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Il petto di Misha si alzava e si abbassava in respiri irregolari. La febbre era così alta che dalle sue labbra sfuggivano lievi mugugni. I capelli, umidi di sudore, le aderivano alle tempie, incollandosi alla pelle pallida.
La ferita sul fianco si riaprì.
All’inizio fu solo un’ombra scura che filtrava tra le bende, poi in pochi istanti si allargò, espandendosi senza controllo, fino a diventare una macchia sempre più ampia, sempre più profonda, che iniziò a colare sul terreno innevato.
«Misha…» sussurrò Tsume. Ma la sua voce non sembrò davvero appartenere a quel luogo. Era lontana, ovattata, come se fosse stata inghiottita da una nebbia densa e irreale. «Misha!»
Un battito.
Silenzio.
«Misha è morta.»
La voce di Toboe si spezzò a metà, tremante, mentre le lacrime gli rigavano il volto. Stringeva quel corpo tra le braccia, inerte. Il capo della ragazza era reclinato all’indietro in una posizione innaturale, priva di ogni tensione vitale.
Attorno a loro, il bosco innevato era immerso in un silenzio irreale. I fiocchi cadevano lenti, quasi sospesi, e una luce chiara sembrava filtrare dal basso, tingendo tutto di una tonalità fredda, mortuaria.
Tsume tremò e un ringhio basso gli salì dal petto, furente... Ma impotente.
Non poteva essere. Non adesso.
All’improvviso il mondo sembrò incrinarsi. La scena mutò e questa volta era lui a tenerla tra le braccia.
Il peso di Misha era reale, il calore del suo corpo ancora presente, anche se fragile, anche se in bilico. La neve sotto le ginocchia, il freddo che risaliva lungo le ossa… Tutto tornò a colpirlo insieme.
Era quella sera. Quella maledetta sera. Quando l’aveva tirata fuori dalle macerie. Quando aveva sentito, davvero per la prima volta, quanto fosse sottile il confine tra la vita e la morte. E anche allora… Anche allora l’aveva quasi persa. Se non fosse stato per quel canto.
Gli occhi di Tsume si sollevarono, cupi, attraversati da un’ombra di rabbia e disperazione.
Perché questa volta no? Perché il vento era muto? Perché Cheza non stava cantando?
Strinse i denti, abbassando lo sguardo su di lei.
«Non provarci…» mormorò, con la voce roca, quasi minacciosa, come se stesse parlando alla morte stessa. «Non te la porterai via così… Non di nuovo»
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Il risveglio per Kiba e Blue non fu affatto tranquillo.
Furono svegliati da Tsume, che si era alzato di soprassalto e aveva iniziato a colpire tutto ciò che gli capitava sotto mano: prese a calci un paio di vecchie sedie, rovesciò lattine e colpì con i pugni la parete di legno, fino a scheggiarsi le nocche.
Persino Kiba ebbe difficoltà a fermarlo. Ma in quel trambusto non poteva permettere che l’amico si facesse del male, né che potesse farne a Blue, ancora ferita e con il braccio rotto.
Mutò in lupo bianco e, con un paio di poderose spinte, scaraventò Tsume fuori dalla baracca.
Quest’ultimo rotolò sulla neve, già nella sua forma animale.
Quando si rimise in piedi, però, qualcosa era cambiato. Non sembrava più riconoscerlo.
Il suo sguardo era acceso, intriso di sangue, il corpo irto e vibrante di rabbia, i muscoli tesi come corde pronte a spezzarsi.
Non esitò. Scattò in avanti, lanciandosi contro Kiba.
Kiba non voleva combattere, ma capì subito che, se voleva fermarlo avrebbe dovuto metterlo fuori combattimento.
La neve cadeva fitta, silenziosa, come se il mondo stesse trattenendo il respiro.
Poi il silenzio si spezzò.
Il lupo grigio, con una velocità brutale, affondò il peso del corpo contro Kiba e lo trascinò nella neve. I due rotolarono, un groviglio di zanne e artigli, sollevando una nuvola bianca che si disperse nell’aria gelida.
Kiba riuscì a divincolarsi con una spinta potente delle zampe posteriori, scivolando di lato e rialzandosi subito. Il respiro gli usciva in sbuffi rapidi, condensandosi davanti al muso.
Non voleva ferirlo, ma Tsume non gli stava dando scelta.
Il lupo grigio ringhiò, basso, profondo, e tornò all’attacco. Questa volta puntò al fianco, cercando di affondare i denti nella carne. Kiba si abbassò all’ultimo istante, sentendo il morso sfiorargli il pelo, e rispose con una spallata che lo fece arretrare di qualche passo.
La neve sotto le zampe scricchiolava, si apriva... E si macchiava.
Tsume prese un attimo fiato ma non arretrò. Scattò di nuovo, più rapido e più feroce.
Le sue zanne si chiusero sul collo di Kiba, trovando presa. Il lupo bianco emise un ringhio soffocato, il corpo irrigidito dallo strappo, ma reagì subito: affondò le zampe anteriori nella neve e, con un colpo secco del corpo, lo sbalzò via.
Si separarono per un istante e in quell'istante ci fu solo il vento, la neve che cadeva e il loro respiro pesante.
Gli occhi di Tsume erano ancora persi, lontani, consumati da qualcosa che non apparteneva a quel momento.
Kiba li fissò, il petto che si alzava e si abbassava lentamente.
«Torna in te…» sembrava dirgli il suo sguardo.
Ma Tsume non ascoltava più.
Con un balzo improvviso, si avventò ancora su di lui, colpendolo al petto e spingendolo all’indietro. Kiba perse l’equilibrio e cadde sulla schiena, la neve che gli si incollava al pelo. Tsume gli fu sopra un attimo dopo, le fauci spalancate.
Non si sarebbe trattenuto.
Kiba sollevò la testa e, con uno scatto preciso, afferrò il muso dell’altro di lato, deviando il morso. Poi, con tutta la forza che aveva, ruotò il corpo e lo scaraventò a terra. Un colpo secco.
Il lupo grigio rimase per un istante immobile, stordito, mentre Kiba si rimetteva in piedi, avanzando lentamente, il respiro ancora pesante ma lo sguardo fermo.
Quest'ultimo non ne approfittò per attaccare a sua volta. Attese.
Tsume si mosse. Le zampe tremarono appena mentre cercava di rialzarsi, il ringhio che gli moriva in gola.
Quella furia cieca vacillò e fu lì che Kiba capì che non stava combattendo contro un nemico, ma contro qualcosa che stava divorando il suo amico dall’interno.
«Tsume, fermati! Che ti è preso!» urlò Kiba, ma ancora una volta l’altro non sembrava nemmeno vederlo.
«Tsume, siamo tuoi amici!» intervenne Blue, affacciandosi.
Nel momento in cui Tsume sollevò lo sguardo e incrociò i suoi occhi azzurri, qualcosa vacillò: per un attimo, sovrapposta a lei, gli parve di vedere un’altra figura. Misha. Fu solo un istante, poi tutto crollò.
Tsume tornò nella forma umana e si rannicchiò su sé stesso, iniziando a colpire la neve con i pugni, sollevando piccoli sbuffi che si disperdevano nell’aria fredda.
Kiba si trasformò a sua volta e gli fu subito accanto, inginocchiandosi davanti a lui. «Che cos'hai? Perché questo attacco di collera?» La voce gli uscì tesa, trattenuta a fatica, mentre dentro di lui le paure si muovevano come scosse improvvise, le quali peggiorarono quando sentì Tsume singhiozzare.
«Misha…»
Nel sentire quel nome, sia Kiba che Blue si immobilizzarono. Il sangue sembrò gelarsi nelle loro vene. No, non volevano sentire il resto.
«Ho paura che sia morta.»
Quelle parole caddero tra di loro come il rintocco di una campana, lente e pesanti, e il loro eco si infranse nei loro cuori.
Kiba lo prese per le spalle e lo costrinse a guardarlo. «Non puoi saperlo. Non ti abbattere».
Tsume fece una smorfia, a metà tra un sorriso e un’amara accettazione. «I nostri cuori sono collegati, no? Perché allora improvvisamente sento come se si fosse aperto un enorme vuoto?».
Il labbro inferiore di Kiba tremò appena, incapace di dire qualcosa che potesse davvero confortarlo. Poi si voltò verso Blue, che lì, sulla soglia, aveva un’espressione atterrita, e subito dopo tornò su Tsume. «Stammi bene a sentire. Io non so quanto sia forte il tuo legame con quella ragazza, non ho avuto modo di conoscerla davvero, ma da quello che ho visto è troppo abile per morire così, mi hai capito? Ci ritroveremo con lei, con Hige e con Toboe, e vedrai con i tuoi occhi che è ancora viva».
