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Quando Blue aprì gli occhi in quel campo sterminato di fiori della luna, quasi non credeva ai suoi occhi. Era assolutamente convinta che non avesse le "carte in regola" per attraversare il Rakuen, eppure era lì, con quel buon odore che le riempiva i polmoni e quella vista paradisiaca.
Non era sola. Accanto a lei c'era Hige.
Non appena lo vide, sentì le lacrime montarle. Entrambi erano convinti che non avrebbero mai potuto accedere a quel luogo. Ricordava ogni singolo istante di quegli ultimi tragici momenti, ma ora che era lì, li scacciò con forza, concentrandosi solo su quelli condivisi insieme al lupo dal manto ambrato.
Erano pochi, certo, ma preziosi. Si erano conosciuti in circostanze pericolose, proprio quando ormai il mondo era sull'orlo della sua totale disfatta. Ma nonostante tutto, alla fine, i loro cuori si erano uniti, ed il fatto che ora fossero insieme, ne era la prova.
Non appena anche il compagno si rese conto, a sua volta, della sua presenza, i loro cuori esplosero dalla gioia, lasciandosi andare a corse e giochi, come fossero tornati improvvisamente due cuccioli.
Ma quando il momento di gioco terminò e si abbracciarono, guardandosi negli occhi, entrambi sapevano che ora niente e nessuno li avrebbe separati.
Infine, quando le loro labbra si sfiorarono, in forma umana, Blue comprese che non avrebbe voluto un altro compagno al di fuori di lui. Un ragazzo dolce e leale, che nonostante le sofferenze aveva lottato fino all'ultimo.
Forse aveva uscite un po' sciocche, talvolta… ma era il suo sciocco. E ora, in quel luogo di pace, aveva la possibilità di vivere finalmente questo amore e magari, un giorno, coronarlo con dei figli.
Stavano passeggiando mano nella mano già da un po’, parlando del più e del meno, quando avvertirono il sopraggiungere di una presenza positiva. Si fermarono, guardando ed aspettando: la figura dai capelli rosa, allegramente, quasi danzando, si stava avvicinando a loro a passo svelto.
«Amici, amici!» disse la fanciulla, con un sorriso luminoso «che piacere!»
«Cheza!» esclamarono in coro, correndole incontro ed abbracciandola con gioia.
«Oh amica mia, che bello rivederti!» disse Blue, carezzandole il viso «Non credevo… non credevo…» a quel punto non riuscì più a trattenersi. Lacrime di gioia le rigarono il viso e Cheza rispose cogliendone una, la quale mutò in un petalo di fiore della luna.
«Ti trovo in splendida forma!» disse Hige, incrociando le mani dietro la nuca e ridacchiando, con il suo solito fare allegro «Vedrai Kiba quanto ci rimarrà male che ti abbiamo trovato prima noi!»
«Sempre che non si siano già incontrati» puntualizzò Blue.
Cheza rispose con un sorriso lievemente dispiaciuto, scuotendo il capo «Benché sia stato l’ultimo di voi ed abbia assistito alla sua evoluzione, al momento non avverte la sua presenza.»
Hige fece spallucce «Beh questo è il Rakuen, no? Prima o poi arriverà… magari si è fermato a fare pipì da qualche parte»
Blue si diede una pacca sul viso. Hige aveva fatto una battuta talmente pessima, ma detta con tale naturalezza, da aver fatto il giro ed essere diventata divertente.
Persino Cheza sorrise, forse solo per non mettere in imbarazzo l’amico. Poi aggiunse qualcosa che lasciò spiazzata la coppia: «Questo non è il Rakuen» spiegò «Questo è il Sentiero. Qui le anime rinate dei lupi si riuniscono ed insieme attraverseranno la soglia per il vero Rakuen»
Fece una breve pausa, poi guardò Hige «Hai già avuto modo di vederlo... quella volta»
Hige ci pensò su per un attimo, poi lo sguardo si illuminò. Batté il pugno sul palmo «Ma certo, quando abbiamo danzato sotto la luna ed il sentiero si è aperto davanti ai nostri occhi»
Cheza annuì «Quella era una finestra… mentre ora ci siete dentro»
«Cheza» disse Blue, con lo sguardo basso ed il pugno stretto all’altezza del petto, come a cercare di trattenere qualcosa «Io credevo di non avere diritto a questo luogo, il mio sangue non è puro»
Cheza allora le prese dolcemente la mano e la chiuse tra le sue. «Non è il sangue a determinare queste cose. Ora che anche lei ha accesso a questo luogo, di cui è stata designata la traghettatrice, ma di cui non conosceva davvero ciò che l’aspettava… ora vede molte cose» sollevò lo sguardo verso il cielo terso, dove si potevano intravedere scie luminose «Tra queste, il fatto che non è né la purezza del sangue, né un passato sempre retto a determinare chi abbia diritto o meno»
Fece una breve pausa, poi aggiunse piano: «Persino alcuni umani avranno accesso a questo luogo»
Hige e Blue rimasero senza parole, stupiti e felici allo stesso tempo.
«Quindi anche io…» disse Hige con voce esitante «nonostante tutto…»
Cheza annuì dolcemente. «Sono le azioni a determinare questo diritto» poi il suo sguardo si fece più cupo «anche se sì… il sangue può garantire un accesso. Per questo c’è stato chi è riuscito ad arrivare ad un passo, pur non essendone degno»
Il vento soffiò tra di loro, mentre quelle parole si depositavano lentamente.
«Comunque non ci sono riusciti» disse Blue con decisione, facendo un passo avanti «E ora, davanti a noi…» strinse la mano ad Hige «c’è solo il futuro»
Tutti e tre si guardarono, con una rinnovata consapevolezza: d’ora in poi, tutto sarebbe stato diverso.
