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Creato il 27/07/2026, 08:17 · Aggiornato il 26/09/2026, 09:58

Capitolo 44: Il passato di Misha - Parte 2

@ladyele1991LadyEle1991
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Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Morte
  • Sangue
  • Violenza
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La neve aveva smesso di cadere e Misha, Hige, Toboe ed il professor Silva ebbero finalmente la possibilità di avanzare lungo la strada statale senza particolare difficoltà.

Proprio quel giorno, però, il passo del professore era diverso, più lento e pesante.


«Professore, guardi che la lasciamo indietro» disse Hige, voltandosi appena, le mani affondate nelle tasche.


«Parli bene tu che sei alto due metri» borbottò Silva, con il respiro già corto.


«Eh? Ma se non raggiungo il metro e nov…»


Non fece in tempo a finire la frase che il professore cedette sulle ginocchia, aggrappandosi al guardrail con una mano.


«Professore!» esclamò Toboe, precipitandosi accanto a lui, subito seguito da Hige e Misha. «Credo abbia la febbre alta!» aggiunse, poggiandogli una mano sulla fronte.


«Sto bene!» ribatté l’uomo, stizzito, cercando di liberarsi.


«No che non sta bene, è pallido!» intervenne Misha, serrando i denti.


«Sono solo stanco, non tirerò le cuoia così facilmente. Non la darò vinta a questo Monte!»


Hige lo afferrò sotto il braccio e lo aiutò a rialzarsi, ma appena in piedi il professore fu scosso da un colpo di tosse profondo, carico, che sembrava graffiargli i polmoni.


Hige abbassò lo sguardo, la mascella tesa. «Immagino l’abbia fatta ammalare io, quando l’altra sera…»


«Non dire sciocchezze» lo interruppe Silva tra un respiro e l’altro. «È questo tempo ad essere anomalo e il corpo ne risente.»


Per un attimo calò il silenzio, rotto solo dal vento che scorreva lungo l’asfalto vuoto. Poi Misha avanzò di un passo: «Io vado avanti» disse, con tono deciso. «Quando avrò trovato un nuovo rifugio, ululerò per richiamarvi.»


Fortunatamente l’ululato di Misha non tardò ad arrivare e, seguendo quel richiamo, i tre riuscirono a raggiungerla poco dopo.

Davanti a loro si aprì la sagoma di una baracca abbandonata, probabilmente un vecchio capanno degli attrezzi. Senza campi da coltivare nei dintorni, era rimasto in disuso, ma per loro, in quel momento, era tutto ciò di cui avevano bisogno.

Entrarono in fretta, cercando di ripararsi dal freddo che continuava a mordere l’aria. Estrassero dallo zaino la coperta termica e la avvolsero attorno al professore, poi lo adagiarono su alcune assi coperte alla meglio da vecchie coperte polverose.


Quentin Silva aveva il viso arrossato, il respiro pesante, ma i lineamenti restavano contratti, come se anche la febbre dovesse piegarsi alla sua ostinazione.


«Non abbiamo nulla per abbassargli la temperatura» constatò Toboe, con tono dispiaciuto, mentre controllava le scorte mediche rimaste.


Hige si portò una mano al mento, riflettendo. «Credo che più avanti ci sia una stazione di servizio, se ho capito bene dove siamo. Di solito vendono anche medicine da banco.»


Misha annuì senza esitazione. «Perfetto. Allora vado e torno. In forma di lupo ci metterò poco.»


Hige sollevò una mano, fermandola. «Se non ti dispiace… Vorrei andare io.» I loro sguardi si incrociarono. «Anche se non ho ancora raggiunto il tuo livello, sono veloce e so più o meno a che altezza si trova.» Le posò una mano sulla spalla, con un gesto semplice ma deciso. «Tu resta qui. Stagli vicino e tienilo al caldo.»


Misha assottigliò lo sguardo, come se volesse leggergli dentro. Poi, senza dire altro, annuì.


Il suo corpo mutò ancora una volta, ma invece di uscire si accovacciò accanto al professore, avvolgendolo con il proprio calore.


Toboe porse i soldi a Hige, che li afferrò al volo e li salutò con un cenno della mano, portando due dita alla tempia e sollevandole. «Hyo!»


Non appena mise piede fuori, si lanciò in una corsa sovrumana. Il terreno scivolava sotto i suoi piedi mentre alternava falcate lunghe a balzi rapidi, sfruttando ogni dislivello per accorciare il tragitto.

Ormai aveva piena consapevolezza del suo corpo e della sua forza. Stando a contatto con i compagni, anche loro a loro volta gli avevano fatto da catalizzatore e ormai era pronto, se non fosse che non riusciva ancora a mutare nella sua forma originale.


Quando finalmente raggiunse la stazione di servizio, la trovò deserta, abbandonata. Un cartello all’ingresso spiegava che, a causa della guerra, l’attività era sospesa, ma che i viaggiatori potevano comunque prendere ciò di cui avevano bisogno, con rispetto, affinché tutti potessero usufruirne.


Le porte scorrevoli erano già aperte. All’interno, il negozio si estendeva ampio, con scaffali pieni a metà: cibo, oggetti da viaggio, utensili. Molti ripiani erano ormai svuotati, segno che altri erano passati prima di lui.


Hige si diresse subito verso il reparto medicinali. Quello, per fortuna, non era ancora del tutto saccheggiato.


«Para… para…» mormorò, leggendo le confezioni una dopo l’altra, storpiando le parole con aria perplessa. Le confrontava, le girava tra le mani, come se potessero parlargli da sole. Sospirò. «Forse davvero Misha doveva venire al posto mio… Non ci capisco niente.»


Fece per posare una scatola… Quando la vide: la stessa medicina che Misha aveva usato su di lui mesi prima, quando era stato lui a bruciare di febbre. Gli occhi gli si illuminarono all’istante.

«Sì! Tesssoro!» esclamò, stringendola tra le dita come se avesse appena trovato qualcosa di inestimabile.


Si avviò verso la cassa con passo tranquillo. Anche se il negozio era stato lasciato a disposizione dei viaggiatori, gli sembrava giusto lasciare comunque qualcosa, un segno di rispetto verso chi, un giorno, forse sarebbe tornato ad aprire quelle porte.


Prima di andare, però, si concesse un’ultima occhiata attorno. Fu allora che notò uno scaffale con portachiavi vari. In particolare, venne attratto da quelli a forma di teste di lupo, di colori diversi.

Si fermò, inclinando di qualche grado il capo, e per un attimo la sua mente scivolò altrove. Kiba e Toboe li avrebbero accettati con naturalezza, forse con un sorriso. Tsume invece… Sì, glielo avrebbe probabilmente tirato dietro, con una delle sue espressioni scocciate, per poi raccoglierlo più tardi e infilarselo in tasca senza dire nulla.

Infine il pensiero scivolò su Blue e Misha. Se le immaginò mentre lo ringraziavano e nel farlo gli lasciavano un bacio sulla guancia - il rossore gli salì di colpo, così forte da fargli quasi dubitare di avere la febbre anche lui.


Fu in quel momento che delle voci lo fecero voltare.

Tre soldati entrarono nel locale, parlando ad alta voce e ridendo tra loro. Il loro grado era più alto del suo, lo si capiva subito da come si muovevano e da come occupavano lo spazio senza preoccuparsi di chi fosse già lì.

Quando lo notarono, si fermarono, osservandolo con un’ombra di curiosità. Lui reagì d’istinto, come gli avevano insegnato: si mise sull’attenti e fece il saluto militare. Ma da parte loro non arrivò nulla. Nessuna domanda, nessun cenno. Solo un rapido disinteresse.

Hige abbassò il braccio e distolse lo sguardo, tornando verso gli scaffali come se nulla fosse, anche se quella mancanza di risposta gli aveva lasciato addosso una sottile irritazione.


Improvvisamente il rumore netto di vetro che si infrangeva arrivò alle sue orecchie e si voltò di scatto: i tre si erano diretti verso il reparto alcolici e una bottiglia era caduta a terra, il liquido che si allargava tra i frammenti, ma loro continuavano a ridere, come se fosse parte del divertimento. Riempivano un carrello senza alcuna attenzione, afferrando bottiglie una dopo l’altra... E non si fermarono lì. Passarono allo scatolame. Anche lì, con la stessa noncuranza, iniziarono a svuotare gli scaffali, prendendo più di quanto potesse servire, gettando tutto nel carrello con movimenti larghi, quasi arroganti.


Hige li osservò per qualche secondo, il sopracciglio leggermente inarcato, l’espressione che lentamente si induriva.

«Non mi sembra che lo Stato stia facendo mancare qualcosa all’esercito.» disse, senza alzare troppo la voce, ma con un tono che tagliava netto l’aria.


I tre si fermarono per un attimo a guardarlo torvi, poi di nuovo lo ignorarono e ripresero a fare quello che stavano facendo.


Hige strinse i pugni e gli occhi divennero due fessure. «Quella roba non è per voi, rimettetela a posto.»


Ora aveva davvero catturato la loro attenzione: «Fatti gli affari tuoi, soldato semplice» disse uno di loro.


«Non posso ignorarlo» ribatté Hige. Sentiva già un ringhio montargli, ma cercò di trattenersi.


I soldati allora lasciarono andare il carrello, ma solo per andargli incontro con passo lento ma minaccioso, così come lo erano i loro volti. Essendo anche loro uomini addestrati, in quanto a stazza e forza erano più o meno come lui, all’apparenza.


«Ehi ragazzino, cerchi rogna?» chiese il secondo.


«Sai leggere i nostri gradi?» aggiunse il terzo.


«Certo, li leggo bene, per questo mi sale ancora di più il vomito» rispose Hige, che non si lasciava intimorire.


Uno gli afferrò il colletto. Il suo alito sapeva d’alcol. «Noi siamo al servizio dei cittadini, affinché li proteggiamo, che male c’è a prendersi qualche mancia?» guardò la scatola del medicinale che spuntava appena dalla sua tasca «non lo stai facendo anche tu?»


