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L’antico mondo.
I violini suonavano lenti, diffondendosi nella grande sala da ballo come un accompagnamento elegante alla festa che quella sera si teneva nella fortezza volante della casata Orkham.
Tutte le famiglie di maggiore spicco erano state invitate. Tra esse anche la casata di Jagra, antica rivale degli Orkham, benché tra i due regni continuasse a esistere quell’equilibrio fragile fatto di apparenze, convenienze e accordi politici.
L’attuale Lord Orkham, inoltre, non disdegnava affatto la presenza delle principesse gemelle Jaguara e Hamona.
Ovunque andassero, nessuno riusciva a ignorarle. I loro particolari occhi viola e i lunghi capelli biondi dai riflessi verdastri conferivano loro una bellezza quasi irreale. Sembrava che un artista le avesse scolpite con estrema cura e che, solo in seguito, quelle statue perfette avessero preso vita.
Eppure, chi le conosceva davvero sapeva quanto fossero diverse. Tanto identiche nell’aspetto, quanto opposte nel carattere.
Jaguara era sempre stata attratta dagli affari di famiglia, dal prestigio e dal potere. Tra le due era la più devota al credo del Rakuen e desiderava con tutta sé stessa poter accedere a quel luogo leggendario, se mai ne avesse avuto la possibilità.
Hamona, invece, era naturalmente incline all’altruismo. Aveva sempre un sorriso gentile per tutti e del Rakuen le importava ben poco. Per lei contavano le persone a cui voleva bene, i piccoli momenti sereni, la semplicità delle emozioni sincere.
Nonostante ciò, le due sorelle si amavano profondamente. Il loro rapporto era quasi simbiotico e, nella bolla di cristallo in cui erano cresciute, esisteva soltanto la spensieratezza di due giovani fanciulle ormai giunte all’età da marito.
La serata scorreva lenta ma serena. Ai tavoli venivano serviti i piatti più raffinati, tra carni rare, vini pregiati e frutti esotici provenienti dagli ultimi territori ancora fertili del mondo.
Per quei nobili dai volti nascosti dietro candide maschere e i cui corpi erano avvolti nella seta, non esistevano la fame né gli stenti.
Discendenti di uomini e donne provenienti da un’altra dimensione, essi sorvolavano la terra ormai in rovina come creature separate da essa, quasi dimentichi del fatto che proprio la loro esistenza e la loro avidità fossero state tra le cause principali della disfatta del mondo.
Dietro quei brindisi e quei sorrisi eleganti si intrecciavano ancora una volta trame invisibili, fatte di alleanze fragili, rivalità silenziose e ambizioni egoistiche. Ognuno di loro desiderava più potere, più prestigio, più controllo.
Quella sera, però, tra le casate invitate, non vi erano soltanto quelle che ancora dominavano il presente.
Forse per rispetto dell’antico retaggio che li riconosceva come la stirpe originaria o forse soltanto per il piacere di ostentare il proprio splendore davanti all’ultimo discendente di una dinastia caduta, Lord Orkham aveva esteso l’invito anche alla casata dei Darcia.
Darcia III, naturalmente, non si lasciò intimidire. Accettò quell’invito e si presentò alla festa accompagnato dalla sua più fidata servitrice e veggente: Neige.
La giovane donna aveva un aspetto minuto e delicato. I capelli viola erano raccolti in due morbidi chignon laterali, mentre gli occhi verdi, profondi e attenti, sembravano osservare qualcosa che agli altri sfuggiva completamente.
Indossava un abito scuro dal colletto alto e ampio, elegante ma austero, con aperture laterali che lasciavano scoperte le spalle candide. Attorno a lei aleggiava un’aura silenziosa e misteriosa, il riflesso del suo legame con forze che gli altri umani potevano soltanto ignorare o temere.
«Neige, per questa sera sei mia ospite, rilassa pure le spalle» disse Darcia, sistemandosi meglio la manica della camicia di seta viola. Subito dopo sfiorò con due dita la benda nera che gli copriva l’occhio sinistro.
«Lord Darcia, sapete che il mio giuramento mi impone di proteggervi in ogni momento. Non posso semplicemente abbassare la guardia» rispose lei con tono calmo ma fermo.
La fanciulla tastò con discrezione la tasca interna del proprio abito, assicurandosi che la sfera di cristallo fosse ancora lì.
Darcia socchiuse appena gli occhi e sospirò. Anche lui, in fondo, a quel tempo era poco più che ventenne e, benché sulle sue spalle gravassero doveri enormi come ultimo erede sopravvissuto della sua casata, una parte del suo cuore desiderava ancora qualcosa di semplice: concedersi una serata serena, lontana dal peso delle responsabilità.
Quando i due fecero il loro ingresso nella sala principale, Darcia ignorò deliberatamente i mormorii nascosti dietro i ventagli delle dame e gli sguardi rigidi degli altri lord.
Camminava con eleganza e fierezza.
Andava orgoglioso del proprio retaggio e non aveva alcun timore di mostrarsi come un uomo forte, prestante e in salute.
Finché lui avesse continuato a respirare, la casata dei Darcia non sarebbe mai davvero caduta.
Si intrattenne con diversi ospiti, mostrando un naturale acume nelle conversazioni che, più che semplici scambi cordiali, sembravano continui tentativi di coglierlo in fallo.
Del resto, era stato educato all’arte della parola fin da bambino e quell’addestramento non aveva fatto altro che affinare una predisposizione che già possedeva naturalmente.
Neige gli rimaneva accanto in silenzio, con lo sguardo basso. Il suo rango non le permetteva di rivolgere direttamente gli occhi a quelle facoltose personalità, ma Darcia trovava sempre il modo di coinvolgerla nei discorsi.
Erano cresciuti insieme, dopotutto. Benché uno fosse un nobile e l’altra una servitrice, col tempo quel rapporto aveva superato le convenzioni sociali, trasformandosi in una sincera amicizia.
«Che cosa ne pensa delle voci secondo cui parte del mondo starebbe venendo inghiottita da un gelo anomalo, Lord Darcia?» chiese a un certo punto Lord Orkham, assottigliando appena lo sguardo.
Darcia socchiuse gli occhi per qualche istante, valutando attentamente la risposta migliore.
«Credo che i cicli facciano parte dell’esistenza stessa» disse infine con calma. «Se questo mondo è destinato a gelare, possiamo scegliere se accogliere tale destino oppure fare ciò che è in nostro potere per impedirlo.»
Il suo interlocutore schiuse le labbra, pronto a replicare, ma proprio in quel momento le luci della sala si affievolirono leggermente.
La moglie di Lord Orkham apparve poco distante, con un microfono tra le mani, annunciando il desiderio delle gemelle della casata Jagra di esibirsi in una canzone.
Quando le due donne salirono sul piccolo palco di legno, accanto ai musicisti, vennero accolte da un applauso composto ma vivo.
Darcia sollevò lo sguardo verso di loro e, per la prima volta da quella sera, un’espressione di autentico stupore attraversò il suo volto.
Lord Orkham colse immediatamente quella reazione e sorrise appena.
«Belle donne, vero? Hanno appena debuttato in società.»
«Avevo sentito parlare della loro bellezza» ammise Darcia. «Ma ora che le vedo, comprendo che non erano semplici dicerie.»
Lord Orkham lasciò sfuggire un basso mormorio divertito.
«Non lasciarti ingannare dalle apparenze, giovane rampollo. Sono pur sempre le eredi di Jagra.» Fece una breve pausa, osservando le due principesse salire sul palco. «Sotto quei petali di rosa si nascondono molte spine.»
Forse, per una volta, Lord Orkham aveva davvero tentato di offrirgli un consiglio sincero, eppure Darcia non riuscì a sottrarsi a quegli sguardi viola.
Le due giovani principesse sorridevano con un’innocenza quasi disarmante. I loro abiti color lilla, adornati da piccole rose di stoffa appuntate alla scollatura, ricadevano morbidi sui corpi, esaltandone le forme con raffinata eleganza.
I capelli, sciolti e incredibilmente lunghi, sfioravano quasi il pavimento a ogni movimento, mentre perfino i loro gesti più semplici sembravano permeati da una grazia innata.
Poi accadde. Fu un attimo soltanto, eppure in quell’attimo il giovane Lord ebbe la sensazione assurda di vedere un’intera esistenza spalancarsi davanti a sé.
In quel attimo, una delle due sollevò lo sguardo verso gli ospiti e i suoi occhi incontrarono quelli di Darcia. Un sorriso lieve e sincero affiorò sulle labbra della giovane e, proprio in quel momento, il cuore di Darcia batté con tale forza che temette quasi potesse uscirgli dal petto.
Rimase immobile, come pietrificato, e quando la musica iniziò a diffondersi nella sala e le due donne pronunciarono le prime parole della canzone, quella sensazione non fece che intensificarsi ancora di più.
