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Il silenzio delle grandi foreste del Nord era così profondo che si poteva sentire il respiro della terra cristallizzarsi nell'aria. Era il tempo del Grande Gelo, il mese in cui l'inverno stringeva i fiumi in una morsa di ghiaccio nero e la neve copriva ogni traccia di vita.
Nelle tende di pelle, attorno ai fuochi che faticavano a scaldare le ossa, i vecchi cacciatori raccontavano ai bambini la storia dello Spirito del Lupo Bianco e della Luna d'Inverno.
In quel periodo dell'anno, la luna sorgeva enorme, splendente e fredda come un frammento di ghiaccio celeste. Spinti dalla fame e dal gelo che penetrava fin dentro le tane, i lupi si radunavano ai margini dei villaggi. Non ululavano per rabbia, ma per disperazione: invocavano la luna, chiedendole un brivido di calore o una preda per sopravvivere alla notte più cruda dell'anno.
La leggenda narra che, in una notte di gelo eccezionale, il freddo divenne così intenso da risalire il cielo, fino a toccare il cuore d'argento della luna stessa. Il satellite iniziò a congelarsi, perdendo la sua luce candida.
Per impedire che il mondo sprofondasse in una notte polare eterna e che il gelo spegnesse l'ultimo fuoco degli uomini, lo Spirito del Lupo Bianco compì l'estremo sacrificio. Balzò sulla vetta della montagna più alta e ululò con tanta forza da farsi sentire fino alle stelle. Con un balzo prodigioso, corse sulle correnti del vento del nord per raggiungere la luna morente.
Per riscaldarla e strapparla alla morsa del ghiaccio cosmico, il grande lupo offrì il proprio calore vitale, avvolgendo il corpo celeste. Il sangue dello spirito animale, caldo e fiero, si espanse sulla superficie gelata della luna.
Gli uomini a terra, uscendo timorosi dalle loro dimore, videro il miracolo compiersi nel cielo: la luna non era più bianca, ma si era tinta di un rosso cupo, densa come il sangue e vibrante come il fuoco. Era la Superluna di Sangue del Lupo.
Quel colore scarlatto proiettò sulle distese di neve e ghiaccio un riflesso irreale. Non era un presagio di distruzione come per altri popoli, ma il simbolo di una lotta disperata per la sopravvivenza. Grazie al sacrificio dello spirito guardiano, la luna resistette al gelo profondo, superò l'oscurità e tornò lentamente a splendere, salvando la terra dalla glaciazione totale.
Da allora, quando il grande plenilunio d'inverno si tinge di rosso nel cielo gelato, i cacciatori sanno che lo Spirito del Lupo sta ancora proteggendo il mondo dal freddo eterno.
- Memorie di un mondo antico
Kiba scese i gradini dell'ateneo con calma, mentre stringeva a sé la tracolla con dentro i suoi libri.
Era una giornata come un'altra a Freeze City, seppur la stonatura di quella costante presenza militare e tutti quei fiori bianchi non facevano che ricordare come tutto non fosse altro che un'illusione.
Tuttavia, a differenza delle altre persone che vedevano in quelle piante qualcosa di angosciante, a lui piacevano. In qualche modo, era come se gli ricordassero qualcosa di familiare. Magari un ricordo legato all'infanzia, non seppe mai dirselo con certezza.
Si sedette sui gradini per sistemare un paio di cose nella borsa e per dare un'occhiata al cellulare. Ormai i video spensierati si contavano sulle dita di una mano. Le notizie di quello che stava accadendo nel resto del mondo erano le predominanti.
Dovette a un certo punto rimettere in tasca il dispositivo, con un gesto rapido e nervoso. Si sentiva sopraffatto da tutta quella quantità di notizie, una peggiore dell'altra. Per non parlare dell'ipotesi sempre più avanzata di questo esodo di massa nell'entroterra.
Si passò le mani tra i capelli e cercò di riprendere fiato. Questa situazione, più il fatto che c'era qualcosa che gli martellava in testa, lo faceva sentire sempre più stanco e nervoso.
Un tintinnio riecheggiò improvviso nelle orecchie.
Spostando lo sguardo, mentre era ancora rannicchiato su di sé, vide che emerso tra i gradini c'era uno di quei misteriosi fiori. Sui petali c'erano ancora delle gocce di pioggia, che riflettevano la luce in modo particolare. Era come se fosse attratto da esso.
