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Creato il 08/05/2026, 16:32 · Aggiornato il 15/09/2026, 01:26

Capitolo 5: Tracce di ricordi

@ladyele1991LadyEle1991
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  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Morte
  • Sangue
  • Violenza
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«I lupi seguono l’odore del fiore, ma non sanno che è il fiore a chiamarli. Tra i vivi e i rinati esiste un filo sottile, e profuma di notte e di neve.» - Racconti perduti de Il Libro della Luna


La sparatoria nel covo aveva ormai iniziato a scemare. Gli uomini di Satoshi si erano rivelati ossi duri, ma le guardie di Darcia non erano state da meno nella coordinazione. Il nobile era riuscito a salire al piano superiore della struttura, deciso a stanare personalmente il capo clan, ma di lui non c'era ancora alcuna traccia lungo i corridoi. Poi, all’improvviso, l'edificio fu scosso da urla strazianti di chi viene attaccato da qualcosa di feroce e inarrestabile. Una strana euforia scosse l’animo di Darcia a quel suono, e un fremito sottile gli attraversò lo sguardo.

«Presto, da questa parte» ordinò ai suoi uomini.

Le urla cessarono di colpo, inghiottite dal silenzio. Darcia e i suoi soldati raggiunsero una porta pesante, sbarrata dall’interno. Con un calcio bene assestato di una delle guardie i cardini saltarono via con uno schianto metallico, e quando la porta cedette lo scenario che si aprì davanti a loro fu raccapricciante. Satoshi e i suoi due scagnozzi giacevano a terra con la gola completamente squarciata, immersi in grandi pozze di sangue. I loro occhi vitrei fissavano il soffitto, con la vita ormai evaporata da quei corpi massacrati. Non lontano dal massacro, Misha e Toboe erano distesi al suolo, entrambi privi di coscienza. 

Darcia si avvicinò alla ragazza e si accigliò notando che la punta delle sue dita era sporca di sangue, così come l’angolo della bocca. 

«Questo ragazzo è ancora vivo» annunciò una delle guardie, inginocchiandosi accanto a Toboe per controllarne il polso.

«Anche lei» confermò Darcia dopo un rapido controllo, prima di sollevarla tra le braccia con una cura quasi inattesa.

«Accidenti… ma cosa diavolo è successo qui dentro?» mormorò una seconda guardia, con lo sguardo fisso sui cadaveri.

Darcia non rispose subito, poi ordinò con tono freddo e distaccato: «Non fatevi domande inutili. Piuttosto sbarazzatevi di loro prima che arrivi la polizia. Non voglio che risultino morti tra questi criminali per mano nostra.» Senza aggiungere altro, il nobile uscì dalla stanza con Misha tra le braccia. Non si accorse che, dietro l'ombra di una colonna di cemento, un uomo dagli occhi con l’iride gialla li stava osservando in totale silenzio.

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Quando Misha riaprì gli occhi, il mondo attorno a lei aveva il colore lattiginoso delle luci al neon. Era distesa in un letto d’ospedale, con una fascia bianca che le avvolgeva la testa, mentre garze e cerotti punteggiano le braccia e le gambe sbucciate. Indossava una semplice vestaglia medica.

«Si è risvegliata!» La voce familiare di Hige la riportò del tutto alla realtà. 

Misha voltò lentamente lo sguardo verso destra. Seduti accanto al letto c’erano i suoi due amici dall’aria malconcia: Toboe aveva una fascia attorno al volto per tenere ferma la garza sull’ematoma della guancia, e anche Hige era tempestato di cerotti, con le nocche arrossate e il viso segnato dai colpi. Darcia era in piedi poco più in là e non sembrava avere ferite visibili, anche se le occhiaie profonde tradivano la stanchezza della notte.

«Che sollievo. È andato tutto bene» disse l’uomo, accennando un sorriso misurato.

«Grazie… grazie a tutti quanti» mormorò Misha con un filo di voce. I ricordi del giorno precedente le piombarono addosso come un’onda violenta: il rapimento, la fuga disperata, la lotta e poi quella rabbia bruciante. Ricordava chiaramente di essere stata furente perché quei maledetti avevano fatto del male a Toboe, ma dopo quel momento c'era solo il buio più assoluto. Si portò istintivamente le mani alla testa, dolorante.

«Oh no, riposa. Non ti sforzare adesso» intervenne Toboe, sporgendosi premuroso verso di lei. «Ora siamo tutti al sicuro. Sei al sicuro.»

Misha deglutì a fatica. «Satoshi e i suoi scagnozzi?»

Darcia incrociò le braccia con calma. «La polizia è arrivata subito dopo e ha arrestato la maggior parte dei malviventi. Alcuni di loro, però, sono riusciti a fuggire nel caos, tra cui lo stesso Satoshi.» 

Il nome del boss rimase sospeso nell’aria della stanza. 