«Cheza non ha detto che potremmo rivederli solo una volta trovato il Monte del Principio?» disse Tsume, ora con il viso chinato al petto.
Kiba si morse con forza il labbro e rimase per un attimo in silenzio. «Se c’è una cosa che ho capito è che possiamo scegliere anche noi. Non per forza dobbiamo farci trascinare dagli eventi, lì dove possiamo fare la differenza». Per un attimo il volto dolce di Mew gli tornò in mente, ma lo ricacciò subito per concentrarsi sullo sguardo dell’amico. «Tu vuoi rivedere Misha? Adesso? Immediatamente?».
Tsume rimase come sospeso, rapito dallo sguardo deciso di Kiba. Era forse la prima volta che sceglieva un cammino suo, anziché quello tracciato da Cheza per loro?
Per un istante ci fu silenzio, poi improvvisamente il corpo di Tsume iniziò a ringhiare e a tremare. Travolto da una nuova energia, si rialzò in piedi, completamente rinvigorito. «Ho paura di scoprire la verità» disse, senza nascondere una certa agitazione, «ma se le è davvero successo qualcosa, allora che si fotta quel Monte, che si fotta il mondo. Io andrò da lei, e questa volta niente e nessuno mi impedirà di starle accanto».
Kiba sorrise e annuì.
Tsume guardò di nuovo Blue, soffermandosi sulla fasciatura. «Magari voi restate qui. Andrò io da solo. Non posso farti sforzare».
Blue si accigliò e, in un attimo, assunse la forma di lupo. La zampa ferita rimase sollevata a mezz’aria, ma il resto del corpo era stabile e lo sguardo deciso. «Anche io desidero rivederli. Perciò non osate usarmi come scusa».
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Hige e Toboe si erano sdraiati accanto alla loro amica, mettendosi su entrambi i lati, sperando che almeno il loro calore sarebbe potuto essere per lei un conforto.
Quentin Silva invece se ne stava vicinò al falò, gettando alle fiamme qualche ciocco di legno. Sollevò appena lo sguardo verso quei tre. In particolare si soffermò su Hige, che stava accarezzando una guancia della ragazza, con il dorso della mano.
«Ha ancora la febbre?»
«Brucia» si limitò a rispondere Hige, in sussurro, per non svegliare né la ragazza, né Toboe.
«La tua fidanzata ha dimostrato una grande forza di resistenza per ora. Non è da tutti beccarsi una pallottola e non morire sul colpo.»
Hige sospirò «Sì, anche io sono rimasto stupito. Pensare che mi è sempre sembrata delicata come un uccellino... Invece mi sembra solo ieri, quando me l'ha suonate di santa ragione» fece una smorfia divertita. Poi sospirò. «Comunque non è la mia fidanzata. Io sto con un'altra persona.»
Silva inarcò un sopracciglio. «Quindi a San Valentino non stavate insieme?»
Hige sorrise imbarazzato «Sì, al tempo sì... È una cosa recente, in effetti.» Si strinse nelle spalle. «Oppure antica di ere, ma ci eravamo presi solo una pausa di cento anni? Eheh!» nel pensare a Blue, Hige non poté che distendere lo sguardo. Il suo ricordo era come acqua fresca dopo una camminata nel deserto.
Silva si grattò la testa. «Bah non capirò mai la vostra generazione. Ai miei tempi queste cose venivano prese sul serio.»
«Non crede che io sia serio!?» si sollevò Hige e gli uscì una voce più stridula di quanto avesse voluto.
Lo sguardo di riposta di Silva fu più che eloquente.
«Lei non sa niente di me e di Misha. Non c'entra stare insieme o meno» e mentre diceva quelle parole, ripensò a quella connessione di sguardi che era andato oltre il rapporto fisico, dopo che lei aveva messo a nudo le sue paure su quello che aveva fatto e su quello che poteva ancora essere.
Non poté fare a meno di chiedersi se quell'attaccamento stesse andando oltre il senso di solidarietà del branco. Doveva ammetterlo... O era così dannatamente idiota dal continuare a lasciare le cose a metà oppure c'era altro.
Sollevò lo sguardo, prima verso di lei e poi verso Toboe, e infine si accigliò. «Forse ai suoi tempi mostrare affetto per qualcuno voleva dire solo bianco o nero, ma nei miei vuol dire esserci, prendersi cura quando qualcuno ha bisogno e avere la possibilità di piangere insieme, di mostrarsi fragile». Sorrise con aria quasi nostalgica. «E anche che si può essere un eroe agli occhi di qualcuno, anche se noi di noi vediamo solo i lati peggiori».
Tornò al giorno in cui aveva visto Misha vestita da angioletto, e a quando gli aveva lanciato quell’incantesimo. Magia o meno, non importava: le voleva bene, era stata importante per lui, e se qualcuno aveva qualcosa da ridire, il problema era suo.
Allungò la mano sotto le coperte per cercare la sua, ma quando la sfiorò sgranò gli occhi: era gelida.
Si sollevò di scatto, tanto da svegliare Toboe, che si allarmò nel sentirlo chiamare la ragazza con urgenza. Anche il professore si alzò. «Che cos’ha?»
«Ha la febbre, ma la mano è gelata e trema!»
«Presto, toglietele le scarpe» ordinò l’uomo.
Toboe e Hige si mossero subito, sciogliendo i nodi degli anfibi e sfilandoli via in fretta, per poi toglierle anche i calzettoni.
Silva si chinò e le prese un piede: le punte erano blu. «Questo non ci voleva» disse a denti stretti.
«Professore, che cos’ha?» chiese Toboe, con il cuore in gola.
«Quello che temevo. È andata in sepsi. Ha bisogno di antibiotici, e adesso».
«Ma… Siamo lontani» mormorò Hige, con la voce che tremava.
Toboe si portò le mani alle orecchie, lo sguardo colmo di terrore. «Vuol dire che… Se non la curiamo subito…?»
Il singhiozzo di Hige, piegato su Misha con i pugni stretti alle ginocchia, e il silenzio pesante del professore furono una risposta sufficiente.
Toboe abbassò lentamente lo sguardo sul volto di Misha, scosso dai tremori e pallido come la morte. Fece un passo indietro, scuotendo la testa, rifiutando quella possibilità.
«Ma lei ci condurrà al Monte del Principio… Le è uscita quella stella dal petto… Lei ci ha raggiunti…»
«Lei non ha mai raggiunto il Monte del Principio» disse Hige, e nel pronunciare quelle parole sembrò trafiggersi da solo.
«No… No!» urlò Toboe, mentre un ringhio gli montava dentro e i suoi occhi mutavano. «Non potete arrendervi! Misha si riprenderà… La mia mamma…»
Nella sua mente scorsero rapidi tutti i momenti vissuti con lei: la caffetteria, la notte in cui avevano ululato insieme, il giorno in cui lo aveva ritrovato dopo la fuga. Erano sopravvissuti al rapimento di Satoshi e all'orfanotrofio in fiamme, alla Foresta della Morte e ai soldati… E ora tutto sarebbe finito così?
All’improvviso un ululato squarciò l’aria, disperato e furente insieme. Dove prima c’era il ragazzo, ora c’era un lupo dalla corporatura snella e dalla pelliccia marrone.
La fasciatura al braccio era ora a terra, non serviva più.
Il professore e Hige lo guardarono, attoniti: era successo in un battito di ciglia, e quel verso fece vibrare qualcosa anche dentro di loro.
«T-Toboe…» sussurrò Hige.
Che se ne fosse reso conto o meno, la sua pelliccia era irta, i muscoli tesi, e le sue iridi color miele brillavano come fari nella notte.
«Andrò a cercare aiuto» disse con decisione. «Troverò qualcosa per curarla. Voi fate il possibile per tenerla in vita finché non tornerò».
Detto questo, Toboe scattò all’indietro e, con una serie di balzi precisi, attraversò il torrente saltando sulle rocce; nel giro di pochi secondi era già stato inghiottito dal bosco.
Non si era chiesto in che direzione andare, o almeno non in modo lucido: erano le sue zampe a muoversi da sole, come se dentro di lui esistesse già un percorso tracciato. Dalle narici uscivano nuvolette di condensa, la bocca appena dischiusa, lo sguardo fisso davanti a sé.
Il bosco era una distesa di ombre e chiarori, ma anche nella scarsa luminosità lui vedeva con assoluta nitidezza. Le orecchie dritte, tese a cogliere ogni minimo rumore… Eppure non c’era nulla. Quella foresta era completamente silenziosa.
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In contemporanea, anche Kiba, Tsume e Blue correvano verso una direzione precisa. A guidare il gruppo, questa volta, era il lupo grigio: le sue lunghe zampe scattavano rapide e precise, sollevando la neve, si muoveva come se conoscesse già il percorso.
