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«I lupi seguono l’odore del fiore, ma non sanno che è il fiore a chiamarli. Tra i vivi e i rinati esiste un filo sottile, e profuma di notte e di neve.» - Racconti perduti de Il Libro della Luna
La sparatoria aveva ormai iniziato a scemare.
Gli uomini di Satoshi si erano rivelati ossi duri, ma anche quelli di Darcia non erano da meno. Il nobile era riuscito a salire al piano superiore, deciso a stanare il capo clan, ma di lui ancora nessuna traccia.
Poi, all’improvviso, delle urla.
Urla strazianti di chi viene attaccato da qualcosa di feroce.
Una strana euforia scosse l’animo di Darcia, un fremito sottile che gli attraversò lo sguardo.
«Presto, da questa parte».
Le urla cessarono di colpo.
Darcia e i suoi uomini raggiunsero una porta chiusa dall’interno. Con un calcio bene assestato, i cardini saltarono via con uno schianto metallico.
Quando la porta cedette, lo scenario che si aprì davanti a loro fu raccapricciante.
Satoshi e i suoi due uomini giacevano a terra, la gola squarciata, immersi in pozze di sangue. Gli occhi vitrei fissavano il soffitto, la vita ormai evaporata da quei corpi massacrati.
Non lontano, Misha e Toboe erano distesi al suolo, entrambi privi di coscienza.
Darcia si avvicinò alla ragazza. Si accigliò.
La punta delle sue dita era sporca di sangue. Anche l’angolo della bocca.
«Questo ragazzo è vivo» annunciò uno degli uomini, inginocchiandosi accanto a Toboe per controllarne il polso.
«Anche lei» confermò Darcia, dopo un rapido controllo, prima di sollevarla tra le braccia con una cura quasi inattesa.
«Accidenti… ma cosa è successo qui?» mormorò un soldato, lo sguardo ancora fisso sui cadaveri.
Darcia non rispose subito. Poi, con tono freddo: «Non fatevi domande. Piuttosto sbarazzatevi di loro prima che arrivi la polizia. Non voglio che risultino morti tra questi criminali».
Senza aggiungere altro, uscì dalla stanza con Misha tra le braccia.
Non si accorse che, dietro una colonna, un uomo dagli occhi dall’iride gialla li stava osservando in silenzio.
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Quando Misha riaprì gli occhi, il mondo aveva il colore lattiginoso delle luci al neon.
Era distesa in un letto d’ospedale.
Una fascia le avvolgeva la testa, garze e cerotti punteggiavano braccia e gambe. Indossava una semplice vestaglia bianca.
«Si è risvegliata!»
La voce familiare di Hige la riportò del tutto alla realtà.
Voltò lentamente lo sguardo verso destra. Seduti accanto al letto c’erano i suoi due amici, dall’aria malconcia. Toboe aveva una fascia attorno al volto per tenere ferma la garza sull’ematoma; anche Hige era tempestato di cerotti, le nocche arrossate e le guance segnate.
Darcia era in piedi poco più in là. Non sembrava avere ferite visibili, ma le occhiaie tradivano la stanchezza.
«Che sollievo. È andato tutto bene» disse l’uomo, accennando un sorriso misurato.
«Grazie… grazie a tutti quanti» mormorò Misha.
I ricordi del giorno precedente le piombarono addosso come un’onda violenta: il rapimento, la fuga, la lotta… e poi la rabbia. Ricordava solo di essere stata furente, perché quei maledetti avevano fatto del male a Toboe. Dopo… il buio.
Si portò le mani alla testa.
«Oh no, riposa. Non ti sforzare» intervenne Toboe, sporgendosi verso di lei. «Ora siamo tutti al sicuro. Sei al sicuro».
Misha deglutì. «Satoshi e i suoi scagnozzi?»
Darcia incrociò le braccia con calma. «La polizia è arrivata. Ha arrestato la maggior parte dei malviventi. Alcuni però sono riusciti a fuggire».
Fece una breve pausa.
«Tra cui Satoshi».
Il nome rimase sospeso nell’aria.