Hige strinse i denti. «Io l’ho pagata.»


«Parli di questi qua?» ghignò uno di loro, prendendo le banconote sul bancone, sventolandole per un attimo e poi mettendosele in tasca.


A quel punto Hige non ci vide più e fece quello per cui fin dal primo giorno gli aveva causato diverse note: ribellarsi ai propri superiori. Diede una spinta al primo per allontanarlo e poi a lunghi passi si diresse verso quello che si era preso i soldi.

Quest’ultimo reagì cercando di dargli un pugno, ma il ragazzo fu più rapido e gli bloccò il colpo a mezz’aria con una sola mano e poi strinse quel tanto che bastava per farlo mugugnare dal dolore. Allungò l’altra mano per mettergliela in tasca, ma in quel momento sopraggiunsero anche gli altri due, per cercare di fermargli le braccia, così che il compagno potesse colpirlo allo stomaco.

Rimase però stupito dalla capacità d’incasso di Hige e soprattutto quanto esso avesse gli addominali duri, nonostante dall’aspetto esterno non pareva avere più muscoli di un qualsiasi soldato con un normale addestramento.


La tensione esplose senza più freni. Hige reagì d’istinto, basso sulle gambe, colpendo con un calcio laterale che fece rovesciare uno scaffale di lattine, il metallo che rimbalzava rumorosamente sul pavimento.

Fu proprio quel suono a fargli scattare qualcosa nella mente. Uno sguardo rapido attorno gli fece comprendere che non poteva affrontarli proprio lì dentro o sarebbe stato anche lui causa della rovina di quel locale.


Serrò i denti, si voltò per divincolarsi e poi con uno scatto improvviso afferrò uno dei soldati per il giubbotto e lo spinse verso l’uscita, usandolo come ariete. Gli altri due gli furono addosso subito dopo, ma Hige continuò ad avanzare, respingendoli a forza di colpi e spinte fino a varcare la soglia.


Fuori, l’aria gelida li investì insieme alla luce lattiginosa della neve. Il combattimento si fece più aperto, più brutale. Uno gli arrivò da destra, cercando di aggirarlo, mentre l’altro puntò dritto al volto. Hige abbassò il busto, lasciando scivolare il colpo sopra di sé, e rispose con un gancio che fece vacillare l’avversario. Il terzo gli si gettò addosso alle spalle, ma lui ruotò su sé stesso e lo sbalzò via con una torsione del corpo.


Non era uno scontro pulito. Non era nemmeno equilibrato. Hige teneva testa a tutti e tre, ma anche lui incassava. Un pugno gli sfiorò la mascella, un altro lo colpì alle costole, strappandogli un respiro più pesante. Il sangue iniziava a pulsargli nelle orecchie, ma i suoi movimenti restavano precisi e istintivi.


Uno di loro estrasse un coltello. La lama brillò, prima di affondare in un fendente rapido. Hige si spostò all’ultimo istante, sentendo il tessuto della giacca mimetica lacerarsi lungo il fianco. Il taglio non arrivò alla carne, ma bastò a fargli capire che lo scontro stava cambiando.


«Adesso basta» ringhiò tra i denti. Provò a chiudere la distanza, colpendo con più decisione. Un pugno allo stomaco piegò uno dei tre, mentre con una gomitata allontanò un altro.


Le pistole comparvero quasi in contemporanea e per un istante il tempo sembrò rallentare. Hige si mosse prima ancora che il cervello elaborasse del tutto la minaccia. Il primo colpo partì e lui era già di lato, il proiettile che fendeva l’aria dove un attimo prima c’era il suo petto. Scattò in avanti, riducendo la distanza, costringendo uno dei soldati a indietreggiare. Un secondo sparo, ancora mancato, mentre Hige si abbassava e colpiva alle gambe, facendolo cadere nella neve.

Gli altri due cercarono di coordinarsi, ma lui era già dentro la loro guardia. Un movimento rapido, un colpo secco al polso, e una delle armi finì a terra. Un altro passo, una spinta, e il terzo venne sbilanciato all’indietro.

In pochi istanti li aveva sopraffatti. Non completamente incapacitati, ma abbastanza da lasciarli disorientati, sparsi a terra, il fiato corto e lo sguardo incredulo.


Hige rimase fermo per un attimo, il respiro pesante, il cuore che martellava nel petto. Poi capì che non poteva restare, non un minuto di più. Se quelli avessero chiamato rinforzi, sarebbe finita male... E non solo per lui.

Senza dire nulla, si voltò e scattò via. La sua figura si dissolse rapidamente tra il bianco della neve e il vento, lasciando dietro di sé solo impronte che il gelo avrebbe presto cancellato.


Quando tornò al rifugio, Toboe gli andò incontro e inarcò immediatamente le sopracciglia, trovandolo con dei lividi sul volto e la divisa sgualcita.


«Che è successo?»


Hige gli rivolse un sorriso allegro, fin troppo leggero per essere naturale, cercando di coprire l’agitazione che ancora gli scorreva sotto pelle. «Nulla di diverso rispetto a quando esce l’ultimo modello di cellulare!»


Toboe lo fissò qualche secondo, chiaramente non convinto, ma lo conosceva abbastanza da capire quando non era il caso di insistere. Il suo sguardo però si addolcì subito dopo, quando Hige gli mostrò il medicinale recuperato.


Anche Misha, ancora nella forma di lupo, sollevò il muso. Il suo ringhio sommesso arrivò prima ancora che gli occhi si posassero su di lui.


«Sta’ tranquilla, ho dato a quelli una bella lezione» disse Hige, scrollando le spalle.


«Almeno non sei ferito seriamente» rispose lei, con tono torvo. Mutò forma, tornando umana, e si mise subito a preparare la medicina, versando la polverina nella bustina e mescolandola con l’acqua, mentre il professore continuava a respirare a fatica.


«Credo che per questa sera ci toccherà rimanere qui, almeno finché al professore non sarà calata la febbre» osservò Toboe, abbassando la voce.


Misha annuì lievemente, concentrata. Poi, senza alzare lo sguardo, parlò di nuovo: «Hige, posso chiederti il favore di andare a cercare della legna?» fece una breve pausa, continuando a mescolare. «E se riesci, caccia qualcosa. Ci serve carne. Queste scatolette non bastano.»


Hige sospirò, passandosi una mano tra i ricci fulvi. «Dubito che troveremo anche solo un coniglio, con questo tempo.»


«Tu provaci, per favore.» insistette lei, per poi rivolgergli quel suo solito sorriso leggero e gentile, inclinando appena la testa. «Conto su di te.»


Hige fece una smorfia, serrando i pugni lungo i fianchi, e si avviò verso l’uscita con passo pesante. «Dannazione…»


Una volta fuori, Toboe si voltò verso Misha, portandosi una mano alla bocca per trattenere una risata. «Misha… Sei sicura di non essere una volpe, in realtà?»


Lei socchiuse gli occhi, lasciandosi andare a un sorriso soddisfatto. «Quando ci riuniremo con Blue e gli altri, le insegnerò un paio di trucchetti su di lui.»


Da quando Hige si era addentrato nel bosco lì vicino, passò un bel po’ di tempo. Trovare una preda, con quel clima era diventato davvero tutt’altro che semplice.


Misha e Toboe uscirono dalla baracca e si fermarono poco più avanti, osservando i dintorni con le braccia incrociate.


«Dici che si è perso?» ipotizzò Toboe, inclinando la testa. «Del resto anche nella vita passata era più uno che si aggregava al cibo già cacciato, piuttosto che procurarselo da solo.»


Misha sollevò lo sguardo al cielo. Per fortuna non nevicava ancora. «Anche questo deve servire al suo risveglio completo. Deve riaccendere la sua vera natura.»


Toboe abbassò lo sguardo. «Allora anche io…»


Misha gli posò una mano sulla spalla e gli sorrise con dolcezza. «Ti risveglierai anche tu. Per ora, però, non avere fretta di crescere.»


Lui ricambiò il sorriso, stringendosi nelle spalle. Era gentile, ma dentro di sé lo sentiva: voleva diventare un lupo completo, come Kiba e Blue e come sua sorella Misha, così fieri, così forti nella loro vera forma. Forse, pensò, serviva qualcosa che scuotesse davvero, per arrivare fino a quel punto.


Fu allora che il rombo di un motore spezzò il silenzio ed entrambi alzarono lo sguardo. Una jeep militare con la tettoia abbassata comparve lungo la strada, con cinque uomini a bordo. Quest'ultimi, non appena li notarono a loro volta, lì nel mezzo del nulla, rallentarono fino a fermarsi.


«Per caso avete visto passare di qui un soldato con i capelli rossi?» chiese uno di loro, sporgendosi leggermente. «È un nostro compagno, lo stiamo cercando.»


Toboe fece per rispondere, ma il ringhio basso di Misha, che si era subito posta davanti a lui, lo fece gelare.


«Non l’abbiamo visto» rispose lei.


«Sei sicura?» intervenne un altro, accigliato. «Non ci sono strade secondarie. Deve essere passato per forza da queste parti.»


«Noi non abbiamo visto nessuno.»


Uno dei soldati socchiuse gli occhi. «Che ci fate qui? Il campo dei rifugiati è lontano.»


Misha non esitò. «Siamo ricercatori per conto del Fiore Bianco.» Indicò il simbolo sulla sua giacca di tela marrone.


«Non conosciamo nessun Fiore Bianco…» replicò il primo, osservandola dall’alto in basso. «E poi quella dietro di te è una ragazzina. Dubito sia una ricercatrice.»


Spensero il motore, scesero dalla jeep e iniziarono ad avvinarsi.


«La vostra presenza qui è molto sospetta» disse uno di loro, tamburellando già sulla fondina. «Del resto sono state segnalate delle spie.»


«Noi non siamo spie di niente!» sbottò Toboe.


