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Ossessionati da una fiaba, passiamo la vita a cercare una porta magica e un regno perduto di pace. — Eugene O'Neill
In quel luogo fatto di silenzi e forze arcane, un vento soffiava lento, sfiorando i petali argentei dei fiori della luna. Un campo sterminato, privo di confini e misura, si estendeva immerso in un'atmosfera bluastra dai riflessi tremuli e splendenti, come se il cielo stesso si fosse riversato sulla terra. Un sogno. Una favola. Un desiderio.
Quel posto era tutto questo e qualcosa di più. Era un regno sospeso oltre il tempo, dove dimoravano due razze distinte: una nata dai fiori stessi, l'altra dalle origini dimenticate persino dalla memoria del mondo, eppure esistente da sempre, custode del dono di mutare forma. Questi ultimi sarebbero stati ricordati, nelle leggende di coloro che ne avevano ereditato l'eco, con il nome di Creatori.
I figli dei fiori — gli Hanabito — ed i Creatori coesistevano in una quieta armonia, antica quanto le stelle. Gli uni dipendevano dagli altri, nutrendo un legame che trascendeva la semplice esistenza. I primi si prendevano cura dei secondi con reverenza, ma anche con quella dolcezza che si riserva a qualcosa di infinitamente prezioso. I secondi osservavano i primi con occhi colmi di devozione e rispetto, come dinanzi a esseri nati dalla luce stessa della luna.
Entrambi possedevano una forma umanoide, ma gli Hanabito erano figure androgine ed esili, dai capelli rosa e gli occhi color magenta dalla sclera nera, e si muovevano con una grazia irreale, come se il vento li accompagnasse ovunque. I Creatori, invece, avevano sembianze umane più robuste, assai più vicine agli uomini della Terra, ma la loro vera forma apparteneva ad una creatura maestosa: un possente animale a quattro zampe, dalla pelliccia folta e dalla coda vaporosa, con un fisico prestante ed uno sguardo acuto capace di attraversare l'anima. Lupi.
Benché fossero creature dotate di capacità straordinarie, tuttavia nessuna di loro era immortale, per quanto il loro spirito elevato potesse suggerirlo. O, perlomeno, non nel significato che i mortali attribuivano a quella parola. Quando giungeva la loro ora, gli Hanabito si dissolvevano in una pioggia di semi luminosi, ed essi tornavano ad essere i fiori della luna da cui erano nati. Non esisteva un'età precisa per la fine di un Hanabito, poiché persino il ciclo vitale di un fiore obbedisce a leggi misteriose.
I Creatori, invece, quando la loro lunga esistenza — che poteva sfiorare i duecento anni — giungeva al termine, la loro anima migrava in un nuovo corpo, in un tempo diverso, talvolta persino in un luogo differente, forse quello custodito più gelosamente dal loro cuore. E così il ciclo ricominciava ancora, finché esso un giorno non avesse trovato "l'ultima casa".
Sotto una luna sempre piena, i lupi sollevavano il capo e socchiudevano gli occhi, abbandonandosi ad ululati profondi che si propagavano nell'aria come fossero preghiere. Era un canto rivolto all'astro che, attraverso i suoi raggi argentei, donava loro energia e nutriva i fiori della luna.
Eppure tutti sapevano che la luna non era che uno specchio; la sua luce era soltanto il riflesso di qualcosa di immensamente più grande, un'entità remota e irraggiungibile che nessuno poteva vedere. Ovunque dimorasse quella stella primordiale, era da essa che sgorgava il dono più prezioso: la vita stessa.
In quel luogo sospeso oltre il tempo non esistevano malattie, guerre o invidie. Era un mondo intessuto d'amore e di connessioni profonde, dove gli spiriti si sfioravano prima ancora dei corpi. Possedevano la conoscenza della parola, ma essa aveva un'importanza secondaria, poiché le loro percezioni erano più elevate. Comunicavano attraverso gli sguardi, le carezze, il respiro condiviso e quei piccoli gesti che contenevano significati impossibili da tradurre. E quando due lupi trovavano un'anima affine alla propria, allora il loro legame trascendeva ogni cosa, divenendo assoluto ed infinito.
