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«Nel tempo del grande inverno, quando la terra sarà intrappolata nel ghiaccio, il lupo azzannerà la luna e il cielo si tingerà del rosso del crepuscolo finale.»
Il vento arrivò come un respiro eterno che spense i colori del mondo.
I vecchi saggi di Midgard lo chiamavano Fimbulwinter, il Grande Inverno, la prima tessera del domino che avrebbe portato al crollo di Yggdrasil, l'albero del mondo.
All'inizio, gli uomini pensarono a una stagione sfortunata. Ma l'estate successiva semplicemente non arrivò. Il sole sorgeva pallido, privo di calore, una moneta d'oro sbiadita in un cielo di cenere. La neve cadde ininterrottamente da ogni direzione, spinta da venti gelidi che graffiavano la pelle come lame di ferro. Per tre anni interi, il mondo rimase intrappolato in questa morsa di ghiaccio, senza che un solo raggio di sole riuscisse a baciare la terra.
Nelle sale riscaldate dai focolari, le riserve di cibo finirono presto. Con la fame, svanì anche l'umanità. I legami di sangue si spezzarono: i fratelli iniziarono a combattersi per un pezzo di pane, i padri abbandonarono i figli nel buio bianco, e la violenza divenne l'unica legge rimasta. La terra divenne un immenso cimitero silenzioso, coperto da un sudario di neve.
Poi, l'oscurità cercò il colpo di grazia.
Nelle foreste di ferro, i lupi mitologici che inseguivano i corpi celesti da millenni trovarono la forza per il balzo finale. Il lupo Sköll spalancò le fauci e inghiottì il sole ormai debole. Ma fu suo fratello, Hati, a compiere l'atto più terribile: raggiunse la luna.
Quando i denti del lupo affondarono nel cuore d'argento del cielo, la luna non si spense subito. Cominciò a sanguinare.
Gli ultimi uomini rimasti sulla terra, tremanti nelle loro pellicce tra le rovine di un mondo congelato, alzarono gli occhi. Nel silenzio di una notte senza fine, videro una luna rossa come il sangue illuminare lo spettrale deserto di ghiaccio sotto di loro. Non era una luce che scaldava, ma un presagio di morte. Quel riflesso cremisi sulle distese bianche era il segnale che i confini della realtà si stavano spezzando.
Il ghiaccio aveva imprigionato la terra, la luna di sangue aveva cancellato la speranza. Le catene dei mostri si spezzarono, i mari si gonfiarono di onde gelide e, sotto quel cielo scarlatto, il Ragnarök ebbe inizio.
- Memorie di un mondo antico
Ottobre.
Freeze City era la solita, grigia Freeze City, nonostante moltissime cose fossero radicalmente cambiate nel giro di meno di un anno. Restava una metropoli caotica, in cui persino la notizia dei missili che avevano devastato alcuni edifici storici della città era diventata presto cronaca vecchia; laddove un tempo c'erano soltanto fumo e macerie, ora sorgeva un memoriale eretto in onore delle vittime.
Toboe era in gita scolastica insieme alla sua nuova classe. Da quando aveva avuto quel terribile incidente, lui e suo fratello Tsume avevano perso parzialmente la memoria; tuttavia, grazie al tempestivo intervento del loro benefattore, il professor Quentin Silva, si erano rimessi presto in piedi. Il ricercatore, inoltre, era stato così generoso da trovare persino un impiego stabile al fratello maggiore.
Con un misto di curiosità e profondo rispetto, l'adolescente scattava fotografie al lastricato di marmo scuro su cui erano incisi i nomi dei defunti, utilizzando la sua macchinetta usa e getta.
«Toboe, vieni, dobbiamo andare a prendere il pullman», gli disse l'insegnante, richiamandolo all'ordine da lontano.
Toboe si sistemò meglio la scoppoletta arancione sulla testa e rispose con un cenno, allontanandosi dal monumento.
Il veicolo scolastico era stato parcheggiato in una traversa adiacente all'orfanotrofio comunale. Anche quel grande edificio era stato recentemente ristrutturato, in particolare l'ala che era crollata a causa dei bombardamenti; la differenza cromatica tra i mattoni vecchi e quelli nuovi era evidente.