(Wolf's Rain - Gravity - https://www.youtube.com/watch?v=AQlFoiY2KVU&list=RDEMLdJsImrdQqtyT70GKbsa4g&index=12 )
È stata una strada lunga da percorrere,
un continuo andare via prima ancora di restare,
senza avere davvero il coraggio
di salutare il passato.
I ricordi che custodisco sono ancora reali?
Oppure il dolore li ha cambiati,
confondendoli con le lacrime?
Forse domani, a quest’ora,
la pioggia smetterà finalmente di inseguirmi
e la nebbia si dissolverà
in un altro giorno qualunque.
Eppure c’è qualcosa, da qualche parte,
che continua a chiamarmi.
Sto tornando a casa?
Ci sarà qualcuno ad aspettarmi,
qualcuno che canti conforto
alla luna silenziosa?
Gravità zero.
Che sensazione si prova
quando non si appartiene più a nulla?
C’è davvero qualcuno oltre questa stanchezza,
oltre questi passi pesanti che non smettono di avanzare?
Eppure la strada continua a parlarmi,
continua a chiedermi di andare avanti.
C’è qualcosa che mi trascina verso di sé.
Sento addosso il peso invisibile
di tutto ciò che esiste.
Il canto delle due donne era lento ma profondo, di un’intensità capace di insinuarsi nell’anima, elevandola a qualcosa di superiore.
Le due sorelle si alternavano nelle strofe con naturale armonia e coglievano perfettamente il momento in cui dovevano unirsi, intrecciandosi in tonalità differenti.
Le loro voci erano quasi identiche, pure e cristalline, eppure Darcia riuscì a coglierne le sfumature.
Quella di Jaguara, alla sinistra del palco, era più decisa, sicura di sé, desiderosa di imporsi.
Quella di Hamona, invece — la fanciulla che gli aveva sorriso — era più morbida e soave, come se nel canto stesse riversando qualcosa di profondamente personale, qualcosa da condividere con chi l’ascoltava.
Quando il pianista concluse con un ultimo rapido ma misurato movimento delle dita sui tasti, l’applauso che seguì fu persino più caloroso di quello che le aveva accolte.
Hamona e Jaguara avevano appena dimostrato che la loro bellezza non risiedeva soltanto nell’aspetto.
Mentre le due principesse scendevano dal palco, Darcia si congedò da Lord Orkham e provò ad avvicinarsi. Non era però l’unico desideroso di rivolgere loro la parola dopo quell’esibizione e, nel giro di pochi istanti, perse di vista colei che stava cercando.
Tentò comunque di avanzare tra gli ospiti, non voleva arrendersi così facilmente, ma il suo passo si arrestò di colpo.
Gli occhi gli si allargarono appena. Davanti a lui si trovava una delle principesse, che lo osservava con un sorriso elegante e composto.
Darcia sperò per un istante che fosse Hamona, ma quando la donna parlò comprese subito trattarsi della sorella.
Non mancò comunque di porgerle un rispettoso inchino, al quale lei rispose con una graziosa riverenza.
«Lord Darcia, che piacere avere l’onore di fare la vostra conoscenza» disse Jaguara, con un sorriso luminoso. «Da tempo studio la storia della famiglia Darcia e avere davanti a me un diretto discendente è per me motivo di grande gioia.»
Darcia sorrise, mantenendo la propria compostezza.
«Il piacere è mio, Lady Jaguara. Anche per me è un privilegio poter parlare con la primogenita ed erede della casata Jagra.»
Jaguara rispose con un quasi impercettibile movimento delle sopracciglia e le sue guance si imporporarono lievemente.
«Come avete trovato la mia esibizione? Spero di non avervi annoiato.»
«È stata assolutamente perfetta» rispose lui con sincerità. «È evidente che il canto sia nelle vostre corde… E in quelle di vostra sorella.»
Jaguara strinse appena le labbra in un sorriso contenuto. «Sì, è il frutto di anni di allenamento e di un ottimo precettore. Stenterete a crederlo, ma all’inizio io e Hamona non eravamo affatto capaci di coordinarci come adesso.»
Darcia continuò a sorridere. «La giusta armonia si ottiene solo dopo numerosi tentativi di accordo. Se si ha la pazienza di continuare a provare, alla fine una soluzione si trova sempre.»
Mentre conversava con Jaguara, ignorò volutamente gli sguardi attenti degli altri ospiti.
Tutti avevano compreso il peso di quell’incontro. Se le casate di Darcia e Jagra si fossero unite, le conseguenze per gli altri nobili sarebbero state enormi.
Jagra rappresentava la famiglia più potente del presente, mentre i Darcia custodivano segreti a cui nessun altro aveva accesso. Si vociferava, per esempio, che la loro casata fosse in possesso di antiche biotecnologie capaci di aprire le porte a un nuovo mondo.
Per il momento erano soltanto dicerie... Ma non era la prima volta che i pettegolezzi nascondessero un fondo di verità.
«Lady Jaguara,» disse poi Darcia, accompagnando le parole con un elegante gesto della mano «posso presentarvi la mia fedele Neige? La sua famiglia di veggenti è al servizio della casata Darcia da generazioni.»
Neige mantenne lo sguardo basso, ma accennò un lieve sorriso e porse un rispettoso inchino, proprio come voleva l’etichetta.
Jaguara la osservò soltanto per un istante, con lo stesso sguardo che si sarebbe rivolto a qualunque servitore.
«Veggenti? Anche noi ne abbiamo molte alla nostra corte. I loro pronostici si dimostrano spesso estremamente accurati» disse, con un sorriso velato d’orgoglio, tornando subito a posare l’attenzione su Darcia.
«Anche Neige lo è» rispose lui con tono controllato.
Per un brevissimo istante, Jaguara assottigliò lo sguardo, come se quella risposta l’avesse provocata più di quanto lasciasse intendere. Eppure continuò a sorridergli con impeccabile dolcezza.
«Ma è forse in grado di prevedere l’apertura del Rakuen?»
Darcia non rispose immediatamente. Scelse con attenzione le parole, mentre sotto la benda nera il suo occhio pulsò appena.
La maledizione della sua casata era cosa nota: Darcia I aveva tentato di forzare l’apertura del Rakuen e quel gesto blasfemo non solo lo aveva fatto scomparire nel portale, ma aveva anche condannato i nobili rimasti intrappolati in quel mondo, privandoli della possibilità di fare ritorno alla loro dimensione originaria.
Da allora, i discendenti diretti della famiglia portavano addosso il marchio di quella colpa. L’occhio del lupo.
«Del resto, i segni stanno iniziando a sbocciare» continuò Jaguara con voce morbida.
Darcia sostenne il suo sguardo.
«Il Rakuen non è un luogo prevedibile» disse infine «Esso si aprirà quando deciderà di farlo e soltanto chi ne sarà davvero degno potrà attraversarne la soglia.» Fece una breve pausa. «Per ora, che i segni esistano oppure no, noi non siamo ancora pronti. E immagino che persino le vostre veggenti, al momento, non si stiano ancora pronunciando apertamente.»
Jaguara lo osservò per un secondo di troppo, come se stesse trattenendo domande o dichiarazioni che sapeva bene non fossero adatte né a quel momento né a quel luogo.
Fortunatamente, gli archi dei musicisti intervennero quasi provvidenzialmente, permettendo a quell’argomento di cadere lì.
Le danze erano ufficialmente iniziate e i nobili iniziarono così a riversarsi verso il centro della sala per prendere parte al tradizionale ballo.
Jaguara porse la mano a Darcia e chinò appena il capo. «Posso chiedervi l'onore di questo ballo?»
Darcia si umettò le labbra. Non aveva particolare desiderio di danzare, ma in quel regno di maschere anche la galanteria faceva parte del gioco. «L'onore è mio, Lady Jaguara.»
La mano della principessa era più piccola della sua, la pelle fresca e morbida. Una delicatezza che contrastava lievemente con il suo profumo deciso e con l’intensità del suo sguardo.
Jaguara gli aveva chiaramente messo gli occhi addosso e non sembrava avere alcun timore nel dimostrarlo.
Lei non era una preda ambita. Era una cacciatrice.
E l’erede della casata Darcia era diventato, da quel momento, l’oggetto del suo desiderio.
Quando Darcia le posò una mano sul fianco, Jaguara avvertì un intenso calore propagarsi da quel punto lungo tutto il corpo.
Sotto quella pelle umana, sotto quella benda nera, percepiva chiaramente qualcosa di selvaggio e primordiale.
Le antiche voci secondo cui i Darcia discendessero dai Creatori degli uomini — i lupi — le tornarono alla mente. E quel contatto, l’odore della sua pelle, l’intensità quasi animale del suo sguardo, le fecero capire che forse quelle non erano soltanto leggende.
Neige si fece discretamente da parte, porgendo un lieve inchino e socchiudendo gli occhi, mentre lasciava spazio alla coppia che lentamente si spostò verso il centro della sala.
Seguendo il ritmo della musica, Darcia e Jaguara iniziarono a danzare, girando con movimenti misurati ed eleganti.