Lo colse e iniziò a rigirarselo tra le dita. Quella forse era la prima volta che ne osservava uno così da vicino. Era simile a un crisantemo dai petali lunghi, misto a un giglio. Molto simile anche ai fiori tropicali, con la differenza che questo invece sembrava prosperare nel gelo e nella neve. Aveva due corolle, una esterna con petali sottili, sfrangiati, e quella interna con petali più larghi, con un numero preciso. Dieci. Li contò con precisione, uno a uno in senso orario.
Improvvisamente, una folata di vento lo investì, costringendolo a ripararsi con un braccio. Durò pochi secondi, ma furono sufficienti. Quando tornò a guardare il fiore, notò che il quinto petalo si era staccato.
Una profonda malinconia gli risalì dal cuore.
«Aaah, finalmente un posto dove sedersi.»
Kiba si voltò, attirato da quella voce maschile. Lì, a qualche passo da lui, un uomo con un completo grigio, la camicia blu, cravatta nera e cappello in testa si era seduto anche lui sui gradini.
Qualche momento dopo, l'uomo cercò qualcosa in tasca e ne estrasse sigarette e accendino. Kiba corrugò leggermente la fronte. Cercò di ignorarlo, ma quando lo sgradevole odore di sigaretta arrivò alle sue narici, non poté più trattenersi.
«Mi scusi, ma è vietato fumare sui gradini di questo ateneo. Se prosegue lungo la strada, c'è un'area dedicata ai fumatori.»
«Ah sì?», rispose l'altro con tranquillità. «Io, però, sono stanco adesso. Tra pioggia e neve, ormai le mie ossa cominciano a risentirne.»
«Non è questo a debilitarla davvero», rispose Kiba, arricciando il naso all'ennesima nuvola di fumo, per poi distogliere lo sguardo e tornare a concentrarsi all'interno della sua borsa. «Tuttavia sono costretto ad insistere, potrebbero multarla per questo.»
«Sono un poliziotto. Vorrà dire che appena avrò finito, mi scriverò il verbale da solo.»
Kiba alzò un sopracciglio, sinceramente colto alla sprovvista da quella dichiarazione. L'altro reclinò il collo per guardare verso il cielo plumbeo, il quale annunciava che di lì a poco avrebbe di nuovo riversato sulla città altra pioggia.
«E poi che importa di regole simili, se tanto questo mondo è sull'orlo del collasso?»
Il ragazzo dagli occhi azzurri non rispose subito. Vagò con lo sguardo, soffermandosi sui soldati che fermavano le persone per chiedere i documenti o su quelle in fila nei centri di distribuzione dei viveri.
«Anche se è così», disse dopo qualche secondo, «non è bene lasciarsi andare al caos e allo scoraggiamento. Anche piccoli gesti, all'apparenza innocui, possono in realtà determinare l'esito di qualcosa di più grande.»
Il poliziotto lo guardò di sottecchi, i suoi occhi verdi scintillarono, per un istante... Poi fece spallucce. «Hai ragione...», si tolse di bocca la sigaretta e la spense premendola nella neve. «Tra l'altro proprio io dovrei dare il buon esempio a un giovane, e invece eccomi qui ad assistere a una scena a parti invertite.»
Prese dall'altra tasca la scatolina per conservare i mozziconi e poi provò ad alzarsi, ma questo gli provocò un mugugno di dolore alla schiena.
«Non deve alzarsi così velocemente», disse Kiba, sollevando il capo verso l'uomo che ora stava inarcando la schiena un po' troppo all'indietro. «E così le farà male alla cervicale.»
«Sembri saperne molto, ragazzo.»
Kiba si limitò con il pollice a indicare l'insegna dietro di sé, dove era scritto a caratteri cubitali il genere di facoltà che frequentava.
«Ah, ma allora sei un futuro insegnante di ginnastica!»
Kiba si grattò una guancia, leggermente imbarazzato. «Ci provo, cerco di diventare un personal trainer.»
«Stai già praticando?»
«Per ora no, ma mi sto guardando intorno.»
Il poliziotto allora estrasse dalla tasca un cartoncino bianco e glielo porse. «Se hai bisogno di un primo cliente...»
Kiba lo prese e lesse immediatamente il nome riportato sopra. Subito sotto c'erano il suo numero di telefono, la mail e l'indirizzo.
«Ma è sic...», provò a dire, rialzando la testa, ma l'uomo si stava già allontanando con fare tranquillo, agitando giusto una mano in segno di saluto e con l'augurio di rivedersi presto.
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«Hige, sta fermo, devo tornare al lavoro, la pausa è finita.»
«No, dai, ancora un bacetto, per favore!»
«Eppure non mi sembra che ti siano mancate le coccole da bambino.»
«Che c'entra? Io le voglio, perché le voglio, a chi le devo chiedere se non alla mia fidanzata?»
