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Nuovo mondo.
Il corridoio si apriva interminabile nel cuore del palazzo. Le lastre di marmo scuro riflettevano bagliori bronzei e ombre profonde, mentre le colonne lucide, ornate d’oro e motivi gotici, si innalzavano verso volte immerse nella penombra.
Dalle alte finestre sul lato sinistro penetravano lame di luce lattiginosa, nette come fenditure nel buio. Attraversavano l’aria colma di pulviscolo, trasformando ogni granello sospeso in una pioggia dorata che sfiorava il pavimento lucente. Il silenzio sembrava amplificare il suono rapido dei passi, il fruscio della stoffa, il ritmo irregolare del respiro infantile che correva lungo quel passaggio immenso.
Ogni dettaglio del palazzo sembrava appartenere a un sogno antico: gli archi appuntiti, le decorazioni consumate dal tempo, i riflessi dorati che emergevano dall’oscurità. La luce e le ombre si rincorrevano sulle superfici, dando alla scena un’atmosfera sospesa, drammatica, quasi irreale.
Il bambino avanzava, piccolo contro la grandiosità del luogo. I capelli neri e ribelli ondeggiavano fino alle spalle ad ogni falcata, mentre la camicia bianca si tendeva nel movimento della corsa. I pantaloncini marroni sfioravano le ginocchia, i calzini chiari risaltavano contro il marmo scuro, e le scarpe laccate riflettevano per un istante i raggi che attraversavano il corridoio.
Non ce la faceva più, non ce la faceva più con tutte quelle riverenze e quegli sguardi devoti. Gli stavano chiedendo troppo. Troppo.
«L'incarnazione di Lord Darcia III» questo dicevano. Ma lui non aveva idea di chi fosse. Non era che un'ombra, il frutto forse della follia di suo nonno che era arrivato a contagiare la sua stessa famiglia.
Perché non lo lasciavano ai suoi giochi ed i suoi libri, perché non poteva essere come tutti gli altri bambini?
Gli archi ed il suono lento di un pianoforte si diffondevano come un'eco per tutto il palazzo, come se stessero dettando il ritmo di quella corsa.
Sua madre aveva organizzato una festa in suo onore. L'ennesima. Ma quella sera non riuscì più a trattenersi.
Sarà stato il brano scelto, saranno stati quei costumi fatti di penne nere e maschere bianche ad inquietarlo. Qualcosa lo aveva scosso nel profondo... molto nel profondo.
Raggiunse il fondo del corridoio e con tutta la forza che aveva spalancò le pesanti porte di legno pregiato nero. La luce lo investì.
Antico mondo.
«... e così, il principe, chinandosi sulla principessa, espresso il desiderio che essa potesse ridestarsi, le sfiorò delicatamente le labbra di rosa.»
Darcia seduto su un mucchio di cuscini pregiati e ricamati con filamenti d'oro, ascoltava con attenzione quasi febbrile quella fiaba.
La sua camera da letto aveva alte pareti scure e pesanti e cozzavano con la presenza dei giocatoli e dei disegni appesi, in cui erano raffigurati sempre soli e prati verdi.
«Così, grazie al suo amore, la principessa tornò in vita. Le sue guance divennero rosee e non appena i suoi occhi puri incrociarono quelli del suo amato, il sorriso che gli rivolse era luminoso come quello di una stella.
Il principe la sollevò con le sue forti braccia dal giaciglio di morte e la condusse al suo castello, dove vissero per sempre felici e contenti.»
La fanciulla dai lunghi capelli neri e ricci, richiuse il libro, per poi sistemarsi meglio sul letto a baldacchino, ricoperto da un tessuto di broccato nero e blu.
«Un'altra! Ti prego un'altra!» Insistette il bambino sui sei anni, con due occhioni lacrimevoli.
«Ma Darcia, devi andare a dormire adesso.»
Gli occhi azzurri di lei, si incrociarono con quelli eterocromi del bambino. Lei non sembrava avere ereditato la maledizione di famiglia, a differenza del fratello il cui occhio sinistro era giallo, mutato in quello di un lupo.
«E va bene» disse sospirando «ma questa è davvero l'ultima.»
Poi sollevò lo sguardo verso la piccola figura in disparte che invece non osava alzare il capo. Aveva l'espressione timida e con quei due chignon ai lati della testa su quella pelle chiara, sembrava una bambolina di porcellana.
«Neige, perché non ti unisci a noi? Sarai stanca a stare in piedi.»