«Eheh! Ci mancava poco arrestassero anche noi» intervenne Hige, cercando di alleggerire la tensione. «Ma il signor Darcia qui sa il fatto suo! Tutti scagionati per eccesso di “cavalleria nel salvare la fanciulla rapita”».
Si dondolò sulla sedia con le braccia dietro la nuca, ma nei suoi occhi c’era ancora l’eco della notte precedente.
«Tsume non mi è sembrato fosse tra le persone arrestate…» disse Toboe, esitante.
Il silenzio calò improvviso nella stanza.
Hige cambiò espressione. Le sopracciglia si corrugarono mentre fissava Misha dritta negli occhi.
«Chi era quell’uomo? Perché ti hanno rapita per lui?»
Misha abbassò lo sguardo. Si morse il labbro e strinse i lembi delle lenzuola tra le dita.
Darcia intervenne con calma, posizionandosi tra loro e il letto. «Non è il momento di tempestarla di domande, ragazzi. Chiunque sia stato, non è affare nostro. Quello che importa è che stia bene».
Poi rivolse lo sguardo verso l’ingresso. Una coppia di mezza età, con il volto segnato dall’ansia, era appena comparsa sulla soglia.
«Sono arrivati i suoi genitori. Avanti, congediamoci».
I tre uscirono in silenzio. Attraverso la porta socchiusa videro i genitori di Misha gettarsi al collo della figlia, stringerla come si stringe qualcosa che si è temuto di perdere per sempre.
Non udivano le parole, ma bastava osservare: la famiglia era riunita ed era felice.
Toboe sentì un movimento strano allo stomaco. Era gioia… ma anche una punta sottile di invidia. La soffocò senza dir nulla.
«Signor Darcia, ciò che ha fatto è encomiabile» disse il ragazzo dopo un momento. «Meriterebbe una medaglia per questo».
Darcia lo osservò, accennò un sorriso e poi scosse il capo. «Se si sapesse che ho utilizzato le mie risorse per questo scopo, temo che qualche detrattore potrebbe accusarmi di essere coinvolto nella malavita. E di questi tempi, la reputazione è tutto. Mi basta sapere di aver salvato una giovane vita. Solo questo conta».
Hige e Toboe annuirono e ricacciarono con forza quella voce che continuava a dire loro di non fidarsi, dato che le azioni avevano completamente dimostrato il contrario.
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Non appena riuscì a entrare nell’atrio, fu investito da una raffica di colpi.
Per un istante si riparò dietro lo scudo antiproiettile, il braccio che vibrava a ogni impatto. Poi lo scagliò via con un gesto brusco: gli servivano entrambe le mani libere.
La lama fendé l’aria, precisa, letale. I suoi calci erano secchi e mirati a togliere fiato e volontà. Ogni movimento era ridotto all’essenziale.
Misha era lì, da qualche parte.
Ma quei bastardi gli stavano rendendo la strada un inferno.
Scacciò con forza il pensiero che per lei potesse essere già troppo tardi.
Non aveva idea di chi fosse la gente intervenuta a soccorso della ragazza. Eppure, quando incrociò i volti dei due giovani e di quel riccone, una strana sensazione lo attraversò, come un’eco lontana.
Non era il momento per interrogarsi.
La mente gli martellava, focalizzata su un solo obiettivo: trovare Misha e Satoshi. Quella sarebbe stata la resa dei conti.
Ma stanza dopo stanza, corridoio dopo corridoio, non trovava né l’uno né l’altra. Salì fino al terzo piano, trovando solo scagnozzi con la pistola carica e l'odio negli occhi. In almeno un paio di occasioni rischiò di brutto.
Il sangue gli colava lungo l’avambraccio, ma non si fermò.
Infine ridiscese al primo piano ed è lì che le sentì: le urla. Urla spezzate, straziate… e poi ringhi feroci.
Dall’altra parte di una porta sembrava essersi scatenata una belva.
Poi, improvvisamente, il silenzio.
Tsume si appiattì contro una colonna, in attesa.