Tutti e tre sapevano che la strada che avevano scelto non conduceva al Monte del Principio, ma in quel momento c’era qualcosa di più urgente da affrontare; lo sentivano chiaramente, come una verità condivisa: senza quello, non sarebbero stati degni nemmeno di salvare Cheza.
«Blue, ce la fai?» chiese Kiba, voltandosi appena, con una nota di preoccupazione nella voce.
Blue chiudeva la fila e, su tre zampe, arrancava leggermente, ma nel suo sguardo brillava la stessa determinazione degli altri. «Certo, non preoccuparti. Piuttosto, approfitta del fatto che, per questa volta, sei tu quello più veloce».
Dentro di sé Kiba sorrise: il fatto che avesse ancora la forza di scherzare era un buon segno.
«Sei sicuro che sia la strada giusta?» chiese poi, tornando a concentrarsi su Tsume.
Quest'ultimo non rispose subito, tanto era immerso nella sua concentrazione. «Non sento più Misha… Ma percepisco Toboe».
«E io percepisco Hige» aggiunse Blue. «È la direzione giusta».
Kiba rimase colpito dalla straordinaria sensibilità dei suoi compagni. L’istinto dei lupi nel ritrovare il proprio branco era potente, ma quando due anime si legavano davvero, quel richiamo sembrava elevarsi a qualcosa di più profondo, quasi impossibile da spiegare.
Qualcosa di simile lui lo aveva sempre sentito con Cheza, una presenza che cantava al suo cuore; eppure, ultimamente, anche la fanciulla fiore aveva scelto una strada diversa. Quella strada lo stava facendo soffrire, ma alla stesso tempo si fidava di lei.
Correvano ormai da ore quando, in lontananza, scorsero delle luci alla base di una scarpata. Un macchinario stava recuperando un veicolo precipitato, mentre alcuni militari infilavano in sacchi neri quelli che, con ogni probabilità, erano i passeggeri.
Tsume fece subito cenno di fermarsi e di restare nascosti dietro alcuni cespugli non appena si rese conto della situazione.
«Con tutta questa neve, saranno finiti fuori strada» osservò Kiba a bassa voce.
Tsume, però, si accigliò senza dare voce ai propri pensieri. «Prendiamo un’altra strada» si limitò a dire.
Blue si sollevò, ma il movimento fu troppo brusco: le vertigini le tornarono addosso con violenza, il mondo le girò attorno e, un attimo dopo, perse i sensi, crollando sulla neve fredda.
«Accidenti, non ci voleva» esclamò Tsume, muovendosi subito per sollevarla.
«Altolà, chi va là?»
Kiba scoccò la lingua sul palato: quell’attimo di esitazione aveva attirato l’attenzione dei militari.
«Mani in alto e identificatevi!» intimarono, mentre il metallo lucido delle pistole catturava i riflessi delle luci alle loro spalle.
Kiba alzò lentamente le braccia; Tsume, con Blue tra le braccia, rimase immobile.
«Poggia la donna a terra».
«È ferita!»
«Non ci interessa. Poggia la donna a terra».
Un ringhio sordo vibrò nel petto di Tsume, ma sapeva che reagire avrebbe solo peggiorato la situazione. A malincuore, la adagiò di nuovo sulla neve e poi sollevò le mani.
«Che ci fate da queste parti? Il rifugio è lontano».
Uno dei militari indicò Blue con la pistola. «E lei?»
«Ci siamo persi» rispose Kiba, sforzandosi di mantenere la calma. «La nostra amica si è fatta male».
«I vostri documenti. Ora».
«Non li abbiamo» continuò Kiba. «Li abbiamo persi quando ci siamo smarriti. Abbiamo avuto un incidente con la nostra auto». Per un attimo lasciò scivolare lo sguardo verso il veicolo recuperato. «Con questo ghiaccio e la scarsa visibilità siamo usciti di strada».
A contatto con la neve gelida, Blue ebbe un leggero tremito, seguito da un debole mugugno.
«Non vedete? Sta male, ha bisogno di aiuto» incalzò Kiba.
I due soldati si scambiarono uno sguardo, studiando la situazione: ai loro occhi, quel ragazzo sembrava sinceramente preoccupato.
«Potete aiutarci?»
Tsume lanciò un’occhiata a Kiba: era davvero un attore nato. E forse, il fatto che avesse appena vent’anni e tratti ancora morbidi, lo rendeva meno minaccioso di quanto fosse in realtà.
«Il nostro campo è qui vicino» disse infine il comandante, abbassando l’arma. «Possiamo darvi i primi soccorsi, ma poi vi manderemo immediatamente al rifugio».
Kiba e Tsume si scambiarono uno sguardo d’intesa. Tsume si chinò di nuovo a raccogliere Blue, stringendo appena gli occhi mentre la osservava: per un istante, il volto di Misha gli attraversò di nuovo la mente.
Avrebbe voluto correre da lei con ogni fibra del suo corpo, ma si impose di restare lucido. Sapeva di essere egoista, lo era sempre stato, ma in quel momento non c’era solo Misha ad aver bisogno.
Se avesse abbandonato Kiba e Blue proprio allora, non sarebbe stato il compagno che aveva deciso di diventare.
«Questo qui è ancora vivo!» si levò una voce, proprio mentre i tre venivano condotti verso una camionetta.
Richiamato dall’improvviso trambusto, lo sguardo giallo di Tsume si spostò sul soldato che, straordinariamente, era sopravvissuto. In quell’istante si alzò una folata di vento, e un odore preciso gli raggiunse le narici.
Il suo sguardo tremò. Osservò meglio quel corpo: quelle ferite non erano compatibili con una semplice caduta.
Strinse un po' di più Blue tra le braccia, come per ancorarsi a qualcosa di reale, poi deglutì.
Quando Kiba si voltò per aiutarlo a caricarla sul veicolo, si accorse subito del cambiamento: Tsume era diventato pallido.
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Toboe continuava a correre a perdifiato attraverso quel bosco che sembrava non avere mai fine, con un unico pensiero fisso: anche un solo minuto di ritardo avrebbe potuto compromettere la sopravvivenza di sua sorella.
Presto, però, sentì montargli dentro una frustrazione profonda: possibile che quella foresta non finisse mai? Che ogni direzione lo riportasse sempre allo stesso punto?
Accelerò ancora, spingendo il corpo oltre il limite, e un ringhio furente gli sfuggì dalla gola. Doveva farcela. Doveva.
Nel buio, due occhi tondi e scintillanti brillarono per un istante.
«Toboe».
Un’eco lontana, una voce femminile, lo chiamò.
All’inizio pensò a un’allucinazione e la ignorò, continuando a correre.
«Toboe».
Questa volta era più vicina, più nitida. Più familiare.
Il cuore prese a battere ancora più forte, ma non poteva permettersi distrazioni. Non c’era tempo.
«Toboe».
Si voltò e il bosco scomparve. Al suo posto c’era il salottino di una piccola casa di legno. L'arredo era dello stesso materiale, vecchio ed essenziale.
Per un attimo rimase immobile, confuso; poi un profumo caldo e familiare lo raggiunse e bastò a dissipare ogni dubbio: era ora di cena e la sua nonnina gli aveva preparato il suo piatto preferito.
«Ecco qui, cucciolo mio» disse la donna, una figura anziana avvolta in abiti di lana azzurri, rattoppati in più punti; i capelli grigi raccolti in un fazzoletto bianco attorno alla testa.
Si chinò lentamente con la ciotola e, non appena la posò a terra, Toboe vi si fiondò, scodinzolando felice.
«Eri proprio affamato, vero?» aggiunse lei con voce dolce e un filo di stanchezza, mentre si dirigeva verso la sedia a dondolo, trascinando i piedi. Si lasciò cadere con un sospiro, trovando sollievo nell’imbottitura consumata.
Per qualche istante si sentì solo il rumore lieve e ritmico del lappare.
«Sei cresciuto tanto, mio dolce Toboe» continuò la nonna, iniziando a dondolarsi piano. Con due dita sfiorò il bracciale viola ad anelli che portava al polso.
Toboe era immerso in una gioia pura: i mobili, la luce calda, quella voce… Tutto apparteneva alla sua infanzia, al luogo che lo aveva accolto fin dai primi giorni.
Eppure, qualcosa stonava. Era sempre stato lì… Allora perché provava nostalgia?
Nel giro di pochi minuti la ciotola tornò vuota e lucida, e il giovane lupo prese a scodinzolare così forte da farla urtare contro un mobile, producendo un ritmo allegro.
La nonna ridacchiò. «Sei sempre stato un tipino irruento».
Provò a chinarsi per prendere un gomitolo di lana dalla sacca accanto a sé, ma il gesto le risultò faticoso. Toboe la precedette, afferrandolo delicatamente e porgendoglielo.
