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Creato il 31/07/2026, 13:13 · Aggiornato il 25/10/2026, 20:00

Capitolo 58: Isola d'oro - Parte 3

@ladyele1991LadyEle1991
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L'aria si fece improvvisamente fredda, di un gelo innaturale che non apparteneva a nessuna stagione della terra. I sacerdoti, dall'alto delle piramidi di Tenochtitlan, fissarono il cielo con il fiato sospeso: la luna, d'oro e d'argento, stava sanguinando.*


I morsi erano invisibili, ma inesorabili. Ombre scheletriche, avvolte in una luce stellare livida e tagliente, si stavano avventando sul corpo del cacciatore notturno. Erano i Tzitzimime.


I vecchi lo avevano profetizzato per generazioni. Questi demoni del freddo cosmico, che durante il giorno si nascondevano tra le stelle fingendosi astri innocenti, aspettavano solo quel momento di oscurità. Con le loro giunture fatte di teschi e ossa che tintinnavano nel vuoto, scendevano dai cinque angoli dell'universo per azzannare la carne della luna, tingendola del rosso cupo del terrore.


Sulla terra, il panico contagiò l'impero. I tamburi sacri iniziarono a battere un ritmo frenetico, ossessivo, mescolandosi alle urla della popolazione. Gli uomini percuotevano ogni oggetto, le donne piangevano e i guerrieri scagliavano frecce infuocate verso la volta celeste. Bisognava fare rumore. Bisognava scacciare quelle mostruosità prima che il banchetto fosse completo.


Perché tutti conoscevano la Profezia della Notte Eterna. Se i Tzitzimime fossero riusciti a divorare interamente la luna, il sole sarebbe stato il prossimo a cadere. In quel preciso istante, il Quinto Sole – l'era in cui l'umanità viveva – si sarebbe spento per sempre. I demoni del gelo sarebbero calati in massa dal cielo, non più come ombre, ma come carnefici.


Senza la luce dei guardiani celesti (i gemelli Xolotl e Quetzalcoatl), la terra avrebbe smesso di respirare. Il calore sarebbe svanito in pochi battiti di ciglia, intrappolando il mondo in una morsa di ghiaccio perenne. In quella notte senza fine, le creature scheletriche avrebbero dato la caccia all'ultimo uomo, banchettando con le anime di un mondo ormai congelato nel tempo.


Quella notte la luna tornò bianca, e l'umanità fu salva. Ma ogni volta che il cielo si tinge di rosso, i popoli aztechi sapevano che i demoni erano ancora lì, in agguato nel buio, a un solo morso dalla fine del mondo.


- Memorie di un mondo antico

«Devo assolutamente informare Lord Darcia!», esclamò lo scienziato, con un foglio su cui erano stampati dei dati stringenti stretto con foga nella mano destra. Il suo cuore batteva all'impazzata e aveva gli occhi sgranati per lo stupore. Era successo qualcosa di incredibile la notte prima, qualcosa che dal punto di vista scientifico non poteva avere alcun senso; perché, allo stato attuale delle cose, si pensava che solo un lupo puro fosse ormai in circolazione nel mondo.

I suoi passi rimbombavano lungo il corridoio di marmo scuro, rapidi, carichi d'urgenza... Ma proprio quando mancavano solo pochi metri al raggiungimento del suo obiettivo, qualcuno lo placcò all'improvviso, trascinandolo e nascondendolo nel buio profondo, all'ombra delle grandi colonne gotiche.


Si udì un suono sordo e del tutto ovattato, poi il silenzio più assoluto tornò a regnare nel corridoio.

Pochi istanti dopo, Misha tornò a camminare sotto la luce calda dei candelabri, con quello stesso foglio di dati stretto in mano.


«Lo hai ucciso?», chiese Cheza con voce preoccupata, quando vide Misha entrare nella stanza, per poi passare il foglio nel tagliacarte elettrico.


«No, gli ho fatto perdere la memoria, ma ora devo disfarmi di questi dati. Puoi aiutarmi?»


