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Sotto il piumone con stampata sopra la volta celeste, Misha e Tsume si tenevano stretti e si perdevano l'uno nel respiro dell'altra.
Una serie di incontri all'apparenza del tutto casuali. Sempre su quella stessa panchina, sempre nei medesimi giorni, come se una voce o una forza invisibile li guidasse senza che nemmeno se ne rendessero conto.
Non avevano bisogno di parole né di convinzioni; restavano semplicemente l'uno accanto all'altra, tranquillizzati inconsciamente da quella presenza reciproca. Lei immersa nel suo libro di strane leggende sulla luna e sui fiori, lui semplicemente assorto nei propri pensieri, ritrovando in quei momenti un attimo di autentica serenità, mentre sapeva bene che la notte avrebbe portato con sé il caos e i loschi giri di affari della città.
«Tsume... Tsume...», gli sussurrava lei all'orecchio, mentre il respiro le si spezzava in quella danza lenta ma incredibilmente intensa.
Si stringevano forte le mani e il ragazzo cercava quasi avidamente con le sue labbra quella pelle calda e morbida. Lo stesso facevano i suoi occhi. Avvertiva una necessità quasi disperata di incrociare il suo sguardo, uno sguardo che sentiva mancargli da un'intera eternità.
A un certo punto si erano toccati le fronti e i loro occhi si erano improvvisamente illuminati. Un gesto spontaneo, figlio di quel legame ancestrale che attraversava ere e vite intere. Ancora sotto l'influsso dell'Amnesia del Rakuen, non sapevano che quella notte non era stato solo il trasporto di una passione umana, ma l'unione di due compagni che si erano persi e ritrovati più volte e i cui cuori, nella loro nuova vita, si erano finalmente riuniti.
Un evento straordinario percepito persino dai fiori della luna che, quella notte stessa, si misero a tintinnare melodiosamente, annunciando che il primissimo passo per il destino che li aspettava era ormai stato compiuto.
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Quando Tsume e Misha si riunirono al resto del gruppo, l'aria si fece subito incredibilmente pesante. Nessuno si sarebbe mai aspettato un simile comportamento da parte della ragazza, e ormai era quasi impossibile guardarla ancora con gli stessi occhi di prima.
Tsume le rimase rigidamente accanto, in silenzio, posizionandosi appena dietro la sua spalla. Scrutava con attenzione lo sguardo di ognuno dei presenti, pronto a intervenire prontamente qualora qualcuno fosse stato tentato di alzare un po' troppo i toni contro di lei.
Il primo a muoversi fu Toboe che, con un movimento repentino, scattò dritto verso di lei e la strinse in un forte abbraccio, chinandosi leggermente per avvolgerle le spalle con le braccia.
«Perché mi volevi lasciare?» chiese con tono soffocato contro il suo petto. «Perché volevi andartene via senza di me?»
Misha abbassò lo sguardo, sinceramente dispiaciuta. Esitò per un lungo istante, ma poi contraccambiò la stretta: «Avrei tanto voluto risparmiarti tutto questo...»
Toboe si scostò con un gesto rapido e rabbioso. Aveva gli occhi lucidi di pianto e il viso arrossato per la rabbia a stento trattenuta. «Io non ti ho mai fatto domande scomode, non ti ho nemmeno mai guardata male quando Hige ci ha raccontato della nostra tragica fine e tu non hai battuto ciglio. Non ho esitato nemmeno quando mi hai mostrato quel tuo lato selvaggio che tu stessa ancora non sapevi di avere; mi hai chiesto soltanto di rimanerti accanto e io l'ho fatto... E ora... Ora è questo il modo in cui mi ripaghi?»
La ragazza ascoltò in silenzio quelle parole così cariche di profonda tristezza, ma anche di rabbia e disperazione. Con quel gesto impulsivo sapeva di aver ferito a morte Toboe e la cosa le spezzava il cuore... Ma sapeva perfettamente cosa doveva fare, e ormai non si poteva più tornare indietro in alcun modo. Li avrebbe salvati e protetti dal destino. Tutti quanti. Era la sua stessa natura, era il suo autentico Sé.
«Io... ecco... mi dispiace...» balbettò lei, stringendosi nelle spalle.
«Non credi che sia giunto il momento di dirci finalmente tutto quello che sai?» disse Kiba, facendo un paio di passi decisi in avanti. Il suo sguardo azzurro era serio, freddo e penetrante. «Quando ci siamo conosciuti sembravi già sapere qualcosa, anche se non ne avevi la piena consapevolezza. Ormai, però, non puoi più nasconderti dietro la scusa dell'amnesia. Cos'è questa storia secondo cui noi non avremmo mai dovuto ricordare niente?»
Misha sostenne per un brevissimo istante il suo sguardo severo, poi lo distolse, incapace di reggere la pressione.
Kiba iniziò a ringhiare sommessamente; tutta la frustrazione e la rabbia accumulate in quei giorni di dubbi volevano esplodere lì, in quel preciso momento.
«Vedi di stare a cuccia tu!» lo ammonì Hige, spezzando bruscamente la linea visiva tra i due e sovrastando il compagno con la propria altezza. «Non è mostrandoti così aggressivo che la convincerai a dirci tutto quello che sa.»
«Quindi aspetteremo i suoi comodi e quelli dell'uomo verso cui nutre la sua vera lealtà?» sbottò il lupo bianco, con gli occhi ridotti a due fessure cariche di rancore.
Hige aggrottò le sopracciglia. Sapeva bene che l'amico non aveva tutti i torti, ma allo stesso tempo non voleva alimentare ancora di più quella cieca rabbia. Infine sospirò e si voltò anche lui verso Misha, alla quale rivolse un sorriso profondamente malinconico. «Ti prego, parlaci. Siamo tuoi amici, non devi affrontare tutto questo da sola. Io so perfettamente quanto questo risveglio ti abbia fatto male; ho perso il conto delle notti passate in bianco ad ascoltarti mentre urlavi e piangevi nel sonno.» Abbassò per un istante lo sguardo, mentre mille pensieri confusi gli passavano per la testa: «Sai alla perfezione quanto io ti possa comprendere su questo punto.» Rialzò gli occhi su di lei. «Ma se ora sto bene è solo grazie a tutti voi, a ognuno di voi che non ha esitato a stringermi la mano, pur sapendo di quali colpe mi fossi macchiato in passato...» prese dolcemente la mano di Blue, con la quale scambiò un rapido sguardo colmo di profondo affetto, poi tornò a focalizzarsi su Misha «... Perciò, perché per te dovrebbe essere diverso? Credi davvero che ti vogliamo bene solo per una qualche specie di incantesimo, come va dicendo il professore?»
Gli occhi luminosi e ambrati di Hige guardavano nei suoi senza alcun giudizio, senza alcuna forzatura. Per quanto potesse fare in quel momento, il ragazzo cercava con tutto se stesso di trasmetterle tutta la sicurezza possibile.
Il corpo di Misha tremò, ma improvvisamente si sentì afferrare saldamente per le spalle. Girò appena il capo verso Tsume, che la guardava con uno sguardo fermo, protettivo e attento: «Di' pure loro ciò che hai detto a me. Sta' tranquilla.»