«Seguitela» disse infine Cheza, accompagnando le parole con un gesto della mano «Cerchiamo gli altri»
La ragazza li precedette, muovendosi con passo leggero, come un fiore sospinto dal vento.
Hige strinse a sua volta la mano di Blue ed entrambi si scambiarono un cenno d’intesa. Poi, in forma di lupo, la seguirono, sollevando petali al loro passaggio, lo sguardo acceso e colmo di emozione.
Tra poco avrebbero rivisto i loro cari. Finalmente… tutto andava bene.
Almeno così credevano.
«Ragazzi! Ehi!»
Quando ad Hige e Blue giunse alle orecchie la voce allegra di Toboe, che da lontano li salutava, felice e in salute, la loro corsa aumentò sensibilmente.
Accanto a lui c’era Tsume, che osservava il loro arrivo con le braccia incrociate e un sorriso soddisfatto.
«Whua! Non tutti e due assieme!» urlò Toboe, agitando le braccia, quando si vide i due grossi lupi saltargli addosso, travolti dalla contentezza.
Del loro gruppo, lui era il più giovane ed era stato anche il primo a cadere, per proteggere Quent Yaiden, ucciso da Darcia. Quando era accaduto, la loro anima si era lacerata, ma aveva aperto anche una finestra sulla realtà: raggiungere il Rakuen avrebbe richiesto un sacrificio estremo.
Il ragazzo rise, mentre Blue ed Hige gli leccavano la faccia. Subito dopo Hige tornò nella sua forma umana e lo strinse con forza.
«Va bene, ragazzi, basta o lo consumerete!» esclamò Tsume.
Hige gli rivolse un sorriso sornione «Per questo ora… ce la prenderemo con te!» e sia lui che la compagna lo abbracciarono con tale forza che il lupo grigio — forse per la prima volta — divenne rosso dall’imbarazzo.
Cheza osservava ridendo, con una mano sulla guancia. Era davvero radiosa; lì dove si trovavano, del resto, era anche il suo luogo naturale.
«Perciò ora manca solo Kiba!» disse Toboe, entusiasta.
Lo sguardo di Cheza si spense leggermente. «A questo punto temo che non lo rivedrete… non adesso almeno.»
Il gruppo si accigliò, ma attese che la fanciulla si spiegasse meglio.
«Vedete quella che sembra una stella?» nel dirlo sollevò il braccio, indicando una sfera luminosa in alto. Ce n’erano diverse, tutte a una certa distanza «Sono portali per la rinascita, squarci nello spazio-tempo. Ognuno di essi è destinato a voi e vi porterà nel Rakuen.»
«Vuoi dire… vuoi dire che non viaggeremo insieme?» disse Hige, facendo un passo avanti, per poi guardare Blue «Non è meglio rimanere qui, allora?»
Cheza scosse il capo, dispiaciuta. «Questa è una dimensione temporanea. Quando le anime rinate verranno reclamate, essa si chiuderà.»
Blue ed Hige si abbracciarono, mentre Tsume posò una mano sulla spalla di Toboe, che sussultò, preoccupato.
«Io non vado da nessuna parte, se Blue non viene con me» protestò Hige, con lo sguardo lucido e la voce roca.
Cheza tornò a sorridere. «La rinascita consiste solo nel nascere in luoghi differenti… e forse in anni differenti. Ma c’è un modo per assicurarsi che tutti noi ci ritroveremo» posò le mani, incrociate sul petto «ed è il legame dei cuori. E i vostri cuori sono uniti. Questo vi garantirà che nel Rakuen vi ritroverete e potrete stare insieme.»
«Quindi, quando saremo dall’altra parte, ci basterà cercarci?» chiese Toboe.
«Quando sarete dall’altra parte, il Rakuen applicherà su di voi una sorta di amnesia, poiché un rinato non dovrebbe ricordare ciò che è accaduto nella propria vita precedente, per vivere appieno la nuova senza portarsi i rimpianti della vecchia.»
«Allora non ci riconosceremo?» incalzò Blue, accigliata.
«Forse all’inizio. Forse nel vostro percorso conoscerete qualcun altro… ma sì, alla fine vi ritroverete, perché il vostro cuore non dimenticherà mai. Ed esso, anche se non ne sarete coscienti, porterà i vostri passi sulla stessa strada.»
«E se vorremo nascere nella stessa famiglia?» chiese Tsume, corrugando la fronte «Dobbiamo sempre appellarci a questo legame?»
Cheza annuì. «Quando i portali si apriranno, pensate con tutto voi stessi a ciò che desiderate. Il vostro paradiso… ed esso si avvererà.»
Blue ed Hige si presero le mani e si guardarono intensamente negli occhi. Senza dirselo, avevano già espresso il loro desiderio.
«Cheza… scusa» a parlare fu ancora una volta Toboe, che ora aveva le mani dietro la schiena e lo sguardo basso «Oltre a Kiba… c’è per caso qualcun altro di noi lupi che deve arrivare, che tu sappia?»
Tsume abbassò lo sguardo a sua volta. Aveva capito a chi il suo amico si stesse riferendo.
Cheza non rispose con un’espressione confusa, ma Blue fu certa che, prima di parlare, avesse trattenuto qualcosa.
Poi però la ragazza scosse il capo. «Non c’è nessun altro lupo, oltre a voi, che è riuscito ad accedere al Rakuen» spiegò «Non qualcuno cosciente come voi, perlomeno. Con la rinascita del mondo ci saranno nuove vite. Anche la vostra specie potrebbe rinascere, ma non avranno la coscienza di un’anima rinata. Quello richiede molti cicli.»