La porta dello stanzino si aprì di colpo, riversando al suo interno una luce quasi accecante.
«Ma la volete finire di fare i gatti in amore voi due e mostrare un po' più di serietà sul lavoro?!», tuonò una voce furiosa.
Il professor Silva faceva fumo dalle orecchie e la sua sgridata era riecheggiata nei corridoi, facendo drizzare i capelli anche agli altri dipendenti.
Blue e Hige erano ancora abbracciati, completamente rossi in viso, non aspettandosi affatto che il professore l'irruzione del professore. Non avrebbero dovuto dimenticarsi di chiudere la porta a chiave.
«Ragazzo, quando sei stato ingaggiato come guardia del corpo per i ricercatori sul campo, non intendevo in senso così letterale!», aggiunse l'uomo, stringendo i pugni.
«Ci scusi professore, ero entrata qui per dei fascicoli», cercò di spiegare Blue con un filo di voce, «e il mio compagno mi stava dando una mano.»
«E dove credevate di trovarli questi fascicoli?»
I due divennero ancora più piccoli e imbarazzati e mestamente uscirono dallo sgabuzzino, accompagnati in sottofondo dalle risatine divertite di tutti i loro colleghi.
«Ci scusi tanto, davvero, è colpa mia, Blue stava davvero svolgendo il suo dovere.»
Gli occhi marroni del professore fulminarono Hige, il quale incassò la testa tra le spalle. «Nel mio ufficio. Entrambi. Ora.»
La ramanzina proseguì nell'ufficio di Silva e gli altri ricercatori, fuori, "casualmente" avevano sempre fogli da sistemare con cura proprio dietro la porta.
«...Sentite, io lo capisco che siete giovani, vi amate e tutto il resto», disse infine, prendendo un sorso d'acqua, «ma è importante che sappiate distinguere tra quando c'è da comportarsi seriamente e quando lasciarsi andare al privato.»
«Ha perfettamente ragione, professore», rispose Blue, accigliata. «Le assicuro che non si ripeterà più.»
«Sei una ragazza seria, Blue», disse Silva con tono fermo, «perciò voglio sperare che sia davvero così.»
«Se qui c'è da punire qualcuno», intervenne Hige, «se la prenda con me, mi congedi o mi faccia sostituire. Per favore, però, non licenzi Blue. Ama il suo lavoro.»
Il professore assottigliò lo sguardo, scrutando il volto del giovane, che ora mostrava la mascella contratta dalla tensione.
«Io non ho intenzione di licenziare nessuno», disse infine, una dichiarazione che fece tirare un enorme sospiro di sollievo ai due. «Voglio solo che prendiate coscienza della cosa, visto che in questo momento siamo tra i reparti impegnati a trovare una soluzione per questo gelo anomalo che ci sta mettendo in ginocchio... Tra l'altro, dall'anello che ti vedo al dito, Blue, immagino che Hige ti abbia chiesto di sposarlo.»
Blue sollevò l'anulare sinistro e poi sorrise con fare timido. Anche Hige si grattò la nuca e guardò altrove; le sue guance si erano completamente imporporate, ma anche sul suo viso affiorò il medesimo, dolcissimo sorriso.
«Allora, se volete davvero un futuro per voi due, dovete rimanere concentrati. C'è chi sta mettendo seriamente in gioco la propria vita, proprio mentre stiamo avendo questa conversazione.»
Il silenzio calò di colpo tra loro tre. Il professore aveva colpito nel segno e i ragazzi assunsero un'espressione decisamente più seria.
Infine l'uomo sospirò e si massaggiò stancamente le tempie.
«Hige, senti, devi portare un paio di ricercatori fuori città. Ce l'hai il tesserino per uscire dal confine, non te lo sei perso, spero.»
Hige confermò prontamente, tastandosi la tasca della giacca mimetica.
«Molto bene, allora vai. Ci risentiremo più tardi.»
«Va bene, professore. Ci vediamo più tardi, allora», gli porse un cortese inchino ed uscì dalla stanza, non prima però di aver sfiorato la mano della fidanzata e averle fatto l'occhiolino.
Blue, dopo aver visto uscire Hige dalla porta, tornò a focalizzarsi sul professore, il quale la stava guardando intensamente, come se volesse leggerle dentro.
«Che dicono i dati sulla situazione della fauna selvaggia?», chiese l'uomo a un certo punto.
Blue abbassò lo sguardo e scosse debolmente il capo. «Non buoni. Le perdite stanno causando uno squilibrio tremendo. Creature fragili come fagiani e conigli sono ormai sull'orlo dell'estinzione e i predatori, non trovando più le loro prede abituali, si stanno spingendo pericolosamente nei centri abitati.»