Molti copricapi adornati di piume nere si voltarono nella loro direzione. Occhi curiosi scintillarono dietro maschere bianche o di pizzo.
I due giovani si guardavano dritti negli occhi.
La presa di Darcia era salda, così come il suo sguardo.
Jaguara si lasciava guidare, ma mai completamente. Non era il tipo di donna che si sarebbe lasciata trascinare senza reagire: accompagnava il movimento e, quando possibile, tentava persino di dirigerlo.
Per uomini strategici come Lord Orkham, quella non era affatto una semplice danza. Era una dichiarazione.
Un segnale chiarissimo che le casate di Jagra e Darcia stavano stringendo un’alleanza e che, da quel momento, nessun’altra famiglia nobile avrebbe più potuto sentirsi realmente al sicuro.
Poi qualcosa cambiò. All’improvviso Darcia sollevò lo sguardo, attirato da un rapido movimento tra la folla.
Qualcuno aveva attraversato la sala con discrezione, raggiungendo una delle grandi vetrate. La porta finestra si aprì appena e quella figura scivolò all’esterno, approfittando del fatto che tutta l’attenzione fosse concentrata su di lui e sulla principessa Jaguara.
Darcia, però, aveva visto perfettamente chi fosse.
Interruppe la danza.
«Vogliate perdonarmi, Lady Jaguara, ma non è opportuno che ci tratteniamo così a lungo insieme. Non vorrei che qualcuno si lasciasse andare a inutili pettegolezzi.»
Jaguara strinse leggermente le labbra. Non desiderava che quel ballo terminasse proprio in quel momento.
Dovette imporsi calma con forza, ma cercò comunque di mantenere saldo il proprio ruolo.
«Da quando Lord Darcia si preoccupa dei pettegolezzi?» domandò con tono sottile, tentando ancora qualche passo di danza, anche se ormai percepiva chiaramente la resistenza dell’uomo.
Darcia le rivolse uno sguardo tranquillo. «Non per me. Per voi.» Fece una breve pausa. «Ci siamo appena conosciuti e ci siamo già intrattenuti più a lungo del dovuto. Gli altri nobili potrebbero innervosirsi… Ed è molto più facile colpire la reputazione di una bella e delicata fanciulla come voi piuttosto che quella di qualcuno il cui nome è già stato macchiato.»
Per la prima volta Jaguara distolse lo sguardo da lui e osservò la sala attorno a sé: Darcia aveva ragione. Troppi occhi erano puntati su di loro e i mormorii stavano già iniziando a diffondersi. Non poteva permettersi uno scandalo proprio all’inizio della propria ascesa.
Alla fine si fermò.
Darcia allora si scostò con eleganza e le rivolse un nuovo inchino, questa volta di commiato.
Non si diresse subito verso l’esterno. Non doveva apparire evidente che il vero motivo dell’interruzione di quel ballo fosse il desiderio di raggiungere Hamona in terrazza. Sarebbe sembrato frivolo, forse persino offensivo: prima intrattenersi con una sorella e poi correre dall’altra.
Così, accompagnato da Neige, si avvicinò al buffet, sia per non mancare di rispetto ai padroni di casa che avevano organizzato quel sontuoso ricevimento, sia per trattenersi ancora in qualche conversazione di circostanza.
Lady Jaguara, ormai distante, era stata rapidamente raggiunta da altri ospiti, soprattutto giovani pretendenti desiderosi di attirare la sua attenzione - lei, però, aveva già fatto la sua scelta.
«Neige, che succede?» domandò lui, notando che la giovane, dandogli le spalle, si era improvvisamente immobilizzata.
La ragazza si voltò, mostrando le guance lievemente imporporate. Tra le mani teneva un piccolo piatto con una fetta di torta e la forchetta sospesa a mezz’aria.
«Perdonatemi, Lord Darcia… Non sono riuscita a trattenermi.»
Darcia lasciò sfuggire una breve risata divertita. «Sono felice che tu non l’abbia fatto.» Poi allungò la propria forchetta verso il suo piatto. «Ti dispiace se assaggio?»
Ma prima ancora che Neige potesse rispondere, lui aveva già preso un piccolo pezzo di torta.
La giovane gonfiò le guance in silenzio, senza però lamentarsi davvero. Infine sospirò e spostò lo sguardo verso il tavolo dei dolci.
«Se posso permettermi un consiglio, Lord Darcia… Non sempre compostezza e belle parole sono ciò che serve per conquistare il cuore di una donna.»
Darcia si fece più attento. «È una tua previsione?»
«Più un consiglio.» Neige parlò con tono quieto e assorto. «La donna per cui il vostro cuore batte, benché di alto lignaggio, è una creatura rara e delicata come un fiore. Non saranno il potere o la ricchezza a permettervi di raggiungere il suo.»
Darcia si avvicinò leggermente a lei, dando le spalle agli altri commensali. Il suo sguardo si fece più serio. «Vedi un futuro?»
«Non posso consultare la mia sfera in questo momento» rispose lei.
Darcia conosceva bene quell’espressione. Anche se fisicamente presente accanto a lui, la mente della veggente stava già sfiorando qualcosa di distante e ignoto.
«Tuttavia… Il futuro che percepisco per voi è fragile.» Fece una breve pausa. «Forse la scelta più saggia sarebbe accogliere le attenzioni di Lady Jaguara, invece di cercare di conquistare Lady Hamona.»
La mascella di Darcia si irrigidì immediatamente.
«No. Non potrei mai stare con una donna del genere.» La sua voce si abbassò di una nota. «Accetterò anche un rifiuto da parte di Lady Hamona… Ma non accetterò mai di scendere a compromessi ripiegando sulla sua gemella.»
Lo sguardo di Neige si velò leggermente. Forse aveva visto altro che, però, per ora preferiva tacere.
«Per favore, Neige. Aiutami.»
La veggente socchiuse gli occhi. «Il cammino si plasma attraverso le scelte, dopotutto» mormorò piano.
Poi sospirò e osservò con maggiore attenzione il tavolo dei dolci. «Preparate un piattino di quei pasticcini. Non sporcano e sono facili da condividere.»
Darcia sollevò un sopracciglio. «Non sarebbe meglio presentarmi con due bicchieri di champagne?»
Neige alzò lentamente lo sguardo verso di lui. L’espressione era quasi annoiata. «Presentatevi con i pasticcini.»
Lady Hamona aveva sentito il bisogno di cambiare aria.
Per lei, i balli di corte erano sempre sembrati soffocanti. Forse avrebbero anche potuto piacerle, se non fossero stati in realtà campi di battaglia mascherati da feste eleganti, fatti di sorrisi studiati, belle parole e fiumi di vino.
Fortunatamente era ancora abbastanza giovane da potersi permettere qualche piccola ribellione, come rifiutarsi di indossare gli abiti tradizionali delle dame adulte.
Il solo pensiero che, entro pochi anni, la sua posizione di donna ormai pienamente integrata nella società nobile le avrebbe imposto vesti scure, rigide e austere, la faceva rabbrividire.
Lei non era come sua sorella. Jaguara sembrava nata per quel mondo e aveva inseguito quel ruolo fin dalla più tenera età.
Hamona, invece, si sentiva spesso fuori posto.
Si strinse nello scialle di piume bianche, mentre si sporgeva leggermente oltre la ringhiera della terrazza, osservando i colli che scorrevano lenti sotto la fortezza volante.
Aveva avuto pochissime occasioni di vedere davvero il mondo esterno. A Lost City viveva quasi sempre rinchiusa nel palazzo reale e la sua famiglia non le permetteva mai di uscire da sola. Anche quelle rare volte in cui poteva visitare la città, le era concesso soltanto restare nei quartieri alti, tra i nobili e le famiglie più ricche, lì dove le persone potevano ancora permettersi il lusso di ignorare ciò che accadeva al di fuori dei propri interessi.
Per un istante desiderò avere delle ali. Ali vere. Così avrebbe potuto allontanarsi da tutto quello, sorvolare il mondo e sentirsi finalmente libera e spensierata.
Ma la realtà era diversa. Anche se in quel momento stava effettivamente volando, non era lei a scegliere la direzione...Veniva semplicemente trascinata.
«È una sera troppo bella per restare da sola, non credete?»
Una voce maschile la colse di sorpresa e, quando si voltò, lo riconobbe immediatamente: era l’uomo che poco prima stava danzando con sua sorella.
«O forse è proprio la serata ideale» rispose Hamona con un lieve sospiro.
«Perdonatemi se ho interrotto i vostri pensieri» disse lui «ma anch’io avevo bisogno di prendere aria.»
Darcia si avvicinò, ma senza mettersi accanto a lei. Mantenne una certa distanza e si limitò a posare sulla ringhiera di marmo grigio un piccolo piatto colmo di pasticcini.
Poi vi appoggiò accanto il gomito, chiudendo la mano a pugno per sostenervi la guancia. Con l’altra mano prese uno dei dolci e ne assaggiò un pezzo.
Per un po’ rimasero in silenzio. Entrambi intenti a osservare il panorama notturno.