«Ci mancava poco che arrestassero anche noi» intervenne Hige, cercando di alleggerire la tensione. «Ma il signor Darcia sa il fatto suo! Siamo stati tutti scagionati per eccesso di cavalleria nel salvare la fanciulla rapita.» Si dondolò sulla sedia con le braccia dietro la nuca, ma nei suoi occhi c’era ancora l’eco spaventosa della notte precedente.

«Tsume non mi è sembrato fosse tra le persone arrestate…» disse Toboe con esitazione. 

Il silenzio calò improvviso nella stanza d'ospedale e Hige cambiò subito espressione, corrugando le sopracciglia mentre fissava Misha dritta negli occhi. «Chi era quell’uomo, Misha? Perché ti hanno rapita per colpire lui?»

La ragazza abbassò lo sguardo sui propri piedi, mordendosi il labbro e stringendo i lembi delle lenzuola tra le dita. 

Darcia intervenne con fermezza, posizionandosi tra i ragazzi e il letto per fare da scudo. «Non è il momento di tempestarla di domande. Chiunque sia stato, non è affare nostro. Quello che importa adesso è che lei stia bene.»  Rivolse poi lo sguardo verso l’ingresso, dove una coppia di mezza età con il volto segnato dall’ansia era appena comparsa sulla soglia. «Sono arrivati i suoi genitori. Avanti, congediamoci e lasciamoli soli.»

I tre uscirono in silenzio dal reparto. Attraverso il vetro della porta socchiusa videro i genitori di Misha gettarsi in lacrime al collo della figlia, stringendola forte come si stringe qualcosa che si è temuto di perdere per sempre. Non udivano le loro parole, ma bastava osservare la scena per capire che la famiglia era finalmente riunita e felice. Toboe sentì un movimento strano e doloroso allo stomaco: era gioia per l'amica, certo, ma anche una punta sottile di invidia per quel calore che lui non aveva mai avuto. Soffocò quel sentimento.

«Signor Darcia, ciò che ha fatto è davvero encomiabile» disse il ragazzo dopo qualche passo lungo il corridoio. «Meriterebbe una medaglia per il suo coraggio.»

Darcia lo osservò in silenzio, accennò un sorriso enigmatico e poi scosse il capo. «Se si sapesse in giro che ho utilizzato le mie risorse personali per uno scopo simile, qualche detrattore potrebbe accusarmi di essere coinvolto con la malavita. Di questi tempi la reputazione è tutto. Mi basta sapere di aver salvato una giovane vita, solo questo conta davvero per me.»

Hige e Toboe annuirono convinti dalle sue parole, ricacciando con forza quella sottile voce interiore che continuava a dire loro di non fidarsi di quell'uomo, dato che le sue azioni sul campo avevano apparentemente dimostrato il contrario.


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Non appena Tsume riuscì a entrare nell’atrio principale dell'edificio, fu immediatamente investito da una violenta raffica di colpi. Per un breve istante si riparò dietro lo scudo antiproiettile, sentendo il braccio vibrare dolorosamente a ogni impatto, poi lo scagliò via con un gesto brusco perché gli servivano entrambe le mani libere per combattere. La lama del suo pugnale fendé l’aria in movimenti precisi e letali, mentre i suoi calci arrivavano secchi, mirati esclusivamente a togliere fiato e volontà agli avversari. Ogni suo singolo movimento era ridotto all’essenziale: Misha era lì dentro, da qualche parte, e quei bastardi gli stavano rendendo la strada un vero e proprio inferno. Non diete adito al pensiero che per lei potesse essere già troppo tardi, rifiutando di arrendersi. 

Non aveva la minima idea di chi fosse la gente intervenuta all'improvviso a soccorso della ragazza, eppure, quando poco prima nel cortile aveva incrociato i volti di quei due giovani e di quel riccone in abito scuro, una strana sensazione lo aveva attraversato. Non era tuttavia il momento adatto per interrogarsi sui misteri della mente. La testa gli martellava, focalizzata su un solo e unico obiettivo: trovare Misha e scovare Satoshi per la resa dei conti finale. 

Stanza dopo stanza, corridoio dopo corridoio, Tsume continuò a cercare senza trovare né l’uno né l’altra. Salì fino al terzo piano della struttura, imbattendosi solo in scagnozzi con la pistola carica e l'odio negli occhi, e in almeno un paio di occasioni rischiò davvero di brutto di essere colpito. Il sangue caldo gli colava lungo l’avambraccio sinistro da una ferita di striscio, ma non accennò a fermarsi. Infine, guidato da una strana urgenza, ridiscese al primo piano. 

Ed è esattamente lì che le sentì: le urla. Erano grida spezzate, straziate dal terrore, seguite subito dopo da ringhi feroci e primordiali. Dall’altra parte di una porta chiusa sembrava essersi scatenata una belva infernale. Poi, improvvisamente, calò il silenzio più assoluto. Tsume si appiattì immediatamente contro una colonna di cemento, trattenendo il fiato in attesa di capire cosa stesse succedendo. 

