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Creato il 29/07/2026, 20:40 · Aggiornato il 16/08/2026, 14:14

Capitolo 54: Racconti delle anime - Parte 9

@ladyele1991LadyEle1991
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  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Morte
  • Sangue
  • Violenza
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Antico mondo

Nella stanza del piccolo Darcia, tra opulenza e balocchi, Lady Misha come ogni sera leggeva fiabe e favole appartenenti a quella realtà e ad altre ancora, che i loro avi avevano collezionato e portato con sé nei viaggi interdimensionali.

Ce n'erano molte a cui il bambino era particolarmente affezionato, e se le faceva rileggere ogni volta, mentre i suoi grandi occhi eterocromi, ancora legati all'innocenza, attraversavano valli, laghi e montagne. Affrontavano draghi e salvavano principesse.

Lady Misha gliele leggeva senza mai stancarsi.

Aveva voluto bene a quel fratellino fin dai suoi primi vagiti. E quando le fu porto tra le braccia, ciò che provò non fu stupore... ma un profondo senso di ritrovamento.

Anche per Darcia quella sensazione era stata quasi istantanea e, forse, la sorella maggiore era l'unica che nel guardarlo non si soffermasse prima di tutto sulla sua maledizione, causata dal nonno.

«... Così Hansel e Gretel, dopo aver gettato la strega nel forno e trovato grandi ricchezze, fuggirono dalla casetta di marzapane e nel bosco incontrarono un'anatra bianca che li aiutò ad attraversare il fiume. Tornarono a casa e il loro padre li riaccolse con grande affetto.»

«E vissero tutti felici e contenti!», concluse Darcia entusiasta.

Lady Misha sorrise, annuì e si preparò, come sempre, alla miriade di domande che il bambino aveva in serbo per lei**.**

Perché la casetta era di marzapane?

Se la strega aveva così tanta fame, perché non mangiava la sua stessa casa?

Alla fine la ragazza si lasciò andare a una risata argentina**. «Ma Darcia, tu non devi prendere alla lettera questi racconti!»**

Darcia chinò la testa di lato, non comprendendo.

«Chi li ha scritti, in realtà, voleva trasmettere altro», spiegò lei con calma. «Come i nostri precettori ci hanno insegnato, la realtà non è mai quella che appare a colpo d'occhio... Lo stesso vale per queste fiabe.»

«E quindi c'è una fiaba nella fiaba?», chiese il bambino accigliato.

«Possiamo dire così», rispose la sorella. «Per esempio, il bosco rappresenta il nostro inconscio — quella parte di noi che è presente, ma di cui non sempre siamo consapevoli. Fa paura, ma bisogna affrontarlo per crescere. Se non lo si dovesse fare, si rischierebbe di rimanere intrappolati in una gabbia, proprio come Hansel, e finire prima o poi divorati da esso.»

Darcia fece una "O" con la bocca. «E i sassolini bianchi? E la strega?»

«Beh, i sassolini rappresentano quelle scintille di ragione che permettono di non perdersi nell'oscurità dell'inconscio. La strega, invece, anch'essa è la rappresentante delle nostre paure più grandi e della nostra rabbia. Hansel e Gretel riescono a sconfiggerla solo perché uniscono le loro forze: Hansel usa l'astuzia, come l'ossicino per ingannare la vecchia, e Gretel usa il coraggio, dandole la spinta nel forno. Questo ci insegna che dentro ognuno di noi c'è una parte che pensa logicamente e una parte che sente con il cuore; quando lavorano insieme, possiamo superare qualsiasi ostacolo.»

«Quindi hanno superato le loro paure e hanno unito le forze, per questo riescono a tornare a casa?»

«Sì, col dono prezioso della saggezza, hanno attraversato il fiume di una nuova consapevolezza e così si sono potuti riunire ai loro cari.»

In quel momento Darcia scese dal letto e corse al suo baule, dove iniziò a rovistare freneticamente finché non ne emerse con un sacchetto di biglie colorate.

«Tienile! Così, quando avrai paura, ti basterà lasciarle cadere a terra e io le ritroverò!»

Lady Misha sorrise e gli strinse con dolcezza le manine, per poi chinarsi su di lui e sfiorargli il nasino con un dito.

«Noi ci ritroveremo sempre, anche senza molliche di pane o sassolini bianchi. Finché il nostro legame sarà forte, nessuno dei due sarà veramente perduto.»

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

Era notte fonda alla stazione di servizio e si avvicinava la mezzanotte; tutto il gruppo dormiva profondamente mentre fuori il vento fischiava. L'indomani li attendeva un altro lungo cammino, e dovevano riposare il più possibile.

Solo una persona non si era ancora coricata. Stava aspettando che le lancette scattassero, annunciando l'ora fatidica del suo ventiseiesimo compleanno.

«Professore...», disse Misha a bassa voce, scuotendo delicatamente l'anziano. «Professor Silva...»

Quentin mugugnò con la bocca impastata, ma poi aprì lentamente gli occhi. Lo sguardo azzurro di Misha, che lo fissava da vicino, lo fece quasi sobbalzare per la sorpresa.

«Le devo parlare. Può seguirmi, per favore?», domandò la ragazza.

Il professore si alzò accigliato, ma senza protestare.

Misha gettò un'occhiata furtiva sugli altri, ma per fortuna nessuno si era svegliato: stava riuscendo a tenere a bada le loro coscienze.

«Di cosa vuoi parlarmi, ragazza?», chiese lui dopo qualche istante, una volta al riparo dietro gli scaffali.

Misha si voltò verso di lui; sembrava ulteriormente agitata per qualcosa e cercò di regolare il respiro, così da trovare le parole giuste.

«Domani raggiungeremo il Monte del Principio.»

Silva sgranò immediatamente gli occhi. «Ne sei certa? Lo hai avvertito?»

La lancetta dell'orologio del professore scattò sulla mezzanotte. L'uomo fece un passo indietro, sconvolto, quando in quello stesso istante gli occhi di Misha si tinsero di un viola luminoso.

«Ecco... ho riacquisito del tutto le mie conoscenze. Il momento è giunto.»

Passò qualche istante di assoluto silenzio, il tempo necessario affinché quelle parole si depositassero nel cuore di Silva, mentre il petto dell'uomo iniziava a martellare all'impazzata.

«Tu non sei come gli altri lupi, dico bene?», balbettò il professore, mentre una goccia di sudore freddo gli rigava il viso.

Misha annuì placidamente. «Come lei non è come gli altri esseri umani.»

Il professore fece un altro passo indietro, spaventato, nel momento esatto in cui la ragazza allungò una mano verso di lui. Misha, tuttavia, gli rivolse un sorriso gentile e confortante.

**«Non si preoccupi, non voglio farle del male... Voglio solo liberarla dalla sua Amnesia del Rakuen... bambino scelto dai lupi.»**

«Ma cosa...?»