Toboe le prese delicatamente la mano e anche lui le rivolse un sorriso profondamente incoraggiante.
Misha deglutì a vuoto, ma sapeva benissimo che ormai non poteva più tirarsi indietro. Doveva dir loro qualcosa, almeno una parte della verità; quello che bastava a far credere loro che la faccenda fosse soltanto "tutto lì".
Prese un profondo respiro e abbassò leggermente le spalle, arrendendosi all'evidenza. «Darcia è mio fratello.»
Le parole uscirono dalle sue labbra come un ruscello che rompe improvvisamente gli argini. Non c'era un modo migliore per sputare fuori quel rospo, e non c'era un modo meno indolore per far capire ai suoi compagni di viaggio che lei era imparentata con il loro più acerrimo e spietato nemico.
«Ma... Ma se nemmeno vi conoscevate...» biascicò Hige, con gli occhi spalancati e il volto improvvisamente pallido come un cencio.
«Misha, ma quando ti abbiamo conosciuta a Mine-Ruins Town tu non eri affatto una nobile! Eri una lupa, esattamente come lo sei adesso!» Toboe stentava sinceramente a credere a ciò che aveva appena udito.
«La trasmigrazione delle anime non ti garantisce che rinascerai sempre all'interno della stessa identica famiglia», spiegò lei con calma, per poi sorridergli con infinita dolcezza e allungare una mano per accarezzargli la guancia. «E così due fratelli possono rinascere come due perfetti sconosciuti... Così come un figlio può diventare il tuo migliore amico ed essere tuo coetaneo, o quasi...» sospirò, premendo appena un po' di più i polpastrelli contro la sua pelle calda. «... Ma i legami ancestrali rimangono indissolubili. E nel momento in cui due anime si ritrovano nel mondo, non potranno fare a meno di risvegliare questi antichi e profondi sentimenti.»
Toboe, nel momento esatto in cui sentì quel dolce tocco materno su di sé, seguito da quelle parole così cariche di significato, scoppiò in un pianto dirotto. «Perciò noi due... Siamo sempre...»
Misha annuì commossa e, l'attimo dopo, il ragazzo la stava di nuovo stringendo forte a sé, singhiozzando senza freni o imbarazzo. Quelle sensazioni non lo avevano mai ingannato: il suo istinto ci aveva sempre visto giusto e ora sapeva, sapeva con l'assoluta certezza del cuore, di non essere mai stato solo nel mondo.
Per Kiba, tuttavia, tutto questo non poteva bastare. Il fatto che Misha fosse stata la madre di Toboe in un'altra vita era del tutto irrilevante di fronte alla consapevolezza che lei fosse anche legata da un vincolo di sangue a Darcia.
«Lei lo sapeva, professore?» chiese il lupo bianco, girandosi bruscamente verso l'uomo, rimasto fino a quel momento in disparte e con un'espressione sul volto altrettanto stupita.
«Che fossero parenti stretti? No, anzi... Considerando che vi vorrebbe tutti morti, direi proprio di no... Ma ora capisco molte cose che prima non quadravano», ammise lo zoologo.
Allora Kiba avanzò con determinazione verso Misha, spingendo rudemente di lato Hige: «Tu stai cercando il Monte del Principio per lui, pretendi che noi tutti aspettiamo fermi il primo novembre per agire. Ci nascondi dei segreti vitali. Magari sai perfino perché Cheza non ha voluto seguirmi quando sono arrivato a un passo da lei!»
Toboe, che ancora la stringeva a sé, gli ringhiò ferocemente contro in risposta a quell'ostilità; Misha, però, lo richiamò subito alla calma e gentilmente si divincolò dalla sua presa. Poi si asciugò con i palmi delle mani le lacrime residue e, infine, annuì.
«Io e Cheza siamo alleate», confessò la ragazza. «Nel momento esatto in cui siamo entrate in contatto, anche lei ha ricordato ogni cosa e ora sta facendo il possibile anche per voi, affinché non cerchiate di intervenire prima del tempo stabilito... Voi non avreste mai dovuto ricordare nulla del passato... Così Darcia avrebbe cercato solo ed esclusivamente me e, almeno in questa attuale vita, voi sareste stati finalmente felici...» fece un passo lento verso Kiba e gli accarezzò con dolcezza i capelli; in quella carezza il lupo bianco sentì uno strano, benefico calore, del tutto simile a quello che aveva sempre provato quando era il suo prezioso fiore a farlo. «Ma il destino è la forza più grande del cosmo, così come lo è l'amore, e insieme generano l'imprevedibile. Così tu non hai mai dimenticato la promessa, così lui stesso ha piegato la rinascita del mondo al suo folle volere e ha deliberatamente deviato i percorsi di alcuni di noi», nel dire questo, il suo sguardo si soffermò con dolorosa consapevolezza su Hige e Blue.
«La vostra scelta di ritrovare a ogni costo le persone amate ha riscritto da capo le pagine di una storia che sarebbe dovuta andare diversamente», concluse Misha con un filo di voce.
«Sono confuso... Non riesco proprio a seguirti...» ammise il professore, che sotto il cappello iniziava a sudare freddo. «È come se tu stessi dicendo che questa intera realtà in cui viviamo sia sbagliata.»
«I desideri, giusto?» Tsume catturò l'attenzione di tutti e, a quella precisa parola, Hige e Blue si guardarono dritti negli occhi con espressione sconcertata. «Si sono accavallati troppi desideri, buoni o cattivi che fossero, e questo ha alterato il corso naturale degli eventi. Così abbiamo ottenuto un Rakuen del tutto imperfetto, catapultandoci in questo mondo grigio che, ancora una volta, cadrà inevitabilmente in rovina come il precedente.»
Misha lo guardò con un'espressione di puro stupore: «Come fai a sapere dei desideri?»
Tsume sostenne fermamente il suo sguardo, assottigliando gli occhi gialli. «Credi davvero di essere l'unica che, in ogni sua vita, ha cercato disperatamente di ritrovare la propria famiglia?»
I due si fissarono in silenzio per un lungo e intenso momento. Misha non sembrava infastidita, ma lo studiò con attenzione, come se in lui stesse cercando una risposta profonda che, tuttavia, non riuscì a trovare.
Infine la ragazza sospirò. «Ora sapete perché non posso odiare Darcia... Mi spiace per ciò che vi ha fatto in passato, e per ciò che vuole ancora da voi in questo ciclo. Vi prometto che farò tutto il possibile affinché siate vendicati.»
«Ci vendicheremo da soli!» sbottò Hige, chinandosi di scatto in avanti e prendendola saldamente per le braccia. «Non si gioca in solitaria in una partita decisiva contro il boss finale, Misha!»
«Gliel'ho già ricordato io prima», si intromise Tsume, incrociando le braccia al petto.