Lei gli accarezzò la testa. Quel tocco era così dolce, così colmo d’amore, che Toboe sentì le lacrime salirgli agli occhi. Perché si sentiva così triste e felice allo stesso tempo?
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Quando Blue riaprì gli occhi, impiegò qualche secondo a mettere a fuoco e a capire dove si trovasse. Sembrava una tenda adibita ad infermieria, a giudicare dalle brandine e diverse casse con una croce rossa sopra.
Accanto a lei, seduto su una sedia, c’era Kiba, con la schiena incurvata e i gomiti appoggiati alle ginocchia.
«Dove siamo?» chiese con un filo di voce.
Kiba sollevò subito lo sguardo e le rivolse un sorriso, sollevato. «Siamo in un accampamento militare. Purtroppo ci hanno scoperti».
Blue si corrucciò. «Mi dispiace, è stata tutta colpa mia».
Kiba si alzò, scuotendo il capo, e le prese una mano. «Al contrario, è stato provvidenziale. Almeno sei stata curata come si deve».
Solo allora Blue si rese conto delle fasciature alla testa e dell’ingessatura al braccio, molto più precisa rispetto alle stecche di fortuna che le avevano applicato prima.
«Il medico dice che hai preso una bella botta, ma non dovresti avere una commozione».
Blue annuì, assimilando l’informazione. «Ma non vi hanno chiesto i documenti?»
«Hanno creduto a quello che gli ho detto. Abbiamo dato generalità fittizie, e Tsume ha detto loro che sei sua sorella».
«Capisco…» mormorò, poi si accigliò. «Dov’è adesso?»
L’espressione di Kiba si fece più cupa, mentre la fissava negli occhi. «Tra i soldati coinvolti nell’incidente, uno è sopravvissuto. Tsume pensa che sia stata Misha ad attaccarli».
Blue deglutì, colta da un improvviso stupore.
«Sta cercando di ottenere più informazioni possibili, finché possiamo restare qui» aggiunse Kiba. «Per fortuna, questi soldati non sembrano sapere che siamo ricercati».
Approfittando dello stato di agitazione del campo, tra l’incidente dei soldati e l’arrivo loro con Blue bisognosa di cure, Tsume si defilò senza dare nell’occhio e seguì i soccorritori che stavano portando il sopravvissuto nella tenda medica.
La tenda, destinata agli interventi più complessi, presentava un taglio verticale nel tessuto. Tsume vi si accostò in silenzio, tendendo lo sguardo e le orecchie per cogliere ogni dettaglio.
L’uomo presentava diverse fratture, ma era sopravvissuto grazie ai corpi dei commilitoni che avevano attutito la caduta.
Forse, se fosse morto anche lui sul colpo, nessuno ci avrebbero fatto caso, ma ora che i medici lo avevano sottomano, anche loro riscontrarono l'anomalia di quelle ferite, rispetto a quelle che una caduta potesse procurare.
«Forse è stato un orso?» azzardò uno di loro.
Tsume dovette portarsi una mano alla bocca per trattenersi. Il respiro si fece irregolare, il petto che si alzava e abbassava troppo in fretta.
No.
Misha non li avrebbe mai attaccati senza una ragione. Forse l’avevano provocata, forse avevano minacciato qualcuno… Ma non per pura violenza. Questo lo sapeva. Non aveva bisogno di prove: ne era certo.
Un ricordo gli attraversò la mente come un lampo: quella fitta improvvisa alla spalla e al fianco dell'altra sera. Aveva capito subito che qualcosa era successo a lei e a Toboe.
I due eventi erano collegati?
«È in condizioni disperate» disse uno dei medici, interrompendo il flusso dei suoi pensieri. «Ma dobbiamo provarci. Passatemi l’antibiotico».
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Nel frattempo, Hige e il professor Silva cercavano di fare tutto il possibile.
Il professore aveva preparato un nuovo impacco da applicare alla ferita di Misha, mentre il corpo della ragazza era stato sistemato su un fianco per facilitarle il respiro.
Hige era accanto a lei e gli stava applicando con cura l'impasto ottenuto, lasciando scoperto solo il fianco ed assicurandosi che il resto venisse coperto dalla coperta termica. Quello che potevano fare era decisamente limitato, ma se anche una sola di quelle azioni avrebbe garantito un po' più di tempo a Toboe per cercare i soccorsi, allora nulla sarebbe stato davvero vano.
«Misha…» le sussurrò, con la voce bassa e incrinata. «Ti ricordi? Dobbiamo andare al ballo. Non vorrai mica farmi presentare alla festa di quel riccone con il moccioso come mio accompagnatore».
Misha non rispose, ma Hige non si arrese. «Pensa a quante cose buone ci saranno… Tutti i nostri piatti preferiti. Ed è inutile che mi sgridi ogni volta, anche tu sei una mangiona».
Un ricciolo le scivolò sulla guancia e lui glielo scostò con delicatezza. Fu allora che sentì il cuore stringersi: non era più calda. Anche il suo viso era diventato freddo.
Deglutì, forzando un sorriso che non riusciva a reggere. «Guarda che a Le Petit non ci torno, se fai la pigra e continui a dormire. Mi trovo un altro posto dove ordinare i panini».
Quentin Silva osservò la scena con espressione cupa. «Ragazzo, sei un soldato… Comportati come tale. Accetta il destino».
Hige non lo ascoltò nemmeno.
Il suo sguardo tremò, nascosto appena sotto la frangia, e, pochi istanti dopo, sulla neve caddero alcune lacrime.
«Torniamo alla caffetteria, Misha… Torniamo a quei giorni… Ti prego».
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Il crepitio del camino ed il calore scaturito da esso, avvolgevano la stanza. Accompagnato ad esso, il lento cigolio ed il leggero scricchiolio della sedia a dondolo, sotto il peso della nonna di Toboe.
Quest'ultimo era accanto a lei, godendosi quel momento. Uno dei tanti del suo quotidiano con lei. Lì, in quel posto fuori dalla città, Toboe viveva tranquillo, nel suo luogo sicuro.
La nonna fece scorrere lentamente il gomitolo tra le dita, osservandolo come se dentro ci fosse qualcosa di più di semplice lana.
«Vedi, Toboe, la vita è un po’ come questo filo» disse con voce calma. «Quando è ben arrotolato, o quando riesci a seguirlo senza che si intrecci troppo, sembra avere un senso. Sai da dove parte, e immagini anche dove può arrivare».
Fece una breve pausa, mentre il gomitolo le scorreva sotto le mani, scompigliandosi.
«A volte, però, si aggroviglia… E allora non capisci più niente. Non sai dove comincia, né dove finisce. Tiri da una parte e si stringe dall’altra. Più cerchi di sistemarlo, più sembra farti impazzire».
Lo guardò, con un sorriso dolce e velato di malinconia.
«Eppure il filo è sempre lo stesso, non cambia. Sei tu che devi avere pazienza, trovare il capo giusto, senza strappare tutto per la fretta».
Allungò una mano e gli sfiorò il muso.
«Perché anche quando sembra senza senso… Da qualche parte, un filo da seguire... C’è sempre».
Toboe non riuscì a comprendere fino in fondo quelle parole, eppure gli scivolarono dentro, come qualcosa di silenziosamente importante.
A un lieve movimento del polso della nonna, il bracciale tintinnò appena. Toboe sollevò lo sguardo, catturato da quei riflessi che danzavano nella luce calda del fuoco.
«Nonnina… Scusami tanto» disse a un certo punto, con la voce roca.
«Per cosa, cucciolo mio?» rispose lei con dolcezza, senza distogliere lo sguardo dalla catenella che stava intrecciando.
Toboe abbassò le orecchie. «È stata colpa mia… La mia irruenza… Ti ha ucciso».
«Ma io sono qui, non vedi? Proprio accanto a te».
Le lacrime gli salirono agli occhi. In un attimo mutò in umano e si sporse per abbracciarla. «Non sai quanto mi manchi, nonna».
La sedia a dondolo si inclinò leggermente all’indietro e il gomitolo le sfuggì di mano, rotolando sul pavimento. Per un istante lei parve sorpresa, poi sorrise e ricambiò quell’abbraccio con lo stesso affetto di sempre.
Toboe inspirò il suo odore che sapeva sempre di buono e di casa, di quella sicurezza di cui un cucciolo non si rende mai davvero conto, finché essa non finisce per sempre.
Rimase lì, inginocchiato, con la testa sul suo grembo, mentre la nonna gli accarezzava piano i capelli.
«Toboe…» mormorò. «Crescere non è diventare più forti e basta. È anche imparare ad accettare ciò che non puoi cambiare».
Fece una breve pausa, lasciando che quelle parole trovassero spazio dentro di lui.