«E muoviti, imbranato!», si lamentò un compagno di classe dandogli una brusca spinta da dietro, vedendolo rimanere incantato a osservare quel punto esatto della facciata e bloccando, di fatto, la fila per salire sul pullman.
Toboe reagì con uno scatto felino, afferrando il ragazzo per il bavero della giacca. Si era fatto decisamente più alto e slanciato in quel periodo, e anche i muscoli delle braccia si erano rafforzati visibilmente, nonostante non si dedicasse a nessun tipo di allenamento particolare.
A parte quel gesto istintivo, tuttavia, il giovane non fece nient'altro, se non fissarlo intensamente dritto negli occhi.
Il compagno di classe divenne immediatamente bianco come un lenzuolo, come se fosse bastato quell'unico, schiacciante e animalesco sguardo a rimetterlo al suo posto.
«Scusate», disse Toboe con assoluta calma, per poi mollare la presa, voltarsi e salire con passo leggero gli scalini del mezzo.
La città era ancora letteralmente sommersa dai fiori della luna, nonostante i continui tentativi da parte degli esseri umani di rimuoverli. Quello sradicamento era ormai diventato una sfida dai tratti febbrili: il chiaro segno che l'umanità non aveva alcuna intenzione di cedere a ciò che stava diventando inevitabile, benché il destino biologico del pianeta apparisse ormai segnato.
La comunità scientifica era arrivata a dichiarare che, con ogni probabilità, l'unico modo per sperare di sopravvivere a lungo termine fosse quello di spostarsi in massa verso l'entroterra; una prospettiva che scatenò non poche e violente polemiche, sia in ambito politico sia sociale.
Per quel poco che si poteva fare in una simile situazione d'emergenza, Freeze City si era così racchiusa in una sorta di bolla, la quale cercava faticosamente di tenere a bada i cittadini e garantire loro almeno una parvenza di quotidiana normalità.
Molte attività commerciali erano state riaperte e gran parte della popolazione aveva ritrovato un impiego. Persino le università avevano ripreso le proprie regolari attività in presenza, e il nuovo anno accademico era cominciato senza intoppi già da un mese.
Kiba era regolarmente iscritto al primo anno presso la facoltà di Scienze Motorie, e seguiva ogni lezione con grandissima attenzione e dedizione. Era riuscito presto a farsi dei buoni amici, nonché persino qualche ammiratore per via del suo bell'aspetto, miscelato a una costante e magnetica aura di mistero. Tuttavia, i suoi personali obiettivi erano ben fissati nella mente e il ragazzo non si sarebbe concesso la benché minima distrazione... Inoltre, dentro il suo petto era sempre presente una sorda e costante insoddisfazione, che cercava inutilmente di sfogare prendendo a pugni il sacco da boxe nel suo appartamento. Ogni singolo sguardo che incrociava per i corridoi dell'ateneo tendeva sempre a soffermarsi sulle persone, come se cercasse disperatamente qualcosa. O, per meglio dire, un'anima precisa. Ma quel volto non era mai quello di chi veramente si aspettava di ritrovare.
Tsume, dal canto suo, possedeva un talento del tutto naturale per la meccanica. Il suo capo, che lo aveva assunto attraverso le ottime referenze fornite dal professor Quentin Silva, non si era affatto pentito di aver dato fiducia a un uomo dall'aspetto da teppista e con già trent'anni d'età sulle spalle. Il giovane si metteva costantemente in gioco, cercando di imparare in fretta e di migliorarsi ogni giorno. Che si trattasse di automobili complesse o di motociclette, era come se per lui i motori fossero un libro aperto. Inoltre, il fatto che fosse un tipo estremamente risoluto e d'impatto faceva sì che i clienti ci pensassero sempre due o tre volte prima di provare a fare i furbi con lui.
«Hige, il pranzo!», esclamò Blue ad alta voce, mentre lui e il compagno per l'ennesima volta in quella settimana erano usciti di corsa dall'appartamento pur di non fare tardi al lavoro.
«Aaah, il mio angelo custode!», rispose Hige, voltandosi e tornando di fretta sui suoi passi per quanto la rigida divisa ufficiale glielo permettesse, rischiando quasi di perdere il berretto d'ordinanza lungo la via.