Uno dei soldati sorrise storto. «Ma allora anche tu hai la lingua, ragazza.»


Toboe si irrigidì. «Io sono un maschio!» ringhiò, offeso.


I cinque si scambiarono uno sguardo. Quel semplice gesto bastò a far drizzare i peli sulla nuca di entrambi.


«Ed io dico che sei una ragazza, con quelle guance morbide e quegli occhioni chiari» disse uno di loro, facendo un passo avanti con fare spavaldo.


Misha avanzò a sua volta, senza arretrare di un centimetro. «Non osare avvicinarti a lui.»


«Ah, ma la gattina ha gli artigli!» rise il soldato, per poi all’improvviso afferrarle il mento e costringerla a guardarlo. «Chissà se ce li ha anche in altre… Circostanze.»


Per un istante, il tempo sembrò fermarsi. L’aria si fece più fredda e negli occhi di Misha… Qualcosa cambiò.


Hige drizzò il capo di scatto, gli occhi spalancati, quando nell’aria arrivò il suono secco degli spari. Lasciò cadere la legna e si lanciò giù a valle senza pensarci.


Quando arrivò, il cuore gli si fermò.


Misha, nella forma di lupo, era circondata. Cinque soldati le stavano scaricando addosso i caricatori, mentre lei si muoveva tra i colpi con ferocia e velocità. Più in là, Toboe era a terra, una mano stretta alla spalla insanguinata, lo sguardo fisso sulla scena.


Hige non rallentò e travolse uno dei soldati con tutta la sua forza, come un treno in corsa, sbattendolo a terra un attimo prima che potesse premere ancora il grilletto.


L’arrivo improvviso cambiò l’equilibrio e così Misha trovò spazio. Si mosse più libera, più precisa, e ne atterrò un altro con un balzo fulmineo. 


Un terzo, approfittando del caos, puntò l’arma verso Toboe. In un istante, lei si voltò, gli saltò addosso e le fauci si spalancarono e si chiusero sul collo dell’uomo.

Il tempo sembrò spezzarsi.


Anche Hige non si trattenne più. Nella forma semi mutata, graffiava, colpiva, si muoveva con una ferocia che non aveva più nulla di umano. Eppure… Quelli resistevano. Addestrati, temprati, continuavano a reagire e a opporsi.

Fu allora che Misha cambiò, prendendo possesso dello spazio, dominandolo... E così, le zanne si tinsero ancora una volta di rosso.



Quando si rialzò dal corpo dell’ultimo, era tornata umana. I suoi abiti erano scuri, pesanti di ciò che era appena accaduto. Rimase immobile, di spalle, stagliata contro i fari della jeep. Le braccia iniziarono a tremare. Il corpo si incurvò leggermente.


«No…» sussurrò, la voce incrinata.


Hige e Toboe la guardarono senza muoversi, come se non riuscissero ancora a comprendere fino in fondo. Delle gocce colavano lente dalle sue dita.


«Misha…» mormorò Hige, quasi incredulo.


Lei cercò di regolare il respiro. Le lacrime le scivolarono sulle guance, calde, pesanti.

Solo allora avvertì un bruciore al fianco. Si portò la mano lì… E capì: un proiettile l’aveva trapassata.


«Misha!» Hige la raggiunse in un attimo, riuscendo a sostenerla prima che rovinasse a terra.


«Sorella!» Anche Toboe si trascinò verso di lei, ignorando il dolore alla spalla, con il fiato corto e lo sguardo colmo di paura.


Vedendo i volti sconvolti dei suoi due amici, Misha sorrise, come a volerli rassicurare: «Va tutto bene.»


«Smettila! No, che non va tutto bene!» rispose Hige, la voce roca e tesa, mentre cercava di sorreggerla.


«Misha, cerca di rimanere sveglia!» aggiunse Toboe, ma il suo stesso respiro si faceva incerto e il pallore gli stava già mangiando il volto.


Hige non perse altro tempo. Premette con forza sul punto in cui il sangue continuava a uscire, ma gli fu subito chiaro che non sarebbe bastato.

Quel che seguì, Hige, non lo avrebbe ricordato con lucidità. Non davvero. Sapeva solo che qualcosa dentro di lui si allineò all’improvviso, come se ogni pensiero inutile fosse stato spazzato via. Rimase solo l’essenziale.

La portò al riparo nel capanno e la distese a terra. Le mani si mossero da sole, ripescando nella memoria ogni procedura che gli avevano insegnato nell'esercito per il primo soccorso. Strappò del tessuto, lo usò per tamponare, cercò qualcosa per disinfettare, anche solo quel poco che poteva bastare in quella situazione disperata.

«Resta con me… resta con me…» mormorava, più a sé stesso che a lei, mentre lavorava.


La ferita era brutta. Troppo. Ma non poteva permettersi di pensarlo. Doveva chiuderla e subito. Con movimenti rapidi e precisi cercò di contenere la perdita di sangue, comprimendo, stringendo, facendo pressione dove serviva, senza esitare anche quando lei sussultava appena sotto le sue mani.

Alzò lo sguardo verso Toboe. «Ehi, ascoltami! Tampona la tua ferita, subito! Premi forte, hai capito? Non smettere!»


Toboe annuì, anche se le mani gli tremavano, e fece come gli era stato detto, stringendo i denti mentre cercava di fermare il sangue alla spalla.


Hige tornò subito su Misha. Non c’era spazio per il panico. Non c’era spazio per il dubbio. Agire per salvarla, solo questo contava.


Era ormai notte fonda quando tutto finì.

Hige era accasciato in un angolo, esausto, sulle sue mani ancora tracce del sangue della sua amica. Il respiro usciva pesante ma bastava quello, il ritmo lento e costante del petto della ragazza, per impedirgli di perdere il senno.

Misha era distesa a terra, pallida e immobile, mentre dormiva e ormai fuori pericolo. O almeno così voleva credere. Aveva fatto tutto il possibile per fermare l’emorragia, per chiudere quella ferita che non avrebbe mai dovuto esserci. Per medicarla aveva dovuto toglierle la camicia, ma poi aveva avuto cura di coprirla con la giacca.

Poco distante, Toboe riposava con il braccio fasciato. Anche lui aveva ceduto alla stanchezza dopo che Hige si era occupato della sua ferita, stringendo i denti fino all’ultimo.


Il professor Silva, invece, non si era mai realmente svegliato. Era rimasto nel suo giaciglio, prigioniero della febbre, il respiro affannoso che si mescolava al silenzio della notte.


Hige sollevò lo sguardo su di loro, uno dopo l’altro, e poi lo abbassò. Un dolore vivo lo attraversò e la sopraggiunta stanchezza fece perdere i sensi anche a lui.



Il giorno successivo, Misha aprì lentamente gli occhi. Il dolore al fianco arrivò subito, come un morso che però riuscì a contenere. Portò la mano sulla ferita e sentì la fasciatura stretta. Rimase così per qualche istante, in silenzio, lasciando che il respiro si stabilizzasse ed i pensieri tornassero a prendere forma.

Poi sollevò lo sguardo. Accanto a lei, poco distante, Toboe dormiva ancora, il volto disteso, il braccio fasciato appoggiato al petto.

«Hige…» La voce le uscì, appena un soffio. I ricordi arrivavano a frammenti. Il rumore degli spari, la lotta, quella furia che le aveva invaso il petto senza lasciarle scelta. Sapeva bene cosa significava. Anche se era stata legittima difesa, il peso di aver tolto delle vite non era qualcosa che si dissolvesse così.


«Hige…» provò di nuovo, ma non cambiò molto. Strinse i denti e si fece forza. Si girò su un fianco e il dolore le strappò un respiro più corto, ma non si fermò. Sentiva che doveva alzarsi. Doveva andare da lui. Doveva fargli vedere che era viva, che era ancora lì.

Con un movimento lento, incerto, riuscì a mettersi seduta e poi in piedi. Barcollò, stringendosi la giacca attorno alle spalle e poi uscì dalla baracca.


L’aria fredda la colpì subito, quasi crudele nella sua quiete. Lo sguardo le cadde istintivamente nel punto dove il giorno prima giacevano i corpi e la jeep, ma lì non c’era più nulla, se non dei chiari segni di trascinamento. Lo spostò allora e lo sollevò oltre e lo vide: Hige era poco più avanti, sul ciglio della strada, di spalle e immobile, mentre il vento gli agitava i ricci fulvi. Sembrava fissare l’orizzonte, ma c’era qualcosa nel modo in cui teneva le spalle, nella rigidità del suo corpo, che faceva capire che non stava davvero guardando fuori. Stava guardando dentro.


«Grazie» disse la ragazza, trovando finalmente abbastanza voce da farsi sentire.


Le sopracciglia di Hige scattarono. Si voltò piano e le rivolse un sorriso malinconico, senza, però, avere il coraggio di sostenerne lo sguardo.



«Dove sono finiti?» chiese Misha, accigliandosi.


«Li ho fatti cadere nella scarpata… Almeno all’apparenza sembrerà un incidente.»


Misha abbassò leggermente il capo. «Non dovresti essermi complice in queste cose.»


«Lo hai fatto per difenderci. Se non fossi stata una lupa…» lasciò la frase sospesa, rifiutando anche solo di immaginare come sarebbe potuta andare. Poi si avvicinò e si sfilò la giacca, posandogliela sulle spalle.


«Lo sai che non sento freddo» disse lei.


«Non mi interessa... È il minimo che possa fare per te.»


«Il minimo?» ripeté lei, inclinando la testa e indicando la fasciatura. «Mi hai salvato la vita, Hige.»


Hige serrò le sopracciglia e i denti, poi distolse lo sguardo. «Dopo che a causa mia te l’ho distrutta.»


Misha sollevò un sopracciglio, confusa.


«Sai, quando ho compiuto ventitré anni…» iniziò lui, la voce più bassa e cupa. «Ho avuto un tremito. Non sapevo perché, ma lo temevo da sempre. Poi, quando ho iniziato a ricordare… E Darcia me ne ha dato conferma… Ho capito.»


