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«Ogni petalo è un ricordo che il mondo ha dimenticato.
Ogni profumo è una promessa
che il tempo non ha saputo mantenere.» - Racconti perduti de Il Libro della Luna
Quando riaprì gli occhi, il dolore alla nuca e il bruciore alle ginocchia la investirono in pieno.
Non aveva idea di dove si trovasse né da quanto tempo fosse rinchiusa in quello squallido stanzino, dove, in sottofondo, si udiva lo squittire dei topi tra le pareti.
Era legata e imbavagliata. Completamente sola.
L’avevano presa per colpire Tsume, convinti che attraverso di lei sarebbero riusciti a stanarlo. Ma si sbagliavano. Lui se n’era andato e non sarebbe tornato. Tenerla prigioniera, quindi, non sarebbe servito a nulla.
Un timore le attraversò il petto come una lama fredda.
Se nessuno fosse venuto a cercarla, che cosa le avrebbero fatto, ora che aveva visto i loro volti?
Il pensiero tornò a quella visione — la neve, il sangue, l’immobilità del corpo.
E se non fosse stata un’allucinazione?
Se fosse stato un messaggio premonitore?
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«Misha, buongiorno, un panino alle zucchine — oggi mi tengo leggero. Sai, stamattina mi sono pesato e…»
Hige si fermò di colpo, come pietrificato. Al centro della sala, intenta a spazzare, c’era un’altra cameriera.
Eppure era sicuro che quel turno spettasse a Misha. Frequentava il locale quasi ogni giorno: conosceva a memoria i suoi orari.
«Dov’è Misha? È malata?»
La cameriera si strinse nelle spalle. Una sottile piega le attraversò la fronte — a metà tra preoccupazione e fastidio.
«Oggi non si è presentata. Ho dovuto correre io a coprire il servizio.»
Un brivido gli scese lungo la schiena. Misha era fin troppo responsabile: non avrebbe mai saltato un turno senza avvisare. Mai.
«Qualcuno l’ha chiamata per sapere come sta?»
«Il telefono squilla a vuoto. Il cellulare risulta spento.»
Il cuore gli balzò in gola. Come poteva dirlo con tutta quella calma? Non erano colleghe?
«Magari si è presa solo un giorno di pausa!» aggiunse lei — ma Hige era già fuori, lanciato come una furia.
«Ehi! Guarda dove vai!»
All’angolo si scontrò con Toboe, che per poco non finì a terra.
«Ah, sei di nuovo tu» borbottò il ragazzo, contrariato, sistemandosi la cartella in spalla.
«Misha è sparita!» disse Hige, senza fiato.
«Cosa? Ma non è al lavoro?» Toboe si accigliò.
Hige scosse con forza la testa, facendo sobbalzare i ricci rossi. «Dicono che non si è presentata e non risponde al telefono.»
Gli occhi di Toboe si spalancarono, il labbro inferiore tremò. «Forse è solo malata… sai, il cambio di stagione…»
«Moccioso, ti sembra il tipo da darsi malata senza dire niente a nessuno?» Strinse i pugni, inspirò forte, cercando di contenersi. «Non so spiegartelo — ma lo sento. Le è successo qualcosa.»
Toboe tacque. L’espressione gli si fece improvvisamente seria.
Poi anche lui lo avvertì — quella stessa vibrazione interiore, quella voce senza parole che gli diceva che Hige aveva ragione.
Lo afferrò per un polso e lo tirò con decisione.
«Allora dobbiamo andare subito a casa sua e assicurarci che stia bene!»
«Sai dove abita, moccioso?»
«E smettila di chiamarmi così, brutto idiota! Ho un nome, sai?» ribatté. «Comunque sì, lo so. Non è a molti isolati da qui. Qualche volta sono andato da lei per le ripetizioni di matematica.»
«Ah, uffa — quindi con te si vede» borbottò lui. Poi scosse il capo e tornò serio. «Vieni, prendiamo la mia macchina. Faremo prima.»
Poco dopo erano sotto il palazzo di Misha. Il portone era spalancato e il pavimento dell’androne appena lavato: dovettero avanzare in punta di piedi per non attirare le ire della donna delle pulizie.
Salirono di corsa i due piani e si attaccarono subito al campanello.
«Misha! Ehi, Misha, ci sei? Apri questa dannata porta!» gridò Hige, battendo i pugni.
Con la coda dell’occhio, Toboe notò una porta socchiudersi poco più in là. Un’anziana spiava dal corridoio.
«Signora! Ehi — signora!» Si precipitò verso di lei e riuscì appena in tempo a infilare il piede tra stipite e uscio, rischiando quasi di farselo schiacciare. «Ha visto la nostra amica? La prego, se sa qualcosa ce lo dica.»
«Io non so niente!»
«Non dica sciocchezze — si vede lontano un miglio che è la pettegola del palazzo. Avanti, parli!» intervenne Hige, raggiungendolo e spingendo la porta quel tanto che bastava per tenerla aperta.
La donna, col cuore in gola, cedette**. «Ultimamente da lei entravano sempre uomini. Prima quel teppista dalla pelle scura, poi altri energumeni che giravano davanti alla sua porta. E adesso voi due. Non la facevo una ragazza del genere.»**
Le orecchie di Hige diventarono rosse. «Lei non è quel tipo di ragazza, vecchiaccia!»
Lo scatto d’ira del giovane la spaventò a tal punto che iniziò a gridare di chiamare la polizia.
«Andiamo — presto» disse Toboe, tirandolo per una manica. «È chiaro che non è qui. Non cacciamoci nei guai.»
Misha, ma dove ti sei andata a cacciare? si disse Hige, mentre lui e Toboe correvano via.
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Sfrecciava con la moto tra le strade urbane, schivando auto e pedoni con precisione istintiva. Fin dalla nascita aveva mostrato riflessi fuori dal comune e una rapidità di pensiero rara — qualità che gli avevano permesso di cavarsela in più di una situazione difficile.
Se fosse cresciuto in un ambiente diverso, forse avrebbe potuto usare quelle doti per qualcosa di nobile.
Ma era venuto su in un quartiere dove valeva soltanto la legge del più forte, e le sue figure genitoriali non erano mai state un vero sostegno.
Così aveva messo le sue capacità al servizio della strada: piccoli furti, espedienti, mani veloci. La fedina si era macchiata già a quindici anni. In casa non trovava tregua — solo litigi — finché un giorno, stanco di quelle quattro mura, se n’era andato senza voltarsi indietro.
Nelle notti sotto i ponti, con una birra tra le mani, si era chiesto spesso perché fosse toccata proprio a lui quella vita. Non l’aveva scelta — eppure, a essere onesto con sé stesso, doveva ammettere che gli calzava addosso con fin troppa naturalezza. Destino, forse. O qualcosa di simile.
Con gli anni aveva imparato a dosare il rischio. A capire dove valeva la pena sporcarsi le mani e dove, invece, era meglio lasciare stare. Gli arresti sfiorati erano diventati sempre più rari.
Forse l’unica cosa davvero pulita che aveva fatto era stata prendere la patente e comprarsi una moto. Anche se, certo, la benzina non si pagava con le buone intenzioni.
Tra lavoretti di fortuna e altri giochi di mano, riusciva sempre a trovare un tetto e qualche soldo per andare avanti. Ma crescendo aveva capito una verità scomoda: non avrebbe potuto vivere così per sempre.