Lo sguardo di Neige tremò «ma mia signora, io sono solo una serva... non posso...»
«Sciocchezze» rispose la ragazza, scuotendo la testa. «Sei solo una bambina e sei persino più piccola del mio fratellino. Ne avrai di anni per fare la brava domestica, ma non è ancora il momento.»
Darcia la esortò a sua volta, facendogli cenno con la mano, sorridendo.
La bambina avanzò piano, con le palpebre socchiuse, tenendosi il vestito scuro da veggente con entrambe le manine. Si sdraiò vicino al piccolo Lord, che invece indossava una semplice veste da notte bianca.
«Cos'altro vuoi sentire, dopo la Bella Addormentata? La Bella e la Bestia?»
«Hansel e Gretel!» Esordì lui. «Mi piace tanto!»
La sorella assunse un'espressione curiosa. «Come mai?»
«Perché mi ricorda io e te, Misha.» Rispose prontamente. «So che se anche se ci perdiamo nel bosco, tu alla fine mi terrai sempre la mano e affronteremo insieme la strega cattiva!»
Misha rise e lo guardò complice. «E non perché ti mangeresti la casa di marzapane intera, goloso di dolci come sei?»
Il piccolo Darcia gonfiò le guance, mentre Neige rise dietro le manine.
«Va bene, adesso iniziamo. C'era una volta...»
Nuovo mondo.
Gli sembrava di correre da ore, lungo un percorso senza fine. Il cuore gli martellava all'impazzata, quasi volesse esplodere. Era ansante e quei violini gli laceravano l'anima.
«Basta, basta!» Urlò, mentre scuoteva con forza la testa e le unghie premevano fino a conficcarsi nella carne.
Che cos'erano quelle scene nella sua mente che così violentemente si facevano spazio e si sovrapponevano a quelle della sua vita attuale?
Antico mondo.
«Certo che vostra figlia, lady Misha, sta crescendo davvero in beltà. Quanti anni ha adesso?» Chiese una nobildonna, sporgendosi appena dal suo ventaglio nero, verso la signora Darcia.
«Sedici anni, è quasi pronta per il debutto in società.» Rispose la donna da dietro la sua maschera, finemente decorata. Dal tono trapelava orgoglio, mentre osservava la figlia in quel suo sontuoso abito azzurro ed i capelli raccolti in una spilla dorata e intarsiata di diamanti. Era di una bellezza quasi eterea e molti nobili, con desiderio crescente, osservavano la giovane erede della casata più antica della loro stirpe.
Le armoniche vibravano nell'aria. Un suono lento che diventava man mano sempre più rapido e calzante.
«Darcia, vieni a ballare con me!» Disse la ragazza, tendendo le mani verso il fratellino, mentre lei era al centro della sala.
Darcia si voltò, con la bocca coperta di panna, intento a mangiare l'ennesimo dolcetto. «Dopo, ora ho fame!»
Improvvisamente Neige, accanto a lui, squittì, toccandosi la testa. «Che hai?» Chiese, aggrottando la fronte.
«Perdonatemi, signorino, forse sono solo stanca.» Rispose la bambina, con lo sguardo tremante ed il volto pallido.
«Esci da qui, vai a prendere aria» Le disse, mettendole una mano sulla spalla. «Non ti preoccupare, ti do io il permesso.»
«G-grazie, signorino.»
Neige uscì dalla sala, traballante e costretta ad appoggiarsi al muro. Non le era mai capitato nulla del genere, prima ad ora. La testa vorticava e aveva come dei flash. Flash orrendi... di morte.
«Darcia, adesso vieni?» Insistette Lady Misha, con il broncio.
Darcia sbuffò, facendo vibrare le labbra. «E trovati un principe»
La fanciulla rise, mentre gli prendeva le mani. «Perché? Non sei tu?»
Darcia la guardò annoiato. «No, sono tuo fratello e non so ballare.»
«È importante imparare fin da subito o che figura farai con la tua futura principessa?»
Il bambino alzò un sopracciglio. «Eh? Non voglio principesse, le femmine sono vanitose e piene di profumo!»
La sorella scosse il capo. Del resto non era che un bambino, per queste cose aveva ancora molti anni di fronte a sé. Seguendo la melodia che si diffondeva nella sala, i due iniziarono a girare, allegri e spensierati. Due figure luminose e pure, tra quei corvi scuri che dietro i loro lustri tessevano brame e portavano gradualmente il mondo alla rovina.