«Ci sono cose che fanno male… Cose che vorremmo rifare, dire in modo diverso o evitare del tutto. Ma non sempre è possibile tornare indietro».
Le sue dita si fermarono un istante tra i suoi capelli, poi ripresero, ancora più dolci.
«E non devi portarti addosso tutto quel peso da solo. Non è così che si va avanti». Abbassò appena lo sguardo su di lui, con un sorriso lieve. «Io non sono davvero andata via, Toboe. Le persone che abbiamo amato… Restano. Nei gesti che fai, nei ricordi che ti scaldano, nelle scelte che prendi ogni giorno».
Gli sfiorò la fronte con una carezza più tenera.
«Sei diventato grande, sai? Non perché non soffri più, ma perché, anche con il dolore, continui ad avanzare». Il sorriso si fece un po' più malinconico, ma non meno caldo. «E ad ogni passo che fai… Io sono lì con te».
Toboe si sentì rincuorato da quelle parole e ne era certo: lei era davvero con lui. Lì, nel suo cuore, una luce a cui aggrapparsi quando qualunque altra sembrava spegnersi.
Alzò il capo e la guardò dritta negli occhi. Lei sollevò appena le palpebre, mostrando le sue iridi viola, colme d’affetto.
«Nonna» disse poi, con la voce esitante «se crescere vuol dire anche accettare ciò che ci capita, senza lasciarsi andare al rimpianto… Io lo farò. Per te». Subito dopo si accigliò e le prese le mani. «Ma se ci sono cose per cui posso fare la differenza, allora non posso stare a guardare». Sussultò, perché all’improvviso tornò a vedere chiaro ciò che stava facendo, perché si trovava lì. «Devo salvare Misha, devo trovarle una medicina e andrò fino in capo al mondo, se necessario. Anche lei vive nel mio cuore…» gli occhi gli tornarono lucidi «ma io… Io non voglio che diventi solo un mio ricordo».
Chinò il capo. «Ti prego, aiutami a salvarla… Lei… Lei è mia…»
«Certo che ti aiuterò» disse lei, con tono gentile, sollevandogli il mento con delicatezza. «La forza del tuo cuore salverà la tua mamma».
Detto questo, l’anziana si sfilò il bracciale dal polso e glielo consegnò. «Qui c’è il mio cuore e c’è il tuo. In esso Misha troverà la forza vitale di cui ha bisogno».
Toboe rimase sospeso, immobile.
Improvvisamente il rifugio sicuro iniziò a chiudersi su sé stesso, dissipato da una nebbia bianca che si stringeva intorno a loro.
La nonna gli sorrise ancora una volta, con quel suo sguardo gentile. «Mi ha fatto così piacere poterti rivedere, dolce Toboe. Non dimenticare mai le mie parole».
I capelli e i vestiti di Toboe si agitarono nel vento, mentre una forza invisibile premeva per spingerlo indietro, fuori da quella dimensione sospesa.
«Nonna, ma Misha come potrà…?»
«Lei saprà come fare» rispose lei, mentre diventava sempre più eterea e la sua voce tornava a essere un’eco «del resto… Lei è una di noi».
«Nonnaaaa!»
Il suo grido si disperse nel vento e, così come era apparso nella casa della sua infanzia, tornò nel cuore di quel bosco.
Il petto di Toboe si alzava e si abbassava, ancora agitato per ciò che aveva appena vissuto. Si guardò attorno, incredulo. Ma poi, subito dopo, si rese conto di qualcosa. La sua mano stringeva qualcosa: il bracciale ad anelli.
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Tsume assistette alle operazioni sul soldato mentre i medici cercavano di chiudergli le ferite, ma era evidente che, dopo tutto quel tempo al freddo e in quelle condizioni, ci fosse ben poco da fare.
Quando infine si allontanarono, borbottando tra loro che avrebbero dovuto predisporre una quinta bara, Tsume colse l’occasione per entrare. Assunse la forma animale, così che il suo olfatto più acuto potesse distinguere, tra l’odore pungente del disinfettante, eventuali tracce di Misha sul quel corpo e averne la conferma definitiva.
Avanzò lentamente, circospetto, le orecchie tese a captare qualsiasi rumore. Oltre alla branda su cui giaceva il soldato, ce n’erano altre, insieme a mobili carichi di medicinali.
Si avvicinò all’uomo, ora attaccato a una flebo il cui ticchettio scandiva il tempo. Sembrava incosciente, ma quando Tsume gli sfiorò il braccio con il muso, quello sussultò e spalancò gli occhi, colmo di terrore.
«Il grande animale… Il grande animale…» farfugliò.
La mascella di Tsume si serrò. Tornò umano, per fissarlo negli occhi. «Quale grande animale?»
«Artigli… Zanne… Era come nelle favole… Il lupo… Il lupo cattivo…»
Tsume lo afferrò per il colletto, ringhiando. «Che cosa è successo?»
«Era… Era una bella ragazza… sembrava facile… No, non era una ragazza… No… Non era un agnello… Il lupo… Il lupo cattivo…»
Le spalle di Tsume tremarono. «Lei non è un lupo cattivo». Le sue iridi si accesero di una luce fredda e feroce. «Siete voi, patetici esseri umani, ad esserlo».
La sua mano scivolò sul collo dell’uomo, stringendo. Sempre di più... Sempre di più.
Il soldato si agitò debolmente, gli occhi sgranati, mentre l’aria gli veniva meno. Provò a sollevare le braccia, ma non aveva forza.
Tsume sentiva la vita abbandonarlo… E continuava a stringere. Era a un passo dalla vendetta, a un soffio dal punire quell’essere che aveva osato posare lo sguardo su uno dei Creatori e pensare di restarne impunito.
Proprio allora, le parole di Misha gli tornarono alla mente: se avesse potuto scegliere, lei non avrebbe ucciso. Non si sarebbe macchiata di quel peso. E lui… Sarebbe diventato qualcuno che lei non avrebbe mai voluto accanto?
La presa si allentò.
Il soldato era svenuto, ma ancora vivo. Le sue condizioni restavano critiche, non per il gesto di Tsume, ma per il suo stesso corpo ormai allo stremo. Aveva comunque le ore contate… Ma non sarebbe stato Tsume a togliergliele.
«Sei nelle mani del tuo destino» sussurrò, abbassando il capo, mentre cercava di placare la rabbia che ancora gli bruciava dentro.
Poi sollevò lo sguardo, che scivolò sugli armadietti dei medicinali.
Ripensò alle ferite che aveva avvertito sul proprio corpo, come se fossero state inflitte a lui. In particolare a quel bruciore al fianco che lo aveva attraversato come il passaggio di una pallottola. E se quella ferita non si fosse mai rimarginata? Il pensiero lo attraversò come una lama.
Tornò a guardare il soldato: gli avevano somministrato antibiotici contro le infezioni. Forse anche Misha ne aveva bisogno.
Si portò una mano alla testa e, ancora una volta, una fitta violenta gli attraversò le tempie. C’era qualcosa… Qualcosa appena dietro l’angolo della sua mente, che premeva per emergere ma non riusciva ancora a farsi strada.
Aveva creduto di essere uscito dall’Amnesia del Rakuen; a differenza di Hige, che ne era stato travolto, perché strappato ad un realtà in cui stava bene, lui aveva avuto l’impressione che il passaggio fosse stato fluido, come l'acqua che scorre. Invece mancava ancora qualcosa. Un ultimo tassello.
Si avvicinò al mobile e iniziò a leggere con attenzione le etichette. Ce n’erano di diverso tipo, tutte destinate a contrastare le infezioni più gravi, ma non essendo un medico non poteva fare altro che affidarsi a quelle poche indicazioni.
E se avesse scelto il farmaco sbagliato? Se, invece di salvarla, avesse peggiorato le sue condizioni?
La sua mano esitò, sospesa per un istante prima di girare la chiavetta dell’armadietto. Gocce di sudore gli scivolavano lungo le tempie.
Non la percepiva più. Forse era già troppo tardi, forse ciò che stava facendo era inutile... Ma non poteva abbandonare così la speranza. Non poteva limitarsi ad accettarlo.
Se l’istinto lo aveva guidato fino a quel momento, se era in grado di sentire tutto questo, se la loro stessa esistenza era qualcosa di così straordinario… Allora non doveva esitare proprio adesso.
Prese un respiro profondo e afferrò un flacone. Nessuno gli avrebbe dato la certezza di aver scelto quello giusto. Poteva solo fidarsi di ciò che sentiva dentro.
Quando tornò dai suoi compagni, questi notarono subito il sacchetto di plastica bianco che teneva in mano. Non ebbero però il tempo di fare domande.
«Ora possiamo andare. Ve la sentite?» disse Tsume.
Kiba e Blue si scambiarono uno sguardo, entrambi accigliati. «Non sarà facile uscire da qui senza essere visti» osservò il primo.