Il passato, però, pesava come un macigno e a ventinove anni si era ritrovato con credenziali insufficienti perché qualcuno gli desse davvero una possibilità.
In quel tunnel buio, però, a un certo punto aveva intravisto una luce.
Una ragazza che aveva vissuto una vita opposta alla sua, che aveva fatto tutto giusto e si guadagnava da vivere onestamente. La sua casa era curata e calda e alle pareti era appesa una vita che avrebbe tanto voluto anche lui per sé stesso.
No. Non poteva restarle accanto. Si sa che se metti un frutto marcio accanto ad un sano, sarà sempre quest'ultimo a rimetterci.
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«Ma non capite? Dobbiamo chiamare la polizia! Non potete prendere la questione sottogamba!»
Quando Darcia aprì la porta della caffetteria, le urla tese di Hige gli arrivarono subito alle orecchie. Lui e Toboe erano tornati al locale per avvertire il titolare.
«Non corriamo subito agli allarmismi. Voi giovani avete sempre mille motivi per assentarvi — e quasi mai uno serio» stava dicendo l’uomo di mezza età. «Magari è andata a trovare dei familiari.»
«Potete contattare i suoi genitori e verificarlo?» chiese Toboe, con la fronte corrugata.
Il datore di lavoro scosse il capo. «È una questione di privacy. Noi abbiamo solo il numero dei dipendenti, e anche quello possiamo usarlo solo quando serve davvero.»
«Per questo caso serve davvero!» esplose Hige.
«Adesso basta. Abbassate i toni — questo è un locale aperto al pubblico, non casa vostra» ribatté irritato l’uomo. «Conosco Misha anch’io e so che è una ragazza responsabile. Se entro la giornata non riusciremo a contattarla, faremo denuncia di scomparsa. Questa è la mia ultima parola.»
«Sì — e magari nel frattempo l’avranno fatta a pezzi» mormorò Hige tra i denti.
Girò i tacchi e si avviò verso l’uscita, con Toboe subito dietro.
«Perdonate l’intrusione, non ho potuto fare a meno di notare la vostra preoccupazione» disse Darcia, fermandoli. «Cos’è accaduto alla signorina Misha?»
Li seguì nel cortiletto esterno. Il cielo plumbeo gravava sulle espressioni tese dei due ragazzi, fissandolo dritto negli occhi.
«La nostra amica è sparita» rispose Hige. «E qui sembra che solo noi due abbiamo capito quanto sia grave.»
Darcia socchiuse appena lo sguardo. Qualunque pensiero gli attraversasse la mente, non trapelò.
«L’ho incontrata una sola volta» disse con calma, «ma non mi è parsa il tipo da sparire senza preavviso.»
«È quello che sto dicendo fin dall'inizio!» sbottò Hige.
«Allora andiamo alla polizia e sporgiamo denuncia» propose Darcia.
«Sì, sempre che si decidano a muoversi. E se pensano che sia solo in gita? Abbiamo già perso fin troppo tempo.» Hige strinse i pugni, frustrato.
«In tal caso, dobbiamo cercarla noi.»
Le parole dello sconosciuto li colsero di sorpresa.
«Vuole aiutarci, signore?» chiese Toboe, incredulo.
«Darcia, vi prego.» Si portò una mano al petto e accennò un lieve inchino. «Sì. Intendo aiutarvi. Con le mie conoscenze, trovare indizi può essere più semplice di quanto crediate.»
Hige deglutì. Un aiuto inatteso — eppure quell’uomo dagli occhi eterocromi e dai modi raffinati gli trasmetteva una sensazione difficile da definire. Troppo distinto, troppo composto per essere “uno qualunque”.
«Ogni aiuto è ben accetto!» disse Toboe con un sorriso, presentandosi. Anche Hige fece lo stesso.
Darcia ricambiò con un sorriso sottile.
Sapeva perfettamente chi fossero quei due.
Erano loro, piuttosto, a non sapere chi erano davvero.
Seguirono Darcia fino alla sua auto — e quella, da sola, bastava a confermare il suo status. Ultimo modello, nera, elettrica, silenziosa come un’ombra: un gioiello uscito dalle migliori fabbriche.
«Allora… con permesso, eh» disse Hige, grattandosi la nuca mentre apriva la portiera del passeggero.
Toboe salì dietro con un po’ di esitazione.
«Anche i bambini dietro devono allacciarsi la cintura» osservò Darcia, con tono calmo ma fermo.
«S-sì, signore!»
Il ragazzo armeggiò con agitazione, per qualche secondo, con l’aggancio, finché non sentì il clic.
Gli interni erano in pelle morbida, ordinati, profumati — niente a che vedere con il catorcio di seconda mano di Hige, puzzolente e sempre pieno di cartacce e scontrini spiegazzati.
Prima di avviare il motore, Darcia estrasse il cellulare — anch’esso di fascia altissima — e compose un numero. Parlò a bassa voce, frasi brevi, precise. Quanto bastava per dare istruzioni, non abbastanza perché gli altri potessero capire a chi.
Hige fischiò piano, guardandosi attorno.
«Con un bolide così rimorchi pure senza provarci.»
Lo sguardo di Darcia si fece più freddo nello specchietto retrovisore.
«Preferite ritrovare la vostra amica… o vogliamo continuare con le battute grette?»
L’abitacolo tornò immediatamente in silenzio.
«Dove stiamo andando, signor Darcia?» chiese Toboe, sporgendosi leggermente tra i sedili mentre l’auto si immetteva nel traffico.
«Al mio ufficio. Nel frattempo le mie guardie faranno qualche telefonata. Spero di avere già qualcosa in mano quando arriveremo.» Fece una breve pausa. «Avete una sua foto?»
Hige scosse la testa, contrariato.
«Io sì!» intervenne Toboe, illuminandosi.
«Eeeh! Hai persino una foto con lei?» protestò Hige. «Non vale!»
Toboe tirò fuori il telefono dalla cartella e aprì la galleria. Scorse rapidamente le immagini finché non si fermò.
«Questa.»
Era il giorno del suo compleanno: lui davanti alla torta, le candeline accese che gli riflettevano negli occhi. Accanto, Misha, piegata verso di lui, un braccio attorno alle spalle e un sorriso dolce.
Darcia la osservò solo un istante di troppo.
«Perfetto. Inviamela via bluetooth. La girerò alle persone giuste.»
«Subito!» Toboe eseguì con cura, concentratissimo.
Hige sbuffò.
«Comunque voi due siete troppo affiatati. Sembrare quasi fratello e sorella.»
Toboe arrossì leggermente.
«Non so cosa sono io per lei… ma lei è importante per me. È l’unica che mi abbia mai fatto sentire… davvero benvoluto.» Si grattò la guancia. «Quel giorno, passando davanti alla caffetteria, ho sentito come una spinta. Dovevo entrare. E c’era lei. È stato… naturale.»
Hige si fece serio.
«Sai che anche a me è successa una cosa simile? Pensavo fosse perché era San Valentino e distribuiva cioccolatini con un vestitino a tema niente male… invece no. C’era altro. Una specie di… richiamo. Buffo, eh.»
Darcia guidava in silenzio, lo sguardo fisso sulla strada bagnata. Poi parlò, come se stesse continuando un pensiero iniziato molto prima.