Quentin Silva si fece ancora più pensieroso e posò il mento sulle mani congiunte. «Per quanto riguarda le api?»
Lo sguardo di Blue tremò, colmo di una crescente preoccupazione. «È persino peggio, professore. Gli allevatori, per salvare le arnie, le hanno messe all'interno delle serre; ma al momento, con la totale mancanza di una luce naturale e il forte dispendio di energia elettrica per compensarla, nemmeno le piante riescono a crescere... Tranne che per quel particolare tipo di fiori bianchi.»
Con le dita sfiorò inconsciamente il fiore della luna che aveva ricamato sulla propria camicia.
Silva aprì un grande libro di fronte a sé e prese rapidamente alcuni appunti.
«Professore... Che succede... Che succede se alla fine non ci riusciamo?», la voce di Blue era all'improvviso spezzata dall'emozione e Silva vide i suoi occhi azzurri diventare due pozze d'acqua limpida. «Secondo lei la soluzione definitiva sarà davvero quella di andare a vivere sottoterra?»
Silva si strinse nelle spalle, mostrandosi impotente. «Forse, ma chiaramente le risorse a disposizione saranno limitate e non si possono certo evacuare miliardi di individui, così, come se niente fosse.»
«Poco fa ha detto che ci sono persone che stanno attivamente dando la vita al riguardo», fece un deciso passo in avanti e si portò una mano al petto. «Se è davvero così, io non voglio rimanere indietro. So che nel mio campo sono ancora inesperta, ma se c'è qualcosa che posso fare, oltre che raccogliere statistiche... Per favore! Mi permetta di contribuire a fare la differenza!»
Silva guardò Blue, sinceramente stupito per quelle sue parole così cariche di passione e per il suo sguardo determinato. Gli occhi le si erano improvvisamente illuminati di quella medesima luce che si accendeva nei lupi quando forti emozioni li attraversavano. Il docente si chiese, se un simile risveglio fosse già accaduto da quando lei si trovava sotto l'effetto dell*'*Amnesia del Rakuen, e se quindi la ragazza sapesse già qualcosa sulla sua vera natura...
«Sei giovane, perché rischiare la vita?»
«Proprio perché lo sono, io voglio avere un futuro davanti», Blue strinse i pugni con forza. «Voglio crescere, farmi una posizione e sposare l'uomo che amo, creare una famiglia con lui... Ma cosa potrei mai costruire, se ci aspetta solo una vita da talpe, in uno stato di continua sopravvivenza?»
L'aria si caricò immediatamente dell'energia delle parole che Blue aveva appena pronunciato; esse continuarono a riecheggiare nella mente del professore anche quando il silenzio tornò a regnare sovrano.
È inutile, ragazza, i tuoi amici sono tutti tipi terribilmente ostinati, disse dentro di sé l'uomo, ripensando alla natura indomita del branco.
«Non posso rischiare di perderti», rispose Quentin Silva, indurendo la mascella. «E credo di parlare anche a nome di Hige. Sono più che certo del tuo valore e del tuo cuore, ma per le operazioni sul campo più difficili è meglio lasciare tutto nelle mani di chi è davvero competente. Aspettiamo la fine dell'anno e vediamo il prossimo come va.»
Blue sbatté con foga le mani sulla scrivania, facendo addirittura cadere un portapenne metallico. I suoi capelli sembravano quasi dritti per la rabbia. «Io sono pronta. Adesso! Non è l'impulso passeggero del momento, è un pensiero che custodisco da tempo. Posso preparare la mia valigia anche stasera stessa e lei potrà mandarmi ovunque voglia.»
In quel preciso momento, Silva ricordò le parole di Misha sulla ripetizione dei cicli e, di conseguenza, sulla triste possibilità che Toboe, Tsume, Hige, Blue e Kiba potessero effettivamente morire nello stesso identico giorno avvenuto nella loro vita precedente. Modificando loro la memoria con l'Amnesia, il professore aveva almeno evitato che il gruppo si scontrasse di nuovo direttamente con Darcia... Ma se il destino avesse deciso di reclamarli comunque per sé?
Ultimamente le condizioni di salute di Darcia erano notevolmente peggiorate, era come se il suo corpo stesse già cedendo, preparandosi forse alla nuova rinascita... Ma per quanto riguardava gli altri lupi? Tutti loro sembravano in piena salute. Forse Misha, facendo loro dimenticare chi fossero, era riuscita a schermarli, modificando radicalmente il loro cammino.
Se Blue, però, fosse partita chissà dove per una spedizione, cosa gli garantiva che non finisse comunque vittima di qualche tragico incidente?