Non appena quelle dita affusolate sfiorarono delicatamente la sua tempia destra, il corpo dell'uomo si irrigidì e gli occhi gli si rigirarono all'indietro. Misha aveva spezzato nella sua mente un sigillo che, al momento della rinascita di un essere vivente, non avrebbe mai dovuto essere toccato. Aveva dovuto infrangere quella regola: altrimenti Silva non avrebbe mai capito la verità, e le visioni provocate dal contatto prolungato con i lupi lo avrebbero soltanto debilitato.

«Quindi... È questo che è successo...», disse l'uomo portandosi le mani al viso e respirando a fatica non appena il processo ebbe fine.

Misha sorrise e chinò la testa di lato, incrociando le mani dietro la schiena. «Ora che sa tutto, mi aiuterà?»

«A... Fare cosa?», chiese il professore, ancora boccheggiante per lo shock dei ricordi riaffiorati.

«A salvare i nostri amici dalle brame di mio fratello e dei suoi accoliti.»

«Cosa dovrei fare, per la precisione?», domandò Silva. Aveva una strana, cupa sensazione, ma finché Misha non avesse esposto il piano ad alta voce, avrebbe preferito trattenersi.

Misha sospirò, lo sguardo immobile. «Ripristinerò l'Amnesia del Rakuen dentro di loro; in questo modo il sangue di lupo si acquieterà e Darcia crederà che siano tutti morti.»

«Perciò, nonostante tutte quelle belle parole con cui i tuoi amici ti hanno chiesto... Anzi no, supplicato, di non andartene, tu farai comunque di testa tua», la interruppe Silva, amaro.

«Loro non rinasceranno più. La trasmigrazione delle anime non è infinita e l'ascesa della coscienza è un privilegio concesso a pochissimi eletti su miliardi di individui...»

Silva allora la afferrò per le spalle e la scosse con veemenza. Quel contatto improvviso fece perdere alla ragazza, per un brevissimo istante, il controllo mentale: a pochi metri di distanza, qualcuno tra i lupi aprì di scatto gli occhi... Ma fu solo per una manciata di secondi, prima di sprofondare di nuovo nel torpore.

«Non puoi decidere per gli altri! Non ne hai il diritto! Se loro vogliono combattere, perché glielo dovresti negare? Guarda quanta strada hanno fatto, hanno persino mutato la loro stessa natura pur di inseguire il proprio sogno... E tu vorresti vanificare tutti i loro sforzi?!»

Misha non parve minimamente turbata da quella reazione; continuò a mostrargli un'espressione pacifica, quasi eterea. Infine, si strinse nelle spalle. «In effetti posso farlo. Tecnicamente, la mia specie è superiore alla loro. Noi siamo immortali e possediamo conoscenze che per la loro mente sarebbe impossibile anche solo immaginare.»

L'uomo sentì montargli dentro una profonda, impotente rabbia. «Ma, nonostante tutta questa superiorità, hai bisogno di me.»

«Sì», ammise lei, guardandolo fisso. «È giunto il momento che lei contraccambi il dono della vita e della rinascita che le è stato fatto in passato. Quando domani perderanno la memoria, al loro risveglio ne verrà plasmata una nuova. Lei dovrà farsi trovare pronto con la sua squadra per soccorrerli... Ovviamente, mio fratello non dovrà sospettare di nulla. La sua posizione all'interno del Credo le dà tutti i mezzi necessari per riuscirci.»

Il professore ci pensò per un lungo istante; nella sua mente ora scorrevano nitide le immagini che erano rimaste celate da quel potere astratto che sigilla i ricordi delle esistenze passate.

Misha guardò verso le grandi vetrate della stazione di servizio. Aveva finalmente smesso di nevicare.

«Che cosa stai facendo?», chiese Silva, vedendola del tutto assorta nei propri pensieri.

«Sto richiamando mio fratello attraverso l'istinto, in modo che sappia esattamente dove trovarci.»

Silva si irrigidì visibilmente. «Perciò consegnerai davvero a tuo fratello ciò che troveremo al Monte del Principio.»

«Non ho forse già ripetuto più volte che l'evento da lui programmato dovrà effettivamente verificarsi?», ribatté Misha, con un tono di voce che suonava quasi innocente.

«Perché proprio il primo novembre?»

«È il giorno in cui la soglia tra la vita e la morte si fa più sottile... Il giorno in cui il portale per il Rakuen si potrà effettivamente spalancare.» Si voltò di nuovo verso l'uomo, e il suo sguardo divenne ancora più intenso ed acceso.

In quel momento, il professore si sentì pervadere da una contrastante mescolanza di riverenza, oppressione... E amore nei confronti di quella creatura misteriosa che si ergeva davanti a lui.

«Professore, per favore, mi aiuti a salvare i miei amici.»

«V... Va bene», cedette infine l'uomo, con un sussurro arreso.

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Storie di lupi che crearono la razza umana, esseri appartenenti a una società superiore, residenti in un regno incantato e dominato dai fiori della luna. Questo narrava il Libro della Luna. Semplici fiabe agli occhi degli scettici... Ma quella fiaba aveva un profondo fondo di verità: era la realtà stessa.

Silva, che per tutta la vita ci aveva creduto, ora ne aveva la piena consapevolezza. E i lupi lo avevano scelto. Il suo destino non era più soltanto quello di studiarli, ma anche di aiutarli, trovando il modo di salvare gli ultimi superstiti della loro specie.

Espandendo la sua luce spirituale, l'angelo aveva accecato anche gli uomini di Darcia che stavano sorvolando la zona a bordo dell'aeronave, imprimendo nelle loro menti un falso ricordo: quello di corpi straziati al suolo a causa della rovinosa caduta nella scarpata. Gli unici sopravvissuti, secondo quella menzogna, erano il professore e Misha.

Questi ultimi, una volta condotti alla residenza dei Darcia, avevano immediatamente messo in atto la loro recita.

Venuto a conoscenza della delicata situazione finanziaria del magnate, Silva si era offerto di recuperare i resti dei ragazzi a spese proprie, sfruttando il fatto che i conti correnti di Darcia fossero temporaneamente congelati e quelli dei suoi genitori messi sotto stretta osservazione dalle autorità.

Misha, dal canto suo, doveva continuare a fingersi una fanciulla del tutto inconsapevole, ignara persino del fatto di potersi trasformare in una lupa. Con tono preoccupato, aveva chiesto di poter parlare al telefono con i propri genitori per far sapere loro che stava bene. Darcia, tuttavia, le aveva spiegato che, in quanto co-tutrice di Toboe e sua dipendente, anche lei era finita nel mirino della polizia. Il fatto che lo stesso Toboe fosse morto in circostanze misteriose, una notizia che per il momento doveva rimanere assolutamente segreta, non faceva che aggravare la sua posizione agli occhi della legge.

«Ti prometto che li rivedrai nella nuova vita», disse Darcia prendendola per le spalle, mentre la ragazza appariva preda di una vera e possibile crisi isterica. «Se ora permettiamo agli umani di scoprire cosa è successo, ci impediranno di aprire il Rakuen e non potremo salvare più nessuno... Sono stato chiaro?»