«Prima che ci incontrassimo, vagavo per la vita senza una direzione, senza una ragione. So che, per qualche motivo, ogni passo che ho fatto da quando ho imparato a camminare, era un passo verso di te. Eravamo destinati ad incontrarci.»
Hige e Toboe si scambiarono un’occhiata perplessa.
Darcia accennò un mezzo sorriso.
«Perdonatemi, mi sono lasciato trasportare dalla situazione e mi è venuta in mente la citazione di un noto scrittore.»
Non aggiunse altro e loro non osarono chiedersi cosa mai potesse frullare nella testa di una persona così altolocata e di cultura.
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Tsume si era fermato nei pressi della costa, appena fuori dal perimetro di Freeze City. Lì il cielo era più limpido e il silenzio sovrano. Sperava che quell’aria aperta gli concedesse un po’ di tregua — e magari la forza di convincersi che doveva smettere di pensare a lei.
Il casco riposava sulla sella. Gli occhiali scuri riflettevano la luce tiepida del primo pomeriggio.
Era solo un povero bastardo. La vita gli aveva lasciato poco: una moto, qualche cicatrice e un pacchetto di sigarette stropicciato in tasca.
Ne estrasse una e la accese. Il fumo salì lento e si disperse, inghiottito dal vento salmastro.
Le onde si infrangevano placide contro i frangiflutti, tra i tetrapodi scuri chiazzati di salsedine.
Tempo. Doveva solo lasciar passare il tempo. Poi il cuore si sarebbe rimesso a tacere. Sarebbe tornato ai suoi piccoli traffici, ai lavori sporchi, alle notti corte. Fino al giorno in cui — per un debito o per orgoglio — qualcuno gli avrebbe piantato addosso una pallottola.
All’improvviso gli parve di sentire profumo di gelsomino.
E quegli occhi azzurri.
E quella voce che pronunciava il suo nome nel momento di massima estasi.
«Cazzo.»
Il rombo di un motore lo riportò al presente. Una moto si accostò alla sua.
«John. Che succede?»
L’uomo sollevò la visiera. «Nuovi guai per te. Satoshi non ha digerito il servizietto che hai fatto ai suoi uomini. Se l'è presa con una tua donna.»
Il tono bastò a irrigidirgli la schiena. «Chi?» In cuor suo sapeva giò la risposta.
«Una mezza siberiana… Maruska, Misha — qualcosa del genere.»
Il sangue gli si gelò e ribollì nello stesso istante. Non chiese altro.
Montò in sella e fece ruggire il motore.
Le due moto scattarono sull’asfalto come proiettili per le strade larghe a gran velocità, non trovarono mai ostacoli sul loro cammino, fortunatamente.
Sotto il casco, gli occhi gialli dell'uomo brillarono. Sentiva come un ruggito sommesso.
Qualcuno aveva osato mettere le mani su Misha e ora era pervaso dal forte istinto di strappare la gola a tutti coloro che si sarebbero frapposti.
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Socchiuse gli occhi per il fastidio, quando qualcuno aprì la porta dello stanzino. Era un uomo di mezza età, con i capelli radi e le punte gialle. Aveva diversi piercing alle orecchie e tatuaggi ovunque — draghi, pistole, pin-up — solo il viso era rimasto pulito. Dal ghigno si intravedeva un dente d’oro.
«Perciò questa è la puttanella di Tsume?»
«Sì, capo. Uno zuccherino vero?» disse uno dei due energumeni che l’avevano rapita il giorno prima.
Satoshi si piegò e prese un lembo del vestito per esaminarlo.
«Un po’ malconcia, ma mi stupisce che quel cane randagio sia riuscito a mettere le mani su una signorinella così a modo.» Le lanciò uno sguardo complice. «Ti eccitano i cattivoni, non è vero?»
Misha reagì d’istinto, tentando di strappargli la stoffa dalle dita.
Lo schiaffo arrivò secco e le rimbombò nella testa.
«Se non fossi merce di scambio, ti lascerei ai miei uomini. Poi vediamo quanta spavalderia ti rimane.»
Una lacrima le scivolò dall’occhio sinistro, mentre il suo sguardo vagava altrove, cercando di ignorare la presenza di quei criminali che la tenevano in ostaggio.
«Datele da mangiare, non voglio che svenga, e medicatele quelle ferite alle ginocchia. Deve essere in piedi quando lui verrà a reclamarla. La voce è già stata sparsa, vero?»
«Certo, capo. Sarà uno spettacolo pubblico.»
«Molto bene.»
Le afferrò il mento con brutalità, costringendola a guardarlo. «Il tuo ragazzo si sottometterà a me… oppure morirete entrambi. Quindi vedi di essere convincente. Chiaro?»
Satoshi si accigliò, notando che nella semioscurità ora gli occhi della ragazza sembravano più accesi. Non stava leggendo paura. No, sembrava una belva che silenziosamente gli stava promettendo che presto lo avrebbe reclamato come preda.
I peli della nuca gli si sollevarono.
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L’auto si fermò davanti a un grattacielo nel cuore di Freeze City. Alto, imponente — il dominio della sua famiglia.
Hige e Toboe, scendendo dal veicolo, rimasero a bocca aperta. Persino le nuvole sembravano sfiorarne i piani più alti.
Alcuni uomini in giacca e cravatta, occhiali scuri e auricolare, si avvicinarono con passo rapido al loro capo, scendendo agilmente gli scalini.
«Ditemi. Avete scoperto qualcosa sulla ragazza che stiamo cercando?» chiese Darcia, senza perdere tempo.
«Sì. Nel quartiere a sud — uno dei più malfamati — pare sia previsto a breve un confronto. Un baratto, dicono.»
«Un baratto?» intervenne Hige. «E come facciamo a essere sicuri che c’entri con Misha?»
L’uomo continuò rivolgendosi solo al suo capo.
«Ieri sera è stata rapita una ragazza. La descrizione combacia con la foto che ci avete inviato. La notizia sta circolando negli ambienti della malavita. È una sfida diretta a un altro soggetto — un certo Tsume.»
Nel sentire quel nome, Darcia trattenne il respiro per un istante, soffocando l’emozione che gli attraversò lo sguardo.
Toboe notò che l’iride gialla parve brillare.
«Vi dice qualcosa questo nome?» domandò il nobile, senza voltarsi.
I due giovani scossero il capo.
«Mai sentito in vita mia, giuro» disse Hige.
L’angolo della bocca di Darcia si piegò appena.
Anche se inconsciamente era spinti a cercarsi l'uno, l'altro, nessuno sembrava avere conservato la memoria del loro passato.
«Grazie. Preparate una scorta. Staneremo questa gente e libereremo la ragazza» disse con tono deciso.
«Capo, quella è gente losca e pericolosa» fu costretta a precisare la guardia.
«Certo. È per questo che dovremo agire nel modo più discreto possibile. E, quando sarà il momento, far intervenire le forze dell’ordine senza essere d’intralcio. Faremo risultare che Misha è una cara amica di vecchia data e che, spinto dal desiderio di salvarla, ho agito d’impulso» rispose Darcia. «Del resto stiamo consegnando dei criminali alla giustizia.»
Gli uomini si congedarono per avviare subito i preparativi.
Toboe e Hige erano rimasti senza parole. Quello sconosciuto si stava mettendo in gioco per una ragazza conosciuta appena — e senza la minima esitazione.
La gratitudine era sincera, ma insieme a essa sentivano qualcosa torcersi nello stomaco.