«Continuo a non capire» disse lei, cercando di mantenere il respiro regolare nonostante il dolore.


Hige si portò la mano al colletto, in un gesto che sembrava venire da molto lontano. «Misha… Nella tua vita passata…» deglutì, la nausea che gli serrava lo stomaco «se sei morta… È per colpa mia.»


Dirlo ad alta voce fu come respirare dopo essere rimasto troppo a lungo sott’acqua.


«Colpa tua?» ripeté lei.


Gli occhi di Hige si infossarono. «Io ero l’esca di Jagra. Il collare che avevo al collo era un trasmettitore. Io ero… Il numero ventitré.»


Il silenzio che seguì fu pesante. Il vento si alzò, sollevando la neve.

Quando finalmente Hige trovò il coraggio di guardarla, il cuore gli si fermò. Gli occhi di Misha erano sgranati, vitrei.


«Quindi è così che ci hanno trovato.»


Hige strinse i pugni, poi le forze lo abbandonarono e cadde in ginocchio. «Allora è vero… È per colpa mia che sei morta.»


Quelle parole lo spezzarono.


Misha rimase in silenzio, poi le labbra si schiusero. Le spalle tremarono. «Il capobranco Zali, la signorina Cole, Moss… Tutti vennero presi da quei soldati neri. Cacciati, uccisi senza pietà…» gli occhi le si riempirono di immagini «le fiamme erano ovunque, nemmeno gli umani furono risparmiati.»


Hige si portò le mani alle tempie, quelle scene gli si riversarono dentro come se le stesse vivendo.


«Ma io non sono morta lì.»


Lui sollevò lo sguardo, sospeso.


Misha gli prese il mento e lo costrinse dolcemente a guardarla. «Io non sono morta per mano tua, ma per un incidente.» poi si accigliò «Dimmi la verità… Tu sapevi di essere un’esca?»


Il labbro di Hige tremò, poi si alzò di scatto. «Certo che no!» la sua voce rimbombò nello spiazzo.


Misha sorrise con malinconica. «Allora va bene. Per me questo basta.» Fece un passo avanti e lo abbracciò, stringendogli i fianchi e poggiando la testa sul suo petto. «Non tormentarti. Non è mai stata colpa tua. Mai.»


Hige ricambiò subito, chinando il capo mentre le lacrime gli rigavano il viso. «Mi dispiace comunque… Da quando ho iniziato a ricordare, questa cosa mi divora, anche se vengo perdonato. È più forte di me.»


«Lo stesso vale per me» sussurrò lei, chiudendo gli occhi «forse queste colpe non ci abbandoneranno mai.» Sollevò lo sguardo e gli asciugò una lacrima con il pollice. «Ma proprio perché entrambi conosciamo il peso di essere la causa della morte di qualcuno, che forse possiamo trovare la forza di sostenerci a vicenda.» Gli occhi si fecero lucidi e tirò su con il naso. «Ora smettila di piangere o me l'attaccherai e non te lo perdonerò.»


Hige rimase a guardarla negli occhi un secondo di troppo, poi si passò una mano sul viso e scosse il capo. «Oh Misha… Sei… Sei la mia migliore amica.»


A quelle parole, per un attimo, ma solo per un attimo, lo sguardo di Misha si velò, lasciando spazio ad un'espressione sincera di decisioni ormai prese e accettate.

Si sorrisero, uno scambio reciproco di complicità che non aveva più altri fini se non di quella di una buona amicizia. Ma svanì subito, quando Misha sussultò per il dolore.


«Non dovevi uscire, accidenti!» sbottò il ragazzo. Strinse i denti e la sorresse, accompagnandola lentamente di nuovo verso il rifugio. La fece stendere, controllò la fasciatura, poi le porse la borraccia.


«Bevi piano.»


Misha annuì appena, mentre lui rimaneva lì, accanto a lei.


Per un attimo il silenzio si stese tra loro, denso ma non ostile, riempito solo dai respiri lenti e profondi di Toboe e del professor Silva nella penombra della baracca.


«Misha…» disse a un certo punto Hige, rannicchiato con le ginocchia al petto e il mento poggiato sopra «se allora non è successo lì… Quando?» scosse il capo «Cioè… Non devi dirmelo per forza.»


Misha socchiuse gli occhi, lasciando che il respiro si facesse più regolare, nonostante il dolore che pulsava al fianco. «No, va bene.» La sua voce era bassa, ma ferma. «Dirlo ad alta voce aiuterà anche me.» Fece una piccola pausa, poi aggiunse: «Però dopo mi devi promettere che non mi guarderai più come se fossi un tuo fallimento.»


Hige non rispose. Si limitò a stringersi un po’ di più su sé stesso, nascondendo il viso tra le ginocchia.


Misha sospirò piano e poi parlò.


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Hige, Toboe, Tsume e Kiba erano da poco spariti oltre il tunnel, inghiottiti da quella galleria che anni prima aveva segnato il destino del branco. Zali rimase immobile ancora per qualche istante, lo sguardo fisso nel punto in cui erano scomparsi, come se potesse ancora intravedere le loro sagome tra le ombre. Poi abbassò il capo e si voltò.


Per lui non era finita.


Superò l’area del cimitero con passo pesante, il corpo che iniziava a fargli sentire ogni colpo ricevuto. Fu lì che vide Cole venirgli incontro, il volto teso.


«Sta’ tranquilla, sono andati via» disse lui, cercando di alleggerire la cosa mentre si massaggiava la spalla.


Ma Cole scosse subito il capo. «Non è per questo, è per Misha. È appena tornata dal campo e ha saputo che Moss e gli altri ti hanno aggredito. È… Fuori controllo.»


Zali serrò la mascella. «Accidenti…»


Quando raggiunsero il luogo dello scontro, la scena parlava da sola.


«Misha, fermati!»


La voce di Zali squarciò l’aria mentre la ragazza, nella forma ferina, aveva già atterrato uno dei compagni. Il lupo sotto di lei, più anziano, meno robusto, non aveva avuto alcuna possibilità. Ora giaceva schiacciato al suolo, mentre Misha incombeva su di lui, il muso a pochi centimetri dal suo, i denti scoperti, il respiro che usciva in nuvole di condensa.


Non c’era esitazione nei suoi occhi. Solo furia.


«Misha!» urlò ancora Zali, ma non ci fu risposta.

Allora scattò in avanti e, già mutato, le andò addosso con una spallata, colpendola di lato per strapparla via dalla presa. Il corpo di Misha rotolò per qualche metro, ma si rialzò quasi subito, le zampe piantate a terra, il pelo irto. Si voltò verso di lui e per un attimo, Zali ebbe la netta sensazione che non lo riconoscesse.

Le orecchie abbassate, le iridi accese, le labbra sollevate in un ringhio basso e profondo. Non era più solo rabbia. Era qualcosa di più antico... Più istintivo. Qualcosa per cui le parole erano inutili.


Zali non arretrò. Rimase fermo, piantato davanti a lei, sostenendo quello sguardo senza abbassarlo. Il vento sollevava la polvere tra loro, ma nessuno dei due si mosse.


«Basta così» disse, con una calma che contrastava con la tensione della scena. «Non è questo il modo.» Dietro di lui, gli altri lupi si erano fermati. Nessuno osava intervenire.


Misha fece un passo avanti. Le zampe affondarono nella neve. Il ringhio si fece più basso.


Zali inspirò lentamente, senza perdere il contatto visivo. «Non sei questo.»


Per un lungo istante non accadde nulla. Poi, quasi impercettibile, qualcosa negli occhi di Misha vacillò. «Capo, come stai?» chiese mutando espressione, abbassando appena il labbro e ritraendo le zanne, mentre il respiro si faceva più lento.


«Sto bene, non preoccuparti» rispose Zali con tono fermo.


Ma lei non si fidò di quelle parole. Gli occhi le si assottigliarono mentre lo osservava con attenzione. La pelliccia grigia, arruffata, copriva i segni, ma l’odore non mentiva. Il suo corpo stava ancora cercando di riprendersi dai colpi subiti dall'attacco a tradimento da alcuni membri - tra cui Moss -, che lo avevano additato come fonte della loro rovina e per aver permesso a quei quattro giovani lupi di andarsene.

Dietro di loro, il resto del branco era rimasto immobile. Il lupo che Misha aveva atterrato si rialzò in fretta e si allontanò, senza incrociare lo sguardo di nessuno.


«È comodo quando hai una guardia del corpo del genere, vero… Capo?» La voce di Moss spezzò il silenzio. Si era fatto avanti, ma nel modo in cui pronunciò quella parola non c’era più alcun rispetto.


Zali si voltò verso di lui, lo sguardo saldo. «Non ho bisogno di farmi proteggere da mia figlia.»


«Dopo tutto quello che ha fatto per noi, è così che ripagate il nostro capobranco?» intervenne Cole, avanzando al suo fianco, la rabbia che le vibrava nella voce.


Moss mostrò i denti. «Farci lavorare fino allo sfinimento mentre lui osserva dall’alto, come lo chiami?» fece un passo avanti «Tu hai persino perso la possibilità di avere dei figli tuoi, per questo posto maledetto in cui ci ha portato.»


«Allora vattene anche tu!» La voce di Misha arrivò netta. Avanzò con il capo alto e lo sguardo duro. Poi si voltò verso Zali. «Sono andati via, vero?»


Un cenno del capo bastò come risposta.


«Visto? Cosa ti impedisce di andartene?» proseguì, tornando a fissare Moss per poi scivolare sul resto del branco. «Se non volete più essere fedeli al nostro capobranco, chi vi trattiene? Là fuori c’è il Rakuen dei lupi. Quei quattro lo stanno inseguendo.»


Nessuno rispose. Le orecchie si abbassarono, gli sguardi si evitarono. Anche Moss, che fino a un attimo prima sembrava pronto a sfidare tutto e tutti, si chiuse in sé stesso.


