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Creato il 08/05/2026, 07:58 · Aggiornato il 15/09/2026, 01:09

Capitolo 4: Risonanza nella città marcia

@ladyele1991LadyEle1991
MaturoCompleta

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Morte
  • Sangue
  • Violenza
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«Ogni petalo è un ricordo che il mondo ha dimenticato.

Ogni profumo è una promessa

che il tempo non ha saputo mantenere.» - Racconti perduti de Il Libro della Luna


Quando riaprì gli occhi, il dolore alla nuca e il bruciore alle ginocchia la investirono in pieno.

Non aveva idea di dove si trovasse né da quanto tempo fosse rinchiusa in quello squallido stanzino, dove, in sottofondo, si udiva lo squittire dei topi tra le pareti.

Era legata e imbavagliata. Completamente sola.

L’avevano presa per colpire Tsume, convinti che attraverso di lei sarebbero riusciti a stanarlo. Ma si sbagliavano. Lui se n’era andato e non sarebbe tornato. Tenerla prigioniera, quindi, non sarebbe servito a nulla.

Un timore le attraversò il petto come una lama fredda: se nessuno fosse venuto a cercarla, che cosa le avrebbero fatto ora che aveva visto i loro volti?

Il pensiero tornò a quella visione — la neve, il sangue, l’immobilità del corpo. E se non fosse stata un’allucinazione? Se fosse stato un messaggio premonitore?

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«Misha, buongiorno! Un panino alle zucchine, oggi mi tengo leggero. Sai, stamattina mi sono pesato e…»

Hige si fermò di colpo, come pietrificato. Al centro della sala, intenta a spazzare, c’era un’altra cameriera.

Eppure era sicuro che quel turno spettasse a Misha. Frequentava il locale quasi ogni giorno: conosceva a memoria i suoi orari.

«Dov’è Misha? È malata?»

La cameriera si strinse nelle spalle. Una sottile piega le attraversò la fronte, a metà tra preoccupazione e fastidio.

«Oggi non si è presentata. Ho dovuto correre io a coprire il servizio.»

Un brivido gli scese lungo la schiena. Misha era fin troppo responsabile: non avrebbe mai saltato un turno senza avvisare. Mai.

«Qualcuno l’ha chiamata per sapere come sta?»

«Il telefono squillava a vuoto e il cellulare risultava spento.»

Il cuore gli balzò in gola. Come poteva dirlo con tutta quella calma? Non erano colleghe?

«Magari si è presa solo un giorno di pausa!» aggiunse lei, ma Hige era già fuori, lanciato come una furia.


«Ehi, guarda dove vai!» All’angolo della strada Hige si scontrò in pieno con Toboe, che per poco non finì a terra.

«Ah, sei di nuovo tu» borbottò il ragazzo contrariato, sistemandosi la cartella in spalla e stringendo i denti.

«Misha è sparita!» disse Hige tutto d'un fiato, senza lasciargli il tempo di lamentarsi.

Toboe si accigliò, sorpreso. «Cosa? Ma non è al lavoro?»

Hige scosse la testa con forza, facendo sobbalzare i ricci rossi. «Dicono che non si è presentata e il suo telefono risulta spento.»

A quelle parole gli occhi di Toboe si spalancarono e il labbro inferiore gli tremò per un istante. «Forse è solo malata... sai, con il cambio di stagione...»

«Moccioso, ti sembra il tipo da darsi malata senza avvisare nessuno?» Hige strinse i pugni, inspirando a fondo per cercare di contenersi. «Non so come spiegartelo, ma lo sento dentro. Le è successo qualcosa di brutto.»

Toboe tacque, e la sua espressione si fece improvvisamente seria. In quel preciso istante anche lui avvertì la stessa identica vibrazione interiore: una voce senza parole, profonda e ancestrale, che gli diceva che Hige aveva perfettamente ragione. Senza esitare, afferrò l'altro per un polso e lo tirò con decisione. «Allora dobbiamo andare subito a casa sua a controllare!»

«E tu sai dove abita, moccioso?»

«Smettila di chiamarmi così, brutto idiota, ho un nome!» ribatté Toboe stizzito. «Comunque sì, lo so. Abita a pochi isolati da qui, qualche volta sono andato da lei per farmi aiutare con le ripetizioni di matematica.»

«Ah, uffa... quindi con te si vede» borbottò Hige. Poi scosse il capo per scacciare la gelosia e tornò serio. «Vieni, prendiamo la mia macchina, faremo prima.»

Poco dopo i due si ritrovarono sotto il palazzo di Misha. Il portone di ferro era spalancato e il pavimento dell’androne era appena stato lavato, costringendoli ad avanzare in punta di piedi per non attirare le ire della donna delle pulizie. Salirono di corsa i due piani di scale e si attaccarono subito al campanello dell'appartamento.

«Misha! Ehi, Misha, ci sei? Apri questa dannata porta!» gridò Hige, battendo i pugni contro il legno.

Con la coda dell’occhio, Toboe notò una porta socchiudersi poco più in là, lungo il pianerottolo. Un’anziana vicina stava spiando dal corridoio buio. «Signora! Ehi, signora!» si precipitò Toboe verso di lei, riuscendo appena in tempo a infilare il piede tra lo stipite e l'uscio per evitare che lo sbattesse. «Ha visto la nostra amica? La prego, se sa qualcosa ce lo dica.»

«Io non so un bel niente!» strillò la vecchia, tentando di spingere il legno.

«Non dica sciocchezze, si vede lontano un miglio che lei è la pettegola del palazzo. Avanti, parli!» intervenne Hige, raggiungendo l'amico e spingendo la porta quel tanto che bastava per bloccarla.

La donna, con il cuore in gola per la paura, alla fine cedette. «Ultimamente da lei entravano sempre uomini! Prima quel teppista con la giacca di pelle, poi altri brutti ceffi che giravano davanti alla sua porta... e adesso voi due! Non la facevo proprio una ragazza del genere, sapete?»

A quell'insinuazione le orecchie di Hige diventarono di fuoco. «Lei non è quel tipo di ragazza, brutta vecchiaccia!»

Lo scatto d’ira del giovane spaventò la signora a tal punto che iniziò a urlare a squarciagola, minacciando di chiamare la polizia. 

«Andiamo via, presto» lo interruppe Toboe, afferrandolo per una manica e trascinandolo verso le scale. «È chiaro che qui non c'è. Non cacciamoci nei guai.»

"Misha, ma dove ti sei andata a cacciare?" si chiese Hige tra sé, mentre lui e Toboe correvano fuori dal palazzo, sotto il cielo grigio di Freeze City**.**


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Tsume sfrecciava con la moto tra le strade urbane, schivando auto e pedoni con precisione istintiva. Fin dalla nascita aveva mostrato riflessi fuori dal comune e una rapidità di pensiero rara, qualità che gli avevano permesso di cavarsela in più di una situazione difficile. Se fosse cresciuto in un ambiente diverso, forse avrebbe potuto usare quelle doti per qualcosa di nobile. Era venuto su, invece, in un quartiere dove valeva soltanto la legge del più forte, e le sue figure genitoriali non erano mai state un vero sostegno.

Così aveva messo le sue capacità al servizio della strada, tra piccoli furti, espedienti e mani veloci, finché la fedina penale si era macchiata già a quindici anni. In casa non trovava mai tregua, ma solo continui litigi, finché un giorno, stanco di quelle quattro mura, se n’era andato senza voltarsi indietro. Nelle notti passate sotto i ponti, con una birra tra le mani, si era chiesto spesso perché fosse toccata proprio a lui quella vita. Non l’aveva scelta, eppure, a essere onesto con sé stesso, doveva ammettere che gli calzava addosso con fin troppa naturalezza. Era il destino, forse, o qualcosa di molto simile.

Con gli anni aveva imparato a dosare il rischio, a capire dove valesse la pena sporcarsi le mani e dove, invece, fosse meglio lasciar stare, tanto che gli arresti sfiorati erano diventati sempre più rari. Forse l’unica cosa davvero pulita che aveva fatto in tutta la vita era stata prendere la patente e comprarsi quella moto, anche se, certo, la benzina non si pagava con le buone intenzioni.

Tra lavoretti di fortuna e altri giochi di mano, riusciva sempre a trovare un tetto e qualche soldo per andare avanti. Crescendo, però, aveva capito una verità scomoda: non avrebbe potuto vivere così per sempre. Il passato pesava come un macigno e a ventinove anni si era ritrovato con credenziali insufficienti perché qualcuno in quella società ipocrita gli desse davvero una possibilità.

In quel tunnel buio, a un certo punto, aveva intravisto una luce. Era una ragazza che aveva vissuto una vita opposta alla sua, che aveva fatto tutto nel modo giusto e si guadagnava da vivere onestamente. La sua casa era curata e calda, e a quelle pareti era appesa l'immagine di un'esistenza che avrebbe tanto voluto anche lui per sé stesso.