«Ora tornate a casa. Toboe, tu hai persino saltato la scuola. Non è il caso di andare in giro così.»
«No, affatto!» sbottò Hige, facendo un passo avanti. «Misha è mia amica e non lascerò che qualche depravato se la scambi come fosse un oggetto!»
«Vale anche per me» aggiunse Toboe, anche se la voce gli tremava.
«Ragazzi, potrebbe scapparci una sparatoria. I miei uomini sono addestrati. Voi no. Sareste solo d’intralcio.»
Hige arrossì di rabbia.
«Senti, ti ringrazio per quello che stai facendo. Ma se non te ne avessimo parlato noi, tra due giorni te la saresti già dimenticata. Sarebbe stata una notizia qualunque sul giornale, per te. Ma per noi…» strinse gli occhi un istante «…per noi è importante. È una di noi. E non la lasciamo nelle mani di nessuno.»
Darcia lo percepì chiaramente: l’istinto protettivo del branco che si risvegliava nel rosso.
E dentro di sé sorrise. Proprio Hige fu uno dei massimi traditori della sua specie, nella sua vita passata.
Andava bene così, egli desiderava che si riunissero. Voleva solo fare un'ulteriore prova di quanto forte fosse quel legame inconscio.
Finse di cedere. Sospirò, alzando le mani.
«Forse avete ragione. Vedervi potrebbe rassicurarla. Verrete con noi.»
«Sì!»
I due sorrisero da orecchio a orecchio. Forse non sarebbero stati molto utili in quel contesto — ma erano certi che, vedendoli, Misha avrebbe trovato coraggio.
Non sapevano dare un nome a ciò che li univa.
Sapevano solo che non l’avrebbero lasciata indietro.
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Le moto emisero un leggero stridio quando, dopo aver attraversato tutta Freeze City, Tsume e John giunsero infine al covo di Satoshi. Le guardie all’ingresso risposero con un ghigno storto, già pronte allo scontro.
John si era munito di un piede di porco; Tsume, invece, fece scattare fuori un coltello serramanico, la lama che brillò appena sotto le luci fredde dell'edificio decadente.
«Ehi Satoshi, esci fuori, bastardo!» esclamò John con spavalderia, portandosi il ferro alla spalla. Né lui né Tsume si tolsero il casco, per sicurezza.
«L'invito è solo per Tsume, tu non c'entri un cazzo» si frappose uno degli scagnozzi del malvivente, quando entrambi tentarono di superare il varco.
«E credi che lasci il mio amico da solo alla vostra mercé?» ribatté John, furente.
«O così o la ragazza la riavrà senza la testa attaccata al collo».
Tsume digrignò i denti, un suono secco, trattenuto. «Va bene, John, ti ringrazio ma restane fuori».
«Ma quelli ti faranno secco, Tsume. Non puoi andare senza un compagno!»
«Tanto non ne ho mai avuto bisogno» rispose a bassa voce. «Questa faccenda riguarda solo me, non ne vale la pena che ti faccia male».
John si arrestò e sospirò. «Come ti pare, io il mio aiuto te l'avrei offerto volentieri. Ma se non vuoi, non mi immischio».
Si avvicinò alla moto e tornò in sella. «Spero solo che per quella donna ne valga la pena».
«Ne va la pena» rispose Tsume a denti stretti, senza curarsi che l’altro potesse sentirlo oppure no.
Quando il rombo della moto di John si dissolse nell’aria, gli scagnozzi concessero finalmente il libero passaggio al loro «ospite d’onore».
Era ormai pomeriggio inoltrato; il tramonto non era lontano. Il cielo, però, si era di nuovo addensato di nuvole e presto ogni cosa sarebbe sprofondata nell’ombra, inghiottita da una pioggia fitta.
Attraversò il cortile. Ad attenderlo c’era un discreto numero di uomini armati fino ai denti. Sogghignavano, pronti a godersi lo spettacolo della sua sottomissione. Alcuni portavano ancora i segni dei suoi pugni e, al suo passaggio, gli sputarono ai piedi.
«Tsume, amico mio. Ti ringrazio per aver accettato il mio invito».
Satoshi gli venne incontro a braccia aperte, con addosso una vestaglia di seta gialla in stile orientale, il tono falsamente cordiale. «Togliti quel casco, non hai motivo di temere, qui siamo tutti uomini d’onore».
«Talmente d’onore che per farmi venire qui avete rapito una ragazza che non c’entra niente».
Una vena pulsò nel collo di Satoshi. «Il fine giustifica i mezzi. Tu ora sei qui e sai bene che ciò che ho da offrirti conviene assolutamente che tu l’accetti».
«Diventare un tuo sottoposto? Neanche morto».
Satoshi scoppiò in una risata breve. «Forse della tua morte non ti importerà, ma ora come reagirai, se c’è in ballo la vita di qualcun altro?»
Fece un fischio a uno dei suoi, che immediatamente si portò il walkie-talkie alla bocca.
«Lasciatemi andare, maledetti!» La voce di Misha, furente e spaventata, arrivò limpida alle orecchie di Tsume, che sollevò subito il capo verso la sua direzione.
A un paio di piani d’altezza, affacciata a un balcone, c’era la giovane donna, con le braccia legate dietro la schiena e un coltello puntato alla gola. Era sporca, emaciata; i capelli arruffati le sferzavano il volto, agitati dal vento.
Satoshi si disse che fosse per via della pioggia improvvisa, per un semplice gioco di rifrazioni, se gli parve di vedere gli occhi gialli di Tsume accendersi quando si sfilò il casco. Eppure la stessa inquietante sensazione di essere nel mirino di una belva feroce tornò a stringergli lo stomaco, identica a quella provata poche ore prima con la ragazza.
«Devi lasciarla andare» disse Tsume, con un tono che non ammetteva repliche.
«Altrimenti?» ridacchiò Satoshi. «Tu qui sei uno e, a quanto mi hanno detto, l’unico stronzo che voleva darti una mano l’hai mandato via. Sindrome del superuomo, forse? Certo sarà la tua rovina».
Poi fece cenno agli uomini sul balcone; questi, cogliendo l’ordine, spinsero Misha in avanti, costringendola a sporgersi un po’ troppo oltre il parapetto.
«Tsume, sono stato fin troppo paziente nei tuoi confronti. Tu sei un uomo forte, dalle grandi capacità, e queste capacità mi servono. Ti sto offrendo un lavoro più che remunerativo, che se vuoi ti permetterà di portarti questa tua fidanzatina ovunque desideri. Non le farai mai mancare niente. Non gettare così la tua giovane vita per una mera questione d’orgoglio».
«Non è questione d’orgoglio» rispose Tsume, risoluto. «Tu spacci droga e hai un giro di prostituzione che si stende per chilometri e, se anche io sono un figlio di puttana, non mi immischierò mai in giri così loschi».
Satoshi scoppiò a ridere, senza più trattenersi**. «Morale! Tu una morale! Guarda che anche tu ti sei sporcato le mani. Magari non per droga e puttane, ma neanche te sei così innocente come vuoi far credere».** Si voltò verso Misha. «Cosa direbbe la tua bella se sapesse degli uomini che hai ucciso, della gente che hai messo nei guai per i tuoi sporchi giochetti? Per le donne a pagamento che ti sei portato a letto?»