No. La sua cara Blue non doveva rischiare in alcun modo la vita, anche al costo di farsi odiare a morte da lei.
«Non sei nella posizione di avanzare simili pretese», sentenziò infine l'uomo, con tono fermo e lo sguardo accigliato. «Tu mi servi qui in sede, non ho altro per te al momento.»
Blue sostenne con orgoglio lo sguardo severo del professore, non volendo affatto arrendersi, ma ignorava del tutto che egli fosse spinto da motivazioni ben più profonde e drammatiche per poter cedere alla sua richiesta.
Infine la ragazza si diede la spinta con le mani per staccarsi dalla scrivania e girò bruscamente i tacchi. «Torno ai miei compiti, le invierò una mail nel caso di ulteriori aggiornamenti.»
«Va bene.»
Il professore incassò la testa tra le spalle quando la ragazza richiuse con forza la porta dietro di sé, facendola sbattere.
Tornato il silenzio assoluto nella stanza, Silva si lasciò andare esausto contro lo schienale della poltrona basculante e chiuse gli occhi. Si sentiva completamente svuotato e si chiese se in qualche modo la famosa prova del Monte del Principio in realtà non fosse ancora in corso; perché più quella logorante faccenda andava avanti, più lui stesso sentiva che qualcosa di vitale lo stava abbandonando.

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I quattro lupi danzavano, girando in tondo sotto il chiarore della luna piena insieme al loro fiore, la loro guida verso un luogo di pace che non avevano mai visto ma per cui provavano una profonda nostalgia; grazie a quel rito, una distesa infinita di fiori della luna si era rivelata di fronte a loro. Un cammino tracciato solo per loro.
«Kiba, promettile che la ritroverai», gli aveva chiesto la fanciulla di cui, però, non riusciva a mettere a fuoco il volto, nei suoi ultimi sussurri, prima di diventare essa stessa il seme che avrebbe rigenerato quel mondo.
E lui l'aveva promesso. Con tutto se stesso.
«Kiba...»
La sveglia suonò all'improvviso e Kiba si sollevò dal letto come se riemergesse di colpo da un lungo stato di apnea.
Attraverso le tapparelle della stanza ancora abbassate, dei freddi fasci di luce filtravano ed esaltavano il suo sguardo azzurro, ora contratto e disorientato.
Si passò una mano tra i lisci capelli color castano scuro, mentre cercava faticosamente di regolare il proprio respiro.
«Ancora quel sogno», disse tra sé e sé con voce rauca. Non si trattava di un incubo, ma di qualcosa di decisamente peggio. Qualcosa che lo faceva star male, perché gli mancava tremendamente ogni volta che la sveglia suonava e lui ne veniva bruscamente strappato via.
Cosa era quel luogo e quel preciso momento? Perché, pur non potendo vederla in volto, quella sconosciuta gli penetrava così a fondo l'anima?
L'acqua della doccia calda che gli batteva sulle spalle, riuscì ad alleviare parzialmente quello stato di inquietudine e insoddisfazione. Tuttavia, sapeva che quando si sarebbe riaddormentato, l'avrebbe sognata ancora.
«Ehilà, straniero!», lo salutò Tsume con il viso sporco di chiazze nere di grasso, così come lo era la sua salopette di jeans.
L'uomo era appena uscito da sotto un'auto, facendo scorrere il carrello da meccanico, e aveva una chiave inglese in mano.
Kiba lo salutò sollevando la mano e porgendogli un sorriso genuinamente amichevole.
«Come andiamo? È un po' che non ci vediamo», chiese lo studente universitario, avvicinandosi.
«Non mi posso lamentare. Con questa maledetta crisi, la gente preferisce riparare i vecchi rottami anziché comprare il nuovo... Il che significa più lavoro per me», rispose Tsume, muovendo le spalle e iniziando a massaggiarsi la spalla destra con la mano sinistra.
«E Toboe?»
«Il moccioso fa il suo dovere a scuola e cerca di stare il più possibile fuori dai guai, anche se c'è sempre qualcuno che ci prova a mettergli i piedi in testa.»
Kiba rise di cuore. «I bulli hanno decisamente trovato pane per i loro denti.»
«Esatto. Peccato che certi idioti confondano l'educazione con la sottomissione... E poi tra poco più di sei mesi compie diciassette anni, non è più così ragazzino.» Poi si mise una mano sul fianco e con l'altra gli puntò scherzosamente la chiave inglese. «Tu che studi queste cose all'università, magari potresti insegnargli a lanciare un paio di pugni come si deve.»