No, non poteva restarle accanto. Si sa che se metti un frutto marcio accanto a uno sano, sarà sempre quest'ultimo a rimetterci.


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«Ma non capite? Dobbiamo chiamare la polizia! Non potete prendere la questione sottogamba!»

Quando Darcia aprì la porta della caffetteria, le urla tese di Hige gli arrivarono subito alle orecchie. Lui e Toboe erano tornati di corsa al locale per avvertire il titolare.

«Non corriamo subito agli allarmismi. Voi giovani avete sempre mille motivi per assentarvi, e quasi mai uno serio» stava dicendo l’uomo di mezza età con le braccia conserte. «Magari è andata semplicemente a trovare dei familiari.»

«Potete contattare i suoi genitori e verificarlo?» chiese Toboe con la fronte corrugata.

Il datore di lavoro scosse il capo in segno di diniego. «È una questione di privacy. Noi abbiamo solo il numero dei dipendenti, e anche quello possiamo usarlo solo quando serve davvero.»

«E per questo caso serve davvero!» esplose Hige, furente.

«Adesso basta. Abbassate i toni, questo è un locale aperto al pubblico e non casa vostra» ribatté irritato l’uomo. «Conosco Misha anch’io e so che è una ragazza responsabile. Se entro la giornata non riusciremo a contattarla, faremo denuncia di scomparsa. Questa è la mia ultima parola.»

«Sì, e magari nel frattempo l’avranno fatta a pezzi» mormorò Hige tra i denti. Girò i tacchi e si avviò verso l’uscita, con Toboe subito dietro.

«Perdonate l’intrusione, non ho potuto fare a meno di notare la vostra preoccupazione» disse Darcia, bloccandoli prima che potessero varcare la soglia. «Cos’è accaduto alla signorina Misha?»

I ragazzi lo seguirono nel cortiletto esterno. Il cielo plumbeo gravava sulle loro espressioni tese mentre lo fissavano dritto negli occhi. «La nostra amica è sparita» rispose Hige, «e qui sembra che solo noi due abbiamo capito quanto sia grave la situazione.»

Darcia socchiuse appena lo sguardo, nascondendo qualunque pensiero gli attraversasse la mente. «L’ho incontrata una sola volta» disse con calma, «ma non mi è parsa il tipo da sparire senza preavviso.»

«È quello che sto dicendo fin dall'inizio!» sbottò Hige.

«Allora andiamo alla polizia e sporgiamo denuncia» propose Darcia.

«Sì, sempre che si decidano a muoversi. E se pensano che sia solo in gita? Abbiamo già perso fin troppo tempo» rispose Hige stringendo i pugni, frustrato.

«In tal caso, dobbiamo cercarla noi.»

Le parole dello sconosciuto li colsero completamente di sorpresa. «Vuole aiutarci, signore?» chiese Toboe, incredulo.

«Darcia, vi prego.» L'uomo si portò una mano al petto e accennò un lieve inchino. «Sì, intendo aiutarvi. Con le mie conoscenze, trovare indizi può essere molto più semplice di quanto crediate.»

Hige deglutì di fronte a quell'aiuto inatteso. Quell’uomo dagli occhi eterocromi e dai modi raffinati gli trasmetteva una sensazione difficile da definire: era troppo distinto e composto per essere uno qualunque.

«Ogni aiuto è ben accetto!» disse Toboe con un sorriso sincero, presentandosi, e anche Hige fece lo stesso.

Darcia ricambiò con un sorriso sottile. Sapeva perfettamente chi fossero quei due; erano loro, piuttosto, a non sapere chi erano davvero.

Seguirono il nobiluomo fino alla sua auto, un mezzo che da solo bastava a confermare il suo elevato status sociale. Era un modello di ultima generazione, nera, elettrica e silenziosa come un’ombra, un vero gioiello uscito dalle migliori fabbriche.

«Allora… con permesso, eh» disse Hige, grattandosi la nuca con imbarazzo mentre apriva la portiera del passeggero. Toboe salì dietro con un po’ di esitazione.

«Anche i bambini dietro devono allacciarsi la cintura» osservò Darcia con tono calmo ma fermo.

«S-sì, signore!» Il giovane armeggiò con agitazione per qualche secondo con l’aggancio, finché non sentì il clic di sicurezza.

Gli interni erano in pelle morbida, ordinati e profumati, niente a che vedere con il catorcio di seconda mano di Hige, puzzolente e sempre pieno di cartacce e scontrini spiegazzati. Prima di avviare il motore, Darcia estrasse il cellulare di fascia altissima e compose un numero. Parlò a bassa voce, pronunciando frasi brevi e precise, quanto bastava per dare istruzioni ma non abbastanza perché gli altri potessero capire a chi fossero rivolte.

Hige fischiò piano, guardandosi attorno ammirato. «Con un bolide così rimorchi pure senza provarci.»

Lo sguardo di Darcia si fece improvvisamente freddo attraverso lo specchietto retrovisore. «Preferite ritrovare la vostra amica… o vogliamo continuare con queste battute grette?»

L’abitacolo tornò immediatamente in un silenzio tombale.

«Dove stiamo andando, signor Darcia?» chiese Toboe dopo un po', sporgendosi leggermente tra i sedili anteriori mentre l’auto si immetteva nel traffico.

«Al mio ufficio. Nel frattempo le mie guardie faranno qualche telefonata e spero di avere già qualcosa in mano quando arriveremo.» Fece una breve pausa, poi aggiunse: «Avete una sua foto?»

Hige scosse la testa, contrariato, ma Toboe intervenne illuminandosi: «Io sì!» Il ragazzo tirò fuori il telefono dalla cartella e aprì la galleria, scorrendo rapidamente le immagini finché non si fermò. «Questa.»

Mostrò lo schermo: era il giorno del suo compleanno, con lui davanti alla torta e le candeline accese che gli si riflettevano negli occhi. Accanto c'era Misha, piegata verso di lui con un braccio attorno alle sue spalle e un sorriso dolcissimo.

Darcia osservò lo schermo solo un istante di troppo. «Perfetto. Inviamela via bluetooth, la girerò alle persone giuste.»

«Subito!» Toboe eseguì il comando con cura, concentratissimo.

Hige sbuffò sul sedile anteriore. «Comunque voi due siete troppo affiatati. Sembrate quasi fratello e sorella.»

Toboe arrossì leggermente a quell'osservazione. «Non so cosa sono io per lei… ma lei è importante per me. È l’unica che mi abbia mai fatto sentire davvero benvoluto. Quel giorno, passando davanti alla caffetteria, ho sentito come una spinta. Dovevo entrare a tutti i costi, e c’era lei. È stato del tutto naturale.»

Hige si fece serio, lo sguardo fisso sul parabrezza. «Sai che anche a me è successa una cosa simile? Pensavo fosse perché era San Valentino e distribuiva cioccolatini con un vestitino a tema niente male… invece no. C’era altro. Una specie di richiamo. Buffo, eh.»

Darcia guidava in silenzio, mantenendo lo sguardo fisso sulla strada bagnata. Poi parlò, come se stesse continuando ad alta voce un pensiero iniziato molto tempo prima: «Prima che ci incontrassimo, vagavo per la vita senza una direzione, senza una ragione. So che, per qualche motivo, ogni passo che ho fatto da quando ho imparato a camminare era un passo verso di te. Eravamo destinati a incontrarci.»

Hige e Toboe si scambiarono un’occhiata perplessa, confusi da quella confessione così intima.

Darcia accennò un mezzo sorriso enigmatico. «Perdonatemi, mi sono lasciato trasportare dalla situazione e mi è venuta in mente la citazione di un noto scrittore.» Non aggiunse altro, e i due ragazzi non osarono chiedersi cosa mai potesse frullare nella testa di una persona così altolocata e di cultura.

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Tsume si era fermato nei pressi della costa, appena fuori dal perimetro di Freeze City, dove il cielo era più limpido e il silenzio sovrano. Sperava che quell’aria aperta gli concedesse un po’ di tregua, e magari la forza di convincersi che doveva smettere una volta per tutte di pensare a lei. Il casco riposava sulla sella della moto e gli occhiali scuri riflettevano la luce tiepida del primo pomeriggio. In fondo si considerava solo un povero bastardo a cui la vita aveva lasciato poco: una moto, qualche cicatrice sul corpo e un pacchetto di sigarette stropicciato in tasca. Ne estrasse una e la accese, guardando il fumo salire lento per poi disperdersi, inghiottito dal vento salmastro. Intanto le onde si infrangevano placide contro i frangiflutti, tra i tetrapodi scuri chiazzati di salsedine. 