«Mia sorella vi starà cercando» disse a un certo punto Hamona.
«Vostra sorella è immersa nei vostri affari di famiglia e, per questa sera, io sono stanco di parlare di politica.»
Darcia prese un pasticcino ricoperto di cioccolato. Lo osservò per un istante, poi gli diede un morso.
Per un attimo gli occhi di Hamona vennero catturati dal piatto, ma la giovane mantenne subito la propria compostezza.
«Magari siete voi che cerca» disse lui.
La principessa sospirò. «Anche io sono stanca di queste cose. Lascio volentieri tali questioni a mia sorella. Io finirei soltanto per risultare impacciata.»
Darcia accennò un lieve sorriso. «Prima non mi siete sembrata affatto tale.»
Hamona rifletté qualche secondo, poi abbassò lo sguardo. «Cantare mi piace… Mi fa sentire libera.»
Darcia lasciò vagare lo sguardo verso la città che stavano sorvolando. «Del resto, chi meglio di noi conosce quanto siano strette le nostre sbarre dorate.»
La ragazza sussultò leggermente, colta di sorpresa da quelle parole, come se il giovane fosse riuscito a leggere qualcosa dentro di lei.
I suoi occhi viola si posarono sulla benda che copriva l’occhio sinistro di Darcia e iniziò a intuire a cosa stesse davvero alludendo.
Lui fece scivolare il piattino nella sua direzione. «Gradite?»
Hamona si strinse nelle spalle. «Non dovrei.»
«Perché?» domandò Darcia, sollevando un sopracciglio.
La ragazza esitò. «La mia famiglia desidera che le proprie figlie siano perfette in tutto. Dentro e fuori… Soprattutto fuori. Siamo le uniche eredi e dobbiamo essere…»
«Desiderabili?» concluse lui, con una punta d’irritazione che non tentò nemmeno di nascondere.
Hamona non rispose.
Darcia sospirò lentamente. «La perfezione è tutto. Questo è ciò che ci insegnano.» Distolse lo sguardo verso il cielo notturno. «Noi nobili dobbiamo essere superiori a ogni cosa, quasi creature impeccabili per definizione.»
Poi tornò a guardarla.
«Ma come può esistere davvero la perfezione in una fanciulla costretta a rinunciare perfino a un semplice piacere? Costretta a chiudersi nel proprio bocciolo… Perché, se schiudesse la corolla, qualcuno potrebbe accorgersi che non tutti i suoi petali sono perfetti come il mondo pretende?»
Hamona quasi non si accorse di aver portato una mano al cuore, mentre Darcia continuava a sostenerne lo sguardo.
In quel momento una lieve folata di vento agitò le sue ciocche dorate e, per un istante, Darcia vide soltanto i suoi occhi chiari, illuminati da qualcosa di così puro e sincero da costringerlo a trattenersi.
A stento riuscì a frenare l’impulso di baciarla lì, in quell’istante.
Poi la principessa abbassò lentamente lo sguardo verso il piattino. «Quindi… Posso?»
«Dovete» rispose lui, avvicinando ulteriormente il piatto di qualche millimetro.
Hamona esitò solo un attimo prima di scegliere un piccolo pasticcino al pistacchio.
Il volto di Darcia si illuminò immediatamente. «Quindi questo è il vostro dolce preferito?»
Hamona sorrise con lieve imbarazzo. «In realtà… Credo di stare per scoprirlo anch’io.»
Portò il dolce alle labbra e Darcia fu costretto a distogliere lo sguardo per nascondere il calore che gli stava salendo alle guance.
Quella ragazza era davvero troppo. Lo stava catturando in una maniera quasi irreale, nonostante fino a quella sera conoscesse soltanto il suo nome.
«Vi piace?» domandò lui dopo qualche istante, voltandosi appena verso di lei.
Hamona stava sorridendo felice. Forse il primo sorriso davvero spontaneo e sereno che aveva mostrato durante tutta la serata.
«Molto…» ammise piano «ma vorrei capire meglio. Cos'altro c'è?»
Darcia chinò il capo, osservando meglio il contenuto del piatto.
«Cocco, cioccolato… Questo credo sia al liquore e questo alla liquirizia.»
Hamona guardò quei dolcetti con una punta di sincero rammarico. «Vorrei assaggiarli tutti.»
«Fatelo. Chi ve lo impedisce?» rispose lui spontaneamente. Allungò lentamente una mano verso la sua. «Prometto che non lo dirò a nessuno. Rimarrà un nostro segreto… Se lo desiderate.»
Hamona sollevò gli occhi verso quelli di Darcia.
Sembrava una creatura fragile, quasi intimorita persino dall’idea di potersi fidare davvero di qualcuno.
Ma Darcia aveva un'espressione assolutamente seria che poco dopo si addolcì e, senza alcuna esitazione, prese anche lui un pasticcino al pistacchio e se lo infilò interamente in bocca.
Hamona inarcò le sopracciglia. La sua reazione, però, non era scandalizzata. Era divertita.
«Se vi avesse visto il mio precettore…»
Darcia lasciò sfuggire una breve risata soffocata. «Piuttosto il mio. Ma qui non c’è nessuno, a parte noi due… Giusto?»
Hamona rise. Una risata vera, leggera, spontanea. E forse proprio quel momento le diede il coraggio che le era sempre mancato.
Con decisione prese un pasticcino alla liquirizia e, imitando Darcia, se lo portò interamente alla bocca.
Le sue guance si tinsero subito di rosa. Le papille gustative sembrarono esploderle di felicità e i suoi occhi si illuminarono come quelli di una bambina che stesse assaporando qualcosa di proibito per la prima volta.
Jaguara iniziava ad averne abbastanza di quella continua recita fatta di sorrisi eleganti, conversazioni vuote e corteggiamenti neanche troppo velati ai quali doveva sottrarsi con grazia.
Portò alle labbra il calice di vino bianco e ne bevve un lungo sorso.
Desiderava di nuovo la compagnia di Darcia. Desiderava tornare a danzare con lui, sentire ancora quella presa salda sul proprio fianco, quell’intensità che nessun altro uomo presente in quella sala sembrava possedere.
Lo cercò con lo sguardo tra gli ospiti, ma non riuscì a trovarlo. Per un istante pensò che forse se ne fosse già andato.
Cercò allora Hamona. Con sua sorella, almeno, poteva permettersi di abbassare la guardia e parlare senza dover pesare ogni parola. Ma anche lei sembrava sparita.
Fu allora che Jaguara si fermò: in un angolo della sala, immobile e composta come una statua, si trovava Neige, la servitrice di Darcia. La giovane sembrava attendere qualcosa in silenzio.
Jaguara le si avvicinò con passo deciso.
«Dov’è il tuo padrone?» domandò.
«Perché desiderate saperlo, somma Jaguara?» rispose Neige senza alzare lo sguardo.
Jaguara serrò la mascella. «Sono io a fare le domande. Dimmi dove si trova.»
Lo sguardo della veggente tremò appena. Sapeva di non potersi sottrarre a un ordine diretto di una nobile di quel rango.
«Si trova alla terrazza» ammise infine, e pronunciare quelle parole sembrò costarle fatica.
Jaguara sorrise soddisfatta e si voltò senza nemmeno ringraziarla.
Attraversò la sala con passo elegante e sicuro, sfilando tra sete, piume nere e maschere candide. Splendeva in mezzo a quei cupi corvi come una creatura nata per dominare ogni sguardo.
Ma quando raggiunse la porta finestra, qualcosa dentro di lei si irrigidì: Darcia era davvero lì... e non era solo. Accanto a lui vi era Hamona.
Le due figure conversavano e ridevano insieme con una naturalezza disarmante. Anche senza poter udire le loro parole, Jaguara comprese immediatamente che tra loro si era creata un’intimità spontanea, come se si conoscessero da sempre.
Qualcosa le si contrasse violentemente nello stomaco: gelosia. Perché quel damerino stava osando prendersi tutta quella confidenza con sua sorella. E perché Hamona… La sua stessa sorella… Stava sorridendo proprio all’unico uomo che Jaguara avesse mai desiderato davvero.
Hamona si strinse di più nello scialle. Ora che si era lasciata andare, il suo sguardo appariva più luminoso e sembrava quasi non avvertire più il freddo della sera, né i piccoli sbuffi di condensa che le sfuggivano dalle labbra.
«Volete rientrare? Avete freddo?» chiese Darcia, facendo un mezzo passo verso di lei e accompagnando le parole con un lieve gesto della mano.
Hamona socchiuse gli occhi e scosse il capo.
«È una serata così bella… Il cielo è completamente limpido.» Inspirò lentamente l’aria fredda. «E poi concedetemi ancora per un po’ l’illusione che alle mie spalle non vi siano doveri e apparenze ad attendermi.»
Darcia le studiò il viso per qualche istante, poi sorrise e annuì. Anche lui si voltò, dando le spalle alla vetrata illuminata.
«Del resto c’è un magnifico chiaro di luna… Anche se nulla può davvero competere con la vostra bellezza.»