All'ombra degli alti steli dei fiori della luna, due figure si muovevano lentamente, seguendo il ritmo dei propri respiri. I due giovani lupi si erano incontrati e scelti, riconoscendosi come se le loro anime si fossero cercate da sempre. Lui, dai capelli argentati come la luce lunare, la pelle ambrata e gli occhi dorati, ricordava il calore dell'estate; lei, dalla pelle diafana, gli occhi azzurri ed i folti ricci neri come la pece, evocava l'inverno. Due stagioni opposte, eppure nate dallo stesso ciclo che governava ogni forma di vita.
Le labbra del lupo si posavano sulla pelle candida della sua compagna con baci lenti e reverenti. Lei, invece, teneva lo sguardo rivolto alle stelle, ed esse sembravano specchiarsi nei suoi occhi, consapevoli che presto anche lei avrebbe custodito dentro di sé una nuova scintilla del cielo. Accoglieva il proprio compagno dentro di sé nel silenzio sacro di quell'unione, mentre le sue forti braccia la stringevano, avvolgendola nel rifugio caldo del suo corpo e nel battito profondo del suo cuore.
Poi, proprio quando il loro legame stava raggiungendo il culmine, i due si guardarono negli occhi. Le loro iridi si illuminarono di una luce innaturale e lo spazio attorno a loro sembrò trattenere il respiro. In quell'istante, qualcosa di indivisibile stava nascendo, mentre i loro liquidi vitali si mischiavano; non soltanto una nuova vita, ma un frammento eterno delle loro anime, destinato a vivere oltre il tempo, oltre i corpi, oltre persino la morte.
Tempo dopo quell'unione, il ventre della lupa era ormai colmo di vita, ed il suo corpo si stava preparando lentamente alla nascita. Ormai era solo questione di giorni.
Il suo compagno le sedeva accanto, cingendola con dolcezza da dietro, mentre insieme accarezzavano quella rotondità sacra che custodiva il frutto del loro amore. Lui si avvicinava al suo orecchio e le sussurrava parole in una lingua ormai perduta, eppure per lei quei suoni avevano ancora il potere di placare ogni inquietudine, spingendola ad abbandonarsi contro il suo petto, ancora una volta avvolta da quel calore rassicurante che soltanto lui sapeva donarle.
Le loro vesti venivano leggermente agitate dal vento. Lui indossava una tunica azzurra di seta opaca, fermata su una spalla da un fermaglio dorato sul quale era inciso un simbolo simile ad un astro: un cerchio attraversato da quattro lance disposte in verticale ed orizzontale, racchiuso a sua volta da un anello decorato con fregi geometrici, dal quale si irradiavano raggi rivolti verso il basso. Lei, invece, portava una veste candida, ricamata con piccoli fiori intrecciati nella seta, mentre veli leggeri le accarezzavano le spalle come fossero fatti di nebbia lunare.
Sorrisero entrambi quando, sotto il tessuto chiaro, la pancia si mosse, deformandosi in un piccolo fremito. La loro creatura si stava muovendo. Era viva. Ed era forte.
Purtroppo, insieme al vento, qualcosa di più freddo aveva iniziato a diffondersi tra gli spiriti di quel mondo: una disarmonia cresciuta lentamente nel tempo. Il desiderio di andare oltre quel luogo. Di vedere cosa esistesse al di là di esso. Un desiderio nato nel cuore di uno solo, e poi propagatosi come un'eco fino a raggiungerne molti altri.
Non vi era modo di soffocarlo, poiché reprimere quel sentimento avrebbe significato contaminare col tempo l'equilibrio stesso del loro mondo.
Gli Hanabito, tra le loro doti, possedevano la capacità di aprire portali dimensionali di luce bianca: un dono remoto, tramandato da un'origine ormai dimenticata, per il quale tuttavia non era mai esistita una reale necessità d'uso. Almeno fino a quel momento e non per lasciare quel paradiso terreno.