«Vuoi dire che questo non è stato il nostro primo viaggio?» il cuore di Blue iniziò ad accelerare.
«Forse il secondo… o forse il centesimo. Lei non lo sa. Lei è responsabile di questo.»
Blue fece qualche passo avanti e le prese le mani. «Ma tu verrai con noi, giusto?»
Cheza sorrise e si strinse nelle spalle. «Lei lo spera con tutta sé stessa. Ha chiesto a Kiba di ritrovarla… questo è stato il suo desiderio.»
«Allora così sarà!» annuì la lupa nera con entusiasmo «Rinascerai con noi e il tuo Kiba ti ritroverà. Sarai libera da tutto questo e potrai avere anche tu la vita che meriti.»
La fanciulla fiore assunse un’espressione commossa e grata per quelle parole.
Improvvisamente le sfere di luce iniziarono a pulsare, emanando ondate di energia.
«Ci siamo?» chiese Hige, colmo di emozione.
Cheza annuì. «Ci siamo.»
Dalle sfere iniziarono a cadere scintille chiare e brillanti che il vento sospinse su di loro. Ognuno riconosceva la propria e l’accoglieva nel proprio cuore, come se fosse sempre stata parte della sua natura.
Tutti e cinque si guardarono, cercando di imprimersi nella mente quei volti che forse non avrebbero rivisto per anni.
«Ti amo» mimò Hige con le labbra a Blue. Il suo sguardo color ambra era luminoso e quello azzurro di lei divenne lucido. Rispose a quel gesto e sospirò.
Socchiusero tutti gli occhi, in attesa che quel miracolo si compisse e le loro anime, sospinte dal vento e accompagnate dal profumo dei fiori, potessero raggiungere la vita felice che si erano guadagnati.
Tuttavia, un elemento oscuro interruppe quel processo.
Alle spalle di Cheza, una delle sfere scese silenziosa e da essa uscì una mano che l’afferrò con forza.
Il suo grido di paura ridestò tutti. La prima ad afferrarla, prima che qualcuno la trascinasse via, fu Blue, seguita da Hige, poi da Tsume e Toboe.
Qualunque fosse quell’entità, la sua forza era immensa, qualcosa che aveva avuto ere per rafforzarsi e che bramava con tutta sé stessa appropriarsi della fanciulla fiore.
Se non bastasse, i portali della rinascita si aprirono ufficialmente ed iniziarono a risucchiarli.
Cercarono di resistere. Non potevano rinascere proprio in quel momento, non prima di aver salvato la loro amica.
Il primo a perdere la presa fu Toboe, che con un urlo venne sollevato in aria.
«Toboe!» urlò Tsume.
«Tsumeee» rispose lui, come un’eco dispersa nell’aria, prima che la sfera lo inglobasse.
«Dannazione, molla la presa!» disse Hige, cercando di colpire quell’artiglio, ma esso non sembrava soffrire e anzi si fece più saldo. Nel tirare, nella sfera finirono anche loro tre, insieme a gran parte del corpo di Cheza.
Le sfere della rinascita si fecero più insistenti e sia Tsume che Hige si ritrovarono con le gambe sollevate verso l’alto. Solo Blue, per il momento, non veniva reclamata dalla sua: completamente aggrappata all’amica, era stata inglobata nella stessa sfera ed ora era quella gravità a influenzarla.
«Darcia vuole ottenere il suo Rakuen» rivelò Cheza, affranta.
Nel sentire quel nome, la loro rabbia crebbe, ma ormai erano completamente impotenti.
«Glielo impediremo!» disse Tsume, a denti stretti.
«Blue, staccati da lei» disse Cheza, che ormai stava accettando il suo destino «Non farti trascinare»
«Mai! Non ti lascerò da sola!» urlò la donna, stringendola ancora di più a sé.
In quel momento Blue sentì Hige sussultare. Si voltò e lo vide lottare con tutto sé stesso per restare aggrappato, ma i muscoli delle braccia erano ormai allo stremo, sotto la forza che lo stava risucchiando.
Poi Tsume perse la presa e anche lui venne trascinato via.
Ora non c’era più nessuno a contrastare quella forza, se non la mano di Darcia che li stava portando via.
Blue alzò lo sguardo verso la sfera di Hige, poi sulla sua espressione contratta, e prese una decisione. Allungò il collo e lo morse a una mano. Quel gesto fece sì che il ragazzo, ormai aggrappato a Cheza con una sola presa, si indebolisse: era solo questione di tempo prima che il Rakuen lo reclamasse.
«Blue, che stai facendo? Non vorrai…?»
Blue gli sorrise, malinconica e felice allo stesso tempo. «Ascoltami, amore mio, non ha senso che entrambi veniamo presi. Perciò almeno tu rinasci… vivi la tua vita»
«Mai! Io non voglio rinascere se tu non sei con me!» urlò Hige, con le lacrime agli occhi.
«Ti prego, Hige, esaudisci il mio desiderio. Io desidero che tu sia felice. Rinasci in un luogo in cui sei parte di una grande famiglia, vivi spensierato, libero… e per favore, innamorati di nuovo e dimenticati di me» il suo sguardo era commosso, la voce dolce e consapevole, mentre il loro sogno si spezzava tra le onde di energia della sfera bianca.
«Non posso innamorarmi di nuovo. Non potrò mai innamorarmi di nuovo se non di te» rispose lui, cercando ancora di resistere «Ti cercherò in ogni sguardo, in ogni persona. Non sarò mai davvero felice finché non ti ritroverò»
Blue singhiozzò e alcune lacrime, sfuggite ai suoi occhi, caddero sul volto di Hige. La sua pelle le assorbì in un piccolo scintillio luminoso.