Per quanto Darcia facesse storie, in poco tempo sul suo volto comparve un bel sorriso.
I due fratelli si guardavano, sorridenti, mentre l'occhio del lupo pulsava appena, catturando l'immagine di quella fanciulla dai lineamenti femminili ma allo stesso tempo simili ai suoi.
Neige ribaltò una panca dall'imbottitura color porpora, mentre cercava di stare in piedi. La bambina era completamente terrorizzata. Vedeva Darcia in un angolo, con lo sguardo cupo. I genitori di lui, chiusi in due bare ed i nobili delle casate rivali che si stringevano attorno a lui come avvoltoi.
... poi vide Lady Misha. Un attimo prima, ella era distesa sul suo letto, addormentata e serena, l'attimo dopo non era che uno scheletro ammuffito ed il suo bell'abito di seta e organza era ormai consumato dalle termiti.
«Signorino... signorino...» sussurrò, boccheggiando.
All'improvviso un grido si levò dalla sala. Era stata la madre di Darcia e Misha a lanciarlo.
Lady Misha stava facendo roteare Darcia su sé stesso, stringendogli una mano tra le dita sottili. Le gonne chiare della ragazza si aprivano attorno alle sue gambe come petali mossi dal vento, mentre i capelli le ondeggiavano dietro le spalle ad ogni giro. Darcia rideva senza riuscire a fermarsi, trascinato da quell'entusiasmo leggero e contagioso che solo lei sembrava possedere.
Ad un tratto si lasciarono andare, ma senza davvero separarsi. Rimasero vicini, fianco a fianco, continuando a ruotare sul posto con le braccia appena discoste dal corpo, come se la musica li sostenesse e impedisse loro di cadere.
Attorno, la sala si dissolveva in una spirale indistinta di luci e colori. I riflessi dorati dei candelabri si spezzavano in scie tremolanti, il rosso profondo degli arazzi e il nero elegante degli abiti si confondevano davanti ai loro occhi in un vortice caldo e sfocato. Per un istante esistevano soltanto loro due, sospesi in una felicità innocente che sembrava eterna.
Ridevano forte, senza alcuna grazia composta, con quella spontaneità pura dei bambini che ancora ignorano quanto il mondo possa essere crudele.
I musicisti continuarono ad accompagnare i loro movimenti con note rapide e leggere; il violino rincorreva i passi veloci dei due fratelli, mentre il pianoforte riempiva la sala di una melodia vivace ed austera. Le loro risa si alzarono sopra ogni altra voce, limpide e luminose, fino quasi a toccare il soffitto decorato.
Darcia era ancora di spalle, stordito da quel girare continuo, quando un rumore sordo, un tonfo, spezzò improvvisamente l'armonia della sala.
Il bambino si voltò lentamente, con gli occhi spalancati.
«Misha!» Urlò Lady Darcia, accorrendo al fianco della figlia che improvvisamente era caduta a terra, priva di sensi.
Darcia rimase lì fermo, mentre osservava la sorella ora tra le braccia della madre, molle come una bambola inanimata ed il collo reclinato. Aveva perso una scarpetta ed il fermaglio si era sfilato, spargendo la sua folta chioma. Il suo bel vestito, azzurro con ricami argentati e la sottogonna bianca, si era aperto come un ventaglio e sembrava davvero la corolla di un fiore. Il bracciale d'oro che aveva al polso catturava i riflessi caldi dei candelabri sulle pareti.
«Darcia, non respira!» Disse la donna, rivolgendosi al marito.
«Presto, un medico!» Ordinò Lord Darcia.
«Portate via il bambino!» Disse qualcun altro ed i domestici presero di peso il piccolo Lord che, tale era lo shock, non oppose resistenza.
Nuovo mondo.
Il coro diffondeva il suo canto, raggiungendo note alte. Era lento e trasmetteva sensazioni profonde.
Un inno a lui. Un inno a colui che aveva sfidato il destino stesso, che si era imposto nella rinascita del mondo e lo aveva fatto suo.
Il bambino, però, non sapeva niente di tutto questo. Perché doveva ricordarsi di questa persona che nella vita passata era stata tanto cattiva?
Antico mondo.
Quegli stessi canti si diffondevano anche nel palazzo della famiglia Darcia dell'antico mondo. Le sacerdotesse invocavano preghiere affinché la principessa potesse risvegliarsi.