La porta venne sfondata con violenza dalle guardie di Darcia e la scena che si presentò davanti ai suoi occhi lo lasciò del tutto senza respiro. Nella stanza non c'era alcun animale: c'erano solo Misha e quel ragazzino svenuti a terra, e i corpi di Satoshi e di altri due uomini riversi sul pavimento in una pozza scura, con la gola completamente squarciata. Per un brevissimo istante l’istinto spinse Tsume a uscire allo scoperto, a correre dentro per strappare la ragazza dalle braccia di quello sconosciuto dagli occhi eterocromi. Ma si bloccò sul posto. Chiunque fosse quell’uomo, possedeva chiaramente i mezzi e la forza per proteggerla, dato che era arrivato fin lì con una scorta armata capace di mettere in ginocchio l'intero clan criminale. Misha era ferita e aveva bisogno di cure immediate, cure mediche che un povero bastardo della strada come lui non avrebbe mai potuto offrirle. Quel pensiero gli pesò sul cuore come un macigno di piombo; così, stringendo i denti, Tsume fece un passo indietro nella penombra, poi un altro, e infine rimase nascosto a guardarli andare via.


Tsume se ne andò senza voltarsi indietro. Approfittò del trambusto generale, delle sirene in lontananza e dei lampeggianti della polizia che iniziavano a riflettersi sulle pozzanghere della strada per dileguarsi. Attraversò il cortile interno come un’ombra silenziosa e raggiunse finalmente la sua moto, facendo ruggire il motore nella notte. Sfrecciò via a tutta velocità, inghiottito dalla pioggia battente e dal buio fitto, verso una meta che non aveva ancora un nome. In quel momento gli bastava una sola cosa: sparire dalla circolazione e non farsi trovare da nessuno, né dalle forze dell'ordine, né da eventuali complici superstiti di Satoshi che avrebbero potuto cercarlo per vendetta. Doveva rendersi invisibile e per un bel pezzo.

E in fondo andava bene così. Del resto, nella sua vita non ci sarebbe stato nessuno ad aspettarlo a casa. Il vento gelido gli tagliava il viso mentre si lasciava la metropoli alle spalle, senza alcuna promessa per il futuro e senza una destinazione precisa. Gli restavano solo la strada davanti a sé e il silenzio della notte.


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Passarono sei mesi.

«Misha, abbiamo un nuovo ordine a domicilio, ci pensi tu?» disse la sua collega Nadia, sporgendosi oltre il bancone con un sacchetto di carta tra le mani.

«Va bene. Di che si tratta?» chiese lei.

«Il solito cliente. Sai, quel bel tenebroso con due occhi diversi» sorrise la bionda con aria complice. «Ma con il fisico che ha, dubito fortemente che ordini per sé tutte queste ciambelle. Secondo me è solo una scusa.»

Misha abbassò lo sguardo sulla comanda e notò l’indirizzo dell’ufficio di Darcia. Ancora una volta. Da quando l’aveva salvata, pur scegliendo di mantenere il totale anonimato con i media su quello che aveva fatto, l'uomo era diventato un cliente assiduo della caffetteria. A causa dei suoi molti impegni finanziari, tuttavia, non poteva sempre passare di persona, e nelle note dell’ordine specificava regolarmente che fosse la signorina Misha a occuparsi della consegna a domicilio.

«Per me cerca solo un modo per vederti» aggiunse la banchista, portandosi una mano vicino alla bocca per non farsi sentire dai clienti. «Che fortuna, te lo sei trovato pure ricco sfondato.»

Misha arrossì all’istante, a disagio. «Ma non dire sciocchezze, è troppo grande per me.»

«Non per il suo conto in banca. E poi sbaglio o ha solo trentotto anni? Va più che bene.»

Misha sospirò, consapevole che discutere sarebbe stato del tutto inutile. «Nadia, dammi quella busta e non farmi perdere altro tempo.»

Era novembre e a Freeze City, oltre alla pioggia insistente, era arrivata anche la prima neve. Fiocchi radi cadevano lenti, sciogliendosi sull’asfalto ancora perfettamente percorribile. Fortunatamente le strade non erano ghiacciate, così la ragazza poté salire in sella alla sua bicicletta senza troppi timori. Indossava la solita giacca bianca con i bottoncini dorati e un colbacco dello stesso colore con i paraorecchie imbottiti. Il freddo pungente le pizzicava le guance, e dal naso le uscivano piccole nuvole di vapore mentre pedalava lungo la strada che l’avrebbe condotta al grattacielo dell’impero economico di Darcia. La busta marrone sobbalzava nel cestino anteriore a ogni irregolarità del manto stradale. 

Per un istante, mentre il vento le sferzava i capelli scuri sotto il cappello, Misha pensò a quanto fosse cambiata la sua vita in appena sei mesi, e a quanto, invece, certe ombre del passato non avessero mai davvero smesso di seguirla. La ripresa psicologica dopo quella brutta esperienza nel covo non era stata affatto semplice. Aveva iniziato un percorso terapeutico con uno psicologo, aveva chiesto una lunga pausa dal lavoro e per qualche tempo era persino tornata a vivere stabilmente con i suoi genitori. Le sue giornate erano state lente, fatte di silenzi protettivi, di tisane calde e di sguardi premurosi, ma passo dopo passo aveva ricominciato a respirare. Il trauma del rapimento si faceva sempre più lontano, come un sogno disturbante che al risveglio perde nitidezza. La mente, nel tentativo di proteggerla dal dolore, iniziava quasi a convincerla che non fosse mai accaduto davvero. 