Tsume non osò alzare lo sguardo, ma era perfettamente consapevole che Misha lo stava fissando. Non avrebbe sopportato di vedere colpa e paura nei suoi occhi azzurri. Ora sapeva a quale pezzo di merda si era concessa, quel giorno.
«Leggo vergogna nel tuo sguardo, mio caro ragazzo» rincarò il capo clan. Poi soffiò dalle narici e cercò lo sguardo complice dei suoi uomini. «Volete vedere che il nostro Tsume qui si è innamorato?»
Tutti esplosero in una risata grassa, sguaiata, che si confuse con il rumore della pioggia.
Tsume strinse i pugni fino a far sbiancare le nocche.
«Allora, se ci tieni a lei, a maggior ragione dovresti arrenderti. Vuoi che ella sia libera da tutto questo e torni a fare la vita tranquilla di prima? Sottomettiti e ti prometto che nessuno proverà mai a torcerle un capello».
A ulteriore prova della sua "buona fede", ordinò di slegarle le mani.
Il respiro di Tsume si fece più pesante. Era chiaramente combattuto. Satoshi non scherzava. Se lui si fosse rifiutato, avrebbe ucciso entrambi — e probabilmente non prima di far loro passare le pene dell’inferno. Si sentiva davanti a un vicolo cieco, con il muro che si avvicinava a ogni battito.
«Non accettare!» Di nuovo la voce di Misha si levò alta, limpida sopra il frastuono della pioggia. «Quest'uomo vende morte e sfrutta le persone. Non c'è condanna peggiore, se accetti di seguire un uomo del genere e io non potrei mai vivere sapendo che a causa mia tu sei finito in un baratro del genere».
All’improvviso, la ragazza scavalcò il parapetto e, prima che i suoi aguzzini potessero reagire, era già oltre il vuoto.
Il tempo si raggelò per tutti.
Ma Misha, come gli aveva confidato quella sera in cui l’aveva fatto salire a casa sua, era un’ottima arrampicatrice, dotata di riflessi pronti e di un controllo della forza tutt’altro che comune.
All’ultimo istante si aggrappò alle sbarre del balcone; poi, con un colpo secco delle gambe, si diede slancio in avanti e atterrò sul balcone sottostante.
«Ma come diavolo?»
Satoshi non ebbe nemmeno il tempo di comprendere l’abilità della ragazza che il casco di Tsume lo colpì in pieno volto. Il colpo fu così violento che il dente dorato gli schizzò via dalla bocca.
«Maledetto bastardo!» sbraitò, il sangue che gli colava dalla bocca e dall’orecchio colpito. «Ammazzateli, scuoiateli come bestie!»
In un attimo Tsume si ritrovò circondato. Sollevò il pugnale, portandolo all’altezza del viso, mentre con il casco si faceva scudo. Il suo sguardo era immobile, tagliente.
Misha, nel frattempo, poggiò la schiena al parapetto e si aggrappò con forza alla sbarra di ferro, caricando il peso sulle braccia per accumulare slancio. Con un calcio deciso sfondò la vecchia portafinestra dagli infissi di legno, che cedette con un tonfo secco, inghiottendo il fragore del vetro nel rumore della pioggia.
I suoi nemici provarono immediatamente una fitta di frustrazione quando i primi colpi andarono a vuoto. Né con le mani né con le armi riuscivano a colpire quell’uomo dai riflessi straordinari. Tsume non aveva bisogno nemmeno di una pistola: gli bastavano il coltello e la potenza dei suoi calci per mandare a terra chiunque osasse avvicinarsi.
Satoshi lo osservava con odio crescente. Quelle abilità avrebbero potuto appartenergli, ma quel tipo era troppo moralista, troppo ostinato, e non avrebbe ceduto neanche sotto ricatto — ne aveva appena avuto la prova. E, come se non bastasse, la ragazza che avevano rapito non era da meno.
Eppure, a guardarli, nessuno dei due aveva un portamento che lasciasse intuire, a prima vista, di essere dotati di qualità tanto eccellenti. E invece, sotto quell’apparenza, si muoveva qualcosa di feroce e irriducibile.
Purtroppo, a un certo punto, Tsume dovette fare i conti con la stanchezza. Erano in netto vantaggio numerico e non gli lasciavano alcun varco per la fuga. Inoltre doveva raggiungere Misha prima che fosse troppo tardi, trovare lei e poi scappare insieme.
Nel frattempo la ragazza aveva recuperato il bastone di una scopa e stava scendendo la rampa di scale quando gli scagnozzi del piano superiore la intercettarono.
Provò a reagire, brandendo la sua arma improvvisata. Riuscì persino a colpire uno di loro alla tempia, ma un altro le strappò il bastone di mano e le sferrò un calcio allo stomaco, facendola ruzzolare giù per i gradini. Ebbe la prontezza di proteggersi la testa con le braccia, ma l’impatto le ammaccò il corpo; ora era tutta un dolore, anche se, per fortuna, non sembrava essersi rotta nulla.
«Che dite, ragazzi? Le strappiamo quel bel vestitino di dosso e ci divertiamo un po’ con lei? Tanto al capo non serve più».
«Non osate toccarmi!» sbraitò lei non appena uno di loro afferrò la gonna del vestito; scalciando con furia, piantò il tacco del sandalo dritto nel suo occhio, ferendolo.
«Zoccola, io ti ammazzo!» urlò quello, accecato dallo sdegno. Provò a calarle un pugno addosso, ma Misha rotolò di lato, sfuggendo al colpo per un soffio.
Aveva il fiatone, l’adrenalina che le martellava nelle tempie. Stava facendo di tutto per sopravvivere. Non sapeva quanto ancora avrebbe resistito, ma una sola cosa le era chiara: non voleva morire lì.
Le tornò alla mente l’istante della morte vista in quella visione. Anche allora aveva sentito la stessa frustrazione, la stessa rabbia bruciante. Morire da sola, sotto la neve, senza nemmeno una possibilità di rivalsa.
No. Non sarebbe andata così, non di nuovo.
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«Ormai sei al capolinea, Tsume» disse Satoshi, che nel frattempo si era rimesso in piedi, seppur barcollante per il danno al timpano. «Hai segnato la tua condanna a morte, tua e di quella ragazza. Avevi avuto quest’ultima possibilità e l’hai sprecata».
Tsume aveva il fiato corto, diverse ferite alla testa e alle braccia. Il casco era andato perduto; a malapena riusciva a reggere il pugnale, ormai impregnato del sangue dei suoi nemici. La pioggia lo diluiva in rivoli scuri che gli scivolavano tra le dita.
Davvero quella era la fine?
Si sentiva come un reduce al termine di un lungo cammino, uno di quei percorsi che consumano l’anima prima ancora del corpo. Non sapeva spiegarsi perché, ma avvertiva con chiarezza di essere arrivato fin lì per qualcosa. E non poteva accettare che, alla fine della strada, lo attendesse una sorte simile.
Era come se qualcosa di invisibile lo avesse tradito. Forse il suo stesso destino.
Non era quello che gli era stato promesso.
Improvvisamente uno sparo spezzò l’aria, proveniente dall’esterno del cortile.
Seguì un istante di silenzio irreale, poi urla concitate anticiparono l’irruzione di uomini in giubbotto antiproiettile e casco. Indossavano divise nere e occhiali scuri; si muovevano compatti, altamente addestrati.
«E questi chi cazzo sono? La polizia?» sbraitò Satoshi.