Cheza le passò mentalmente la procedura per manovrare la console e così cancellare dall'archivio il picco di dati registrato la notte precedente. Il sangue di uno dei lupi si era di nuovo risvegliato.


«Perché lo hai fatto? Perché lo hai richiamato?», chiese poi la ragazza, sollevando lo sguardo verso la sfera con aria risentita.


«Lei non ha fatto niente», rispose la fanciulla fiore, scuotendo il capo in segno di diniego. «È stato altro a risvegliarlo e tu meglio di lei dovresti sapere che certe forze vanno al di là della nostra volontà.»


«Amore...» sussurrò Misha, abbassando lo sguardo.


«E credi che ora che manca così poco all'apertura del portale, non valga lo stesso anche per gli altri?»


Misha strinse i denti e i pugni lungo i fianchi, scoccando la lingua sul palato. «Perché non posso salvarli?»


«E perché non puoi dare loro la possibilità di salvarsi da soli?» chiese Cheza, socchiudendo appena le palpebre. «Anche lei non vuole che muoiano, lei ricorda bene il dolore provato quando uno a uno sono stati feriti gravemente ed infine sono stati uccisi. Lo ha sentito, come se tutto questo avvenisse sulla propria stessa pelle.»


«A maggior ragione, non avresti dovuto chiamarli fin dal principio!»


«Kiba non aveva l'Amnesia del Rakuen, l'avrebbe cercata lo stesso. E voi stessi, nonostante l'aveste, mi avete comunque sentito. Tutto questo non può essere una coincidenza.»


«Hamona non avrebbe dovuto applicare anche su di te l'Amnesia del Rakuen. Non avresti commesso quest'errore...»


«Hamona non gliel'ha mai applicata...» confessò Cheza, chinando leggermente il capo per guardarla negli occhi.


Misha sbatté le mani contro la sfera. «Vuoi dire che li hai aiutati a risvegliarsi coscientemente!?»


Cheza annuì.


Il corpo di Misha vibrò in un ringhio carico di frustrazione*.*


«Eppure... Eppure stai cercando di appassire, proprio per cercare di contrastare Darcia, nel caso li avesse catturati...»


«Lei non sta appassendo. Anche se il risultato dei dati è simile, lei non ha mai rischiato di appassire, perché anche lei sa che se il portale non venisse aperto, allora li condannerebbe comunque a un mondo morente.»


Misha si immobilizzò sul posto e fissò la fanciulla con gli occhi colmi di stupore. Eppure quelle sottili venature verdi che si arrampicavano lungo il collo erano inconfondibili. Era il segno distintivo degli hanabito quando si avvicinavano alla fine. Come poteva essere diverso nel suo caso?


Le parole che Cheza le aveva appena rivolto tornarono a riecheggiarle nella mente. Per oltre cent'anni quest'ultima era rimasta sospesa all'interno di una sfera di vetro, osservata e manipolata come una marionetta da mani altrui... E se non fosse stata soltanto una marionetta? Se, dietro quell'apparenza fragile e innocente, si fosse nascosto qualcosa di molto più complesso?


Misha strinse le labbra. Cheza stava nascondendo qualcosa. Qualcosa di importante. Perché una ragazza che avrebbe dovuto essere soltanto una vittima sembrava invece conoscere fili che nessun altro riusciva nemmeno a vedere, come se per tutto quel tempo non fosse stata soltanto una pedina sulla scacchiera, ma anche la mano invisibile che ne guidava i movimenti.


In quel momento, la lupa fu attraversata da una rabbia profonda. Si sentiva tradita. Ingannata proprio da chi avrebbe dovuto esserle leale in una questione tanto importante.


Era scesa in quel mondo per proteggere le persone che amava e per fermare suo fratello. Quella era sempre stata la sua missione.

Non avrebbe mai dovuto applicare su se stessa l'Amnesia. Aveva compiuto quel gesto per egoismo, lo capiva adesso. Per il desiderio di concedersi una vita normale, anche solo per un po'. Per illudersi di poter vivere accanto ai suoi amici senza il peso delle responsabilità che gravavano sulle sue spalle. Per sentirsi una persona qualunque e non la custode di un destino più grande di lei.

