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Rumore di fondo. Non era altro che rumore di fondo.
Le interviste dei giornalisti che chiedevano a gran voce risposte, i parlamentari che urlavano e litigavano per la faccenda, i messaggi di odio ma anche di supporto, le dichiarazioni del capo della polizia e del capitano Hubb Lebowski; i rotocalchi non finivano più di stampare tutto quello che potesse contenere anche solo mezza informazione sullo scandalo di quello che doveva essere il matrimonio dell'anno.
Sostenuto da una vera e propria truppa armata di legali, Darcia aveva ingaggiato i migliori avvocati; tuttavia, chi era stato addetto a interrogarlo gli stava addosso come un animale feroce che cercava di azzannargli la gola.
Gli chiesero dei suoi rapporti con il senatore Thien, del perché avesse portato via in gran segreto tre corpi di tre criminali e li avesse sottoposti ad analisi. Che fine aveva fatto, poi, il suo maggiordomo?
L'unica cosa che non gli chiesero fu il motivo dei finanziamenti al Fiore Bianco per le ricerche sul campo. Permettere al professor Silva di muoversi tranquillamente e giustificare la presenza del figlio adottivo minorenne era stato forse il gesto più cristallino di tutta la faccenda, forte di regolari permessi e del supporto dell'esercito. Lo stesso Lebowski, in quanto direttamente coinvolto, diede conferma di questo... del resto, non poteva certo rivelare a dei perfetti estranei che un gruppo di lupi era stato mandato alla ricerca di un monte magico. No, sul Rakuen e sui rinati, Hubb sapeva che così si sarebbe solo dato la zappa sui piedi. Ma per quanto riguardava il resto, tutto quello che coinvolgeva "il reale", egli agiva come un segugio mandato a rincorrere la volpe. Insidiarlo per crimini di guerra, corruzione e occultamento di cadavere era più che sufficiente a condannare un uomo qualsiasi.
Tuttavia Darcia affrontava tutto questo quasi con distacco, ed era proprio questo a far infuriare il capitano. Era come se non gli importasse. Forse, proiettato già verso una nuova esistenza, gli importava poco di ciò che accadeva nella vita attuale, o forse era solo un modo per non perdere il controllo.
Per il momento, gli squali del magnate riuscirono a farlo rilasciare, costringendolo agli arresti domiciliari presso la residenza dei genitori, in attesa di ulteriori sviluppi.
Hubb allora, nel tentativo di farlo crollare, fece presente alle autorità un nome che a suo avviso dimostrava la complicità di quell'uomo: mise in mezzo Misha. Si trattava solo di indizi circostanziali, ma il capitano testimoniò che la ragazza aveva cercato di colpire lui e Hige non appena aveva capito che Hubb voleva disertare proprio per fermare Darcia. Fece inoltre presente che lei era stata nominata co-tutrice di Toboe e che Darcia, sebbene all'apparenza non la conoscesse ancora, aveva persino rischiato la vita dei suoi uomini pur di salvarla da un rapimento.
La ragazza, tuttavia, al momento risultava dispersa, esattamente come il soldato Hige, il giovane Toboe e il professor Silva.
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Mentre tutti quanti ancora dormivano, al riparo nella stazione di servizio, Tsume si agitò nel sonno.
«No... no... Misha...»
Lo sguardo dolce e viola della donna che amava gli stava concedendo un ultimo sorriso, mentre veli e piume bianche, sospinti da un vento ascendente, le coprivano il viso fino a farla sparire... per sempre.
Ancora intontito e frastornato dal sogno, Tsume sollevò lentamente le palpebre, attirato da un lieve brusio dai toni concitate. Non riuscì a mettere bene a fuoco, ma gli sembrò di vedere Silva e Misha in piedi in un angolo della stanza.
Lei stava dicendo qualcosa allo scienziato, parole che dovevano averlo sconvolto, al punto da spingerlo a prenderla per le spalle e scuoterla leggermente. Lei rispose abbassando il capo e scuotendolo in segno di diniego.
La spossatezza lo colse di nuovo, facendolo sprofondare ancora una volta nel sonno.
Il giorno dopo aveva smesso di nevicare e, per la prima volta, un vero raggio di sole si era fatto spazio tra le nuvole lattiginose. La luce riempì di riflessi la candida neve, restituendo un paesaggio quasi surreale.
Quando Tsume si alzò dal giaciglio improvvisato, la prima cosa che fece fu guardarsi attorno per cercare Misha; non vedendola da nessuna parte, sentì il cuore salirgli alla gola.
Poco dopo, però, alcune voci allegre provenienti dall'esterno catturarono la sua attenzione: Misha era semplicemente uscita con Toboe e i due si stavano rincorrendo a colpi di palle di neve.
Subito dopo, l'esclamazione di Blue che gridava loro di prepararsi perché stava arrivando anche lei lo fece respirare di sollievo. Andava tutto bene.
«Ehi! Bell'addormentato!», disse Hige canzonandolo, «ce l'hai fatta a svegliarti. Certo che quando dormi, lo fai seriamente!»
«Certe cose non te le toglie nemmeno la rinascita», commentò ironicamente Kiba che, insieme al professor Silva, stava facendo un inventario delle cose rimaste nell'esercizio per vedere se ci fosse qualcosa di utile per il viaggio.
Tsume fece una smorfia mentre si grattava la testa, poi con un sospiro si sollevò dal giaciglio.
«Tieni», disse Hige, allungandogli una barretta energetica. «Meglio di niente.»