Ma sulle loro uniformi non c’era alcuna toppa che li identificasse come tali, e le auto con cui erano arrivati erano prive di targa. Chiunque fossero, per l’equipaggiamento e la precisione dei movimenti, dovevano servire qualche privato.
«Dov’è la ragazza?»
La voce, alta e autoritaria, si levò sopra il frastuono. Avanzò un uomo dai capelli corvini, con riflessi blu, leggermente ribelli ma curati. Indossava un completo italiano di alta fattura. Le spalle dritte, gli occhi di due colori diversi ma decisi: tutto in lui proiettava carisma e sicurezza.
Subito dietro di lui, Hige e Toboe, che a loro volta chiesero con forza dove si trovasse Misha.
«Damerino, pensi di entrare in casa mia e fare il cazzo che ti pare? Uomini, sparate!»
Fu un attimo. Le scie di luce delle armi di entrambe le fazioni squarciarono l’aria.
Alcuni uomini con gli scudi antiproiettile si mossero immediatamente per proteggere Darcia e i due ragazzi.
«Portateci verso l’edificio, Misha è senz’altro lì dentro!» disse Hige.
Darcia si accigliò appena, poi annuì. «Fate come dice lui. Dovete farci entrare lì dentro».
Gli uomini di Satoshi erano affacciati alle finestre o riversi nel cortile. Era uno dei capi clan più influenti della zona; personale e risorse non gli mancavano. Sconfiggerlo — o anche solo tenerlo a bada fino all’arrivo delle forze speciali della polizia — non sarebbe stato semplice.
Nel frattempo lui, sorretto da uno dei suoi, rientrò all’interno dell’edificio.
«Dov’è quella, l’avete presa?» sbraitò, con tutto il fiato che gli restava in gola.
«È scappata, ma ormai è all’angolo» rispose uno degli uomini.
«Vi state veramente facendo fregare da una donnetta?!»
«Quella lì è veloce, ha ottimi riflessi. Forse è un’atleta».
«Se l’è trovata proprio della sua razza…» borbottò Satoshi, asciugandosi il sangue con il dorso della mano. «Beh, non fermatevi. Non ha comunque possibilità di fuga. Appena l’avrete trovata, tagliatele la gola e mostratela a quei pazzi che hanno osato sfidarmi».
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Misha, in qualche modo, era riuscita a sfuggire a chi la inseguiva.
Ma le stanze non erano molte, era solo questione di tempo prima che qualcuno la trovasse, nascosta in un armadio.
Il suo respiro riecheggiava tra i muri umidi, mescolandosi al fragore lontano degli spari.
Non capiva bene cosa stesse accadendo.
Forse una gang rivale aveva colto l’occasione per sfidare Satoshi. Forse erano amici di Tsume.
Si portò una mano alla bocca, cercando di soffocare l’urlo che sentiva gonfiarsi dentro. Il cuore le martellava nelle orecchie. Era finita in una situazione che aveva visto solo nelle serie tv, ma adesso che ci si trovava immersa fino al collo, non sapeva nemmeno lei dove avesse trovato la forza di resistere fino a quel momento.
«Mamma… papà…» sussurrò appena, sperando che i suoi genitori potessero ridestarla da quell’orrendo incubo.
Chi avrebbe detto loro che la loro unica figlia era caduta vittima di una banda criminale? Probabilmente, in quell’istante, erano divorati dall’angoscia, ignari di dove fosse finita. E se fosse morta… chi avrebbe restituito loro il suo corpo?
Scosse il capo con decisione. No. Non doveva pensare allo scenario peggiore.
Voleva vivere. Lo desiderava con ogni fibra del suo corpo.
Si chiese allora come stesse Tsume.
Le tornarono in mente le parole con cui lui le aveva detto di non essere una brava persona. E le rivelazioni di poco prima avevano confermato quelle parole. Eppure, dentro di lei, non sentiva il bisogno di rimangiarsi ciò che gli aveva risposto.
In qualche modo comprendeva il motivo per cui aveva fatto ciò che aveva fatto, se quella era la vita che aveva conosciuto.
Quando l’aveva guardato negli occhi, quella notte, non aveva letto malvagità. Piuttosto le era sembrato che si stesse aggrappando a lei, come se, per la prima volta, avesse trovato un punto fermo nel mondo.
Come poteva qualcuno del genere essere davvero malvagio nel cuore?
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La sparatoria non accennava a placarsi e qualcuno cominciava a cadere.
Nel mezzo c’era Tsume, costretto a cercare riparo per non finire nel fuoco incrociato.
«Scommetto che è lui quello Tsume» disse Hige a denti stretti, indicando l’uomo in giacca di pelle e capelli grigi che si era rifugiato sotto alcune casse. Lo sentiva come se quel nome gli fosse scritto addosso. O forse perché, in qualche modo, lo aveva sempre saputo. Come se lo conoscesse già.
«Allora dobbiamo fermare anche lui, voleva Misha, no?» disse Toboe, allarmato.
«Vediamo. La nostra priorità è la vostra amica» rispose Darcia.
«Non avrà problemi, signore?» domandò Toboe, mentre, protetti dagli scudi, avanzavano lentamente verso l’ingresso insieme a Hige.
«Guarda bene. A differenza dei nostri avversari, i miei uomini utilizzano proiettili di gomma. Non voglio uccidere nessuno, solo consegnare questi criminali alla giustizia».
Darcia, a quanto pareva, aveva previsto ogni dettaglio. Dopotutto era evidente che non avesse alcuna intenzione di finire in tribunale per l’omicidio di quella gente. Si stava pur sempre svolgendo un conflitto armato non autorizzato.
Tsume non li vedeva chiaramente, ma avvertiva che dietro quegli scudi si nascondeva qualcuno capace di provocargli strane vibrazioni, una tensione sottile che gli scorreva sotto pelle. Attribuì la sensazione alla concitazione del momento. Ora gli interessava solo entrare. E uno di quegli scudi gli sarebbe stato dannatamente utile.
Si guardò attorno. Verso l’ingresso alcuni uomini ne impugnavano ancora.
Doveva prenderne uno in "prestito", a qualunque costo.
Inspirò a fondo, ignorando il bruciore nei polmoni. Poi si mosse.
Scattò fuori dal riparo delle casse nel momento esatto in cui una raffica avversaria costrinse due uomini con gli scudi ad arretrare di qualche passo. Si abbassò, rotolò sul cemento bagnato, sentendo un proiettile fischiargli vicino all’orecchio, e con un calcio spazzò le gambe di uno degli uomini di Satoshi che gli si era parato davanti.
L’uomo cadde pesantemente. Tsume non si fermò.
Con il manico del pugnale colpì un altro aggressore al fianco, quel tanto che bastava per aprirsi un varco. Il mondo attorno a lui si era ristretto: niente più pioggia, niente più urla. Solo traiettorie, distanze, movimenti.
Vide lo scudo.
Uno degli uomini in nero, colpito alla spalla da un proiettile, barcollò e perse la presa. Lo scudo scivolò sul cemento.
Tsume cambiò direzione senza esitazione. Si lanciò in avanti, scivolando quasi in ginocchio, e afferrò l’impugnatura proprio mentre un altro colpo lo centrava di striscio al braccio. Serrò i denti, si rialzò e, per la prima volta, sentì davanti a sé una parete solida.