La porta venne sfondata e la scena che gli si presentò davanti lo lasciò senza respiro: non c'era alcun animale.
Solo Misha e un ragazzino. E i corpi di Satoshi e di altri due uomini, riversi a terra in una pozza scura, la gola squarciata.
Per un istante, l’istinto lo spinse a uscire allo scoperto. A strapparla via dalle braccia di quello sconosciuto.
Ma si fermò.
Chiunque fosse quell’uomo, aveva i mezzi e la forza per proteggerla. Era arrivato fin lì con una scorta armata che aveva messo in ginocchio il clan di Satoshi. E Misha aveva bisogno di cure.
Cure che lui non poteva offrirle.
Il pensiero gli pesò come piombo. Così fece un passo indietro. Poi un altro... e infine rimase nell’ombra.
Se ne andò senza voltarsi.
Approfittò del trambusto, delle sirene in lontananza, dei lampeggianti che iniziavano a riflettersi sulle pozzanghere. Attraversò il cortile come un’ombra e raggiunse la moto.
Il motore ruggì nella notte.
Sfrecciò via, inghiottito dalla pioggia e dal buio, verso una meta che non aveva nome. Bastava una sola cosa: non farsi trovare da nessuno, né dalle forze dell'ordine e né da eventuali complici di Satoshi. Doveva sparire e per un bel pezzo.
E andava bene così. Del resto, non ci sarebbe stato nessuno ad aspettarlo.
Il vento gli tagliava il viso mentre lasciava la città alle spalle. Nessuna promessa. Nessuna destinazione. Solo la strada.
E il silenzio.
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Passarono sei mesi.
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«Misha, abbiamo un nuovo ordine a domicilio, ci pensi tu?» disse la collega dai capelli biondi, sporgendosi oltre il bancone con un sacchetto tra le mani.
«Va bene. Di che si tratta?»
«Il solito cliente. Sai, quel bel tenebroso con due occhi diversi» sorrise, complice. «Ma con il fisico che ha, dubito fortemente che ordini per sé tutte queste ciambelle. Secondo me è una scusa».
Misha abbassò lo sguardo sulla comanda.
Era l’indirizzo dell’ufficio di Darcia. Ancora.
Da quando l’aveva salvata — pur scegliendo di mantenere l'anonimato su quello che aveva fatto — era diventato un cliente assiduo della caffetteria. A causa dei suoi impegni, però, non poteva sempre passare di persona, e nelle note dell’ordine specificava che fosse la "signorina Misha" a occuparsi della consegna.
«Per me cerca solo un modo per vederti» aggiunse la banchista, portandosi una mano vicino alla bocca. «Che fortuna, te lo sei trovato pure ricco».
Misha arrossì all’istante. «Ma non dire sciocchezze, è troppo grande».
«Non per i soldi. E poi sbaglio o ha solo trentotto anni? Va più che bene».
Misha sospirò, consapevole che discutere sarebbe stato inutile. «Dammi quella busta, non farmi perdere tempo».
Era novembre.
A Freeze City, oltre alla pioggia, era arrivata anche la neve. Fiocchi radi cadevano lenti, sciogliendosi sull’asfalto ancora percorribile. Fortunatamente le strade non erano ghiacciate, così poté salire in sella alla bicicletta senza timori.
Indossava la sua solita giacca bianca con bottoncini dorati e un colbacco dello stesso colore, con paraorecchie imbottiti. Il freddo le pizzicava le guance.
Dal naso le uscivano piccole nuvole di vapore mentre pedalava lungo la strada che l’avrebbe condotta al grattacielo dell’impero di Darcia.
La busta marrone sobbalzava nel cestino anteriore a ogni irregolarità del manto stradale.
Per un istante, mentre il vento le sferzava i capelli scuri sotto il cappello, pensò a quanto fosse cambiata la sua vita in sei mesi.
E a quanto, invece, certe ombre non avessero mai davvero smesso di seguirla.
La ripresa, dopo quella brutta esperienza, non era stata semplice.