La sentenza era chiara: Lady Misha era stata colta dalla Malattia del Rakuen ed ora era sospesa tra vita e morte, in un sonno per cui non c'era risveglio.
L'antica casata possedeva i fiori della luna, retaggio dei loro antenati che discesero dalle stelle ed istruirono gli "uomini bestia", poi loro stessi decisero di rimanere uomini e non più lupi.
Purtroppo la conoscenza di creare delle persone fiore era andata perduta con la scomparsa di Darcia I e così il figlio dovette fare tentativi alla cieca e tutti fallimentari.
Una profonda tristezza era scesa su quel palazzo che una volta era al centro delle feste dei nobili. Con la caduta della principessa, sembrava che anche la fine della casata stessa fosse prossima. Anche se un figlio viveva ancora, esso, però, era stato maledetto fin dalla nascita.
Il piccolo Lord viveva tutto questo chiuso in sé stesso, immerso nei suoi libri di racconti fantastici. E più leggeva, più si convinceva di una cosa: forse gli autori non avevano semplicemente inventato delle storie, forse la magia da qualche parte esisteva davvero. L'amore era la forza più grande dell'universo, forse sarebbe bastato quello per risolvere la situazione.
Neige, in fondo alla stanza, con un'ombra che tagliava a metà il suo morbido viso, osservava a distanza il suo padroncino, scorgendo nel suo sguardo un'espressione sempre più distorta che quasi le faceva paura.
Avrebbe tanto voluto dirgli cosa aveva visto, ma lei stessa credeva che sarebbe impazzita se l'avesse fatto.
Darcia corse a perdifiato, attraversando quei lunghi corridoi, sovrapponendosi a quello del nuovo mondo. Uno correva per andare incontro al suo destino, l'altro per sfuggirgli. Entrambi sarebbero stati ineluttabili.
Spalancò le porte della camera della sorella, la quale da settimane era attaccata ad una macchina che l'alimentava e respirava per lei. Nonostante questo, aveva mantenuto la sua bellezza e sembrava solo addormentata.
A parte per i macchinari, la stanza - tipica di una fanciulla di alto retaggio - era rimasta come era sempre stata: bambole di porcellana, una libreria colma di libri, abiti pregiati infilati nei manichini.
Una luce laterale filtrava dalla finestra e si posava su quel giovane viso.
L'avevano completamente spogliata e solo i suoi lunghi capelli la coprivano, avvolgendola come un sudario.
Darcia tenne lo sguardo basso, mentre saliva i due gradini che lo separavano dal letto.
Le prese prima la mano. Era fredda. Glaciale. Ma gliela strinse lo stesso, cercando lui stesso di riscaldarla col suo calore.
I raggi catturarono i suoi occhi, restituendo due riflessi diversi. Uno caldo ed uno freddo.
Le sacerdotesse continuavano a levare i loro canti di preghiera che si diffondevano per tutta la fortezza, mentre lui con il fiato sospeso osservava il volto cereo della sorella. Sembrava che indossasse anche lei una maschera, in quel momento.
«Principessina, se la triste profezia si avverasse, non per questo morirai, ma nel sonno tu cadrai. E il tuo sonno cesserà se l'amor ti bacerà. Sia questo il più fulgido dei tuoi doni, che la speranza mai ti abbandoni.» Disse a bassa voce il bambino, ripetendo quelle parole che la stessa gli leggeva quasi ogni notte.
Si sporse poi in avanti, allungò il collo e le sue labbra innocenti toccarono la guancia di lei. Impresse un bacio carico di tutto il suo amore e delle sue speranze, mentre stringeva un po' di più la sua mano. Quello era il suo desiderio, che ella tornasse a vivere ancora una volta e che lui potesse di nuovo perdersi nei suoi occhi azzurri e nella sua voce gentile.
Si scostò e attese. Attese per diversi minuti, senza muoversi, chinato su di lei.
Le voleva bene con tutto il cuore, quindi perché non avrebbe dovuto funzionare?
A un certo punto abbassò di colpo lo sguardo. Le dita! Gliele aveva strette davvero?
«Basta, non ce la faccio più! Ormai è morta!»
La voce di Darcia II proruppe come una valanga e la sua figura avanzò come un tornado in quella stanza.
Scansò malamente il figlio, preso per le spalle per tempo dalla madre, la quale stava supplicando il marito di non farlo.
«Stiamo tenendo in vita solo un guscio vuoto, non ha più senso tutto questo!»
Con un gesto secco, strappò con forza tutti i cavi, che rilasciarono scintille.