Tsume la prese senza proferire parola e, mentre iniziava a scartarla, seguì con lo sguardo i gesti del compagno che sembrava cercare qualcosa tra gli scaffali impolverati.
«Che stai facendo?», chiese senza troppa enfasi, ma tradendo comunque una certa curiosità.
«Cerco un regalo di compleanno.»
«Per chi?», Tsume alzò un sopracciglio.
«Anche se da quando siamo partiti mi sembra di essere caduto in una spirale senza tempo... se sono riuscito a tenere bene i conti, oggi è il compleanno di Misha. Blue e Toboe la stanno distraendo fuori, mentre io vado in ricognizione.»
«Il... il suo compleanno!?», la voce gli uscì forse un po' troppo accesa rispetto a quanto avrebbe voluto.
Hige si voltò, mostrando un sorriso a trentadue denti. «Compie ventisei anni, è ormai a un passo dai trenta... dici che se glielo faccio notare con questi palloncini, mi morde?», concluse, mostrando due palloncini rossi a forma di due e di sei che era riuscito a rimediare chissà dove.
«Non mi sembra una ragazza che si sconvolga per un anno in più», rispose Tsume.
«Eh, ma sai com'è... lasciarsi alle spalle i venti, soprattutto per una ragazza...»
«Io ho trent'anni, ti assicuro che c'è vita anche dopo», replicò Tsume, quasi offeso.
«Anche a settanta!», intervenne Silva dal tavolo, avendo captato quei discorsi.
Hige ridacchiò nervosamente, poi fece spallucce e tornò a concentrarsi sugli scaffali.
Tsume mise le mani in tasca e chinò la testa di lato. «Senti... ma il regalo che stai cercando è da parte di tutti noi?»
«Sì...», rispose lui, per poi girare appena la testa e mostrare un sorriso sottile, «ma se vuoi, puoi farle anche tu un regalo personale.»
Tsume manifestò un leggero tic nervoso. «Non saprei proprio cosa farle, non è che la conosca poi così bene in questa vita...»
«Sfruttami allora! Chiedimi consiglio, sono il suo ex, dopotutto.»
«Sfruttarti?»
«Non ti interessa sapere qual è il suo piatto o il suo colore preferito? Cosa adora e cosa proprio non sopporta? Guarda che una ragazza ci tiene molto a questi dettagli.»
Tsume alzò un sopracciglio. Guardò rapidamente fuori dalla vetrata e poi tornò a fissare Hige. «Non credevo servisse tutto questo...»
«È per questo che, tra tutti voi, io qui sono l'unico che con le donne va alla grande», rispose Hige senza alcuna umiltà, ignorando ancora una volta gli sguardi giudicanti degli altri uomini presenti nella stanza.
Hige tornò a cercare e Tsume lo seguì con lo sguardo, mentre le risate di Misha, Toboe e Blue raggiungevano le sue orecchie. Tuttavia, quella strana sensazione di malinconia ancora non lo lasciava. Forse iniziava ad accusare la stanchezza di quel cammino; un'intuizione profonda, simile a una voce lontana, gli diceva che erano vicini alla meta, eppure, nonostante le settimane di marcia, il viaggio sembrava non avere fine. Era come se fossero intrappolati in un tunnel che continuava a distorcersi e allungarsi.
«Le piacciono i libri di avventura e le tisane a base di fiori, giusto?», chiese a un certo punto.
«Giusto», rispose Hige, concentrato proprio sul reparto della libreria.
«È una geologa, fa arrampicate, ballo da sala... e non sopporta chi cerca di metterle i piedi in testa.»
«Allora vedi che qualcosa sai?», ribatté Hige ridacchiando.
«Non vedo, però, come mi possa essere utile... qui ci sono solo vecchi peluche giganti e buste a sorpresa per mocciosi...»
«Qualcosa troverai», disse Hige scrollando le spalle, per poi accennargli un sorriso d'incoraggiamento. «L'importante è che tu lo faccia con il cuore.»
Tsume si mise quindi a girare tra i vari scaffali. Era una stazione di servizio molto grande, situata nei pressi di un'autostrada; in altri tempi, quel posto serviva probabilmente centinaia di persone che ogni giorno si riversavano lì per una sosta durante il viaggio.
Ora, invece, c'era solo un vuoto desolante... Fin troppo silenzioso.
All'improvviso Tsume avvertì uno strano capogiro che lo costrinse ad appoggiarsi a una colonna. Quegli episodi, ultimamente, iniziavano a farsi sempre più frequenti.
Dovette fare un profondo respiro prima di ritrovare l'equilibrio, mentre con una mano si massaggiava gli occhi per scacciare il torpore.
«Ma che succede...», disse con un filo di voce.
Abbassò il braccio e, quando rimise a fuoco l'ambiente, il suo sguardo colse qualcosa di azzurro e setoso, riverso proprio nel centro della sala.
Il cuore gli salì in gola.
Lì a terra, priva di coscienza, c'era Misha. Sembrava però più giovane e indossava un sontuoso abito azzurro dagli strati bianchi. Soprattutto, non sembrava respirare.
«Misha!»
Non ci pensò un secondo e scattò in avanti, cercando di scuoterla e di farla rinsavire, ma quella figura pareva totalmente inanimata.
Si guardò allora attorno, cercando con lo sguardo Hige o Kiba, ma la stanza era vuota e non riusciva a scorgere nessuno dei due.
Quando tornò a posare gli occhi su di lei, il suo corpo venne attraversato da una vera e propria scossa di terrore: tra le braccia non stringeva più la forma umana di Misha, ma quella di una lupa, con gli occhi socchiusi e una macchia di sangue che si allargava rapidamente sul pavimento.