Blue, dal canto suo, indossava già l'uniforme de "Il Fiore Bianco", composta da una camicia pulita, pantaloni marroni e un foulard rosso elegantemente annodato al collo. Con le mani saldamente piantate sui fianchi, la ragazza sbuffò vistosamente. «Tra la tua disciplina militare e il tuo alto QI, dovresti essere proprio tu quello responsabile tra noi due.»
«Shtereotipi, sholo shtereotipi», si giustificò lui con il sacchetto del pranzo stretto nella mano destra e un grosso biscotto al cioccolato infilato in bocca. Con la scusa di rientrare in casa, infatti, ne aveva subito approfittato per concedersi un piccolo sfizio goloso.
Blue sospirò, scuotendo la testa. «Il professor Silva ci tirerà le orecchie anche oggi per il ritardo.»
Hige buttò giù il boccone, deglutendo rumorosamente, per poi rivolgerle uno dei suoi soliti sorrisi contagiosi. «Tu allora gli mostrerai quei begli occhioni azzurri, sinceramente dispiaciuti, e lui ci perdonerà ancora una volta... Ora possiamo andare davvero.»
Si chinò rapidamente verso di lei e le diede un bacio del tutto spontaneo sulla guancia.
Blue arrossì leggermente sulle gote, mentre un sorriso infinitamente dolce e sereno affiorava sulle sue labbra.
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(ウルフズ・レイン [Wolf's Rain] - Moonlight Crucible Ep.26 [Piano Cover] https://youtu.be/dJ7ZGLEpSCI?si=8Vumri4GHqoXGZH_ )
Misha e Cheza si fissavano intensamente all'interno della penombra. La prima mostrava uno sguardo stanco e parzialmente spento, mentre l'altra appariva profondamente rattristata da quella situazione.
Le pesanti tende della camera erano completamente tirate e soltanto la luce soffusa della sfera sospesa emanava riflessi tremolanti, i quali si depositavano sul pavimento di marmo scuro e sul volto diafano della ragazza.
«Misha, sei ancora in tempo. Ripensaci, lei ti prega», le disse mentalmente la fanciulla fiore, proiettando il proprio pensiero in quello dell'alleata.
«Ormai ho preso la mia decisione. Nel momento esatto in cui il portale si aprirà, esprimerò il mio ultimo desiderio; esso genererà un ritorno karmico positivo e annullerà una volta per tutte questo ciclo di distruzione.»
«Ti perderanno per sempre... Toboe, Tsume e tutti gli altri...»
Una lacrima solitaria affiorò dall'occhio destro di Misha e cadde a terra, picchiettando sul pavimento come una piccola gemma preziosa.
«Ma almeno saranno vivi...», sospirò l'angelo. «Per quanto Darcia si sia macchiato di crimini del tutto indicibili, per me rimane sempre quel piccolo bambino indifeso che si aggrappava alle mie vesti, chiedendomi di leggergli una storia in più.» Un velo di dolcezza le solcò i lineamenti non appena quel lontano ricordo le sfiorò la mente.
Improvvisamente, il cercapersone che Misha teneva agganciato alla cintura vibrò a scatti: suo fratello Darcia stava richiedendo la sua presenza nel salone principale.
La giovane cliccò il pulsante laterale per azzittire il dispositivo e sospirò di nuovo, raddrizzando la schiena.
«Ora devo andare... Mi dispiace per averti chiesto così tanto, pretendendo che tu smettessi di cantare e di richiamare il branco a Freeze City... Ma ti prego, Cheza, sii dalla mia parte un'ultima volta.»
Cheza, in segno di muto assenso, chinò lentamente in avanti il capo e socchiuse gli occhi color magenta.
Misha fece lo stesso, poi si voltò con decisione e uscì dalla stanza, richiudendosi la porta alle spalle.
«Lei è ancora dalla tua parte...», sussurrò la fanciulla fiore nel silenzio della camera vuota, «...Ma non è soltanto con te che ha stretto un patto segreto...»
Il suono del pianoforte si diffondeva con note lente e grevi lungo il corridoio di quel castello, caratterizzato da pareti e colonne scure in perfetto stile gotico. Era una melodia dai tratti opprimenti, eppure intrinsecamente solenne: anticipava un destino già scritto e del tutto inevitabile.