Anche il ricordo di Tsume stava cambiando forma. Misha non negava che in certe notti le mancasse ancora il suo tocco ruvido: avevano trascorso insieme una sola notte, eppure quell'incontro l'aveva segnata nel profondo. Non era stata una semplice unione carnale, e di questo era assolutamente certa, lo avrebbe ripetuto fino allo sfinimento se qualcuno glielo avesse chiesto. Ma lui era sparito nel nulla, e lei doveva andare avanti con la propria vita. 

In questo scenario, Hige e Toboe erano diventati ancora più presenti e protettivi nei suoi confronti. La compagnia costante di Toboe era dolce e rassicurante, mentre Hige, con la sua leggerezza un po’ irriverente, cercava sempre di strapparle un sorriso sincero nei momenti più grigi. Piano piano Misha iniziava a cedere alle attenzioni silenziose di Hige. Non c'era nulla di dichiarato o di affrettato tra loro, solo piccoli gesti quotidiani e sguardi che si trattenevano un istante in più del dovuto. Procedeva comunque con estrema cautela, poiché preferiva custodire una bella amicizia piuttosto che rischiare di incrinare qualcosa di così prezioso.

Lo stridio improvviso dei freni della bicicletta annunciò la fine della corsa davanti all'imponente edificio. Misha scese con un movimento fluido, abbassò il cavalletto di metallo e recuperò la busta di carta dal cestino anteriore. Il logo della tazzina stilizzata era leggermente umido a causa della neve sciolta.

«Buongiorno, signorina Misha» la salutò cordialmente la receptionist, che ormai aveva imparato a riconcerla. «Il signor Darcia è davvero goloso delle vostre ciambelle. Per caso avete un volantino? Anche noi dello staff vorremmo dare un’occhiata al menu, ormai ci è venuta la curiosità.»

La ragazza dai capelli corvini sorrise composta. «Buongiorno. Sì, certo.» Estrasse subito il cellulare e mostrò all’impiegata l’app ufficiale della caffetteria, spiegandole rapidamente come consultare i prezzi e inviare un ordine. 

La receptionist abbassò improvvisamente la voce, sporgendosi in avanti. «Il signor Darcia ha chiesto se può portargliele su direttamente lei all'ultimo piano, se non è un problema. Ha detto che vorrebbe parlarle di una questione importante.»

Misha si accigliò leggermente mentre teneva la busta tra le mani, non avendo la minima idea di cosa potesse volerle dire un uomo del genere, ma alla fine annuì educatamente. Le venne consegnato un badge magnetico da ospite per accedere all’area degli ascensori privati. L’ufficio di Darcia si trovava all’ultimo piano e la cabina era esterna, dotata di pareti di puro vetro. Quando le porte automatiche si chiusero alle sue spalle Misha si appoggiò istintivamente alla parete più interna, cercando stabilità. L’ascensore iniziò a salire a grande velocità e piano dopo piano la città di Freeze City si aprì interamente sotto i suoi occhi. Non l’aveva mai vista da un'altezza simile.



Sotto di lei si stendeva una distesa di luci e traffico, con la neve sottile che si posava pigramente sui tetti e sulle strade ancora vive di movimento. Era una metropoli attiva, fin troppo, come la ragazza aveva amaramente imparato a proprie spese. Eppure le era affezionata, e in qualche modo misterioso la sentiva come il punto d’origine di ogni cosa. Quando si è piccoli il mondo appare grande quanto la propria stanza, poi i confini si allargano lentamente con l'età, e per Misha, che non si era mai spinta molto oltre la periferia, Freeze City rappresentava ancora tutto il suo universo conosciuto. 

In quel momento, tuttavia, una voce interiore le sussurrò che non era affatto così e che il mondo reale non finiva affatto tra quelle strade di cemento. Là fuori esistevano scenari remoti che, in qualche modo, sentiva di aver già attraversato in passato, eppure non riusciva a renderli nitidi nella mente; erano come frammenti confusi di un sogno spezzato all’alba. All’improvviso l’immagine nitida di un uomo le attraversò il pensiero, cogliendola di sorpresa. Aveva il mento affilato, i capelli folti e castani ormai sfiorati dal grigio e uno sguardo profondo che sembrava conoscere molto più di quanto dicesse ad alta voce. «Vai. Vivi anche per noi» le aveva detto quell'ombra nei suoi pensieri, poggiandole con calore una mano sulla spalla.