Doveva solo lasciar passare il tempo, si disse, e poi il cuore si sarebbe rimesso a tacere. Sarebbe tornato ai suoi piccoli traffici, ai lavori sporchi e alle notti corte, fino al giorno in cui, per un debito o per orgoglio, qualcuno gli avrebbe piantato addosso una pallottola. Eppure, proprio in quel silenzio, gli parve improvvisamente di sentire un profumo di gelsomino. Rivide quegli occhi azzurri e gli sembrò di udire quella voce che pronunciava il suo nome nel momento di massima estasi.

«Cazzo» imprecò a bassa voce, stringendo i denti.

Il rombo di un secondo motore lo riportò bruscamente al presente quando un'altra moto si accostò alla sua. 

«John» disse Tsume, voltandosi appena. «Che succede?»

L’uomo sollevò la visiera del casco, mostrando un'espressione tesa. «Nuovi guai per te. Satoshi non ha digerito il servizietto che hai fatto ai suoi uomini l'altro giorno. Non potendo prendere te, se l'è presa con una tua donna.»

Quel tono bastò a irrigidirgli la schiena. «Chi?» chiese Tsume, anche se in cuor suo conosceva già la risposta.

«Una mezza siberiana… Maruska, Misha... qualcosa del genere.»

A quel nome il sangue gli si gelò nelle vene e ribollì nello stesso istante. Non perse tempo a fare altre domande. Montò in sella e fece ruggire il motore con una fiammata di rabbia. Le due moto scattarono sull’asfalto come proiettili, sfrecciando a gran velocità lungo le strade larghe della periferia, senza trovare fortunatamente alcun ostacolo sul loro cammino. Sotto la visiera scura del casco, gli occhi gialli di Tsume brillarono di una luce selvaggia, mentre sentiva un ruggito sommesso nascergli dritto nel petto. Qualcuno aveva osato mettere le mani su Misha, e ora era pervaso dal violento istinto di strappare la gola a chiunque avesse osato frapporsi tra lui e la ragazza.



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Misha socchiuse gli occhi per il fastidio quando qualcuno aprì la porta dello stanzino, lasciando entrare un barlume di luce. Era un uomo di mezza età con i capelli radi tinti di giallo sulle punte, diversi piercing alle orecchie e tatuaggi che gli coprivano ogni centimetro di pelle tra draghi, pistole e pin-up. Solo il viso era rimasto pulito, e dal suo ghigno spavaldo si intravedeva un dente d’oro che brillava nella penombra.

«Perciò questa è la puttanella di Tsume?» domandò l'uomo, squadrandola dall'alto.

«Sì, capo. Uno zuccherino vero?» rispose uno dei due energumeni che l’avevano rapita il giorno prima, ridacchiando alle sue spalle.

Satoshi si piegò in avanti e prese un lembo del vestito azzurro per esaminarne il tessuto tra le dita. «Un po’ malconcia, ma mi stupisce che quel cane randagio sia riuscito a mettere le mani su una signorinella così a modo.» Le lanciò uno sguardo complice e viscido, poi aggiunse: «Ti eccitano i cattivoni, non è vero?»

Misha reagì d’istinto, tentando di strappargli la stoffa dalle mani con uno scatto rabbioso. Lo schiaffo di Satoshi arrivò secco e improvviso, rimbombandole dolorosamente nella testa e lasciandole un calore bruciante sulla guancia. 

«Se non fossi una preziosa merce di scambio, ti lascerei subito ai miei uomini» ringhiò il boss, raddrizzando la schiena. «Poi vedremmo quanta spavalderia ti rimane.»

Una lacrima solitaria le scivolò dall’occhio sinistro, ma Misha mantenne lo sguardo fisso altrove, sforzandosi di ignorare la presenza di quei criminali che la tenevano in ostaggio. 

Satoshi si voltò verso i suoi scagnozzi, dando ordini precisi. «Datele da mangiare, non voglio che svenga, e medicatele quelle ferite alle ginocchia. Deve essere in piedi e presentabile quando lui verrà a reclamarla. La voce è già stata sparsa in giro, vero?»

«Certo, capo. Sarà uno spettacolo pubblico» rispose il sottoposto con un sorriso sinistro.

«Molto bene.» Satoshi tornò a voltarsi verso Misha e le afferrò il mento con brutalità, costringendola a guardarlo dritto in faccia. «Il tuo ragazzo si sottometterà a me, oppure morirete entrambi. Quindi vedi di essere convincente quando arriverà. Chiaro?»

Satoshi si accigliò all'improvviso, notando che nella semioscurità gli occhi azzurri della ragazza sembravano farsi via via più accesi, quasi luminosi. In quelle iridi color ghiaccio non stava leggendo affatto paura; sembrava piuttosto lo sguardo di una belva feroce che, nel silenzio più assoluto, gli stava promettendo che presto lo avrebbe reclamato come sua preda. Senza sapere perché, i peli sulla nuca del criminale si sollevarono per un brivido improvviso.



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L’auto si fermò davanti a un grattacielo nel cuore di Freeze City. Era un edificio alto e imponente, il fulcro del dominio economico della sua famiglia, e Hige e Toboe rimasero a bocca aperta non appena scesero dal veicolo, osservando come persino le nuvole sembrassero sfiorarne i piani più alti. Alcuni uomini in giacca e cravatta, con occhiali scuri e auricolare ben visibile, si avvicinarono con passo rapido scendendo agilmente gli scalini per accogliere il loro capo.

«Ditemi. Avete scoperto qualcosa sulla ragazza che stiamo cercando?» chiese Darcia, senza perdere tempo in convenevoli.

«Sì, signore. Nel quartiere a sud, uno dei più malfamati della città, pare sia previsto a breve un confronto. Un baratto, dicono le nostre fonti.»

«Un baratto?» intervenne Hige, accigliandosi. «E come facciamo a essere sicuri che c’entri proprio con Misha?»

La guardia continuò il rapporto rivolgendosi esclusivamente a Darcia. «Ieri sera è stata rapita una ragazza e la descrizione combacia perfettamente con la foto che ci avete inviato. La notizia sta già circolando negli ambienti della malavita locale: si tratta di una sfida diretta a un altro soggetto, un certo Tsume.»

Nel sentire quel nome, Darcia trattenne il respiro per un istante, soffocando l’ondata di emozione che gli attraversò lo sguardo. Toboe, che lo osservava da vicino, notò che per un attimo la sua iride gialla parve brillare di una luce intensa.

«Vi dice qualcosa questo nome?» domandò il nobile, voltandosi appena verso i due ragazzi.

I giovani scossero il capo, confusi. «Mai sentito in vita mia, lo giuro» rispose Hige.

L’angolo della bocca di Darcia si piegò in un accenno di sorriso enigmatico. Anche se inconsciamente erano spinti a cercarsi l'uno con l'altro, nessuno di loro sembrava aver conservato la minima memoria del proprio passato. 

«Grazie. Preparate subito una scorta, staneremo questa gente e libereremo la ragazza» ordinò Darcia con tono deciso.

«Capo, quella è gente losca e pericolosa» si permise di precisare la guardia, preoccupata.

«Certo, ed è per questo che dovremo agire nel modo più discreto possibile. Quando sarà il momento faremo intervenire le forze dell’ordine, badando a non essere d’intralcio. Faremo risultare che Misha è una mia cara amica di vecchia data e che, spinto dal desiderio di salvarla, ho agito d’impulso. Del resto, staremo semplicemente consegnando dei criminali alla giustizia.»

Gli uomini si congedarono con un cenno per avviare subito i preparativi, lasciando Toboe e Hige senza parole. Quello sconosciuto si stava mettendo in gioco per una ragazza incontrata una volta sola, e lo faceva senza la minima esitazione. La loro gratitudine era sincera, eppure, insieme a essa, sentivano una strana sensazione torcersi nello stomaco.

«Ora voi due tornate a casa» disse Darcia, voltandosi a guardarli. «Toboe, tu hai persino saltato la scuola, non è il caso di andare in giro in questo stato.»

«No, affatto!» sbottò Hige, facendo un passo avanti con aria di sfida. «Misha è mia amica e non lascerò che qualche depravato se la scambi come se fosse un oggetto!»

«Vale anche per me» aggiunse Toboe, nonostante la voce gli tremasse leggermente per l'emozione.

«Ragazzi, potrebbe scoppiare una sparatoria. I miei uomini sono addestrati a questo genere di situazioni, voi no. Sareste soltanto d’intralcio.»

Hige arrossì di rabbia, stringendo i pugni lungo i fianchi. «Senti, ti ringrazio per tutto quello che stai facendo. Ma se non te ne avessimo parlato noi, tra due giorni te la saresti già dimenticata e questa sarebbe stata una notizia qualunque sul giornale. Per noi, invece, lei è importante. È una di noi, e non la lasciamo nelle mani di nessuno.»