Hamona sospirò. «Per favore, non iniziate anche voi a lusingarmi.»
«Non vi sto lusingando» rispose lui con decisione. «E non mi riferisco soltanto al vostro aspetto.» Il suo sguardo si fece più intenso. «Parlo di ciò che riesco a leggere nel vostro animo. Siete una creatura pura, Lady Hamona. Lo percepisco con il mio occhio umano… E con questo.» Accompagnò le parole sfiorando con due dita la benda nera.
Hamona osservò quell’occhio nascosto, poi si morse il labbro.
Darcia intuì immediatamente il pensiero che le stava attraversando la mente. «Volete vederlo?»
La ragazza sussultò lievemente. «Oh… Non potrei mai chiedervelo. Non desidero mettervi a disagio.»
Darcia le prese spontaneamente una mano e il suo sguardo si fece ancora più profondo. «Con voi non potrei mai sentirmi a disagio.»
Poi sollevò lentamente la benda. L’occhio mutato venne rivelato alla luce della luna.
L’iride gialla, immersa nella sclera nera, catturava sia il riflesso caldo proveniente dalla sala da ballo sia quello argenteo del chiarore lunare.
«Vi spaventa?» domandò lui, notando il lieve sussulto della principessa.
Hamona scosse subito il capo, agitando le ciocche bionde. «No… È solo che, per un attimo… Non saprei spiegare…»
Lasciò la frase sospesa, incapace di dare forma a quella sensazione. Poi congiunse le mani al petto e abbassò le palpebre.
Darcia ne osservò il profilo e qualcosa dentro di lui vacillò. Possibile che sotto la luce della luna potesse davvero esistere una creatura tanto delicata e luminosa?
Infine le morbide labbra di Hamona si dischiusero e iniziò a cantare piano.
Shailoh Shailoh, yatreet ka...
Shailoh shna.. otvit ka...
Non appena quella melodia raggiunse le orecchie di Darcia, l’uomo ne rimase completamente incantato. La voce della principessa non stava soltanto attraversando il suo cuore. Sembrava raggiungere qualcosa di molto più profondo.
Qualcosa di antico.
Qualcosa che viveva dentro il suo sangue e, senza nemmeno rendersene conto, il suo occhio mutato iniziò a lacrimare.
Darcia notò anche un altro dettaglio: il modo in cui le stelle si riflettevano negli occhi di Hamona. Non sembravano semplici riflessi. Era come se quelle luci appartenessero alla sua stessa natura, come se il cielo notturno l’avesse riconosciuta come una propria figlia.
Hahla Hahla... ahlah hah....
Shailoh washnee
fortee ney...
Quando il canto cessò — pronunciato in una lingua che Darcia non aveva mai udito e che pure gli sembrò stranamente familiare — rimase soltanto un lungo momento di sospensione.
Il vento portò via quelle parole oltre la terrazza, disperdendole nella notte, mentre dentro di lui si depositò una consapevolezza improvvisa, assoluta. Una certezza così forte da non lasciare spazio ad alcun dubbio.
Prima ancora di rendersene conto, Darcia piegò un ginocchio a terra. Le prese delicatamente una mano tra le proprie e sollevò lo sguardo verso di lei.
«Hamona… Io vi amo.» La sua voce era bassa, ma colma di una sincerità quasi dolorosa. «E da questa sera in poi non riesco a immaginare nessuna vita che non vi abbia al mio fianco.»
Poi si portò lentamente la mano di lei contro la propria fronte e socchiuse gli occhi.
«Fate di quest’uomo ciò che desiderate. Per amor vostro sono pronto perfino a bruciare…» La sua voce tremò lievemente. «Ma vi prego… Anche se doveste respingermi… Non privatemi della vostra luce.»
La principessa lo osservò con stupore. Non aveva mai sentito parole tanto cariche di calore, soprattutto da qualcuno che conosceva forse da appena un’ora. Eppure, a quanto pareva, quell’ora era bastata a Darcia per decidere di tutta la sua vita.
Mentre scrutava quel giovane volto colmo di speranza e attesa, anche il cuore di Hamona iniziò a battere sempre più forte. In lui vi era qualcosa a cui non riusciva a dare un nome, qualcosa che stava facendo crescere dentro di lei un senso di calore e appartenenza, quasi come se una parte del suo animo lo avesse riconosciuto ancora prima che le loro parole si incontrassero davvero.
«Per favore, alzatevi» disse infine.
Darcia obbedì immediatamente e, quando si rialzò, la sua figura tornò a sovrastarla con la propria altezza. Hamona allora gli accarezzò una guancia, rapita dall’intensità del suo sguardo. Darcia, che ancora stringeva la sua mano, la serrò appena di più e la attirò delicatamente verso di sé. Posò la fronte contro quella di lei e rimasero così, in silenzio, a guardarsi negli occhi.
I loro respiri si mescolavano nell’aria fredda della notte, mentre qualcosa stava nascendo senza bisogno di parole. Una promessa silenziosa che prendeva forma direttamente nei loro cuori.
In quel momento, nel cielo passò una stella cadente.
Jaguara era rimasta nascosta nell’ombra della tenda. Da quando li aveva visti, non era più riuscita ad andarsene. Era rimasta lì, immobile, ad assistere alla scena, mentre dentro di lei la rabbia continuava lentamente a crescere.
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Da quella notte, Hamona e Darcia divennero quasi inseparabili.
Pochi giorni dopo il ballo, Darcia inviò alla casata Jagra una lettera ufficiale con cui richiedeva formalmente il diritto di corteggiare la principessa. Anche se tra loro si erano già dichiarati amore reciproco, nessuno dei due poteva sottrarsi al protocollo imposto dal loro rango. E Darcia, più di chiunque altro, non avrebbe mai permesso che anche la più piccola falla potesse frapporsi tra lui e Hamona.
Ogni volta che il giovane Lord si presentava al palazzo di Jagra, però, Jaguara non riusciva a impedire al proprio cuore di sussultare.
Una parte di lei, ostinata e irrazionale, continuava a sperare che, almeno una volta, Darcia fosse venuto per lei e non per la sua gemella... E questa consapevolezza iniziava lentamente a divorarla.
Non riusciva a capacitarsene.
Lei e Hamona erano identiche nell’aspetto: stessi lineamenti perfetti, stessa eleganza, stessa educazione impeccabile. Anzi, in quanto sorella maggiore, Jaguara era convinta di essere persino più adatta a un uomo come lui. Era brillante negli affari di corte, capace di leggere le persone, ambiziosa, pronta a sostenere il peso del potere.
Hamona invece… Hamona viveva quasi dentro una fiaba. Era gentile, pura, incapace di muoversi davvero tra i giochi politici della nobiltà.
Eppure Darcia aveva scelto proprio lei.
Jaguara ormai aveva imparato a conoscere quell’uomo e sapeva bene quanto i loro ideali fossero simili. Entrambi credevano nell’ascesa al Rakuen e nella superiorità delle grandi casate nobiliari. Anzi, forse Darcia era persino più determinato di lei, perché al desiderio di raggiungere il Rakuen si univa anche il bisogno disperato di riscattare il nome della propria famiglia e spezzare la maledizione che gravava sui Darcia da generazioni.
Eppure, nonostante questo… Aveva preferito una ragazza che sembrava vivere in un mondo di fiabe.
Tuttavia, Jaguara continuava a voler bene a sua sorella.
Hamona, almeno all’inizio, non si accorse della gelosia che lentamente stava divorando il cuore della gemella. Quando Darcia non era presente, il loro rapporto rimaneva lo stesso di sempre, fatto di risate, confidenze e momenti spensierati.
Vederle passeggiare nei giardini reali, rincorrersi tra le siepi o leggere insieme sotto i gazebo bianchi era uno spettacolo quasi irreale. Sembravano un dipinto che prendeva vita.
Nel frattempo, Jaguara continuò ad approfondire i propri studi sul Rakuen e sulla casata Darcia. Del resto, se davvero quelle famiglie erano destinate a unirsi, lei voleva conoscere ogni singolo segreto legato a quell’uomo.
Possedeva una copia del Libro della Luna e ne studiava i versetti con dedizione sempre più ossessiva. Ma soprattutto decise di indagare a fondo la questione della maledizione dei Darcia.
Darcia III era l’ultimo discendente diretto della famiglia... Ma perché?
Quando finalmente scoprì la verità, quasi le cadde il tomo dalle mani e il viso impallidì.
Un giorno Darcia si presentandosi come di consueto al palazzo Jagra, trovò ad attenderlo una brutale sorpresa: due soldati in armatura nera sbarrarono il cancello con le lance incrociate.
Tra il rumore metallico delle armi e le proteste indignate del giovane Lord, avanzò una figura dai lunghi capelli biondi e dal sontuoso abito dorato.
Jaguara.
La principessa si fermò appena dietro le sbarre del cancello e lo osservò con uno sguardo gelido.