Misha si portò di scatto una mano alla fronte, avvertendo una leggera fitta. Si trattava dell'ennesima allucinazione. Da quel maledetto giorno nel vicolo in cui aveva sfiorato il fiore della luna, qualcosa dentro di lei si era definitivamente incrinato, lasciando spazio a visioni distorte e a ricordi estranei che sembravano incredibilmente autentici, ma che era del tutto certa di non aver mai vissuto nella sua attuale esistenza. Non riusciva a capire, ad esempio, perché il nome Zali le martellasse con tanta insistenza nella testa da qualche tempo: non conosceva assolutamente nessuno con quel nome, eppure le suonava familiare, intimo e antico. 

Le porte automatiche dell’ascensore si aprirono infine con un lieve rintocco metallico, annunciando che era appena arrivata a destinazione. Il corridoio dell’ultimo piano si stendeva dritto davanti ai suoi occhi, silenzioso ed elegante nel suo minimalismo d'alto borgo. Misha fece un respiro profondo per scacciare i fantasmi della mente e avanzò a passo fermo sulla moquette spessa.


Le pareti dell’ufficio del capo, affacciate direttamente sul corridoio interno, erano interamente di vetro. Ancora prima di bussare, Misha poté vedere con chiarezza chi c’era all’interno della stanza. Darcia era seduto dietro la grande scrivania, circondato da fascicoli ordinati con un rigore quasi maniacale. Alternava lo sguardo tra i documenti fiscali e lo schermo del computer, con le dita che digitavano sulla tastiera in movimenti rapidi e precisi. Una leggera vena gli solcava lo spazio tra le sopracciglia, segno evidente di una concentrazione totale sul lavoro. 

Misha ne rimase sinceramente colpita. Nonostante fosse il CEO indiscusso dell’intera azienda, non sembrava affatto un uomo abituato a delegare ogni singola mansione ai propri sottoposti; al contrario, lavorava con la stessa identica intensità di chiunque altro nel grattacielo. Non aveva nulla del classico erede annoiato che vive di rendita sulle spalle di un impero già costruito da altri, rompendo del tutto lo stereotipo del figlio di papà con la strada spianata. Per un istante le dispiacque quasi interromperlo in quel flusso, ma era lì perché lui stesso l’aveva chiamata per la consegna. Sollevò la mano e bussò delicatamente sulla superficie liscia del vetro.

Darcia alzò subito lo sguardo. Quando la vide oltre la soglia, il suo volto severo si distese in un sorriso misurato ma autentico. Misha ricambiò il saluto formale, sollevando leggermente la busta marrone in un gesto quasi giocoso. Lui si alzò prontamente dalla sedia di pelle e le fece cenno di entrare. La ragazza varcò la soglia con passo misurato e poggiò il pacchetto sul tavolino, proprio accanto alla macchinetta del caffè.

«Per favore, Misha, siediti. Prometto che ti ruberò solo pochi minuti, non voglio farti rimproverare dal tuo datore di lavoro per il ritardo» le disse l'uomo con voce calda.

«Nessun problema, la ringrazio» rispose lei.

La poltroncina di fronte alla scrivania appariva comoda, squadrata e interamente rivestita in pelle chiara. Misha vi si accomodò mantenendo una postura composta. Darcia tornò a sedersi alla sua postazione, poi si sporse leggermente in avanti congiungendo le mani sul ripiano di legno, catalizzando tutta la propria attenzione esclusivamente su di lei.

«Come ti senti, innanzitutto?» le chiese l'uomo, osservandola intensamente come se volesse leggerle dritto nell’anima. «La terapia psicologica sta funzionando?»

Misha si strinse nelle spalle, sinceramente sorpresa da quella domanda così diretta e personale, poi però annuì. «Ho ancora degli incubi, ma va molto meglio rispetto ai primi giorni dopo il fatto. Almeno mi sono convinta che certi ricordi spaventosi fossero solo allucinazioni dovute allo shock.»

Darcia si accigliò appena, cogliendo la sfumatura. «Allucinazioni di quale tipo?»

La ragazza si morse il labbro inferiore, esitante.

«Ovviamente, se non vuoi parlarne qui, non sei costretta a farlo» la rassicurò subito lui con tono comprensivo. «Non ti ho convocata nel mio ufficio per questo motivo.»

«No, va bene così» rispose Misha. «La mia psicologa mi ha spiegato che dire certe cose ad alta voce aiuta a togliere loro potere, permettendo alla razionalità di predominare sulla paura.» La ragazza intrecciò le dita sulle ginocchia, stringendo i denti. «Quando Toboe è stato colpito, mi è sembrato come se non fossi più io. Improvvisamente avevo i sensi acuiti al massimo e sentivo dentro di me un unico istinto: uccidere colui che aveva fatto del male al mio cucciolo.» Si passò una mano tra i capelli scuri e lasciò sfuggire una risata nervosa per scacciare la tensione. «Neanche fossi un cane selvatico. E poi quel salto nel buio, le mie zanne, i miei artigli che straziavano Satoshi e i suoi uomini... mi sembrava persino di sentire il sapore metallico del sangue scendermi caldo lungo la gola.»