«Ah, Misha, eccoti qua», disse Darcia, sollevando una mano pallida verso di lei per accoglierla non appena la ragazza lo raggiunse nel grande studio.
Era proprio il nobile a premere i tasti dello strumento, e interruppe l'esecuzione nell'istante esatto in cui lei fece il suo ingresso nella stanza.
«Come posso esserle d'aiuto?», chiese Misha, sforzandosi di mostrargli uno dei suoi soliti, lievi sorrisi di cortesia.
Quest'ultima non poté fare a meno di notare con una stretta al cuore come le guance dell'uomo fossero spaventosamente scavate e il viso tirato. Persino i suoi lunghi capelli, per quanto fossero ben pettinati ordinatamente, avevano perso gran parte della loro naturale lucentezza e del loro volume. Darcia si stava letteralmente consumando dall'interno, ma della propria integrità fisica e mentale sembrava non importargli più nulla. Era come se anche quel drammatico aspetto della sua condizione si stesse ripetendo inesorabilmente.
Nemmeno i genitori di questa sua attuale incarnazione terrena facevano qualcosa per supportarlo o salvaguardarlo. Man mano che il giorno fatidico incombeva, essi rivelavano la loro vera, cinica natura, plasmata dalla medesima bramosia che aveva accecato l'uomo quando si trovava ancora nella sua fase astratta.
Ciò che Darcia aveva realizzato quando era nel pieno di quel delirio e dell'avvelenamento karmico gli si stava rivoltando ferocemente contro, come se il suo corpo avesse ormai raggiunto il culmine massimo di sopportazione. Ora non gli rimanevano che le sole ultime, disperate forze, necessarie per compiere quell'estremo atto che lo avrebbe finalmente portato a riabbracciare la sua tanto amata Hamona.
«Volevo fare due passi con te, mostrarti un'ala del castello che ti è ancora sconosciuta. Insieme stiamo per fare la storia, quindi credo sia importante che tu sappia qualcosa di più sulle nostre origini.»
Misha lo guardò per un attimo, stupita, ma mantenne un'espressione dolce. Ormai il suo corpo reagiva in automatico, come se si muovesse prima ancora di pensare. Forse, inconsciamente, stava cercando anche lei di dimenticare ciò che era e cosa stesse facendo davvero, così che suo fratello potesse provare per lei solo fiducia e l'illusione che fosse ancora lui il burattinaio di quella storia.
Lo seguì rimanendo appena a un passo dietro di lui, mentre l'uomo la conduceva attraverso corridoi che fino a quel momento le erano sempre stati preclusi, fino a raggiungere infine un'alta porta di legno scuro.
Darcia girò la chiave d'ottone nella toppa e l'uscio si spalancò, emettendo un sommesso cigolio.
Quella zona dell'edificio appariva completamente disabitata; forse ad essa avevano accesso soltanto i domestici più fidati per fare le pulizie, data la totale assenza di polvere e la cura con cui erano tenute le pesanti tende di broccato scuro.
I loro passi riecheggiarono sul marmo scuro e lucido della pavimentazione, mentre le luci calde dei candelabri di cristallo illuminavano a sprazzi il loro passaggio.
Disposti lungo le pareti c'erano diversi quadri di famiglia e, tra di essi, spiccava anche quello di Darcia nella sua versione da bambino. Indossava una camicia bianca immacolata e un pantaloncino marrone, calze bianche alte fin sotto le ginocchia e scarpette nere lucide e laccate. I capelli corvini erano lunghi fino a toccare le spalle e gli occhi apparivano già eterocromi, ma ancora del tutto privi della spettrale sclera nera. Era ritratto seduto su una sedia di velluto rosso, con il gomito sinistro sollevato e appoggiato a una colonna di pietra bianca. Accennava un lieve sorriso; gli occhioni innocenti del piccolo erano ancora del tutto inconsapevoli del tragico e oscuro retaggio che avrebbe ereditato.
«Che cos'hai, Misha?», chiese Darcia, sollevando appena un sopracciglio nel notare il turbamento della ragazza.