L'urlo che il lupo grigio lanciò fece allarmare tutti i presenti, che accorsero immediatamente con il fiato sospeso.
«Tsume, dicci, cosa è successo?!», chiese Kiba, le cui iridi erano già mutate, pronto a intervenire.
«È... è Misha...»
«Sono qui.»
Misha emerse da dietro gli scaffali, sporca di neve e con le guance ancora arrossate per il freddo e il gioco.
Il labbro di Tsume tremò. Lentamente abbassò lo sguardo e si rese conto di stringere solo il nulla.
«Io... io...»
«Sei solo stanco», disse Blue avvicinandosi e tendendogli una mano per aiutarlo a rialzarsi.
Tsume la strinse, ma mentre si sollevava sentiva come un macigno gravargli sulle spalle.
Si scambiò un'occhiata con Misha, la quale lo guardava a sua volta interrogativamente.
Più tardi, quando gli animi si furono calmati, i ragazzi si sedettero attorno a uno dei tavoli dopo aver bendato Misha che, ridendo, continuava a chiedersi cosa si fossero inventati.
Sentiva Hige e Blue battibeccare nel tentativo di tenere ferma quella che sembrava essere una candelina, mentre Silva borbottava, convinto che da un momento all'altro si sarebbero dati fuoco da soli.
Misha avvertì il leggero pizzicore delle scintille sul viso nel momento esatto in cui Toboe le tolse la fascia, mentre tutti insieme iniziavano a cantarle buon compleanno.
La ragazza sorrise di cuore alla vista di una torretta di biscotti al cioccolato, sormontata da stelline filanti luminose. Si portò le mani al petto, sinceramente commossa. I suoi amici avevano setacciato la stazione di servizio da cima a fondo pur di improvvisare una torta con ciò che avevano a disposizione; per fortuna si erano imbattuti in una di quelle confezioni formato famiglia che venivano vendute solo in quel genere di esercizi.
Si alzò e diede un bacio a ognuno di loro; persino il professore, per la prima volta, si mostrò visibilmente imbarazzato, nascondendosi dietro a un confuso mugugno che nessuno riuscì a decifrare.
«Ecco a te il regalo!», disse Hige entusiasta, mentre le passava una bustina rossa.
«Addirittura!», rispose Misha, ridendo emozionata.
Tsume notò lo sguardo di Hige: sembrava fremere per l'attesa, evidentemente era sicuro al cento per cento del pensiero che le aveva preso.
Quando Misha si lasciò andare a un'esclamazione di pura gioia, ne ebbe la conferma. Tsume rimase persino sorpreso dall'espressione stupita della ragazza mentre osservava la stampa della maglietta che stringeva tra le mani.
«Sapevo che ti sarebbe piaciuta!», disse Hige grattandosi il naso, orgoglioso di sé. «Sei un libro aperto per me.»
«Considerando il suo "altarino dedicato", diciamo che sei andato abbastanza a colpo sicuro», commentò Toboe con un mezzo sorriso di sufficienza**.**
«Sono solo un tipo attento ai dettagli... ahi!», esclamò Hige. Blue gli aveva appena rifilato un pugno sulla spalla; lui la guardò con il labbro sporgente, esibendo un'aria da povero innocente. «E ora che cosa ho fatto?»
«Così... sentivo che te lo meritavi!», rispose lei facendo spallucce.
«Brava, Blue, vedo che hai capito il tipo», si accodò Toboe mentre beveva dal suo bicchiere in tutta tranquillità.
«Sbaglio anche quando non faccio niente, insomma?», si lamentò Hige, per poi rivolgere un sorriso sornione a Blue. «Però, se lo hai fatto per gelosia, a me fa solo piacere!»
Cercò quindi di abbracciarla, mentre lei protestava per non farsi fare il solletico.
Tsume scosse il capo mentre quella scenetta demenziale andava in scena davanti ai suoi occhi. Poi si soffermò sulla maglietta che, nel frattempo, Misha stava contemplando con uno sguardo quasi adorante.
«Di che si tratta?», chiedette a Toboe, sporgendosi appena verso di lui.
«È il protagonista di un anime per cui ha una cotta tremenda... avresti dovuto vederla quando la serie era appena uscita. Lei e Nadia a momenti sarebbero andate al lavoro con la sua faccia stampata ovunque, anziché in divisa ordinaria!»
«Pensa un po'...», mormorò Tsume.
Tornò a guardare Misha e in quel momento si rese conto di quante cose ancora gli sfuggissero di lei. Anche se l'aveva seguita per settimane, gran parte del suo passato recente gli era ancora sconosciuto.
Il suo sguardo, in quell'istante, era così allegro e innocente. Tsume ne era assolutamente sicuro: per quanto Misha cercasse di dimostrare la solennità della propria missione, nel profondo desiderava ancora con tutta sé stessa vivere nel mondo che la sua nuova vita le aveva concesso. Questi piccoli momenti di spensieratezza erano una sorta di ultima finestra sul passato, un dolce autoinganno per dimenticarsi, almeno per qualche minuto, che la realtà fuori da lì era ormai perduta.
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La notte prima.
Darcia... Darcia...
Un sussurro nella notte, un alito di vento. Una voce familiare.
Poi immagini. Il Monte del Principio con un'enorme luna scarlatta alle spalle. L'albero. Il lago.
Quel luogo era lì, davanti ai suoi occhi. Lo aveva raggiunto.
Una piuma bianca volò nell'aria.
Darcia...
