrevano ai lati della strada come scie dorate, riflettendosi sull'asfalto umido e creando lunghe strisce di luce tremolante. Le vetrine illuminate dei negozi ancora aperti e le insegne al neon si susseguivano rapidamente, sfocate dalla velocità.
Non mancava molto al coprifuoco e dovevano fare in fretta. Non potevano permettersi di aspettare un minuto di più per risvegliare anche Blue e Hige.
Toboe era aggrappato a Tsume e gli indicava la strada per raggiungere l'appartamento di Hige. A meno che il professor Silva non avesse fatto trasferire entrambi altrove, era lì che li avrebbero trovati.
L'aria gelida sferzava i loro volti e faceva svolazzare i capelli di Toboe dietro il casco aperto, mentre il rombo del motore rimbalzava tra i palazzi e i vicoli della città.
Le iridi di entrambi brillavano di una luce intensa, alimentata dalla determinazione che li animava.
Ora ricordavano chi erano. Ricordavano tutto. E sapevano cosa dovevano fare.
Ogni istante che passava era prezioso.
Quando arrivarono, salirono in fretta i gradini delle balconate esterne che conducevano agli appartamenti a schiera.
Le lampade fissate alle pareti proiettavano una luce giallastra sulla neve accumulata lungo i corrimano e sui pianerottoli.
Anche il cortile che avevano appena attraversato era ricoperto di neve e costellato da una sterminata distesa di fiori della luna.
«È questo?» chiese Tsume, sfilandosi il casco.
Toboe annuì. Il suo lo aveva già tolto.
«Ehi voi! Uscite fuori!» urlò Tsume, iniziando a battere il pugno contro la porta. «Apriteci, veloci!»
Dall'altra parte non arrivò alcuna risposta.
«Che siano usciti?» ipotizzò Toboe.
«E dove, con il coprifuoco che scatta tra pochi minuti? E poi sento il loro odore da qui.»
Riprese a bussare con ancora più forza.
«Su, apriteci! Presto!»
«Se non ve ne andate, chiamo la polizia!» si sentì rispondere dall'altra parte. Era Blue.
«No che non ce ne andiamo.» ribatté Tsume. «Apriteci immediatamente!»
A quell'ennesimo battere insistente, la porta si spalancò di colpo, lasciando giusto lo spazio a Hige per uscire sul pianerottolo impugnando una mazza da baseball.
Tsume e Toboe si scansarono appena in tempo. Il primo intercettò il colpo a mezz'aria, bloccando la mazza con una sola mano.
«Idiota, stavi per colpire un ragazzino!» ringhiò.
Hige sgranò gli occhi per un istante. I riflessi e la forza di quello sconosciuto erano fuori dal comune, ma non si lasciò intimidire. Anche lui sapeva combattere. L'addestramento militare gli aveva insegnato a reagire sotto pressione.
«E allora che ci siete venuti a fare a casa nostra?» ribatté. «Cercate rogna? L'avete trovata!»
Tentò di liberare la mazza dalla presa di Tsume e la sollevò di nuovo, pronto a colpire.
«Guarda che se mi fai di nuovo male, lo dico a Misha!»
Le parole uscirono dalla bocca di Toboe quasi senza pensarci.
Furono sufficienti.
Hige si immobilizzò all'istante, nel mezzo del movimento, con la mazza ancora sollevata.
«No, ti prego...» balbettò. «Fa paura quando si arrabbia!»
Per qualche secondo nessuno disse nulla.
«Ma allora ti ricordi di lei... e di noi.» commentò Toboe, incrociando le braccia.
Lentamente, Hige abbassò la mazza.
«No...» disse scuotendo il capo. «Non ricordo niente. O almeno... Niente di preciso.» abbassò lo sguardo. «Sono giorni che questa cosa mi tormenta.»
Quando tornò a guardarli, i suoi occhi erano colmi di confusione.
«Chi è Misha?» esitò. «E chi siete voi?»
In quel momento comparve anche Blue sulla soglia, attirata dall'improvviso silenzio.
«Hige, che succede?» chiese, posandogli una mano sulla spalla.
Lo sguardo passò dai due sconosciuti alla mazza da baseball ancora stretta nella sua mano.
«Chi è questa gente?»
Dietro di lei, la luce calda dell'appartamento si riversava sul pianerottolo innevato, mentre il vento continuava a soffiare tra le balconate.
«Blue, non ti ricordi di noi?» chiese Tsume, accigliandosi. Il suo tono si fece più calmo, quasi speranzoso. «Abbiamo passato mesi ad allenarci insieme. Tu mi hai aiutato a ricordare cosa significava essere un lupo.»
A quelle parole, anche Blue si immobilizzò.
Si strinse istintivamente nella vestaglia viola, come se cercasse protezione da qualcosa che stava affiorando nella sua mente.
Toboe, invece, avanzò deciso verso Hige. Gli prese il volto tra le mani e appoggiò la propria fronte contro la sua. I suoi occhi mutarono, assumendo quelli del lupo.
«Non puoi esserti dimenticato tutto. Non tu.»
Hige rimase spiazzato da quella determinazione improvvisa. Fissò quelle iridi innaturali, incapace di distogliere lo sguardo.
Era davvero un essere umano?
«Tu le volevi bene.» continuò Toboe. «Ti sei infatuato di lei dal primo momento in cui l'hai vista. E ogni giorno, soprattutto dopo il rapimento, hai fatto qualsiasi cosa per vederla sorridere. Ti sei persino messo in ridicolo per riuscirci,» la sua voce tremò leggermente. «Siete stati insieme per un periodo. Non puoi esserti dimenticato di Misha.»
Hige strizzò gli occhi e scosse il capo con forza.