A quel punto anche Hige venne trascinato via.
I due si guardarono un’ultima volta, in un tempo sospeso.
«Blueee!» urlò lui, ma ormai la sua voce era solo un’eco.
«Higeee!» rispose lei, ma il ragazzo non c’era più.
Si voltò allora verso Cheza. Le due donne si guardarono con apprensione, mentre il bianco le avvolgeva sempre di più.
«Ti prego, Cheza… dimmi che questa cosa dei cuori funzionerà lo stesso» chiese disperata.
Cheza sorrise, rassicurante. «L’amore sarà sempre più forte di qualsiasi altra cosa… ma per ora, amica mia, tutto questo dovrà attendere»
Si abbracciarono, nascondendo il viso l’una nell’altra, mentre la volontà di Darcia le trascinava via e le faceva sue, assicurandosi che anche la loro rinascita avvenisse… ma secondo le condizioni da lui imposte, burattinaio di quel mondo imperfetto che i lupi avrebbero creduto fosse il Rakuen.
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Blue si svegliò di soprassalto dal giaciglio in cui era stata distesa. L'odore di legno umido del rifugio e quello di bruciato del camino, raggiunsero immediatamente le sue narici. Ma a farsi sentire non fu solo quello. La frattura al braccio tornò a imporsi, ricordandole che era sopravvissuta a quella caduta, solo per una qualche concessione di quel destino che stava tessendo la sua rete in maniera sempre più fitta e loro non erano altro che i moscerini che ci erano finiti dentro.
Sarebbe dovuta andare da un dottore, ma per quel mondo lei non esisteva e così rivolgersi a un medico avrebbe solo creato complicazioni. Aveva quindi dovuto farsi curare dai suoi amici, che erano riusciti almeno a procurarle degli antidolorifici.
La frattura, per fortuna, era netta e non scomposta: se avesse continuato a mantenere il braccio ben saldo contro il busto, sarebbe potuta guarire senza troppe complicazioni.
Da quel giorno, anche per il timore che la lupa avesse subito qualcosa di più grave, si spostarono più lentamente, concedendosi soste più lunghe.
Avevano ancora alcuni mesi di tempo. Si aggrapparono a questo.
Se quel destino doveva compiersi in un momento preciso, allora potevano permettersi di guarire dalle ferite, senza rischiare di peggiorare ulteriormente la situazione.
«Ben svegliata» disse Tsume, nella sua forma di lupo, varcando la soglia della casa abbandonata che per quella sera li avrebbe riparati «La zuppa ti ha aiutato»
Blue sorrise, accogliendolo.
Tsume avanzò, avvicinandosi al camino e, tornato umano, si stropicciò le mani per riscaldarsi.
«Voglio prendere per il collo chi si è inventato l’espressione “tempo da lupi”, questo è solo un tempo del cazzo»
«Sei sempre molto schietto» esclamò lei «Comunque sì, grazie per quella zuppa, mi ha fatto bene. Sei un ottimo cuoco»
Tsume fece spallucce «Quando si vive da soli, qualcosa la devi pure imparare»
«Kiba?»
«Lui è alla ricerca di una strada sicura che puoi percorrere anche tu su due gambe»
Blue abbassò lo sguardo «Vi ho rallentato»
«Non dirlo neanche per scherzo. Non saremmo dove siamo se non fosse stato per te, e lo sai bene»
La ragazza assunse un’espressione grata e poi si ridistese; iniziava a sentire delle vertigini.
«L’altro giorno il tuo urlo mi ha spaventato» disse poi, osservando il profilo concentrato di Tsume, che a quelle parole si fece ancora più accigliato.
«Qualunque cosa sia capitata a Misha e Toboe, l’ho sentita come se fosse avvenuta sulla mia pelle. Possibile che questo istinto ci colleghi a tal punto?» strinse appena le mani attorno alle ginocchia mentre parlava.
«Se ricordo bene le parole di Cheza, è tutta una questione di legami tra i cuori. Tu e Toboe volevate rinascere insieme, nella stessa famiglia, e ora che l’amnesia non vi scherma più, siete diventati consapevoli di questo legame»
Tsume si alzò e si diresse verso lo zaino con le scorte rimaste. Controllò quante scatolette c’erano ancora, per regolarsi in vista del prossimo viaggio, sperando di trovare nel frattempo un insediamento abitato.
«C’è una cosa che posso dirti e che mi lascia perplessa, della nostra rinascita» disse Blue, facendolo voltare «In quel luogo sospeso, Misha non c’era. Cheza aveva confermato che eravamo solo noi»
«No?» portò immediatamente una mano alla testa; un dolore lo colse all’improvviso «Ma allora come ha fatto?» si chiese, con un leggero affanno.
Blue si accigliò e scosse il capo «È un mistero… ma tu l’hai conosciuta in passato, mi hai detto»
«Sì, faceva parte di un branco di lupi che aveva abbandonato la speranza… ma non ho idea di cosa le sia capitato poi»
Calò il silenzio tra i due, entrambi assorbiti dai propri pensieri. Qualunque cosa si celasse dietro la rinascita di Misha, quello era un vero enigma.
Per Tsume, un vero miracolo.
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La neve scricchiolò appena sotto il passo pesante di Hige, che ora portava sulle spalle Misha.
Da quando era stata ferita, non si era mai ripresa del tutto. Probabilmente aveva un’infezione in corso, ma dopo quello che era successo con i soldati, camminare lungo la strada principale non era più un’opzione.
Il professore almeno si era ristabilito, quel tanto da camminare con le sue gambe.