Uno sguardo azzurro, un sorriso gentile, un'ampia gonna azzurra che si apriva a passo di danza, mentre le note dei violini gli risuonavano nelle orecchie.
«Non respira!»
«Portate via il bambino!»
La mente andò ancora più indietro. I Fiori della Luna, il cui profumo inebriava la mente. Il desiderio di esplorare altre realtà, di diffondere la conoscenza dei lupi tra gli uomini bestia.
E ancora quel medesimo sguardo azzurro. Un sorriso triste. Lei non voleva che lui se ne andasse, ma Darcia non poteva più rimanere in quel luogo incantato: gli stava ormai stretto, lo limitava.
Si sarebbero rivisti, un giorno.
Darcia...
Darcia spalancò gli occhi nel suo letto, madido di sudore. Sul davanzale, i fiori della luna stavano trasmettendo delle coordinate... e ora, finalmente, riusciva a decifrarle. Anche lui sapeva dove portassero.
Era come un richiamo, un istinto profondo che gli sussurrava dove avrebbe trovato qualcosa... anzi no... qualcuno a lui caro.
Ora sapeva dove fossero finiti i lupi.
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«Finalmente la fortuna ci arride!», esultò Hige, che sprizzava gioia da tutti i pori.
Con il bel tempo, avevano approfittato del momento per esplorare meglio i dintorni; proprio dietro la stazione di servizio trovarono un furgoncino bianco per le consegne. Rimasto al riparo sotto una tettoia, il veicolo si era mantenuto in buono stato e, una volta riattivata la batteria, fece sentire tutta la sua ritrovata energia con un bel rombo profondo.
«La facciamo finalmente finita con le scampagnate», disse sollevato il professor Silva, mentre saliva dal lato del passeggero.
«Professore, se non le dispiace, vorrei salire io davanti», disse Misha con tono calmo.
L'uomo la guardò per un istante, poi annuì senza aggiungere altro e si accomodò sul retro.
«Vuoi finalmente imparare a guidare?», ridacchiò Hige, mentre si allacciava la cintura di sicurezza.
Misha si limitò a sorridere misteriosamente.
«Sento che l'atmosfera sta di nuovo cambiando», disse Toboe, annusando il vento. «Sbrighiamoci a partire.»
«Io preferirei correre, se non vi dispiace», intervenne Kiba, trasformandosi nel grande lupo bianco.
«Kiba, per favore, sali sul furgoncino. È meglio se rimaniamo tutti insieme», gli disse Misha, sporgendosi dal finestrino.
Kiba sollevò un orecchio, interrogativo, ma Misha glielo aveva chiesto con un tono così enigmatico che alla fine neanche lui replicò, saltando a bordo.
Hige guardò Misha di sottecchi, ma anche lui preferì trattenersi dal fare domande.
Per tutto il tragitto l'aria che si respirava era strana.
Silva aveva il capo chino ed era avvolto in una coperta. Kiba guardava dall'oblò del portello posteriore, pensieroso; Toboe e Blue parlavano a bassa voce, mentre Tsume era preda di una forte emicrania.
Misha aveva lo sguardo fisso di fronte a sé, concentrata sulla strada, e Hige sentì montargli dentro una certa inquietudine. A fatica riusciva a distogliere lo sguardo da lei. In qualche modo, si sentiva arrabbiato e frustrato.
«Hige... tu mi hai voluto bene fin dal nostro primo incontro, giusto?», chiese a un certo punto Misha, sorridendo piano.
«Certo», rispose lui senza esitazione.
Misha sollevò lo sguardo per osservarne il profilo. Sì, era maturato ed era diventato forte.
«Lo stesso è valso anche per me», ammise. «Sono stata davvero felice di averti conosciuto e, se in qualche modo ti ho trasmesso questo stesso sentimento, a me fa piacere... è stata una piacevole missione... extra.»
Hige alzò un sopracciglio, poi inghiottì la saliva**. «Blue ha ragione: se non ti avessi conosciuta prima di ritrovarla, se non mi avessi permesso di affacciarmi a una finestra di pace, probabilmente quello che avrei potuto dare sarebbe stata solo follia e ossessione... quindi non mi hai solo reso felice, mi hai salvato da me stesso.»**
«Anche tu mi hai salvata da me stessa... se tu e Toboe non foste stati miei amici... forse questo passaggio sarebbe stato affrontato con maggiore difficoltà.»
«Allora vedi che ti sbagliavi a pensare di dover fare tutto da sola?», sorrise lui.
Misha sorrise a sua volta, ma il suo era un sorriso profondamente malinconico. «Un'ultima domanda... se ora che sai tutto questo tu potessi tornare indietro, non vorresti ricominciare daccapo con la tua compagna? Vivere quello che hai vissuto con me, ma con lei?»
Hige arrossì leggermente e incassò la testa tra le spalle. «Beh, sì... però! Però non che mi sia dispiaciuto, eh! Cioè, io...!»
Misha rise di cuore. «Anche a me non è dispiaciuto... ma tu e Blue vi amate dal più profondo del cuore e, proprio perché voglio bene a entrambi, desiderio che tutto ciò che vi è stato negato possiate finalmente ottenerlo.»
Anche Hige accennò a una risata. «Vuoi dirmi che hai trovato la lamp...»
Non riuscì a finire la frase: Misha gli gettò le braccia al collo e lo baciò sulle labbra. Non era un bacio passionale, e Hige lo avvertì chiaramente. Era un bacio d'addio.
I suoi occhi color ambra si riempirono di lacrime mentre fissava quelli di Misha, che ora erano diventati completamente viola, mentre una massa di piume bianche si diffondeva improvvisamente nell'aria dell'abitacolo.