Ma quella scelta le si era ritorta contro. Aveva abbassato la guardia. Aveva perso di vista il suo scopo. E mentre lei rincorreva quella fragile normalità, gli eventi avevano continuato a muoversi senza di lei.


Strinse i pugni. La rabbia che provava non era rivolta soltanto a Cheza o ai segreti che le erano stati nascosti. Era rivolta soprattutto a se stessa.


«Misha, che cos'hai?!»


Improvvisamente, la ragazza cadde in ginocchio e iniziò a premersi il petto; era come se una forza invisibile glielo schiacciasse, lasciandola carponi, con la bocca spalancata ma senza riuscire a emettere un solo suono.

Sbattendo ripetutamente le palpebre, per un brevissimo attimo i suoi occhi tornarono a essere viola; poi, però, tornarono azzurri e la crisi passò.


«Misha!» 


La console reagì immediatamente allo stato agitato di Cheza, agitata per l'improvviso stato della sua amica.


«S-sto bene ora... È passato...», rispose Misha, mentre cercava faticosamente di riprendere fiato e di rialzarsi in piedi.


La luce verde fluorescente della sfera mise in risalto lo sguardo preoccupato della fanciulla fiore, che cercava di cogliere nella lupa qualche altro segno di sofferenza; ma quest'ultima non fece più trapelare niente.


«Le dispiace se ti ha ferito... Spera che un giorno potrai capire...»


Misha si voltò per andarsene, ma poco prima di varcare la soglia si girò di scatto, mostrando i canini sporgenti e gli occhi mutati. «Se mio figlio morirà prematuramente anche nella sua ultima vita, sappi che ti riterrò la diretta responsabile, hanabito artificiale!»

Misha avanzò a grandi passi pesanti lungo il corridoio. Una strana sensazione le stava facendo drizzare i peli della nuca e il suo istinto le disse che doveva assolutamente recarsi da Darcia.


Ancora una volta, esso non la ingannò; perché bussando alla porta dello studio e non ricevendo alcuna risposta, aveva aperto ugualmente l'uscio e lo aveva trovato riverso a terra, del tutto privo di coscienza.


Quando Darcia si riprese, gli parve di sentire un odore familiare che gli dava un profondo conforto e senso di appartenenza. Per un attimo, tra le ombre, gli parve come di trovarsi in un'altra stanza, in un'altra epoca, mentre una mano gentile gli accarezzava i capelli e lo proteggeva dagli incubi.


«M-Misha?», disse poi, quando mise a fuoco e vide che seduta al suo fianco, mentre lui era disteso nel letto, c'era la ragazza che gli stava rimboccando le coperte.


«Meno male, si è risvegliato», rispose lei con un lieve sorriso.


«Che mi è capitato?», chiese allora con un sussurro di voce; si sentiva la gola completamente secca.


«È più provato di quanto non voglia ammettere.»


Darcia abbassò lo sguardo e premette leggermente la nuca sul cuscino. «Sembra che ormai io non abbia più il controllo nemmeno del mio stesso corpo.»


Misha non rispose, restò con lo sguardo basso e poi lentamente lo sollevò per guardare l'arredo della camera da letto del magnate. Era elegante ma essenziale, completamente diversa dalla stanza dei giochi di quando lui era il suo fratello minore. Del resto era un uomo prossimo ai quaranta, con il suo vissuto, non poteva certo pretendere che si aggrappasse ancora al suo braccio e la guardasse come se fosse tutto il suo mondo.


«Deve solo riposare», disse infine. «Le vado a preparare del tè, così si rimetterà in forze.» Fece per andarsene, ma Darcia la prese per il polso: «Aspetta!»


Misha si voltò, interrogativa. Darcia abbassò lo sguardo, come colto da un improvviso imbarazzo, ma poi lo rialzò. «Puoi rimanere qui, vicino a me... Per favore? In questo momento sento che questa è la mia unica medicina.»


Misha lo guardò per un lungo momento, poi socchiuse gli occhi e annuì. Il letto cedette appena sotto il suo peso quando si sedette di nuovo al suo fianco.