«Nooo» Urlò la madre, mordendosi le dita fino a sanguinare.
Darcia rimase immobile e con lo sguardo fisso su quel monitor che ora con un fischio continuo ed acuto avvisava con urgenza che il cuore si era fermato. La luce rossa lampeggiava, chiedeva soccorso immediato... ma nessuno sarebbe venuto.
Nuovo mondo.
Gli invitati giravano su sé stessi, agitando le braccia, in quel ballo antico che lo stesso Darcia I dell'era contemporanea aveva conosciuto, attraverso i ricordi trasmessi.
Il loro signore si era reincarnato in quel tempo e loro sarebbero stati testimoni e coloro che avrebbero attraversato la soglia per un mondo dedicato solo a loro.
Sotto quelle maschere, quelle persone erano consumate dalla brama di potere.
Antico mondo.
Aveva iniziato a piovere, quando gli addetti portarono via la bara bianca e finemente ornata d'oro di Lady Misha.
Darcia era seduto su una panca di marmo e Neige si aggrappava al suo braccio. Anche se non era altri che una serva, in quel momento il piccolo Lord aveva bisogno di un'amica.
A quel tempo, il palazzo era ancora ben tenuto, le alte torri bianche sembravano scolpite nell'avorio, nonostante fossero di ferro. L’oro decorava ogni bordo, ogni incisione, ogni guglia sottile che si innalzava verso il cielo grigio, trasformando l’intera costruzione in una cattedrale regale dedicata non agli dèi, ma alla grandezza della stirpe dei Darcia.
Tra quelle guglie appuntite come artigli rivolti verso il firmamento e quella struttura così complessa, non dava l’impressione di essere stato costruito da uomini comuni. Sembrava piuttosto il relitto magnifico di un’antica civiltà perduta, o il sogno irraggiungibile di un sovrano che aveva preteso di trasformare la luce stessa in architettura.
Sarebbero passati ancora molti anni, prima che il lago, attraversato dal camminamento e sormontato da un'imponente arco, avrebbe fatto sprofondare l'edificio nelle sue acque scure. Su quel camminamento, stavano ora disposti in fila e sui due lati i nobili che era venuti ad assistere al funerale della principessa.
I corvi dal volto bianco, si voltarono all'unisono verso la stessa direzione, quando il feretro li superò. Anche se coperti da ombrelli neri, il fulmine che in quel momento cadde, riuscì ugualmente a mettere in risalto la freddezza dei loro occhi.
...e Darcia li sentì, li sentì nitidamente i bisbigli ed i sussurri che non erano di tristezza per quella giovane vita che si era spezzata troppo presto. No. Lady Misha non era altri che una rivale in meno.
Corse dalla madre, per tirarle la manica, per dirle ciò che aveva sentito, ma la donna seppur col corpo, non era più lì. Ad un certo punto gli accarezzò la testa in un rapido gesto e si voltò. Avanzò lentamente, mentre saliva quegli scalini, rientrando dentro l'edificio e salendo in alto... sempre più in alto.
Neige strinse a sé il suo amico, mentre tutto attorno urla e concitazioni si diffusero per la fortezza.
Qualcuno si era appena buttato di sotto, ma chi? E chi era colui che lo aveva seguito?
Per cosa stavano piangendo quei volti di ceramica, privi di espressione? Per cosa stavano esultando?
Nuovo mondo.
Il bambino alla fine riuscì a raggiungere la sua stanza, ma si era sbilanciato troppo ed era caduto a faccia in giù. Gli parve di vivere il tutto a rallentatore, eppure l'impatto contro il pavimento freddo fu lo stesso doloroso ed il sangue iniziò a colargli dal naso.
Fu in quel momento, in quel momento preciso, che l'occhio sinistro si macchiò ad ondate di nero e nella sua mente un vortice si scatenò dentro di lui, mescolandosi alle note frenetiche ed i cori che si facevano sempre più alti.
«Ti prometto il Rakuen»
«Il Rakuen per me è stare con te»
«Lady Hamona si è ammalata...»
«Non posso più vederla in questo stato!»
«Tu desideri il Rakuen»
«Il tuo Rakuen sarebbe un inferno!»
Gli invitati danzavano e bevevano vivo rosso che scendeva loro dai lati della bocca. Quel giorno, senza ancora saperlo, stavano festeggiando il loro signore che tornava tra loro, attecchendo ad una vita innocente che non aveva avuto altro scopo se non diventare il contenitore di un essere oscuro e ossessionato.