Quest’ultimo spostò lo sguardo sul giovane dai capelli rossi, con un leggero fiatone, le tempie imperlate di sudore, mentre affrontavano una salita.
«Sono ore che la stai portando» disse a un certo punto «Passala a me»
Misha era priva di coscienza, con le braccia attorno alle spalle di Hige e coperta dalla giacca pesante di lui.
«Ce la faccio, non si preoccupi» rispose.
Silva scosse il capo, contrariato. «Da quando ti ha chiamato eroe, ti sei montato la testa?»
Hige scoccò la lingua sul palato. «Misha ha una libreria traboccante di storie d’avventura. Probabilmente, con la febbre che le stava già salendo, mi ha semplicemente scambiato per uno dei suoi personaggi»
«Sì, ma non hai risposto alla mia domanda» ribatté a bassa voce, senza curarsi che potesse sentirlo o meno.
Il luogo che stavano attraversando era una foresta fitta, con alberi alti. Ma nonostante la vegetazione, non si sentiva alcun verso animale, né il suo odore. Questo li aveva spinti fin da subito a muoversi con cautela, anche se per ora non sembravano esserci pericoli all’orizzonte.
Hige dovette fermarsi un attimo per riprendere fiato. Poi si sistemò meglio la ragazza sulla schiena e riprese.
«Sei allo stremo» incalzò Silva.
Toboe, dietro di loro, osservava la scena con espressione accigliata.
«Davvero vuoi proseguire così fino al prossimo rifugio?»
«Sì» rispose con ostinazione e con una punta di irritazione «Non la passerò a lei. Anzi, è già tanto che sia qui con noi. Se non l’avesse detto Misha, di lei ci saremmo belli che scordati»
Silva si accigliò. «Non ti conviene avermi come nemico, ragazzo»
«Perché? Cosa vuoi fare, vecchio? Prendermi a pugni?»
«Hige, non esagerare» intervenne Toboe.
Hige rispose con un ringhio sommesso, poi si fermò e fissò entrambi. «Esagerare? È un complice di Darcia. Ci sfrutta per trovare questo Monte» poi puntò lo sguardo su Silva «Cosa può offrire questo tipo che già non possiamo prenderci da soli?»
Il professore allora alzò il dito e indicò Misha stessa. «Ha un visetto innocente ed è discretamente carina, ma sappiamo tutti di cosa è stata capace»
Hige fece un passo indietro, come a volerla proteggere. L’aria divenne improvvisamente pesante. Lo sguardo di Silva si fece più sottile.
«Forse nel passato i crimini non venivano puniti, ma in questo mondo gli omicidi vengono perseguitati» fece una breve pausa, cercando lo sguardo sia del ragazzo che l’aveva sfidato, sia di Toboe, che era improvvisamente sbiancato. «Quanti ne ha uccisi? Per ora, contando anche quelli dell’altro giorno, dovremmo essere a nove»
Hige digrignò i denti. «Sa bene perché lo ha fatto»
«Non conta, erano pur sempre vite umane!» rispose accalorato l’uomo «Pare che tra le vittime ci sia persino Edward, il maggiordomo di Lord Darcia, dato che dall’attacco non risulta più da nessuna parte. Per non parlare poi di tutti quelli che ha ferito» fece un passo avanti «Non ha forse ferito anche te?»
«Professore, dove vuole arrivare?» disse Toboe, avanzando e frapponendosi tra entrambi.
«Voglio arrivare al fatto che, se per ora non abbia subito conseguenze e non si sono aperte indagini, è solo grazie al nostro Ordine, che ha il monopolio anche sulla polizia» contrasse il viso in un leggero sorrisetto «E per un’omicida plurima… sapete bene quale sia la punizione»
A quel punto le sclere di Hige divennero nere, il corpo si irrigidì e vibrò, come un predatore che ha puntato la sua preda ed è ormai a un passo dallo scattare per affondare le zanne.
«Hige, fermati» gli sussurrò Misha, con un filo di voce «Non macchiarti anche tu di qualcosa di cui ti pentiresti»
Hige abbassò lo sguardo, combattuto.
Toboe corse in avanti e gli bloccò il braccio. «Calmati, Hige. Non ne vale la pena» si voltò appena verso Silva, poi tornò a parlargli all’orecchio «La sua fiaschetta è vuota già da un po’, è solo irritato per questo»
Hige contrasse la mascella. I suoi occhi tornarono normali, ma lo sguardo si fece più duro.
«Professore, non ho nemmeno più la forza di chiedermi perché Misha continui ad appoggiare i vostri piani. Ma sappia che il fatto che il suo Ordine la stia proteggendo, per me non ha alcun valore. Al primo passo falso, io la uccido. Sono stato chiaro?»
Silva fece impercettibilmente un passo indietro.
In quel momento sia Hige che Toboe lo fissavano intensamente. Non stavano scherzando. La lealtà del loro branco stava andando ben oltre le convenzioni sociali umane.
Provò paura… ma ad essa si mescolava anche eccitazione. Ancora una volta si trovava al cospetto dei Creatori.
Raggiunta una radura, stavano camminando già da un po’, quando Misha riprese a parlare. Hige credeva che dovesse dirgli qualcosa, ma si rese presto conto che stava semplicemente delirando.
Il cuore gli accelerò. Era più che mai necessario trovare un luogo sicuro dove stendere l’amica e metterla al caldo.
«Hige, aspetta!» la voce allarmata di Toboe lo fece voltare e, seguendo il suo sguardo, si accorse anche lui che dietro di sé stavano lasciando macchie di sangue.