Scosse il capo con forza, quasi a voler scacciare fisicamente quell’immagine cruenta dalla testa. «Ma Satoshi è fuggito dalla città, no? Sarà andato oltre oceano ormai, vero?» chiese, cercando nello sguardo fisso di Darcia un appiglio sicuro, una certezza a cui aggrapparsi per sentirsi in pace.

L’uomo rimase in un silenzio assoluto per un istante di troppo. Un lampo misterioso e difficile da decifrare attraversò le sue iridi eterocrome, poi il sorriso misurato tornò a distendere i suoi lineamenti. «Misha, ciò che hai vissuto in quel posto è qualcosa che nessuno dovrebbe mai sperimentare in tutta la vita. Non sono un medico, ma credo che chiunque, in una situazione di estremo pericolo, desidererebbe avere una forza sovrumana per sbaragliare i propri nemici. E loro avevano fatto del male a quel ragazzo, a Toboe, che per te rappresenta una famiglia, giusto? Chiunque avrebbe voluto saltare alla gola di persone simili. La tua mente traumatizzata si è concentrata così intensamente su quel desiderio di rivalsa da renderlo reale ai tuoi stessi occhi, creando una falsa memoria protettiva. Ma fidati di me: quando le mie guardie sono entrate in quella stanza, Satoshi era già fuggito e c’eravate soltanto voi due svenuti a terra.»

Misha lasciò uscire un lungo sospiro di sollievo, poiché quelle parole logiche la confortarono molto più di quanto lui potesse immaginare. Poi, però, una nuova e sottile piega di dubbio le solcò la fronte. «Lui era assolutamente deciso a farci fuori sul posto. Perché mai avrebbe dovuto risparmiarci e scappare all'improvviso prima di finire il lavoro?»


Darcia scrollò le spalle con apparente leggerezza. «Meglio così. Evidentemente i malviventi hanno sentito le sirene in lontananza e sono stati costretti a fuggire.» Poi si allungò verso di lei e le prese delicatamente una mano. «Vorrei che un giorno tu dimenticassi tutto questo. Sei giovane, Misha, hai un intero futuro davanti a te e non devi permettere che un singolo episodio ti definisca.»

Misha stava per ringraziarlo con sincera gratitudine per quelle parole confortanti, ma quando la mano dell’uomo si strinse sulla sua un brivido improvviso le attraversò la schiena. Forse si trattava solo di un normale gesto di conforto, eppure per un brevissimo istante quella stretta le parve una morsa fredda e innaturale. Cercando di non apparire scostante ai suoi occhi, la ragazza gli rivolse un sorriso gentile e, con una naturalezza studiata, ritrasse lentamente le dita dalla sua presa. 

«Signor Darcia, mi dica pure» cambiò argomento Misha, ricomponendosi. «Per quale motivo mi ha fatta salire fin qui?»

Darcia si adagiò comodamente allo schienale della poltrona e la fece ruotare leggermente verso la grande finestra. Oltre il vetro la neve continuava a cadere in fiocchi lenti e leggeri, sospesi nel silenzio irreale di quell'altezza. «Ti ricordi che tempo fa, il giorno in cui ci siamo conosciuti alla caffetteria, ti avevo parlato dei fiori della luna e della ricerca del Rakuen?»

«Sì, me lo ricordo perfettamente. Per lei non si tratta di una semplice leggenda.»

Darcia annuì lentamente, lo sguardo fisso sul panorama imbiancato. «Si dice che lo scorso ciclo sia avvenuto in un periodo remoto in cui la neve cadeva così fitta da ricoprire il mondo intero, fino a congelarlo del tutto.» Si voltò di qualche grado verso di lei, studiando la sua reazione. «Tu sei laureata in geologia, giusto?»

Misha confermò con un cenno. «Analizzando gli strati terrestri più antichi posso confermarle che la Terra ha attraversato diverse ere glaciali nel corso della sua storia. Ma parliamo di milioni di anni fa, molto prima che l’uomo si potesse considerare tale.»

«E se ti dicessi che invece c’è stata un’epoca in cui il mondo si è congelato quando gli uomini erano già esistenti, e persino tecnologicamente avanzati?» La voce di Darcia si fece improvvisamente più intensa, quasi magnetica. «Un mondo distopico, logorato da troppe guerre civili e con gli equilibri naturali completamente sconvolti.» I suoi occhi, mentre parlava, si accesero di un fervore quasi euforico, e l’iride gialla sembrò brillare intensamente alla luce lattiginosa della neve.

Misha sbatté le palpebre, sinceramente sorpresa da quelle affermazioni. «Gli esperti e gli archeologi avrebbero trovato tracce evidenti anche di una civiltà simile.»

«Forse non è successo perché il mondo stesso, grazie al potere del Rakuen, ha eliminato tutto ciò che aveva causato la caduta dell'era precedente, generandone una completamente nuova.» L'uomo sospirò, incrociando le braccia al petto con rassegnazione. «Peccato che anche questo secondo ciclo stia inesorabilmente fallendo. Tra guerre di confine, anarchie e miseria, questo mondo è destinato a finire presto. I fiori della luna stanno aumentando.»