Misha scosse debolmente il capo e si passò rapidamente le mani sulle guance per asciugarsi le lacrime prima che lui potesse vederle.
«Ha un'aura così incredibilmente diversa, in questo quadro.»
Darcia poggiò la mano sinistra sulla spessa cornice dorata del dipinto e il suo sguardo si fece leggermente più intenso, quasi assente. «Già», ammise lui con un filo di voce. «A volte mi chiedo se questo fosse il mio vero io, poi avvelenato da un parassita, o semplicemente un involucro fittizio che si stava autoproteggendo perché non desiderava affatto conoscere la sua vera, mostruosa natura.»
«Perché parli di un parassita?», chiese Misha accigliata, colpita da quella metafora.
Darcia abbassò lo sguardo plumbeo verso di lei e le rivolse un sorriso che, tuttavia, tradì una profonda e radicata malinconia. «Nulla di importante. Solo vecchie storie di fantasmi del passato. Non siamo qui per questo.»
Proseguirono lungo il corridoio, fino a giungere a una porta più discreta; tuttavia, anch'essa era chiusa a chiave.
Misha fece un involontario passo indietro, colta da un profondo stupore, quando una volta superata la soglia si presentò di fronte a lei l'immagine di un grande albero spoglio, illuminato dall'alto da un lucernario sul soffitto e da faretti direzionali che proiettavano nitidi fasci di luce bianca.
«È il germoglio che hai rinvenuto al sito in cui è avvenuto il vostro incidente», spiegò Darcia, per poi posarle con delicatezza una mano sulla spalla. «Spero di non turbarti o spaventarti, mostrandotelo.»
Misha abbassò per un istante lo sguardo, sopraffatta dall'emozione. «Lo abbiamo cercato per così tanto tempo, ma infine sembra che sia stato proprio lui a trovare noi.»
«Spesso andiamo alla disperata ricerca di luoghi incredibilmente lontani, scaliamo montagne impraticabili o attraversiamo oceani in tempesta, solo per scoprire alla fine che il vero luogo che stavamo cercando era semplicemente dentro noi stessi.»
«"Camminare" di Henry David Thoreau?», domandò la ragazza, riconoscendo il passo filosofico.
Darcia le rivolse un sorriso colmo di sincera ammirazione. «Si vede che anche tu, esattamente come me, possiedi una grandissima passione per la lettura.»
«"Qualcuno" ci definirebbe dei nerd, al riguardo», rispose la giovane, contraccambiando l'accenno di sorriso.
«Cheza al momento è gravemente debilitata: i cataclismi e le ferite del mondo esterno si stanno riversando anche dentro di lei, e per questo sta appassendo. Tuttavia, grazie alla straordinaria forza vitale dell'Albero del Principio, ritroverà presto il suo vigore.»
«Se ho compreso bene, si tratta di un miracolo giunto intatto da un'altra epoca cosmica.»
Darcia la invitò ad avanzare ulteriormente con un fluido gesto della mano, conducendola verso una parete di marmo bianco su cui era stato realizzato un complesso mosaico con altri marmi di diversi colori.

Il grande bassorilievo sembrava raccontare una storia antica quanto il mondo, ma scritta in un linguaggio che nessuno ricordava più.
A sinistra, all'interno di una figura triangolare composta da cerchi e linee intrecciate, si intuivano i simboli della creazione: sfere perfette sospese in equilibrio, come pianeti, lune o forse idee ancora prive di forma. Era l'ordine primordiale, il momento in cui ogni cosa esisteva soltanto come possibilità.
Al centro dominava una gigantesca ruota solare. I suoi raggi si aprivano verso l'esterno come le ali di una macchina celeste, mentre il disco centrale, scolpito con ingranaggi e motivi astrali, evocava il movimento eterno del tempo. Non era semplicemente un sole: era il cuore stesso del mondo, il meccanismo invisibile che governava il susseguirsi delle ere.
Accanto ad esso si innalzava una montagna monumentale. Le sue linee severe salivano verso l'alto come gradini infiniti, ricordando una torre, una piramide o forse un sentiero spirituale. Guardandola si aveva l'impressione che rappresentasse l'ascesa dell'umanità o di qualche altra società formata da esseri senzienti: il desiderio di raggiungere ciò che si trova oltre il cielo.