Hige lo guardò un attimo storto, infastidito dall'interruzione, ma poi tornò a concentrarsi sull'amica: «Quale che fosse il nostro cammino originario, ormai ci troviamo su questo; e chiamalo destino, chiamalo come ti pare. Tutti noi ci siamo conosciuti e ritrovati. Forse era semplicemente così che dovevano andare le cose.» Soffiò con il naso, divertito. «Tu e Cheza in prima linea e noi altri lasciati in panchina? Ma vuoi scherzare? Avrei potuto portarvi in spalla entrambe da Freeze City fino al Monte del Principio, e non avrei avvertito la minima stanchezza.» Poi ridacchiò di cuore: «E dai, per una volta lasciateci fare i principi azzurri.»
Blue si appoggiò con finta noncuranza alla spalla del compagno e, quasi casualmente, puntellò per bene il gomito proprio nella sua clavicola. «A modo suo, ma sì, Hige ha perfettamente ragione. Sono stata per cento anni interi ad abbracciare Cheza nel vecchio mondo. Lei stessa mi ha mandata qui per rendere tutti voi molto più forti, quindi anche lei ha riconosciuto che l'unico modo per farcela è solo ed esclusivamente con l'aiuto di tutti noi.»
Misha era ormai letteralmente circondata da tutti loro che la guardavano chi con curiosità, chi con affetto, chi con profondo amore; tutti, indistintamente, erano pronti a spalleggiarla e a fermare una volta per tutte quel fratello ormai fuori controllo.
Almeno per quel momento, il suo piano di facciata stava funzionando alla perfezione.
Kiba era l'unico a rimanere scosso da tutta quella faccenda. Il suo amore per il fiore aveva dunque sfidato il destino stesso, che aveva provato in ogni modo a fargli dimenticare chi fosse... O forse era scritto nel destino che non la perdesse mai, al di là di quali fossero le reali convinzioni della fanciulla fiore... Forse su questo dubbio non avrebbe mai ricevuto una risposta definitiva. Ma al di là di tutto ciò, lui non l'aveva dimenticata, e questa era l'unica cosa che contava davvero. Forse in quella nuova vita non sarebbe stato il protagonista assoluto della leggenda, ma lui non cercava affatto la gloria o la fama: gli bastava soltanto essere il principe azzurro per la sua Cheza.
«Se dunque questa sarà la nostra ultima corsa...» disse, con una rinnovata e ferrea fermezza nella voce, «... Io non temerò di percorrerla fino in fondo. Anch'io ho sperato, per un lungo periodo, di essere l'unico. Di potermi addossare da solo un compito che avrebbe messo in pericolo solo la mia stessa vita. Ma da quel giorno sulla terrazza panoramica in città, ho capito che nessuno di noi è destinato a una vita di totale solitudine. Siamo un branco e, finché resteremo tale, non avremo mai le spalle scoperte di fronte al nemico. Moriremo insieme o sopravvivremo insieme.» Le porse la mano aperta e le rivolse un sorriso disteso. Finalmente sentiva di potersi fidare di lei.
Misha esitò soltanto per un breve attimo, colpita da quel gesto; poi, però, allungò la mano e gliela strinse con vigore.
Più tardi, quella stessa sera, mentre il suono delle onde del mare che si infrangevano sugli scogli si diffondeva nell'aria insieme alla salsedine, sospinta da un vento leggero e freddo, il gruppo si addormentò con una consapevolezza in più e, di conseguenza, più determinato che mai.
Soltanto Misha non riusciva a prendere sonno, così decise di fare una silenziosa passeggiata da sola lungo la riva.
La sua folta chioma corvina veniva sospinta di lato dalle raffiche e, anche se la sua natura di lupa non le faceva avvertire il freddo a quelle temperature rigide, lei si stringeva comunque nelle spalle per darsi un minimo di conforto.
Sebbene tutti le avessero assicurato a gran voce che avrebbe potuto contare sul loro aiuto, ormai il suo cuore aveva accettato da tempo che in realtà il suo cammino finale sarebbe stato del tutto solitario. Aveva avuto il modo e la gioia di rivedere suo figlio, felice dell'ometto che ancora una volta stava diventando giorno dopo giorno, e aveva riabbracciato il suo vero compagno. In questa nuova vita terrena le cose erano state un po' differenti rispetto al passato e si era persino legata sentimentalmente a un altro lupo per un determinato periodo; dettato da un reciproco bisogno di sostegno e da un profondo affetto. Ora, però, doveva far convergere tutte le proprie energie esclusivamente su Darcia: suo fratello, che forse la credeva ancora sotto l'influenza totale dell'Amnesia del Rakuen, e questo avrebbe giocato sicuramente a suo enorme vantaggio. La questione, dopotutto, era solo ed esclusivamente tra loro due... E Hamona.
Per un brevissimo istante, i freddi raggi della luna scarlatta catturarono il suo fugace sguardo viola.
«Misha!»
Quando la ragazza si voltò di scatto sulla sabbia, richiamata dalla voce profonda di Tsume, le sue iridi erano già tornate del loro solito azzurro limpido.
Tsume la raggiunse sulla riva, mostrandosi leggermente allarmato e affannato per la breve corsa.
«È successo qualcosa?» chiese lei con calma, cercando di darsi un contegno rilassato.
«No... È solo che ho temuto che te ne fossi andata di nascosto nel cuore della notte.»
Misha abbassò per un attimo lo sguardo sulla battigia, poi gli rivolse un sorriso venato da una profonda nota malinconica: «Tranquillo... Sono ancora qui.»
La ragazza sobbalzò appena sul posto quando Tsume scattò fulmineo in avanti, mutando prima nella sua imponente forma di lupo grigio e poi tornando istantaneamente in quella di uomo; si ritrovò così a pochissimi centimetri dal suo viso.
«In questa mia attuale vita non ho fatto altro che fuggire dalle mie responsabilità», disse lui con tono fermo, che tuttavia tradiva un profondo e doloroso rimorso. «E ora non ti permetterò di invertire le parti a tuo piacimento, ricordatelo bene.»
Misha lo fissò negli occhi per un lungo e intenso momento, soffermandosi su quelle iridi di un giallo acceso che per ere intere erano state il centro assoluto del suo cuore e che ora, ancora una volta, tornavano a scrutarla con la stessa identica intensità di quando, per la prima volta in assoluto, si erano posate su di lei.
In quel tempo antico e primordiale, lei non aveva affatto tutti i cupi pensieri che la tormentavano oggi. In quel tempo remoto, non erano altro che due lupi liberi che vivevano felici nel Rakuen originario, infinitamente lontani dalle sofferenze e dalle miserie della vita terrena.
«Da oggi pomeriggio hai un'aria decisamente diversa dal solito», osservò Misha, accennando un lieve e dolce sorriso sulle labbra.
«Perché fino a questo pomeriggio non sapevo ancora chi io fossi realmente», le spiegò il lupo grigio, afferrandole rapidamente le mani tra le proprie. «Non ho fatto altro che odiare questa mia attuale esistenza che credevo non mi avesse dato nulla; e invece, d'un tratto, ho capito che mi aveva già donato tutto. Molto più della precedente, seppur anche allora mi fosse stato permesso di essere di nuovo accanto a voi due.»