Aveva iniziato un percorso con uno psicologo, aveva chiesto una pausa dal lavoro e per qualche tempo era tornata a vivere con i suoi genitori. Le giornate erano state lente, fatte di silenzi, di tisane calde e di sguardi premurosi. Ma, passo dopo passo, aveva ricominciato a respirare.
Il rapimento si faceva sempre più lontano, come un sogno disturbante che, al risveglio, perde nitidezza. La mente, nel tentativo di proteggerla, iniziava quasi a convincerla che non fosse mai accaduto davvero.
Anche il ricordo di Tsume stava cambiando forma.
Non negava che, in certe notti, le mancasse il suo tocco. Avevano trascorso insieme una sola notte, eppure l’aveva segnata nel profondo. Non era stata una semplice unione, e di questo era certa. Lo avrebbe ripetuto fino allo sfinimento, se qualcuno glielo avesse chiesto.
Ma lui era sparito.
E lei doveva andare avanti.
Hige e Toboe erano diventati ancora più protettivi nei suoi confronti. La presenza costante di Toboe era dolce e rassicurante, mentre Hige, con la sua leggerezza un po’ irriverente, cercava di strapparle sorrisi nei momenti più grigi.
Piano piano, Misha iniziava a cedere alle attenzioni di Hige. Nulla di dichiarato, nulla di affrettato. Solo piccoli gesti, sguardi che si trattenevano un istante in più.
Ma procedeva con cautela.
Preferiva custodire una bella amicizia, piuttosto che rischiare di incrinare qualcosa di prezioso.
Lo stridio dei freni della bicicletta annunciò la fine della corsa.
Misha scese con un movimento fluido, abbassò il cavalletto e recuperò la busta di carta dal cestino. Il logo della tazzina stilizzata era leggermente umido per la neve sciolta.
«Buongiorno, signorina Misha» la salutò la receptionist, che ormai aveva imparato a riconoscerla. «Il signor Darcia è davvero goloso delle vostre ciambelle. Per caso avete un volantino? Anche noi vorremmo dare un’occhiata al menu, ormai ci è venuta la curiosità».
La ragazza dai capelli corvini sorrise, composta. «Buongiorno. Sì, certo».
Estrasse il cellulare e mostrò all’impiegata l’app della caffetteria, spiegandole rapidamente come consultare il menu e inviare un ordine.
La receptionist abbassò la voce. «Il signor Darcia ha chiesto se può portargliele su direttamente lei, se non è un problema. Ha detto che vorrebbe parlarle di qualcosa».
Misha si accigliò leggermente mentre porgeva la busta. Non aveva idea di cosa potesse volerle dire. Ma annuì.
Le venne consegnato un badge da ospite per accedere all’ascensore.
L’ufficio di Darcia si trovava all’ultimo piano e l’ascensore era esterno, con pareti di vetro. Quando le porte si chiusero alle sue spalle, Misha si appoggiò istintivamente alla parete più interna della cabina.
L’ascensore iniziò a salire.
Piano dopo piano, la città di Freeze City si aprì sotto di lei.
Non l’aveva mai vista da così in alto.
Una distesa di luci e traffico e la neve sottile che si posava sui tetti e sulle strade ancora vive di movimento. Una metropoli attiva, fin troppo, come aveva imparato sulla propria pelle.
Eppure le era affezionata.
In qualche modo la sentiva come il punto d’origine di ogni cosa.
Quando si è piccoli, il mondo è grande quanto la propria stanza. Poi i confini si allargano, lentamente. E per Misha, che non era mai andata molto oltre, Freeze City era ancora tutto il suo mondo.
Ma una voce interiore le sussurrò che non era del tutto vero.
Il mondo non finiva lì.
Là fuori esistevano scenari che, in qualche modo, sentiva di aver già attraversato — eppure non riusciva a renderli nitidi nella mente. Come frammenti di un sogno spezzato all’alba.
All’improvviso, l’immagine di un uomo le attraversò il pensiero.
Mento affilato. Capelli folti, castani, ormai sfiorati dal grigio. Uno sguardo che sembrava conoscere più di quanto dicesse.