Tsume sorrise, provocatorio. «Vorrà dire che lo faremo in bella vista».
Uscirono così dalla tenda con passo tranquillo, come se non avessero nulla da nascondere. I soldati passavano loro accanto senza sospettare, troppo occupati o distratti per cogliere le loro intenzioni.
La neve scendeva lenta, quasi sospesa. Tsume sollevò appena lo sguardo: quella discesa gli ricordava fin troppo quella del suo sogno.
Scacciò con forza l’immagine successiva — Toboe in lacrime che stringeva il corpo senza vita di Misha — ma un’urgenza improvvisa gli attraversò il petto, spingendolo a velocizzare il passo verso l’uscita.
Quel cambiamento non passò inosservato. I soldati erano già in allerta e quei tre sconosciuti senza documenti, per quanto non fossero detenuti, potevano essere chiunque. Anche delle spie.
«Signore, dove sta andando?» chiese un giovane soldato, sbarrandogli la strada con la mitraglietta sollevata, ma non ancora puntata.
«Da nessuna parte» rispose Tsume, infastidito.
«Allora, per favore, torni alla tenda assegnata».
In quel momento arrivarono anche Kiba e Blue, e il soldato si irrigidì ulteriormente.
«Signori, tornate indietro o dovrò avvertire i miei superiori».
«Lasciaci passare, moccioso» intimò Tsume, ormai privo di qualsiasi pazienza.
Quella risposta, chiaramente, non piacque al soldato. In un attimo sollevò il walkie-talkie per chiamare rinforzi, ma Tsume scattò in avanti e lo sbilanciò prima che potesse parlare.
«Allarme!» gridò comunque il militare, richiamando l’attenzione degli altri, che subito impugnarono le armi.
Non ebbero scelta. Tsume, Kiba e Blue si lanciarono nella fuga, balzando da una parte all'altra e schivando con movimenti rapidi mentre i primi colpi venivano sparati nella loro direzione. La loro velocità e i loro riflessi, però, erano ben oltre quelli umani: in pochi istanti superarono la palizzata e si dileguarono nella notte, prima che qualcuno potesse organizzare un inseguimento.
«Quando hai detto che ci saremmo mossi in bella vista, non avevi accennato anche a dare spettacolo» lo riprese Kiba, correndo al suo fianco.
«L’amore, del resto, ti spinge a fare follie» commentò Blue che, invece di essere irritata per la concitazione, sembrava quasi divertirsi, attraversata dall’adrenalina.
«Se quel romanticone del tuo fidanzato ti avesse sentito, avrebbe alzato il pollice bene, bene in alto» ribatté Tsume, con un mezzo sorriso, per nulla pentito.
Al petto stringeva il sacchetto, custodendo qualcosa che, in quel momento, valeva più di ogni altra cosa.
In men che non si dica, si ritrovarono tra gli alberi, lontani dall’accampamento, immersi in una foresta fitta e scura. Il loro istinto diceva loro che era lì che avrebbero trovato i loro amici.
Gli occhi erano fissi sull’obiettivo, i movimenti agili anche in forma umana. Presto li avrebbero raggiunti.
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Toboe osservò per un istante ancora il bracciale tra le mani, rigirandolo piano. Poi scosse il capo: non poteva indugiare oltre. Se lo infilò al polso e subito una sensazione di calore lo attraversò, la stessa che aveva provato poco prima, tra le braccia della nonna.
Subito dopo mutò di nuovo in lupo e si rimise in corsa, tornando indietro.
Il naso di Hige si mosse istintivamente non appena il vento gli portò l’odore del suo arrivo, anticipandone la presenza.
Quando vide l’animale balzare sulle rocce, il cuore venne attraversato da un'onda di speranza… E subito dopo da un’ombra di preoccupazione: era tornato troppo in fretta. Possibile che Toboe fosse stato così fortunato da trovare un repentino aiuto? Possibile che lo fossero stati davvero?
Appena quest'ultimo atterrò sulla loro sponda, lo sguardo gli cadde sul bracciale che portava alla zampa. Lo riconobbe subito: era lo stesso che indossava nella loro vita precedente. Non credeva lo avesse ancora.
«Hai chiamato i soccorsi?» chiese Silva, alzandosi in piedi, mentre Toboe tornava umano.
Toboe era raggiante. «Ho trovato la medicina che potrà guarire Misha!»
Gli occhi di Hige si illuminarono. «Presto, passamela!» disse, tendendo la mano. Ma la sua espressione cambiò all’istante, quando nel palmo si ritrovò il bracciale.
«È uno scherzo?» chiese, atono, abbassando lo sguardo.
«No, affatto. Con questo salveremo Misha» rispose Toboe, ancora sorridente.
Un ringhio profondo e ruggente salì dal petto di Hige. I capelli gli si drizzarono, le spalle tremarono. Con un gesto secco scagliò il bracciale a terra, che tintinnò contro un sasso e rotolò via.
Un attimo dopo era addosso a Toboe, lo sguardo mutato, furente, attraversato da un odio che non lasciava spazio ad altro.
«Pezzo di idiota! Che ci dovrebbe fare con un bracciale?!»
«Me lo ha dato mia nonna!» cercò di ribattere Toboe, ma fu peggio: Hige sollevò il braccio e lo colpì con un pugno violento, facendolo crollare a terra.
Dal basso, Toboe lo vide sopra di sé: un fascio di nervi, i canini allungati, gli occhi ridotti a due fessure. Era a un passo dal perdere completamente il controllo.
«Io… Io credevo di potermi fidare…» disse Hige, la voce tesa al limite. «Invece sei impazzito. Misha… Misha ha i minuti contati. Tua madre non vedrà l’alba e tu…»
Anche Toboe ringhiò, stringendo le mani nella neve. I suoi occhi mutarono di nuovo. «Ed è proprio per questo che quel bracciale la salverà!»
Hige non volle sentire ragioni. Per lui, quelle parole non avevano alcun senso. Scattò in avanti.
Silva fu costretto ad arretrare di qualche metro, per non essere travolto anche lui da quella furia.
«No, fermatevi, ragazzi!» provò a gridare, mentre i due si affrontavano senza riserve. Gli artigli graffiavano, i colpi si susseguivano, e più volte i loro canini furono a un soffio dall’affondare nella carne dell’altro.
Hige era più forte, più massiccio, ma Toboe resisteva senza arretrare, affrontando a testa alta quello che ormai era diventato il suo avversario. Non si trasformò completamente, per ora, se non per schivare all’ultimo istante gli attacchi più pericolosi.
Il professore voltò lo sguardo verso Misha e, dentro di sé, la implorò di aprire gli occhi, solo lei avrebbe potuto fermarli. Ma forse quella ragazza... Era già altrove.
Toboe a un certo punto si trovò ad arretrare. Benché il suo istinto naturale alla lotta fosse venuto in suo soccorso, Hige rimaneva troppo per lui, avendo anche ricevuto un addestramento militare nei primi mesi del suo arruolamento.
Hige sembrava essere andato fuori di sé, completamente travolto dall’istinto primordiale del predatore. Ma Toboe notò anche che, in un paio di occasioni, qualche lacrima gli stava rigando il viso. Non c’era solo rabbia, c'era anche dolore. Hige si stava sfogando forse nell’unico modo in cui riusciva a liberare tutta la tristezza che lo stava divorando dall’interno.
Doveva quindi trovare un modo per resistere, finché quella carica cieca non avesse iniziato a scemare… Ma sarebbe stato in grado di farlo?
Il soldato dai capelli rossi saltò in avanti e, muovendo il braccio con un gesto semicircolare dall’esterno verso l’interno, con gli artigli lacerò la casacca di Toboe, al quale il cuore salì in gola.
Per un attimo il ragazzo invocò la madre, che fino a quel momento era sempre intervenuta per proteggerlo dal pericolo, ma subito ricacciò quel richiamo. Lui non era più un cucciolo. Lo aveva detto tante volte, e forse ora era giunto il momento di dimostrarlo.
Con un ringhio più profondo, gli occhi di Toboe si fecero più accesi. Mutò in forma di lupo e contrasse i muscoli. La pelliccia era irta, il labbro superiore vibrava appena, mostrando un canino affilato.
Fu questione di un attimo: raccolse le energie, piegò le zampe e scattò in avanti, colpendo con quelle anteriori il petto di Hige, che, colto di sorpresa, vacillò all’indietro.
Toboe però non si fermò. Saltò indietro, poi di nuovo contro di lui, spingendolo verso una direzione precisa: il torrente.
Hige provò a rispondere cercando di artigliarlo, ma Toboe era più veloce. A un certo punto la neve divenne fanghiglia e, arretrando, Hige scivolò, perse l’equilibrio e cadde, sollevando spruzzi d'acqua.