«Noi due?» disse Misha in un sussurro, quasi intimorita da quelle parole.
Lo sguardo di Tsume si intensificò, riducendosi a due fessure lucide: «Sono io il padre di Toboe, non è forse vero? L'ho visto... L'ho visto chiaramente nella mia visione, o qualunque cosa fosse, mentre correvo per raggiungerti. Io, te e lui, insieme in un luogo primordiale dove la natura era incontaminata e noi lupi vivevamo finalmente liberi. Eravamo una famiglia, Misha.»
Il labbro inferiore di Misha tremò vistosamente. «Ma... Ma è un ricordo troppo lontano... Tu non puoi ricordare quell'era...»
Tsume aggrottò le sopracciglia, stringendo la presa sulle sue dita. «Mentre tu invece lo ricordi alla perfezione? Tu possiedi la capacità di ricordare tutte le tue vite passate?»
Le accarezzò dolcemente una guancia con la mano libera, facendo scorrere piano i polpastrelli su quella pelle morbida e fredda, catturando per tempo una lacrima solitaria prima che cadesse sulla sabbia. Anche se, forse, nemmeno lui avrebbe saputo trattenere le proprie lacrime ancora a lungo.
«Quante volte ci hai ritrovato nel corso dei secoli? Quante volte, consapevoli o meno del nostro passato, siamo tornati insieme?»
Misha sospirò e spostò lo sguardo lontano, verso le acque scure del mare e la spuma bianca che moriva sul bagnasciuga.
«Meno volte di quelle che credi... Ogni singola vita è a sé stante, alla fine», confessò la ragazza con voce fioca. «Prendi ad esempio la nostra precedente esistenza terrena: ti sei ricongiunto con nostro figlio e per lunghi mesi avete viaggiato insieme nello stesso branco, senza mai sapere chi foste in realtà l'uno per l'altro. Eppure, hai sempre provato una certa, inspiegabile soggezione protettiva nei suoi confronti, giusto?»
Tsume annuì in silenzio, lasciando che il fragore della risacca riempisse per un istante lo spazio tra loro.
«E con me c'è stata soltanto l'occasione di una notte», riprese Misha, con un filo di malinconia nella voce. «In una vita precedente in cui l'Amnesia del Rakuen non ci ha mai abbandonato, seppur la nostra connessione profonda fosse immediata.»
«È sempre stato esattamente così tra di noi. Ci è sempre bastato un solo sguardo per capirci», rispose lui, stringendole le dita.
Misha sorrise dolcemente, imporporando appena le guance candide nel sentire quelle parole così sincere.
«Si può dire che sia proprio in questa attuale vita che ne abbiamo acquisito una piena e totale consapevolezza, tutti e tre. È come se fossimo finalmente tornati a quei tempi remoti, in quel paradiso dei lupi.»
«... Forse perché siamo ormai arrivati al capolinea del ciclo... E ci è stata concessa un'ultima possibilità», Tsume digrignò i denti con frustrazione e un profondo ringhio trattenuto gli fece vibrare l'intera cassa toracica. «... Se solo allora avessi saputo la verità... Invece sono stato solo un fottuto codardo...»
«Smettila di torturarti in questo modo, te ne prego. Neanche io, allora, sapevo chi fossi davvero», lo rassicurò lei, guardandolo con dolcezza.
Tsume abbassò gli occhi sulla collanina con la rosellina d'argento che spiccava sul petto di lei, e che sotto la luna restituiva dei lievi riflessi rosati: «Almeno Hige ha saputo darti tutto quello che io, a quel tempo, non avrei mai saputo darti... Per quanto me la sia presa con lui in questi giorni, devo ammettere che è stato molto più uomo di me.»
Ora fu Misha a fare un passo avanti e a posare delicatamente entrambe le mani sul volto di Tsume, mentre il suo sguardo azzurro si intensificava. «Adesso basta con i rimpianti. Io e Hige ci siamo supportati a vicenda e sì, mi è stato sinceramente accanto nel periodo in cui avevo più disperato bisogno di aiuto; ma se le cose fossero state diverse, io non ho alcun dubbio che anche tu avresti fatto tutto il necessario per proteggermi...» gli sorrise con infinita dolcezza: «... Proprio come il fiero compagno che allora scelsi per la mia intera vita.»
Tsume si chinò lentamente in avanti nell'intento di baciarla; in quel preciso momento desiderava fortemente scoprire che sapore avessero le sue labbra accarezzate dalla fredda brezza del mare. Ma proprio quando fu a un soffio dallo sfiorarle, la ragazza si scostò con un movimento fulmineo e mutò all'istante in una splendida lupa. Fece poi qualche balzo giocoso all'indietro sulla sabbia e iniziò ad agitare la coda, invitandolo al gioco. Anche in quella forma ferina, agli occhi del lupo grigio, lei rimaneva la creatura più bella dell'intero creato.
«Accidenti, non mi renderai mai le cose facili in nessuna vita, vero?» le disse ironico, sorridendo e mostrando un canino affilato che anticipava la sua mutazione imminente.
I due lupi sollevarono grandi nuvole di sabbia e neve, mentre si rincorrevano all'impazzata lungo la battigia.
Misha, con le sue lunghe zampe scattanti, era sempre stata un'avversaria decisamente ostica per il lupo grigio, benché a lui non mancasse affatto la resistenza sulla lunga distanza.
Erano due degni esemplari di forza e bellezza selvaggia; la loro folta pelliccia, sotto i raggi lunari rossi, sembrava quasi emanare una luce propria. Creature fiere, scagliate sotto quel cielo scuro che, come una silenziosa minaccia, non faceva che ricordare a entrambi come quelli non fossero altro che fugaci attimi di felicità in un mondo che lentamente cadeva a pezzi.
Tsume allargò le narici: si era messo sulla scia della lupa e il suo profumo inconfondibile gli penetrava nei sensi con un'intensità tale da far vibrare di desiderio tutto il suo essere ferino. Un istinto antico quanto l'universo stesso, che stava alla base della vita e della sopravvivenza.
Così, ancora una volta, diede fondo a tutte le sue energie da alpha per cercare di raggiungerla a ogni costo. Non lo faceva per bramosia o per una qualche forma di sterile possessione, ma per il puro e disperato bisogno di poter stringere di nuovo la sua compagna. Voleva smetterla di rincorrerla nel vuoto, voleva averla finalmente accanto a sé e perdersi completamente in lei, esattamente come tutte le volte, o come quell'unica notte in cui quella possibilità era stata reale.
Con un balzo prodigioso contrasse e distese i muscoli possenti e, in quello slancio disperato, raggiunse con le zampe anteriori la groppa della lupa, spezzandole il movimento di corsa. L'inerzia dell'impatto li fece rotolare insieme sulla sabbia per un paio di metri, sollevando granelli argentei che si dispersero in una nuvoletta soffiata via immediatamente dalle raffiche del mare. Quando la polvere si dissipò del tutto, lui si ritrovò sopra di lei, ansimante per lo sforzo ma con lo sguardo incredibilmente fermo e lucido.