Darcia lo percepì chiaramente: era l’istinto protettivo del branco che si risvegliava nel ragazzo dai capelli rossi. Dentro di sé, il nobile sorrise malignamente, ricordando come proprio Hige fosse stato uno dei massimi traditori della sua specie nella sua vita passata. Ma andava bene così; il suo desiderio era che si riunissero tutti, voleva solo mettere alla prova la forza di quel legame inconscio. Finse quindi di cedere, sospirando e alzando le mani in segno di resa. 

«Forse avete ragione. Vedervi potrebbe rassicurarla dopo il trauma. Verrete con noi.»

«Sì!» esclamarono i due, sorridendo da orecchio a orecchio. Forse non sarebbero stati molto utili in un conflitto a fuoco, ma erano certi che, vedendoli, Misha avrebbe trovato il coraggio di resistere. Non sapevano dare un nome a ciò che li univa, sapevano solo che non l’avrebbero mai lasciata indietro.


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Le ruote delle moto emisero un leggero stridio quando, dopo aver attraversato tutta Freeze City, Tsume e John giunsero infine davanti al covo di Satoshi. Le guardie appostate all’ingresso risposero alla loro avanzata con un ghigno storto, già pronte allo scontro fisico. John si era munito di un pesante piede di porco, mentre Tsume fece scattare fuori un coltello a serramanico con un movimento fluido; la lama brillò sotto le luci fredde dell'edificio decadente.

«Ehi Satoshi, esci fuori, bastardo!» esclamò John con spavalderia, poggiandosi il ferro sulla spalla. Per sicurezza, né lui né Tsume si tolsero il casco.

«L'invito è solo per Tsume, tu non c'entri un cazzo» si frappose uno degli scagnozzi del malvivente, bloccandoli non appena entrambi tentarono di superare il varco.

«E credi che lasci il mio amico da solo alla vostra mercé?» ribatté John, furente.

Il guardiano lo fissò gelido. «O così, o la ragazza la riavrà senza la testa attaccata al collo.»

Tsume digrignò i denti, emettendo un suono secco e trattenuto a stento. «Va bene, John. Ti ringrazio, ma restane fuori.»

«Ma quelli ti faranno secco, Tsume! Non puoi andare là dentro senza un compagno!»

«Tanto non ne ho mai avuto bisogno» rispose lui a bassa voce. «Questa faccenda riguarda solo me, non vale la pena che ti faccia del male per causa mia.»

John si arrestò, valutando la situazione, e poi sospirò rassegnato. «Come ti pare, io il mio aiuto te l'avrei offerto volentieri. Ma se non vuoi, non mi immischio.» Fece fare inversione alla moto e tornò in sella, stringendo le mani sul manubrio. «Spero solo che per quella donna ne valga la pena.»

«Ne vale la pena» rispose Tsume a denti stretti, senza curarsi che l’altro potesse sentirlo oppure no.

Quando il rombo della moto di John si dissolse nell’aria, gli scagnozzi concessero finalmente il libero passaggio al loro ospite d’onore. Era ormai pomeriggio inoltrato e il tramonto non era lontano. Il cielo, tuttavia, si era di nuovo addensato di nuvole scure, promettendo che presto ogni cosa sarebbe sprofondata nell’ombra, inghiottita da una pioggia fitta.

Tsume attraversò il cortile interno, dove ad attenderlo c’era un discreto numero di uomini armati fino ai denti. Sogghignavano sfacciati, pronti a godersi lo spettacolo della sua sottomissione; alcuni portavano ancora i segni dei suoi pugni sul viso e, al suo passaggio, gli sputarono ai piedi.

«Tsume, amico mio. Ti ringrazio per aver accettato il mio invito.» Satoshi gli venne incontro a braccia aperte, indossando una vestaglia di seta gialla in stile orientale e mantenendo un tono falsamente cordiale. «Togliti quel casco, non hai motivo di temere, qui siamo tutti uomini d’onore.»

«Talmente d’onore che per farmi venire qui avete dovuto rapire una ragazza che non c’entra assolutamente niente» replicò Tsume.

Una vena pulsò violentemente nel collo di Satoshi. «Il fine giustifica i mezzi. Tu ora sei qui e sai bene che ciò che ho da offrirti ti conviene assolutamente accettarlo.»

«Diventare un tuo sottoposto? Neanche morto.»

Satoshi scoppiò in una risata breve e tagliente. «Forse della tua morte non ti importerà molto, ma voglio vedere come reagirai adesso che c’è in ballo la vita di qualcun altro.» Fece un fischio rapido a uno dei suoi, che immediatamente si portò il walkie-talkie alla bocca per dare il via libera.

«Lasciatemi andare, maledetti!» La voce di Misha, furente e spaventata, arrivò limpida e cristallina alle orecchie di Tsume, che sollevò subito il capo verso la fonte del suono.

A un paio di piani d’altezza, affacciata a un balcone di cemento, c’era la giovane donna con le braccia legate dietro la schiena e la lama di un coltello puntata dritta alla gola. Era sporca e visibilmente emaciata; i capelli arruffati le sferzavano il volto, agitati dalle forti raffiche di vento.

Satoshi si disse che fosse per via della pioggia improvvisa, o forse per un semplice gioco di rifrazioni luminose, se in quel momento gli parve di vedere gli occhi gialli di Tsume accendersi di una luce quasi sovrannaturale non appena si sfilò il casco. Eppure, la stessa inquietante sensazione di essere nel mirino di una belva feroce tornò a stringergli lo stomaco, identica a quella provata poche ore prima con la ragazza nello stanzino.

«Devi lasciarla andare» disse Tsume con un tono che non ammetteva repliche.

«Altrimenti?» ridacchiò Satoshi. «Tu qui sei da solo e, a quanto mi hanno detto, l’unico stronzo che voleva darti una mano l’hai appena mandato via. Sindrome del superuomo, forse? Di certo sarà la tua rovina.» Poi fece un cenno eloquente agli uomini sul balcone, e questi, cogliendo l’ordine al volo, spinsero Misha in avanti, costringendola a sporgersi pericolosamente oltre il parapetto.

«Tsume, sono stato fin troppo paziente nei tuoi confronti» continuò il boss. «Tu sei un uomo forte, dalle grandi capacità, e queste capacità mi servono. Ti sto offrendo un lavoro più che remunerativo che, se vuoi, ti permetterà di portarti questa tua fidanzatina ovunque desideri. Non le farai mai mancar nulla. Non gettare al vento la tua giovane vita per una mera questione d’orgoglio.»

«Non è questione d’orgoglio» rispose Tsume, irremovibile. «Tu spacci droga e gestisci un giro di prostituzione che si estende per chilometri. E se anche io sono un figlio di puttana, non mi immischierò mai in affari così loschi.»

Satoshi scoppiò a ridere, senza più riuscire a trattenersi. «La morale! Tu che fai la morale a me! Guarda che anche tu ti sei sporcato le mani più volte. Magari non con la droga e le puttane, ma neanche tu sei così innocente come vuoi far credere in questo momento.» Il boss si voltò verso il balcone, alzando la voce per farsi sentire da Misha. «Cosa direbbe la tua bella se sapesse degli uomini che hai ucciso, della gente che hai messo nei guai per i tuoi sporchi giochetti? Per le donne a pagamento che ti sei portato a letto?»

Tsume non osò alzare lo sguardo verso l'alto, ma era perfettamente consapevole che Misha lo stava fissando dall'alto del balcone. Non avrebbe sopportato di leggere la colpa, il giudizio o la paura nei suoi occhi azzurri. Ora lei sapeva esattamente a quale pezzo di merda si era concessa quella notte.


«Leggo la vergogna nel tuo sguardo, mio caro ragazzo» rincarò il capo clan, assaporando il momento. Poi soffiò vistosamente dalle narici e cercò lo sguardo complice dei suoi uomini attorno a sé. «Volete vedere che il nostro Tsume si è innamorato sul serio?»

Tutti i presenti esplosero in una risata grassa e sguaiata che si confuse immediatamente con il rumore scrosciante della pioggia. Tsume strinse i pugni fino a far sbiancare le nocche, trattenendo a stento la furia. 

«Allora, se ci tieni così tanto a lei, a maggior ragione dovresti arrenderti» continuò Satoshi. «Vuoi che sia libera da tutto questo e torni a fare la sua solita vita tranquilla? Sottomettiti a me e ti prometto che nessuno proverà mai più a torcerle un capello.» A ulteriore prova della sua apparente buona fede, fece un cenno verso l'alto, ordinando ai suoi di slegarle le mani.

Il respiro di Tsume si fece sempre più pesante e spezzato; era chiaramente combattuto tra l'orgoglio e la sopravvivenza della ragazza. Sapeva che Satoshi non stava affatto scherzando: se lui si fosse rifiutato, il boss avrebbe ucciso entrambi, e probabilmente non prima di aver fatto passare loro le pene dell’inferno. Si sentiva con le spalle al muro, davanti a un vicolo cieco che si stringeva a ogni battito cardiaco.