Un proiettile rimbalzò sul policarbonato con un tonfo sordo.
Bene.
Con lo scudo alzato, avanzò a testa bassa, spingendo via chiunque tentasse di fermarlo. Un uomo cercò di colpirlo al fianco: Tsume ruotò il corpo, lo scudo fece da ariete e lo scaraventò contro un muretto. Un altro provò a trattenerlo per la giacca; Tsume lo colpì al ginocchio con un calcio secco, sentendo l’articolazione cedere.
Vide l’ingresso dell’edificio oltre la cortina di pioggia e fumo. Le porte erano socchiuse, l’interno buio come una gola spalancata.
Alcuni uomini di Satoshi tentarono di chiudergli la strada. Tsume caricò frontalmente. Lo scudo colpì il primo al petto, facendolo cadere all’indietro; con il pugnale deviò l’arma del secondo, che sparò in alto, e con una spallata lo spinse contro lo stipite.
Un ultimo colpo rimbalzò sullo scudo, facendogli vibrare tutto il braccio.
Poi, finalmente, varcò la soglia.
All’interno il rumore della sparatoria si fece più ovattato, distante. Davanti a lui si apriva il corridoio.
Misha era lì dentro.
E lui non aveva ancora finito.
Attraverso la feritoia degli scudi, Darcia, Toboe e Hige assistettero stupiti alla sequenza fulminea di movimenti che, in pochi istanti, aveva permesso all’uomo con la giacca di pelle di impadronirsi di uno scudo e farsi strada verso l’ingresso.
«Approfittiamone anche noi!» disse rapidamente il nobile, facendo cenno ai suoi uomini di seguire il varco aperto prima che si richiudesse.
L’avanzata riuscì. Ma Tsume era già scomparso oltre il corridoio, lasciando lo scudo abbandonato a terra. Non avevano idea se fosse alla ricerca di Misha o di Satoshi.
I capelli di Toboe si drizzarono quando vide Darcia estrarre una pistola dalla cintura e caricare l’arma con un gesto secco.
«Sono proiettili veri?»
«Siamo nel nido del serpente. Da questo momento dobbiamo pensare alla nostra stessa incolumità. Ma dobbiamo anche trovare il loro capo: solo così li fermeremo».
Non ebbe nemmeno il tempo di finire la frase che alcuni scagnozzi sbucarono da un corridoio laterale aprendo il fuoco. Gli uomini addestrati di Darcia reagirono con prontezza, formando una barriera compatta davanti a lui e ai ragazzi.
«Accidenti… come starà Misha, in mezzo a tutto questo?» mormorò Toboe, la voce incrinata.
«Non perderemo tempo a scoprirlo!» disse Hige, che con un gesto rapido aveva raccolto lo scudo lasciato da Tsume.
«Dove hai intenzione di andare?» chiese Darcia, allarmato, il volto contratto mentre rispondeva al fuoco nemico. La sua precisione era impeccabile; non sprecava un solo colpo.
«Questo edificio è grande. Se non ci dividiamo, non la troveremo mai!»
Toboe annuì con decisione al fianco del rosso.
«Le promettiamo che staremo attenti».
Darcia li fissò per un istante, poi cedette**. «La polizia arriverà a momenti. Recuperate la vostra amica prima che lo faccia. Buona fortuna».**
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«Dove diavolo potrebbe essere?» sbottò Hige, con tono frustrato. Avevano setacciato tutto il piano terreno, trovando solo nemici che, non appena li scorgevano, cercavano di sparare a vista.
Sarà stata l’adrenalina, sarà stato il desiderio feroce di restare vivi — o forse entrambe le cose — ma si ritrovarono a scattare e a proteggersi con lo scudo in sequenze così rapide da lasciare esterrefatti perfino loro stessi.
Era come se un istinto antico si stesse risvegliando.
Come poteva una situazione del genere trasformare due ragazzi qualunque in qualcosa di tanto efficiente?
«Stai bene, moccioso?» disse Hige, rivolgendosi a Toboe dopo aver seminato l’ennesimo inseguitore e aver trovato rifugio in uno stanzino. Lo scudo, ormai crivellato, sembrava un colabrodo.
«Ho il cuore che mi batte a mille, ma sì, sto bene. E non chiamarmi “moccioso”!»
«In una situazione del genere perdi tempo con le etichette?» sbuffò il rosso. Poi si fece serio. «Senti, è evidente che qui non c’è. Forse ai piani superiori».
«Eh? Ma come facciamo?»
«Questo arnese può reggere ancora un po’. Ci faremo largo sulla rampa. Il signor Darcia magari ci darà fuoco di copertura. Lo ha detto lui stesso, no? Stanno arrivando i rinforzi. Dobbiamo resistere ancora un po’».
Toboe esitò. «Siamo veramente certi che Misha sia qui?»
«C’era quello Tsume, no? Non so cosa abbia a che fare con la nostra amica, ma è la conferma che lei si trova qui. E poi… non lo senti anche tu?»
Toboe si portò la mano al petto.
Sì. Sentiva una risonanza sottile, come un filo invisibile che lo tirava verso l’alto.
Misha era lì vicino.
Diedero fondo a tutto il loro coraggio e, di corsa, riattraversarono il corridoio che li avrebbe riportati nell’atrio, ormai invaso da Darcia e dai suoi uomini.
«Signor Darcia, ci copra, noi saliamo!» urlò Hige senza rallentare.
Un semplice cenno del capo bastò. Gli uomini in nero si disposero verso la rampa, creando una linea di fuoco che aprì loro la strada.
Gli scagnozzi di Satoshi cadevano uno dopo l’altro. I proiettili di gomma non li uccidevano, ma li lasciavano doloranti, storditi, incapaci di rialzarsi.
Sospinto da Toboe, Hige avanzò con lo scudo spinto in avanti come un ariete, travolgendo ogni ostacolo rimasto. Gradino dopo gradino, sotto il rimbombo dei colpi e il fumo acre che riempiva l’aria, raggiunsero finalmente il primo piano.
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Hige sbirciò oltre una colonna. «Qui ce ne sono di meno» mormorò. Dalle stanze aperte, gli uomini armati erano concentrati alle finestre, intenti a rispondere al fuoco esterno. «Prendi lo scudo e ci dividiamo».
«Eh? Ma stai scherzando? E poi tu senza alcuna protezione?»
Hige scosse il capo, un mezzo sorriso teso sulle labbra. «In qualche modo me la caverò».
Toboe serrò i denti e spinse lo scudo contro il petto di Hige. «Io sono più veloce di te. E più piccolo. Non mi noteranno».
«Non posso lasciare che un moc...»
Toboe lo afferrò per il colletto. I suoi occhi color miele si accesero, duri come non lo erano mai stati. «Me la so cavare anche da solo. Provengo da un orfanotrofio, credi che non abbia imparato a fare a pugni prima ancora di imparare a camminare? Se dividerci migliora le nostre possibilità, allora voglio farlo libero da qualsiasi ingombro».
Per un istante, tra loro, non ci furono più spari né rumori.
Solo una decisione.
Hige si morse il labbro inferiore, combattuto. Ma lo sguardo di Toboe non lasciava spazio a esitazioni: era fermo, risoluto, più adulto di quanto avrebbe mai voluto ammettere.
«Fa solo attenzione. Se ti fai male, non me lo perdonerei mai».
«Fai attenzione tu. Vuoi forse far soffrire Misha?»