Misha lo osservò in silenzio, stupita da quel discorso. Non l’aveva mai considerato un catastrofista o un fanatico; che si temesse un futuro difficile era umano, ma parlare di cicli cosmici apocalittici che si ripetono appariva quasi assurdo per un uomo d'affari. «Se così fosse stato» disse mantenendo una prudente cautela, «allora l’uomo dovrebbe ravvedersi e fare del suo meglio con la società attuale, senza limitarsi ad aspettare un nuovo paradiso.»

Darcia sorrise appena, un'espressione di freddo disprezzo che gli passò sul volto. «Gli uomini sono creature sciocche e non rinasceranno. Solo i lupi sono davvero degni di questo premio, e con loro tutti coloro nei quali scorre lo stesso sangue antico.»

Misha rimase in silenzio, poiché non riusciva più a seguire il filo del discorso. L'uomo si accorse subito della sua perplessità e intimamente ne fu felice: anche se sei mesi prima la sua vera natura di lupa si era risvegliata per difendere Toboe, la ragazza non ne aveva ancora alcuna coscienza razionale. Quel violento rapimento era stato la migliore cosa che potesse capitare per il compimento dei suoi piani segreti.

«Sto organizzando un grande evento al riguardo» aggiunse Darcia dopo qualche istante di silenzio, catturando nuovamente l’attenzione di Misha. «Sarà una celebrazione dedicata allo sbocciare dei Fiori e all’apertura del Rakuen. Un evento che vorrei organizzare ein concomitanza con la prossima prima nevicata, tra un anno esatto.»

Misha tirò un piccolo e invisibile sospiro di sollievo, pensando che si trattasse semplicemente di una celebrazione simbolica o di una campagna di marketing aziendale. «Magnifico. Vuole che la caffetteria si occupi del catering per gli ospiti?»

«No» rispose Darcia, alzandosi lentamente in piedi e aggirando la scrivania. «Vorrei che tu fossi la mia dama d'onore. Per quell’occasione terrò un ballo in grande stile.»

A quel annuncio Misha quasi scivolò dalla sedia per lo stupore. «Io? Ma signor Darcia, le pesterei i piedi ogni due passi, non so assolutamente ballare! Non capisco come abbia potuto pensare proprio a me per un ruolo simile.»

Lui rise con consumata eleganza, fermandosi a pochi passi da lei. «Per questo motivo hai un anno di tempo per prepararti al meglio.» L'uomo si fermò del tutto e, con un gesto cortese e d'altri tempi, le rivolse un lieve inchino, tenendo la mano destra posata all’altezza dell’addome. «Vorrei invitarti ufficialmente. Ti prego, sii la mia compagna personale per questa importante occasione, ci terrei moltissimo.»

Misha riusciva già a immaginare Nadia lanciarsi in una raffica di commenti entusiasti e pettegolezzi non appena le avesse raccontato di quell'invito assurdo. Ingoiò la saliva a fatica, non avendo la minima idea di cosa potesse significare partecipare a un galà organizzato da un magnate di quel calibro. Lei che per risparmiare comprava i vestiti online o nei mercatini dell'usato si sentiva già fuori posto al solo pensiero, convinta che gli altri invitati d'alta classe avrebbero percepito puzza di povera già a distanza. 

«Ah, dimenticavo di dirti che sarà anche una festa in maschera, ci ispireremo alle atmosfere del Carnevale veneziano» aggiunse Darcia.

Sul volto di Misha si dipinse un ironico ed esasperato evviva silenzioso. L'uomo colse subito il suo evidente disagio e sorrise con calma studiata. «Tranquilla, Misha. Mi occuperò personalmente di procurarti l’abito adatto se accetterai di venire.»

«La ringrazio, lei è davvero gentilissimo» rispose la ragazza, tentando di declinare con garbo, «ma sinceramente mi sentirei come un pesce fuor d’acqua in un contesto simile. Non credo nemmeno che verranno servite cola e patatine a un’occasione del genere.»

Darcia scoppiò in una risata sincera e cristallina. «Se questo può aiutarti a sentirti più a tuo agio, farò in modo che ci siano anche quelle sul buffet.» Fece una breve pausa, osservando l'indecisione sul suo volto. «E se ti fa piacere, puoi invitare anche i tuoi due amici, quelli che sono venuti a cercarti al covo. Come si chiamavano? Toboe e Hige, giusto?»

Misha si illuminò all’istante, cancellando parte dell'ansia. «Davvero, signore? Posso invitare anche loro due?»

«Se questo servirà a convincerti a venire, allora sì, l'invito è esteso anche a loro. Mi assicurerò che ci siano anche i vostri piatti preferiti, così, se dovessero sentirsi fuori posto, potranno sempre rifugiarsi nell'area del buffet.»