Toboe provò ancora a spingerlo, ma ora che Hige era a terra, questi riuscì ad afferrargli la zampa, quella ferita dal proiettile.
Una scossa di dolore attraversò Toboe e quell’esitazione bastò a permettere a Hige di sovrastarlo.
Sollevò di nuovo il braccio e le unghie scintillarono di rosso, catturando il riflesso delle fiamme del falò.
Abbassò il braccio, rapido e inesorabile... Ma proprio in quel momento una figura bianca gli fu addosso come una forza dirompente.
Hige venne sbalzato all’indietro, sopraffatto da un grande lupo bianco che gli mostrava le zanne, con gli occhi lampeggianti di rabbia.
L’attimo dopo, al posto della zampa comparve una mano, che assestò un pugno deciso al volto del ragazzo, facendogli vedere le stelle.
Nel frattempo Toboe si rimise in piedi, pronto a scattare in avanti, ma alle spalle un lupo nero gli saltò addosso, immobilizzandolo.
Il lupo marrone provò a divincolarsi, ma chi lo teneva fermo, nonostante una zampa ingessata, era più abile e più deciso.
«Ma cos’è questa follia fratricida?» sbraitò Kiba, facendo riecheggiare la sua voce nel circondario.
Hige lo fissò, sostenendo lo sguardo, ma Kiba non si lasciò intimidire. Gli assestò un altro pugno e, questa volta, Hige sputò sangue.
Kiba sollevò di nuovo il braccio, pronto a colpirlo ancora, ma Hige lo fermò, alzando le braccia e incrociandole a X appena sotto gli occhi. «Basta, fermati. I tuoi ganci mi hanno fatto rinsavire».
A conferma di ciò, le sclere nere si ritirarono, così come i canini e gli artigli. «Sono tornato in me».
L’ultima frase uscì vuota, priva di qualsiasi energia.
«Perché hai attaccato Toboe a quel modo!?» chiese Kiba, senza muoversi di un centimetro.
Hige sussultò. «Perché Misha è morta… E lui, invece di cercare una medicina, è tornato con un inutile braccialetto».
Quelle parole caddero tra loro come un macigno, lasciando un silenzio pesante.
«No!» disse Tsume, arrivato proprio in quel momento, lo sguardo sospeso e le braccia abbandonate lungo i fianchi. Lentamente lo abbassò su quel corpo immobile, nascosto dalla coperta argentata.
«Mamma!» esclamò Toboe che, divincolandosi dalla presa di Blue, si precipitò da lei. La sollevò tra le braccia, scuotendola, chiamandola con disperazione, ma Misha non reagiva.
La neve cadeva lenta sulle loro teste.
Le labbra di Toboe tremarono. «Misha è…»
«No, non lo accetterò mai!» sbraitò Tsume. In un attimo aveva già estratto la siringa dal sacchetto.
Si mosse in avanti e strappò la ragazza dalle braccia di Toboe. Con un gesto deciso le aprì la camicia e le conficcò l’ago all’altezza del cuore.
Il corpo di Misha reagì con uno spasmo improvviso, seguito da un respiro violento, come se avesse trattenuto il fiato troppo a lungo, grazie alla soluzione di adrenalina che Tsume le aveva appena iniettato.
Quel suono si propagò nell’aria, congelando tutti, in uno stato di sospensione.
Misha aprì gli occhi, ma non sembrava ancora davvero presente.
Toboe non esitò un istante: raccolse il bracciale da terra, ancora avvolto da quella lieve aura viola, e glielo infilò al polso sinistro.
La luce penetrò nella sua pelle, diffondendosi lungo le vene fino a raggiungere gli occhi, i quali da azzurri… Divennero viola.
Lentamente si sollevò, con un’espressione indecifrabile sul viso. Tsume non la trattenne e rimase immobile a seguirla con lo sguardo, mentre lei si dirigeva verso il torrente.
Blue si scostò e ciò che provò, non appena le sue narici catturarono l’odore di Misha, la scosse nel profondo. Non era come il profumo dei fiori della luna: era qualcosa di diverso, che le diede una sensazione di inebriante intensità, la stessa che provava quando pensava al suo Hige.
Misha si abbassò i pantaloni, restando in biancheria e con la camicia. Quando l’acqua le sfiorò il corpo, questo sembrò emanare una luce chiara, come se brillasse di luce propria.
Incrociò le braccia al petto e rimase lì, immobile.
Gli altri si alzarono e si avvicinarono alla sponda, come incantati, incapaci di distogliere lo sguardo.
La ferita al fianco si riaprì e da essa iniziò a fuoriuscire un liquido scuro. Non era come prima, però: non stava perdendo sangue. Sembrava piuttosto che il suo corpo si stesse purificando.
Ad ogni goccia di infezione che veniva espulsa, il colorito tornava sulle sue guance, mentre un senso di sollievo iniziava lentamente a farsi spazio nel suo sguardo.
La luce chiara si rifletté negli occhi di Tsume e degli altri, mentre la ferita lentamente si richiudeva.
Per un attimo a Kiba parve di sentire l'antico canto della tribù dell'indiano che nella sua vita passata lo aveva salvato dalle macerie lasciate dall'incendio, rendendolo l'unico sopravvissuto del suo branco. Lo sentiva vivo nel suo petto, come se quei tamburi stessero battendo proprio in quel momento.
Ora i fiocchi, toccando l'acqua, anche loro sembrarono emettere un lieve bagliore, un attimo prima di sciogliersi e a quel luogo silenzioso ora si era aggiunto qualcosa di surreale, come se avessero appena avuto accesso ad un realtà sospesa, quasi onirica.
«Questo… Questo è un miracolo» balbettò il professore, togliendosi il cappello marrone.
La guarigione non agì solo sul corpo della ragazza, ma anche su di loro: dentro, qualcosa si alleggeriva, come se un peso invisibile si stesse sciogliendo.
Hige sussultò. «Ma è un…» Non fece in tempo a finire la frase: Toboe gli assestò una gomitata dritta allo stomaco.
«Ahi! Perché lo hai fatto?» protestò, piegandosi appena e massaggiandosi.
Forse voleva ancora combattere?
«Nel caso ti tornasse l’Amnesia del Rakuen» rispose Toboe con tono disinvolto, incrociando le braccia, senza distogliere lo sguardo da Misha.
Quando anche l’ultima traccia della ferita scomparve, Misha lasciò uscire un sospiro di sollievo. Poi sollevò lo sguardo sui suoi amici e accennò un sorriso. «Ora sto bene».
Tsume non aspettò oltre.
Si gettò in acqua con impeto, sollevando schizzi, la raggiunse e la strinse in un abbraccio forte. Affondò le dita nei suoi ricci scuri e la serrò al petto, come a volerla tenere lì, reale. Il suo corpo tremava, mentre tutta la tensione si scioglieva.
«Non ci provare mai più, cazzo… Non farmi prendere questi colpi, nerd dei libri che non sei altro» disse, con un mezzo ringhio che cercava di contenere l’emozione.
«Non sei proprio capace di dirmi qualcosa di più gentile, eh?» lo canzonò lei a bassa voce.
Tsume le prese il viso tra le mani e premette la fronte contro la sua. Le iridi gialle erano accese. «Se fossi finita dall’altra parte, giuro che ti avrei strappata alla morte con ogni mezzo. Anche a costo di prendere a calci la Mietitrice».
Non stava scherzando. Se erano davvero discendenti dei Creatori, allora lui avrebbe utilizzato ogni singola briciola di quel potere ereditato, per poterla salvare.
Misha gli accarezzò una guancia e lui le prese la mano, premendovi un bacio sul palmo. Poi lei spostò lo sguardo oltre la sua spalla, incrociando quello di Blue, che si stava tastando il braccio ingessato.
Misha sollevò il suo, in un gesto d’invito. «Blue, vieni. Guariamo anche le tue ferite, prima che il potere del bracciale si ritiri». Poi tornò a guardare Tsume, sorridendo dolcemente, lo sguardo carico di dolcezza. «Grazie per il tuo aiuto. Ora, per favore, lasciaci spazio».
Tsume la osservò ancora un istante, come per assicurarsi che stesse davvero bene. Poi annuì e si fece da parte.
Blue si fece aiutare da Kiba a togliersi l’impermeabile e gli stivali, restando in canotta e minigonna nera. Immerse le gambe nell’acqua e avanzò lentamente verso Misha.
Era leggermente più alta di lei e si incurvò appena quando posò la fronte contro la sua, socchiudendo gli occhi.
Dopo pochi secondi, il bracciale tornò a brillare. La luce avvolse anche Blue: prima la testa, da cui scivolarono le bende, poi il braccio, la cui ingessatura iniziò a scricchiolare, fino a incrinarsi.