Il camioncino sbandò violentemente e si ribaltò, precipitando nella scarpata.
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Anche se la polizia e i media gli stavano con il fiato sul collo, questo non scoraggiò Darcia. Ora che conosceva l'esatta posizione dei dispersi, non perse un solo istante a effettuare una serie di chiamate.
Non gli importava più nulla delle leggi di quel mondo. Le aveva rispettate per la maggior parte della sua esistenza, adattandosi con facilità a una realtà che, ormai, non serviva più ai suoi scopi.
L'aeronave si sollevò maestosa in aria. Finalmente, il Monte del Principio era pronto a essere svelato ai suoi occhi.
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Quando il gruppo riprese conoscenza, si rese conto di essere miracolosamente sopravvissuto. Dovevano essere passate diverse ore, perché ora nel cielo svettava la luna rossa, che quella sera era piena.
Erano finiti in una conca le cui estremità superiori sembravano artigli scagliati contro il cielo.
«Hige! Hige! Stai bene?!», chiese Blue, salendo sul veicolo rovesciato di lato e forzando con energia il portello dell'abitacolo.
La cintura di sicurezza aveva fatto il suo dovere, anche se una riga di sangue gli scendeva comunque dalla tempia.
«Blue...», sussurrò il ragazzo, aprendo lentamente gli occhi. «Sì... Credo di sì... tirami fuori, per favore...»
Blue non se lo fece ripetere due volte: si chinò verso di lui e lo aiutò a liberarsi, poi strinse i denti mentre lui, un po' incerto, si aggrappava a lei per uscire.
«Misha, dammi la ma...»
Le parole gli morirono in gola. Sul sedile del passeggero non c'era nessuno.
«Misha, dove sei?»
La voce allarmata di Hige fece drizzare a tutti la schiena.
«Non c'è?!», sbottò Tsume, sporgendosi a sua volta per guardare attraverso il parabrezza frantumato.
«Che sia stata sbalzata fuori?», si chiese Toboe, pallido come un lenzuolo.
Kiba non perse tempo e, con una serie di balzi precisi, perlustrò i dintorni per verificare dove Misha fosse finita mentre il camioncino rotolava giù. Di lei, tuttavia, non c'era alcuna traccia.
«Il libro!», esclamò la voce stupita di Silva, richiamando l'attenzione di tutti. Il Libro della Luna, accuratamente custodito e portato dietro fin dal sito degli scavi in cui era stato originariamente rinvenuto, stava sprigionando intensi fasci di luce bianca direttamente dalle sue pagine.
«No, professore, non lo apra!», gridò Toboe spaventato. Ma, nonostante il giovane avesse allungato una mano per fermarlo, Silva lo aprì lo stesso.
La luce li avvolse completamente.
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Non avevano più un corpo, ma sapevano di trovarsi lì, in quel luogo che sembrava uscito da una vecchia pellicola, con un filtro color seppia e la realtà tremolante.
Si trovavano sulla cima del castello dei Darcia, tornato ai suoi antichi splendori. Era la memoria ereditata di un'architettura appartenente a un altro mondo, una società talmente avanzata che, agli occhi degli uomini del loro tempo, i suoi membri sarebbero apparsi quasi come dei.
Qualche metro più avanti, sulla vasta terrazza di marmo, stavano due figure sedute sui gradoni, intente a osservare il sole morente che si specchiava sul lago del parco.
Era un uomo dal profilo affilato, con gli occhi a mandorla e lunghi capelli castani; sul capo portava una tiara dorata, ornata al centro da un rubino e da pendenti a goccia. Al collo esibiva una pesante collana d'oro a tre fili, il cui ciondolo principale era un ovale dagli spuntoni acuminati. Aveva gli occhi azzurro ghiaccio e indossava un austero e pesante mantello. Tutto, in quella figura alta e fiera, comunicava potere e superiorità.
Accanto a lui stava un grosso lupo bianco. I suoi occhi gialli su sclera nera catturavano i riflessi dorati del tramonto.
I due stavano parlando e, a giudicare dai toni, sembrava una conversazione molto seria.
«Non farlo, Darcia... Forzare il Rakuen... Non è così che funziona. Solo un Hanabito puro è in grado di farlo...»
«Tutti gli Hanabito puri sono morti; qui non hanno trovato ciò che serviva loro per far attecchire i semi... Ma grazie alle conoscenze dei nostri avi...»
«Proprio perché i Creatori avevano certe conoscenze, sapevano anche che non andavano usate... Ti prego, ripensaci. Troveremo un altro modo per raggiungere la nostra dimora originale!»
«Io sono il diretto discendente di colui che guidò la spedizione e ne ho ereditato il nome, non può essere un caso. Non possiamo più rimanere in questo mondo: ci ha corrotti.»
Il lupo bianco sbuffò dalle narici. «Questo perché, scegliendo di rimanere umani, vi siete lasciati sedurre dai piaceri della carne e dal potere. I nobili sono retrocessi nella loro evoluzione... Anche se riuscirai nella tua impresa, non è detto che accediate davvero al paradiso.»
«Allora aiutami tu, vecchio amico... Il tuo sangue...»
Il lupo ringhiò mostrando le zanne, mentre si alzava maestoso in piedi. «Non te ne darò neanche una goccia. Io sono il capobranco dei veri uomini lupo e non condannerò la mia discendenza facendo qualcosa di così blasfemo!»
Darcia I si alzò a sua volta, contrariato. «Siamo fratelli, dovresti essermi leale!»