Darcia chiuse gli occhi e per qualche minuto i due rimasero in silenzio, con il solo respiro dell'uomo che era apparentemente calmo; ma, a un orecchio attento, risultava anche leggermente irregolare.


Misha guardò la propria mano, vicina a quella di lui sul lenzuolo. Gliel'avrebbe voluta stringere, per fargli capire che in quel momento non era solo. Ma doveva resistere. Anche se gli voleva profondamente bene, non doveva assolutamente fermare il processo naturale delle cose.


«Raccontami una storia.»


La voce dell'uomo giunse improvvisa alle sue orecchie. Misha si voltò con un gesto rapido del collo, fissandolo negli occhi, stupita e con la bocca socchiusa per la sorpresa.


L'occhio azzurro di Darcia era fisso sui suoi, colmo di una luce profonda. «Sei anche tu un'appassionata lettrice, sicuramente ne conoscerai qualcuna.»


Misha distolse lo sguardo e si strinse timidamente nelle spalle. «Sì... Ne conosco così tante...», ammise dopo un po'.


«Raccontamene una allora, se non ti dispiace. Mi aiuterai a distrarmi dal mio malanno.»


La ragazza sospirò, non rispondendo subito. I suoi occhi ripresero a vagare all'interno della stanza, posandosi sulla finestra da cui si vedeva la neve cadere a grandi fiocchi, sull'armadio con un'anta rimasta aperta da cui si potevano intravedere una serie di abiti eleganti ben appesi e infine sullo specchio a parete, il quale restituiva fedelmente il loro riflesso. Infine abbassò tristemente il capo: «C'erano una volta due fratelli. Erano partiti dalla stessa casa, ma la vita li aveva divisi», iniziò a raccontare, parlando lentamente. «Ora si trovavano l’uno di fronte all’altro, su fronti opposti, separati da una barriera invisibile fatta di scelte diverse. Ognuno vedeva nell'altro la minaccia di ciò che rifiutava di essere. Il contrasto era totale, sordo, pronto a distruggerli.»


Darcia spostò lo sguardo verso il profilo della giovane.


«Il tempo si fermò», proseguì Misha. «Improvvisamente, il terreno cedette sotto i piedi di uno di loro. Il buio inghiottì la sua presa e il ragazzo scivolò nel vuoto, rimanendo disperatamente aggrappato a un cumulo di roccia instabile, ferito e intrappolato nell'oscurità delle linee nemiche che ormai li separavano.»


Darcia strinse i lembi delle lenzuola e si morse un labbro.


«L’altro fratello non esitò. In un istante, la rivalità invisibile crollò e svanì di colpo di fronte alla paura di perderlo. Sfidò il baratro e l'oscurità, correndo incontro al pericolo pur di raggiungerlo.» Misha tornò a girarsi verso Darcia, per guardarlo di nuovo in viso. «Si tese nel vuoto con tutte le proprie forze, afferrò la mano del fratello e, con uno sforzo disperato, lo tirò fuori dal baratro, stringendolo a sé. In quel momento di puro terrore, l'ostilità si azzerò completamente. Entrambi scelsero la vita: salvando il fratello dal pericolo, ognuno dei due salvò e ritrovò se stesso.»


«Un racconto di pace e fratellanza...», disse Darcia dopo un po', una volta assorbite quelle parole.


«Di questi tempi, credo sia necessario.»


Abbassarono lo sguardo in contemporanea ed entrambi si lasciarono andare a un'esclamazione di stupore. Si stavano stringendo la mano e solo ora se ne erano resi conto.


Misha si alzò frettolosamente dal bordo del letto e gli porse un cortese inchino. «Mi scusi, ma ora ho del lavoro urgente da fare per conto del professor Silva. Spero di essere riuscita a confortarla. Le farò subito mandare qualcuno con qualcosa di caldo; mi raccomando, si riposi.»


«Misha...», disse Darcia, bloccandola proprio mentre si trovava con la porta mezza aperta. La ragazza si voltò un'ultima volta verso di lui. Aveva uno sguardo del tutto indecifrabile, ma forse in quella maschera cerea c'era un impercettibile accenno di sorriso. «Niente... Vai pure... Grazie per la compagnia.»