Misha colse quella risposta silenziosa e fece un respiro più profondo. «Allora, se non avete il coraggio… Finitela con questa storia.» La sua voce non era più rabbiosa. Era ferma. «Scusatevi con lui.»


Ancora non bastava, allora il suo tono di voce si fece più grave e socchiuse gli occhi. «Pensate davvero che quando ci manda a lavorare, lo faccia senza pensarci? Pensate davvero che volesse la morte del nonno?» Quando li riaprì, non c’era più solo durezza, ma qualcosa di più profondo. «Siamo un branco. Dobbiamo rimanere uniti, nel dolore e nella gioia. Abbiamo solo noi in questo mondo in rovina.» Mostrò i denti, cercando di rimanere in quello stato di autocontrollo. «Se iniziamo a saltarci alla gola, allora... Che cosa ci rimane?»


Nessuno le rispose. Eppure quella domanda, caduta tra loro come un peso inevitabile, bastò a spegnere ogni altro impulso di ribellione.

Forse non lo avrebbero mai ammesso ad alta voce, ma ciò che li aveva spinti contro Zali non era stato solo rancore. Era stata una scintilla più antica, un ricordo sepolto. L’arrivo di quei quattro giovani lupi aveva riacceso qualcosa in loro, un’eco di ciò che erano stati davvero. Ma quell’eco era arrivata troppo tardi. La loro occasione era ormai passata, e al suo posto restava solo una lenta, inesorabile decadenza.

Se la erano presa con il loro capobranco… Ma la verità era che quei colpi avrebbero dovuto rivolgerli contro sé stessi, se solo avessero avuto il coraggio di guardarsi davvero.


La giornata trascorse lenta, quasi immobile, e con essa, la consapevolezza che l’indomani sarebbe stato identico, e quello dopo ancora. Fino a quando anche quel breve squarcio, quella deviazione nella loro routine, sarebbe stata inghiottita dal ritmo monotono della fatica, dal cigolio dei macchinari e dal peso delle catene invisibili che li tenevano lì.


«Immaginavo di trovarti qui.» La voce di Zali arrivò calma, quasi naturale. Non trovandola al rifugio, non c’era altro posto dove cercarla: la tomba del nonno.


Gli umani avevano voluto disfarsi di quel corpo come di un oggetto inutile, ma il branco era riuscito a strapparlo loro, seppellendolo nella fossa che lui stesso aveva scavato.

Misha era accovacciata davanti al cumulo di terra ancora fresca, le braccia strette attorno alle ginocchia, lo sguardo fisso. Non rispose.


Zali si avvicinò e si fermò accanto a lei. Rimasero così, in silenzio, mentre il vento muoveva i loro capelli e l’aria salmastra riempiva i polmoni. Per una volta, l’odore di petrolio sembrava lontano, quasi inesistente.


«Mi sembra ieri che sei arrivata qui, sola e smarrita» disse lui, dopo un po’.


«Sono passati sei anni.»


Zali accennò un sorriso. «Già sei?» scosse il capo «In questo posto si perde davvero il senso del tempo.»


Misha abbassò un poco lo sguardo. «Tu, la signorina Cole e il nonno siete stati i primi ad accogliermi… Anche se la mia pelliccia era impregnata di morte. Per gli altri ero solo un mostro.»


«Ma hanno imparato a fidarsi di te» rispose Zali «Ti rispettano. L’hai visto anche oggi.»


Misha non replicò.


Zali la osservò e si accigliò leggermente. «Dopo di me, saresti un ottimo capobranco.» disse inizialmente con tono confortevole, ma subito dopo una nota grave attraversò il suo sguardo e strinse i pugni «Peccato che forse, per allora, non ci sarà più alcun branco.»


Misha si alzò e gli sorrise, sfiorandogli il braccio. «Tu guiderai questo branco ancora a lungo.»


Zali abbassò lo sguardo. «Ma un giorno finirà… E mi fa rabbia pensare che sarai l’ultima. Non potrò lasciarti nulla.»


«Non è vero» rispose lei con dolcezza «Quello che mi hai dato è già tutto. Grazie a voi ho capito che posso fare qualcosa di buono per gli altri.»


Zali la guardò, e nel suo sorriso c’era malinconia. Misha era giovane, troppo giovane per il peso che portava. Eppure continuava a offrire al mondo uno sguardo limpido, quasi ostinato, come se volesse opporsi alla crudeltà con qualcosa di più grande.


«Misha…» disse infine, indurendo la mascella «Oggi hai fatto una domanda al branco. Ora la faccio a te.» Il suono del mare si insinuò tra le parole «Ho sentito l’odore di Toboe e Tsume su di te… Quindi li hai incontrati.» La fissò negli occhi. «Perché non sei andata con loro?»


Misha rimase immobile, lo sguardo tornato sulla terra smossa. «Perché non potrei lasciarvi» disse piano «Sono giovane e forte, avete bisogno di me.»


Zali reagì subito, afferrandola per le braccia. «Ed è proprio per questo che sei sprecata qui! Il tunnel è a pochi passi. Se corri, puoi ancora raggiungerli!»


Misha scosse il capo con forza, gli occhi chiusi.


Le spalle di Zali tremarono. «Non voglio vederti consumarti così. Hai già dato abbastanza agli umani… Sii libera.»


«Non potrei esserlo, sapendo di avervi lasciato indietro» rispose lei con trasporto «Voi siete la mia famiglia.» Il respiro le si spezzò. «Io non sto più servendo gli umani… Sto scegliendo di restare.» La voce si incrinò. «E poi… Lo sai… Io quel posto non me lo merito.» Le lacrime iniziarono a rigarle il viso. «Nemmeno tu puoi cancellare quello che ho fatto… Ma ti prego, lasciami restare. Come tua figlia… Come la figlia della signorina Cole. Siete voi il mio Rakuen. Il resto… Non mi importa.»


Quelle parole erano vere. Totalmente. Tuttavia, nel pronunciarle, i volti di Tsume e Toboe attraversarono la sua mente come un lampo. La consapevolezza di averli lasciati andare, forse per sempre, le strinse il cuore in una malinconia profonda.


Zali non replicò. La strinse a sé in un abbraccio improvviso e paterno e un singhiozzo gli sfuggì. Misha ricambiò e restarono stretti per un po' l’uno all’altra, mentre il vento continuava a soffiare e il mare rompeva il silenzio e, per un momento, senza parole, quel silenzio bastò a dire tutto.



La loro vita avrebbe potuto continuare così, sospesa in quella lenta decadenza, ma sostenuta da un legame che non si era spezzato. La certezza di potersi ancora guardare negli occhi, di potersi ancora chiamare branco, era l’unica cosa che rendeva sopportabile tutto il resto... Ma quell’equilibrio fragile era già stato incrinato.


L’arrivo di Hige a Mine-Ruins Town, senza che nessuno potesse saperlo, aveva acceso un segnale. Il collare che portava al collo non era qualcosa di innocuo. Jagra lo osservava, e attraverso di lui aveva trovato loro.


Quando il drone sorvolò l’isola, non ci furono più dubbi.



L’attacco arrivò come una frattura improvvisa. Un fischio acuto squarciò l’aria della notte, penetrando fin dentro le ossa. I lupi caddero tutti in ginocchio, sopraffatti da quel dolore innaturale e acustico, tenendo le teste strettamente serrate tra le mani. 

Esplose immediatamente il caos più totale. Le fiamme divamparono alte, si levarono le urla dei feriti e il metallo delle armi si scontrò violentemente nel buio. L’intera isola si trasformò in pochi minuti in un campo di battaglia sanguinoso. I pochi soldati a guardia dell'isola del regno di Darcia tentarono di opporsi all'irruzione, ma furono travolti rapidamente a causa della netta differenza di numero e di equipaggiamento tattico, e lo scontro complessivo durò molto poco. I Cacciatori nemici non avevano l'abilità di distinguere gli esseri umani dai lupi camuffati, e così attaccavano ferocemente chiunque si trovasse sul loro cammino. Per Misha, quel luogo protetto che era diventato a tutti gli effetti la sua casa si stava sgretolando davanti ai suoi stessi occhi. 

Moss e altri due compagni, nel tentativo disperato di fuggire verso il ponte sospeso della ferrovia, mutarono improvvisamente forma per salvarsi. Fu un errore inevitabile e vennero scoperti subito dalle sentinelle. Le lance d'acciaio si alzarono pronte a colpire e non c’era ormai più alcuno spazio per la fuga. 

Poi, un’ombra fulminea. Un balzo improvviso nel vuoto. 

Un grosso corpo lupesco, bianco e nero, piombò su di loro con una forza brutale, travolgendo i soldati di Jagra prima ancora che potessero reagire all'impatto. I colpi nemici vennero deviati, le distanze annullate e la lotta ravvicinata fu breve, precisa e spietata. Quando tutto si fermò nel sangue, il respiro affannoso di Misha riempì lo spazio circostante; la sua folta pelliccia era interamente inzaccherata di fango e gocciolante.

«State bene?» chiese, ancora visibilmente ansante per lo sforzo della battaglia.

Moss e gli altri lupi rimasero immobili per un lungo istante, come del tutto incapaci di reagire di fronte a quella furia.

«Sì…» disse infine l’uomo con il berretto giallo, usando una voce ancora incerta e tremante. «Ci hai salvato la vita.»

Misha lo fissò dritto in faccia, mantenendo lo sguardo saldo e fiero. «Certo. Siete il mio branco.» Non c’era la minima esitazione in quelle parole pronunciate con orgoglio. La lupa fece un gesto deciso con il muso. «Via di qui subito.»

I tre si mossero immediatamente, senza discutere gli ordini. Moss, tuttavia, si fermò un solo attimo, facendo un cenno profondo con la testa verso di lei.

«G-grazie, Misha.»

Lei non rispose subito al ringraziamento. Si limitò a guardarlo per un brevissimo istante nella penombra, poi voltò lo sguardo fiero verso le fiamme che stavano divorando l’intera isola.