«Non potrete più vedere mia sorella.» Le sue sopracciglia erano contratte in un cipiglio duro e trattenuto.
Darcia serrò immediatamente la mascella. «Per quale motivo?»
Gli occhi viola di Jaguara si accesero all’istante. «Sapete bene il motivo.» La sua voce tradì una certa rabbia. «La vostra maledizione. Essa non colpisce soltanto i discendenti diretti, non è vero?»
Darcia rimase immobile.
Jaguara fece un passo avanti.
«Volevate tenerlo nascosto, ma io ho scoperto tutto.» Le sue labbra si piegarono in un sorriso amaro. «In che cosa speravate? Un matrimonio per ottenere la forza di Jagra, ma a scapito della vita di quella ingenua di mia sorella?»
A quell’accusa il cuore di Darcia accelerò violentemente. In quel momento vide finalmente Jaguara per ciò che era davvero.
«Mi state calunniando, Lady Jaguara» la sua voce si incrinò per l’emozione trattenuta. «Io amo vostra sorella più di qualsiasi altra cosa al mondo.»
Quelle parole, così sincere, aprirono un’ulteriore crepa nel cuore di Jaguara... E quella crepa, lentamente ma inesorabilmente, iniziò a riempirsi di qualcosa di oscuro.
«Come hai potuto mandarlo via!?»
La voce di Hamona tremò nel loro salottino privato, circondato da arredi pregiati, marmi lucidi e tende color avorio che ondeggiavano al soffio dell’aria.
Le due sorelle si trovavano una di fronte all’altra.
Hamona aveva il respiro corto e le mani strette al petto, incapace di contenere la tensione che le attraversava il corpo. Jaguara invece appariva quasi immobile nella propria compostezza, con le braccia incrociate e lo sguardo fermo.
«I nostri genitori concordano con la mia decisione» disse senza scomporsi. «Il rischio è troppo alto. Ci sono altri pretendenti facoltosi e su nessuno di loro grava una maledizione.»
«Ma a me non interessa il potere… Io lo amo!»
Le dita di Jaguara si serrarono appena sulle proprie braccia. «Sorella… Un conto è l’amore, un conto è la follia. Lord Darcia sarà anche un uomo colto e affascinante, ma unirti a lui potrebbe essere il più grande errore della tua vita. E se non dovesse colpire te… Allora potrebbe ricadere sui vostri figli.»
Hamona si morse il labbro e distolse lo sguardo. «Io lo so che anche tu lo ami» mormorò con voce ferita. «Questa storia della maledizione è soltanto una scusa per allontanarlo da me.»
Jaguara attraversò rapidamente la stanza e strinse Hamona tra le braccia. «Ma io amo più te!» esclamò, e la sua voce tremò dall'emozione. «Tu sei carne della mia carne… La mia altra metà! Come potrei lasciarti andare a un uomo tanto egoista da desiderarti per sé nonostante ciò che si porta dietro?»
Gli occhi di Hamona tremarono incontrando quelli della sorella, e si accorse che anche Jaguara stava vacillando.
Poi Hamona le prese dolcemente le mani e le strinse tra le proprie. «Perché so che Darcia non mi farebbe mai del male. Non intenzionalmente.» Il suo sguardo si addolcì. «Lui ha bisogno di me… E io di lui. Ci apparteniamo, Jaguara. E se stare accanto a lui significherà correre questo rischio… Allora ne accetterò il prezzo.»
Lo disse con una tale sincerità e candore che, in Jaguara, produsse l’effetto opposto. Il suo volto si contrasse dalla rabbia.
Lasciò bruscamente andare le mani della sorella e le diede le spalle. «Tu sei completamente pazza» disse a denti stretti. «E io non permetterò che tu ti distrugga da sola.»
«Che cosa hai intenzione di fare?» chiese Hamona, improvvisamente allarmata.
Jaguara non rispose. Uscì dalla stanza e, una volta oltre la porta, girò la chiave nella serratura.
Ignorò le proteste soffocate e il disperato battere dei pugni della sorella contro il legno. Lo stava facendo per il suo bene... E anche per la propria vendetta.
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Darcia si trovava nel suo studio, immerso tra documenti sparsi e pagine annotate febbrilmente. Aveva profonde occhiaie e persino i suoi capelli, solitamente lucidi e ribelli, cadevano pesanti sulla fronte, privi della solita cura.
Neige lo osservava in silenzio dalla soglia, con espressione preoccupata.
Da quando gli era stato impedito di vedere Hamona, era come se qualcosa dentro di lui si fosse svuotato. Legarsi a quella fanciulla aveva dato alla sua esistenza una nuova direzione, quasi un nuovo respiro, e ora che quella luce gli era stata sottratta e rinchiusa a miglia di distanza, Darcia stava lentamente perdendo ogni energia.
«Neige» disse infine, con tono spento «hai novità sullo studio delle persone fiore? Questa volta è sopravvissuto qualcuno?»
Neige abbassò immediatamente lo sguardo. «Purtroppo no. Anche i nuovi embrioni non hanno resistito al trattamento.»
Darcia colpì violentemente la scrivania con il pugno. «Per i miei antenati era stato così facile… Perché io non ci riesco!?»
Neige sussultò appena per il rumore improvviso e si strinse nelle spalle, percependo tutta la frustrazione che stava consumando il suo padrone.
«Non arrendetevi» disse piano. «Il mio sogno è stato chiaro. Voi attraverserete una luce bianca e in essa troverete il vostro Rakuen.»
Darcia si sollevò lentamente dalla sedia, respirando profondamente. Tra le dita stringeva alcuni fogli ormai stropicciati, mentre il suo occhio di lupo sembrava ardere di rabbia.
«Ma hai visto Hamona accanto a me oppure no!?»
Neige esitò. «È… Un cammino incerto.»
In un improvviso impeto di collera, Darcia scagliò via le carte dalla scrivania. «Allora a cosa servi!?» esplose. «Se non sei in grado di darmi risposte certe!?»
La giovane veggente squittì dallo spavento e fece istintivamente qualche passo indietro, stringendo la propria sfera di cristallo contro il petto.
Fu allora che Darcia si rese conto di averla spaventata. Lui stesso rimase sconvolto dalla facilità con cui stava perdendo il controllo da quando la casata Jagra si era opposta al fidanzamento.
«Mi… Mi dispiace» disse a bassa voce. Si portò entrambe le mani tra i capelli e abbassò il capo. «Io sto impazzendo.»
«Voi amate profondamente Lady Hamona… E questo vi sta distruggendo» rispose Neige con voce ancora leggermente agitata, cercando comunque la forza di continuare. «Questo legame è talmente intenso da sconvolgere persino il tessuto del tempo stesso. La vostra metempsicosi ha trovato in questa nuova vita un appiglio… Il luogo in cui depositarsi. E ora che ve ne hanno privato, la vostra anima è destabilizzata.»
Darcia si allontanò dalla scrivania e si avvicinò alla veggente. Rimase in silenzio, lo sguardo basso, aspettando che continuasse.
Neige esitò solo un istante.
«Per questo… Il mio consiglio è riflettere attentamente.» Strinse appena la sfera tra le mani. «Dovete decidere se desiderate davvero Lady Hamona al vostro fianco, anche al costo di diventare completamente dipendente da quella creatura… Oppure se recidere questo legame adesso, così da poter continuare a vivere. Forse con la morte nel cuore… Ma senza essere consumato dall’ossessione.» Sollevò pesantemente lo sguardo verso di lui e quel che disse, infine, suonò come una sentenza: «Questo amore sarà la vostra rovina... E la sua.»
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Darcia rifletté a lungo sulle parole della sua veggente. Se avesse davvero rinunciato ad Hamona, forse col tempo quella ferita si sarebbe cicatrizzata. Avrebbe sposato un’altra nobile, come ci si aspettava da lui, e la sua vita sarebbe andata avanti. Non nel modo che desiderava, certo, ma abbastanza da permettergli di accettare il proprio destino e continuare a esistere semplicemente come Lord Darcia III: un uomo dal retaggio importante, ma pur sempre un nome destinato a passare, così come era accaduto a suo padre.
E soprattutto… Non sarebbe stato colui che avrebbe aperto le porte del nuovo mondo.
Tuttavia Darcia ignorava una cosa fondamentale: il destino lo aveva già scelto. Qualunque decisione avesse preso, ogni strada lo avrebbe comunque condotto verso una meta precisa. Verso una sorte inevitabile.
Una notte di pioggia, le piante dei fiori della luna utilizzate negli esperimenti genetici iniziarono improvvisamente a tintinnare. Il loro suono delicato riempì i laboratori come il rintocco di minuscole campane, annunciando qualcosa che aveva smesso di attendere.
Quella stessa notte, gli embrioni custoditi nei cilindri trovarono finalmente un equilibrio tra genetica umana e genetica floreale. Per la prima volta, la maggior parte di essi divenne vitale.
Sempre quella notte, qualcuno bussò con forza alle porte del palazzo Darcia.