Silva notò come la maestria di quella ragazza, che per tutta la vita aveva recitato una parte — seppur inconsciamente —, le tornasse utile anche in quell'occasione. Che Darcia fosse davvero sicuro di poterla manipolare, o che Misha stesse applicando ancora una volta il suo potere innato, fatto sta che lei alla fine accettò di rimanere al castello e di tacere. Il professore, nell'ombra, trasse un profondo sospiro di sollievo.

A un certo punto, Darcia la strinse in un caloroso abbraccio, sussurrandole di essere sinceramente felice che almeno lei si fosse salvata.

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

In quei mesi alla residenza dei Darcia, Misha continuò a recitare alla perfezione la parte di una persona ormai talmente spezzata da considerare la presenza del magnate come il suo unico appiglio.

Misha osservava in silenzio quell'uomo che voleva mostrarsi ancora tutto d'un pezzo davanti ai propri genitori, agli accoliti e al suo staff; lei, tuttavia, percepiva chiaramente quanto la mente del fratello stesse diventando sempre più fragile. Con la polizia che gli stava costantemente col fiato sul collo, Darcia doveva trovare ogni minimo stratagemma legale affinché il processo a suo carico venisse posticipato il più possibile. Il fatto che ci fosse ancora la guerra in corso aveva indubbiamente contribuito a rallentare l'ingranaggio della giustizia, ma non a fermarlo del tutto.

Dal canto suo, anche la ragazza doveva lavorare di fino, supportata nell'ombra da Silva, il quale faceva il possibile affinché quel precario equilibrio non crollasse come un castello di carte. Seppur l'Amnesia del Rakuen fosse di nuovo attiva nella mente del suo branco, c'erano comunque persone come Hubb Lebowski che invece ricordavano ogni cosa; se quest'ultimo avesse chiesto alle autorità di cercare i dispersi della spedizione, non ci sarebbe voluto molto prima che scoprisse che erano tutti quanti tornati a Freeze City.

Un giorno il telefono di Hubb squillò, ma lui non riconobbe il numero sul display.

«Pronto?»

«Buongiorno, detective... sono Misha», disse una voce dall'altro capo della linea.

A Hubb quasi cadde il cellulare di mano per lo shock.

«Da dove chiami?! Dove sei?! Sono settimane che vi cerchiamo!»

«Attualmente risiedo alla residenza dei Darcia. Sto utilizzando il cellulare del professor Quentin Silva, il direttore de Il Fiore Bianco... Ho bisogno del suo aiuto.»

Hubb sentì un'emozione indecifrabile salirgli dal profondo. Ai suoi occhi, Misha non era che una complice di Darcia, e il fatto che si fosse fatta viva all'improvviso, come se nulla fosse, lo irritava profondamente.

«Dove sono gli altri?! Che fine avete fatto fare loro?!»

Misha rimase in silenzio per qualche istante, poi sospirò. «È proprio per questo che le sto chiedendo aiuto. Io ho fatto tutto il possibile per proteggerli... Ma ora è fondamentale tappare una falla affinché il mio sacrificio non venga vanificato. E quella falla è lei.»

Hubb sentì il cuore pulsargli fin dentro le orecchie. Di cosa stava parlando la ragazza? «Una falla di che genere? Dove si trovano tutti quanti?»

«Loro sono liberi, e tali devono rimanere. Posso assicurararle che sono vivi... E felici. Faccia in modo di sospendere le ricerche, modifichi i documenti ufficiali.»

«Vuoi farmi diventare come il tuo capo?», ringhiò Hubb, indignato. «Corrompere i sistemi e deviare la realtà per il proprio tornaconto?»

«Ripristinare la realtà delle cose, semmai...», ribatté Misha con calma. «Il professor Silva le invierà tutte le informazioni sul loro conto. Per favore, non li cerchi. Ho fatto in modo che non si ricordino nemmeno di lei.»

Pioveva quella notte... nessuna novità.

Quello che aveva appena appreso lo aveva lasciato del tutto di stucco. Per Hubb era come scavare in una verità strato dopo strato: più elementi emergevano, più si sentiva disorientato.

Appoggiato alla ringhiera della terrazza panoramica che affacciava direttamente sulla metropoli, l'uomo si concesse una sigaretta. Ne aveva un assoluto bisogno per schiarirsi le idee.

La donna che amava, Cher, si trovava in prigione; senza più la copertura e le ingerenze di Darcia, per lei le porte della cella si erano aperte immediatamente.

Darcia, il fautore di ogni cosa, era invece confinato agli arresti domiciliari. E anche se le ultime vicende gli avevano idealmente tagliato la coda, restava comunque un serpente velenoso, pronto a mordere al primo passo falso.

E ora si aggiungeva l'incredibile rivelazione su Misha: non era affatto umana, non era una lupa e non era nemmeno una semplice sottoposta al servizio del magnate... Era qualcos'altro. Una creatura mistica, in grado persino di manipolare e riscrivere la mente delle persone. E proprio quella creatura aveva chiesto il suo aiuto, affinché gli sforzi compiuti per proteggere il branco non venissero vanificati proprio dalle indagini della polizia.

Il professor Silva si era già mosso d'anticipo: aveva fatto in modo che Hige risultasse ancora regolarmente assunto da Il Fiore Bianco, con la qualifica di sorvegliante durante le ricerche sul campo dell'associazione, e aveva procurato dei documenti falsi alla sua compagna, Blue, che tecnicamente per lo Stato non doveva nemmeno esistere. Lo stesso aveva fatto per Toboe, Kiba e Tsume. Era necessario, tuttavia, che per gli ultimi due cadessero formalmente tutte le accuse pendenti, ed era esattamente lì che il detective entrava in gioco.

Se Hubb avesse accettato di insabbiare il caso e modificare i fascicoli, avrebbe permesso a Misha di far concentrare tutta l'attenzione delle autorità esclusivamente su di sé, lasciando i lupi liberi.

Fragili equilibri per un piano perfetto... Ancora una volta il detective pensò al fatto che la perfezione non potesse esistere: sarebbe bastato un singolo tassello fuori posto e l'intera struttura sarebbe crollata.

Non aveva alcun dubbio sul fatto che Misha e Darcia fossero fratelli. Entrambi erano fin troppo sicuri di sé, con l'unica, enorme differenza che la ragazza era pronta a sacrificarsi per il prossimo, mentre il nobile pretendeva di sacrificare il prossimo per i propri scopi.

Hubb se li immaginò come una coppia di ballerini esperti in una grande sala da ballo, con i volti coperti da maschere enigmatiche. Erano perfetti nella loro sincronia, eppure entrambi desideravano condurre il gioco; un solo passo falso, una minima disattenzione, e uno dei due sarebbe rovinosamente caduto ai piedi dell'altro.

Il problema insormontabile era che, se a cadere fosse stata Misha, con lei sarebbe sprofondato l'intero mondo.