Quella notte di fiamme sembrò non finire mai. Man mano che i lupi venivano scoperti nei loro rifugi, gli uomini di Jaguara li accerchiavano e li abbattevano con assoluta violenza, ma senza concedere la una morte. Li volevano a tutti i costi vivi: così, una volta condotti prigionieri nel regno, sarebbero diventati prezioso nutrimento per Lady Jaguara e per i nobili, un sacrificio di sangue per alimentare il loro Rakuen egoistico.

«Non osate toccarla!» La voce di Zali ruggì potente sopra il caos della battaglia. 

Uno dei soldati nemici stava per lanciare una pesante rete di ferro su Cole, che giaceva ancora a terra, rimasta stordita dal fischio lancinante. In quell’esatto istante, qualcosa dentro Zali si spezzò, o forse si ricompose: il fiero lupo che credeva di aver perso per sempre dopo anni di esilio riemerse con una ferocia dimenticata. Scattò in avanti tra le macerie. Il suo balzo fu preciso e letale; le fauci possenti si chiusero tra l’elmo e il colletto dell’armatura nemica, proprio lì dove la carne del collo era esposta. Ci fu un fiotto di sangue, e il soldato crollò pesantemente al suolo. Zali non esitò un solo secondo, tornò subito da Cole spingendola con il muso e cercando in tutti i modi di farla reagire per fuggire. 

Un profondo e lacerante ululato squarciò l'aria pesante. Misha irruppe nella scena con un salto formidabile che superò le fiamme alte, atterrando tra i nemici con una violenza tale da far arretrare più di un uomo spaventato. Zali la osservò per un breve attimo, e in quel rapido scontro di sguardi si mescolarono uno stupore immenso e un profondo orgoglio paterno. 

Padre e figlia ora combattevano insieme. Si muovevano in perfetta sintonia, come se il caos distruttivo attorno a loro non esistesse affatto; deviavano colpi di lancia, spezzavano gli assalti ravvicinati, liberavano i compagni in difficoltà e persino alcuni esseri umani rimasti intrappolati nello scontro. In quella concitazione disperata, i due ricordarono con fierezza a tutti i presenti cosa significasse essere dei veri alpha. 

Cole, lentamente, riaprì le palpebre. Il mondo le girava vorticosamente attorno, ma non riuscì a mettere a fuoco la scena, poiché la testa le ronzava ancora per il colpo ricevuto.

«F-fate attenzione…» sussurrò con un filo di voce roca.

Un soldato della guardia la vide a terra e si mosse subito verso di lei, pronto a sfruttare la sua evidente debolezza per catturarla. Non fece, però, in tempo a metterle le mani addosso: Misha lo travolse in pieno con una poderosa spallata, scagliandolo lontano contro le travi. Si chinò subito su Cole, sfiorandole con affetto il muso con il proprio. «Come stai?»

Gli occhi di Cole si spalancarono per il terrore. «Attenta, Misha!»

In quell'istante, un ennesimo soldato, con la lancia levata nel buio, incombette minaccioso su Misha, approfittando della sua distrazione nel soccorrere la madre; ma proprio all'ultimo secondo, anch'esso venne spinto via con brutalità. Non fu Zali, tuttavia, ad intervenire in sua difesa, bensì Moss, il cui corpo portava già i segni e le ferite profonde degli scontri precedenti.

«Siamo un branco» disse l'uomo con fatica, asciugandosi il sangue dal muso. «Ci proteggiamo a vicenda.»

Misha lo guardò con profonda sorpresa, poi gli rivolse un cenno del capo, breve ma sinceramente grato.


Moss e i lupi rimasti trovarono finalmente il coraggio di ribellarsi sul serio. Non c’era più alcuno spazio per esitazioni o vecchi rancori: si lanciarono nella lotta con un’energia nuova, disperata ma autentica, quella tipica di chi ha scelto di combattere fino all’ultimo respiro pur di non diventare preda dei nobili. In quell’istante recuperarono l'orgoglio e la loro vera natura, e per un breve momento sembrò che quella forza ancestrale potesse davvero ribaltare le sorti dello scontro. 

Ma quell’ondata si spezzò all’improvviso. 

Un guaito lacerante risuonò nell’aria, così netto da sovrastare ogni altro rumore della battaglia, e gli occhi di tutti si voltarono nello stesso punto. Il corpo di Moss, ancora sospeso a mezz’aria durante un balzo, si piegò in modo innaturale, come se fosse stato spezzato da una forza invisibile: uno sparo. Nella confusione generale, uno dei soldati aveva dimenticato gli ordini e aveva premuto il grilletto di un'arma da fuoco. Il lupo ricadde pesantemente a terra in una pozza di sangue, immobile. 

Per un attimo il tempo si fermò. L’aria si fece pesante, quasi irrespirabile. Poi qualcosa cambiò nei lupi superstiti: le labbra si sollevarono, e i ringhi si fecero più profondi, più lunghi e carichi di rabbia cieca. Quella ferita mortale non era solo di Moss, ma di tutti loro, dello spirito stesso del branco. Nei loro occhi si accese una luce feroce e primordiale che fece esitare persino i soldati più incalliti. 

Fu come un’unica onda d'urto. Gli animali si scagliarono contro il nemico con una furia ancora maggiore, e per la prima volta furono loro a prendere il sopravvento. Colpivano, schivavano e rispondevano con una determinazione assoluta, spinti dal desiderio viscerale di vendicare il loro compagno caduto. 

Quella supremazia, però, purtroppo durò molto poco. 

I mezzi tecnologici di Jagra erano troppo superiori. Dall’alto, l’aeronave ricevette l’ordine e un nuovo fischio sonico si abbatté su di loro, lacerando i sensi e piegando i corpi. I soldati ne approfittarono immediatamente; ripresero posizione, le lance tornarono ad affondare nella carne e le urla dei lupi si mescolarono al vento gelido e al crepitio delle fiamme che divoravano l'isola. 

Zali comprese in quell’istante che ormai stavano perdendo. Non c’era più alcuna possibilità di ribaltare lo scontro. Si voltò verso Misha, che stava aiutando Cole a rialzarsi tra le macerie, e prese la sua dolorosa decisione.

«Misha, Cole, seguitemi!»


Misha lo guardò perplessa, ma qualcosa nella sua presenza non lasciava alcuno spazio al dubbio e così, sostenendo Cole nella forma umana, lo seguì rapidamente fino a raggiungere l’area del cimitero e da lì fino all’ingresso del tunnel sotterraneo. Fu proprio su quella soglia buia che si fermò di colpo.

«Non abbandonerò i nostri compagni!»

Zali si voltò di scatto verso di lei, mostrando il volto segnato dalla battaglia ma conservando uno sguardo fermo. «Noi siamo ormai perduti, ma tu puoi e devi ancora salvarti!»

«No, scordatelo nel modo più assoluto!» rispose lei con forza, scuotendo energicamente il capo mentre le prime lacrime calde già le bruciavano gli occhi.

«Fai quello che ti dice tuo padre!» intervenne Cole, affranta per la situazione ma del tutto decisa.

Zali si voltò verso la compagna. «Cole, ti prego, vai anche tu con lei.»

Cole serrò la mascella e ringhiò piano, rifiutando l'ordine. «Si salverà nostra figlia… Ma io ti rimarrò accanto fino all’ultimo istante. Non ti lascerò mai qui a morire da solo.»

«Non andrò via!» insistette Misha, mostrandosi ancora più ostinata dei genitori, con il corpo teso e il cuore che le batteva all’impazzata nel petto.

A quel punto Zali gonfiò il petto con foga e mostrò le zanne affilate; la sua presenza di alpha si impose con tutta l’autorità assoluta che si era duramente guadagnato in quegli anni di comando. «Io sono il tuo capobranco. Farai esattamente quello che ti dico!»

Quelle parole d'autorità la colpirono come un peso invisibile e insostenibile. Misha tremò da cima a fondo e scosse il capo, lottando contro quell’ordine biologico che dentro di lei la costringeva inevitabilmente a piegarsi. Fu Cole a spezzare la tensione di quel momento; si avvicinò alla figlia e la strinse in un abbraccio forte ma disperato, premendole con calore la fronte contro la spalla. «Ti prego, bambina mia, non darci questo dolore. Tu devi salvarti a ogni costo.»

Misha ricambiò l'impeto, affondando il viso nel suo collo mentre la voce le si incrinava per i singhiozzi. «Voi siete la mia vera famiglia… Io non voglio… Non posso lasciarvi morire qui.»

Zali si avvicinò a sua volta e le abbracciò entrambe, stringendole in un cerchio di calore che racchiudeva tutto ciò che la durezza del momento non poteva dire a voce. Con assoluta decisione, subito dopo, lui e Cole le presero la mano e Misha, come sospesa in un limbo, li seguì all’interno del tunnel. Percorso qualche metro nella galleria, lei si voltò smarrita verso di loro, mostrando lo stesso identico sguardo spaurito di quando l’avevano trovata anni prima alle porte del villaggio.

Zali la guardò un’ultima volta negli occhi, con il volto attraversato da un sorriso sereno. «Misha… Raggiungi quei quattro eroi e con loro raggiungi il Rakuen.»

Lei si strinse nervosamente le mani al petto, scuotendo il capo. «Ma io non ne ho il diritto…»

«Sì che lo hai!» rispose l'alpha con voce inizialmente dura, che però si addolcì all'istante. «Vai, figlia mia, e porta tutti noi nel tuo cuore.»

Cole si mise accanto al compagno e annuì convinta, mostrando gli occhi lucidi ma un sorriso sincero. «Non siamo che lupi decaduti che si sono arresi al destino, ma attraverso te... Sopravvivremo.»

Il rumore della feroce battaglia all'esterno arrivava ormai attutito fino a loro, come un’eco lontana e spettrale.

«Perciò vai» concluse Zali, fissandola dritto nelle iridi, «corri più che puoi. Contiamo tutti quanti su di te.»