«Vai. Vivi anche per noi». Le aveva detto, poggiandole una mano sulla spalla.
Misha si portò di scatto una mano alla fronte.
Un’altra allucinazione.
Da quel giorno in cui aveva sfiorato il Fiore della Luna, qualcosa in lei si era incrinato. Visioni distorte. Ricordi che sembravano autentici, ma che era certa di non aver mai vissuto.
Perché il nome “Zali” le martellava nella testa?
Non conosceva nessuno con quel nome. Eppure suonava familiare. Antico.
Le porte dell’ascensore si aprirono con un lieve tin metallico. Era arrivata a destinazione.
Il corridoio dell’ultimo piano si stendeva davanti a lei, silenzioso, elegante.
Misha fece un respiro profondo e avanzò.
Le pareti dell’ufficio del capo, affacciate sul corridoio, erano interamente di vetro.
Ancora prima di bussare, Misha poté vedere chi c’era all’interno.
Darcia era seduto dietro la scrivania, circondato da fascicoli ordinati con rigore quasi maniacale. Alternava lo sguardo tra i documenti e lo schermo del computer, le dita che digitavano con precisione. Una leggera vena gli solcava lo spazio tra le sopracciglia, segno di una concentrazione totale.
Misha ne rimase sinceramente colpita.
Nonostante fosse il CEO dell’azienda, non sembrava affatto uno che delegava tutto ai propri sottoposti. Al contrario, lavorava con la stessa intensità di chiunque altro. Non aveva nulla del classico erede che vive di rendita sulle spalle di un impero già costruito.
Rompeva completamente lo stereotipo del “figlio di papà” con la strada spianata.
Per un istante le dispiacque interromperlo, ma era lì perché lui l’aveva chiamata.
Sollevò la mano e bussò delicatamente sul vetro.
Darcia alzò lo sguardo.
Quando la vide, il suo volto si distese in un sorriso misurato ma autentico.
Misha ricambiò il saluto, sollevando leggermente la busta in un gesto quasi giocoso.
Lui si alzò dalla sedia e le fece cenno di entrare.
La ragazza entrò nell’ufficio con passo misurato e poggiò la busta sul tavolino accanto alla macchinetta del caffè.
«Per favore, Misha, siediti. Prometto che ti ruberò solo pochi minuti. Non voglio farti rimproverare dal tuo capo.»
«Nessun problema.»
La poltroncina di fronte alla scrivania era comoda, squadrata, rivestita in pelle chiara. Misha vi si accomodò con una postura composta.
Darcia tornò alla sua sedia, poi si sporse leggermente in avanti, congiungendo le mani. Tutta la sua attenzione era su di lei.
«Come ti senti, innanzitutto?» le chiese, osservandola come se volesse leggerle l’anima. «La terapia sta funzionando?»
Misha si strinse nelle spalle, sorpresa da quella domanda così diretta. Poi annuì. «Ho ancora degli incubi… ma va molto meglio rispetto ai primi giorni. Almeno mi sono convinta che certi ricordi fossero solo allucinazioni.»
Darcia si accigliò appena. «Allucinazioni?»
Lei si morse il labbro inferiore.
«Ovviamente, se non vuoi parlarne, non sei costretta» la rassicurò subito lui. «Non ti ho convocata per questo.»
«No… va bene. La psicologa mi ha detto che dire certe cose ad alta voce toglie loro potere. La razionalità così predomina sulla paura.»
Darcia annuì lentamente.
Misha intrecciò le dita. «Mi è sembrato come se non fossi più io. Improvvisamente avevo i sensi acuiti al massimo… e un unico istinto: uccidere colui che aveva fatto del male al mio cucciolo.»
Si passò una mano tra i capelli scuri e lasciò sfuggire una risata nervosa. «Neanche fossi un cane. E poi quel salto… le mie zanne, i miei artigli su Satoshi e i suoi uomini… sentire il sapore del sangue scendermi in gola.»