«No! Io sono sempre stato con Blue. Non so di che cosa stai parlando!»
Toboe rinsaldò la presa sulle spalle, cercando di impedirgli di sottrarsi a quel contatto.
«Lei era il nostro angelo, te lo ricordi?» insistette. «Ma prima ancora era nostra amica.»
I suoi occhi brillavano.
«Ricordi le lezioni di ballo? Ricordi le giornate passate in caffetteria?»
Per un istante, Hige ebbe l'impressione di vedere qualcosa.
Una risata.
Una ciocca di capelli corvini illuminata dal sole.
L'immagine svanì prima ancora che potesse afferrarla. Ma il dolore che lasciò dietro di sé era reale.
Toboe non si arrese. «Non ti ricordi nemmeno del nostro viaggio per il Monte del Principio? Quando le spararono e tu la portasti in braccio per chilometri, sperando di trovare aiuto, e ti infuriasti con me, perché ero tornato con un bracciale?»
Hige cadde a terra, lo sguardo completamente paonazzo.
Anche Tsume si fece avanti, concentrandosi su Blue. «Abbiamo viaggiato insieme per mesi, hai allenato me e Kiba, sei stata per cent'anni intrappolata nella sfera con Cheza e infine ti sei riunita al tuo amato! Ricordatelo, per favore! Il mondo sta per finire!»
«Io i regali dagli sconosciuti non li accetto... come ti chiami eh?»
«Te lo dirò solo se mi fai una promessa.»
«Dimmi tutto.»
«Diventerai un cliente affezionato di questa caffetteria.»
«Ci sto!»
«Sì, il mio primo cliente!»
«Altolà! Tu devi pagare!»
«Ma il moccioso lo hai lasciato andare»
«Il “moccioso” non ha un lavoro. Tu sì.»
«Quell’uomo ci ha uccisi. Tutti. Questo non conta niente per te?»
«Certo che conta! Sapere cosa vi è successo… Ma cerca di capirmi… Io…»
«Non voglio capirti. Non più.»
«Tu non sei un mostro, ti sei liberata del mostro che ti ha trattata come se fossi sua. Sei sopravvissuta. A loro. A quei miseri umani che credevano di essere superiori a noi.»
«Ma tu sei un eroe…»
«Se io sono un eroe, allora tu sei una sciocca. Mettersi a fare discorsi filosofici con una ferita aperta.»
«Allora non andartene più a quel modo.»
«Quindi non credi più al Rakuen? Al branco?»
«Quando l’ho detto ad alta voce mi sono sentita sciocca. Anche il professore mi guardava come se fossi pazza.»
«Fregatene di quel vecchio. Tu cosa pensi davvero?»
«Che forse ci siamo lasciati trascinare.»
«E le visioni?»
«È passato del tempo… E poi c’è stato il rapimento. Forse ho solo i ricordi confusi... E la tua?»
«Ho ancora la nausea se ci penso... Magari dovrei andare da uno psicologo anch’io... Però c’è una cosa a cui voglio credere.»
«Quale?»
«A quell’istinto che ti conduce verso i tuoi simili. Quel giorno di San Valentino, quando ti ho vista distribuire cioccolatini… Quando ti ho vista ho pensato: “Lei la conosco. Con lei posso essere me stesso.”»
«Quindi credi che siamo parte di un branco?»
«Sì, il branco dei lupi ballerini!»
«Mi chiamo Misha. E tu?»
«Ecco… Hige.»
Calde lacrime, colme di tristezza e malinconia iniziarono a rigare il viso del ragazzo, ora che tutte quelle memorie riaffioravano man mano nella sua mente. Un continuo crescendo, tra ricordi allegri, ma anche dolorosi.
«Avere una famiglia, vivere una vita tranquilla, era questo il mio Desiderio del Rakuen... Ma non era che una finestra, finché questi giorni non sarebbero giunti.»
Hige nascose il viso tra le ginocchia, cercando un modo di contenere quell'argine nel suo cuore che non riusciva a trovare più freni. «Ha rinunciato al suo sogno per noi.»
Anche Blue dovette sedersi a terra e cercò conforto, aggrappandosi alla maglietta bianca di Hige, affondò il viso nella sua spalla. Il ragazzo, con un gesto spontaneo iniziò ad accarezzarle i capelli.
Era vero allora, loro non stavano insieme da un anno, lei era stata imprigionata per decenni. Aveva rinunciato alla sua felicità per non abbandonare l'amica, concentrando tutte le sue energie affinché almeno il suo compagno potesse esserlo. E ci era riuscita.
In quel momento la neve sotto le sue zampe, il vento nella sua pelliccia, gli ululati lanciati alla luna e ai compagni lontani, tutto questo crebbe in sé, come un fiume che attraversa il suo corso... Finché anche i suoi occhi mutarono.
Toboe e Tsume fecero un passo indietro, in risposta ai ringhi che entrambi i loro amici emisero. Non di rabbia o minaccia, ma di determinazione. Qualcosa che in loro si era risvegliato e aveva rinvigorito corpo e mente.
Toboe si sporse in avanti e andò ad abbracciare Hige, il quale contraccambiò.
«Sei pronto ad andarci a riprendere la nostra amica?»
Hige fece una smorfia divertita, con tanto di occhiolino. «Siamo i suoi eroi, no?»
Toboe annuì, sorridendo.
«Ahoo!» Esclamò Hige subito dopo, con tono dolorante e risentito, mentre si massaggiava la spalla. «Perché?»
«Sentivo fosse necessario!» rispose Blue, in un misto tra ironia e rabbia repressa. Una vena pulsante era emersa dalla sua tempia destra.
«Hige, sei sempre il solito...» sospirò Toboe.
«Ma che ho fattoooo!?»
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