Misha sussultò vistosamente, come se quel dolore immenso le avesse attraversato il petto da parte a parte, cercando un varco per spezzarla dall'interno; lei, tuttavia, a fatica cercava di resistergli. Fece un passo avanti, poi un altro, e infine si slanciò con impeto verso di loro, stringendoli in un ultimo abbraccio e aggrappandosi ai loro come se quel contatto fisico potesse fermare lo scorrere del tempo. Zali e Cole ricambiarono il gesto senza alcuna esitazione, serrandola forte contro di sé come se volessero imprimere nella memoria ogni singolo istante e ogni respiro condiviso prima della fine.

«Voi siete mio padre e mia madre…» disse la ragazza in un impeto di sincero e profondo orgoglio, «voi mi avete dato la vita e io non lo dimenticherò mai.»

Zali chiuse gli occhi per un brevissimo istante, come per trattenere tutto ciò che stava inevitabilmente per perdere, poi la sua voce uscì spezzata dall'emozione, ma ferma nella decisione. «Ti prego… Va’ ora.» Le sue mani tremarono visibilmente. «Vai!» 

E in quell’ultimo, disperato gesto la spinse via da sé. Fu un movimento brusco, quasi duro, ma dentro conteneva tutto l’amore viscerale che non poteva più permettersi di mostrare apertamente, perché sapeva che se avesse esitato anche solo un secondo, non l’avrebbe più lasciata andare.

Misha rimase per un brevissimo attimo del tutto immobile nella penombra, con gli occhi colmi di lacrime, poi si voltò di spalle. Il suo corpo umano mutò rapidamente, il pelo bianco e nero si sollevò lungo la schiena e, nella sua forma di lupa, iniziò a correrene. Corse con tutte le forze che aveva in corpo senza mai più guardarsi indietro, lasciandosi alle spalle quell’isola ormai interamente divorata dalle fiamme.


Non seppe per quanto tempo continuò a correre nell'oscurità. Il tunnel sotterraneo era lungo, buio e opprimente, e ogni singolo passo sembrava identico al precedente, come se quella galleria non dovesse finire mai. Il suo respiro si faceva sempre più pesante e le zampe più rigide per lo sforzo, ma lei non si fermò; non poteva permettersi di farlo. 

Finché, all’improvviso, una luce accecante non le colpì gli occhi all'uscita. Ne uscì quasi del tutto accecata, incespicando negli ultimi passi prima di crollare sfinita a terra. Il corpo le tremava per la fatica accumulata e dentro di lei qualcosa continuava ad agitarsi senza trovare pace. Rimase lì distesa sul terreno duro ai piedi di una boscaglia, mentre il tempo scorreva lento senza che lei lo percepisse davvero nella mente. Doveva aver corso disperatamente per ore: il sole era sorto, aveva interamente attraversato il cielo e ora si avvicinava di nuovo al tramonto. 

Quando trovò finalmente la forza fisica di rialzarsi, muovendosi lentamente, l’odore della cenere le arrivò alle narici prima ancora che potesse vederne la fonte. Era un odore acre e terribile che le riempì le vie respiratorie, facendola irrigidire d'istinto. Si voltò. L’isola era ormai lontana, persa all’orizzonte del mare, ma un sottile filo di fumo nero era ancora chiaramente visibile nell'aria, come una cicatrice nel cielo grigio. 

Il suo petto si contrasse violentemente e l’ululato che emise verso l'alto fu lungo, straziante e carico di tutto ciò che non poteva più trattenere nel cuore. Dentro quel suono c’erano il dolore della rovina e la perdita della famiglia, ma anche ogni singolo ricordo felice, ogni momento vissuto in quei sei anni accanto a Zali, a Cole e al resto del branco. Continuò a ululare al cielo, ancora e ancora, come se quel suono disperato potesse attraversare la distanza dello spazio e raggiungere qualcuno nel vuoto. Come se, da qualche parte, qualcuno potesse rispondere al richiamo, qualcuno che magari era miracolosamente riuscito a salvarsi dal massacro proprio come lei. 

Aspettò a lungo in ascolto, ma non arrivò nulla di rimando. Solo il fischio del vento. 

Misha abbassò lentamente il muso verso la terra. Era rimasta sola.


Nei giorni successivi Misha vagò quasi senza meta, lasciando che fossero unicamente le sue zampe a guidarla nel territorio sconosciuto. La sua mente appariva vuota, del tutto priva di direzione, come se ogni minima volontà si fosse spenta insieme a ciò che aveva perduto per sempre. Camminava, respirava, ma senza davvero esserci con la coscienza. 

Per un momento pensò persino di lasciarsi del tutto andare: si accasciò in un angolo buio della foresta, tra la terra fredda e le radici secche degli alberi, socchiuse le palpebre e rilassò il corpo, pronta ad arrendersi e a lasciare che fosse la natura stessa a reclamare ciò che restava di lei. Ma proprio in quel secondo qualcosa di viscerale la scosse dal torpore. Un odore. Le sue narici si dilatarono all’improvviso e il respiro si fece più profondo. Era una scia debole, quasi impercettibile, ma ancora chiaramente riconoscibile. Sollevò di scatto la testa, poi l’intero corpo, e iniziò ad annusare con estrema attenzione il circondario. Non si trattava di una sola traccia. Erano due odori ben distinti e familiari: Toboe e Tsume. 

Il cuore le accelerò all'istante nel petto, spezzando bruscamente quell’inerzia distruttiva che la stava inghiottendo.

«Ora che ti abbiamo conosciuto, anche se distanti, sapremo sempre come trovarci.» Le parole del lupo dalla pelle ambrata le tornarono alla mente con una chiarezza improvvisa. 

Subito dopo, come un’eco molto più profonda e dolorosa, arrivarono nella coscienza anche quelle dei suoi genitori. No, si promise stringendo i denti, non poteva arrendersi al dolore, non doveva farlo. Il branco contava ancora su di lei e, portando con sé vivo nel cuore ogni singolo compagno, avrebbe finalmente dato un senso profondo a tutto ciò che era stato. Il corpo della lupa si irrigidì, come attraversato da una scossa elettrica, e lentamente ritrovò tutta la sua forza muscolare. Le zampe si piantarono a terra con decisione e lo sguardo si fece di nuovo vivo e fiero. Davanti a lei si stendeva la traccia olfattiva; era sottile, fragile… Ma più che sufficiente per iniziare la ricerca. L’istinto del sangue l’avrebbe guidata nella notte e un giorno, ne era assolutamente certa, li avrebbe raggiunti tutti.


Corse per giorni e giorni, senza fermarsi davvero, spinta da un istinto che ormai era diventato più forte della stanchezza stessa. Il divario che la separava dai quattro eroi era enorme, lo percepiva chiaramente, eppure non smise mai di inseguire quella traccia, come se ogni passo potesse accorciare quella distanza. A un certo punto, all’odore dei suoi amici si mescolò qualcosa di diverso: una fragranza dolce, delicata, simile a quella di un fiore. Era lo stesso profumo che, anni prima, l’aveva guidata fino al villaggio.

Il suo cuore si riempì di fiducia, di una speranza che non provava da tempo, e nella sua mente prese forma un’immagine limpida: li avrebbe ritrovati, avrebbe corso verso di loro, li avrebbe abbracciati, e insieme avrebbero affrontato qualsiasi cosa fosse venuta dopo.


Ma il destino non seguì quella strada.


Un giorno, all’improvviso, una tormenta di neve la investì. Il vento urlava, il gelo mordeva la pelle, e il mondo attorno a lei sembrava volerla respingere. Ormai la fine del mondo si stava avvicinando, e i luoghi che stava attraversando erano diventati ostili, privi di vita. Fame e stanchezza la raggiunsero insieme, come un peso insostenibile, e quando finalmente il vento si placò, si ritrovò disorientata, il respiro corto, il corpo tremante. L’odore dei suoi amici… Era svanito.


Continuò a muoversi lo stesso, trascinandosi in quella landa ghiacciata, aggrappata solo alla volontà. La lingua le pendeva fuori, il passo si faceva incerto, la schiena si incurvava sempre di più sotto il peso della fatica. Eppure andava avanti.


Poi, all’orizzonte, qualcosa apparve: quattro sagome. Due dal pelo marrone, una bianca e una grigia.


Erano lì. La stavano guardando. La stavano aspettando.


Il suo sguardo si illuminò, la coda iniziò a muoversi con una gioia incontrollabile, e senza pensarci corse verso di loro con tutte le forze che le restavano, dimenticandosi di tutto quello che la circondava.



«Eccomi… sto arrivando!» gridò, ma quelle figure sembravano non avvicinarsi mai davvero, restando sempre alla stessa distanza.


Poi accadde tutto in un istante. Il suolo cedette sotto di lei.

Una trave marcia, nascosta dalla neve e dal ghiaccio, si spezzò, e il terreno scomparve. Misha precipitò nel vuoto, il corpo che sbatteva contro travi spezzate e pezzi di ferro sporgenti, che la laceravano senza pietà. Cadde per metri, senza possibilità di fermarsi, finché non si schiantò contro la pietra gelida con una violenza che tolse il respiro.


Il silenzio che seguì fu irreale e una macchia scura iniziò ad allargarsi lentamente sotto di lei.

Sbatté le palpebre, confusa, incapace di comprendere subito cosa fosse accaduto. Il corpo non rispondeva più. Era spezzato, immobile, e la neve riprese a cadere, posandosi su di lei come un velo.


Le forze la stavano abbandonando. Solo la mente resisteva ancora, quel tanto che bastava per capire: la sua corsa… Finiva lì.

Aveva affrontato pericoli, superato prove, accettato un passato doloroso, trovato la forza di andare avanti lasciandosi dietro ciò che amava. Aveva portato sulle spalle il futuro del branco… Eppure non era bastato.


Non è giusto.


Il pensiero si fece spazio, amaro, insistente.