Misha, tornata in forma umana e sdraiata di schiena sulla sabbia fredda, teneva le braccia sollevate ai lati della testa; i suoi lunghi capelli scuri erano sparsi attorno al viso come una corolla corvina che metteva splendidamente in risalto il candore della pelle, la chiarezza limpida dei suoi occhi e le labbra rosa.
Tsume non riusciva a trovare una sola parola appropriata per definire quanto la trovasse bella in quel momento, perché persino quel termine gli sembrava riduttivo di fronte a una simile visione. Così fece l'unica cosa che gli riusciva meglio da sempre: essere diretto.
Si chinò lentamente su di lei e, questa volta, sapeva con assoluta certezza che non sarebbe stato respinto. Premette con decisione le labbra sulle sue, cercando avidamente di ritrovare quel calore profondo che così a lungo gli era mancato durante i mesi dell'esilio.
Misha lo attirò dolcemente a sé, avvolgendo le braccia attorno alle sue spalle forti e accogliendo finalmente quel compagno indomito che, proprio come lei, l'aveva cercata disperatamente attraverso lo spazio e il tempo per tutto quel tempo.
Ora entrambi sapevano perfettamente perché i loro corpi si conoscessero così bene nell'intimità; compresero perché quella notte, circa un anno prima, quelle medesime sensazioni misteriose e antiche li avessero pervasi fin dentro le ossa mentre facevano l'amore per la prima volta. Ricordavano ogni cosa del loro passato originario, e non avrebbero permesso al destino di fargli perdere mai più nulla.
I vestiti erano rimasti sparsi poco distante sulla sabbia; rapidamente se ne erano liberati e avevano così rinnovato il loro antico legame profondo.
Il suono calmo delle onde entrava tranquillo nelle orecchie di Tsume che, tra la stanchezza accumulata durante la giornata e le ultime energie spese per unirsi alla sua compagna, giaceva ora disteso sulla spiaggia, con il vento freddo che gli accarezzava la pelle ambrata del petto. Aveva le braccia incrociate dietro la nuca e i lineamenti del volto finalmente distesi.
C'era, però, qualcosa che stonava profondamente in tutto questo: non sentiva più il calore di Misha accanto a sé.
Sollevò a fatica le palpebre mentre si voltava sul fianco, ma effettivamente la ragazza non si trovava più al suo fianco.
Aveva la testa incredibilmente pesante, tanto da non riuscire a essere ancora pienamente lucido. Eppure, quando sollevò il capo e distinse una figura bianca a qualche metro di distanza da lui, con i piedi immersi nell'acqua scura e lo sguardo rivolto alla luna, non seppe dire se ciò che aveva di fronte fosse reale o soltanto un bellissimo sogno.
Quando quella misteriosa creatura si voltò lentamente verso di lui, però, Tsume sentì salirgli improvvisamente un gran sonno, come se una forza invisibile gli stesse chiudendo a forza le palpebre.
No, con quel lungo vestito bianco ricamato e gli occhi tinti di un viola profondo, mentre attorno al suo corpo delle piume candide venivano sollevate dal vento marino, quella non poteva essere Misha. Lei era soltanto una lupa, esattamente come lo era lui.
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La neve cadeva lenta sui gradini della cattedrale, trasformando il sagrato in un riflesso lattiginoso di luci dorate e bianco assoluto. File di paparazzi si accalcavano dietro le transenne, i flash intermittenti simili a lampi, mentre le guardie del corpo aprivano ombrelli neri sopra la cabriolet bianca appena fermatasi davanti all’ingresso.
Le portiere si schiusero lentamente.
Cher emerse dall’auto nel suo sontuoso abito bianco. I lunghi capelli biondi erano raccolti in uno chignon, illuminati dai lampioni e dai riflessi della neve, mentre i suoi occhi azzurri sembravano trattenere tutta la calma e l’emozione di quell’istante. Il velo scendeva dietro di lei come seta liquida, sfiorando il manto bianco che copriva il suolo.
Accanto a lei, suo padre le offrì il braccio con una compostezza elegante. Era arrivato dalla Francia soltanto per accompagnarla all’altare, e nei suoi occhi stanchi ma fieri si leggeva qualcosa di silenzioso e profondo, qualcosa che nessuna parola avrebbe potuto contenere.
Quando le grandi porte della chiesa si aprirono, il suono dei violini si diffuse nella navata come un respiro solenne.
L’interno sembrava appartenere a un’altra epoca: drappi di seta bianca intrecciati alle colonne, composizioni di rose candide e camelie adagiate lungo le panche, candele tremolanti che riflettevano bagliori dorati sul marmo lucido. Ogni dettaglio parlava di eleganza austera, quasi sacrale.
E in fondo alla navata, immobile sotto la luce soffusa dell’altare, c’era Darcia.
Alto, composto, le mani unite dietro la schiena. I lunghi capelli neri erano pettinati all’indietro con impeccabile ordine, lasciando scoperto il volto affilato. Un solo occhio azzurro osservava la sposa avanzare lentamente verso di lui; l’altro era nascosto sotto una benda nera che rendeva il suo aspetto ancora più enigmatico. Non sorrideva apertamente, ma nel modo in cui il suo sguardo si incrinò appena vedendo Cher entrare, c’era un’emozione impossibile da nascondere.
I violini continuarono a suonare mentre Cher percorreva la navata a braccetto del padre.
Gli invitati osservavano la sposa avanzare in una gioia che veniva trattenuta appena. Uomini e donne eleganti, tutti riportanti chi collane, orologi o gemelli il simbolo del fiore della luna, di conseguenza a un Credo che li univa e che alimentava le loro ambizioni.
Era stato concesso ai media di riprendere in diretta streaming quell'importante evento e così le telecamere, poste sui piani superiori, non sfuggiva neanche un angolo, neanche un secondo di ciò che stava avvenendo.
Nessuno, però, si accorse che posto dietro una colonna di marmo, con le braccia incrociate e lo sguardo leggermente acceso dietro il colletto alto dell'impermeabile, stava un uomo sulla quarantina, con capelli corti biondo cenere, occhi verdi e un volto leggermente emaciato, qualche punta di barba incolta. Egli seguiva la sposa, in silenzio e nell'ombra.
Quali che fossero i suoi pensieri, il suo volto non ne lasciava trapelare neanche uno.
Lo sguardo azzurro della donna, però, colse per un attimo quella figura in disparte e non riuscì a distoglierlo per qualche secondo. Il suo cuore aveva iniziato a battere forte. Non doveva essere Darcia colui che la stava aspettando su quell'altare.
Tornò poi a guardare di fronte a sé, verso quell'uomo di cui provava una forte lealtà e amicizia. Quel giorno Darcia sembrava tornato in sé, forse quel matrimonio per quanto fosse di facciata per un cavillo burocratico, stava facendo bene anche a lui.
Cher si sfiorò l'opale con stampato sopra l'incisione del fiore della luna; il gioiello catturò all'istante i riflessi tremolanti delle candele, che proiettavano una luce calda e suggestiva sugli antichi affreschi della volta e contribuivano a rendere l'intera atmosfera del tutto simile al coronamento del sogno d'amore di due innamorati intenzionati a portare il loro rapporto a un livello superiore. Al coronamento perfetto della loro fiaba. Una pantomima semplicemente impeccabile.