«Non accettare!» Di nuovo la voce di Misha si levò alta e limpida sopra il frastuono della pioggia. «Quest'uomo vende solo morte e sfrutta le persone! Non c'è condanna peggiore se accetti di seguire un individuo del genere, e io non potrei mai vivere sapendo che a causa mia sei finito in un baratro simile!»

All’improvviso, prima che i suoi aguzzini potessero persino intuire le sue intenzioni, la ragazza scavalcò il parapetto di cemento e si lanciò nel vuoto. Il tempo sembrò congelarsi per un istante infinito. Misha, tuttavia, possedeva riflessi pronti e un controllo della forza tutt’altro che comune. All’ultimo istante utile si aggrappò saldamente alle sbarre del balcone inferiore; poi, sfruttando un colpo secco delle gambe, si diede lo slancio in avanti e atterrò agilmente sul piano sottostante.

«Ma come diavolo ha fatto?» esclamò Satoshi, sbigottito.

Il boss non ebbe nemmeno il tempo di comprendere l’incredibile abilità della ragazza che il casco di Tsume lo colpì in pieno volto, scagliato con precisione millimetrica. L’impatto fu così violento che il dente dorato gli schizzò via dalla bocca in un fiotto di saliva.

«Maledetto bastardo!» sbraitò il malvivente, mentre il sangue iniziava a colargli copioso dalle labbra e dall’orecchio colpito. «Ammazzateli! Scuoiateli come bestie!»

In un attimo Tsume si ritrovò completamente circondato. Sollevò il pugnale portando la lama all’altezza del viso, mentre usava l'avambraccio rimasto libero come scudo. Il suo sguardo era immobile, glaciale e tagliente. Nel frattempo, Misha poggiò la schiena al parapetto del nuovo balcone e si aggrappò con forza alla sbarra di ferro, caricando il peso sulle braccia per accumulare slancio. Con un calcio deciso sfondò la vecchia portafinestra dagli infissi di legno, che cedette con un tonfo secco, inghiottendo il fragore dei vetri infranti nel rumore della tempesta.

I criminali iniziarono subito a provare una fitta di frustrazione quando i loro primi colpi andarono completamente a vuoto. Né con le mani nude né con le armi da taglio riuscivano a intercettare quell’uomo dai riflessi straordinari. Tsume non aveva bisogno di una pistola: gli bastavano il coltello a serramanico e la micidiale potenza dei suoi calci per mandare al tappeto chiunque osasse avvicinarsi. 

Satoshi lo osservava con un odio crescente. Quelle abilità fisiche avrebbero dovuto essere al suo servizio, ma quel tipo era troppo moralista e ostinato, e non avrebbe ceduto neanche sotto il più atroce dei ricatti. Come se non bastasse, la ragazza che avevano rapito si stava dimostrando altrettanto irriducibile. Eppure, a guardarli bene, nessuno dei due aveva un portamento che lasciasse intuire una simile eccellenza marziale; sotto quell’apparenza comune, invece, si muoveva qualcosa di selvaggio.

Purtroppo, dopo diversi minuti di scontro serrato, Tsume dovette fare i conti con l’inevitabile stanchezza. I nemici erano in netto vantaggio numerico e continuavano a stringere il cerchio, senza lasciargli alcun varco utile per la fuga. La sua priorità assoluta restava raggiungere Misha prima che fosse troppo tardi, trovarla all'interno dell'edificio e scappare insieme.

Nel frattempo la ragazza, all'interno del palazzo, aveva recuperato il robusto bastone di una scopa e stava scendendo rapidamente la rampa di scale quando gli scagnozzi del piano superiore la intercettarono bruscamente. Provò a reagire brandendo la sua arma improvvisata, riuscendo persino a colpire uno di loro alla tempia con un colpo secco, ma un altro delinquente le strappò il legno dalle mani e le sferrò un calcio violento allo stomaco, facendola ruzzolare giù per i gradini di cemento. Ebbe la prontezza di proteggersi la testa con le braccia, ma l’impatto le ammaccò dolorosamente il corpo; ora ogni muscolo le doleva, anche se, per fortuna, non sembrava essersi rotta nulla.

«Che dite, ragazzi? Le strappiamo quel bel vestitino di dosso e ci divertiamo un po’ con lei? Tanto al capo non serve più come ostaggio» propose uno degli scagnozzi, avvicinandosi con un ghigno viscido.

«Non osate toccarmi!» sbraitò lei non appena l'uomo allungò la mano verso la gonna del vestito azzurro. Scalciando con furia cieca, Misha piantò il tacco del sandalo dritto nell’occhio del criminale, ferendolo in profondità.

«Zoccola, io ti ammazzo!» urlò quello, accecato dal dolore e dallo sdegno, portandosi le mani al volto insanguinato. Provò a calarle un pugno addosso con l'altro braccio, ma Misha rotolò rapidamente di lato sul pianerottolo, sfuggendo al colpo per un soffio.

Aveva il fiatone e l’adrenalina le martellava furiosamente nelle tempie. Stava facendo ricorso a ogni briciolo di energia per sopravvivere. Non sapeva quanto ancora il suo corpo avrebbe resistito, ma una sola cosa le era dolorosamente chiara: non voleva morire in quel posto squallido. In quel momento di puro terrore le tornò alla mente l’istante esatto della morte vissuta nella sua recente visione. Anche allora, tra i ghiacci, aveva provato la stessa identica frustrazione, la stessa rabbia bruciante di chi esala l'ultimo respiro da solo, sotto la neve, senza nemmeno una possibilità di rivalsa. No, si promise stringendo i denti, non sarebbe andata così una seconda volta.


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«Ormai sei al capolinea, Tsume» disse Satoshi, che nel frattempo si era rimesso faticosamente in piedi, seppur barcollante a causa del grave danno al timpano. «Hai appena segnato la tua condanna a morte, la tua e quella della ragazza. Avevi avuto un'ultima possibilità per salvarti la pelle e l’hai sprecata così.»

Tsume aveva il fiato corto e profonde ferite sanguinanti alla testa e alle braccia. Il casco da moto era ormai andato perduto nel cortile, e a malapena riusciva a reggere il pugnale a serramanico, la cui lama era interamente impregnata del sangue dei suoi nemici. La pioggia battente lo diluiva in rivoli scuri che gli scivolavano implacabili tra le dita. Si domandò con amarezza se davvero quella fosse la fine. Si sentiva come un reduce al termine di un lunghissimo cammino, uno di quei percorsi tortuosi che consumano l’anima prima ancora del corpo. Non sapeva spiegarsi il perché, ma avvertiva con assoluta chiarezza di essere arrivato fin lì per uno scopo preciso, e non poteva accettare che, alla fine della strada, lo attendesse una sorte tanto misera. Era come se qualcosa di invisibile lo avesse tradito; forse il suo stesso destino non era quello che gli era stato promesso fin dall'inizio dei suoi giorni.

Improvvisamente uno sparo assordante spezzò l’aria, proveniente dall’esterno del cortile recintato. Seguì un istante di silenzio del tutto irreale, poi urla concitate anticiparono l’irruzione violenta di uomini armati in giubbotto antiproiettile ed elmetto tattico. Indossavano divise completamente nere e occhiali scuri, muovendosi compatti come una squadra altamente addestrata.

«E questi chi cazzo sono? La polizia?» sbraitò Satoshi, voltandosi verso il cancello principale.

Sulle loro uniformi, tuttavia, non c’era alcuna toppa o stemma che li identificasse come forze dell'ordine, e persino le auto scure con cui erano arrivati erano totalmente prive di targa. Chiunque fossero, per la qualità dell’equipaggiamento e la precisione geometrica dei movimenti, dovevano servire un potente committente privato.

«Dov’è la ragazza?» La voce, alta e autoritaria, si levò sopra il frastuono dei motori e degli spari. 

Dalle file degli assalitori avanzò un uomo dai capelli corvini con riflessi blu, leggermente ribelli ma curati nei dettagli. Indossava un completo di alta fattura sartoriale italiana e manteneva le spalle dritte, mentre gli occhi di due colori diversi fissavano la scena con decisione. Tutto in lui proiettava un magnetico carisma e una gelida sicurezza. Subito dietro di lui comparvero Hige e Toboe, che a loro volta chiesero a gran voce dove si trovasse Misha, guardandosi attorno disperati.

«Damerino, pensi davvero di entrare in casa mia e fare il cazzo che ti pare? Uomini, sparate a vista!» ordinò Satoshi.

Fu un attimo di pura follia. Le scie di luce delle armi da fuoco di entrambe le fazioni squarciarono l’aria plumbea del pomeriggio. Alcuni mercenari dotati di scudi balistici pesanti si mossero immediatamente per proteggere Darcia e i due ragazzi dal fuoco nemico.