Con un gesto rapido si piegò sulle ginocchia, distese Misha a terra e, sollevandole la camicia, si rese conto che la ferita aveva ripreso a sanguinare.
«Avrebbe bisogno di andare in ospedale, che però è a chilometri da qui» disse Silva, stringendo i pugni «Peccato che tu abbia buttato di sotto anche quella jeep, ci sarebbe stata utile»
Hige non rispose e si fece passare da Toboe le garze e il disinfettante, ormai quasi esauriti.
«Come va la tua spalla, invece?» chiese.
Toboe si tastò la fasciatura «Sta guarendo, la mia ferita non è grave come la sua» abbassò lo sguardo «Mi ha protetto»
Misha era pallida e con il respiro affannoso. Hige e Toboe incrociarono lo sguardo ed entrambi sussultarono, rendendosi conto che lo stesso pensiero li aveva attraversati.
«Il ciclo che si rip…» provò a dire Toboe, a bassa voce.
«Se completi quella frase, giuro che ti riempio di pugni» ringhiò Hige, rabbuiato, mentre cercava di bloccare il sanguinamento.
«Ragazzino, accompagnami a trovare un riparo» disse il professore «Tu, rosso, resta qui e prenditi cura della tua fidanzata»
Hige stava per ribattere, ma in quel momento le condizioni di Misha erano più importanti che cavillare su certe cose. Guardò la sua amica, diventata ancora più pallida, la pelle leggermente umida.
Non poté fare a meno di chiedersi come stesse Blue. Anche a lei era successo qualcosa… e se fosse nelle stesse condizioni?
No, si ripeté con forza. Questa volta nessuno di loro avrebbe fatto quella fine. Blue stessa gliel’aveva assicurato.
L’unica cosa da fare era restare lucidi e convincersi che, in qualche modo, ne sarebbero usciti.
Toboe avanzava appena dietro Silva, che si aggirava tra quegli alberi con passo sicuro e l’aria corrucciata e pensierosa.
Una leggera pioggerella fredda aveva iniziato a cadere, ma a parte il gocciolio lento e il frusciare delle foglie, in quella zona non c’era altro rumore se non quello dei loro passi sul selciato.
L’aria non era pesante, ma era come se aleggiasse una sorta di attesa. Come se, nel loro viaggio, fossero appena entrati in una zona sospesa del mondo, isolata da tutto.
Toboe osservò le larghe spalle di quell’uomo che proprio non riusciva a inquadrare del tutto. Quando Misha si era risvegliata, l’idea di non poter proseguire il cammino lo aveva fatto perdere il controllo, rivelando di essere un effettivo complice di Darcia e non un semplice ricercatore ingaggiato sul momento, solo perché esperto del settore.
Poi aveva confessato di ammirare i lupi, di riconoscere che gli umani erano il frutto della loro creazione.
Eppure, allo stesso tempo, si dimostrava ostile nei loro confronti, sempre discostante, pronto a minacciarli, come accaduto poco prima.
Forse era solo un carattere burbero, che cercava di trovare un posto in una situazione in cui ammirazione e inimicizia si scontravano.
Per chi voleva davvero raggiungere il Monte del Principio, quell’uomo? Per servire il suo signore… o per essere testimone di qualcosa che il mondo stesso avrebbe dovuto custodire, senza esserne consapevole?
L’accesso a una verità che, per chiunque altro, avrebbe potuto risultare persino blasfema.
«Professore,» disse a un certo punto il ragazzo «dove stiamo andando di preciso?»
L'uomo aveva estratto la sua bussola per orientarsi.
«Dove penso ci sia l’acqua. Le nostre scorte scarseggiano e non possiamo utilizzare questa neve… è impregnata delle sostanze che la guerra sta rilasciando nell’aria.»
Toboe aggrottò appena la fronte, seguendolo mentre l’uomo continuava a muoversi tra gli alberi, toccando la corteccia, osservando la direzione dei rami, fermandosi ogni tanto a guardare il terreno.
«E come fa a capirlo?» chiese, incuriosito.
Silva non si voltò subito. Si chinò, prese una manciata di terra umida sotto la neve e la lasciò scivolare tra le dita.
«Gli alberi bevono» disse infine, con tono basso «Se crescono in un certo modo, se le radici spingono da una parte… vuol dire che lì sotto c’è più acqua. E dove c’è acqua… di solito c’è anche un punto in cui fermarsi»
Si rialzò e fece qualche passo, spostando un ramo basso.
«Non troppo vicino, però. Gli animali passano da lì. E quando passano gli animali, arrivano anche i predatori»
Toboe annuì lentamente, seguendo il ragionamento.
Silva si fermò di nuovo, questa volta guardandosi attorno con più attenzione. Il suo sguardo si fece più sottile.
«Il problema…» mormorò «è questo silenzio»
Toboe sollevò lo sguardo.
«Lo hai notato anche tu, vero?» aggiunse il professore, abbassando la voce «Non c’è nulla. Né piccoli animali, né uccelli… nemmeno insetti»
Fece un mezzo giro su sé stesso, come se cercasse qualcosa che non riusciva a vedere.
«Un posto del genere non è normale. Anche nelle condizioni peggiori, qualcosa sopravvive sempre»
Il ragazzo deglutì appena. Anche lui lo sentiva, ma non era riuscito a metterlo a fuoco con quella lucidità.
Silva lo guardò finalmente negli occhi.
«Per questo ho bisogno di te»
Toboe sbatté le palpebre, sorpreso.
«Io?»
«Tu non ragioni solo da umano» disse, indicandolo con un cenno del capo «Puoi percepire ciò che io non posso»
Fece una breve pausa, poi aggiunse: «Chiudi gli occhi, se serve. Ignora quello che vedi… e ascolta»
Il vento fece muovere appena le foglie sopra di loro.