«Lo sai che la boxe è uno sport prima di tutto difensivo, e non si basa sulla violenza.»
«Non ho mica detto che deve utilizzare i compagni di classe come sacchi da boxe, ma preferisco di gran lunga che impari a farsi rispettare con le sue sole forze, anziché essere costretto a chiamare ogni volta il fratello maggiore.»
«Sei davvero tanto premuroso nei confronti del tuo fratellino, eh?», osservò Kiba sorridendo, colpito da quel lato così protettivo.
«Siamo solo io e lui», rispose Tsume, abbassando lo sguardo e facendosi leggermente più cupo in volto. «È mio preciso dovere prendermene cura.» Sospirò e poi risollevò il mento verso l'amico. «Comunque, non è ora che ti trovi qualche cliente? Potrebbe essere il primo della lista.»
«In realtà, potrebbe essere il secondo. Proprio ieri ho conosciuto un poliziotto un po' strano, ma non mi ha dato una cattiva impressione. Mi ha persino lasciato un suo biglietto da visita.»
Kiba si ricordò di averlo ancora infilato nella tasca della giacca, così lo tirò fuori con un gesto rapido per mostrarglielo.
«Hubb Lebowski», disse Tsume leggendo ad alta voce, per poi corrugare immediatamente la fronte.
«Lo conosci?»
«No, ma questo nome non mi è nuovo. Magari è passato di recente anche da queste parti per qualche controllo.»
«Ciao Kiba, che bello rivederti!», la voce di Toboe, allegra e solare come al solito, attirò subito l'attenzione di entrambi i ragazzi.
Toboe era appena ritornato da scuola, a giudicare dallo zaino pesante sulle spalle e dalle lievi occhiaie che gli rigavano il volto stanco.
I due si diedero la mano e poi si sfiorarono con le spalle; subito dopo, l'adolescente fece lo stesso anche con Tsume.
«Da quando abbiamo avuto quel brutto incidente ci sono state davvero poche occasioni per stare insieme, purtroppo», confermò Kiba. «Mi stava dicendo proprio ora Tsume che avresti bisogno di un allenatore; tu saresti d'accordo?»
Toboe si grattò la nuca, mostrando un leggero imbarazzo. «Ma no, non voglio darti disturbo, Kiba, so che hai i tuoi studi universitari da seguire.»
«Nessun disturbo, figurati.»
Toboe si strinse nelle spalle e rise piano, con sincerità. «Beh, ti confesso che non mi dispiacerebbe affatto diventare più forte, sicuramente a mia madre farebbe molto piacere.»
«Madre?», Kiba alzò un sopracciglio, mostrandosi sinceramente confuso e con un'aria interrogativa. Un'espressione smarrita che, nello stesso istante, si dipinse anche sul volto di Tsume.
Toboe drizzò la schiena all'improvviso, come se fosse stato percorso da una scossa elettrica. «Scusami, intendevo "Tsume", non so proprio perché mi sia uscita quella parola», rispose prontamente, per poi lasciarsi andare a una risata visibilmente nervosa.
Tsume sospirò scuotendo la testa. «Ottimo, ora sono diventato persino una mamma, buono a sapersi.»
In quel preciso momento, una voce femminile si fece sentire dall'esterno dell'officina, così Tsume si allontanò temporaneamente, per poi fare ritorno soltanto un paio di minuti dopo con un sorrisetto alquanto soddisfatto stampato sul volto.
«Queste sono decisamente le giornate di lavoro che mi piacciono.»
Tsume e Kiba si accigliarono all'unisono, guardandolo leggermente confusi.
«Una bella bionda come cliente, che ha appena tamponato», rispose lui divertito, mentre prendeva i moduli e i documenti necessari per la valutazione del danno al veicolo.
«Oh, beh! Sarebbe anche l'ora che ti trovassi finalmente qualcuno», disse Toboe, portando una mano al fianco e storcendo la bocca con fare provocatorio. «Almeno mi lasceresti studiare in santa pace a casa, invece di sentirti costantemente sbraitare contro le partite alla televisione.»
Tsume lo fulminò immediatamente con lo sguardo. «Allora fila a casa adesso, così avrai tutto il pomeriggio a disposizione per farlo. Non usarmi come scusa per battere la fiacca, ragazzino.»
«Non ti uso come scusa, è ve...»
«Dai, ragazzi, non iniziate anche stavolta», provò a dire Kiba per smorzare i toni, con una goccia di sudore che gli scendeva lungo la tempia e sollevando entrambe le mani con i palmi ben visibili. «Toboe, ti va se andiamo a fare due passi insieme, così tuo fratello può riprendere a lavorare in tranquillità?»