Il piccolo Darcia si mise ad urlare a squarcia gola, mentre odori, sensazioni, si riversarono in lui e lui impotente poté solo subire quell'impeto di energia che lo scosse dal profondo. L'Amnesia del Rakuen lo stava abbandonando e lo fece nel modo peggiore che potesse capitare. Lui non voleva ricordare, non poteva ricordare la bestia che era stato, il lupo cattivo che aveva morso la gola dei suoi simili, colui che aveva portato alla rovina la sua amata.
Il sangue del naso colò fin dentro la bocca e questo gli causò un ultimo violento spasmo.
A un certo punto, intravide in quel caos degli occhi azzurri, ma non riuscì ad aggrapparsi ad essi, così sopraggiunsero degli occhi viola, quelli della sua amata Hamona. Come aveva potuto perdere la speranza con lei? Come aveva potuto accettare in quella vecchia vita che il Rakuen potesse esistere anche senza?
Attirati da quegli schiamazzi che avevano sovrastato persino la musica, sopraggiunsero i genitori ed altre persone, rimanendo spiazzati, alla vista del corpo semi mutato del bambino, con la sclera nera che cerchiava l'occhio giallo, le zanne e gli artigli. Colto da una furia cieca, aveva iniziato a distruggere tutto ciò che gli capitava a tiro e così il padre fu costretto a farlo sedare.
Da quando Darcia fu assalito da quella crisi, cadde in un sonno profondo e senza sogni.
Poi, però, un giorno riaprì gli occhi e si sollevò da letto. La prima cosa che fece fu guardarsi allo specchio. Il suo occhio era tornato normale, per ora chiuso e in attesa, ma dentro...
«Il signorino desidera parlarvi, miei signori» disse il maggiordomo Edward, presentandosi sulla soglia dello studio.
La coppia, con il cuore in gola, si diresse alla stanza del figlio.
Lo trovarono di spalle, mentre si sistemava con cura la camicia e la giacca.
«Darcia, come stai?» Chiese la madre.
«Molto meglio.» Rispose lui in un tono così misurato ed elegante che cozzava con il suo aspetto di bambino in età elementare.
Quando si voltò, i genitori sussultarono. Anche lo sguardo era mutato ed il raggio di sole laterale che filtrava attraverso le tende scure, lo rese ancora più incisivo.
No, non era più un bambino.
«Vi ringrazio per quello che avete fatto per me. Vi confermo di essere ufficialmente ritornato tra voi.»
La coppia comprese immediatamente cosa fosse allora successo ed entrambi si chinarono al suo cospetto.
«Non dovete.» Disse lui, sollevando una mano. «In questa vita, siete voi i miei genitori e vi rispetterò come tali.»
«Troppo buono, mio signore!» La donna era sinceramente commossa.
«Ci sono novità sugli studi con la fanciulla fiore? Avete rivelato qualche attività anomala?»
«Per ora tutto tace, mio signore.» Disse il padre. «Ma ora che vi siete risvegliato, immagino sarà solo questione di tempo.»
«Cosa possiamo fare per voi, nel frattempo?» Chiese la madre, avanzando verso di lui e prendendogli le mani.
«Sii solamente mia madre. Prenditi cura della mia formazione, finché non tornerò ad essere un uomo.» Rispose, con tono serio ma non duro. «E un giorno, ti prometto, varcherai con me la soglia di un mondo dove sarai una regina e sarai coperta d'oro.»
Lo sguardo di lei si riempì di avidità e di un scintilla di follia. Si chinò su di lui e gli baciò le mani con devozione. «Grazie, Lord Darcia!»
Rimasto di nuovo solo, Darcia tornò a guardarsi nello specchio. Dunque ci era riuscito. Aveva tramandato il suo nome, si era diffuso come un incubo su quel nuovo mondo, aveva steso la sua mano e come un parassita si era insinuato nelle menti di qualcuno che aveva già un'indole malvagia, così fu facile piegarlo al suo potere e fare lo stesso con tutta la sua discendenza, finché essa non lo generò a sua volta.
Lui era Darcia, che in una lingua antica significava "discendente di un luogo oscuro". E lui non era altri che questo. Un'ombra che presto avrebbe avvolto tutto e, grazie al sangue dei lupi rinati, avrebbe finalmente ritrovato la sua Hamona, strappandola dal suo sonno eterno.
Avrebbe finalmente ottenuto, il suo felice e contenti.
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