«Un'esistenza intera nelle mani di una ragazzina», sospirò Hubb alla fine, spegnendo la sigaretta. Cosa avrebbe potuto fare, se non agire esattamente come il professor Silva e sporcarsi le mani, concedendo la propria fiducia a qualcuno che, fino a poche ore prima, considerava una pericolosa nemica?

Hubb si era fatto consegnare gli indirizzi di residenza di ognuno di loro; era incredibile come anche quel professore si fosse prodigato così tanto per proteggere quei ragazzi. Agiva come se fosse guidato da un profondo senso del dovere, oltre che da una lealtà incrollabile. Forse Misha aveva manipolato anche la sua mente? Il detective non volle nemmeno pensarci: l'idea gli faceva venire i brividi. Stentava davvero a credere che quella creatura mistica fosse la stessa identica ragazza che, neanche un anno prima, avvolta in un vestitino rosso da aiutante di Babbo Natale, lo aveva accompagnato all'interno de Le Petit parlando con entusiasmo di fontane di cioccolata e di altre delizie offerte dalla casa.

Poi, però, li vide. Uno per uno.

Kiba ora era uno studente universitario, profondamente assorbito dai suoi studi civili; sicuramente, in quel momento, nella sua testa non c'era più alcuno spazio per le fanciulle fiore o per il Rakuen.

Tsume e Toboe erano diventati fratelli, e il maggiore era persino riuscito a tornare in possesso della sua amata moto. Lavorava sodo in un'officina meccanica, e il fratello minore, ogni volta che rientrava da scuola, si mostrava entusiasta di raccontargli nei minimi dettagli come fosse andata la giornata.

Hige e Blue, invece, convivevano. Entrambi lavoravano stabilmente per l'associazione de Il Fiore Bianco: lui ancora in veste di guardia di sicurezza militarizzata, lei come giovane studiosa di laboratorio. Poiché la loro posizione all'anagrafe era forse la più complessa e rischiosa da collocare artificialmente, il professor Silva aveva probabilmente voluto assicurarsi di tenerseli il più vicino possibile.

Ognuno di loro sembrava realmente felice. Sì, la guerra civile imponeva un rigido coprifuoco e le notizie provenienti dal fronte non erano certo delle più rosee, ma all'interno della comunità di Freeze City per loro era come trovarsi al sicuro sotto una campana di vetro. Nessuno del vecchio branco ricordava più chi fosse realmente, e i drammatici bollettini di cronaca che scorrevano in televisione non erano altro che rumore di fondo di un mondo a loro estraneo.

«Adesso comprendo perché hai voluto questo per loro», disse Hubb, quando richiamò quel numero. «Forse la storia terrena non andrà oltre quella famosa data, ma almeno, fino ai loro ultimi istanti, non dovranno vivere nella paura e nell'incertezza.»

«Se tutto andrà secondo i piani... Non finirà affatto quel giorno», rispose Misha con tono quieto.

La lampada da tavolo illuminò il volto accigliato di Hubb mentre aspirava una boccata dalla sigaretta, appoggiato alla scrivania. «Vedi, è proprio questo che non mi torna: il modo in cui pretendi di farlo.»

Misha accennò a una leggera risata. «Non le hanno mai insegnato che non si deve mai leggere l'ultima pagina di un libro, se non ci si vuole rovinare il finale?»

«Tu hai allontanato i tuoi amici non solo per poterli salvare... Ma perché non vuoi che ti impediscano di fare ciò che hai in mente. Di' la verità.»

«Sono sotto interrogatorio, detective?»

«Ti ricordo che tecnicamente sei una sospettata e che stai giocando pericolosamente con la mia pazienza. Se vuoi il mio aiuto, devi essere cristallina.»

Dall'altro capo del telefono si udì un debole sospiro. «Non è certamente arrestandomi che riuscirà a salvare Cher.»

Hubb inghiottì la saliva a fatica e premette con forza il mozzicone nel portacenere fino a spegnerlo. «Allora, se invece sbattessi in gattabuia tuo fratello, ora, in questo esatto istante, non impedirei comunque la fine del mondo?»

«No.»

Hubb si alzò di scatto dalla scrivania, facendo cadere la sedia all'indietro sul pavimento. «Smettila di parlare per enigmi, dannazione! Tu e Darcia credete davvero che noi umani ci mettiamo a seguirvi come cagnolini senza che nessuno si ponga la minima domanda? Siete solo due ragazzini viziati che credono di stare nella propria cameretta a contendersi lo stesso giocattolo!»

«Chissà... Forse è proprio come dice lei... Ma se crede davvero questo, non vorrebbe porre fine a questo gioco una volta per tutte?», fece una breve pausa, prima di riprendere. «Darcia sta combattendo ferocemente per ciò che ha perduto. Io, invece, sto combattendo per ciò che lui sta per portare via a tutti gli altri.»

«Quindi, se io ti aiuto... Io, Cher e tutti gli altri lupi vivremo il nostro vero Rakuen?»

«Sì. Avrete finalmente la vita lunga e serena che vi sarebbe spettata di diritto in questa rinascita...», poi rese la propria voce ancora più incisiva, solenne. «Glielo prometto.»

«Come posso fidarmi davvero?», domandò Hubb con un ultimo, esausto filo di voce.

«È semplicemente una questione di fede

«Questione di fede...», borbottò Hubb soffiando dalle narici, una volta udito il clic del telefono riagganciato. «Qui c'è da diventar matti, altro che fede.»

Poi prese tra le mani il fascicolo giudiziario intestato a Cher Degre e, quando lo aprì sulla prima pagina mostrando la fotografia segnaletica della donna, non poté fare a meno di sorridere con una punta di divertimento mista a profonda malinconia. «Anche in veste di galeotta sei maledettamente bellissima.»

˚☽˚。⋆𓃦 ˚☽˚。⋆

«Lord Darcia, volevate vedermi?», chiese Silva una sera, entrando nel suo studio privato.

La stanza era colma di fascicoli sparsi, seppur perfettamente ordinati, segno evidente che le pratiche burocratiche per cercare di tenere l'intera situazione sotto controllo erano ancora in pieno corso d'opera.

Darcia si trovava in piedi davanti alla grande porta finestra, con le mani giunte dietro la schiena e l'aria profondamente pensierosa**.**

«Professor Silva, grazie per aver risposto così prontamente al mio invito», disse il nobile, senza distogliere lo sguardo dal giardino avvolto dall'oscurità. «Volevo ringraziarla innanzitutto per tutto il supporto che mi sta dando. Proprio come suo padre, si sta dimostrando un uomo più che mai dedito alla nostra causa.»

«Suo nonno e mio padre condividevano gli stessi identici sogni, dopotutto. Collaborare con lei è stato più che naturale.»

«Caffè?», offrì Darcia, avvicinandosi al tavolo dove era posata una brocca di vetro fumante. «Ultimamente anch'esso è diventato un mio fedele e insostituibile alleato», aggiunse accennando a un sorriso con il suo solito, aristocratico fare elegante.