Non è giusto.


Sapeva di non avere diritto al Rakuen, lo aveva sempre pensato, ma almeno per loro, almeno per i suoi compagni, avrebbe voluto arrivare fino in fondo, avere la possibilità di provarci.


Non è giusto.


La morte arrivò lenta, come un mantello scuro che le scese sugli occhi. Non la temeva. L’aveva accompagnata per tutta la vita, come una presenza costante. Quello che sentiva era rabbia e una solitudine profonda.

Proprio, però, un attimo prima che l’incoscienza la inghiottisse del tutto… Un dolce e soave canto. Lontano e allo stesso tempo così chiaro da sembrare vicino.


Grazie a quelle parole confortanti e nostalgiche, affrontò il suo trapasso con serenità.


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Quando Misha terminò il racconto, nel rifugio calò un silenzio pesante, quasi tangibile. Le sue parole sembravano ancora sospese nell’aria. Il suo sguardo si fece malinconico, ma non c’era più smarrimento in lei, solo una quieta accettazione, come se quel dolore, ormai, avesse trovato un posto dentro di sé.


«Quindi è così che sei morta?»


La voce di Toboe, commossa, la raggiunse all’improvviso. Misha si voltò, colta di sorpresa. Non si era accorta che si fosse svegliato. Ora lui era lì, con gli occhi lucidi, pieni di lacrime trattenute a fatica, lo sguardo sconvolto mentre cercava di reggere il peso di ciò che aveva appena ascoltato.


Anche il professor Silva aveva ripreso conoscenza. Rimaneva disteso sotto la coperta termica, ma osservava la scena di sottecchi, la mascella serrata, come se stesse cercando di contenere qualcosa che non riusciva a definire.


Hige, invece, non si era mosso. Era rimasto seduto, con il volto nascosto tra le ginocchia, immobile.


Misha li guardò uno a uno. Avrebbe voluto alzarsi, andare da loro, stringerli, dire che andava tutto bene, che quel passato non aveva più il potere di farle male. Ma il lungo racconto l’aveva svuotata ed il corpo le chiedeva tregua. Così si limitò a sussurrare, con un filo di voce: «Ora non sono più sola.»


Toboe non esitò un istante. Ignorò il dolore alla spalla, si sporse in avanti e appoggiò la fronte contro la sua, stringendo gli occhi. «No che non lo sei. Non lo sei…» la voce gli tremava «Ci hai raggiunti, Misha… Ci hai raggiunti.»


Misha accennò un sorriso appena percettibile, sollevò una mano e gli accarezzò i capelli con dolcezza. «Il mio cucciolo…»


Toboe non trattenne più nulla. Si lasciò andare a un pianto aperto, senza difese, addolorato da quello che sua sorella aveva dovuto affrontare.


Misha, con un gesto lento, provò ad allungare l’altra mano verso Hige. Le dita sfiorarono il suo braccio. Hige, però, si alzò di scatto, senza dire una parola. Non la guardò nemmeno. Si voltò e uscì dalla baracca.


La ragazza fissò quel punto dove un attimo prima stava lui e poi si lasciò andare ad un sospiro. 


Hige inspirò l'aria fredda del gelo del mattino, completamente svuotato ed atterrito. Quello che aveva appreso lo aveva scosso nel profondo: era stato la causa della sua rovina, ma non solo la sua, anche di tanti altri branchi che lo avevano accolto e per ognuno di loro portava un peso.


Kiba e gli altri al tempo lo avevano perdonato, ma il fatto era che nessuno di loro era mai stato veramente coinvolto dalla sua "maledizione", mentre Misha ne era stata una vittima diretta. A causa sua, la sua famiglia era stata distrutta e solo lei ne era uscita, sola, e solo per andare incontro a un triste destino.


In tutti quei momenti che nella loro nuova vita avevano vissuto, dalle risate alle carezze lente sotto le lenzuola, ognuno di esso ora sembrava macchiato da quella colpa indelebile. Come avrebbe potuto guardarla negli occhi e definirsi ancora un suo amico? 


«Sai…» disse Misha a bassa voce «in un libro antico, l*’Etica Nicomachea*, si dice una cosa molto semplice: “Noi siamo ciò che facciamo ripetutamente.”»


Le parole della ragazza gli giunsero improvvisamente alle orecchie. Si era nuovamente rialzata e non sembrava importarle se ora le bende si erano macchiate di rosso. Lì, attaccata all'entrata, con Toboe che cercava di tirarla indietro, ansante, lo fissava con determinazione.


Abbassò lievemente lo sguardo, poi tornò a lui. «Non quello che succede una volta, non un singolo momento… Ma quello che scegliamo di fare, ancora e ancora.» Fece un respiro lento. «Tu invece ti stai guardando come se tutta la tua esistenza si riducesse a quell’unico istante… A quello che è successo a me... Oppure alla tua Blue.» Le dita si strinsero debolmente. «E questo… Mi fa male, Hige. Perché posso vedere quanto sei ferito, quanto ti stai consumando da solo.»


Hige abbassò il mento e deglutì, senza la forza di replicare.


Misha scosse piano il capo. «So che non smetterai mai davvero di portarti dietro questo peso. Non ti chiederò di farlo…» la voce si fece più dolce «ma continuare a punirti così non cambierà nulla.»


Toboe di nuovo provò a tirarla indietro, ma la ragazza era inamovibile.


«Una volta mi hai detto che non ti consideri un eroe. E forse è proprio per questo che non riesci a vedere quello che vedo io.»


Provò a fare un passo, ma una fitta la fece leggermente piegare su sé stessa. «Io non vedo quel singolo momento. Io vedo tutto il resto.» La voce si fece più bassa, contratta dallo sforzo di cercare di superare i suoi limiti, pur di dirgli ciò che pensava di lui. «Vedo solo qualcuno che ha un cuore grande e solo qualcuno che tiene davvero agli altri può soffrire così tanto per ciò che è successo... Al punto da prendersi addosso anche ciò che non gli appartiene.»


Un leggero tremito le attraversò il respiro, ma non distolse lo sguardo. «Se il Rakuen ti ha fatto rinascere, se ti ha dato la possibilità di ritrovare i tuoi amici, allora vuol dire che tu questo te lo sei guadagnato davvero. Vuol dire che tutto quello che sei… Conta più di quell’unico momento.»


Un folata di vento passò in quel momento, sollevando le ciocche di entrambi; lo sguardo azzurro di Misha ne uscì incorniciato, limpido, esposto, con quella sincerità disarmante di chi aveva detto esattamente ciò che pensava.


Hige scoccò la lingua sul palato e strinse i pugni. Dentro di lui qualcosa si muoveva, una resistenza che si incrinava poco alla volta. Quelle parole gli erano entrate dentro. Misha, nonostante il dolore, si piegò sulle ginocchia tra le proteste di Toboe, furioso nel vederla ignorare la ferita pur di restare lì, ad aspettare una risposta. 


All’improvviso le spalle di Hige si abbassarono, come se un peso gli fosse scivolato via di dosso. Tornò a guardarla e in quello sguardo riconobbe il proprio: lo stesso dolore, la stessa ferita… Ma trasformata. In lei ora c’era qualcosa che a lui mancava ancora: accettazione. Ripensò a quando era stata lei a crollare, a quando quel passato le era esploso dentro con violenza. Eppure era ancora lì. In piedi. Presente.


Fece un passo, poi un altro. Si avvicinò senza più esitazione, la sollevò tra le braccia con un gesto deciso. «Se io sono un eroe, allora tu sei una sciocca. Mettersi a fare discorsi filosofici con una ferita aperta.»


«Allora non andartene più a quel modo» ribatté lei, aggrappandosi al suo collo mentre si lasciava aiutare.


Quando la distese di nuovo, Misha lasciò uscire un sospiro. Toboe la osservava con le guance gonfie e lo sguardo severo, chiaramente pronto a rimproverarla non appena si fosse rimessa. Hige invece corrugò la fronte vedendo la macchia scura allargarsi sulle bende e in un attimo aveva già preso lo zaino con le scorte mediche.


Fece per aprirle la giacca ma poi si bloccò. Misha sotto indossava solo il reggiseno. Sollevò allora lo sguardo di scatto: prima il professore, che per un istante credette morto, ma un russare gli confermò che si era semplicemente riaddormentato; poi Toboe, a cui rivolse uno sguardo tagliente, accompagnato da un gesto rapido della mano che gli ordinava di voltarsi.


«Puoi cambiarle anche così» disse Misha incrociando le braccia al petto, quando il ragazzo si piegò nuovamente per aprire l'indumento.


Toboe, mezzo girato, sghignazzò.


Hige sospirò, ignorò entrambi e si mise al lavoro. Mentre lui medicava con attenzione, Misha lo osservava in silenzio. Il suo profilo era cambiato. Più duro, più consapevole. Più adulto.


«Mi hai detto che sono la tua migliore amica» mormorò lei «allora giurami che d’ora in poi ti lascerai tutto questo alle spalle. Tu non sei il numero ventitré. Tu sei Hige e basta.»


Hige si fermò un istante, poi riprese a fasciare. «È quello che vorrei con tutte le mie forze, credimi…» abbassò gli occhi «Per fortuna che Blue non è qui.»


Misha accennò un sorriso. «Anche se ci fosse stata, non ti avrebbe detto nulla di diverso. Piuttosto ti avrebbe preso prima a calci, ma poi ti avrebbe riempito di baci.»


Hige rise, finalmente senza peso. Quel suono bastò a riempire il petto di Misha di qualcosa di caldo.


«E poi…» aggiunse lei, con un filo di voce «non devi avere più paura del numero ventitré. Non più.» fece una piccola pausa «Perché oggi ne hai compiuti ventiquattro.»


Hige la guardò, confuso per un attimo. Poi qualcosa scattò e i suoi occhi si illuminarono. Se n’era completamente dimenticato.


Misha sorrise, stanca ma allegra. «Buon compleanno.»



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