Grazie a quei varchi, era stata scoperta l'esistenza di altre realtà sovrapposte alla loro: mondi dominati da creature primitive, umanoidi guidati ancora dall'istinto. “Uomini bestia”, li chiamavano. Possedevano un'intelligenza grezza ma potenzialmente superiore a quella degli animali comuni e, soprattutto, erano geneticamente compatibili con la stirpe dei lupi. Alcuni videro in quella scoperta la possibilità di espandere la propria specie, di diffondere conoscenza e guidare altre realtà verso un'evoluzione simile alla loro. Un'ambizione che, agli occhi di molti, assumeva quasi i contorni di una missione dettata dal destino stesso.
A capo di quel progetto vi era un lupo particolare. Nella sua forma animale, la sua pelliccia era nera come la notte più profonda, spezzata soltanto da due occhi gialli intensi e penetranti. Nella forma umana, invece, indossava sete nere quanto l'ombra, fissate da una spilla riportante anch'essa lo stemma di quel mondo. Aveva lunghi capelli lisci dello stesso colore delle vesti e una pelle chiarissima, sulla quale risaltavano due occhi azzurri dalle sfumature fredde, quasi glaciali.
Il giorno della partenza, quest'ultimo stava attraversando per l'ultima volta quei campi che lo avevano visto nascere e crescere. In lontananza, le luci delle aeronavi brillavano nella penombra, immobili, in attesa del loro leader.
Ad un tratto, anticipato da un rapido fruscio tra gli steli dei fiori della luna, qualcuno gli afferrò la manica.
Il lupo si voltò e, abbassando appena lo sguardo, incontrò gli occhi di una lupa dai medesimi capelli scuri e dallo stesso sguardo chiaro.
Lei lo osservava con un'espressione velata di tristezza. Non voleva che partisse.
Lui, però, le sorrise. Le accarezzò lentamente la guancia e poi si chinò, lasciando scivolare la mano dietro la sua nuca fino a posare la fronte contro la sua. Le loro iridi si illuminarono immediatamente, intrecciandosi in quella connessione profonda che riconosceva entrambi come figli dello stesso grembo.
Eppure il lupo non avrebbe rinunciato a quel sogno. Nemmeno per lei.
Allora si piegò su un ginocchio e posò la fronte contro quel ventre gonfio. Non avrebbe potuto creare un legame diretto con il futuro nascituro, non ancora, ma sapeva già che gli avrebbe voluto bene come fosse stato suo.
Infine si rialzò e, lentamente, lasciò andare per l'ultima volta la mano di sua sorella.
Una grande luce bianca si diffuse nel cielo, irradiandosi tra le nuvole come un secondo firmamento, e poi si spense all'improvviso, inghiottita dal silenzio. Le aeronavi erano ormai scomparse oltre la soglia ed i lupi rimasti non avrebbero rivisto i loro fratelli per anni, forse secoli, ammesso che la trasmigrazione delle anime avesse concesso loro di incontrarsi ancora.
Poco tempo dopo, alla lupa si ruppero le acque. Il momento tanto atteso era finalmente giunto.
Il suo compagno le sorreggeva il capo con delicatezza, mentre lei, nonostante fosse il suo primo figlio, si lasciava guidare dall'istinto del proprio corpo: un richiamo più lontano persino della loro stessa memoria.
Alcune Hanabito la circondavano, sfiorandole il ventre e le guance con mani leggere. Attraverso il loro tocco curativo, accompagnavano la giovane madre in quel processo doloroso e solenne, che custodiva in sé il significato stesso della vita.
La lupa strinse i denti e, sotto lo sforzo delle contrazioni, il suo volto mutò parzialmente in quello del lupo. I canini si allungarono, le sclere si fecero nere ed il labbro si piegò in un basso ringhio trattenuto, mentre cercava di assecondare il ritmo imposto dal suo corpo. Attorno a lei, le Hanabito parlavano sottovoce in quella lingua melodiosa che somigliava più ad una preghiera che a parole vere, riversando forza sulla madre e sul bambino che stava per nascere.
Il lupo dai capelli argentati aveva il volto teso, contratto da un'emozione troppo grande per essere contenuta. Rimaneva accanto alla sua compagna, impotente eppure profondamente partecipe di quel miracolo che si stava compiendo davanti ai suoi occhi.