«Portateci verso l’edificio principale, Misha è senz’altro nascosta lì dentro!» urlò Hige, indicando la struttura di cemento.

Darcia si accigliò appena per studiare la situazione, poi annuì verso il caposquadra. «Fate come dice il ragazzo. Dobbiamo aprirci un varco ed entrare lì dentro immediatamente.»

Gli uomini di Satoshi erano ormai affacciati in massa alle finestre o riversi nel cortile per rispondere all'attacco. Il boss era uno dei capi clan più influenti della zona e le risorse militari non gli mancano affatto; sconfiggerlo, o anche solo tenerlo a bada fino all’arrivo delle forze speciali della polizia, non si preannunciava affatto semplice. Nel frattempo Satoshi, sorretto da uno dei suoi scagnozzi, decise di rientrare al riparo all’interno dell’edificio.

«Dov’è quella stronza? L’avete presa o no?» sbraitò con tutto il fiato che gli restava in gola, tenendosi una mano sull'orecchio ferito.

«È scappata dalle scale, capo, ma ormai è all’angolo, non ha vie d'uscita» rispose uno degli uomini armati che presidiavano il corridoio.

«Vi state veramente facendo fregare da una stupida donnetta?»

«Quella lì è incredibilmente veloce, ha ottimi riflessi. Forse è un’atleta professionista, non sappiamo come faccia.»

«Tsume se l’è scelta proprio della sua stessa razza…» borbottò Satoshi tra i denti, asciugandosi il sangue dalle labbra con il dorso della mano. «Beh, non fermatevi per nessun motivo. Non ha comunque alcuna possibilità di fuga. Appena l’avrete trovata, tagliatele la gola sul posto e mostrate la testa a quei pazzi che hanno osato sfidarmi nel mio stesso territorio.»


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Misha era riuscita in qualche modo a sfuggire a chi la inseguiva lungo i corridoi, ma sapeva bene che le stanze a disposizione non erano molte. Ormai era solo questione di tempo prima che qualcuno la trovasse, nascosta com'era all'interno di un vecchio armadio polveroso. Il suono del suo respiro affannato riecheggiava tra i muri umidi della stanza, mescolandosi al fragore lontano e attutito degli spari che continuavano a squarciare l'aria all'esterno. Non riusciva a capire cosa stesse accadendo di preciso là fuori: forse una gang rivale aveva colto al volo l’occasione per sfidare apertamente il potere di Satoshi, o forse, inaspettatamente, quelli erano amici venuti in soccorso di Tsume.

Si portò una mano tremante alla bocca, sforzandosi con ogni briciolo di energia di soffocare l’urlo che sentiva gonfiarsi spaventoso nel petto. Il cuore le martellava furiosamente nelle orecchie, tanto da coprire quasi i rumori circostanti. Si era ritrovata all'improvviso in una situazione drammatica che fino ad allora aveva visto soltanto nei film o nelle serie televisive, ma adesso che ci si trovava immersa fino al collo, non sapeva nemmeno lei dove avesse attinto la forza necessaria per resistere e lottare fino a quel momento.

«Mamma… papà…» sussurrò appena a fior di labbra, con le lacrime che minacciavano di bagnarle le guance, sperando ardentemente che i volti dei suoi genitori potessero ridestarla da quell’orrendo incubo. Chi avrebbe mai detto loro che la loro unica figlia era caduta vittima di una spietata banda criminale? Probabilmente, in quello stesso istante, erano già divorati dall’angoscia a causa del suo silenzio, del tutto ignari di dove fosse finita. E se le cose si fossero messe male, se fosse morta lì dentro, chi avrebbe mai restituito loro il suo corpo? 

Scosse il capo con decisione nella penombra dell'armadio, imponendo a sé stessa di fermare quei pensieri. No, non doveva cedere allo scenario peggiore proprio adesso. Voleva vivere, lo desiderava disperatamente con ogni singola fibra del suo essere. 

In quel momento di attesa sospesa, il suo pensiero tornò inevitabilmente a Tsume e alle parole dure con cui lui, la mattina stessa, le aveva detto di non essere affatto una brava persona. Le rivelazioni spietate fatte da Satoshi poco prima nel cortile non avevano fatto altro che confermare quella confessione. Eppure, nel profondo del suo cuore, Misha non sentiva affatto il bisogno di rimangiarsi ciò che gli aveva risposto sulla divano. In qualche modo misterioso comprendeva il motivo per cui lui aveva commesso quegli errori, se la legge della strada era l'unica cruda realtà che aveva conosciuto fin dall'infanzia. Quando lo aveva guardato dritto negli occhi durante la loro notte insieme, non vi aveva letto alcuna traccia di autentica malvagità. Piuttosto le era sembrato che lui si stesse aggrappando a lei con una fragilità disperata, come se, per la prima volta in tutta la sua travagliata esistenza, avesse finalmente trovato un punto fermo nel mondo. Come poteva qualcuno capace di un simile abbandono essere davvero malvagio nel profondo del cuore?


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La sparatoria nel cortile non accennava a placarsi e ormai qualcuno cominciava a cadere al suolo. Nel mezzo di quella bolgia infernale c’era Tsume, costretto a cercare costantemente riparo per non finire ucciso nel fuoco incrociato. 

«Scommetto che è lui quello Tsume» disse Hige a denti stretti dal suo riparo, indicando l’uomo con la giacca di pelle e i capelli grigi che si era appena rifugiato sotto alcune pesanti casse di legno. Lo sentiva fin nel profondo, come se quel nome gli fosse scritto direttamente addosso, o forse perché, in qualche strano modo, lo aveva sempre saputo. Era come se lo conoscesse già da un'altra vita.

«Allora dobbiamo fermare anche lui! Voleva Misha, no?» disse Toboe, visibilmente allarmato dal frastuono.

«Vediamo di calmarci. La nostra priorità assoluta resta la vostra amica» rispose Darcia con voce gelida.

«Non avrà problemi con le autorità, signore?» domandò ancora Toboe mentre, protetti dagli scudi balistici degli uomini in nero, avanzavano lentamente verso l’ingresso principale insieme a Hige.

Darcia si voltò appena, mantenendo un'espressione distaccata. «Guarda bene. A differenza dei nostri avversari, i miei uomini utilizzano esclusivamente proiettili di gomma. Non ho alcuna intenzione di uccidere nessuno, voglio solo consegnare questi criminali alla giustizia.» 

Il magnate, a quanto pareva, aveva previsto ogni dettaglio. Dopotutto era del tutto evidente che non avesse alcuna intenzione di finire in tribunale per l’omicidio di quella gente, dato che si stava pur sempre svolgendo un conflitto armato non autorizzato nel cuore della città. 

Tsume non riusciva a vederli chiaramente a causa della pioggia e del fumo, ma avvertiva con forza che dietro quegli scudi neri si nascondeva qualcuno capace di provocargli strane vibrazioni, una tensione sottile che gli scorreva sottopelle. Attribuì tuttavia quella strana sensazione alla concitazione del momento: in quel secondo gli interessava soltanto entrare nell'edificio, e uno di quegli scudi tattici gli sarebbe stato dannatamente utile. Si guardò attorno rapidamente e notò che verso l’ingresso alcuni uomini ne impugnavano ancora diversi. Doveva prenderne uno in prestito a qualunque costo. 

Inspirò a fondo, ignorando il bruciore acuto nei polmoni, e poi si mosse con uno scatto felino. Scattò fuori dal riparo delle casse nel momento esatto in cui una violenta raffica avversaria costrinse due guardie ad arretrare di qualche passo. Si abbassò repentinamente, rotolò sul cemento bagnato sentendo un proiettile fischiargli a un soffio dall’orecchio, e con un calcio fulmineo spazzò le gambe di uno degli uomini di Satoshi che gli si era parato davanti. L’uomo cadde pesantemente a terra e Tsume, senza fermarsi, colpì un altro aggressore al fianco con il manico del pugnale a serramanico, quel tanto che bastava per aprirsi un varco. Il mondo attorno a lui si era improvvisamente ristretto: non esistevano più la pioggia, il freddo o le urla, ma solo traiettorie, distanze e movimenti riflessi. 

Fu allora che vide lo scudo a terra. Uno degli uomini in nero, colpito duramente alla spalla, aveva appena perso la presa e la protezione era scivolata sul cemento. Tsume cambiò direzione senza la minima esitazione. Si lanciò in avanti scivolando quasi in ginocchio e afferrò l’impugnatura proprio mentre un altro colpo lo centrava di striscio al braccio sinistro. Serrò i denti per il dolore, si rialzò di scatto e per la prima volta sentì davanti a sé una parete solida mentre un proiettile rimbalzò sul policarbonato con un tonfo sordo. 