Scosse il capo con forza, quasi a scacciare l’immagine. «Ma Satoshi è fuggito, no? Sarà andato oltre oceano ormai, vero?» Cercò nello sguardo di Darcia un appiglio, una certezza.
L’uomo rimase in silenzio per un istante di troppo. Un lampo difficile da decifrare attraversò i suoi occhi, poi il sorriso tornò, misurato.
«Misha, ciò che hai vissuto nessuno dovrebbe viverlo. Non sono un esperto, ma credo che chiunque, in una situazione del genere, desidererebbe avere una forza sovrumana per sbaragliare i nemici. E hanno fatto del male a quel ragazzo che per te è famiglia, giusto? Chiunque avrebbe voluto saltare alla gola di persone simili. La tua mente si è concentrata così intensamente su quel desiderio da renderlo reale ai tuoi occhi. Ma fidati: quando siamo arrivati, c’eravate solo voi due.»
Misha lasciò uscire un lungo sospiro. Quelle parole la confortarono più di quanto lui potesse immaginare.
Poi una nuova piega le solcò la fronte. «Era deciso a farci fuori. Perché ci ha risparmiato?»
Darcia scrollò le spalle con apparente leggerezza. «Meglio così. Evidentemente hanno sentito le sirene e sono stati costretti a fuggire.»
Poi si allungò verso di lei e le prese una mano.
«Vorrei che un giorno dimenticassi tutto questo. Sei giovane. Hai un futuro davanti. Non devi lasciare che un episodio simile ti definisca.»
Misha stava per ringraziarlo con sincera gratitudine. Ma quando la mano dell’uomo si strinse sulla sua, un brivido le attraversò la schiena. Forse era solo un gesto di conforto, eppure, per un istante, quella stretta le parve una morsa.
Cercando di non apparire scostante, Misha gli rivolse un sorriso gentile e, con naturalezza studiata, ritrasse lentamente la mano.
«Signor Darcia, mi dica pure. Per cosa mi ha chiamata?»
Darcia si adagiò allo schienale e fece ruotare leggermente la poltrona verso la finestra. Oltre il vetro, la neve continuava a cadere in fiocchi lenti e leggeri, sospesi nel silenzio dell’altezza.
«Ti ricordi che tempo fa, il giorno in cui ci siamo conosciuti, ti avevo parlato dei Fiori della Luna e del Rakuen?»
«Sì, me lo ricordo. Per lei non è una leggenda.»
Darcia annuì. «Si dice che lo scorso ciclo sia avvenuto in un periodo in cui la neve cadeva così fitta da ricoprire il mondo intero, fino a congelarlo.» Si voltò appena verso di lei. «Tu sei laureata in geologia, giusto?»
Misha annuì. «Analizzando gli strati più antichi, posso confermarle che la Terra ha attraversato diverse ere glaciali. Ma parliamo di milioni di anni fa, prima ancora che l’uomo si potesse considerare tale.»
«E se ti dicessi che invece c’è stata un’epoca in cui il mondo si è congelato quando gli uomini erano già esistenti… e persino tecnologicamente avanzati?»
La voce di Darcia si fece più intensa. «Un mondo distopico, logorato da troppe guerre, con equilibri naturali completamente sconvolti.»
I suoi occhi, mentre parlava, si accesero di un fervore quasi euforico. L’iride gialla sembrò brillare alla luce lattiginosa della neve.
Misha sbatté le palpebre, sorpresa. «Gli esperti avrebbero trovato tracce anche di questo.»
«Forse perché il mondo stesso, grazie al Rakuen, ha eliminato tutto ciò che aveva causato la caduta del primo mondo… e ne ha generato uno completamente nuovo.»
Sospirò, incrociando le braccia al petto. «Peccato che anche questo stia fallendo. Tra guerre, anarchie e povertà, questo ciclo è destinato a finire presto.»
Abbassò la voce. «I Fiori della Luna stanno aumentando.»
Misha lo osservò, sinceramente stupita. Non l’aveva mai considerato un catastrofista. Che si temesse un futuro difficile, era umano. Ma parlare di cicli cosmici che si ripetono…
«Se così fosse stato,» disse con cautela, «allora l’uomo dovrebbe ravvedersi e fare del suo meglio con il mondo attuale, senza aspettare un nuovo Rakuen.»