Misha fece un solo cenno con il capo e uscì dalla stanza.


Darcia si lasciò andare di nuovo sul morbido cuscino. Sollevò la propria mano di fronte agli occhi e se la guardò in silenzio; gli sembrava di sentire ancora il calore del contatto con quella di lei. Perché si era sentito come se fosse veramente a casa, quando lei gliel'aveva presa?



˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆



«Oh Hige! Mi pequeño niño... che bella notizia che mi hai dato e guardalo che affascinante, con questa divisa, spero che la indosserai anche il giorno delle nozze!»


«Vamos mamá», rispose Hige, ridendo con imbarazzo alla reazione accesa della madre, non appena le comunicò di aver chiesto alla sua fidanzata di sposarlo. Stavano in videochiamata dal computer. «Ti prego, ora non mettere i festoni per annunciarlo a tutto il quartiere.»


«Vedrai quando lo sapranno la zia Consuelo, lo zio Jorge e la prozia Marìa!»


«No, ti prego, non anche la prozia Marìa, inizierà con uno dei suoi riti della fertilità!», rispose Hige, portandosi le mani tra i capelli. «La farà scappare a gambe levate!»


«Sciocchezze!», rispose la madre, come se fosse offesa. «Io voglio una nipotina, perciò se quei riti hanno un fondo di verità, se la zia li vuol fare, si faranno!»


Era chiaro che la madre di Hige era più che mai determinata ad avere una reale Quinceañera, questa volta.


In quel momento, il suono della porta di casa che si richiudeva anticipò l'arrivo di Blue, che, appesa la tracolla all'appendiabiti, si era immediatamente diretta verso Hige, per avvolgere le braccia attorno al suo collo e dargli un bacio sulla guancia.


«Ecco, mamma, ti presento Blue», disse Hige, sorridendo allegro e orgoglioso.


«Piacere di conoscerla, signora!», si accodò la ragazza.


«Piacere mio, che bello conoscerti. Finalmente qualcuno che è riuscito a mettere un po' di sale in zucca a questo bricconcello.»


Hige ebbe un tic nervoso e a Blue sfuggì una smorfia divertita.


«Non si preoccupi, suo figlio è un ragazzo responsabile e molto stimato al lavoro. Non ho dovuto fare niente.»


«Certo che è veramente raro di questi tempi un colpo di fulmine del genere», disse poi la donna, con le sopracciglia inarcate. «Del resto da quanto state insieme? Tre mesi, forse?»


Hige si accigliò. «Ma no, mamma, è quasi un anno ormai.»


«Ma a Natale non stavi con un'altra ragazza?»


Per un attimo la temperatura nella stanza si abbassò di qualche grado.


Hige corrugò la fronte. «No, mamma, non c'è nessun'altra. È stata sempre e solo lei.»


Un silenzio imbarazzato cadde tra i tre, spezzato poi da Blue che si risollevò e porse un sorriso educato. «Scusate, ma ora ho bisogno di farmi una doccia. Spero di vederla presto, signora.»


Detto questo, la ragazza si diresse in bagno, lasciando da solo Hige che continuava a fissare la madre attraverso lo schermo, con aria rabbuiata.


«Che cosa hai capito quel giorno, ma'?»


La madre di Hige era visibilmente imbarazzata, stretta nelle spalle. «Oh, lo siento, Hige», disse qualche istante dopo. «In effetti a Natale l'avevi nominata... È solo che mi era sembrato che poi ti fossi corretto.» Ci pensò su per un attimo. «Avevo capito si chiamasse Misha.»


In quel momento, il telefono della donna squillò. «Oh ma guarda, la prozia Marìa! Deve avere avuto il sesto senso!» Si alzò dalla sedia. «Perdóname, niño, ma devo rispondere. Ci risentiamo presto, stammi bene!»


Quando la videochiamata si chiuse, Hige era rimasto fermo e immobile. Lo scroscio della doccia riempiva il silenzio vuoto che in quel momento aleggiava nell'ambiente.