«Sei bellissima», disse Darcia, rivolgendole un lieve sorriso disteso.
«Mi lusingate», rispose lei con un filo di voce, quasi impercettibile.
«Puoi anche smettere di darmi del voi, adesso. Alla fine di questo giorno sarai a tutti gli effetti mia moglie e, a quel punto, un simile distacco formale sarebbe alquanto strano.»
«Voi rimanete pur sempre il mio signore, Lord Darcia.»
Darcia le accarezzò delicatamente il dorso della mano guantata: «Sai perfettamente che tu sei prima di tutto una mia cara amica, piuttosto che una mia sottoposta.»
Cher chinò appena il capo e gli mostrò un sorriso gentile; nei suoi occhi non c'era molta enfasi emotiva, ma nemmeno un senso di totale ripudio: «E io di voi penso l'esatta stessa cosa. Perciò, se questo matrimonio vi rende felice, allora lo sono sinceramente anch'io.»
Al solenne richiamo del sacerdote, gli sposi e tutti gli invitati si sedettero ordinatamente lungo le panche, pronti ad ascoltare l'omelia. Le note profonde di un organo a canne si levarono in sottofondo, accompagnando le prime parole dell'uomo di chiesa che iniziò la celebrazione con un rituale di routine.
«Ci siamo, signori. La cerimonia è ufficialmente iniziata», annunciarono concitatamente i giornalisti radiotelevisivi all'esterno della cattedrale. «Lo scapolo d'oro della città tra pochissimo farà piangere non poche fan, ma dobbiamo ammettere che la sua futura consorte è di una bellezza celestiale. La dottoressa Degré è originaria della Francia...»
Hubb continuò a osservare l'intera scena da un angolo in ombra della navata; non aveva avuto alcun tipo di problema a eludere la sicurezza ed entrare. Il suo speciale lasciapassare da detective era stato più che sufficiente per farlo figurare come uno di quegli aristocratici d'alto borgo.
«Siete pronti?» sussurrò l'uomo alla ricetrasmittente, nascosta strategicamente all'interno del suo impermeabile scuro.
Alla risposta affermativa, l'uomo allora disse loro di stare pronti.
La cerimonia intanto procedeva. Cher e Darcia ogni tanto si scambiavano occhiate gentili e si stringevano la mano. I genitori di entrambe le parti erano sinceramente commossi.
Gli incensi si diffondevano nell'aria, rilasciando un odore speziato e Hubb non poté non chiedersi se avesse scelto proprio Cher quel tipo di fragranza, come anche i fiori, essendo esattamente gli stessi del loro matrimonio.
Nella sua mente passarono diversi pensieri. Ricordi di una vita passata, che avrebbe potuto essere felice e colma d'affetto, ma che anche allora storie di paradisi perduti e di fanciulle nate dai fiori della luna aveva posto fine a tutto questo. Aveva perduto Cher nel mondo antico, prima ancora che la donna cadesse con il camioncino dal dirupo, rompendosi il collo. Prima ancora di raccogliere dalla neve il suo corpo privo di vita e lasciarlo andare alle acque scure del lago che si trovava ai piedi del Monte del Principio.
Storie, non erano altro che storie anche allora, ma come in tanti racconti, un fondo di verità c'era sempre ed Hubb e Cher erano forse finiti nel più tragico e dolce di tutti.
Sospirò. Poi si portò una mano alla tasca ed estrasse un oggetto: l'opale di Cher. Socchiuse gli occhi, ricordando il giorno in cui si era svegliato quel mattino e le aveva lasciato quella lettera. Era caduto in una profonda depressione e quasi pensò di farla finita. Non ce la faceva più. Non ce la faceva ancora a rincorrere una donna che sceglieva un mostro ad un cavaliere. Eppure continuava ad esserne dannatamente innamorato e solo in quel momento realizzò come era veramente rinato.
Lui prima di morire aveva espresso il desiderio di ritrovarsi in un'altra vita. Quel desiderio era stato esaudito.
Miracolo, magia, non ne aveva idea, non era così elevato. Ma i fatti parlavano chiaro: lui era rinato per lei e forse lei non per lui, ma non importava. Anche se alla fine lo avesse ancora una volta rifiutato, avrebbe continuato a mantenere fede a quella decisione che aveva già preso settimane prima: strapparla dalle grinfie di Darcia.
Quando fu lì, lì per gettare il foglio nel cestino, si accorse che dall'altro lato c'era ancora del testo "apri il cassetto".
Hubb si era immediatamente voltato e di getto aveva aperto il cassetto. Al suo interno, la collana della famiglia di Cher rifletteva le luci della lampada accesa.
L'aveva sollevata e passata tra le dita. Era leggermente pesante, più i quello che si aspettasse. E fu allora che se ne accorse: quella non era una semplice collana.
Assieme ad essa c'era un ulteriore biglietto. Il codice per una cassetta segreta alla banca di fiducia delle Darcia Industries. Lì avrebbe trovato qualcosa di interessante.
«Sei proprio la moglie di un poliziotto» Sogghignò, divertito, tra sé e sé.
Arrivò così il momento fatidico, il più classico degli eventi che a un appassionato di commedie romantiche come lui non vedeva l'ora di dire.
«Se qualcuno ha qualcosa da dire affinché Lord Darcia e Lady Cher non debbano unirsi in matrimonio, parlate ora o tacete per sempre.»
«Io mi oppongo!»
La voce di Hubb riecheggiò per tutta la navata ed un'esclamazione collettiva si levò tra i presenti, mentre si voltavano contro colui che aveva osato pronunciare parole del genere.
Darcia lo fulminò con lo sguardo, non appena lo riconobbe.
«Come sei entrato qui?» Chiese, mentre faceva cenno alle guardie del corpo d'intervenire.
«Grazie a un pass speciale.» Rispose lui, agitando la collanina a mezz'aria.
Darcia allora spostò rapidamente lo sguardo verso la collana che portava Cher e solo ora se ne era reso conto: un falso.
Con un gesto brusco gliela strappò dal collo. «Che cos'è questa storia, dottoressa!?»
Cher si passò rapidamente la mano dietro il collo, leggermente dolorante per lo strappo improvviso, ma poi guardò con espressione ferma l'uomo.
«Ve l'ho detto, farò qualunque cosa per fermarvi!»
Le guardie avevano quasi raggiunto Hubb, ma lui fu più rapido e diede il segnale alla ricetrasmittente.
In quel momento la polizia fece irruzione nella chiesa, tra le urla spaventate degli ospiti.
«Che significa tutto questo, capitano!?» Tuonò Darcia, verso il capo del dipartimento che avanzava lungo il corridoio.