Con lo scudo alzato avanzò a testa bassa, spingendo via con brutalità chiunque tentasse di sbarrargli la strada. Un criminale cercò di colpirlo al fianco, ma Tsume ruotò il corpo di scatto e usò lo scudo come un ariete, scaraventandolo contro un muretto. Un altro provò a trattenerlo per i lembi della giacca, ma lui lo colpì al ginocchio con un calcio secco, sentendo l’articolazione cedere di colpo. Vide finalmente l’ingresso dell’edificio oltre la cortina di pioggia. Le porte di ferro erano socchiuse e l’interno appariva buio come una gola spalancata. Alcuni scagnozzi tentarono un'ultima resistenza per chiudergli il passaggio, ma Tsume caricò frontalmente con tutta la sua forza. Lo scudo colpì il primo nemico in pieno petto facendolo stramazzare all’indietro; con il pugnale deviò l’arma del secondo e con una spallata decisa lo spinse contro lo stipite. Un ultimo proiettile rimbalzò sulla protezione facendogli vibrare dolorosamente tutto il braccio, poi, finalmente, varcò la soglia. 

All’interno della struttura il rumore assordante della sparatoria si fece subito più ovattato e distante. Davanti a lui si apriva un lungo corridoio deserto. Misha era lì dentro, e lui non aveva ancora finito.

Attraverso la feritoia degli scudi, Darcia, Toboe e Hige assistettero sbigottiti alla sequenza fulminea di movimenti che aveva permesso a quell’uomo con la giacca di pelle di farsi strada da solo. 

«Approfittiamone anche noi!» ordinò rapidamente il nobile, facendo cenno ai suoi uomini di seguire immediatamente il varco aperto prima che la difesa nemica si richiudesse. L’avanzata riuscì perfettamente, ma una volta dentro scoprirono che Tsume era già scomparso oltre le scale, lasciando lo scudo abbandonato a terra. Non avevano idea se fosse alla ricerca di Misha o di Satoshi. 

I capelli di Toboe si drizzarono per lo spavento quando vide Darcia estrarre una pistola semiautomatica dalla cintura, scaricando l’arma con un gesto secco e preciso. «Signor Darcia, ma quelli sono proiettili veri?»

«Siamo nel nido del serpente ormai» rispose l'uomo con voce ferma. «Da questo momento dobbiamo pensare prima di tutto alla nostra incolumità. Dobbiamo trovare il loro capo, solo così fermeremo questa follia.»

Non fece in tempo a terminare la frase che alcuni scagnozzi sbucarono da un corridoio laterale aprendo il fuoco a bruciapelo. Le guardie di Darcia reagirono con prontezza professionale, formando una barriera compatta davanti al loro datore di lavoro e ai due ragazzi.

«Accidenti... come starà Misha in mezzo a tutto questo inferno?» mormorò Toboe con la voce incrinata dal terrore.

«Non perderemo certo tempo a scoprirlo qui fermi!» esclamò Hige, che con un gesto rapido aveva appena raccolto lo scudo abbandonato poco prima da Tsume.

«Dove avete intenzione di andare adesso?» chiese Darcia allarmato, mentre rispondeva al fuoco nemico con una precisione impeccabile, senza sprecare un solo colpo.

«Questo edificio è immenso, signore. Se non ci dividiamo adesso, non la troveremo mai in tempo!» urlò Hige. Toboe annuì con decisione al fianco dell'amico, stringendo i denti. «Le promettiamo che staremo attenti, lo giuriamo!»

Darcia li fissò intensamente per un brevissimo istante, poi finse di cedere e sospirò. «La polizia arriverà a momenti. Recuperate la vostra amica prima che lo facciano loro. Buona fortuna.»


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«Dove diavolo potrebbe essere?» sbottò Hige con tono frustrato. Avevano ormai setacciato tutto il piano terreno della struttura, trovando solo scagnozzi nemici che, non appena li scorgevano dietro un angolo, cercavano immediatamente di sparare a vista. Sarà stata l’adrenalina del momento, sarà stato il desiderio feroce di restare vivi, o forse entrambe le cose, ma i due ragazzi si ritrovarono a scattare e a proteggersi con lo scudo in sequenze così rapide da lasciare esterrefatti persino loro stessi. Era come se un istinto antico e dimenticato si stesse risvegliando nel loro sangue: come poteva una situazione di totale pericolo trasformare due ragazzi qualunque in combattenti tanto efficienti?

«Stai bene, moccioso?» chiese Hige, rivolgendosi a Toboe dopo aver seminato l’ennesimo inseguitore e aver trovato rifugio temporaneo in uno stanzino buio. Lo scudo, ormai crivellato dai colpi avversari, sembrava un vero e proprio colabrodo.

«Ho il cuore che mi batte a mille, ma sì, sto bene. E smettila una buona volta di chiamarmi moccioso!»

«In una situazione del genere perdi tempo con le etichette?» sbuffò il rosso, tentando di riprendere fiato, poi si fece subito serio. «Senti, è del tutto evidente che qui Misha non c’è. Forse l'hanno portata ai piani superiori.»

«E come facciamo a salire?»

«Questo arnese può reggere ancora per un po'. Ci faremo largo sulla rampa delle scale e il signor Darcia magari ci darà fuoco di copertura. Lo ha detto lui stesso, no? Stanno arrivando i rinforzi delle autorità, dobbiamo solo resistere ancora un po’.»

Toboe esitò per un istante. «Siamo veramente certi che Misha sia qui dentro?»

«C’era quello Tsume fuori, no? Non so cosa abbia a che fare con la nostra amica, ma la sua presenza è la conferma che lei si trova in questo edificio. E poi… non lo senti anche tu?»

Toboe si portò istintivamente una mano al petto. Sì, sentiva una risonanza sottile e profonda, come un filo invisibile che lo tirava verso l’alto. Misha era lì vicino, ne era assolutamente certo. 

Diedero fondo a tutto il loro coraggio e, di corsa, riattraversarono il corridoio per tornare nell’atrio principale, ormai invaso da Darcia e dalle sue guardie del corpo. «Signor Darcia, ci copra, noi saliamo ai piani alti!» urlò Hige senza rallentare il passo.

Un semplice cenno del capo dell'uomo bastò a dare il via libera. Le guardie si disposero immediatamente verso la rampa, creando una barriera di fuoco coordinata che aprì loro la strada. Gli scagnozzi di Satoshi cadevano uno dopo l’altro sotto l'impatto dei colpi: i proiettili di gomma non li uccidevano, ma li lasciavano doloranti, storditi e del tutto incapaci di rialzarsi. Sospinto da Toboe, Hige avanzò tenendo lo scudo spinto in avanti come un ariete, travolgendo ogni ostacolo rimasto sul cammino. Gradino dopo gradino, sotto il rimbombo asfissiante dei colpi e il fumo acre che riempiva l’aria, i due ragazzi raggiunsero finalmente il primo piano della struttura.

Hige sbirciò con cautela oltre una colonna di cemento e mormorò a bassa voce che in quel punto c'era meno gente. Dalle stanze aperte che si affacciavano sul pianerottolo, gli uomini armati rimasti erano concentrati quasi tutti alle finestre, intenti a rispondere al fuoco esterno delle guardie di Darcia. Il rosso propose subito di dividersi, dicendo a Toboe di prendere lo scudoper proteggersi.

Il ragazzo sgranò gli occhi, sorpreso e contrariato da quell'idea. «Cosa? Ma stai scherzando? E tu rimani senza alcuna protezione?»

Hige scosse il capo accennando un mezzo sorriso teso e amaro, assicurandogli che in qualche modo se la sarebbe cavata e che non doveva preoccuparsi per lui.

Toboe serrò i denti per la rabbia e spinse con forza lo scudo contro il petto di Hige, ribattendo di essere molto più veloce e anche più piccolo, qualità che non lo avrebbero fatto notare facilmente dai nemici nei corridoi.

«Non posso lasciare che un moc...» tentò di ribattere Hige, ma Toboe non lo lasciò finire.

Il giovane lo afferrò direttamente per il colletto della camicia e i suoi occhi color miele si accesero di colpo, mostrando una durezza inedita. «Me la so cavare benissimo anche da solo. Provengo da un orfanotrofio, credi davvero che non abbia imparato a fare a pugni prima ancora di imparare a camminare? Se dividerci migliora le nostre possibilità di trovare Misha in tempo, allora voglio farlo libero da qualsiasi ingombro.»

Per un istante, tra loro due, sembrò non esserci più spazio per gli spari, per le urla o per i rumori della battaglia circostante; esisteva soltanto quella ferrea decisione. Hige si morse il labbro inferiore, profondamente combattuto, ma lo sguardo di Toboe non lasciava alcuno spazio a esitazioni o compromessi, mostrandosi fermo, risoluto e incredibilmente più adulto di quanto avrebbe mai voluto ammettere.

«Fa' solo molta attenzione» cedette infine Hige, allentando la tensione. «Se ti fai male, non me lo perdonerei mai.»