Infine, la lampada dietro di lui mostrò le spalle del ragazzo che si lasciarono andare a un lieve tremore.


Più tardi, quella stessa sera, Blue abbracciava da dietro Hige e sulla nuca e sull'incavo del collo gli donava dei baci lenti. La mano scivolò sul petto liscio e nudo e nel frattempo odorava la sua pelle, che sapeva di dopobarba fresco, mischiato al profumo delle lenzuola pulite.


Hige sbatté le palpebre lentamente, mentre sentiva la compagna a contatto con il suo corpo; in quei gesti, che ormai conosceva bene, c'era la richiesta silenziosa di una ricerca di affetto profonda e sincera, il bisogno di sentirsi accolta, rassicurata, amata senza dover pronunciare una sola parola. Lui intrecciò le dita alle sue e strinse appena... Fermandola.


«Che c'è?», gli chiese leggermente accigliata, sussurrando al suo orecchio.


Hige strinse gli occhi e contrasse la bocca, ma non rispose.


Blue allora lo fece girare, senza essere troppo brusca, ma comunque decisa. Voleva guardarlo dritto negli occhi.

La luce della lampada del comodino restituì uno sguardo acquoso... E colmo di senso di colpa.


«Che c'è?», insistette lei, con una certa urgenza e una punta d'irritazione.


Il labbro di Hige tremò, poi distolse il capo. «Temo che non possiamo più sposarci.»


La frase ricadde tra i due come un fulmine a cielo sereno.


«Perché?! Ti ha dato di volta il cervello? Tra un po' te ne saresti vantato anche con i sassi e ora ti tiri indietro?!»


«Non è giusto che ti sposi...»


Blue si mise in ginocchio e anche Hige si sollevò con la schiena, con uno sforzo tale che sembrava avesse sulle spalle un macigno.


«Perché... Io credo... Io credo di averti tradito...» disse, e nel farlo sembrò che l'anima stessa gli uscisse dal fiato.


Blue divenne pallida, scioccata, il corpo totalmente irrigidito. «Ma... Ma che stai farneticando...?»


Hige digrignò i denti e si grattò la testa in un gesto nervoso.


Allora la ragazza lo prese per le spalle, costringendolo a guardarla. I suoi occhi erano roventi di rabbia, mista a incredulità. «Credi? Lo hai fatto o non lo hai fatto?!»


«Non lo so...»


Le spalle di Blue iniziarono a tremare. Anche Hige era sbiancato e sembrava anche più smarrito di lei, e in quel momento non seppe dirsi se fosse realmente confuso o se stesse cercando un modo per passarla liscia per quello che aveva fatto.


«Riguarda ciò che prima ha detto tua madre? È così, Hige? Stavi con un'altra, mentre stavi anche con me, allora?!»


«Certo che no!», rispose lui con foga, facendo riecheggiare la voce nella stanza. Si rannicchiò in posizione fetale e il corpo riprese a tremare.


Blue non sapeva proprio che pesci prendere. In quel momento le sembrava quasi di non riconoscerlo nemmeno più. 


«Io sono da sempre e solo stato innamorato di te, non potrei mai stare con nessun'altra, sei l'amore della mia vita», disse esitante, con la voce spezzata dal pianto. «Ma da quando mamma ha pronunciato quel nome... Misha... È come se una ferita si fosse improvvisamente aperta...»


Blue non rispose; nell'istante esatto in cui Hige disse ad alta voce quel nome, anche lei sentì come un doloroso tuffo al cuore. Le pareti della camera da letto sembrava si stessero stringendo tutte attorno a lei. Lentamente spostò lo sguardo su tutto ciò che li circondava, concentrandosi intensamente sugli oggetti che costituivano i loro ricordi quotidiani: una foto di una visita al museo, un bracciale, un portachiavi... Tutti effettivamente recenti, collezionati in quegli ultimi tre mesi. Ma da quanto tempo si era davvero trasferita all'interno dell'appartamento del suo ragazzo?


Quel che Hige poi aggiunse, la inquietò ancora di più. «Blue... È possibile... È possibile che io abbia amato qualcuno che in realtà non esiste?»


˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆



Misha era sdraiata sul letto, lo sguardo assorto mentre giocherellava distrattamente con il ciondolo che Hige le aveva regalato per Natale. A ogni lieve movimento del polso, il bracciale a anelli tintinnava piano, rompendo appena il silenzio della stanza.


Le lenzuola erano pregiate, il cuscino ricamato con delicati motivi floreali, così come la vestaglia bianca da notte che Darcia le aveva procurato. Se non avesse saputo la verità, se avesse ignorato di essere in realtà una prigioniera, una preda lasciata libera soltanto perché il suo carceriere desiderava il sangue che scorreva nelle sue vene di lupo, avrebbe potuto credere di essere una principessa in un castello incantato.


Ma sapeva che tutto quello era soltanto un'illusione.


Un'elegante gabbia costruita con cura.


Darcia voleva farle abbassare la guardia, convincerla fino all'ultimo di essere il suo benefattore, l'uomo che l'aveva salvata e protetta. E forse, in una parte di sé, lui stesso desiderava credere a quella menzogna.


Con gli occhi persi nel vuoto, fissava un punto indefinito della stanza. Alle sue spalle, alcuni fiori della luna, raccolti in un vaso di cristallo, catturavano i raggi della luna scarlatta che filtravano dalla finestra, fondendoli con il candore della neve che ricopriva il paesaggio esterno.


Ripensava alle parole di Cheza. Per tutto quel tempo aveva seguito soltanto la propria volontà. Ma, in fondo, non era forse ciò che aveva fatto anche lei? Dovette ammetterlo a se stessa.

Aveva cercato di costruire per ognuno dei suoi amici un destino che potesse renderli felici: Kiba finalmente libero dal peso della promessa che lo aveva trasformato in un eroe destinato alla sofferenza; Tsume e Toboe uniti come la famiglia che entrambi avevano sempre cercato; Hige e Blue insieme, come avrebbe dovuto essere fin dall'inizio.


Sapeva di non poter controllare ogni cosa. Non era una dea e non aveva il diritto di decidere il destino degli altri. Eppure, nel poco che le era stato concesso, aveva fatto tutto ciò che era nelle sue possibilità. Se davvero era diventata una Custode dei Cuori, allora non desiderava governarli o guidarli. Voleva soltanto proteggerli.


Le dita si strinsero attorno al ciondolo, mentre un sorriso malinconico le sfiorava le labbra. Forse aveva commesso degli errori. Forse aveva creduto di sapere cosa fosse giusto per tutti. Ma se avesse potuto tornare indietro, avrebbe comunque scelto di amare quelle persone con la stessa intensità.


Anche a costo di soffrire per loro.


˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆


Altrove, a Freeze City, la pioggia cadeva incessante, battente e grigia, una presenza costante che ricordava come nulla sarebbe cambiato, ma soltanto peggiorato.


Kiba, coperto solo da un impermeabile marrone scuro con cappuccio, avanzava con le mani nelle tasche verso un luogo preciso: una galleria abbandonata, nei pressi di un cantiere ormai fermo da mesi per mancanza di fondi.


Non appena arrivò al riparo, rimase lì fermo sul posto, in attesa. Un'attesa che non durò molto, perché a un certo punto dei passi avanzarono nella penombra.


«Certo, un po' umido per allenarsi qui, non credi?», disse una voce.


L'uomo con l'impermeabile grigio stringeva un ombrello nero ancora grondante d'acqua, segno che nemmeno lui era lì da molto.


«Per ora infatti rimanderemo, in attesa di giorni migliori», rispose Kiba con un filo d'ironia, da sotto il cappuccio ancora tenuto basso.


«Quando ho ricevuto la tua chiamata, non puoi capire quanto mi sia sentito sollevato», disse Hubb, sorridendo mentre gli dava una pacca sulla spalla.


«Risvegliamo gli altri e poi andiamo a fermare quel bastardo. Ancora una volta.»


Detto questo, Kiba sollevò lo sguardo, mostrando al capitano i suoi occhi gialli da lupo, accesi e determinati.




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