«Proprio perché ti sono leale, ti impedirò con ogni mezzo di portare avanti questa follia!»
Darcia I gli rivolse allora un'espressione quasi dispiaciuta e sospirò. «Quando ti ho chiesto di venire, speravo davvero di convincerti. Per duecento anni siamo stati amici... Credevo sul serio di riuscire a mostrarti il mio punto di vista.»
Anche il lupo bianco ora appariva addolorato. «Ormai non sei più un lupo...»
«Abbattetelo», ordinò secca la voce del nobile.
Il lupo bianco non ebbe neppure il tempo di rendersi conto di ciò che stava accadendo, che diverse lance lo trafissero da parte a parte.
Il sangue iniziò a defluire rapidamente dal suo corpo inerte.
Darcia I vi si avvicinò e, da sotto il mantello, estrasse una fiala contenente un liquido verde e il suo prezioso libro, su cui aveva trascritto tutto ciò che la sua mente aveva ereditato, compreso il modo per ricreare gli Hanabito attraverso complessi processi alchemici. Rovesciò la fiala a terra, permettendo al sangue di lupo di mescolarsi a quello di una fanciulla fiore.
Sotto il corpo del lupo bianco si allargò all'improvviso un sigillo alchemico, composto da circonferenze concentriche e disegni geometrici intricati.
L'aria iniziò a vorticare violentemente; le nuvole si addensarono per poi aprirsi di colpo, svelando una gigantesca luna argentata.
«Rakuen, accogli la preghiera del tuo figlio perduto!», urlò l'uomo alzando le braccia al cielo. «Riporta me e la mia famiglia nel mio luogo d'origine, accoglimi tra le tue braccia!»
Il Libro della Luna si aprì e le pagine iniziarono a voltarsi da sole, finché non raggiunsero la fine del volume. Su di esse sembrava emergere l'illustrazione di alcuni fiori bianchi... Ma fu solo un brevissimo istante.
Il sole, non ancora del tutto tramontato dietro l'orizzonte, proiettò i suoi raggi come se fosse guidato da una volontà propria, puntandoli direttamente contro la luna, che di colpo si tinse di rosso sangue.
Improvvisamente il vento cambiò direzione, scagliandosi contro Darcia I con una furia tale da rischiare di schiacciarlo al suolo. L'uomo si riparò il volto con un braccio, lottando contro la tempesta.
«Perché mi rifiuti?! Io sono un tuo figlio!»
Improvvisamente apparve una sfera di luce bianca, portando con sé centinaia di piume bianche vorticanti.
Darcia I non riusciva a distinguerne il volto, ma i suoi occhi viola brillavano come due fari accecanti e severi.
«Un degno figlio del Rakuen non avrebbe ucciso il proprio fratello! Un degno figlio del Rakuen non si sarebbe beato del vino, del denaro e della carne. Un degno figlio del Rakuen avrebbe saputo rispettare il luogo che lo aveva accolto!»
«Ma è proprio per scacciare la corruzione dai nostri cuori che desidero, per tutti noi che siamo rimasti qui, ritornare alle nostre radici... Per salvarci...», ribatté l'uomo, prima di abbassare lo sguardo verso il corpo inerte del lupo bianco. In quel momento, i suoi occhi si riempirono di autentico terrore. «No... Che cosa ho fatto? Lui era mio amico!»
«Il seme dell'odio e della bramosia ti ha accecato, essere umano. Per aver compiuto un simile abominio, io condanno te e la tua prole. Nei tuoi figli e nei figli dei tuoi figli, ogni volta che si guarderanno allo specchio, non faranno che vedere l'occhio del compagno che hai ucciso a tradimento. Il suo sguardo vi giudicherà e vi ricorderà per sempre il peccato del vostro avo.»
«Punisci me, ma risparmia i miei figli!», supplicò l'uomo cadendo in ginocchio.
«È troppo tardi. La colpa si imprimerà nel tuo stesso sangue e non ci sarà mai più gioia per la famiglia Darcia. Per te e per tutti i nobili che hanno imboccato la tua stessa strada, esiste solo la condanna.»
Darcia I non aveva idea della natura della creatura spaventosa e misteriosa che si ergeva davanti a lui. Era un'entità divina, forse un guardiano, forse un giudice supremo. Evidentemente il Rakuen non era composto soltanto da Creatori e Hanabito... ma allora, che cosa stava riflettendo la luna in quel momento?
«Sono davvero pentito... ti prego, risparmiali!»
La creatura rimase in silenzio. Poi, improvvisamente, una nuova folata di vento fece vorticare le piume bianche intorno all'uomo, che rimase con il fiato sospeso.
«Se vuoi davvero redimerti, allora il tuo compito sarà quello di osservare e guidare», sentenziò quella figura, che parlava con una voce sia maschile sia femminile. «Utilizza le tue doti per aiutare i lupi smarriti; per coloro che desiderano veramente il Rakuen, tu diventerai la fonte di saggezza... O la loro sfortuna. Tutto dipenderà dalle loro scelte.»
Si udì un forte battito d'ali.
«Ma la condanna è stata scritta: la tua discendenza, prima di poter essere perdonata, dovrà affrontare un cammino lungo e periglioso, che non si limiterà a questa sola esistenza.»
Quando le piume ricaddero lentamente al suolo, un barbagianni spiccò il volo, dirigendosi verso il centro della sfera di luce bianca.
La luce si espanse ulteriormente, finché ogni cosa non divenne candida e accecante.