Toboe e Kiba si diressero allora fuori dall'edificio, iniziando fin da subito a parlare del più e del meno, accennarono un rapido saluto di cortesia agli altri colleghi meccanici e, chiaramente, evitarono di soffermarsi troppo a guardare i clienti in attesa.
«Toboe, quanto tempo! Quasi non ti riconoscevo, accidenti!»
Toboe, girandosi di scatto, chinò leggermente il capo e strizzò gli occhi, non riconoscendo affatto quella ragazza bionda sulla ventina che lo stava salutando calorosamente come se fosse un suo vecchio amico d'infanzia.
«B-buongiorno... Ci conosciamo?» domandò il ragazzo, visibilmente in imbarazzo.
Lei fece una smorfia contrariata, incrociando le braccia. «Va bene che Le Petit è chiuso da un bel pezzo ormai, ma non pensavo che ti dimenticassi così della tua amica Nadia.»
Toboe sbatté ripetutamente le palpebre, confuso; più la osservava con attenzione, più sentiva di non riuscire ad afferrare in quale luogo o circostanza l'avesse già vista prima di allora.
«Mi dispiace... Davvero, non ricordo.»
Ora era Nadia quella visibilmente confusa; lo osservò in silenzio per qualche istante e iniziò a tamburellare nervosamente con le dita sulla carrozzeria della sua auto rossa.
«Ti chiami Toboe, no?»
Lui annuì timidamente.
Nadia scoppiò improvvisamente a ridere di cuore. «Ho capito! Sei ancora imbarazzato per la questione del vestitino di Natale!»
«Che vestitino di Natale?!» Non seppe spiegarsi il perché, ma la voce gli uscì decisamente più stridula di quanto avesse voluto, e non riuscì a comprendere nemmeno il motivo per cui ora sentisse le proprie orecchie diventare improvvisamente roventi.
Nadia continuò a ridere divertita. «Il forte trauma ti ha del tutto rimosso il ricordo?» Poi la ragazza posò lo sguardo incuriosito su Kiba, che si trovava un passo dietro il giovane. «Uh, ma non mi presenti il tuo amico?» gli chiese, passandosi con fare civettuolo una mano tra i lunghi capelli biondi.
«Moccioso, sei ancora qui? Fila a casa, forza!» disse Tsume, uscendo un attimo dall'officina giusto il tempo di sollevare il cofano della vettura, per poi rientrare a prendere gli attrezzi necessari.
«E conosci persino quel bel fustacchione del meccanico!» Nadia era talmente entusiasta che sembrava quasi che la primavera fosse sbocciata all'improvviso tutto attorno a lei, nonostante il freddo.
«Beh... È mio fratello...», balbettò Toboe, sentendosi sempre più schiacciato dalla confusione.
Nadia inarcò stupita le sopracciglia. «Quindi alla fine hai ritrovato un parente di sangue, mi fa davvero molto piacere! In effetti avete una sfumatura di occhi simile e lo stesso cipiglio ombroso.» Chinò la testa di lato, riflettendo. «Quindi non è più stata necessaria quella pratica di adozione di cui si parlava.»
Toboe iniziò a sentirsi mancare l'aria e una forte sensazione di stordimento lo stava facendo sprofondare nel disagio più totale.
Kiba, notando tempestivamente che il ragazzino stava letteralmente vacillando sui propri piedi, gli posò con fermezza una mano sulla spalla per sostenerlo.
«Adozione? Ma di che cosa stai parlando? Forse hai sbagliato persona, siamo sempre stati solo io e mio fratello.»
Toboe sentiva come se la febbre gli stesse improvvisamente salendo.
«Dai, Toboe, basta giocare adesso.»
«Smettila tu, io non ti conosco!» sbottò all'improvviso l'adolescente con un tono rabbioso che lasciò del tutto spiazzato Kiba e congelò letteralmente sul posto Nadia.
Quest'ultima sembrò ora visibilmente irritata dalle sue parole. Strinse i pugni ed il suo volto si rabbuiò di colpo. «Va bene, chi ti conosce, okay! Salutami allora Misha, sempre se anche per lei non sono diventata una perfetta sconosciuta, dato che è tantissimo tempo che non si fa sentire.»
Detto questo, la ragazza andò ad abbassare con forza il cofano dell'auto e montò a bordo del veicolo, rimettendo in moto con un gesto secco, stizzito e rumoroso.
«Toboe... Toboe!», provò a chiamarlo Kiba, ma il ragazzino non rispondeva in alcun modo, fisso sul posto.