Silva si avvicinò a sua volta per farsi riempire una tazza.

«Vuole che glielo corregga con qualcosa di forte?», domandò Darcia, guardandolo fisso negli occhi.

Il professore scosse leggermente la mano, rifiutando l'offerta. «Vi ringrazio, ma ormai ho chiuso definitivamente con l'alcol.»

«Noto che da quando è tornato da quella scarpata, qualcosa in lei è profondamente cambiato.»

«Può darsi... Ma se mi permette, ho notato che lo stesso vale anche per lei. Mi sembrate... Più solo», rispose il professore, per poi sorseggiare con calma la bevanda calda.

Darcia abbassò lo sguardo. «Molte cose sono cambiate, effettivamente.»

«La dottoressa Cher è in prigione, Misha è ormai l'ombra di se stessa... E c'è questa logorante faccenda del processo. A proposito, per Toboe come ha risolto? Non vi siete più sposato e, con l'indagine in corso, non si sono ancora affacciati i servizi sociali?», domandò Silva, incalzandolo con calma.

Darcia lo osservò in silenzio per un momento, poi scrollò le spalle. «Non si preoccupi per me.»

«Anche se io non ho figli, se ne avessi uno, credo che avrebbe la vostra età. Se al momento sono il suo unico alleato, forse sentite il bisogno di parlare con qualcuno.»

«È davvero cambiato da quando siete tornato dal Monte del Principio», osservò Darcia inarcando le sopracciglia, tradendo un briciolo di sospetto. Bevve anche lui un sorso di caffè e poi riprese a camminare lentamente per la stanza. «Per ora, per quanto riguarda Toboe, ho risolto facendolo figurare come iscritto a un prestigioso collegio all'estero. In un paio di occasioni ufficiali ho persino ingaggiato un sosia per delle videochiamate programmate con dei deepfake

«Certo che voi ne pensate sempre una più del diavolo!», esclamò Silva, sinceramente sorpreso dall'astuzia burocratica del magnate.

Darcia si fermò di colpo e lo fissò con uno sguardo intenso. «Non mi posso concedere il lusso di muovermi allo sbaraglio. Già nel momento esatto in cui siete risultati dispersi, ho iniziato a progettare ogni mossa successiva come se foste tutti quanti già spacciati.»

«Deve essere davvero difficile... Non poter riposare mai la mente.»

«Lo è...», ammise il nobile abbassando lo sguardo, facendo quasi sfumare l'ultima lettera in un sussurro stanco.

«E poi, ora vi ritrovate anche in lutto.»

«In lutto?», Darcia chinò appena il capo, confuso da quell'affermazione.

«Toboe vostro figlio, dopotutto.»

«Mi serviva semplicemente per tenermi vicini lui e Misha. La sua perdita, dal mio punto di vista, è stata solo uno spreco di preziose risorse.»

«Sciocchezze», rispose il professore con un tono duro, fermo e privo di timore. «Vi siete preso una pallottola in pieno petto per lui, senza alcuna esitazione, in passato. Gli volevate bene, in qualche modo. Oppure avete agito così perché vuole bene a Misha, che a sua volta ha sempre trattato Toboe come se fosse un figlio vero.»

Quentin Silva sembrò aver fatto definitivamente centro. Lo sguardo eterocromo di Darcia tremò vistosamente per un brevissimo istante.

«Cosa le fa credere che io voglia bene a quei due?»

«Intuito... Istinto... Chi lo sa. Del resto, voi stesso siete un lupo in parte: è impossibile che non proviate una sorta di profonda solidarietà verso Misha, ora che siete rimasti soltanto voi due della vostra specie.»

«Misha non sa niente, o quasi, di se stessa... A meno che, durante il vostro viaggio, qualcosa non sia cambiato», lo sguardo di Darcia si fece improvvisamente più sottile, carico di sospetto.

Per non farsi cogliere in fallo, Silva mantenne la calma e bevve un altro sorso di caffè. «No, vi assicuro che nemmeno la vista della cometa l'ha cambiata. Ha sempre agito unicamente come una ricercatrice e, quando abbiamo avuto quel terribile incidente, è diventata ancora più introversa e silenziosa... Ve l'hanno riferito i vostri uomini in che stato pietoso si trovassero i corpi degli altri, no?»

«Fortunatamente, Hubb Lebowski sembra essere troppo intento a mordere altri ossi per occuparsi di noi», disse Darcia, distogliendo lo sguardo.

«Ritenetevi fortunato, considerando che quel detective sta cercando di stringervi la gola per ben altre accuse pendenti.»

Improvvisamente, le gambe di Darcia cedettero di colpo e il professore accorse immediatamente per sorreggerlo prima che cadesse al suolo.

«Siete pallidissimo! Da quanto tempo è che non dorme?!»

«Professore, lei non è mio padre, non c'è alcun bisogno che si preoccupi così tanto per me», rispose Darcia con un debole sussurro, appoggiandosi pesantemente a lui.

«E allora mi preoccuperò in veste di vostro alleato... Se voi ci deve guidare e condurre nel Rakuen, deve farlo nel pieno delle sue forze. Non vuole forse ricongiungersi alla sua amata Hamona?»

Nel sentire quel nome pronunciato ad alta voce, al magnate sfuggì un singhiozzo strozzato, impossibile da trattenere. «Non riesco più a sognarla... Non riesco più a ricordare nitidamente il suo volto... È come se mi stesse abbandonando... Di nuovo.»

Silva si accigliò, mantenendo un tono calmo ma autorevole. «Volete arrendervi proprio alla vigilia del suo successo, Lord Darcia? Volete lasciarvi andare alla follia e alla resa, esattamente come è accaduto nella sua scorsa vita?»

«Certo che no», rispose il nobile tornando di scatto in piedi e posando le mani sulla superficie della scrivania. Prese un profondo respiro per placare il tremore. «Ma la morte di quei lupi, il tradimento di Cher... Tutte queste opprimenti aspettative nei miei confronti...»

«Voi non sie un dio, Darcia», disse Silva con fermezza, parole che costrinsero il magnate a voltarsi verso di lui con un'espressione leggermente stupita. «La trasmigrazione di un'anima non corrisponde affatto a diventare divini, ma solo a diventare più saggi e, forse, ad ascendere a un livello superiore. Per quante volte vi rigeneriate, rimarrete pur sempre un essere con tutti i suoi limiti... Lo so bene che il nostro Ordine vi ha sempre trattato, fin da bambino, come qualcosa di sublime ed impeccabile... Ma io riesco a vedere l'uomo che si nasconde al di là della maschera.»

Darcia rimase come paralizzato; le parole del professore avevano colpito profondamente nel segno. Silva vide chiaramente le difese del Lord crollare una a una, spogliandolo di ogni freddezza. Il professore sapeva che non sarebbe mai riuscito in un'impresa simile se non avesse recuperato i ricordi della sua vita passata; non ne sarebbe stato nemmeno consapevole.