«Darcia, siete accusato di corruzione verso le istituzioni, rapimento e tortura di ostaggi, omissione di cadaveri e di cospirazione contro lo stato stesso. Siete in arresto, avete diritto di non parlare e qualunque cosa direte verrà utilizzata contro di voi in tribunale»
I media sui social e sulle reti televisive esplosero con la stessa potenza di quei due razzi che mesi prima avevano colpito Freeze City.
«Cher, che cosa hai fatto!?» Sbottò la sua stessa madre, strattonandola.
Cher sorrise, in risposta allo schiaffo che ricevette dal padre. «Mi dispiace, ma credetemi, tutto questo non è altri che la lealtà verso il mio signore Lord Darcia.»
Quest'ultimo la guardò incredulo, mentre gli agenti gli mettevano le manette.
I due si scambiarono uno sguardo e quello di lei fu di malinconia. «Non vi preoccupate, non vi lascerò solo.»
In quel momento Hubb salì i due gradini dell'altare, sorridendo dolcemente alla donna. «Sembra sia andato tutto come secondo i nostri piani.»
«Grazie per non esserti arreso con me» rispose lei, mentre tendeva le mani verso di lui.
Hubb le fece l'occhiolino, poi si voltò verso Darcia e lo guardò con un lieve sorriso che tratteneva a stento. «Gliel'avevo detto. La giustizia forse ci mette un po', ma arriva sempre.»
«Detective...»
«Capitano. Ricorda? Si è assicurato affinché ottenessi quel grado. Cerchi allora di rispettarlo.»
«Pensa di aver vinto?»
«Chi lo sa... ma impedire che un bastardo provi a sposare mia moglie, quella lo è già.»
«Cher, mais qui est cet homme?» chiese la madre, che era un fascio di rabbia.
«L'amour de ma vie» rispose la figlia, senza esitazione, sorridendo ad Hubb.
Quest'ultimo si chinò su di lei e la baciò dolcemente.
Sollevò anche lui le mani verso di lei, ma non prese le sue, andò oltre. Il click delle manette, fece rabbrividire i genitori di Cher, mentre lei continuava a sorridere.
L'arresto in diretta del magnate di Freeze City, l'erede dei fondatori, colui che aveva aiutato a ricostruire gli edifici abbattuti e sostenere le famiglie colpite, venne travolto da una valanga e così i suoi affiliati più stretti.
Dentro la cassetta della banca, che si poteva aprire solo inserendo il medaglione che era anche una chiave magnetica, erano conservati dei documenti importanti. Gli addetti non avevano sospettato di lui, perché aveva fornito il codice segreto che solo una persona molto vicina a Lord Darcia poteva avere.
Lì era riportato tutto: il report sulla morte di Satoshi Haruno ed i suoi scagnozzi, i tabulati degli scambi con il senatore Thien, il report sul rapimento di John con tanto di tortura psicologica affinché tradisse Tsume e Kiba e li accusasse di essere complici di attentato, le "donazioni" alla polizia.
Per prima cosa aveva rintracciato John, aggirandosi nei bassi fondi e confondendosi come uno di loro e ci aveva parlato. L'uomo era ancora sconvolto per la faccenda e non ne voleva sapere niente, ma alla fine dopo una serie di insistenze ce l'aveva fatta e si era dimostrato disposto a testimoniare.
Dopodiché si era recato a casa del capo della polizia e lì rischiò lui di essere arrestato, ma Hubb gli aveva portato nero su bianco tutti i fogli che mettevano in dubbio la sua posizione ed il rapporto con Darcia.
Sì appellò all'onore della polizia, al fatto che suo padre avrebbe fatto esattamente la stessa cosa, alle vite innocenti perdute da quando quei razzi erano cadute sulla metropoli. Cose che il suo capo non poteva ignorare, non se aveva un cuore, considerando che anche lui aveva un marito e dei figli.
Infine, dopo aver ottenuto i suoi testimoni e la polizia, che finalmente sembrava essere rinsavita, il passo successivo fu rivedere un'ultima volta, prima della fine, la sua amata Cher.
Approfittando del fatto che al tempo Darcia era ancora in convalescenza per la crisi che aveva avuto, la donna si era recata al reparto di polizia dove Hubb la stava aspettando.
Non appena i due si rincontrarono, diverse emozioni li avevano attraversati, ma tutte li tenevano fermi sul posto. In quel momento erano nemici. Lei la testimone numero uno di quello che sarebbe potuto diventare il processo più grande della storia.
Per quanto poi Hubb fosse grato a Cher per quello che aveva fatto, il suo orgoglio, il suo ferimento, non riuscivano ad ammorbidire il suo sguardo.
«Quella volta a quel ristorante di lusso mi avevi detto scherzosamente che ti sentivi come il professor Walgate, ma anche quello non corrispondeva al vero. Il profilo che più ti si adatta è il dottor Stranamore.» le aveva detto, ma prima che Cher potesse abbassare lo sguardo, lui le prese la mano e cercò il suo sguardo. «Ma la notte in cui ci siamo conosciuti tu avevi detto anche un'altra cosa: quando si sbaglia, è giusto cercare di rimediare... e tu, Cher, stai cercando di farlo e questo io non lo ignoro.»
Così Cher rilasciò la sua deposizione.
Hubb ed il capo della polizia sapevano che se preso con discrizione, Darcia avrebbe trovato il modo di divincolarsi. Così era necessario che la cosa accadesse dove la sua maschera non poteva cadere, per non compromettersi ancora di più. Le nozze che l'uomo stesso aveva organizzato, sarebbero state anche la sua trappola.
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Darcia era stato rinchiuso in una cella temporanea; ora si trovava chinato in un angolo, con il volto nascosto dai lunghi capelli corvini. L'occhio azzurro catturava la luce calda della stazione di polizia. Il suo sguardo era immobile.
«Vedo che finalmente si è calmato», disse Hubb. «Quando è arrivato in centrale, per un attimo l'ho scambiata per la lupa del Campidoglio.»
«Non sono in vena di lasciarmi andare a vecchi detti popolani... capitano.»
Il capitano sorrise sottilmente. «Eppure mi è sempre sembrato un uomo così affabile. Sembra che io le abbia tolto persino il senso dell'umorismo.»
«Lei crede di aver vinto, ma non ha fatto i conti con i miei avvocati. E visto che le piacciono i detti sui lupi, le ricordo che nella storia sulla lotta tra il lupo cattivo e quello buono, a vincere non è quello con gli ideali più saldi, ma quello più nutrito. Anche se crede di avermi messo con le spalle al muro, le mie risorse sono illimitate.»
«Certo, questo mondo è stato plasmato a sua immagine e somiglianza», rispose lui tranquillamente. «Ma io sono quell'anomalia che lei non aveva previsto e così il suo desiderio di un mondo perfetto in cui vivere con la sua Hamona, credo, dovrà essere ancora rimandato.»
Darcia scattò in piedi. «È quello che credete lei e Cher... a proposito, le dica che è licenziata.»
«Non si preoccupi, lo sapeva già.»
«Lei è un uomo finito, Hubb Lebowski. Aprirò comunque il Rakuen e questa volta lei e sua moglie verrete dispersi nell'oblio. Non ci sarà più alcun legame a salvarvi.»