Infine, dopo un'ultima spinta, un vagito forte ed acuto squarciò l'aria.
Per un istante tutto sembrò fermarsi.
Poi, in lontananza, altri lupi risposero con ululati profondi che si levarono verso la luna, accogliendo il nuovo nato come un fratello tornato da un lungo viaggio. Aveva polmoni forti. Era un buon segno.
Le Hanabito si scambiarono sguardi colmi di gioia silenziosa, mentre una di loro avvolgeva con cura quel piccolo esserino in un panno chiaro.
La madre mutò parzialmente la mano in un artiglio e, con un gesto rapido e preciso, recise il cordone ombelicale. Poi la fanciulla fiore le porse il bambino. Come venne adagiato tra le sue braccia, il neonato si attaccò subito al seno materno, spinto da un desiderio quasi vorace di nutrirsi di quel latte bianco e caldo che avrebbe reso il suo corpo più forte.
Non essendo ancora in grado di controllare la propria natura mutevole, le sue manine erano trasformate in minuscoli artigli - ma le unghie erano ancora troppo morbide per ferire davvero. Tra le pieghe della stoffa, infine, fuoriusciva una piccola coda marrone che si agitava appena, come sospinta dai sogni della sua anima giunta o ritornata in quel luogo.
Le Hanabito accolsero anche loro il nuovo nato, fondendo la loro voce a quella dei lupi, mettendosi a danzare leggere lì intorno e ringraziando la luna per quel dono prezioso.
Shailoh Shailoh, yatreet ka...
Shailoh shna.. otvit ka...
Hahla Hahla... ahlah hah....
Shailoh washnee
fortee ney...
Tuttavia, anche ora che la lupa aveva una famiglia, non riuscì mai a dimenticare il fratello.
Per lunghi anni il suo ululato, innalzato verso la luna, non fu soltanto un canto. Era una preghiera. Rivolta all'astro o forse alla luce che esso rifletteva, implorava che un giorno le fosse concesso di ritrovarlo ancora. Un desiderio così profondo da attraversare i fili invisibili dello spazio e del tempo, sopravvivendo persino al mutare delle ere.
E quando infine anche il suo tempo giunse al termine, quando il richiamo della vita iniziò lentamente a dissolversi nel vento dei campi lunari, distesa sotto uno degli alberi spogli del Principio, quello rimase uno dei desideri più vivi custoditi nel suo cuore: ritrovare ancora una volta il proprio compagno, il figlio che aveva messo al mondo… E suo fratello, perduto oltre la soglia delle stelle.
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Così i lupi, raggiunte quelle nuove realtà, viaggiarono attraverso terre sconosciute e diffusero il proprio sapere. Quelle creature, figlie e figli delle stelle, discesero tra gli uomini primitivi e si unirono a loro, ed il loro sangue si mescolò a quello del genere umano, plasmandolo lentamente nel corso delle ere.
Con il trascorrere del tempo, però, e con la continua contaminazione delle stirpi, nacquero due discendenze distinte. Da una parte vi erano coloro che avevano perduto la capacità di trasmutare e di elevarsi oltre il semplice istinto di sopravvivenza, pur conservando nel profondo una fierezza antica che nessuno avrebbe mai potuto sottrarre loro. Dall'altra, invece, vi erano coloro che avevano scelto definitivamente la forma umana, e la cui stirpe trovava il proprio capostipite nella discendenza dei Darcia.
In entrambe le linee, tuttavia, sopravvisse il dono della trasmigrazione dell'anima. Continuavano a reincarnarsi, eternamente vincolati ai cicli imposti da forze misteriose e superiori. Eppure quella stessa eredità agiva in maniera diversa.
Per i primi, ogni reincarnazione sembrava avvicinarli sempre di più alla loro origine primordiale, fino a risvegliare nel sangue frammenti della loro natura ancestrale e risvegliando infine la loro innata che permetteva loro di mutare forma. Nei secondi, invece, qualcosa aveva iniziato lentamente a incrinarsi. La loro indole si fece sempre più corrotta, divorata da un desiderio insaziabile di dominio e potere. La conoscenza, che un tempo era stata condivisa come un dono, divenne utile per elevarsi al di sopra degli altri. Una prerogativa di stirpe. Un diritto nobiliare.