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Quando Kiba, Blue, Hige, Tsume, Toboe e Silva riaprirono gli occhi, si ritrovarono distesi a terra. Erano sdraiati a bocconi, ansimanti, come se fossero rimasti senza respirare per lungo tempo.
«Quindi è così che tutto ha avuto inizio...», mormorò Silva con un filo di voce.
A Toboe, però, questo non importava. Il suo sguardo vagava inquieto, scrutando lo spazio circostante. «Ma dov'è mia madre?»
Improvvisamente, alcune piume bianche iniziarono a cadere lente e leggiadre dall'alto, mentre intensi fasci di luce viola colpivano il terreno.
«E così abbiamo raggiunto la cometa», disse una voce gentile proveniente dall'alto. «Hamona mi aveva detto che il ciclo si sarebbe chiuso definitivamente il giorno del mio ventiseiesimo compleanno umano.» C'era una nota di profondo dispiacere in quelle parole, ma anche di assoluta accettazione.
«Misha...», sfuggì dalle labbra di Tsume, del tutto incredulo.
«Mamma, ma che stai facendo? Scendi giù!», gridò Toboe tra le lacrime, con il cuore stretto in una morsa.
Misha gli sorrise dolcemente dalla luce. «Esaudisci questo mio desiderio, piccolo mio: stai sempre vicino a tuo padre.»
La ragazza stava fluttuando nell'aria e dietro di lei la luna rossa incombeva. Ella stessa emanava luce viola, così come lo erano i suoi occhi, avvolta da candide vesti e lunghi veli ricamati con fantasia floreale che le rendevano un aspetto ancora più leggiadro ed etereo.
«Ma tu... tu sei un lupo...», disse Kiba cadendo in ginocchio.
Hige e Blue si strinsero l'uno all'altra, senza trovare le parole.
L'angelo socchiuse gli occhi e scosse lentamente il capo. «Ero un lupo... fino alla mia vita precedente lo ero», sospirò**. «Vedete, la trasmigrazione delle anime non consiste solo nel rinascere in un nuovo corpo, in un altro tempo... Talvolta si viene "scelti" e l'anima si eleva a qualcosa di superiore. Così è stato per Mew, così è stato per la nonna di Toboe... Così è stato per Hamona... E così è stato per Darcia.»**
Un'esclamazione di autentico stupore sfuggì dalle labbra dei presenti, e lo sguardo di Misha si fece ancora più triste. «Ma l'anima di Darcia non si è elevata per purezza... A fargli raggiungere un livello superiore di coscienza sono stati l'odio e il risentimento. È così che ha acquisito i poteri di "coloro che si trovano nella luce di cui la luna riflette i raggi".»
«Vuoi dire... vuoi dire che sei una dea?», chiese Blue con voce tremante.
Misha si lasciò andare a una risata leggermente imbarazzata. «Ma no... un dio è qualcosa di assoluto e perfetto. E credetemi, se avessi avuto tali capacità, non sarei mai stata così impacciata e insicura...», si umettò le labbra prima di riprendere. «Un dio è troppo in alto anche per noi. Le nostre capacità ci permettono semplicemente di esaudire i desideri profondi, di imporre l'Amnesia del Rakuen persino su se stessi, e di ricordare ogni singola esistenza per custodire nel cuore tutti coloro che ci hanno accolto e che abbiamo amato.»
«Perché ora, in questo luogo, ci stai rivelando tutto questo?», chiese Kiba con la voce roca.
Misha rimase per un istante in silenzio, poi sospirò. «Non lo avvertite? Guardatevi intorno: non percepite le ombre del vostro passato?»
I ragazzi seguirono il suo invito, ma inizialmente quel posto non sembrava avere nulla di straordinario... finché i loro occhi non si posarono su un piccolo germoglio. Qualcosa che spuntava direttamente dalla nuda roccia, attorno al quale la neve si era sciolta formando un cerchio perfetto.
«Quello è un seme germogliato dell'Albero del Principio; darà la forza a Cheza, proprio come in passato, per aprire il portale e accedere a un nuovo mondo... Solo ora si è rivelato a noi, perché il mio ciclo di rigenerazione come Custode si è finalmente completato. Così sarò in grado di proteggere la mia famiglia e di riportare equilibrio in quello che sarebbe dovuto essere il vostro Rakuen.»
«Cheza sa di tutto questo?», chiese Kiba con voce tremante, mentre le lacrime gli rigavano il viso.
Misha annuì. «Essendo il vostro mondo, riteneva giusto che voi tutti combatteste per esso. Io, invece, volevo lasciarvi in una bolla di inconsapevolezza mentre sistemavo le cose con mio fratello.»
«Cheza ha capito meglio di te il concetto di "party"», sbuffò Hige, incrociando le braccia e soffiando dalle narici. Poi il suo sguardo si incrinò. «Lo sapevo... Ho sempre saputo ciò che fossi realmente. Ora ne sono pienamente consapevole... Ma ti prego, se vuoi davvero esaudire i nostri desideri, non farlo...»
«Cosa vuole fare, Hige?!», chiese allarmata Blue, mentre sorreggeva il compagno che ora cadeva a sua volta in ginocchio, in preda ai singhiozzi.
«Renderci felici...», rispose il giovane in un sussurro stanco.
«Mamma, non andartene! Permettimi di combattere al tuo fianco!», urlò Toboe con la voce roca, usando tutto il fiato che aveva in corpo.
«Resta con noi, resta con nostro figlio, Misha... Resta con me!», ringhiò Tsume con gli occhi mutati e i canini sporgenti, tradendo un totale stato di alterazione emotiva.
Misha, però, non ascoltò nessuno di loro. «Non potete capire quanto vi amo...»