Quelle parole colpirono nel segno.
Hige si strinse nelle spalle, come a scrollarsi di dosso la paura. Poi annuì, deciso.
Senza aggiungere altro, si separarono.
Due direzioni opposte nello stesso corridoio, lo stesso obiettivo nel cuore.
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Misha era ancora lì, nascosta nell’armadio.
Quando l’avevano attaccata, era riuscita a trovare un varco e a risalire le scale, stringendo i denti contro il dolore. Ora le giunture le facevano male come se fossero state schiacciate una a una. Nonostante si fosse protetta durante la caduta, doveva aver battuto la testa: un punto le pulsava con insistenza e la vista le si annebbiava a tratti.
Una delle sbucciature aveva perso la crosta e aveva ripreso a sanguinare, macchiandole la pelle.
Il suo bel vestito era rovinato, in alcuni punti perfino strappato. L’aveva comprato da poco, per la nuova stagione. Un pensiero assurdo, quasi ridicolo in quel momento — eppure si aggrappava anche a quello, a un frammento di normalità.
Gli spari non cessavano. I passi correvano nei corridoi, su e giù per le scale.
Si sentiva impotente. Piccola.
All’improvviso la porta della stanza si spalancò con violenza.
Misha si portò di nuovo le mani alla bocca e raddrizzò la schiena contro il fondo dell’armadio. Gli occhi spalancati, colmi di terrore.
I passi si avvicinavano.
Il cuore le martellava nel petto, rimbombando nelle orecchie.
L’anta si aprì di scatto.
Per un istante il tempo si fermò.
«Misha! Ti ho trovata!»
Quel sorriso limpido, a trentadue denti, ancora intriso di fanciullezza, fu come una lama di luce nel buio.
Era Toboe.
«Che ci fai qui?» riuscì a dire soltanto, con la voce roca, mentre il ragazzo le gettava le braccia al collo.
«Non potevo lasciare che qualcuno ti portasse via».
Si strinsero a lungo, senza parole, piangendo l’uno sulla spalla dell’altra. In mezzo a quel caos di spari e urla lontane, quell’abbraccio era l’unica cosa stabile.
Misha non riusciva a capacitarsi di come il quindicenne fosse arrivato fin lì, rischiando la vita. Lui, che ai suoi occhi restava poco più di un bambino.
Si scostarono appena, giusto per guardarsi di nuovo negli occhi. Con un gesto quasi materno, lei sollevò le mani e asciugò le lacrime che rigavano le guance di Toboe.
«C’è anche Hige che ti sta cercando. Il signor Darcia ci ha aiutati».
Misha si accigliò, quel nome non le diceva nulla. «Darcia?»
«Sì. Sembra vi siate conosciuti ieri, alla caffetteria. Un uomo ricco e raffinato».
Per un istante, tra la paura e il sollievo, un filo di memoria si fece strada nei suoi occhi.
«Lui… lui vi ha aiutato e ha iniziato questa sparatoria?» chiese incredula. Un aiuto del genere era qualcosa che non avrebbe mai osato immaginare.
«Dev’essere un tipo potente nel suo campo… ma tra poco arriverà la polizia e farà un raid. Ci sarà ancora più caos. Cerchiamo di non rimanerci coinvolti anche noi».
Misha aggrottò la fronte, poi annuì. Ora che Toboe era lì con lei, sentiva rifluire un briciolo di forza.
«Cerchiamo Hige e andiamocene da qui» disse il ragazzo, rialzandosi e tendendole una mano.
«E Tsume? Avete visto Tsume per caso?» domandò lei, esitante.
Toboe si fece serio. «Chi è per te lui?»
Misha fu sul punto di rispondere, ma le parole le si spezzarono in gola. Abbassò lo sguardo, inspirò lentamente. «Nessuno. Assolutamente nessuno».
Toboe la scrutò con un filo di scetticismo, ma non insistette. Non era il momento. Le porse la mano.
Quando Misha si alzò, si rese conto che i suoi movimenti non erano più agili come prima. Il corpo era intorpidito, la testa le girava leggermente. Qualunque forza l’avesse spinta a reagire fino a quel momento sembrava essersi assottigliata.
Mano nella mano, uscirono dalla stanza.
Non fecero che pochi passi nel corridoio, quando due braccia robuste li afferrarono all’improvviso, sollevandoli di peso e trascinandoli via nell’ombra.
Vennero trascinati lungo il corridoio e gettati a terra con violenza, dentro una stanza che era stata messa al sicuro dal caos esterno.
In controluce, davanti alla finestra, si stagliava la figura di Satoshi. La vestaglia di seta orientale spiccava nell’oscurità come una macchia d’oro velenoso. Un fulmine squarciò il cielo, illuminando per un istante il suo volto contratto dalla rabbia.
«Maledetti ragazzini. Come avete potuto mettere così in difficoltà i miei uomini?»
Toboe e Misha si sollevarono a fatica in ginocchio, stringendosi di nuovo la mano.
«Noi non abbiamo fatto niente».
«Silenzio, puttana!» ringhiò lui. «Non credevo avessi amici così potenti. Accidenti… se quegli incompetenti mi avessero avvisato, mi sarei mosso meglio. Qualche testa rotolerà, non appena me ne sarò andato da qui. Ma prima voglio togliermi qualche sfizio».
Estrasse un coltello. La lama brillò nel buio, tagliata dal bagliore di un altro lampo.
«Vi sgozzerò come maiali, così quel pezzo di merda di Tsume si pentirà di aver rifiutato la mia offerta». Puntò l’arma verso Misha. «Iniziamo dalla sua fidanzatina».
«Non te lo permetterò!»
Toboe scattò in piedi in un impeto di coraggio, correndo verso di lui con il pugno levato. Ma fece appena metà strada: uno scagnozzo lo intercettò con un pugno brutale.
Il ragazzo rotolò via, il corpo leggero come stracciato dal colpo.
«No, Toboe!» Misha si alzò a sua volta e corse verso di lui.
Lo sollevò con delicatezza, il cuore sospeso in un vuoto glaciale. Toboe respirava appena, già sull’orlo dell’incoscienza. Un sottile rigolo di sangue gli colava dalla bocca.
«Toboe… ti prego, rispondimi… Toboe!»
Alle sue spalle, Satoshi e i suoi uomini risero. Era stato troppo facile.
Poi, all’improvviso, l’aria cambiò. Si fece più fredda. Più pesante.
Nell’angolo dove Misha stringeva Toboe, la stanza sembrò inghiottire la luce. Le ombre si allungarono, addensandosi come nebbia nera.
I peli sulla nuca dei tre uomini si drizzarono. Un istinto primordiale li avvertì prima ancora che la mente comprendesse.
Le loro espressioni si svuotarono, gli occhi fissi su quel punto.
Un ringhio vibrò nell’aria.
Sommesso. Profondo. Feroce.
Il suono di un animale predatore.
Misha si voltò.
Un altro fulmine squarciò il cielo e illuminò la stanza.
I suoi occhi erano diventati di un azzurro vivido, quasi luminescente. I denti, tra le labbra socchiuse, sembravano essersi fatti più affilati.
Le immagini presenti in questa storia sono generate tramite strumenti di intelligenza artificiale e hanno esclusivamente finalità illustrative. Non rappresentano materiale ufficiale e non sono destinate a diffusione o utilizzo al di fuori di questo contesto.