C'era, però, ancora qualcosa che accomunava entrambe le discendenze: il sogno del ritorno al Rakuen.
Il Rakuen era la loro culla, il luogo dal quale tutto aveva avuto origine. E sebbene i loro antenati lo avessero lasciato volontariamente, col passare dei secoli quella distanza era divenuta una ferita impossibile da ignorare. Il richiamo di quel paradiso dimenticato si era trasformato in una necessità viscerale, qualcosa di indispensabile quanto l'aria stessa.
Ancora una volta quel desiderio generò una frattura.
Gli Hanabito erano sempre stati i traghettatori tra i mondi, custodi delle soglie e della luce bianca che le apriva. Se i lupi conservavano ancora memoria della loro antica simbiosi, per gli “uomini lupo”, invece, erano divenuti meri strumenti.
Darcia I, diretto discendente del capostipite, tentò di forzare il destino stesso. Utilizzando i semi dei fiori della luna che i suoi antenati avevano portato con sé, diede vita ad una nuova generazione di persone fiore, create artificialmente, tramite dei processi alchemici, nel tentativo di riaprire il portale verso il Rakuen.
Ma le forze che governavano i cicli del mondo non rimasero a guardare e questo si manifestò attraverso una luna scarlatta, rossa come il sangue, mentre i fratelli e le sorelle lupo, affranti, piansero e quelle lacrime divennero pioggia e neve.
Per aver cercato di violare quella legge sacra, Darcia I ed ogni ramo del suo albero genealogico vennero colpiti da una maledizione. Egli scomparve insieme a tutte le persone fiore nate artificialmente — tranne una — e la sua anima mutò in qualcosa di sconosciuto. Nessuno seppe mai se fosse stata annientata del tutto o se avesse trasmigrato in un'altra forma, qualcosa di diverso, forse destinato a guidare, osservare e magari cercare una sorta di redenzione.
Sui suoi discendenti, invece, comparve il cosiddetto Occhio del Lupo: un marchio ereditario, memoria vivente della loro origine e monito verso ciò che avevano osato infrangere. E insieme ad esso nacque anche la “malattia del Rakuen”, la condanna di un sonno senza risveglio, che colpì alcuni membri della stirpe.
Fu allora che il castigo si compì del tutto.
I nobili persero la capacità di attraversare i portali dimensionali, rimanendo confinati nell'ultimo mondo che avevano raggiunto, un mondo che loro stessi avevano contribuito a corrompere e trascinare verso la rovina.
Il Rakuen era stato precluso a loro per sempre, a meno che, il loro corpo non avesse di nuovo reintrodotto il sangue di un lupo la cui discendenza era tornata ad essere pura, come quella dei Creatori. Un lasciapassare blasfemo... Ma efficace.
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Kiba... Toboe... Hige... Tsume... Blue... Darcia. Loro non ricordavano tutto questo.
L'Amensia del Rakuen non agiva per una vita sola, ma più quelle precedenti si facevano più antiche e remote, più questo sigillo si rafforzava.
Tuttavia, questo era limitato solo alla memoria.
Mentre tutti ancora erano profondamente addormentati, Misha si rigirò nel sacco a pelo. Sentì a un passo dal suo respiro, l'odore delicato dei capelli di Toboe, al quale poi diede un bacio delicato sulla nuca. Il suo cucciolo ancora una volta era accanto a lei, non più come creatura bisognosa di protezione ma come lupo fiero che ormai poteva camminare sulle sue gambe.
Volse poi lo sguardo verso l'alto ed i suoi occhi catturarono quel cielo scuro e cupo che le impediva di vedere le stelle.
Le sue iridi azzurre sfumarono lentamente verso il viola.
Le immagini presenti in questa storia sono generate tramite strumenti di intelligenza artificiale e hanno esclusivamente finalità illustrative. Non rappresentano materiale ufficiale e non sono destinate a diffusione o utilizzo al di fuori di questo contesto.