E non si fermò.

«Perché per questa sera non vi concedete una meritata pausa? La data fatidica si fa sempre più vicina e, se tutto andrà secondo i piani, l'indomani non ci sarà nemmeno un processo di cui doversi preoccupare.»

Darcia sospirò profondamente e si lasciò andare quasi a peso morto sulla poltroncina girevole in cuoio marrone. Si passò poi una mano stanca sul volto, facendo scorrere lentamente le dita tra i lunghi capelli castani.

«E che cosa suggerisce di fare? Di certo non sono nelle condizioni di prendere la macchina e mettermi a fare un giro per Freeze City.»

Il professore sorrise appena e fece un accenno con il capo, indicando la massiccia porta dello studio. «Nell'altra stanza c'è una splendida ragazza rimasta tutta sola, che ha un disperato bisogno di sostegno esattamente come lei. Perché non passa un po' di tempo insieme a lei?»

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Quando Darcia bussò alla stanza di Misha, la trovò con lo sguardo basso e assente.

«Buonasera, Misha. Come stai?»

«Un po' meglio... La ringrazio per aver trovato il modo di farmi comunicare con i miei genitori; ho potuto almeno rassicurarli.»

«Mi fa piacere... Sicuramente erano molto preoccupati.»

«Lo erano», confermò lei, mentre si stringeva nella vestaglia di lino verde. «Chiaramente non ho accennato al fatto che mi trovo qui da lei... Né che sto cercando il modo di salvarli dall'estinzione.»

«Riescono ancora a trovare da mangiare?», chiese l'uomo, accigliandosi.

«Per ora ci sono dei camion che distribuiscono dei viveri... Ma se la primavera non tornerà neanche il prossimo anno...»

«Per questo finirà prima, e noi tutti accederemo a un luogo dove sarà sempre primavera.»

Misha sollevò il capo e gli rivolse un debole sorriso. «Lei è un uomo troppo buono, perché io possa credere che sia stato la causa di queste disgrazie.»

Il cuore di Darcia perse un battito: lo sguardo che la ragazza gli concesse in quel momento era talmente dolce da sembrare carico di reale affetto.

Fu solo un istante, ma per la prima volta fu dolorosamente reale il senso di colpa che il nobile provò nell'ingannarla.

Si schiarì la voce. «Senti... Mi chiedevo... Se ti andasse di fare qualche prova in vista del ballo. Ti hanno già consegnato il vestito?»

Misha annuì. «Vuole che lo indossi stasera stessa?»

«Sì», rispose lui con un lieve sorriso. «Immagino che vorrai prenderci un po' di dimestichezza.»

La ragazza accennò a sua volta a un sorriso. «In effetti sì, non credevo esistessero gonne così gonfie...», poi assottigliò leggermente lo sguardo. «Posso solo chiederle, però, il perché di quella scelta? L'azzurro.»

Darcia esitò per un attimo, si strinse nelle spalle e infine distolse lo sguardo. «Forse perché si intonava perfettamente con i tuoi occhi», si schiarì di nuovo la voce, a disagio. «Vediamoci tra una mezz'ora nella grande sala, allora. A più tardi.»

Quando Darcia si allontanò, Misha lo seguì con lo sguardo. Da quando era andata a risiedere da lui, il fratello non sembrava mai aver menzionato il fatto di sapere che fossero consanguinei. Eppure, con il suo livello di coscienza originario, avrebbe dovuto essere a conoscenza di tutte le sue vite passate...

Evidentemente, seppur la sua parte cosciente lo avesse dimenticato, qualcosa nel suo istinto profondo lo aveva guidato a far confezionare quell'abito.

Si voltò proprio verso l'armadio, dove il vestito era appeso a una gruccia. Era identico a quello che indossava il giorno in cui era morta a causa della Malattia del Paradiso.

Darcia si era cambiato appositamente per l'occasione. Nemmeno lui seppe spiegarsi il reale motivo di quel gesto; probabilmente la ragazza non ci avrebbe nemmeno fatto caso, ma era pur sempre una sua ospite, nonché la sua dama per il ballo di quella sera. Gli sembrava più che doveroso farsi trovare vestito di tutto punto per accoglierla nel modo migliore.

A un certo punto, il suono di passi leggeri riecheggiò nella grande sala e il nobile sollevò immediatamente lo sguardo verso la cima della scalinata.

Se credeva di essere lui a sorprendere lei in quegli abiti eleganti, si era sbagliato di grosso: la ragazza sembrava nata per indossare quell'abito. Anzi... Sembrava nata per quel luogo.

Misha discese i gradini con passo lento e misurato, mentre il fruscio della sua ampia gonna si disperdeva nel silenzio del grande salone. Le luci dei lampadari si riflettevano sul marmo scuro della scalinata e sui ricami argentati del suo abito, avvolgendola in un bagliore soffuso che sembrava appartenere a un altro tempo.

I lunghi capelli ricci erano raccolti in una raffinata acconciatura, ma alcune ciocche ribelli le incorniciavano il volto, ammorbidendone i lineamenti. Con entrambe le mani teneva sollevati i lembi della gonna mentre avanzava senza fretta.

Non guardò davanti a sé. I suoi occhi rimasero rivolti verso i gradini, come se ogni passo richiedesse la sua completa attenzione. Sul suo volto non comparve alcuna esitazione, eppure la sua espressione conservava una gravità difficile da ignorare. Sembrava che il peso dei suoi pensieri fosse più ingombrante dell'abito che indossava.

Attorno a lei, il palazzo splendeva in tutta la sua magnificenza. L'oro delle decorazioni, il marmo lucido e i cristalli scintillanti avrebbero potuto suscitare meraviglia in chiunque, ma Misha non sollevò mai lo sguardo per ammirarli. Continuò a scendere, raccolta nei propri pensieri, come se il mondo attorno a lei si fosse fatto distante e indistinto.

Per un istante apparve fragile, quasi smarrita nella vastità di quella sala. Ma bastò osservare la compostezza dei suoi movimenti per comprendere che non vi era debolezza in lei. Dietro quel volto assorto e quel profilo affilato si nascondeva una volontà ferma, temprata da decisioni che nessuno avrebbe potuto prendere al suo posto.

Darcia credette che il cipiglio che le solcava la fronte fosse l'estenuante sforzo della ragazza di lasciarsi alle spalle, almeno per quella sera, tutto ciò che aveva dovuto patire. Esattamente come lui cercava di fare con i propri spettri.

Per un attimo l'uomo avvertì un forte capogiro, quando gli occhi azzurro ghiaccio di Misha incrociarono l'unico suo occhio rimasto unano, della medesima, identica sfumatura. Involontariamente, Darcia sfiorò con la punta delle dita la benda nera che copriva la propria maledizione.

«Stai benissimo», riuscì soltanto a dire l'uomo, mentre accoglieva la piccola mano di lei nella sua.