Darcia sorrise appena. «Gli uomini sono sciocchi. Non rinasceranno. Solo i lupi sono degni di questo. E tutti coloro nei quali scorre sangue di lupo.»
Misha rimase in silenzio. Non riusciva più a seguirlo del tutto.
L'uomo si accorse della sua perplessità e intimamente ne fu felice. Anche se sei mesi prima la sua vera natura si era risvegliata, non ne aveva ancora coscienza. Quel rapimento fu la migliore cosa che gli potesse capitare per il compimento dei suoi piani.
«Sto organizzando un evento al riguardo,» aggiunse dopo qualche istante.
L’attenzione di Misha tornò su di lui. «Un evento?»
«Sarà dedicato allo sbocciare dei Fiori della Luna e all’apertura del Rakuen. Un evento che vorrei organizzare per la prossima prima nevicata. Tra un anno, esattamente.»
Misha tirò un piccolo sospiro di sollievo. Allora si trattava di una celebrazione simbolica, ciò a cui stava alludendo. «Magnifico. Vuole che la caffetteria si occupi del catering?»
«No.»
Darcia si alzò lentamente.
«Vorrei che tu fossi la mia dama. Per quell’occasione terrò un ballo in grande stile.»
Misha quasi scivolò dalla sedia. «Io? Ma signor Darcia, le pesterei i piedi ogni due passi. Non so come abbia potuto pensare a me.»
Lui rise con eleganza. «Per questo hai un anno di tempo per prepararti.»
Si alzò del tutto e, con gesto cortese, le rivolse un lieve inchino, la mano destra posata all’altezza dell’addome.
«Vorrei invitarti ufficialmente. Ti prego, sii la mia compagna per questa occasione. Ci terrei molto.»
Misha riusciva già a immaginare la sua collega lanciarsi in una raffica di commenti entusiasti non appena le avesse raccontato dell’invito.
Ingoiò saliva.
Non aveva la minima idea di cosa potesse significare partecipare a un evento organizzato da un magnate del genere. Lei che, per risparmiare, comprava vestiti ai mercatini o online, si sentiva già fuori posto solo al pensiero. Era convinta che gli altri invitati avrebbero percepito “odore di povera” a distanza.
«Ah, non ti ho detto che sarà anche in maschera. Ci ispireremo al Carnevale veneziano.»
Sul volto di Misha si dipinse un ironico evviva silenzioso.
Darcia colse il suo disagio e sorrise con calma studiata. «Tranquilla. Ti procurerò io l’abito giusto, se accetterai.»
«Ah! La ringrazio, ma vede, io… ecco… lei è gentilissimo, ma sinceramente mi sentirei come un pesce fuor d’acqua. Non credo nemmeno che verranno servite cola e patatine a un’occasione del genere.»
Darcia scoppiò in una risata sincera. «Se vuoi, farò in modo che ci siano. Se ti aiuterà a sentirti più a tuo agio.»
Fece una breve pausa, osservandola.
«E se vuoi, puoi invitare anche i tuoi due amici. Come si chiamavano? Toboe e Hige.»
Lo sguardo di Misha si illuminò all’istante. «Davvero, signore? Posso invitarli?»
«Se questo ti convincerà a venire, allora sì.»
Si avvicinò di qualche passo alla scrivania, con tono più morbido. «Mi assicurerò che ci siano anche i vostri piatti preferiti. Così, se dovessero sentirsi fuori posto, potranno sempre rifugiarsi al buffet.»
Misha abbassò lo sguardo, combattuta.
Da qualche parte, la sensazione che quell’invito non fosse solo un gesto galante, ma qualcosa di più grande.
«Ci penserò,» disse infine, con un sorriso gentile ma prudente. «Non voglio darle una risposta affrettata.»
Darcia annuì lentamente. «Prenditi tutto il tempo che vuoi.»
Fuori, la neve continuava a cadere, silenziosa.