Misha abbassò lo sguardo, combattuta tra la razionalità e una strana sensazione che le diceva che quell’invito non fosse un semplice gesto galante, ma l'inizio di qualcosa di molto più grande e inevitabile. «Ci penserò» disse infine, regalandogli un sorriso gentile ma prudente. «Non voglio darle una risposta affrettata su una questione così importante.»

Darcia annuì lentamente, tornando verso la finestra. «Prenditi tutto il tempo di cui hai bisogno.»

Fuori dall'ufficio la neve continuava a cadere silenziosa sulle strade di Freeze City. Misha sollevò lo sguardo verso l’orologio appeso alla parete di vetro e si rese conto che era giunto il momento di andare. «Se non c’è altro, io ora andrei. Mi aspettano in caffetteria per altre commissioni.»

«Ma certo, ti ringrazio. Mi dispiace se ti ho trattenuta più del dovuto con i miei discorsi.»

La ragazza gli rivolse un lieve cenno di congedo e poi girò sui tacchi per uscire. «Aspetto trepidante un tuo sì» aggiunse la voce di Darcia quando lei fu quasi sulla soglia. Misha si voltò appena, mostrando un sorriso composto prima di varcare la porta, che si richiuse alle sue spalle con un suono ovattato.

Rimasto finalmente solo nell’ufficio, Darcia si allontanò dalla scrivania per avvicinarsi al tavolino del caffè, prendendo con dita eleganti una delle ciambelle ricoperte di cioccolato portate dalla ragazza. Sarebbe stato un  peccato sprecarle. Tornato alla sua postazione, si sedette e riaprì sul monitor una mail crittografata e contrassegnata come strettamente riservata. Proveniva dal laboratorio privato a cui aveva fatto analizzare in segreto i campioni di tessuto recuperati sul corpo esanime di Satoshi sei mesi prima. Scorse il testo medico con assoluta attenzione: quei segni profondi che in un primo momento i suoi uomini sul campo avevano classificato come ferite da arma da taglio erano stati ufficialmente identificati come il morso violento di un canide. Le proteine salivari rinvenute nei tessuti necrotici confermavano l’origine genetica senza alcun dubbio; appartenevano a un lupo puro. 


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Il ragazzo dai capelli castani lunghi fino alle spalle e dagli occhi azzurri chiarissimi correva sotto la pioggia battente, tra le strade caotiche di Freeze City. Le sue sneakers affondavano nelle pozzanghere sollevando schizzi d’acqua a ogni passo, mentre i fari delle auto spezzavano la pioggia in scie di luce tremolanti lungo l'asfalto. Li aveva finalmente ritrovati tutti e tre, eppure nessuno di loro sembrava ricordarsi chi fosse. Da una parte si era sentito sollevato perché almeno erano vivi in quella nuova era, ma dall’altra un vuoto feroce gli si era aperto nel petto. Era rimasto completamente solo in un mondo che sapeva benissimo non essere il primo.

«Trovala. Vai a cercarla» gli risuonava ancora dentro la voce di Cheza, che parlava come sempre di sé stessa in terza persona. «Ritrova i tuoi amici… e poi vai a cercarla.» 

E così aveva fatto. Kiba strinse gli occhi e accelerò la corsa; il piede scivolò sul marciapiede bagnato, ma riuscì a recuperare l’equilibrio all’ultimo istante. In realtà stava correndo senza una meta precisa, forse sperando che il suo istinto si risvegliasse all’improvviso come era accaduto in passato con Tsume, Toboe e Hige, e che lo guidasse dritto fino a lei. Ma lei non appariva da nessuna parte, eppure sapeva con certezza che non era scomparsa nel nulla. Erano tutti rinati in quel luogo e in quel tempo, e non poteva essere un caso; la forza che aveva rigenerato il mondo non era cieca e per i lupi conservava ancora uno scopo preciso. 

Solo lui, tuttavia, aveva conservato la memoria intatta della vita precedente. Forse era successo perché era morto tra le braccia di Cheza, o forse perché le aveva fatto quella promessa solenne mentre il corpo di lei si disperdeva in migliaia di semi luminosi. O forse, semplicemente, l’aveva amata con una tale intensità da legare la propria anima al ciclo stesso del mondo. Lei rappresentava il suo Rakuen, e non poteva semplicemente rinascere e dimenticare tutto. 

Alla fine Kiba sentì i polmoni bruciare per lo sforzo. Aveva spinto il proprio corpo oltre ogni limite umano, senza nemmeno accorgersi da quanto tempo stesse correndo sotto il temporale. Si fermò solo quando raggiunse una terrazza panoramica che si affacciava sull’intera città, dove la pioggia cadeva obliqua, sospinta dalle forti raffiche di vento. Posò un piede sul rialzo della ringhiera di ferro, con un braccio appoggiato alla sbarra più alta, e rimase lì a fissare l’orizzonte. Freeze City si stendeva immensa sotto di lui, viva e del tutto ignara del proprio destino. Nella pozzanghera scura ai suoi piedi, il riflesso dell'acqua non restituiva l'immagine di un ragazzo, ma la figura fiera di un lupo bianco.




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