Misha accennò a una lieve riverenza. «Anche lei lo è», sorrise**. «Si è persino legato i capelli.»**

Darcia le rivolse un sorriso a sua volta. In quel momento non ebbe più alcun dubbio: quella spontaneità rigenerante, capace di fargli sciogliere la tensione dalle spalle e di alleggerirgli la mente, era identica a quella di quando era un giovane nobile e trascorreva giornate spensierate insieme alla sua amata Hamona.

All'improvviso, però, sopraggiunse un altro violento capogiro; questa volta Misha dovette sostenerlo tempestivamente per non fargli perdere del tutto l'equilibrio.

«Non si sente bene? Forse, per questa sera, sarebbe decisamente meglio che si riposasse.»

Darcia sollevò la mano libera in un gesto secco, quasi stizzito. «No, sto bene!», rispose lui, forse con molta più enfasi di quanto non avrebbe realmente voluto.

Si diresse poi verso un tavolo sormontato da un grande specchio, dove erano stati predisposti dei bicchieri e una brocca d'acqua.

Mentre mandava giù un paio di sorsi rigeneranti, l'uomo non poté fare a meno di fissare attraverso il riflesso la figura della ragazza, rimasta ora da sola al centro esatto della sala con le mani congiunte all'altezza del ventre.

Il suo sguardo tremò vistosamente. Perché si sentiva così stranamente felice e, allo stesso tempo, così profondamente affranto nel guardarla?

Forse avrebbe davvero dovuto concludere lì la serata... Ma una parte di sé non voleva cedere**.**

«Quanti ricordi, non è vero?», disse improvvisamente Misha. Quelle parole fecero drizzare la schiena a Darcia, che si voltò di colpo verso di lei.

«C... Che cosa hai detto?», le domandò, mentre la osservava guardare con apparente nostalgia i candelabri di cristallo disposti in fila sul soffitto. Aveva un'aria leggermente sorridente, come se stesse sognando ad occhi aperti.

«Nulla... Soltanto pensieri ad alta voce», rispose lei, stringendosi nelle spalle. «Se ora si sente meglio, vogliamo dare inizio alle danze?», aggiunse infine, mostrandogli il suo solito dolce sorriso, puro ed innocente.

Darcia si spostò allora verso il giradischi e iniziò a sfogliare la propria collezione di vinili. «Con il viaggio e tutto il resto, immagino che avrai avuto ben poco tempo per allenarti.»

«Beh... Io, Toboe ed Hige facevamo del nostro meglio per non perdere il ritmo... Certo, non era affatto come quando venivamo seguiti costantemente dall'insegnante.»

«Vediamo allora che cosa ricordi», rispose lui, posando la puntina sul disco.

Le note avvolgenti della musica classica iniziarono a diffondersi solenni in tutto l'ambiente**.**

Darcia avanzò verso di lei con passo lento ed elegante. Il rumore sommesso delle sue scarpe sul marmo si confuse con le prime note della musica che riempivano la sala. Quando le fu davanti, sollevò le braccia con naturalezza, assumendo la posizione da ballo che gli era stata insegnata anni prima e che il suo corpo ricordava ancora alla perfezione, senza alcuno sforzo.

Misha lo imitò, mostrandosi soltanto leggermente più rigida all'inizio.

Cominciarono con movimenti semplici e misurati, seguento il ritmo dettato dall'atto II de Il Lago dei Cigni. Darcia la guidò con pazienza, lasciandole il tempo di ricordare ogni passo, ogni rotazione, ogni lieve spostamento del peso. La danza prese forma poco alla volta, come un frammento di memoria che riaffiorava lentamente alla superficie.

Fu allora che accadde.

Al primo vero contatto, quando una mano si posò sulla sua schiena e l'altra si intrecciò alla sua, Darcia avvertì una strana vibrazione attraversargli il petto. Qualcosa di sottile, quasi impossibile da definire: un'impressione di familiarità così intensa da lasciarlo per un istante del tutto interdetto.

L'aveva già stretta tra le braccia in più di un'occasione; eppure, questa volta era profondamente diverso.

Non riuscì in alcun modo a spiegarsene il motivo.

Forse era il modo in cui lei si muoveva in perfetta armonia accanto a lui. Forse era il calore innato della sua presenza. O forse, più semplicemente, era quella sensazione inspiegabile di appartenere a un momento sacro, già vissuto in un tempo lontano.

Le note aumentarono gradualmente d'intensità, e con esse il ritmo serrato della danza. Gli immensi specchi dorati e le superfici lucide del marmo rifletterono le loro figure mentre attraversavano la sala; i loro sguardi si incontravano e si allontanavano per poi ritrovarsi ancora, come se qualcosa di invisibile li richiamasse continuamente l'uno verso l'altra.

La sontuosa gonna di Misha si apriva e si richiudeva a ogni rapido movimento, ondeggiando leggera attorno alle sue gambe come la superficie di un lago sfiorata dal vento. Eppure lei non inciampò neppure una volta, come se il suo corpo avesse conservato intatta una memoria che la sua mente cosciente non possedeva affatto.

Darcia, dal canto suo, manteneva una postura impeccabile. Le spalle dritte, il portamento regale, ogni singolo gesto misurato con aristocratica precisione. Gli anni trascorsi a studiare l'etichetta e la danza, in quella vita e in quella precedente, riaffioravano in ogni singola evoluzione. Sapeva perfettamente come guidare una dama, come sostenerla senza imporle la propria forza fisica, come trasformare la danza in un linguaggio del tutto silenzioso.

Fu proprio per questo motivo che se ne accorse quasi subito.

Misha non si stava affatto limitando a lasciarsi condurre.

Lo stava accompagnando.

Seguiva il ritmo con la stessa identica naturalezza con cui lui lo proponeva, anticipando talvolta i movimenti e adattandosi ad essi senza la minima esitazione. Non era il comportamento di qualcuno che stava faticosamente imparando; era quello di una partner che danzava accanto a lui... Da sempre.

Per la prima volta da quando avevano iniziato, Darcia si ritrovò a chiedersi, con un brivido lungo la schiena, se fosse davvero lui a guidare quella danza.

In quel momento, una nuova, violentissima fitta lo colse come una lama affilata nel centro della testa. C'era qualcosa che non andava nei suoi ricordi. Qualcosa che non riusciva più a controllare.

Dovette fermarsi bruscamente, incurvando le spalle in avanti per tentare di riprendere fiato.

Misha lo osservò in silenzio, senza pronunciare una singola parola. L'uomo avvertì il peso di quegli occhi fissi su di lui; la ragazza si era come congelata sul posto, immobile nella sua magnifica posa da ballo.

«Perdonami, forse la giornata è stata fin troppo intensa per me.»

«Desidera fermarsi?», domandò Misha, quasi in un sussurro.

Darcia scosse debolmente il capo. «No... Voglio assolutamente proseguire.»

Misha socchiuse appena le palpebre, studiando la sua fragilità; poi, lentamente, un nuovo sorriso spontaneo affiorò sulle sue labbra. «Perché non mettiamo qualcosa di decisamente più allegro?»