Quando il giovane Lord uscì nel corridoio per capire chi potesse presentarsi a quell’ora con tanta urgenza, rimase immobile.
I domestici spalancarono le grandi ante del portone e una figura dai lunghi capelli dorati fece il suo ingresso nella sala.
Indossava un abito bianco completamente inzuppato e un mantello pesante grondante di pioggia.
La figura avanzò rapidamente verso di lui e senza esitazione, si aggrappò al suo corpo con tutta sé stessa.
Il cuore di Darcia iniziò a battere furiosamente quando la giovane sollevò il viso. Due occhi viola, pieni di lacrime, lo stavano guardando con una gioia quasi disperata.
«H-Hamona…»
Le gambe della principessa cedettero improvvisamente, ma Darcia si chinò subito per sostenerla.
«Che cosa ci fai qui?» domandò sconvolto.
Lei cercò di riprendere fiato. «Sono fuggita…» sussurrò. «Non potevo… Non potevo restare lontana da te un secondo di più.»
Darcia rimase senza parole. «Non dirmi che hai attraversato tutta quella strada da sola…»
Hamona annuì debolmente. «L’ho fatto.»
Solo allora lui notò meglio i segni sul suo viso e sul corpo. Segni che raccontavano chiaramente quante difficoltà avesse affrontato pur di raggiungerlo.
Darcia allora la strinse a sé con forza, affondando le dita nei suoi capelli bagnati.
Lacrime improvvise gli rigarono le guance. Avrebbe voluto urlarle contro per la follia che aveva compiuto e allo stesso tempo ringraziarla per essere arrivata fino a lui.
Hamona nascose il volto contro la sua spalla e ricambiò quell’abbraccio con la stessa intensità.
In un angolo della sala, Neige osservava la scena in silenzio. Sul suo volto era apparso un lieve sorriso, dolce e malinconico insieme.
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Quando la casata Jagra scoprì della fuga di Hamona, nessuno ebbe dubbi su dove la principessa potesse essersi diretta.
Seguì così una lunga serie di scambi dai toni sempre più tesi tra le due famiglie. La richiesta di Jagra era chiara: o Darcia avrebbe restituito immediatamente Hamona oppure il conflitto tra le casate sarebbe diventato aperto.
Fu però la stessa Hamona a prendere la parola e il coraggio con cui affrontò la situazione lasciò persino Jaguara senza parole.
La primogenita di Jagra si presentò ai cancelli della fortezza Darcia indossando una splendente armatura dorata, ricca di fregi e incisioni. Sotto l’elmo, i suoi occhi viola ardevano come due fiamme vive.
Hamona, invece, indossava soltanto un semplice abito bianco di seta adornato da piccoli fiori ricamati.
Il vento attraversò il cortile, caricando l’aria di tensione, mentre le due sorelle si ritrovavano finalmente faccia a faccia.
«Così hai preso la tua decisione, sorella?» chiese Jaguara. Il suo volto era una maschera di marmo.
«Sì» rispose Hamona senza abbassare lo sguardo. «E non me ne pento.»
Gli occhi di Jaguara si fecero più duri.
«Sei consapevole di ciò che questo comporta? È tradimento. Verrai privata del tuo rango, ripudiata dalla nostra famiglia.» La sua voce si abbassò leggermente. «Il tuo uomo non sposerà una principess ma una mendicante.»
Hamona allora fece un passo avanti. Un gesto deciso. «Non m’importa.» La sua voce tremò appena, ma non per paura. «Condannatemi pure. Sputate sul mio nome se lo desiderate. Ma io non sarò mai una pedina della nostra famiglia.» Portò una mano contro il proprio petto. «Sono io a scegliere con chi stare… E quell’uomo è Darcia III.»
A quelle parole, Jaguara colpì il terreno con la lancia. Il rumore metallico riecheggiò nel cortile. Era furiosa. «Come vuoi, allora» disse a denti stretti. «Ti sei rovinata con le tue stesse mani. Ricordatelo.» Poi passò a Darcia, guardandolo sprezzante. «Distruggere la donna che amate… È questa la vostra idea di Rakuen?»
Darcia sostenne il suo sguardo senza arretrare.
Infine Jaguara fece un brusco gesto del braccio verso i propri soldati, ordinando la ritirata.
Da quel momento in poi, per la casata Jagra, la vita di Hamona non aveva più alcun valore e se Darcia avesse continuato ad amarla nonostante lei non potesse più offrirgli prestigio, ricchezza o potere… Quello non era più affar loro.
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Le ultime parole di Jaguara, però, non avevano trovato terreno arido nel cuore di Darcia. Per quanto il suo amore per Hamona fosse sincero e travolgente, il problema rimaneva sempre lo stesso: lui era dannato. E su questo Jaguara aveva assolutamente ragione.
Ora che non esistevano più ostacoli esterni tra lui e Hamona, ciò che rimaneva era qualcosa di molto peggiore: l’incertezza.
Darcia ne ebbe piena consapevolezza un pomeriggio di primavera.
Nel loro parco privato, tra fiori appena sbocciati, alberi rigogliosi e il lago attraversato da una piccola cascata artificiale, i due amanti stavano rincorrendosi come ragazzi qualunque, lontani per un momento da titoli nobiliari, maledizioni e doveri.
La luce del sole illuminava i capelli dorati di Hamona e il vento ne agitava le ciocche mentre rideva. Una risata limpida e felice. Una felicità che Darcia non aveva mai creduto possibile per sé stesso.
Quando finalmente lei si fermò, i fiori del giardino le incorniciarono il viso come una corona naturale e Hamona lo guardò con occhi pieni di amore.
«Da questo momento in poi possiamo stare insieme per sempre» disse con dolce semplicità.
Quelle parole colpirono Darcia nel punto più fragile del suo cuore. Lui le prese le mani e, colmo di emozione, le fece una promessa solenne: un giorno l’avrebbe portata nel Rakuen.
Hamona allora si sollevò, sorrise piano e scosse il capo, rispondendogli che il paradiso per lei era semplicemente stare con lui.
Lo disse con una sincerità tanto pura da spezzargli quasi il respiro. E proprio in quel momento, mentre osservava quella ragazza che gli aveva affidato il proprio cuore senza alcuna paura, dentro Darcia nacque un dubbio terribile.
Davvero lui poteva rappresentare il “felici e contenti” di Hamona?
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«Non stiamo più insieme. Torna dalla tua famiglia.»
Le parole di Darcia raggiunsero Hamona come lame affilate, trafiggendole il cuore.
Nello studiolo illuminato appena dalla luce tremolante del camino, l’uomo le dava le spalle.
«Perché dici questo? Che cos'hai?» domandò Hamona, impallidendo. Le gambe le tremavano.
«Non hai più alcun rango che possa essermi utile» continuò lui, con una freddezza innaturale. «Perciò non ha più senso che resti qui. Torna dai Jagra e implora la tua famiglia affinché ti riaccolga.»
Lacrime roventi attraversarono immediatamente il volto della giovane. Strinse i pugni tanto forte da far impallidire le nocche. «Tu menti!» esclamò con voce spezzata. «Io non ti credo!»
Darcia si voltò quel tanto che bastava per mostrale parte del suo volto attraversato dalla luce del camino. Il suo occhio azzurro appariva duro, tagliente.
«Vattene.»
Hamona uscì correndo dalla stanza, senza nemmeno vedere davvero dove stesse andando.
Attraversò i corridoi del palazzo fino a rifugiarsi in una sala silenziosa dalle alte finestre, attraverso cui la luna piena riversava una luce chiara e malinconica.
Le gambe le cedettero e cadde in ginocchio, completamente priva di forza.
Quando trovò finalmente il coraggio di rialzare la testa, si accorse che davanti a lei, appeso alla parete e attraversato dal chiarore argenteo del satellite, vi era il ritratto di Darcia I.
Lo fissò a lungo e più lo osservava, più il suo sguardo sembrava intensificarsi, attraversato quasi da una luce mistica.
Nel frattempo, nello studiolo, Darcia si era stretto una mano contro il petto. Quelle parole avevano ferito Hamona, ma avevano distrutto anche lui. Aveva desiderato così disperatamente che quella luce tornasse nella sua vita da rendersi conto solo ora di quanto fosse stato egoista. Doveva fermare tutto prima che fosse troppo tardi.
Improvvisamente, però, un canto raggiunse le sue orecchie. Lo stesso canto, la stessa melodia di quella notte in cui si erano conosciuti.
Darcia sussultò e poi iniziò a seguirla, come trascinato da una forza invisibile.
Uscì lentamente dalla stanza e attraversò i corridoi semioscuri del palazzo, mentre i suoi passi riecheggiavano nel silenzio.
Quella voce lo guidò fino a un luogo preciso e quando finalmente la vide, il suo cuore tornò a battere esattamente come la prima volta: Hamona era inginocchiata sotto i raggi lunari, con le mani incrociate al petto e gli occhi socchiusi. Stava cantando, lentamente, scandendo ogni parola con dolcezza, infondendo nella melodia qualcosa di profondo e impossibile da spiegare.