«Se ci ami, non abbandonarci!», gridò Blue con le lacrime agli occhi.
Misha si portò una mano al cuore e tese l'altra verso di loro. «Proprio perché non potrei mai abbandonarvi, preferisco questa via... Questa è la vostra ultima rinascita e non permetterò a nessuno di voi di sprecarla morendo di nuovo giovane», chinò la testa di lato e accennò a una risata amara. «Vi siete trovati un angelo custode testardo, che volete farci?»
Un'aeronave spuntò all'improvviso, proprio in quel momento, squarciando la zona con fasci taglienti di luci rosse e gialle. Un gigante d'acciaio si impose sopra le loro teste, agitando ancor di più le piume fluttuanti nell'aria.
Tutti rimasero come paralizzati, non aspettandosi un simile arrivo. La luce emanata dall'angelo, tuttavia, si fece ancora più intensa. Il suo sorriso restava dolce e gentile, identico a quello che aveva sempre mostrato loro.
«Tsume... prenditi cura del nostro cucciolo», sussurrò infine.
«Mi...»
In quel preciso istante, l'aeronave lanciò un'onda sonora devastante che fece contorcere tutti i lupi dal dolore.
Gli occhi di Misha mutarono di colpo in quelli della lupa e il suo corpo fu scosso da un ringhio vibrante. «Non te lo permetterò!»
Si voltò verso l'alto e, in quella frazione di secondo, ogni cosa venne avvolta da un'esplosione di luce viola.
Tsume riuscì a scorgere solo un'ultima volta il sorriso malinconico di Misha, mentre la figura di lei spariva per sempre tra candidi veli e soffici piume.
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L'aeronave toccò il suolo sulla pista di atterraggio della residenza dei Darcia; nessun radar militare l'aveva rilevata, poiché il nobile si era assicurato che ogni movimento venisse compiuto in gran segreto.
Darcia appariva inquieto mentre attendeva l'arrivo dei sopravvissuti che i suoi uomini avevano recuperato dal luogo dell'incidente stradale.
Cheza, alle sue spalle, osservava la scena in silenzio, con lo sguardo che le tremava per l'agitazione.
«Calmati, madre...», disse Darcia alla donna, che stringeva le mani del marito con il cuore in gola. «Un lupo solo è sopravvissuto.»
«Cosa diremo ai membri del Credo? Un solo lupo non sarà sufficiente.»
«Non glielo diremo», rispose il figlio in tono gelido.
«Il professor Silva e la signorina Misha», annunciò il maggiordomo, scostandosi per lasciare entrare i nuovi arrivati.
Il professore e la ragazza erano avvolti da bende e visibilmente feriti, ma ancora in piedi. Avevano un'espressione esausta; sui loro volti sembravano ancora impresse le tragiche immagini della caduta nella scarpata.
«Come state?», chiese Darcia andando loro incontro e posando una mano sulle spalle di entrambi.
«Sono morti... Sono tutti morti...», disse Misha, tremante e con gli occhi colmi di lacrime. «Hige... Toboe... e tutti gli altri... ci eravamo appena riuniti, solo per morire proprio ai piedi del Monte del Principio.»
«Un ciclo che si ripete...», sussurrò Darcia tra sé.
«Un forte vento ci ha colti di sorpresa... ci siamo persi per lungo tempo e, quando finalmente sembrava che l'obiettivo fosse a un passo...», aggiunse Silva, lasciando la frase in sospeso.
«Ma siete riusciti nella vostra impresa?», domandò Darcia accigliandosi, tradendo una punta di crescente inquietudine.
«Non ho idea se ci siamo riusciti o meno», sospirò Misha. «So solo... Solo che nella tasca mi sono ritrovata questo.»
Dalla giacca della divisa de Il Fiore Bianco, Misha estrasse un piccolo germoglio vegetale, incredibilmente luminoso.
«È questo ciò che serve per salvare il mondo?», chiese Misha, cercando lo sguardo di Darcia.
L'occhio azzurro di quest'ultimo si illuminò di un'avidità improvvisa. «È esattamente questo... Il nutrimento necessario alla fanciulla fiore per aprire il portale del Rakuen!»
Glielo strappò dalle mani senza troppe cerimonie e si voltò verso Cheza. «Ora, volente o nolente, tu mi aiuterai!»
«Chi è quella ragazza nella sfera?», domandò Misha con il volto corrugato, fingendo totale smarrimento.
«Colei che ci traghetterà nel nuovo mondo.»
Misha, esibendo un'espressione esterrefatta, zoppicò verso la sfera trasparente. Nelle sue iridi azzurre si rispecchiava il bagliore di quell'acqua speciale che teneva in vita Cheza.
Non appena ebbe tutti quanti di spalle, le sue iridi si tinsero improvvisamente di viola.
«Non sono davvero tutti morti... lei li sente ancora», disse Cheza nella mente.
«Ovvio che non lo sono», rispose Misha, sempre telepaticamente. «Ho solo manipolato i ricordi di tutti.»
«Dove sono ora?»
«La squadra del professor Silva sta andando a recuperarli. Lui è nostro alleato, non preoccuparti.»
«Che cosa è capitato?»
Misha sorrise lievemente*. «Ho solo ripristinato le cose come sarebbero dovute essere fin dal principio...»*
«Non hai voluto proprio ascoltarla...», sospirò Cheza.
Misha passò la punta delle dita sul vetro freddo della sfera e chinò la testa di lato. «Sono anni che convivi con mio fratello, non hai ancora capito che siamo una famiglia di ostinati?»
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