«Vuoi scegliere tu il prossimo brano?», chiese lui, cercando di risponderle con un sorriso a sua volta per mascherare il dolore alla testa.

Senza farselo ripetere due volte, la ragazza corse verso il mobile dove erano raccolti ordinatamente tutti i dischi e, dopo un paio di minuti di attenta ricerca, ne scelse uno con decisione.

«Sì, questo pezzo è decisamente... Più ridestante», osservò Darcia non appena la puntina iniziò a scorrere sui solchi del vinile, diffondendo nell'ampio salone una melodia decisamente più vivace e incalzante.

«Immaginavo che le sarebbe piaciuto!», esclamò Misha, ritornando verso il centro della pista con passo leggero.

Senza alcun indugio, Misha tornò a unirsi al suo compagno di danza e sui volti di entrambi affiorò, in modo quasi naturale, un sorriso divertito.

Darcia diede il via al nuovo valzer con movimenti lenti e sicuri. La sua mano destra sosteneva la schiena di Misha con una delicatezza che contrastava magnificamente con la sua figura alta e austera, mentre l'altra stringeva con dolcezza la mano di lei.

Le note avvolgenti del Valzer dei Fiori di Tchaikovsky iniziarono a diffondersi nella grande sala come un sussurro dorato, riempiendo il silenzio della notte profonda. I violini accompagnavano ogni loro singolo movimento con una grazia che appariva quasi irreale.

Ad ogni rotazione, gli strati chiari della gonna disegnavano cerchi morbidi nell'aria, mentre i suoi lunghi ricci neri sfuggivano appena alla complessa acconciatura che li tratteneva.

I suoi occhi azzurri non si staccavano da quelli di Darcia.

E neppure lui distoglieva lo sguardo.

La benda nera copriva il suo occhio sinistro, lasciando che l'altro la osservasse con un'intensità insolita. Non era lo sguardo freddo e distante che mostrava al resto del mondo. In quel momento vi era qualcosa di diverso. Qualcosa di più quieto.

Forse persino più sincero.

«Stai migliorando.» mormorò.

«È perché il maestro è paziente.»

«Non credo sia questo.»

La ragazza inclinò appena il capo. «E allora cos'è?»

Lui non rispose, perché qualcosa, appena dietro l'angolo della sua mente premeva per emergere.

Le loro figure attraversarono il centro della sala in una nuova sequenza di passi, il lungo mantello blu notte di Darcia che seguiva il movimento come un'ombra elegante, mentre il vestito di Misha ondeggiava nella direzione opposta.

A un certo punto, in quel vorticare, il profumo di lei gli andrò dritto nelle narici.

E accadde.

Fu come se la realtà attorno a lui tremasse e improvvisamente i due non fossero più soli, ma la sala ghermita da altri ballerini, altri nobili come loro in uno dei soliti giorni di festa al suo palazzo.

Ricchezza, potenza e intrighi di corte li circondavano, ma finché era con lei, tutto quello non aveva importanza.

Sorrise, fino a ridere e Misha sorrise con lui, danzando come sospesi nell'aria.

Darcia prese il totale controllo e iniziò a farla girare in maniera ancora più energica. Voleva sentirla stretta a sé, voleva sentire ancora il suo profumo. E se a tratti aveva Misha, davanti a sé, per cui provava un tenero affetto, in altri rivedeva - finalmente - la sua Hamona. L'amata per cui era impazzito fino a sprofondare nelle tenebre, quando la perse.

Misha incespicò, non essendo ancora allenata a quel ritmo - non in quella vita, almeno -, ma in un batter di ciglia riprese il controllo e, in quel preciso istante, le medesime sensazioni che avevano appena attraversato il fratello divennero anche le sue. Fu l'effetto di una connessione profonda, che solo due anime legate della loro specie potevano condividere.

C'era gioia in quel legame, c'era leggerezza, ma anche sofferenza... Una profonda, logorante sofferenza mista a malinconia.

Avevano attraversato intere ere soltanto per ritrovarsi lì, in quel salone, di nuovo insieme, anche se lui non ne era minimamente cosciente. E per un attimo, Misha sperò con tutta se stessa che Darcia si ricordasse di lei, di quelle calde sere d'infanzia in cui lei gli stringeva le manine e lo faceva girare allegramente su se stesso.

Un paio di lacrime silenziose le rigarono il viso.

«Perché stai piangendo?», le chiese lui, accigliandosi appena.

Misha scosse rapidamente il capo. «Nulla, non si preoccupi.»

Abbassò per un istante lo sguardo e, quando lo risollevò, questa volta fu Darcia a sentire qualcosa di violento salire dal profondo del petto. Non erano lacrime, bensì una tosse improvvisa e squassante che lo colse alla sprovvista, costringendolo a piegarsi su se stesso.

«Darcia!»

Misha si chinò immediatamente su di lui, cercando con le braccia di sostenerlo.

La fitta nella testa del nobile ritornò ancora più acuta e spietata, tanto da strappargli un sommesso mugugno di dolore.

«Oh no...», sussurrò Misha, con il cuore che aveva ricominciato a martellarle all'impazzata nel petto.

L'uomo aveva iniziato a perdere sangue dal naso.

«Perdonami», disse subito lui, sfilando con un gesto tremante un fazzoletto di stoffa dalla tasca per pulirsi il viso.

Misha si rialzò in piedi, tenendo i pugni stretti lungo i fianchi e lo sguardo parzialmente nascosto sotto la frangia corvina. «Da quanto tempo ti sta succedendo questo?»

Darcia si prese qualche secondo per regolare il respiro e ritrovare un briciolo di lucidità. «L'epistassi... Questa è la prima volta», ammise.

Puntellò poi le mani sulle ginocchia per farsi forza e cercò di recuperare l'abituale compostezza, sistemandosi i risvolti della giacca elegante.

«Credo che per questa sera abbiamo finito», aggiunse, ritornando di colpo al suo consueto modo di fare distaccato e formale.

Misha si limitò ad annuire, mantenendo lo sguardo basso per non mostrare le proprie iridi viola.

La puntina del giradischi raggiunse la fine della traccia e lasciò andare il solco del vinile, abbandonando la sala a un silenzio di tomba, mentre le figure dei due fratelli risalivano lentamente i gradini della grande scalinata.

Darcia l'accompagnò fino alla sua stanza e i due si diedero la buonanotte.

Ma non appena Misha si richiuse la porta alle spalle, si gettò subito sul letto, lasciandosi sfuggire un singhiozzo disperato che aveva trattenuto per ore.

Non c'era proprio alcun modo di impedire la ripetizione di certi cicli crudeli, anche se sperava con tutto il cuore che la sua scelta dolorosa avesse fatto la differenza, almeno per i suoi amici. Ma per Darcia, per il quale ormai non vi era più alcuna speranza di redenzione, l'unica cosa che le restava da fare era stargli accanto... Fino alla fine.


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