Hubb lo guardò con durezza. «Per questo la fermerò con ogni mezzo possibile.»
Darcia pretese di essere lasciato solo, dichiarando che non avrebbe più parlato se non in presenza del suo avvocato.
Non appena le porte si chiusero dietro di lui, riprese a camminare avanti e indietro, agitato. Non poteva perdere il controllo. Non adesso. Ma la rabbia per il tradimento e l'umiliazione lo stavano divorando vivo.
Scagliò un pugno furioso contro la parete, aprendo un reticolo di lievi crepe nel punto dell'impatto.
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Misha si fermò di colpo, mentre il gruppo avanzava sotto un vento forte che sollevava nuvole di neve.
«Mamma, perché ti sei fermata?», chiese Toboe, girandosi e prendendole la mano per esortarla a proseguire.
Misha dovette prendere fiato. «È Darcia...», disse con un filo di voce. «Sta soffrendo profondamente... deve essere successo qualcosa.»
«So che è tuo fratello, ma la cosa non mi dispiace affatto», commentò Hige, che stringeva a sé Blue, mentre lei lo abbracciava a sua volta per scaldarsi a vicenda.
«Misha, dobbiamo trovare un riparo. Poi penserai a tuo fratello, ma ora pensa a te stessa», disse Tsume, costringendola a voltarsi per incrociare il suo sguardo.
Gli occhi della ragazza tremarono per un attimo, poi annuì.
Il fiuto di Kiba li condusse infine a una stazione di servizio dismessa. Era stata saccheggiata e vi erano rimasti solo articoli inutili, ma offriva almeno un rifugio sicuro.
Misha guardava attraverso le vetrate quel tempo peggiorare sempre di più. Ormai era un processo che si alimentava da solo, suo fratello non c'entrava più. Anche se Darcia non fosse riuscito ad aprire il Rakuen... quel mondo era ormai perduto.
Una lacrima le rigò il viso e la mente tornò al giorno in cui il fratello l'aveva portata a casa sua. All'epoca, il suo lato umano non sapeva nulla, ma la lupa in lei si era già risvegliata, insieme a tutti i suoi ricordi e alle capacità acquisite. Ricordò di quando il canto di Cheza l'aveva spinta a voltarsi verso la libreria; in quel momento, Misha le aveva chiesto mentalmente se si ricordasse del patto con l'angelo.
«Se lo ricorda», aveva risposto lei. «Da quando ti sei risvegliata, il sigillo dell'amnesia temporanea si è spezzato.»
«Eppure hai richiamato comunque Kiba a te.»
«Non puoi fare tutto da sola, Misha», rispose la fanciulla con fermezza. «Kiba e gli altri ti sapranno aiutare, non dubitare della loro forza.»
«Non dubito della loro forza, ma loro sono i quattro eroi di una vita per cui hanno già dato tutto. E due di loro sono il mio compagno e mio figlio... non metterò in pericolo le loro vite. Questo sarebbe dovuto essere il loro Rakuen.»
«Il desiderio di Darcia è stato più forte...»
«Anche il mio lo è, e lo è anche quello di Hamona», disse contraendo la mascella. «Rimedierò io ai crimini di mio fratello. La mia è una lotta solitaria, non ho bisogno di nessuno di loro... perché non hai fatto in modo che anche Kiba dimenticasse?»
«Non avrebbe mai dimenticato. Mai davvero. Si sarebbe liberato da solo, proprio come hai fatto tu, e la storia si sarebbe ripetuta comunque. Inoltre, è stato tuo fratello stesso a causare tutto, rapendola prima che l'anima di Kiba giungesse nella dimensione temporanea.»
Misha poggiò la fronte contro il vetro freddo della stazione di servizio e socchiuse gli occhi, tornando al presente.
Forse era tremendamente testarda, l'ostinazione, la fissazione, forse non erano solo una caratteristiche di Darcia. Ma proprio perché erano simili, sapeva che lui aveva fatto tutto per amore. Nel modo peggiore possibile, ma mai per odio. Il lupo nero desiderava solo ritrovare la sua compagna. Perché un lupo ne ha solo una per tutta la vita e per lei darebbe o rinuncerebbe a tutto.
Forse era tremendamente testarda; l'ostinazione e la fissazione dopotutto non erano caratteristiche esclusive di Darcia. Ma proprio perché gli somigliava, Misha sapeva che suo fratello aveva fatto tutto per amore. Nel modo peggiore possibile, certo, ma mai per odio. Il lupo nero desiderava solo ritrovare la sua compagna. Perché un lupo ha una sola compagna per tutta la vita, e per lei darebbe o rinuncerebbe a tutto.
Improvvisamente qualcuno l'abbracciò da dietro: un braccio le cinse il fianco, posandole la mano sul ventre, mentre due labbra si poggiarono dolcemente sulla sua testa.
«Non sei certo l'unica ad avvertire il dolore delle persone a cui sei legata», disse Tsume.
Misha inizialmente non rispose, poi sospirò. «Ti sei stancato di giocare a carte con gli altri?»
«E tu ti sei stancata di isolarti?», ribatté lui, lasciando trapelare una nota di inquietudine nella voce.
Il bisticcio in sottofondo tra Hige e Toboe — con il più giovane che lo accusava di barare — le arrivò improvviso all'orecchio. Si era estraniata a tal punto da aver dimenticato tutto il resto.
Sorrise dolcemente, vedendo loro due, Blue, Kiba e il professor Silva seduti attorno a un tavolo, intenti a giocare a poker per passare il tempo.
Tsume la fece voltare, così da guardarla dritto negli occhi, per poi chinarsi e darle un bacio.
Misha contraccambiò con una necessità quasi urgente. Non poteva mentire a sé stessa: quell'antico legame risvegliava in lei tutti i suoi ricordi più belli... e proprio per questo le facevano così male.
Premette leggermente i polpastrelli contro le labbra di lui, prima di discostarsi per riprendere fiato.
Tsume allora le sollevò il mento con due dita. «So che sei in pensiero per Darcia, comprendo che il legame con lui sia forte quanto quello con me. Ma non risolverai niente perdendoti nei tuoi pensieri. Resta vicino a noi e non avere paura.»
«Paura... è davvero questo che sto provando?», disse, mostrando un sorriso ironico.
«Hai paura di perderci e di non essere in grado di fare nulla per salvare la tua famiglia... proprio come è successo alla tua isola, non è vero? I tuoi genitori nella tua vita passata, il tuo branco... ti stai addossando quella colpa.»
Misha sussultò e Tsume la abbracciò immediatamente. «Non è stata colpa tua, non potevi fare niente... Jagra era troppo forte. Anche se sei forte anche tu, sei pur sempre una creatura terrena.»
A quelle parole, lo sguardo di Misha si incupì e, appena sopra la spalla di Tsume, le sue iridi si tinsero di viola.
Le immagini presenti in questa storia sono generate tramite strumenti di intelligenza artificiale e hanno esclusivamente finalità illustrative. Non rappresentano materiale ufficiale e non sono destinate a diffusione o utilizzo al di fuori di questo contesto.