Alla vista di tanta bellezza, Darcia crollò in ginocchio. Quella creatura non poteva appartenere soltanto alla terra.
Quando Hamona smise di cantare e lasciò che le ultime note svanissero nel silenzio, si ritrovò improvvisamente avvolta dalle braccia del suo amato.
Darcia stava piangendo senza più trattenersi, affondando il viso tra le sue ciocche dorate.
«Perdonami» sussurrò disperato. «Non volevo ferirti.»
Hamona sorrise piano e gli accarezzò dolcemente i capelli. «Avevo capito che quelle parole non erano davvero tue.»
Darcia sussultò. Si scosto leggermente da lei e, quasi con rabbia verso sé stesso, si strappò la benda dall’occhio, mostrando l’occhio del lupo.
«Ma guardami!» esclamò con voce carica di disperazione. «Io sono una bestia! Non posso essere l’uomo di cui hai bisogno. Se resterai con me… Non ci sarà alcun lieto fine.»
Hamona gli sorrise con infinita dolcezza. «La mia vita non avrebbe comunque un lieto fine se fossi lontana da te.» Posò una mano sul suo petto. «Appassirei come un fiore privo della pioggia e del sole.»
Il respiro di Darcia si fece irregolare. Le prese il viso tra le mani e abbassò il capo.
«Non ti ho mai raccontato che fine abbia fatto davvero la mia famiglia.»
Poi l’aiutò lentamente a rialzarsi e rivolse uno sguardo severo verso il ritratto di Darcia I.
«Del resto, i nobili conoscono soltanto la storia di mio nonno.»
Hamona lo osservò avvicinarsi alla finestra, con le braccia incrociate e lo sguardo perso oltre il vetro. Era evidente che dentro i suoi occhi si stessero affollando ricordi che non aveva mai condiviso con nessuno.
«Ero molto piccolo all’epoca, quindi di lei conservo solo ricordi vaghi» spiegò Darcia a bassa voce. «Avevo una sorella. So soltanto che era molto bella ed aveva uno sguardo dolce, proprio come il tuo.»
Hamona fece un passo verso di lui e gli posò delicatamente una mano sulla spalla, invitandolo a continuare.
Darcia abbassò lo sguardo. «Nei primi anni della sua vita sembrava non aver ereditato la maledizione. Così, quando ormai era quasi adulta, tutti rimasero sconvolti nel momento in cui crollò improvvisamente a terra.» Rivolse ad Hamona un'espressione carica di significato. «La definirono “la malattia del Rakuen”. Non era morta… Ma intrappolata dentro sé stessa, come in un sonno sospeso.» Contrasse appena la mascella. «I miei genitori tentarono ogni possibile cura, ma quella non era una malattia appartenente a questo mondo. Soltanto il sangue della razza Hanabito avrebbe potuto risvegliarla.»
«La razza Hanabito?» domandò Hamona incuriosita.
Darcia annuì lentamente. «Sono conosciuti anche come “persone fiore”. Furono creati dalla mia stessa famiglia e grazie a loro è possibile attraversare le dimensioni.» Si umettò le labbra. «Le ultime persone fiore ancora vitali scomparvero insieme a Darcia I, il loro ultimo Creatore.» Per un attimo il suo sguardo si fece distante. «Per anni abbiamo cercato di replicare quel processo alchemico… Ma il segreto morì con mio nonno. Anche se ancora oggi circolano voci secondo cui la famiglia Darcia sarebbe capace di ricrearlo.»
Hamona allora gli prese le mani. «Che cosa accadde a tua sorella?»
Darcia espirò lentamente e le sue spalle si abbassarono appena, come se un peso antico si fosse incrinato dentro di lui.
«Mio padre…» disse infine. E nel pronunciare quelle parole, la rabbia attraversò chiaramente il suo volto. «Impazzì.»
Le dita di Darcia si strinsero involontariamente attorno a quelle di Hamona. «La strappò ai macchinari che la tenevano in vita.»
Hamona sussultò.
«E così… Lentamente… Lei si spense.»
Nella stanza calò un silenzio pesante.
«Ma il dolore per la perdita di sua figlia fu troppo anche per mia madre.» La sua voce si incrinò. «Si gettò dalla torre più alta della fortezza.» Abbassò lo sguardo. «E mio padre la seguì.»
Hamona portò una mano alle labbra. «Quindi da allora… Tu… Sei rimasto solo.»
Darcia chiuse lentamente gli occhi.
Senza dire nulla, Hamona gli gettò le braccia al collo e lo strinse forte a sé. Rimasero così per lunghi istanti, lasciando che fossero soltanto i loro cuori a consolarsi a vicenda.
«Non completamente solo» sussurrò poi Darcia, tornando a sorriderle con dolcezza mentre cercava il suo sguardo. «La fedele Neige mi è sempre rimasta accanto, come una vera amica.» Le accarezzò il viso. «E ora ho te.»
Il suo sguardo, però, subito dopo si rabbuiò.
«Ed è proprio perché ti ho trovata… Che ho paura di perderti.»
Gli occhi di Hamona si fecero improvvisamente più decisi. «Non mi perdai.» Gli prese il volto tra le mani. «Io voglio restarti accanto, costi quel che costi. Ti amo, Darcia… E nessuna maledizione mi impedirà di amarti.»
Darcia la guardò come se quelle parole avessero appena salvato ciò che restava della sua anima. Poi le loro labbra si incontrarono in un bacio lungo e profondo, carico di promesse.
Promesse che, con coraggio e sostegno reciproco, li avrebbero condotti fino all’altare.
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Se quella fosse stata una fiaba, allora Darcia e Hamona, dopo aver superato mille difficoltà e persino la maledizione che perseguitava la famiglia di lui, avrebbero finalmente ottenuto il loro lieto fine, una vita lunga e serena, colma di amore.
Ma loro non erano i protagonisti di una fiaba... Bensì di un'opera tragica.
La notte che avrebbe dovuto consacrare il loro amore si trasformò invece nell’inizio dell’incubo. La “malattia del Rakuen” colpì Lady Hamona e per Darcia fu come vedere la propria esistenza spezzarsi una seconda volta.
In quegli stessi anni le persone fiore che avevano iniziato a nascere — e che avevano ridato speranza al giovane Lord, convinto che tra loro potesse esistere il fiore destinato a salvare Hamona — iniziarono improvvisamente ad ammalarsi. Appassivano una dopo l’altra e persino quelle apparentemente sane erano destinate comunque a morire, poiché la loro crescita era innaturalmente rapida. Alcune non sopravvivevano alla malattia, altre invece venivano divorate da una vecchiaia precoce.
Sembrava quasi che la maledizione stessa si stesse vendicando dell’uomo che aveva osato sfidare il divino attraverso l’amore.
Darcia ordinò comunque di continuare gli esperimenti. Pretese che venisse estratto il sangue delle persone fiore ancora vive, nel disperato tentativo di trovare una formula capace di salvare Hamona.
Ma tutto si rivelò inutile.
Un giorno, ormai consumato dalla rabbia e dalla disperazione, distrusse personalmente il laboratorio, poi ordinò che tutto venisse dato alle fiamme.
I pochi Hanabito ancora in vita riuscirono a fuggire, disperdendosi per le terre del mondo e andando incontro a un destino ignoto.
Passarono così vent’anni. Il giovane innamorato divenne uomo. E quell’uomo, il cui cuore ormai si era chiuso per sempre, si trasformò in uno dei nobili più temuti del suo tempo. Freddo e calcolatore.
Solo Neige rimase silenziosamente al suo fianco, unica persona ancora capace di vedere l’essere umano nascosto dietro il copricapo nero e quella maschera bianca dal sorriso dipinto.
Hamona, in tutti quegli anni, rimase sospesa tra vita e morte. E proprio quella condizione distrusse lentamente la mente di Darcia.
Per lui la donna amata divenne un’ossessione. Una speranza folle a cui aggrapparsi, nonostante non esistesse alcuna cura.
Il loro giardino ormai era completamente inaridito ed il lago si era prosciugato. Nessun fiore sbocciava più. Come se quel luogo riflettesse perfettamente lo stato del cuore di Darcia.
Anche il laboratorio, ormai abbandonato, venne divorato dalla vegetazione. Eppure tra quelle mura sopravviveva ancora un lieve odore di fiori della luna.
Quell’inesorabile consumo avrebbe trascinato Darcia fino alla fine dei suoi giorni. Sarebbe morto solo e divorato dal rimorso. Inghiottito da un vuoto nero senza fine.
Ma poi, un giorno, una notizia riaccese in lui la speranza.
Giunse voce che Lord Orkham, anni addietro, fosse riuscito a trovare l’ultimo Hanabito superstite della generazione creata da Darcia I. Una persona fiore perfetta. Una fanciulla capace di incarnare ciò che il suo antenato aveva cercato di creare, e ora quella ragazza si trovava nelle mani degli scienziati di Freeze City. Il suo nome era... Cheza.
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