«Uhm? Perché se ne è andata via così di fretta?» chiese Tsume, comparendo sulla soglia con un grande punto interrogativo stampato in testa e stringendo in mano gli attrezzi che gli sarebbero serviti per controllare l'auto.
Kiba spostò lo sguardo preoccupato su quest'ultimo e scosse debolmente il capo. «Non lo so, credo avesse semplicemente sbagliato persona o forse Toboe non l'ha riconosciuta e lei si è offesa.»
«Eh? Mi hai fatto perdere una cliente solo per questo? Non ti ho forse già detto un sacco di volte di fare buon viso a cattivo gioco nelle situazioni complicate?»
«Tsume», disse improvvisamente Toboe, continuando a dargli le spalle. Le sue braccia erano tese e rigide lungo i fianchi e il corpo gli tremava leggermente. «Il nome Misha... Ti dice qualcosa?»
Kiba era tornato a focalizzarsi su Toboe quando quest'ultimo aveva finalmente parlato, ma saltò sul posto nel sentire il rumore sordo e metallico degli attrezzi lasciati cadere di colpo a terra da Tsume. Lui stesso era caduto in ginocchio sul pavimento, a causa delle gambe che di colpo avevano perso ogni forza, cedendo di schianto.
«Tsume!»
Lo sguardo dell'amico dai capelli grigi tremò vistosamente; era come se stesse guardando un punto fisso di fronte a sé, ma in realtà la sua mente stava andando ben oltre lo spiazzo dell'officina.
«Io... Io...»
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Quando Kiba tornò a casa, era più sconvolto che mai. Lo aveva fatto barcollando lungo la strada e quasi andando a tentoni, come se quel misterioso episodio avvenuto nel pomeriggio lo avesse scosso fin nel profondo dell'anima.
Non aveva la benché minima idea di chi fosse questa Misha, eppure Toboe e Tsume ne erano stati profondamente, inspiegabilmente segnati. Al punto che Tsume era stato costretto a staccare molto prima dal lavoro, da non essere più minimamente in grado di proseguire i suoi compiti all'officina.
A dire il vero, nemmeno loro due avevano idea di chi stesse parlando quella bionda di nome Nadia; eppure, la sola evocazione di quel nome aveva causato a Toboe un improvviso pianto isterico, impossibile da frenare.
Forse il caos globale che stava avvenendo nel resto del mondo li stava sconvolgendo tutti quanti molto più di quanto volessero credere, e in qualche modo quel nome era legato a qualcuno che, tuttavia, non riuscivano affatto ad inquadrare nella mente. Anche se Freeze City viveva apparentemente protetta in una solida bolla di vetro, con la giusta pressione essa si poteva infrangere in un qualsiasi momento.
Si buttò sul letto quasi a peso morto, senza nemmeno togliersi i vestiti di dosso. Era completamente esausto e, nel giro di pochi secondi, si addormentò profondamente.
Fu come sprofondare di colpo in un pozzo buio e senza fine, all'interno del quale si sentiva del tutto smarrito. E, proprio come nel sogno della mattina precedente, respirava a fatica.
«Kiba...»
Di nuovo quella voce così melodica e carica d'affetto, proveniente da un punto infinitamente lontano nel buio.
«Devi ritrovarmi, Kiba, me lo hai promesso.»
«Te l'ho promesso?», rispose lui nell'oscurità del proprio inconscio, come il debole sussurro di un'eco*.*
Due occhi rosa su sclera nera apparvero all'improvviso, fluttuando di fronte a lui. Non mostravano un intento minaccioso, ma apparivano al contrario colmi di una disperata speranza. Chiedevano aiuto.

Kiba si risvegliò di soprassalto, madido di sudore. Nello stato d'incoscienza del sonno doveva essersi agitato violentemente, perché la lampada da comodino era stata gettata a terra, così come il cellulare, i cuscini e tutte le coperte.
Il petto si alzò e si abbassò in spasmi del tutto irregolari. Era successo qualcosa. Qualcosa di infinitamente grande che non avrebbe mai e poi mai dovuto dimenticare.
Questa volta non aveva semplicemente sognato solo quella misteriosa fanciulla con cui lui, in forma di lupo, danzava felice. No, adesso era certo che lei fosse chiaramente bisognosa di aiuto... E ora sapeva anche associare un nome preciso a quel volto sfocato. Era sorto all'improvviso dentro di lui, proprio come lo sbocciare spontaneo di un fiore.
«Cheza...», il nome gli affiorò dalle labbra con naturalezza.
Quando sollevò le palpebre, fissando il soffitto della stanza con aria ancora profondamente disorientata, i suoi occhi umani erano mutati in quelli dorati e selvaggi del lupo.
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