Blue serrò i denti, mentre sentiva l’osso risanarsi.
Misha la strinse un po' di più, come per condividere con lei quel dolore.
A un certo punto, Blue afferrò il gesso e se lo strappò via con un gesto secco: non le serviva più. Mosse il braccio con disinvoltura, come se non fosse mai stato ferito, e si lasciò andare a una risata allegra e soddisfatta.
Misha le sorrise a sua volta, felice di vederla completamente ristabilita.
In un impeto di affetto, Blue l’abbracciò forte, strofinando la guancia contro la sua. Misha ricambiò, ridendo, mentre la luce del bracciale iniziava già ad affievolirsi.
«Perché ti sei seduto?» chiese Toboe a Hige, che si era lasciato cadere a terra all’improvviso, quasi a peso morto.
Hige sorrise, con le guance arrossate. «Certe scene mi commuovono troppo, eheh!»
«Ah sì, anche a me!» esclamò Toboe, raggiante, portando le mani ai fianchi.
Hige incrociò il suo sguardo, sorridendo, cercando deliberatamente di ignorare quelli, ben più severi, di Silva, Kiba e Tsume, che lo stavano fulminando senza alcun filtro.
Poi tornò a guardare Misha e Blue, attirato dalle loro risate. Vedendole così felici e spensierate, non poté fare a meno di portarsi una mano alla bocca, mentre lo sguardo si faceva lucido.
Erano vive. Entrambe stavano bene, lì, proprio davanti ai suoi occhi.
Nessuno aveva lacerato la gola di Blue, nessun soldato di Jagra aveva trafitto Misha con la sua lancia. Fu come liberarsi da un peso opprimente, qualcosa che gli schiacciava l’anima stessa.
Toboe si accorse del suo pianto silenzioso e si chinò su di lui, posandogli una mano sulla spalla. Non servivano parole, solo quella presenza.
Hige lo guardò con gratitudine, ma anche con un’ombra di dispiacere, soffermandosi sulla guancia del suo amico, che stava già diventando livida per il pugno che gli aveva dato poco prima.
Le iridi di Misha tornarono azzurre nel momento in cui il bracciale perse ogni potere, tornando a essere un semplice oggetto. Eppure, il suo significato… Sarebbe rimasto vivo nei cuori di tutti loro.
Quando uscirono dall’acqua, erano fradice e tremanti per il freddo, i vestiti completamente incollati ai loro corpi.
«La prossima volta ci facciamo il bagno in estate, va bene?» disse Blue.
«Assolutamente d’accordo!» concordò Misha.
«Se volete vi riscaldo io!» esclamò Hige, ormai completamente ripreso, che non perse occasione per allargare le braccia, pronto ad accoglierle entrambe e offrire tutto il suo calore.
Ma un attimo prima che potesse stringerle a sé, entrambe mutarono in lupo e, con una sgrullata decisa, si liberarono dell’acqua in eccesso.
Le gocce, insieme a neve e fango, gli finirono dritte in faccia.
Tsume, Kiba e Toboe si piegarono dalle risate; persino il professor Silva dovette voltarsi, nascondendo il sorriso dietro una mano.
Hige li fulminò con lo sguardo, le braccia rigide lungo i fianchi. Ma l’espressione gli si spense di colpo quando, all’improvviso, si ritrovò abbracciato dalle stesse Misha e Blue.
«Grazie per tutto ciò che hai fatto» sussurrò Misha, con gli occhi socchiusi e la voce colma di gratitudine.
Hige le strinse entrambe, di nuovo sopraffatto dall’emozione, lo sguardo lucido. Poi si chinò e baciò il capo di tutte e due.
In quell’istante sospeso, i cuori di tutti si riempirono di calore. Kiba, Toboe, Tsume e Quentin Silva non ridevano più: osservavano la scena con un sorriso, velato di commozione.
Peccato che la natura spensierata di Hige, ora libera da ogni senso di colpa e da qualsiasi freno, non tardò a riemergere.
Passato quel momento, mentre le due erano ancora abbracciate a lui, sollevò lentamente il capo e lanciò uno sguardo dritto verso gli altri quattro, accompagnato da un sorriso provocatorio che diceva chiaramente: alla faccia vostra.
Tsume e Toboe non seppero mai come quel giorno riuscirono a trovare la forza di non prendere Hige e gettarlo nelle acque gelide del torrente, legato a dovere come un salame e con la compiacenza di Kiba e del professore. Un mistero di cui forse solo gli angeli conoscevano la risposta.
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«No, Hamona!» urlò Darcia, e il suo grido, proveniente dalla camera da letto, riecheggiò per tutto il piano.
I domestici avvisarono immediatamente i suoi genitori e Cher: l’uomo stava dando in escandescenze, rovesciando oggetti e colpendo qualsiasi cosa gli capitasse a tiro.
Furono necessari diversi uomini per tentare di contenerlo. Il suo occhio di lupo era acceso, le zanne affioravano dalle labbra, e dalla sua gola usciva un ringhio che poteva appartenere solo ad un animale feroce.
«Figlio mio, ti prego, calmati» implorò la madre.
Ma Darcia non la vedeva. Davanti ai suoi occhi c’era qualcos’altro, qualcosa che gli infliggeva insieme rabbia e dolore.
Il padre fu costretto a ordinare ai medici di preparare un sedativo: era la prima volta, da quando l’Amnesia del Rakuen aveva iniziato ad abbandonarlo da bambino, che si arrivava a tanto.
Gli infermieri dovettero spingere con forza l’ago, perché i muscoli del magnate erano talmente tesi da sembrare pietra.
Cher cercò il suo sguardo, prendendogli il volto tra le mani. «Lord Darcia, sono io, mi riconoscete? Vi prego, tornate in voi».
Forse per via dei capelli biondi, degli occhi chiari, del tono della pelle — così simili a quelli di Hamona — il volto di Darcia si addolcì per un istante. Lentamente sollevò una mano e le accarezzò la guancia.
«Mio dolce amore… Sei qui, allora. Ho avuto paura che ti avessero ucciso».
Quello sguardo sereno, ma smarrito, non diede a Cher la forza di contraddirlo. Gli prese la mano e la premette contro il proprio viso, annuendo con un sorriso lieve.
«Sì, sono qui. Va tutto bene… Calmatevi. È stato solo un brutto sogno».
Darcia abbassò lo sguardo, lasciando uscire un respiro pesante. «Lungo quanto ere intere».
Passarono giorni prima che potesse dirsi davvero tornato in sé.
Nella penombra della sua stanza, si osservò allo specchio, lo sguardo cupo, mentre con due dita accarezzava, come d’abitudine, la benda nera sull’occhio.
Deglutì appena, poi estrasse il cellulare dalla tasca della giacca e chiamò la sede de Il Fiore Bianco.
«Buonasera, Lord Darcia. Come possiamo aiutarvi?»
«Voglio aggiornamenti sulla ricerca del Monte del Principio. Sono settimane che non ricevo un report dal professor Silva».
«Ci risulta che il report sia stato inviato, ma evidentemente l’informazione è andata perduta».
«Qual è la situazione?» incalzò lui, già spazientito.
«Il professore, insieme a Misha, Toboe e al soldato di scorta Hige, è partito seguendo la cometa apparsa nel cielo. Hanno ritrovato il camioncino con cui erano partiti, ma era vuoto. Al momento non abbiamo altre notizie».
Il cellulare tremò lievemente nella mano di Darcia. «Ci sono novità sul risveglio di Misha?»
La segretaria esitò un istante di troppo.
«Nessuna novità. La signorina Misha risulta ancora inconsapevole della sua vera identità, al momento della partenza».
«Capisco…» mormorò lui, abbassando lo sguardo. «Avvisatemi subito se ci sono sviluppi».
«Certamente, Lord Darcia».
La chiamata si interruppe.
Dall’altra parte, la segretaria tirò un sospiro di sollievo. Aveva seguito le istruzioni del professore alla lettera: non rivelare a Darcia che Misha si era in realtà già risvegliata. Non ne conosceva il motivo, ma non era affar suo.
Il cellulare scivolò dalle dita di Darcia, cadendo a terra. L’uomo tremò appena.
Aveva avvertito un dolore acuto al fianco, l'altro giorno. Anche ora, sfiorandolo, gli sembrava di sentire ancora la pelle bruciare.
Gli era parso, inoltre, di vedere Misha davanti a lui, sospesa tra la vita e la morte, reale, come fosse stata nella stanza con lui.
Forse perché in lei rivedeva lo spirito di Hamona - e per questo, fin dall’inizio, aveva deciso che sarebbe stato il suo sangue a riportare indietro la donna che amava - ma di una cosa era certa: il legame tra loro era molto più profondo di quanto avesse mai immaginato.
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