Più avanti, dal marmo emergeva una figura slanciata simile a un germoglio o a un uccello in procinto di spiccare il volo. Dalle sue basi sgorgavano forme fluide, quasi fossero acque sacre che alimentavano la vita. Dopo la montagna, dopo la fatica dell'ascesa, arrivava la rinascita.
Sulla destra compariva un secondo triangolo, ma questa volta popolato da stelle e da una grande ruota dentata. Il linguaggio della natura lasciava spazio a quello della conoscenza. Era il simbolo dell'ingegno, della tecnica e della capacità di comprendere i segreti dell'universo. Le stelle sopra di esso suggerivano che la ricerca della verità non si fermava alla terra, ma proseguiva fino al cosmo.
Infine, all'estremità del pannello, archi concentrici e strutture geometriche si susseguivano come città, portali o dimensioni sovrapposte. Sembravano indicare il traguardo del viaggio: una civiltà giunta a comprendere le leggi che regolano il mondo e capace di attraversare confini che per altri sarebbero rimasti invisibili.
Osservato nel suo insieme, il rilievo appariva come una cronaca simbolica dell'esistenza: dalla nascita dell'universo alla conquista della conoscenza, passando attraverso il tempo, la crescita, il sacrificio e la trasformazione. Non raccontava la storia di un popolo soltanto, ma quella di ogni essere che abbia mai alzato lo sguardo verso le stelle chiedendosi quale fosse il proprio posto nel grande disegno del mondo.

Misha si avvicinò alla parete con lo sguardo corrugato e Darcia non mancò di studiarla attentamente in silenzio, mostrando un'espressione del tutto simile.
«È la storia dei nostri più antichi avi. Dei Creatori originali, come narrano le leggende», spiegò lui, incrociando le braccia al petto. «Fu grazie a questa memoria ereditata dal sangue che mio nonno fece realizzare quest'opera. Il disegno gli venne mostrato direttamente in sogno.»
«Mi chiedo quanti cicli si siano susseguiti nel corso dei millenni, e quante distruzioni», disse Misha con voce soffusa, mentre la punta delle sue dita scorreva lenta sulla superficie gelida della parete.
«Proprio per questo, noi che siamo stati scelti guideremo tutti verso una nuova era. Ora che hai finalmente trovato il tesoro che cercavamo, tra pochissimi giorni condurremo nel Rakuen chiunque sia rimasto degno.»
Misha dovette continuare a dargli fermamente le spalle, sebbene la mano posata sul marmo bianco avesse iniziato a tremare vistosamente. Nel momento esatto in cui Darcia aveva pronunciato quell'ennesima, calcolata menzogna, i tratti mutati della lupa erano riemersi sul suo volto umano. Per un istante, l'istinto le gridò di saltargli direttamente alla gola, lì, in quel preciso momento; ma sapeva che un simile atto impulsivo avrebbe condannato per sempre tutti gli altri lupi, imprigionandoli in un mondo ormai prossimo al collasso termico.
Fortunatamente, Darcia era talmente concentrato sulla propria brama da non rendersi conto di quella momentanea alterazione fisica.
«Le persone d'alto lignaggio che si presenteranno al ballo ufficiale sono al corrente di tutto questo?», chiese la ragazza a un certo punto, cercando di stabilizzare il tono di voce.
«Mi hanno aiutato attivamente a realizzarlo», rispose lui in modo distaccato.
«E in che modo?»
Darcia non rispose subito, mantenendo lo sguardo fisso sul mosaico. «Facendo il proprio dovere.»
Misha voltò parzialmente il capo verso di lui, ora che le sclere nere e i canini affilati si erano ritirati del tutto sotto la pelle, permettendole di guardarlo dritto in faccia. «Ma non causando un conflitto mondiale per cui la necessità di riaprire il portale per il Rakuen è inevitabile. Non è così?»
Darcia assottigliò lo sguardo. Troppo facilmente tendeva a pensare che Misha fosse una sprovveduta, solo perché con lui aveva sempre un atteggiamento riservato e gentile.