«Dimmi se senti qualcosa. Un odore, un movimento, anche solo… la sensazione che qualcosa non torni»
Toboe rimase immobile per un istante, poi annuì lentamente.
Inspirò a fondo e lasciò che fossero i suoi sensi di lupo a guidarlo.
Toboe si concentrò con tutto sé stesso. Non aveva mai fatto nulla del genere prima… o forse sì, quando lui e Misha erano finiti nella Foresta della Morte e stava cercando un modo per uscirne.
Sotto le palpebre, i suoi occhi mutarono e l’attingere ancora una volta alla sua vera natura fece sì che udito e olfatto si affinassero, come quelli di un animale che nei boschi è il re.
Si chiese, a un certo punto, se non fosse stata la loro stessa presenza a far fuggire gli animali, ma fu un pensiero che accantonò rapidamente. La sua priorità era trovare un luogo dove poter portare sua sorella e farla riposare.
Quentin Silva lo osservava in silenzio, mentre l’adolescente, leggermente accigliato, faceva quanto gli aveva richiesto. E proprio in quel momento venne colto da un tremito.
Un flash.
Fiamme. Morte. Due occhi selvaggi che lo osservavano… e fauci che si spalancavano.
Toboe non si accorse del professore che lentamente si piegava su sé stesso, aggrappandosi a un tronco per non cedere sulle ginocchia. La sua mente era completamente assorbita dal lento frusciare, dai piccoli ticchettii della pioggia. Poi spinse ancora oltre, cercando di seguire il suo istinto come un corso che si infilava tra i sentieri.
Lo stesso fece con gli odori, che inspirava come se l’aria si fosse improvvisamente addensata.
Infine lo sentì. Sia nell’odore, sia nel suono.
Acqua.
«Credo di esserci riuscito! Forse so dove poterci spostare!» esclamò entusiasta, riaprendo gli occhi, tornati umani «Professore… sta bene?»
Silva era di spalle, rabbuiato e in silenzio.
«Professore?» ritentò Toboe.
Solo allora l’uomo si voltò e annuì. «Credi sia molto distante?» chiese.
Toboe si strinse nelle spalle «Non saprei dirlo… venti o trenta minuti di cammino, forse?»
«Allora vai a chiamare quello scontroso del tuo amico, che riprenda in braccio Misha»
Toboe annuì, ma dopo qualche passo si voltò, accigliato.
«Sa, professore… Hige avrebbe dovuto conoscerlo quando tutto questo ancora ci era sconosciuto. È sempre stato uno spasso» fece una breve pausa «Forse, se lei si comportasse più gentilmente con lui, avrebbe modo di scoprirlo»
Detto questo, corse via, lasciando che quelle parole venissero elaborate dal ricercatore.
Misha era ormai diventata un fagotto inerte tra le braccia di Hige, che chiudeva la fila, con espressione scura e silenziosa. Ogni tanto si fermava per sistemarla meglio e assicurarsi che respirasse ancora.
L’idea che la ripetizione dei cicli potesse determinare persino la morte dei rinati stava attecchendo lentamente, come una radice infestante. Nel passato, Misha non era mai giunta al Monte del Principio: era morta prima ancora di riuscire anche solo a scorgerlo. E se la sua corsa si fosse arrestata allo stesso punto, ancora una volta?
La differenza era che ora li aveva raggiunti… ma forse i dettagli non erano altro che circostanze capaci di rendere tutto ancora più crudele. O forse più dolce, perché almeno non sarebbe stata da sola, stavolta.
«Manca ancora molto? Misha ha bisogno di riposare» disse, con tono scocciato, osservando quel lungo incedere tra i boschi davanti a sé.
«Ci siamo quasi» rispose Toboe, in testa al gruppo, con lo sguardo attento. Aveva riacceso il suo istinto e con facilità si era riagganciato alla traccia.
Dopo un po’, finalmente giunse alle loro orecchie il suono di un torrente, il quale si mostrò loro, superando qualche cespuglio. Per fortuna non era ancora congelato e questo fece tirare a tutti un sospiro di sollievo.
Il professore srotolò la coperta termica e vi avvolsero la ragazza, sostenendole il capo con uno degli zaini.
«Se la ferita si riapre, non saprò come fare» confessò Hige, mentre le studiava il viso «Non abbiamo più niente»
«Forse da queste parti ci sono delle erbe mediche» disse il professore, attirando l’attenzione di entrambi «Se qui l’acqua scorre ancora liquida, è possibile che sotto la neve ci sia ancora un po’ di vegetazione»
«Saprebbe riconoscerle, professore?» chiese Hige che - dopo diverso tempo - lo guardava con una punta di speranza.
L’uomo annuì, poi si voltò verso Toboe «Prepara l’acqua. Io e il soldatino ci guardiamo intorno»
Infine posò lo sguardo su Hige.
«Anche tu hai l’olfatto sviluppato?»
«Anche meglio del moccioso» rispose con una palese nota vanesia, stuzzicandosi il naso con l’indice «Persino quando avevo l’Amnesia del Rakuen»
«Pensavo riguardasse solo la tua fame» ribatté Toboe, con un mezzo sorriso.
Hige gli lanciò un’occhiataccia, poi tornò sul professore, attento alle sue istruzioni.
Hige e Quentin Silva si riaddentrarono nel bosco e quest’ultimo iniziò a spiegargli come individuare il tipo di erba utile per l’impacco.