Misha sollevò lo sguardo verso l’orologio appeso alla parete. Era ora di andare.
«Se non c’è altro, io ora andrei. Mi aspettano per altre consegne.»
«Ma certo. Mi dispiace se ti ho trattenuta più del dovuto.»
Gli rivolse un lieve inchino di congedo e poi girò sui tacchi.
«Aspetto trepidante un tuo sì,» aggiunse quando la ragazza fu quasi sulla soglia.
Ella si voltò appena, un sorriso composto sulle labbra, e accennò un piccolo cenno del capo prima di uscire.
La porta si richiuse con un suono ovattato.
Rimasto solo, Darcia si alzò dalla scrivania e si avvicinò al tavolino e prese una delle ciambelle ricoperte di cioccolato. Sarebbe stato un peccato sprecarle.
Tornato alla postazione, si sedette e riaprì una mail contrassegnata come riservata. Proveniva dal laboratorio privato a cui aveva fatto analizzare i campioni recuperati sul corpo di Satoshi.
Scorse il testo con attenzione.
Quei segni che, in un primo momento, i suoi uomini avevano classificato come semplici ferite da taglio… erano stati identificati come morso di un canide. Le proteine salivari rinvenute nei tessuti confermavano l’origine: appartenevano a un lupo.
Darcia si portò lentamente la ciambella alle labbra, ma non ne prese subito un morso.
Un sorriso sottile gli incurvò l’angolo della bocca.
«Hamona, ci siamo quasi» mormorò tra sé.
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Il ragazzo dai capelli castani, lunghi fino alle spalle, e dagli occhi azzurri chiarissimi correva sotto la pioggia, tra le strade di Freeze City.
Le sue sneakers affondavano nelle pozzanghere sollevando schizzi d’acqua a ogni passo, mentre i fari delle auto spezzavano la pioggia in scie di luce tremolanti.
Li aveva ritrovati tutti e tre.
E nessuno di loro sembrava ricordarsi chi fosse.
Da una parte si era sentito sollevato — almeno erano vivi. Dall’altra, un vuoto feroce gli si era aperto nel petto. Era solo, in un mondo che sapeva non essere il primo.
«Trovala. Vai a cercarla.» La voce di Cheza - che parlava di sé stessa in terza persona - gli risuonava ancora dentro. «Ritrova i tuoi amici… e poi vai a cercarla.»
E così aveva fatto.
Strinse gli occhi e accelerò la corsa. Il piede scivolò sul marciapiede bagnato, ma riuscì a recuperare l’equilibrio all’ultimo istante.
Stava correndo senza meta.
Forse sperava che il suo istinto si risvegliasse all’improvviso, come era accaduto con Tsume, Toboe e Hige. Che lo guidasse fino a lei.
Ma lei non era da nessuna parte. Eppure sapeva che non era scomparsa.
Erano tutti rinati in quel luogo, in quel tempo. Non poteva essere un caso. La forza che aveva rigenerato il mondo non era cieca. Per i lupi aveva ancora uno scopo.
Solo lui, però, aveva conservato la memoria.
Forse perché era morto tra le braccia di Cheza.
Forse perché le aveva fatto quella promessa mentre lei si disperdeva in migliaia di semi.
Forse perché l’aveva amata con una tale intensità da legare la sua anima al ciclo stesso del mondo.
Lei era il suo Rakuen.
Non poteva semplicemente rinascere e dimenticare.
Alla fine Kiba sentì i polmoni bruciare. Aveva spinto il suo corpo oltre il limite, senza nemmeno accorgersi da quanto stesse correndo.
Si fermò quando raggiunse una terrazza panoramica affacciata sull’intera città.
La pioggia cadeva obliqua, sospinta dal vento.
Posò un piede sul rialzo della ringhiera, un braccio appoggiato alla sbarra più alta, e rimase lì a fissare l’orizzonte: Freeze City si stendeva sotto di lui, viva, ignara.
Nella pozzanghera ai suoi piedi, il riflesso non restituiva un ragazzo, ma un lupo bianco.
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