«Credevo di avere ormai la tua più totale fiducia. Altrimenti non mi avresti seguito, fino adesso. Dico bene?», fece una breve pausa, studiata. «Toboe e Hige sono persino morti, per aiutarti.»
Misha contrasse la mascella. Se avesse avuto ancora l'Amnesia, quelle parole le avrebbero lacerato la mente.
Abbassò lo sguardo, così da far credere all'uomo di aver fatto centro. «Anche loro li ritroveremo, giusto?», chiese con un filo di voce. «Sono rinati una volta, perché non dovrebbe ricapitare?»
Darcia si avvicinò a lei. Le prese con calma il polso sinistro al quale era infilato il bracciale ad anelli viola e le estrasse da sotto la camicia marrone la collanina argentata con la rosellina rosa. «Se li porterai nel tuo cuore, è così che andrà.»
Il labbro di Misha tremò e improvvisamente l'abbracciò. Darcia, colto di sorpresa, rimase fermo, con le braccia piegate a metà. Ma poi, come colto da un calore che proveniva dall'ignoto del suo sé, piegò in avanti le spalle e contraccambiò il gesto.
Le motivazioni delle loro scelte erano opposte, ma in quel momento non erano altri che due fratelli ritrovati.
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La porta della sala con cui poter parlare con i visitatori dei detenuti, si aprì anticipata dalla suono sordo del meccanismo di sblocco.
Hubb vide Cher, con in dosso una tenuta arancione, varcare la soglia. Aveva un'espressione tranquilla, seppur leggermente accigliata. Lo chignon non era più curato come una volta e la pelle leggermente secca suggeriva che neanche la skin care era una priorità dietro le sbarre. Ma al capitano tutto questo non importava di certo, per lui rimaneva bellissima in ogni circostanza.
«Come stai?» Chiese Hubb, alla cornetta, non appena Cher si sedette alla scrivania e la prese a sua volta.
Cher fece spallucce. «C'è qualche bulla che crede di mettermi i piedi in testa, ma sto dimostrando loro che la secchiona con gli occhiali non è un tipetto gracilino come credono.»
Hubb sorrise. «Mi sembra ieri, quando senza alcuna esitazione ti sei messa a rincorrere quello scippatore. Se non ti avesse colta alla sprovvista, sono certo che quei due pugni glieli avresti assestati tu stessa.»
Cher cercò invano di sopprimere una risata. «Sono pur sempre la moglie di un poliziotto, no?»
«Perciò te la stai cavando? Il tuo avvocato che dice?»
La donna appoggiò la schiena allo schienale della sedia e sospirò. «Che vuoi che dica? Fino a prova contraria, quella cassetta era a nome mio e gli avvocati di Darcia stanno cercando di ribaltare la situazione, accusando me di essere la mandante di tutto.»
«Ma sei te la sua dipendente.»
«Provengo anche io da una famiglia facoltosa ed influente, avevo i mezzi, i contatti, c'è il ragionevole dubbio che abbia sfruttato le risorse del mio signore.»
«Non chiamarlo così.» Si affrettò a rispondere Hubb, rabbuiato. «Lui non è che un riccone come tanti altri, non il signore della terra e tu non sei la sua schiava.»
«Vecchie abitudini.»
Hubb scosse il capo e sospirò. «Hai sentito i tuoi genitori?»
«Sono loro che mi pagano l'avvocato, ma solo per facciata. Per il resto... Io sono morta per loro.»
Hubb premette una mano sul velo e digrignò i denti. «Invece sei qui e sei viva e vedrai, ti tirerò fuori da qui in qualche modo.»
Cher abbassò lo sguardo e la voce, «sai bene che non puoi continuare le indagini, se ti mostri coinvolto sentimentalmente. In questa vita non siamo nemmeno sposati. Non devi metterti nei guai per me.»
«Sai che lo farò sempre.»
Cher gli sorrise, con occhi colmi di amore. «Sei qui solo per una visita di cortesia o anche per altro?»
«Sono qui per un sogno...»
Le immagini presenti in questa storia sono generate tramite strumenti di intelligenza artificiale e hanno esclusivamente finalità illustrative. Non rappresentano materiale ufficiale e non sono destinate a diffusione o utilizzo al di fuori di questo contesto.