L’uomo si dimostrò esperto non solo di animali, ma anche di piante. La dedizione alla natura, al suo studio, era chiaramente il suo scopo di vita, e Hige pensò che se la conoscenza di quell’uomo fosse stata limitata al giorno in cui lo avevano incontrato alla conferenza, forse lo avrebbe persino ammirato.
Del resto non aveva dimenticato la passione con cui aveva parlato della sua specie, anche in quel mondo cacciata fino all’estinzione. Né aveva dimenticato l’intensità con cui aveva pronunciato quelle parole, prima di lasciare l’accampamento.
Ma restava comunque un uomo di Darcia. E il fatto che stesse cercando una cura per Misha… forse non era altro che un ordine indiretto del suo signore. Perché in quella vita, tra tutti, Darcia sembrava interessato soprattutto a lei. Era più che evidente.
Hige avrebbe voluto fargli molte domande, ora che erano rimasti soli, ma dubitava che avrebbe ottenuto molto da un uomo chiuso come un riccio.
A un certo punto, però, Silva si bloccò. Il suo sguardo si fece improvvisamente fisso, sgranato, rivolto verso un punto preciso tra gli alberi.
«Si sente bene? Ha di nuovo la febbre?» chiese Hige, accigliandosi.
Il professore si portò una mano alla testa.
«Non la senti anche tu?» mormorò «La risata di un bambino»
Hige sollevò un sopracciglio.
«Credo sia solo stanco. Avanti, troviamo quest’erba e torniamo indietro»
Silva annuì in silenzio. Poi riprese la ricerca.
Stesero con cura l’impacco su quella ferita circolare, sia sul davanti che sul retro del fianco. La loro speranza era che non fossero rimasti frammenti di proiettile a infettarle il sangue. Non erano medici e Hige aveva solo un’istruzione di base per il primo soccorso, perciò tutto quello che potevano fare era sperare che la costituzione forte della lupa avesse la meglio su ciò che stava accadendo. Almeno finché non fossero riusciti a trovare un posto dove qualcuno avrebbe potuto aiutarla davvero.
Sia Toboe che Hige si alternavano nell'assistere la ragazza, tra il controllare la ferita o asciugarle il sudore, mentre il sole - nascosto dalle nuvole - compiva il suo giro. Assicurarsi che non avesse difficoltà di respirare. Gesti lenti ed attenti.
All'apparenza qualcosa di altruistico, che qualsiasi persona farebbe per un proprio caro in difficoltà. Eppure Silva notò qualcosa di particolare nei loro occhi. Una sorta di devozione.
«Ecco, questa è una cosa su cui mi sto interrogando da un po’» disse, a un certo punto, attirando l’attenzione dei due ragazzi «Perché sembrate tutti incantati da questa ragazza? Tu diventi un cane rabbioso, non appena qualcuno si avvicina troppo, e tu la chiami addirittura “mamma”» corrugò la fronte «E poi Lord Darcia sembra volerla avere accanto a sé a ogni costo. Non dovrebbe avere così tanto interesse, non più di quanto dovrebbe mostrarne per voi»
Hige scrutò l’uomo. Coincidenza volle che avesse toccato proprio uno dei suoi dubbi, ma a quanto pare anche al professore sfuggivano le vere motivazioni che spingevano Darcia a interessarsi a Misha.
«Non sono incantato» sbottò Toboe, alzandosi di scatto «Lei è mia madre» strinse i pugni e gli occhi, come a trattenere qualcosa «Non so spiegarlo. Forse perché è sempre stata tanto buona con me, o perché siamo entrambi lupi… ma lei… lei… insomma, se io avessi davvero una madre, avrebbe il suo volto»
«Lo stesso vale per me» aggiunse Hige, incrociando le braccia. «Cioè nel senso...» si affrettò a correggersi, agitando le mani «che lei ha un ascendente su di me che sarebbe ipocrita negare.»
Intimamente, però, anche lui riconosceva che Misha aveva qualcosa di differente da tutti loro. Anche lui se ne era accorto, ma non l'avrebbe mai confessato a Silva, finché non ci avesse visto chiaro.
«Continuo a non capire» ammise Silva «A me sembra davvero troppo»
«Eppure quella sera era presente anche lei, no?» disse Toboe, accigliandosi «Quando quella luce è partita direttamente dal suo petto» poi abbassò lo sguardo «Forse la sua rinascita ha un ruolo persino superiore al nostro»
«Inizieranno a ronzarmi le orecchie, se non la finite di parlare di me»
La voce improvvisa di Misha fece voltare tutti. Il fatto che avesse ripreso conoscenza fu per loro un’immensa fonte di sollievo.
Quando però controllarono la febbre, si resero conto che non era ancora scesa e il suo viso restava pallido.
«Io non sono superiore a nessuno e non ho incantato nessuno» disse lei, con un filo di voce «Siete voi piuttosto che avete stravolto la mia vita. Non ero che una semplice laureata che faceva la cameriera e voleva vivere una vita tranquilla… anche se dentro sentivo che mi mancava qualcosa» sorrise stancamente «E quella mancanza eravate voi»
Toboe le strinse la mano con affetto.
«Avere una famiglia, vivere una vita tranquilla… era questo il mio Desiderio del Rakuen» sospirò, abbassando lo sguardo «Ma non era che una finestra, finché questi giorni non sarebbero giunti»
Pronunciate quelle parole, Misha perse nuovamente i sensi, cosa che lasciò un profondo sconforto addosso ad Hige e Toboe. Quest'ultimo provò a scuoterla, ma ormai era totalmente incosciente.
Silva si chiese cosa sarebbe successo se la ragazza non ce l'avesse fatta. Era lei che aveva dato inizio a tutto questo. Come poteva essere la sua corsa fosse già al capolinea?
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