«Fai attenzione tu, piuttosto. Vuoi forse far soffrire Misha?»

Quelle parole colpirono Hige dritto nel segno. Il rosso si strinse nelle spalle, come a volersi scrollare di dosso la paura residua, e poi annuì deciso. Senza aggiungere altro, i due si separarono immediatamente, imboccando due direzioni opposte nello stesso corridoio, ma conservando lo stesso identico obiettivo nel cuore.

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Misha era ancora lì, nascosta nel buio dell’armadio. Quando gli scagnozzi l’avevano attaccata lungo le scale, era riuscita in qualche modo a trovare un varco e a risalire i gradini di cemento, stringendo i denti contro il dolore acuto. Ora le articolazioni le facevano male come se fossero state schiacciate una a una e, nonostante si fosse protetta istintivamente durante la rovinosa caduta, doveva aver battuto violentemente la testa. Un punto preciso della nuca le pulsava con insistenza e la vista le si annebbiava a tratti, costringendola a sbattere le palpebre. Una delle sbucciature profonde sulle ginocchia aveva perso la crosta a causa dei movimenti repentini e aveva ripreso a sanguinare. Il suo bel vestito azzurro era ormai del tutto rovinato, logoro e in alcuni punti perfino lacerato. L’aveva comprato da pochissimo per l’inizio della nuova stagione... si trattava di un pensiero assurdo e quasi ridicolo in un momento simile, eppure si aggrappava disperatamente anche a quello, a un minuscolo frammento di normalità per non impazzire. 

Gli spari all'esterno non accennavano a cessare, mentre passi pesanti correvano frenetici nei corridoi, su e giù per le rampe di scale. Misha si sentiva impotente, piccola e intrappolata. All’improvviso, la porta di legno della stanza si spalancò improvvisamente. La ragazza si portò di nuovo le mani alla bocca per soffocare il fiato e raddrizzò la schiena contro il fondo dell’armadio, tenendo gli occhi spalancati e colmi di terrore puro. I passi si avvicinavano inesorabili al suo nascondiglio, facendo scricchiolare il pavimento. L’anta si aprì di scatto e per un istante infinito il tempo sembrò fermarsi del tutto.

«Misha! Ti ho trovata!» 

Quel sorriso limpido, a trentadue denti e ancora così intriso di fanciullezza, fu come una lama di luce improvvisa nel buio più profondo. Era Toboe.

«Che ci fai qui?» riuscì a dire soltanto Misha con la voce roca per la paura, mentre il quindicenne le gettava con impeto le braccia al collo.

«Non potevo permettere che qualcuno ti portasse via da noi» rispose il ragazzo, stringendola forte.

Si tennero uniti a lungo, senza bisogno di parole, piangendo l’uno sulla spalla dell’altra per lo scampato pericolo. In mezzo a quel caos assordante di spari e urla lontane, quell’abbraccio era l’unica cosa stabile e reale rimasta nel mondo. Misha non riusciva a capacitarsi di come Toboe fosse arrivato fin lì, rischiando consapevolmente la vita per lei; lui che, ai suoi occhi, restava ancora poco più di un bambino da proteggere. Si scostarono appena, giusto il tempo per guardarsi di nuovo negli occhi. Con un gesto quasi materno e pieno di gratitudine, lei sollevò le mani e asciugò con dolcezza le lacrime calde che rigavano le guance di Toboe.

«C’è anche Hige qui intorno che ti sta cercando» riprese il ragazzo, tentando di calmare il respiro. «Il signor Darcia ci ha aiutati a entrare.»

Misha si accigliò all'istante. «Darcia?»

«Sì. Sembra che vi siate conosciuti proprio ieri alla caffetteria. È un uomo incredibilmente ricco e raffinato.»

Per un istante, tra la paura residua e il sollievo, un filo di memoria si fece strada nei suoi occhi color ghiaccio. «Lui... lui vi ha aiutato e ha scatenato questa sparatoria?» chiese incredula, poiché un soccorso del genere era qualcosa che non avrebbe mai osato immaginare da parte di un cliente di passaggio.

«Dev’essere un tipo molto potente nel suo campo, le sue guardie personali sono ovunque. Tra poco però arriverà la polizia ci sarà un raid, quindi ci sarà ancora più caos. Cerchiamo di non rimanerci coinvolti anche noi.»

Misha aggrottò la fronte, elaborando le informazioni, e poi annuì con decisione. Ora che Toboe era lì al suo fianco sentiva rifluire un prezioso briciolo di forza interiore. 

«Cerchiamo Hige e andiamocene subito da questo posto» disse il ragazzo, rialzandosi in piedi e tendendole la mano.

«E Tsume? Avete visto Tsume per caso da queste parti?» domandò lei con una leggera esitazione nella voce.

Toboe si fece improvvisamente serio, studiando la sua espressione. «Chi è lui per te, Misha?»

La ragazza fu sul punto di rispondere, ma le parole le si spezzarono dolorosamente in gola. Abbassò lo sguardo sui propri piedi e inspirò lentamente per ritrovare il controllo della voce. «Nessuno. Assolutamente nessuno.»

Toboe la scrutò con un evidente filo di scetticismo, ma decise di non insistere oltre perché non era affatto il momento adatto per i chiarimenti. Le porse nuovamente il palmo e, quando Misha si alzò, si rese conto che i suoi movimenti non erano più agili come un tempo. Il corpo le appariva intorpidito dai traumi e la testa le girava leggermente; qualunque forza misteriosa l’avesse spinta a reagire con ferocia fino a quel momento sembrava essersi improvvisamente assottigliata. 

Mano nella mano, i due uscirono cautamente dalla stanza per immettersi nel corridoio deserto. Non fecero che pochissimi passi nella penombra quando due braccia robuste e implacabili li afferrarono all’improvviso alle spalle, sollevandoli di peso e trascinandoli via nell’oscurità prima che potessero persino gridare.


Vennero trascinati lungo il corridoio e gettati a terra con violenza, dentro una stanza che era stata messa al sicuro dal caos esterno. In controluce, davanti alla finestra, si stagliava la figura di Satoshi. La sua vestaglia di seta orientale spiccava nell’oscurità come una macchia d’oro. Un fulmine squarciò il cielo, illuminando per un istante il suo volto contratto dalla rabbia.

«Maledetti ragazzini. Come avete potuto mettere così in difficoltà i miei uomini?» domandò il boss.

Toboe e Misha si sollevarono a fatica in ginocchio, stringendosi di nuovo la mano.

«Noi non abbiamo fatto niente» rispose Misha, con forza.

«Silenzio, puttana!» ringhiò lui. «Non credevo avessi amici così potenti. Se quegli incompetenti mi avessero avvisato, mi sarei mosso meglio. Qualche testa rotolerà non appena me ne sarò andato da qui. Ma prima voglio togliermi qualche sfizio.» 

Satoshi estrasse un coltello e la lama brillò nel buio, tagliata dal bagliore di un altro lampo. 

«Vi sgozzerò come maiali, così quel pezzo di merda di Tsume si pentirà di aver rifiutato la mia offerta.» Puntò l’arma verso Misha. «Iniziamo dalla sua fidanzatina.»

«Non te lo permetterò!» Toboe scattò in piedi in un impeto di coraggio, correndo verso di lui con il pugno levato. Fece appena metà strada prima che uno scagnozzo lo intercettasse con un pugno brutale. Il ragazzo rotolò via sul pavimento, con il corpo leggero tramortito dal colpo.

«No, Toboe!» Misha si alzò a sua volta e corse verso di lui. Lo sollevò con delicatezza, con il cuore sospeso in un vuoto glaciale. Toboe respirava appena, già sull’orlo dell’incoscienza, mentre un sottile rigolo di sangue gli colava dalla bocca. «Toboe… ti prego, rispondimi… Toboe!»

Alle sue spalle Satoshi e i suoi uomini risero, divertiti da quanto fosse stato facile piegarli. Poi, all’improvviso, l’aria cambiò. Si fece più fredda e decisamente più pesante. Nell’angolo dove Misha stringeva Toboe, la stanza sembrò inghiottire la luce e le ombre si allungarono, addensandosi come nebbia nera.

I peli sulla nuca dei tre uomini si drizzarono all'istante. Un istinto primordiale li avvertì del pericolo prima ancora che la mente comprendesse cosa stesse accadendo. Le loro espressioni si svuotarono, con gli occhi fissi su quel punto buio. 

Un ringhio vibrò nell’aria, sommesso, profondo e feroce: il suono inconfondibile di un animale predatore. 

Misha si voltò lentamente. Un altro fulmine squarciò il cielo e illuminò la stanza, rivelando che i suoi occhi erano diventati di un azzurro vivido e luminescente. I denti, tra le labbra socchiuse, sembravano essersi fatti improvvisamente più affilati.




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